Covid, Rezza: “Ci sono alcuni, primi segnali di miglioramento. Ma la circolazione virale è ancora molto elevata”

“La situazione epidemiologica mostra alcuni, primi segnali, di miglioramento ma la circolazione virale è ancora molto elevata per cui si raccomandano soprattutto comportamenti prudenti, auto-sorveglianza e richiami vaccinali”. Lo ha detto il direttore della Prevenzione sanitaria del ministero della Salute, Gianni Rezza, in un videomessaggio, commentando i dati del monitoraggio della Cabina di regia su Covid-19 in Italia. “Dopo una lunga fase di ascesa – ha dettagliato Rezza – il tasso di incidenza di casi di Covid-19 nel nostro Paese tende ora leggermente a diminuire, fissandosi intorno a 1.823 casi ogni 100mila abitanti. Anche l’indice Rt mostra una tendenza alla diminuzione: siamo intorno allo 0.97, quindi di poco al di sotto l’unità. Il tasso di occupazione dei posti di area medica e delle terapie intensive é rispettivamente al 30,4% e al 16,7% quindi ancora piuttosto elevato, anche se notiamo una prima leggera flessione”.

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Scuola, addio tamponi per vaccinati e guariti di elementari e medie: basterà il green pass per il rientro in classe e le lezioni in presenza

Un passo in più verso la normalità. In attesa del maxi vademecum che arriverà la prossima settimana, oggi è stato pubblicato in Gazzetta il Decreto Legge numero 4 datato 27 gennaio che tra i vari punti prevede uno snellimento delle procedure per la scuola. La prima novità è relativa allo stop ai tamponi: nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, nel caso della presenza di due postivi in classe, per proseguire la didattica in presenza o per rientrare in aula, basterà la verifica della sola certificazione verde mediante l’app mobile opportunamente aggiornata. Non ci sarà più bisogno di alcuna certificazione dell’Asl o del medico di famiglia per il rientro in classe. Una soluzione adottata per andare incontro al problema della verifica dello stato di vaccinazione (o di avvenuta guarigione) dello studente senza violare alcuna privacy. Ora, come in ogni altro luogo, anche a scuola farà fede il green pass più o meno rafforzato.

Restano per ora invariate parte delle regole per la primaria e l’infanzia. Per i bambini dai cinque ai dieci anni, in caso di un positivo in aula, si resta a scuola ma la misura sanitaria prevede la sorveglianza con test antigenico rapido o molecolare da svolgersi prima possibile (il T0) dal momento in cui si è stati informati del caso di positività e da ripetersi dopo cinque giorni (il T5). Quando si verificano due casi positivi, invece, gli alunni non vaccinati devono andare in quarantena per dieci giorni e fare il tampone per rientrare, mentre gli altri (coloro che hanno fatto il vaccino o che sono guariti da meno di 120 giorni) vanno in regime di auto-sorveglianza per altrettanti dieci giorni ma possono tornare in aula mostrando solo la App. Le famiglie dei bambini, tuttavia, con quest’ultimo Decreto potranno accedere gratuitamente ai test antigenici rapidi, oltre che nelle aziende sanitarie territoriali, anche in farmacia o in strutture convenzionate. Una misura, finanziata con ulteriori 19,2 milioni di euro, che punta a semplificare le procedure a carico delle famiglie.

Una regola – quest’ultima – che già la settimana prossima potrebbe essere modificata. La richiesta delle Regioni è di annullare totalmente la didattica a distanza per chi si è già ammalato o per chi ha fatto l’iniezione anti Covid, ma al ministero della Salute e al Cts starebbero pensando solo ad una riduzione da dieci a cinque giorni. I tavoli tecnici e legislativi dei ministeri dell’Istruzione e della Salute stanno lavorando ora per ora, alla luce dei dati che arrivano sui contagi e sulle vaccinazioni, per arrivare ad un quadro normativo uniforme a tutti gli ordini di scuola. Intanto, proprio a causa della situazione sanitaria, a viale Trastevere hanno deciso di rinviare il termine delle iscrizioni all’anno scolastico 2022/2023 alle ore 20 del 4 febbraio. Il ministero ha diffuso questa mattina una nota alle scuole con la nuova scadenza, sottolineando che tale decisione è stata presa in considerazione del “protrarsi dell’emergenza” e delle connesse difficoltà che possono aver avuto le famiglie nell’effettuare le iscrizioni.

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Camilla Canepa, le indagini – I medici sapevano che aveva fatto il vaccino ma non lo scrissero nella cartella clinica

A tre mesi dal deposito della perizia che ha certificato che Camilla Canepa, 18 anni, è morta a causa di una trombosi provocata dal vaccino, un nuovo elemento si aggiunge agli delle indagini della procura di Genova che indaga sul caso. Ebbene il personale sanitario dell’ospedale di Lavagna sapeva che la ragazza, che non aveva patologie e non assumeva altri farmaci, era stata vaccinata con una dose di Astrazeneca il 25 maggio durante un open day. Un particolare emerso dalle audizioni dei medici fatte dai pubblici ministeri Francesca Rombolà e Stefano Puppo insieme al procuratore Francesco Pinto. La studentessa è morta il 10 giugno scorso per una trombosi. Le prime segnalazioni di possibili, anche se rari eventi, erano state segnalate da scienziati a marzo e in aprile era ormai noto che il composto a vettore virale poteva innescare quella che poi è stata chiamata Trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (Vitt). Per cui erano stati già messi a punto protocolli di intervento.

I pm avevano convocato i sanitari per verificare come mai nella documentazione clinica del primo ricovero non fosse stato indicato che la giovane aveva ricevuto il vaccino anglo-svedese. Secondo i genitori della ragazza al momento del primo accesso era stato detto. Inoltre, dalle indagini era emerso che Camilla mandò un messaggio sul cellulare a un conoscente dicendo che la stavano trattenendo in ospedale “per il vaccino”. Dopo i primi casi segnalati a marzo scorso la decisione dell’Agenzia europea del farmaco era stata – in considerazione del rapporto rischi/benefici e in presenza di pochissimi eventi – di non limitare l’uso per fascia d’età. Ma subito dopo erano arrivate le contestuali decisioni degli enti regolatori nazionali di diversi paesi europei di introdurre una soglia di raccomandazione per età se non addirittura di sospendere l’uso del composto. Come era accaduto in Norvegia e Danimarca. Francia e in Belgio che avevano fissato la soglia a 55 anni, la Spagna ha invece deciso di limitare l’uso del vaccino solo a chi è nato tra il 1952 e il 1961, cioè i 60-69enni, Germania e Italia avevano raccomandato l’uso agli over 60. Nonostante questo in alcune regioni erano stati programmati open day aperti a tutti anche con il vaccino in questione.

Per quanto riguarda l’indagine c’è da capire perché non sia stato scritto nella cartella clinica che la 18enne aveva ricevuto il vaccino. Un dettaglio cruciale, quello della mancata indicazione della vaccinazione, anche per il supplemento di indagine chiesto al medico legale Luca Tajana e all’ematologo Franco Piovella. I magistrati invieranno ai consulenti quanto emerso dalle sommarie informazioni dei medici. Camilla era stata vaccinata il 25 maggio e il 3 giugno era andata all’ospedale di Lavagna per una fortissima cefalea e fotosensibilità. La giovane era stata dimessa l’indomani, dopo una tac senza contrasto, nonostante le piastrine fossero in forte discesa, un segnale che potesse essersi innescata la Vitt. Era ritornata allo stesso ospedale il 5 giugno in condizioni disperate per una trombosi al seno cavernoso. Trasferita al policlinico San Martino di Genova era stata operata alla testa, ma morì il 10 giugno. Nel secondo accesso all’ospedale di Lavagna la vaccinazione era stata indicata. A maggio esistevano già le prime linee guida per diagnosticare la Vitt, la sindrome da vaccino appunto, che prevedevano di procedere con una tac con liquido di contrasto tra gli accertamenti. Ed esisteva anche il protocollo per contrastarla.

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“Non mi vaccino, non sono una cavia”, morta di Covid 52enne che ha rifiutato anche il ricovero

“Non mi vaccino, non sono una cavia”. Una foto profilo eloquente messa nei mesi scorsi e una scelta portata fino alla fine per Barbara Fisichella, 52 anni, operatrice giudiziaria al casellario della Procura di Lodi e originaria di Codogno, morta di Covid. No vax convinta e dichiarata la donna era a casa in malattia da una decina di giorni.

La 52enne aveva rifiutato il ricovero in ospedale: sono stati i familiari a chiamare l’ambulanza dopo aver visto, ieri, che faceva fatica a respirare. Poche ore dopo è avvenuto il decesso. Il 28 novembre scorso, sul suo profilo Facebook aveva postato la sua foto, visibile pubblicamente, con la scritta “Io non mi vaccino, non sono una cavia” e l’immagine di un pugno che spacca una siringa. “È morta di Covid l’unica dipendente no vax che avevamo – ha detto il procuratore della Repubblica di Lodi Domenico Chiaro – Chi non si vaccina rischia effettivamente di morire, soprattutto se ci si rifiuta di sottoporsi anche alle cure. La gente deve saperlo“.

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Omicron, lo studio su Nature: “Malattia polmonare attenuata e minore carica virale”

L’ipotesi che Omicron possa essere meno virulenta e letale di Delta trova ulteriore conferma in un recente studio pubblicato il 21 gennaio scorso su Nature a firma di numerosi autori. Gli scienziati – in Usa soprattutto ma anche Giappone e Colombia – hanno messo alla prova la capacità della variante rilevata per la prima volta in Sudafrica e Botswana e ormai diventata dominante nel mondo con l’81,1% dei casi mondiali, di causare infezione e malattia in topi e criceti.

Per gli autori gli esperimenti della rete SAVE/NIAID (la rete collaborativa del programma SARS-CoV-2 Assessment of Viral Evolution (SAVE) dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive (NIAID) “dimostrano una malattia polmonare attenuata nei roditori, che corrisponde ai dati clinici preliminari sull’uomo“. Gli scienziati hanno anche osservato la capacità di Omicron di legarsi efficacemente ad ACE2 l’enzima considerato la “porta” d’accesso per il virus ma contemporaneamente anche “una minore infezione” rispetto alle precedenti varianti e “una minore carica virale nelle vie respiratorie superiori e inferiori”.

Quella di Nature non è l’unica ricerca che mostra quanto Omicron possa essere meno aggressiva delle precedenti varianti. Anche secondo uno studio del Molecular Virology Research Group dell’Università di Liverpool Omicron porta a “malattie meno gravi” nei topi, con carica virale inferiore e polmoniti meno gravi. Conclusione a cui sono arrivati anche i ricercatori del Neyts Lab dell’Università di Leuven in Belgio che hanno eseguito test sui criceti: “Il modello animale suggerisce che la malattia è meno grave della Delta e del virus Wuhan originale. Sembra essere eliminato più velocemente e gli animali si sono ripresi più rapidamente”. Omicron – rileva poi il Centro per la ricerca sui virus dell’Università di Glasgow – sarebbe sostanzialmente in grado di eludere l’immunità dopo due dosi ma con il booster ci sarebbe “un ripristino parziale dell’immunità“.

C’è anche su uno studio dell’Università di Hong Kong del mese scorso che mostra una minore infezione da Omicron nei polmoni e la ricerca guidata dal professor Ravi Gupta dell’Università di Cambridge ipotizza che la variante “è meno in grado di entrare nelle cellule polmonari”. L’University College di Londra ha infine dimostrato la maggiore capacità di infettare la gola con l’analisi dei risultati dei tamponi: i prelievi effettuati solo nel naso davano esito negativo, mentre se ripetuti anche con un prelievo in gola risultavano positivi.

Lo studio

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Omicron, Moderna ha avviato i test per il booster. Somministrato il vaccino al primo volontario

Mentre Omicron dilaga in Italia e nel mondo sono arrivate nella fase operativa le sperimentazioni del booster specifico contro la variante di Sars Cov 2 che ha dimostrato di essere estremamente più contagiosa di Delta anche se, secondo gli studi preliminari e le osservazioni cliniche, meno virulenta. La casa farmaceutica Moderna ha annunciato l’avvio dei test su un booster anti-Covid in grado di contrastare in modo specifico la variante Omicron di Sars-CoV-2. Il candidato vaccino mRna-1273.529 è stato somministrato al primo volontario nell’ambito di uno studio di fase 2 che coinvolgerà un massimo di 24 centri negli Usa e includerà due gruppi di circa 300 over 18 ciascuno, spiega l’azienda americana in una nota: persone che hanno ricevuto un ciclo primario con due dosi del vaccino originario mRna-1273; persone che, oltre alle prime due iniezioni, hanno ricevuto anche il richiamo a dosaggio dimezzato. L’obiettivo del trial è valutare l’immunogenicità, la sicurezza e la reattogenicità del prodotto adattato. Pfizer ha già avviato il reclutamento dei volontari.

La società ha comunicato anche la pubblicazione, sul New England Journal of Medicine, di dati sulla durata della protezione conferita dalla terza dose fatta con l’attuale vaccino mRna-1273. Dalla misurazione degli anticorpi neutralizzanti 6 mesi dopo il booster, è emerso che la neutralizzazione di Omicron era diminuita di 6,3 volte rispetto al picco che si registra 29 giorni dopo il richiamo, ma gli anticorpi restavano rilevabili in tutti i partecipanti. I titoli neutralizzanti contro Omicron sono scesi più rapidamente rispetto a quelli contro il virus originario, che sono calati di 2,3 volte nello stesso arco di tempo.

“Siamo rassicurati dalla persistenza degli anticorpi anti-Omicron 6 mesi dopo il booster da 50 microgrammi attualmente autorizzato – afferma Stéphane Bancel, Ceo di Moderna – Tuttavia, considerata la minaccia a lungo termine legata alla capacità di Omicron di sfuggire all’immunità, stiamo portando avanti lo sviluppo di un vaccino di richiamo specifico per Omicron. E stiamo anche valutando – evidenzia l’amministratore delegato – se includere questo candidato Omicron-specifico nel nostro programma di richiamo multivalente”, ossia il progetto di un unico vaccino da somministrare in futuro contro Covid, influenza e altre infezioni stagionali.

Lo studio su Nejm

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Covid, il report di Gimbe: “Crollano i nuovi vaccinati, anche tra over 50. Buona parte delle proposte delle Regioni sono inaccettabili”

Buona parte delle proposte avanzate al governo dalle Regioni sono “inaccettabili”, ad iniziare dal superamento del sistema di sorveglianza nelle scuole e dalla revisione della classificazione dei ricoveri Covid. Il tutto mentre l’obbligo vaccinale per gli over 50 sembra aver già esaurito la sua spinta nei confronti degli indecisi e anche la platea pediatrica fa fatica ad allargarsi ulteriormente a oltre 40 giorni dall’apertura degli hub dedicati. È questa la fotografia scattata dall’ultimo monitoraggio settimanale della Fondazione Gimbe che sul fronte della circolazione virale segnala una lieve flessione dei nuovi casi (-3,7%) e delle terapie intensive (-1,4%), mentre aumentano ancora in maniera lieve i ricoveri in area medica (+3%) e crescono i decessi (+11,2%).

In uno scenario caratterizzato ancora “da un’elevata circolazione del virus e da una forte pressione sugli ospedali con pesanti ricadute sull’assistenza ai pazienti non Covid”, spiega il presidente Nino Cartabellotta, le Regioni “spingono per semplificare le regole di convivenza con il Sars-CoV-2 mettendo sul tavolo varie proposte da discutere con il governo”. E molte non reggono, ad avviso di Gimbe, alle “evidenze scientifiche” e alla “fattibilità pratica”. Ritenendo “condivisibile” la “sospensione del contact tracing” e “ampiamente condivisibile” il superamento del sistema a colori delle zone a rischio poiché “non sussistono attualmente differenze” dal bianco all’arancione e anche in virtù del fatto che “possono aumentare il numero di posti letto Covid-19 per evitare zone dai ‘colori più intensi’ ma determinando conseguenze rilevanti in termini di mancata assistenza a pazienti con altre patologie”, Cartabellotta boccia la revisione delle misure inerenti alla sorveglianza sanitaria perché “l’ipotesi di differenziare le regole di sorveglianza sanitaria tra casi sintomatici e asintomatici non è basata su evidenze scientifiche, mentre l’elemento discriminante oggi dovrebbe essere rappresentato esclusivamente dallo status vaccinale”.

“Non accettabile” anche la proposta di aggiornamento delle misure di isolamento dei lavoratori dei servizi essenziali con la proposta di riduzione dei giorni di isolamento (pari a 3 giorni dall’inizio dei sintomi e ulteriori 3 giorni obbligo mascherina Ffp2, favorendo l’auto-sorveglianza) perché “non esistono evidenze scientifiche per supportare il termine dell’isolamento per i positivi – indipendentemente dal loro status vaccinale – dopo 3 giorni dalla comparsa dei sintomi, senza accertarne la negatività con tampone antigenico o molecolare”. Secco no anche alla revisione del sistema di sorveglianza nelle scuole in quanto “l’elemento discriminante ai fini della quarantena in caso di tampone negativo dovrebbe essere rappresentato dallo status vaccinale e non dalla presenza/assenza di sintomi Covid-19″ e “in caso di positività al tampone, lo studente deve essere isolato, indipendentemente dallo status vaccinale”.

Molto argomentato anche il no alla revisione della classificazione dei ricoveri Covid, uno dei punti più discussi. Una proposta definita “rischiosa” per quattro motivi: innanzitutto clinici, perché la Covid-19 è “una malattia multisistemica che colpisce numerosi organi e apparati e definire lo status di “asintomaticità” è molto complesso” e poi “la positività al Sars-CoV-2 può peggiorare la prognosi di pazienti ricoverati per altre motivazioni, anche in relazione all’evoluzione della patologia/condizione che ha motivato il ricovero e alle procedure diagnostico-terapeutiche attuate”. Gimbe avanza anche una motivazione organizzativa: “La gestione di tutti i pazienti Sars-CoV-2 positivi, indipendentemente dalla presenza di sintomi correlati alla Covid-19, richiede procedure e spazi dedicati, oltre alla sanificazione degli ambienti”. E anche medico legale e amministrativa, in quanto “la responsabilità di assegnare il paziente ricoverato ad una delle due categorie, con tutte le difficoltà e le discrezionalità del caso, è affidata al personale medico e alle aziende sanitarie”. Inoltre, ad avviso della Fondazione, esistono risvolti pratici poiché “eliminando il sistema dei colori, di fatto, si tratterebbe solo di una rendicontazione separata, potenzialmente utile a fini epidemiologici e alla futura riorganizzazione dei servizi ospedalieri” ma “la riclassificazione dei pazienti ospedalizzati, in ogni caso, non può derogare dagli standard internazionali definiti dall’Oms e dall’Ecdc”.

Per quanto riguarda la campagna vaccinale, Gimbe segnala che ci sono ancora 7,8 milioni di persone senza nemmeno una dose di cui 2 milioni di over 50 che “alimentano i ricoveri negli ospedali”. In calo nell’ultima settimana il numero di somministrazioni (n. 3.756.387), con una media mobile a 7 giorni di 536.627 somministrazioni per ogni giorno: “Diminuiscono del 15,5% le terze dosi e del 30,9% i nuovi vaccinati” che sono stati 355.309. La settimana precedente erano stati 514.324. Dei 355mila “il 43,9% è rappresentato dalla fascia 5-11, in netta flessione rispetto alla settimana precedente”, anche a causa del “rinvio delle prenotazioni vaccinali degli studenti in isolamento”. Male anche la vaccinazione degli over 50: “nonostante la recente introduzione dell’obbligo vaccinale”, le prime dosi scendono a a 96.957, ovvero il “-25,6% rispetto alla settimana precedente”.

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Super green pass sul lavoro, la norma è scritta talmente male che darà luogo a vari contenziosi

di Antonio Carbonelli *

Mario Draghi nell’economia monetaria sia nel 2012 in Europa, sia nel 2020 a livello mondiale, ha evitato una contrazione della massa monetaria che avrebbe provocato una deflazione devastante (per usare il linguaggio degli iniziati ai misteri dell’economia monetaria), paragonabile a quella che ha colpito gli Usa negli anni Trenta, dopo la grande scorpacciata (per alcuni) di borsa del 1929.

Ma tre decreti-legge (ciascuno in attesa di conversione, con le relative modificazioni) sulla stessa materia in quindici giorni sono veramente troppo: 24.12.21, n.221, 30.12.21, n.229, 7.1.22, n.1. In particolare, a seguito dell’ultimo (a oggi) di essi, quanto all’obbligo di vaccinazione, persino Roberto Burioni, tecnico solitamente allineato ai provvedimenti governativi, ha definito la relativa sanzione “una grottesca buffonata, dispiace vederla arrivare da un governo che si credeva serio”. Quanto alla norma sulla gestione dei rapporti di lavoro, l’art.4 quinquies, comma 4, inserito nel DL 44/21 dal DL 1/22 (è più facile da memorizzare la formula del volume della sfera), la norma è scritta talmente male che potrà dar luogo a un contenzioso inestricabile.

Quanto al metodo legislativo, ben si adattano le parole del Poeta, quando, poco dopo aver definito l’Italia “Non donna di province, ma bordello”, rivolgendosi alla Firenze del suo tempo, ironizza che “Atene e Lacedemona, che fenno / l’antiche leggi e furon sì civili, / fecero al viver bene un picciol cenno / verso di te, che fai tanto sottili / provedimenti, ch’a mezzo novembre / non giugne quel che tu d’ottobre fili” (Purgatorio VI 139-144).

La resistenza di molti pare una risposta tardiva al DL 73/17, con cui il governo Renzi aveva imposto da un giorno con l’altro l’obbligo di otto vaccinazioni ulteriori rispetto alla normativa previgente, pena l’esclusione dei ragazzi dalle scuole materne o elementari. Tale obbligo infatti è stato dichiarato legittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza 5/18, firmata proprio dalla Cartabia, ma contro il parere di parte della comunità scientifica. Di conseguenza molti vi hanno visto un sostanziale regalo del governo liberista di Renzi all’industria farmaceutica.

Pare anche una forma di opposizione, anche se potenzialmente persino autolesionista, contro il sistema internazionale dei brevetti, che rischia di privare parte del mondo dell’accesso ai vaccini, e che pare avallato anche dal governo italiano in sede sia di WTO, sia di G20.

V’è chi ha rilevato che il punto di partenza di ogni critica dovrebbe essere perché mai l’obbligo di green pass, e di vaccinazione, dovrebbero essere contro la nostra Costituzione, ed in particolare contro l’art. 32, che impone alla Repubblica la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e che dunque pur a fronte della rivendicazione dell’autonomia dell’individuo giustifica, ed anzi richiede, che in nome del dovere di solidarietà siano adottate le misure in grado di difendere la salute della generalità dei cittadini (Rita Sanlorenzo, in Questione giustizia 9.1.22).

Ma valutata la legittimità costituzionale o meno dell’obbligo in sé (e c’è anche un problema di conformità alla normativa europea), occorre anche chiedersi che ne è delle situazioni particolari? L’obbligo di vaccinazione è posto a protezione di chi non si vaccina, o di chi si è vaccinato? La sospensione dal lavoro e dalla retribuzione costituisce misura proporzionata? V’è spazio per adibizione a mansioni diverse e meno pericolose? È possibile il riscatto della relativa contribuzione previdenziale, o v’è anche una perdita dell’anzianità utile a fini pensionistici? È possibile per chi contragga danni dalla vaccinazione ottenere dallo stato l’indennizzo previsto per le altre vaccinazioni e per i danni da emotrasfusione? È lecito aspirare a una normativa più semplice che dia meno luogo a contenziosi? È responsabile la condotta di un governo che ha lasciato salire nuovamente il numero dei morti (dato del 14.1.22) a 360 in un giorno?

In realtà, il dibattito su green pass e vaccini costituisce un’ottima arma di distrazione (non distruzione, distrazione) di massa, che svia il dibattito pubblico da problemi importanti: lavoro, scuola, sanità, pensioni, infrastrutture, inquinamento ambientale, armi nucleari… se non vi fosse questo argomento, rischieremmo di parlarne.

Il liberismo economico non si contrasta con le polemiche su green pass e vaccini, ma contrastando i fattori di diseguaglianza patrimoniale teorizzati nei loro scritti pseudo-economici da Mises (soprattutto capitolo 34 di Socialismo del 1922, cent’anni fa) e da Hayek (soprattutto capitoli 17-24 di La società liber(ist)a, del 1960).

* Avvocato giuslavorista e filosofo a Brescia. Nel 2015 pubblica I fondamenti teoretici della “crisi” – Economia fuori controllo o disegno preciso?, critica filosofica del liberismo economico; nel 2016-17-18 la trilogia Rileggere la modernità, ripensamento radicale del pensiero della modernità; nel 2019 Realismo critico, alternative possibili a materialismo teoretico, nichilismo etico e liberismo economico; nel 2020 Rileggere l’economia – Storia e critica del pensiero economico da Platone a Piketty; nel 2021 Platone e Aristotele – Fondamenti del pensiero etico, politico, economico e giuridico nel terzo millennio e Rethinking Economics, edizione inglese di Rileggere l’economia (Marco Serra Tarantola Editore).

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Green Pass, si va verso l’estensione illimitata per chi ha fatto anche la terza dose di vaccino

Per chi ha fatto la terza dose del ciclo vaccinale il Green pass avrà una durata illimitata. È questo l’orientamento che sta prendendo corpo nel governo, in attesa di una decisione in arrivo dopo l’elezione del presidente della Repubblica. Il tema è però già sul tavolo perché tra tre mesi inizieranno a scadere i certificati verdi dei primi ad aver effettuato il booster ad ottobre e, inoltre, non esistono al momento pareri di Ema e Aifa sulla quarta dose.

Fino a quanto le due agenzie del farmaco, quella europea e quella italiana, non si esprimeranno gli attuali Green pass da vaccino continueranno a essere validi. Con la fase pandemica che va delineandosi e l’arrivo nei mesi più caldi, ormai notoriamente i meno pericolosi per la circolazione virale, l’idea di fondo è quella di temporeggiare in attesa di affrontare il prossimo autunno con un eventuale nuovo ciclo che andrebbe a coprire il periodo più rigido dell’anno.

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Negato il trapianto di cuore a 31enne non vaccinato, eliminato dalla lista dei possibili riceventi

Un caso che farà discutere perché il dilemma è drammaticamente etico ma allo stesso tempo pratico. Un candidato a un trapianto di cuore è stato eliminato dalla lista perché rifiuta il vaccino anti Covid. Si tratta del primo caso di questo tipo reso noto negli Usa dall’inizio della pandemia. Gli Stati Uniti hanno superato le 850mila vittime e come altri paesi stanno affrontando l’onda di contagi innescata dalla varinate Omicron. Il braccio di ferro è in corso al prestigioso Brigham Women hospital di Boston, dove un 31enne gravemente malato è stato cancellato dalla lista dei possibili riceventi perché non ha intenzione di ricevere l’immunizzazione contro il Sars Cov-2 e l’ospedale.

Il caso sta alimentando le polemiche ed è stato reso noto dal padre del paziente che lo ha raccontato alla Cbs. L’ospedale sta semplicemente seguendo le procedure necessarie per i trapianti: “Come molti altre programmi per i trapianti negli Stati Uniti, anche il sistema ospedaliero Brigham richiede specifici comportamenti da parte dei potenziali recipienti, tra cui sottoporsi a varie vaccinazioni che includono anche quello per il covid”, spiega un comunicato della struttura. “Proprio queste procedure contribuiscono ad aumentare le probabilità di successo dell’intervento e la sopravvivenza del paziente”.

“Ma è contro i principi di mio figlio farsi vaccinare, ed ora, per questa ragione, è stato spinto quasi alla morte per la decisione dell’ospedale di eliminarlo dalla lista dei candidati al trapianto“, ha detto il padre dell’uomo ribadendo che non cederà. Arthur Caplan, direttore di bioetica alla New York University è intervenuto nella polemica sottolineando che “siccome dopo ogni trapianto il sistema immunitario del paziente praticamente si blocca, per cui anche solo un banale raffreddore potrebbe uccidere il recipiente e data la scarsità di organi è necessario che gli interventi vengano fatti su chi chi ha più probabilità di sopravvivenza. Quindi nel caso a pazienti vaccinati rispetto a chi non lo è”.

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