Tassonomia verde, si va verso l’ennesimo rinvio. E l’Italia chiede di abbassare i requisiti per riconoscere come ‘verdi’ gli impianti che producono gas

Da un lato i governi di alcuni Paesi, dall’altro il parere dei tecnici. Sull’altra sponda le lobby e i governi che, invece, sostengono fonti energetiche finora considerate ‘non verdi’. Così la Commissione europea continua a prendere tempo e, a Bruxelles, si parla della possibilità che l’adozione dell’atto delegato sulla Tassonomia Verde, quello che ne contiene i dettagli di applicazione, venga rinviata. Come spiegato da un funzionario Ue, la causa starebbe tutta nel “processo caotico e polarizzante” che si è venuto a creare attorno al provvedimento che dovrebbe orientare gli investimenti verdi sulle fonti di energia nell’Ue.

La possibilità del rinvio – La possibilità è emersa durante le discussioni che si stanno avendo in queste ore alla Commissione europea. Le pressioni non sono certo mancate negli ultimi mesi, ma in queste ore il dibattito sembra più acceso che mai. Intanto perché il Gruppo sulla finanza sostenibile (Platform for Sustainable Finance, il gruppo di esperti istituito dall’Unione europea per stilare la lista di attività green) ha bocciato i criteri per l’inserimento del gas nella tassonomia. E poi perché le osservazioni degli Stati contrari al nucleare iniziano a diventare qualcosa di più concreto. Se da mesi si assiste a una sorta di diatriba tra Germania (sfavorevole all’inserimento dell’energia dell’atomo) e Francia (prima sostenitrice in Europa, dato che ricava dai reattori nucleari quasi il 70% dell’energia, ndr), netta contrarietà è stata espressa anche dalla Spagna e dalla Danimarca, mentre Austria e Lussemburgo hanno minacciato di ricorrere alla Corte di giustizia dell’Ue contro l’atto delegato. “Il gas e il nucleare non possono essere inseriti nella futura tassonomia europea. La Commissione europea ascolti più gli scienziati e meno le lobby e non rischi una sonora bocciatura al Parlamento europeo, dove l’atto delegato dovrà essere approvato, o presso la Corte di Giustizia dell’Ue dove Austria e Lussemburgo potrebbero sollevare il caso” commenta Laura Ferrara, europarlamentare del Movimento 5 Stelle.

Le richieste del governo italiano – E se il Platform for Sustainable Finance ha bocciato l’atto delegato, ritenendo che il testo annacqua i criteri che loro stessi avevano contribuito a elaborare, il governo italiano non la pensa affatto così. Anzi, secondo quando riporta Il Sole 24 Ore Radiocor, nel documento inviato la scorsa settimana a Bruxelles, il governo Draghi ha valutato troppo bassi i limiti previsti per riconoscere come ‘verdi’ gli impianti che producono gas. Secondo le prime stime dei settori industriali, con i limiti definiti dalla Commissione non potrebbero rientrare in Tassonomia investimenti per circa 10 miliardi. La soglia standard è quella dei 100 grammi di Co2 per kWh per gli impianti che producono gas, ma Roma sa molto bene che nell’atto delegato che tanto scompiglio ha portato si prevedono una serie di alternative e deroghe, come sottolineato dai tecnici del Platform for Sustainable Finance. La Commissione, infatti, ha indicato una fase di transizione fino al 2030, ammettendo nella Tassonomia la realizzazione di centrali a gas che producono fino a 270 grammi di Co2 per kWh oppure che mantengano una media annuale di 550 kg di Co2 per kWh, sempre calcolata su vent’anni. Eppure, nel documento del governo Draghi vengono indicati criteri ancora meno stringenti. Secondo l’Italia la soglia di emissione di Co2/kWh dovrebbe essere alzata a 340 grammi, oppure si dovrebbe consentire di mantenere una media annuale di 750 chilogrammi di Co2/kWh calcolata su vent’anni.

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Rincari bollette, Europa Verde contro il ministro Cingolani. Bonelli: “Vuole tagliare gli incentivi a rinnovabili, scelta iniqua e sbagliata”
“Invece che puntare e investire sulle rinnovabili, il ministro Cingolani vuole tagliare gli incentivi sul fotovoltaico e idroelettrico. Una scelta sbagliata dal punto di vista ambientale e iniqua”. Ad attaccare è il co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli, nel corso di un punto stampa sul tema del caro bollette. “La ricetta del ministro – nei confronti del quale da tempo Europa Verde chiede le dimissioni – è l’opposto di quello che andrebbe fatto: per ridurre l’aumento del costo della bolletta elettrica vuole tagliare gli investimenti alle fonti rinnovabili per 5 miliardi di euro e i proventi delle aste Ets per 1,5 miliardi di euro, che per legge vanno a finanziare la mobilità sostenibile, rinnovabili e progetti di forestazione”. Invece, insistono da Europa Verde, il governo dovrebbe “promuovere le rinnovabili per ridurre il prezzo della bolletta elettrica. Con queste scelte invece le lobby fossili ringraziano e i portafogli delle famiglie piangono”, ha continuato Bonelli.
Per Europa Verde “è ormai chiaro che il ministro vuole tutelare l’interesse dell’industria fossile nel nostro Paese”. Anche perché, spiega, al contrario, tra le proposte anticipate in Commissione da Cingolani, in attesa del Consiglio dei ministri, “non c’è invece il taglio ai sussidi pubblici alle fonti fossili, ambientalmente dannosi, pari a 18 miliardi di euro, secondo i dati dello stesso ministero. Risorse che potevano essere utilizzate per dare una risposta al problema del caro energia”.
E ancora, Bonelli attacca sia l’esecutivo Draghi che la Lega, con Salvini che insiste invece da settimane sul nucleare: “Il governo sceglie la strada dell’emergenza invece che costruire una politica energetica diversa per il nostro Paese. Ovvero, ‘Paga Pantalone’. Tutto mentre da Lega e altre forze dell’esecutivo arriva soltanto la richiesta di altri soldi e scostamenti di bilancio che pagheremo noi attraverso l’aumento del debito. Senza contare come questo comporterà che non avremo un piano energetico competitivo in Europa, quello che invece ci permetterebbe di raggiungere il 72% di rinnovabili nel 2030″. “Se fosse raggiunto questo target previsto dal Green new deal europeo del 2030 – ha continuato l’esponente Verde – il costo della bolletta elettrica scenderebbe da 75 miliardi di euro a 45, con un risparmio di 30 miliardi di euro anno. “, ha concluso.

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Plastica monouso, ecco la lettera della Commissione Europea contro il decreto del governo Draghi: “La direttiva Ue non prevede alcuna deroga ai prodotti biodegradabili e compostabili”

La resa dei conti sul recepimento della direttiva Sup, quella sulla plastica monouso. L’Italia rischia la procedura d’infrazione, dopo l’entrata in vigore, il 14 gennaio 2022, del decreto legislativo 196, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 30 novembre scorso e che recepisce proprio il provvedimento dell’Unione europea. Perché il testo approvato dal governo a novembre scorso, secondo quanto ha scritto la Commissione in tre pagine di ‘parere circostanziato’ inviate al ministero dello Sviluppo economico poco prima di Natale, non è “in linea con le disposizioni e gli obiettivi della direttiva”. E arriva a violarla, perché esclude una serie di prodotti dai divieti imposti nella Sup. Lo schema di decreto legislativo era stato notificato il 22 settembre 2021 alla Commissione, che ha inoltrato le sue osservazioni a dicembre. Dopo la bocciatura, però, quel decreto è comunque entrato in vigore senza alcun intervento nella direzione suggerita da Bruxelles. Come ricorda nel documento il commissario europeo al Mercato interno Thierry Breton, il parere circostanziato obbliga lo Stato membro a rinviare di sei mesi l’adozione a decorrere dalla data di notifica. Dunque ora c’è tempo fino al 23 marzo 2022: se il governo non lo adotta o lo fa non tenendo conto delle obiezioni di Bruxelles, l’Italia rischia una procedura di infrazione. Tutto questo per un testo arrivato già in ritardo e senza riuscire comunque a rispecchiare misure e obiettivi di una direttiva del 2019, né a mettere in pratica le osservazioni della Commissione.

Greenpeace: “Si rischia una procedura di infrazione” – Come aveva preannunciato mesi fa Greenpeace. Stavolta a confermarlo è la stessa Commissione Ue. “Non bastava l’ennesimo regalo con il rinvio della plastic tax – spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace – ma, come conferma l’Ue, con le deroghe e le esenzioni introdotte nel recepimento della direttiva europea sulle plastiche monouso si rischia un doppio danno. Da un lato ci si ostina ad ancorare il sistema industriale a logiche figlie del passato, rendendolo poco competitivo e dall’altro rischiando una procedura di infrazione con un notevole esborso di risorse pubbliche”.

Il nodo dei rivestimenti in plastica – Il primo problema sottolineato dalla Commissione è quello riscontrato nell’articolo 3 dello schema di decreto legislativo, nel quale si definisce come ‘plastica’ il materiale “costituito da un polimero, cui possono essere stati aggiunti additivi o altre sostanze e che può funzionare come componente strutturale principale dei prodotti finiti, a eccezione dei polimeri naturali, che non sono stati modificati chimicamente”. Sono esclusi dalla definizione vernici, inchiostri, adesivi “nonché rivestimenti in plastica con un peso inferiore al 10% rispetto al peso totale del prodotto, che non costituiscono componente strutturale principale dei prodotti finiti”. Ed è questa una prima differenza con la direttiva Sup e con le relative definizioni di ‘plastica’ e di ‘prodotto di plastica monouso’. L’Unione europea, infatti, non prevede alcuna soglia per la quantità di plastica da includere nel prodotto affinché possa essere considerato un prodotto di plastica monouso. Quindi non salva i rivestimenti in plastica, come invece fa l’Italia. “Non vi sono altri elementi nella direttiva, né nella storia legislativa – scrive il commissario Breton – che indichino che tali definizioni dovrebbero essere interpretate in modo tale da richiedere una percentuale minima di contenuto di plastica per costituite un prodotto di plastica monouso”. La commissione, quindi, ritiene che l’articolo 3 del decreto violi l’articolo 2 della direttiva Sup e che ciò possa incidere sul mercato interno, “escludendo dal campo di applicazione delle norme determinati prodotti che sarebbero inclusi in tale ambito senza la soglia quantitativa”.

Bocciata l’esenzione di alcuni prodotti biodegradabili e compostabili – Il decreto, inoltre, vietando l’immissione sul mercato dei prodotti di plastica monouso elencati nella parte B dell’allegato (bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, agitatori per bevande e altro ancora) e dei prodotti di plastica oxo-degradabile, prevede poi (ed è questa il secondo punto contestato da Bruxelles) un elenco di eccezioni. Le esenzioni riguardano alcuni prodotti biodegradabili e compostabili per i quali la materia prima rinnovabile raggiunge una certa percentuale. Si parla del 40% per i primi due anni e del 60% dal 2024. Eppure, scrive la Commissione, “la direttiva Sup non prevede alcuna eccezione per la plastica biodegradabile”. Al contrario, specifica il commissario Breton “quanto indicato nel considerando 11 prevede esplicitamente che la definizione di ‘plastica’ contenuta della direttiva dovrebbe comprendere la plastica a base organica e biodegradabile, a prescindere dal fatto che siano derivati da biomassa o destinati a biodegradarsi nel tempo”. Concetto chiaro: la plastica biodegradabile è considerata come qualsiasi altra plastica e le eccezioni che consentono l’immissione sul mercato di prodotti di plastica biodegradabili e compostabili monouso violano l’articolo 5 della direttiva Sup.

Bruxelles contro il finanziamento alle alternative dannose – Ma il decreto italiano non si limita a tollerare alcuni prodotti vietati, invece, dall’Unione europea. Il testo, infatti, prevede la concessione di un credito d’imposta a tutte le imprese che acquistano e utilizzano determinati prodotti “riutilizzabili e realizzati in materiale biodegradabile e compostabile, al fine di promuovere l’acquisto e l’utilizzo di materiali e prodotti alternativi a quelli in plastica monouso”. L’imposto di tale contributo è fissato con un massimale pari al 20% delle spese sostenute e l’importo annuo massimo può essere di 10mila all’anno per ciascun beneficiario. Per la Commissione, però, non è questa la strada giusta, perché viene ritenuta contraria all’articolo 4 della direttiva e ai suoi obiettivi “la misura che, invece di prevenire, promuove finanziariamente l’uso di un determinato prodotto di plastica monouso, sia esso biodegradabile (considerato comunque plastica nella direttiva Sup) e non il riutilizzo, il riciclaggio o il recupero.

Il parere: “Le spiegazioni non cambiano la valutazione” – Né hanno modificato tale valutazione le spiegazioni fornite dalle autorità italiane in risposta alla richiesta di informazioni supplementari della Commissione del 14 ottobre 2021, dunque quasi un mese dopo l’invio dello schema di decreto legislativo. La richiesta riguardava soprattutto il regime specifico introdotto per i prodotti di plastica biodegradabili e compostabili. “Per questi prodotti – si legge nel parere circostanziato – i colegislatori hanno deciso che esistono già alternative non plastiche disponibili”, mentre la Commissione non ravvisa “alcuna base giuridica per l’Italia per introdurre deroghe speciali”.

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Nucleare: se la Terra piange, le borse e i governi interessati se la ridono

Riprendo i temi del post precedente introducendo un’ulteriore considerazione. Raramente ci rendiamo conto che ogni particella di materia ed energia – che ha a che fare con gli oggetti con cui ci circondiamo, le guance che accarezziamo, gli alberi che vediamo crescere, l’acqua che facciamo bollire – in qualunque forma si presentino, provengono da una unica storia di onde e particelle che, da un certo punto e momento in poi, si sono separate, ricomposte e organizzate o in ammassi e corpi inerti e caotici nell’Universo o, dopo miliardi di anni, successivamente in tempi più recenti, si sono ordinati in organismi dotati di auto-organizzazione e di vita, in grado di riprodursi, di nascere e morire, assumendo energia dall’ambiente esterno.

Energia purché compatibile con una crescita di ordine interno, con la specializzazione di proprie funzioni, con l’adattamento e l’evoluzione delle specie, fino alla formazione di istinto, memoria e autocoscienza. Non tutti gli ordini di energia sono predisposti al compito di alimentare una vita così concepita: ad esempio la combustione non lo è, sia per la distruzione immediata dei legami chimici nei tessuti, che per le emissioni in atmosfera che, alla lunga, possono mutare l’energia dell’ambiente vitale e il clima del nostro pianeta.

Dopo le considerazioni fin qui esposte – comprese quelle del post precedente – veniamo ora al significato della apertura Ue alla “tassonomia verde di metano e nucleare” contro cui si stanno sollevando avversioni e forti critiche non solo dal mondo ambientalista. Per quanto riguarda il metano verde (?!) si danno spesso solo dati vaghi: a parità di flusso termico, esso produce una quantità di anidride carbonica pari al 48% del carbone: ma, come avverte l’ultimo rapporto dell’Ipcc, la maggior preoccupazione viene dalle perdite dirette di CH4 nelle fasi di estrazione, lungo i gasdotti e nelle centrali, con effetti di 80 volte superiori a quello della CO2 nei primi vent’anni dopo le fughe in atmosfera. Si tratta di un dato sconcertante, che non era stato in precedenza preso abbastanza in considerazione e che ora allarma le stesse agenzie energetiche internazionali, che hanno fatto pressioni sulle banche per scoraggiare nuovi interventi sull’intera filiera del gas naturale.

Ma, se la Terra piange, le borse e i governi interessati se la ridono e, dopo una forte resistenza sull’applicazione del carbon pricing e una continua polemica sui sussidi alle rinnovabili, è scattata una resa dei conti internazionale per salvare l’economia del gas naturale. La Russia si sta attrezzando per mandare più gas alla Cina limitando le quote per fornire a sufficienza l’Europa e facendo lievitare i prezzi. In compenso, data la competizione in corso per il mercato Ue, gli americani stanno cercando di contrastare i produttori russi e di inviare navi metaniere dall’Atlantico. Ma, poiché il gas dagli Usa costa molto più caro per via del trasporto via mare, bisognerebbe convincere gli Europei a investire in una massiccia infrastruttura di impianti di rigassificazione ai porti e ad accettare di consumare shale gas, meno caro ma con disastrosi impatti ambientali.

Le pressioni, cui si sommano anche quelle da Egitto e Turchia, spingono i governi europei ad aprirsi a un’operazione di sostegno con danari pubblici alla struttura metaniera: un’operazione scandalosa sotto il profilo ambientale, occupazionale, geopolitico e finanziario, che allontanerebbe la soluzione delle rinnovabili a portata di mano. Lo stesso movimento operaio continentale deve prendere una posizione chiara e scartare soluzioni settoriali di ispirazione corporativa, come avvenuto nel caso dei sindacati elettrici nazionali.

Per la prospettiva di un ritorno al nucleare, le motivazioni contrarie non sono solo dovute al vincolo insormontabile di ben due referendum, ma al contrasto invalicabile di tutte le argomentazioni esposte sul rapporto vita-energia. Già in premessa il documento Ue di “apertura” all’atomo nega la sua praticabilità: “Ogni progetto deve prevedere un piano per stoccare in sicurezza i rifiuti radioattivi, piano che deve comprendere il sito di stoccaggio e i fondi necessari”. Un autentico ossimoro ormai convalidato in tutto il mondo. Lo stesso ministro Cingolani, che ha più volte espresso una sua condiscendenza per il ritorno all’atomo, in audizione alle Commissioni riunite afferma che “non si può fare, non ci sono né i reattori modulari né quelli a fusione e io non mi rifarei a una prima e seconda generazione”.

Esaminiamo allora i fatti: per i reattori oggi in funzione (anche l’ultimissimo arrivato in Finlandia, di cosiddetta “terza generazione”) è nota la presenza di isotopi radioattivi nelle scorie nucleari, derivate dalla fissione dell’uranio nel reattore, che emettono calore e possono restare pericolosi per migliaia di anni. Meno noto è che nel caso di fusione del reattore, le stesse reazioni possono continuare nonostante la distruzione dell’impianto, come è avvenuto e sta avvenendo ancor oggi a Chernobyl, nonostante “il sarcofago” di tonnellate di cemento sabbia e boro nel tentativo di neutralizzare la miscela di uranio, acciaio, cemento e grafite, fusa dal calore e infiltratasi nel terreno sottostante.

Per Fukushima, le cose non stanno meglio. La catastrofe è nota: i tre noccioli del reattore si fusero, liberando gas di idrogeno e rilasciando nell’ambiente grandi quantità di materiale radioattivo. I valori di radioattività ancor oggi rilevati sarebbero così alti che se un lavoratore lavorasse lì per otto ore al giorno durante un intero anno, potrebbe ricevere una dose equivalente a più di cento radiografie del torace. Ci sarebbero enormi accumuli di materiale radioattivo, in particolare il cesio, intrappolati nelle sabbie e nelle acque sotterranee fino a 96 chilometri circa di distanza dalle coste giapponesi.

Si dice però che si potrebbe puntare alla fusione nucleare, che richiederebbe una temperatura dell’ordine di un miliardo di gradi dopo una compressione del plasma di idrogeno da parte di un sistema di Laser di potenza. L’edificio di contenimento non sarebbe inferiore a 8 mila metri cubi e i tempi di realizzazione imprevedibili. D’altronde c’è chi sogna piccoli reattori modulari a fissione dell’ordine di 300-400 MW, ma l’implementazione di nuovi progetti è troppo lontana per avere un impatto climatico tempestivo o benefico. Il problema delle scorie, infine, sarebbe ancora più preoccupante, vista la notevole disseminazione di impianti sull’intero territorio.

Dopo 60 anni, l’industria dell’energia nucleare rimane fortemente dipendente dai sussidi, affronta sfide costose e irrisolte di smaltimento dei rifiuti e lascia una lunga scia di responsabilità ambientali in corso. Nel frattempo, le alternative come l’energia eolica e solare, i guadagni di efficienza e lo stoccaggio delle batterie sono ora più economiche della generazione nucleare. Ma, soprattutto, più vicine a un’idea di sostenibilità che la pandemia e la crisi climatica ci suggeriscono di affrontare da specie vivente, non da incessanti creatori di superflui manufatti.

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Nucleare, l’informazione mainstream sembra preparare il terreno. E tanti saluti a Greta

di Michele Sanfilippo

Ma davvero si sta nuovamente tornando alla carica con la fissione nucleare? Dopo Chernobyl e Fukushima? Dopo ben due referendum? Vorrei davvero poter essere smentito, ma ho la netta convinzione che ci stiano provando. L’informazione mainstream sta compattamente preparando il terreno. Alcuni esempi:

1) il mitico Roberto Cingolani, lo strepitoso ministro della Transizione ecologica (i miei più vivi complimenti a Beppe Grillo che non ne indovina più una da anni), che dichiara che il nucleare è un’opzione percorribile (parlasse almeno di fusione potrei capirlo);

2) non c’è giorno che non si parli degli aumenti per le bollette sull’energia e gas, stimati nell’ordine del 40%, “nonostante l’intervento straordinario” del governo;

3) servizi sui Tg Regionali (vedi quello del Piemonte del 3/1) che dichiarano che molte Piccole e Medie Imprese (Pmi) preferiscono chiudere e licenziare piuttosto che produrre a costi che le metterebbero fuori mercato;

4) lo sbandierato accordo commerciale tra Mario Draghi e Macron (la Francia deve rientrare delle spese per gli investimenti del nucleare di quarta generazione che, per adesso, non è stato adottato quasi da nessuno);

5) la commissione Ue che dichiara che il nucleare resta un’opzione (in linea con Cingolani e, quindi, Draghi).

Pochissimo risalto viene dato alla notizia che la Germania, da sempre molto più attenta di noi all’ambiente, con una clamorosa emergenza scorie nucleari in casa e con i verdi al governo, chiuderà subito tre centrali nucleari e si accinge a rinunciarvi del tutto. Se volete chiarirvi le idee su come si smaltiscono le scorie nucleari in Italia vi rimando a uno strepitoso Data Room su La 7 di Milena Gabanelli. Da far accapponare la pelle.

Sembrerebbe che si siano già dimenticate le belle dichiarazioni d’intenti fatte allo scoppio dell’epidemia dovuta al Covid-19 che lasciavano intravedere la possibilità di praticare una nuova economia, più rispettosa dell’ambiente e del futuro delle nuove generazioni. La legge del Pil trona a dominare incontrastata, con tanti saluti a Greta.

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Cingolani ministro durerà qualche tempo, ma il nucleare è per sempre

Roberto Cingolani ministro durerà magari solo giorni: più sfortunatamente per noi anche per mesi, ma il nucleare, purtroppo, è per sempre.

Come a me, anche a lui avranno insegnato, dai licei alla laurea in Fisica, quanto un determinismo presuntuoso possa illuderci di governare potenza ed energia sul pianeta senza darci pena di come esse possano essere dissipate in atmosfera o negli oceani o degradate senza procurare guasti ai cicli naturali. Lo studio delle scienze in Occidente – ora forse ad una inversione decisiva – è stato per secoli orientato entro un quadro di espansione a dismisura del mondo artificiale: un cumulo di protesi, di manufatti e di scarti in continua crescita, che ostacolava la cura del vivente e della natura, mentre il mercato non perdeva occasione per assegnare a quest’ultimi un valore di scambio.

Questo, tranne rare occasioni, era il percorso in cui si assimilava l’educazione e lo studio delle materie scientifiche e l’orizzonte a cui erano – ed ancor oggi spesso sono – indirizzati tecnologi e scienziati, prima che le nuove scienze, dal secolo scorso in poi, provocassero una svolta che ancora stenta ad affermarsi.

Io ho avuto in sorte di intuire – dalle contraddizioni dell’esperienza sindacale, dall’incontro con i protagonisti della primavera ecologica degli anni ‘70 e dalla pacata e straziante determinazione degli allarmi della Laudato Si’ e dell’Ipcc – quanto l’illusione di un’espansione illimitata della “potenza” umana sia incompatibile con la continuità della sua stessa storia sulla Terra. Forse il ministro Cingolani non è passato attraverso sufficienti esperienze partecipative o di crisi del modo di produzione per valorizzare momenti di dialettica e confronto e, quindi, si permette di esibire una cultura manageriale che risulta sviante di fronte ad emergenze epocali che la popolazione tocca con mano, senza che le sia data voce.

Mentre Germania e Spagna su Next Generation procedono con linearità, il nostro Paese manifesta ritardi sui tempi, confusione sulle tecnologie energetiche da abbandonare, carenza di politiche industriali da avviare subito, anche solo per non dover usare le risorse eccezionali del Pnrr per importare impianti solari eolici o di stoccaggio o componenti elettrici prodotti all’estero.

Nell’approccio di questo governo manca totalmente una visione di come il cambiamento possa essere tanto radicale quanto vantaggioso e possibile. Provo a fare qui alcune considerazioni.

1. Il lavoro umano sul Pianeta ha raggiunto una capacità trasformativa delle risorse naturali rigenerabili assolutamente insostenibile nel giro di un massimo di decine di anni, con orari individuali assurdi, precarietà illimitata e salario differito e welfare praticamente inconsistenti per più della metà degli occupati. L’impronta ecologica degli abitanti dei paesi industrializzati non travalica la metà di un anno solare.

L’orario di lavoro e lo spostamento dell’attività umana verso la cura e l’istruzione permanente è quindi indifferibile: un marchio da cambio di civiltà. Eppure, non esiste una organizzazione mondiale, europea, nazionale sindacale che abbia al centro questa straordinaria rivendicazione.

2. Le politiche energetiche continuano a fissare le loro aspettative sui fossili che vanno lasciati sottoterra e la cui reiterazione è solo remunerata dalla speculazione finanziaria e dall’attività militare cui prestano un sostegno indispensabile in tempi di guerra. I bilanci territoriali di emissioni e scarti delle attività di produzione e consumo sono largamente debordanti e antieconomici, se non fossero sostenuti da sussidi impropri e dalla non applicazione delle tasse sulle emissioni di climalteranti.

3. La riconversione ecologica integrale richiede il ridisegno e la riprogettazione radicale di tutti i componenti oggi impiegati in funzione di protesi umane di amplificazione di potenza, velocità e approvvigionamento alimentare sicuramente da contenere. Da dove cominciare, se non dai territori e da forme di educazione permanente che attraversino la scuola e la diffusione di corsi di formazione popolare?

Ma c’è qualcosa ancora più a monte che riguarda – con l’approssimazione dovuta ai limiti dei nostri sensi e della mente – quel che nella normalità rappresentiamo come genere umano, biodiversità, cicli naturali, elementi che ci circondano; una realtà che non è quel che ci appare.

Che ogni particella di materia ed energia, in qualunque forma si presenti o si componga, venga indistinguibilmente da un unico “atto” – il Big Bang – in cui si è formato tempo e spazio più di tredici miliardi di anni addietro e che tutto quanto – energia e materia – sia interconnesso, trovi forme di aggregazione, ripulsa, auto-organizzazione, attraverso continue cosmogenesi in tempi e spazi da allora in espansione, non l’abbiamo ancora metabolizzato.

Che la dinamica dell’Universo non riguardi solo la nostra storia non l’abbiamo per niente introiettato. Soprattutto, non siamo in grado di apprezzare a fondo la comparsa del vivente, solo pochi miliardi di anni fa, con la sua originalità e fragilità. Così, non siamo avvezzi a considerare meccanismi che ci obbligano a considerarci da unici individui intelligenti a genere non dominante sul pianeta, e, perciò, a specie sociale in contatto vitale con una natura dinamica, che ha una propria autonomia e proprie leggi cha vanno “dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande”, l’uno e l’altro sottratti per ora ai nostri sensi e alla normale percezione mentale.

La cultura che interpreta la realtà e le stesse aspettative in cui viviamo e creiamo relazioni va completamente rivista alla luce dell’interrelazione che percorre l’intero universo “dal più piccolo all’infinitamente grande”. Ce lo fanno capire quotidianamente la sindemia e il brusco cambiamento climatico in corso.

Tutta l’interpretazione determinista che ha invaso anche le scienze economiche ed umane andrebbe riconsiderata, ma non è qui il caso di trattarne. Dato che siamo partiti dal ministro per la Transizione energetica, lo inviterei a pensare che nelle esternazioni cui è così sollecito tenga conto che la storia dell’Universo e le particolarità delle particelle elementari ci trasportano immediatamente in un confronto impressionante sulla articolazione estrema della densità energetica della materia che si vorrebbe impiegare per risolvere senza danno la crisi energetica attuale e che è spiegabile con i tempi assai remoti in cui quella particolare densità si è costituita.

Ebbene: con buona approssimazione si può ritenere che, per ottenere pari energia, a fronte di un grammo di fusione tra isotopi di idrogeno occorrerebbe trattare la fissione di 8-10 grammi di uranio, ovvero portare a combustione 5000 tonnellate di carbone o bruciare in centrale 6300 metri cubi di gas, o, ancora far cadere da 1000 metri un terzo di tutta l’acqua del lago d’Iseo. Diverse fonti di energia risalenti nella loro formazione ad ere anche relativamente ben distanti nel tempo.

Si tratta solo di un puro esercizio che ricorre ad eccessive semplificazioni e modelli mentali assai grezzi, ma può subito dare un’idea di come l’energia nucleare e fossile possano avere ordini di grandezza più o meno devastanti sui tempi e l’integrità dell’ambiente e della persona umana. Ho inteso questa nota come una premessa per analizzare in un prossimo post, con un dettaglio meno “immaginoso” e più aderente alle singole tecnologie impiegate, la crisi del nucleare di qualunque “generazione” e in qualunque configurazione.

Continua

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Il 2021 è stato un altro anno buio per l’ambiente

Sappiamo che chi ama l’ambiente gode della nomea di menagramo, di rompiballe (“quelli del no”), addirittura di “radical chic” (Cingolani). Ma domandiamoci: c’è forse di che stare allegri, o almeno ottimisti? Vediamo un po’ cosa è successo in questo ultimo anno in Italia.

Probabilmente basterebbe prendere atto che si ha un Presidente del Consiglio estremamente gradito a Confindustria (“ovazione per Draghi”), per chiudere qui ogni discorso. Liberismo e tutela dell’ambiente ovviamente confliggono: solo un demente può pensare che il mercato si autoregoli in modo da salvaguardare la natura che ci circonda. Adam Smith nacque circa tre secoli fa… Ma siamo buoni, andiamo oltre e guardiamo a fatti e dichiarazioni.

L’uomo vive di acqua, aria, suolo. Su questo penso che siamo tutti d’accordo, ambientalisti o liberisti.

Acqua. Nel 2011 gli italiani si espressero chiaramente contro la privatizzazione della risorsa. Bene, non solo la volontà popolare è stata disattesa in questo decennio in cui si sono alternati governi di varie tendenze, ma si va sempre più in senso contrario. Un recente emendamento notturno dell’attuale compagine apre la porta a S.p.a. ad azionariato anche privato nella gestione dell’acqua dei piccoli comuni.

Del resto, da buon alfiere del capitalismo, Draghi è coerente con se stesso, visto che dieci anni addietro firmò con Jean-Claude Trichet, come Bce, una lettera inviata all’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi invitandolo alla “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”. E quando l’acqua sarà tutta in mano privata, il passo perché sia quotata in borsa e divenga oggetto di speculazioni è purtroppo breve.

Sempre l’acqua. “Sono seriamente preoccupato dall’entità dell’inquinamento da Pfas in alcune aree della Regione Veneto. Più di 300mila persone sono state colpite dalla contaminazione dell’acqua, compresa l’acqua potabile. I residenti hanno sofferto gravi problemi di salute, come infertilità, aborti e diverse forme di tumori”. A parlare non è un ambientalista, bensì Marcos A. Orellana, dell’Onu, incaricato di riferire sui diritti umani. Lo stesso che afferma di essere preoccupato per la prescrizione dei reati contro l’ambiente che la riforma Cartabia porta con sé.

Aria. Si continua giustamente ad essere preoccupati per il Covid (anche se non ci si preoccupa di capire perché è insorto: è forse scomodo?). Ma si continua a tacere dei morti per inquinamento in Pianura Padana, molti dei quali periscono con il Covid e non già a causa del Covid. Quasi che i morti per inquinamento fossero solo effetti collaterali, sgradevoli finché si vuole, dello sviluppo.

Suolo. L’Ispra ha accertato che nel 2020 il consumo di suolo si è attestato sui due metri quadrati al secondo. Nulla lascia presagire che sia diminuito nel 2021. E comunque, grazie anche solo ai cantieri delle grandi opere e alla green economy dei pannelli solari a terra, è lecito pensare che ci sarà un sensibile balzo in avanti. Fra le grandi opere in bella evidenza le nuove tratte di AV, che, come ricorda Marco Ponti, sono utili solo ai costruttori e ai più ricchi.

Altre notizie in breve. Cingolani si è dichiarato favorevole al nucleare, dimostrando quanto sia opportuno che gli sia stato assegnato il ministero della transizione ecologica (!). Lo stesso Cingolani, a riprova di quanto ami la natura, si è espresso a favore del possibile abbattimento di lupi. E, a proposito di grandi mammiferi, il Trentino deporta in un lager ungherese l’Orso M57, in barba alla sentenza del Consiglio di Stato che lo voleva in libertà. Detto delle notizie negative riguardo all’ambiente, passiamo alle positive.

E il nuovo anno? Già sappiamo che ci porterà spese militari per oltre 25 miliardi. Ma non è neanche giusto prendersela con chi governa se le cose vanno male, posto che i peggiori sono addirittura i più amati. Leggasi ad esempio Zaia in Veneto con il suo consumo di suolo e il suo inquinamento di aria ed acqua, e Sala a Milano, che consente di abbattere lo stadio di San Siro solo per favorire gli interessi privatissimi di Milan e Inter. In fondo è così, alla gente questi personaggi stanno bene, li rappresentano appieno.

Dimenticavo: il 2021 ci ha regalato anche le autobiografie di due rappresentanti del partito che sta scomparendo dalla scena: Luigi Di Maio e Danilo Toninelli. I titoli: “Un amore chiamato politica” e “Non mollare mai. La storia del ministro più attaccato di sempre”. È anche giusto staccare un po’ ogni tanto dalla triste realtà che ci circonda e lasciare spazio al buonumore.

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La deputata Muroni: “Che fine hanno fatto il ministero della Transizione ecologica e Cingolani? La sua politica è quella dell’Eni”

“Con questa legge finanziaria noi deputati di FacciamoEco abbiamo due enormi problemi: uno di metodo e l’altro di merito. Siamo in mezzo a una pandemia, ci è stata chiesta responsabilità dal Capo dello Stato e, nonostante il percorso politico di molti di noi e l’interesse personale ed elettorale, abbiamo votato la fiducia al governo Draghi. Ma ora si è passato il segno: non solo siamo al monocameralismo di fatto, questa finanziaria è esclusivamente dell’esecutivo e ha marginalizzato il Parlamento. La democrazia va difesa sempre. Noi di FacciamoEco non intendiamo smettere di compiere il nostro compito con disciplina e onore, come vuole la Costituzione, quindi non votiamo questa finanziaria ma usciamo dall’Aula“. Così la deputata Rossella Muroni, intervenendo in Aula alla Camera in dichiarazione di voto sulla manovra, annunciando anche una mozione di sfiducia nei confronti del ministro Roberto Cingolani. “Al ministro Cingolani dico che dovrebbe lasciare il Mite non perché ha finito il suo compito, ma perché ha dimostrato che non sa farlo”, aggiunge.

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L’intervista a Bonelli: “Cingolani? Nucleare, guerra all’elettrificazione e rinnovabili al palo. Sono d’accordo con lui, si deve dimettere”
“Il ministro Roberto Cingolani vuole andarsene dal ministero della Transizione ecologica? Per una volta siamo d’accordo con lui. Perché dalla guerra all’elettrificazione del Paese e all’auto elettrica, al nucleare sdoganato, fino alle rinnovabili al palo, il suo bilancio è stato disastroso. Quindi mantenga la promessa: il suo lavoro è esaurito, si dimetta“. Ad attaccare è il co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli, dopo le dichiarazioni rilasciate dal titolare del dicastero della Transizione Ecologica, non smentite seppur in parte ridimensionate, nelle quali considerava il suo lavoro terminato e ‘gli obiettivi raggiunti’.
Per il leader di Europa Verde, invece, la realtà è ben differente: “Cingolani ha dichiarato la guerra al mondo ambientalista e ai giovani dei Fridays for Future, ha irresponsabilmente aperto il dibattito sul nucleare nel nostro Paese, un vero e proprio favore all’industria nuclearista francese, fortemente indebitata, che ci ha portato lontano dalle posizioni di Germania, Spagna, Austria e molti altri Stati europei, che hanno deciso per l’uscita dal nucleare“. Proprio il caso tedesco è simbolico: nella notte di Capodanno verranno scollegate dalla rete elettrica tre delle sei centrali del Paese, quelle più obsolete. Al contrario, l’Ue va verso l’inclusione dell’energia dell’atomo e del gas nella tassonomia verde, come aveva anticipato alcune settimane fa il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis, con la soddisfazione dello stesso Cingolani, secondo cui “mai dire no a priori, bisogna studiare”. “Una restaurazione contro l’ambiente che mai si era vista negli anni scorsi”, ha attaccato Bonelli.
Ma non solo. Perché, accusano i Verdi italiani, c’è anche la gestione del ministero, con tanto di nomine contestate, oltre a un Pnrr disegnato a misura di grandi imprese: “Non rispetta gli obiettivi sul clima, non affronta il grande tema dell’inquinamento atmosferico, gli investimenti sul trasporto pubblico sono irrisori. Di fatto, ha sabotato la Transizione ecologica, per questo deve lasciare”, ha concluso Bonelli.

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“Nucleare di quarta generazione? Non esiste. Includerlo nel piano Green della Ue è un suicidio”. Il prof Tartaglia smonta le teorie pro-atomo: “Non è né sicuro né pulito”

“Includere il nucleare nella Tassonomia verde dell’Ue è un suicidio“. La decisione ufficiale della Commissione Ue è attesa entro la metà di gennaio, anche se è stato già anticipato che si includerà l’energia atomica. Per Angelo Tartaglia, ingegnere nucleare e professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino, quella dell’atomo non è energia “pulita e sicura”, come dicono i sostenitori della ‘quarta generazione’. E neppure è “inesauribile”. Intervistato da ilfattoquotidiano.it spiega: “Al momento non c’è soluzione al problema delle scorie, i costi sono altissimi, la sicurezza è un’illusione”. E i minireattori di cui parla il ministro della Transizione energetica? “Non si capisce se Roberto Cingolani fa lo scienziato o il paladino di un modello di economia. Questi nuovi minireattori sarebbero da fare, non ci sono. La quarta generazione di nucleare non c’è. Abbiamo un’emergenza climatica che ci chiede di dimezzare le emissioni di Co2 entro dieci anni. Non so come il nucleare possa rappresentare uno strumento utile, se richiede decenni per sviluppare le nuove tipologie”.

Rispetto ai primi prototipi costruiti tra gli anni ’40 e ’50, a quelli di seconda (fino agli anni ’80) e terza generazione, però, ci dicono che da quelli di quarta generazione potremmo ricavare energia ‘pulita e sicura’.
“L’energia nucleare non emette Co2, ma non si può definire ‘pulita’, perché ha impatti negativi sull’ambiente circostante. Le centrali oggi in funzione sfruttano solo energia liberata nelle reazioni di fissione. Nonostante ci siano diversi esperimenti in corso, infatti, non esistono ancora reattori a fusione che riescano a liberare più energia di quanta non ne assorbano. Ma i reattori a fissione, di qualunque generazione e dimensione, si basano su una reazione che produce dei frammenti di fissione, isotopi di elementi chimici più leggeri dell’uranio da cui si era partiti e che sono instabili, radioattivi. Immaginiamo il nucleo di un atomo di un elemento pesante (uranio, torio, plutonio) come un petardo carico al quale basta un colpetto perché scoppi. Il colpetto lo dà un neutrone. Scoppiando, si producono delle schegge che interagiscono con quello che c’è intorno e la loro energia si trasforma in calore utilizzato, come in una centrale termica, per produrre vapore ed energia elettrica”.

E cosa bisogna fare con le scorie radioattive?
“Possiamo solo metterle da qualche parte, ma il problema è capire dove e per quanto tempo visto che sono nocive alla biosfera e, in particolare, agli esseri umani. Trovato un sito, non si può avere la certezza che, nelle prossime centinaia o migliaia di anni, non arrivi l’acqua che scioglie le cose e le porta in giro o che nessuno vada a metterci il naso. Soluzioni definitive non sono mai state trovate: la maggior parte delle scorie prodotte finora nel mondo si trova in depositi temporanei. Anche se i reattori funzionassero alla perfezione, avremmo un vantaggio per qualche decennio, lasciando un’eredità per secoli o millenni alle future generazioni. È demenziale, significa ammazzare il futuro con il presente”.

Dopo l’incidente di Three Mile Island, in Pennsylvania, del ’79 e il disastro di Chernobyl, puntano a una maggiore sicurezza i reattori di terza generazione e, con il nuovo millennio, di terza generazione plus, che prevedono un sistema di spegnimento passivo in caso di emergenza.
“Non esistono macchine sicure o che non si guastano mai. A Chernobyl non è che il reattore non ha funzionato bene, ma hanno condotto un esperimento non previsto, pensando di controllare a mano quello che succedeva. Chi è in grado di progettare un reattore a prova di imbecille? Nessuno. Chi può progettare una macchina che non si guasta mai? Nessuno. Sento parlare di una probabilità di incidente su centomila. Non è corretto, come dimostrano anche Chernobyl, Fukushima, Three Mile Island e Windscale, in Inghilterra e la scala del danno, in caso di incidente, è molto al di sopra delle dimensioni del reattore. Sono considerati ‘sicuri’ quelli che tendono a spegnersi da sé e contengono il danno al loro interno, ma non si risolve il problema del reattore che resta lì, come monumento alla stupidità umana. A Three Mile Island il reattore è stato smantellato, ci sono voluti oltre vent’anni per decidere cosa fare e i residui sono in uno dei depositi provvisori utilizzati per le scorie. Per i posteri. La distinzione per generazione è più una narrazione. I reattori si differenziano a seconda del materiale fissile che viene posto nel nocciolo (il combustibile, ndr), del moderatore (acqua, acqua pesante e grafite) che rallenta la velocità dei neutroni, aumentando le probabilità di produrre una reazione a catena o del refrigerante che raccoglie il calore prodotto. A gas, ad acqua leggera, pesante, in ebollizione, in pressione, a metalli liquidi (sodio o piombo) o a sali fusi.

Non chiamiamoli, allora, di terza generazione plus, ma a che punto sono i cantieri dei nuovi reattori in costruzione in Europa?
“Faccio due esempi di reattori nucleari ad acqua pressurizzata. Quello francese di Flamanville doveva essere pronto da 6 anni e ora si dice che entrerà in funzione nel 2022. Doveva costare 4 miliardi, lievitati fino a 19. In Finlandia, a Olkiluoto, un altro reattore doveva entrare in funzione nel 2009 e ora si parla del 2022. Durate di costruzione indefinite e costi lievitati sono caratteristiche anche delle ultime generazioni”.

I sostenitori del nucleare, però, ricordano tutti gli altri reattori costruiti operativi in giro per il mondo.
“Sono 440 i reattori nucleari nel mondo (in una trentina di Paesi, circa 100 negli Usa, 56 in Francia e un’altra cinquantina in Giappone, ndr) e c’è di tutto. Tuttora sono operativi diversi reattori definiti di seconda generazione, perché la dismissione è un problema serio, logistico ed economico. Si cerca di farli durare più a lungo, anche perché l’evoluzione della tecnologia consente di utilizzarli, sfruttando meglio il combustibile (prima la quota utilizzata variava da un 3 a un 5%, il resto erano scorie, mentre per il futuro si parla di un ribaltamento delle percentuali, ndr) e rendendo l’involucro più resistente a temperature, pressioni e flussi di radiazioni che provengono dal nocciolo. La maggior parte dei reattori, però, è stata costruita tra gli anni ’80 e ’90 ed è ad acqua in pressione (secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica sono quasi 300 i reattori di tipo Pwr, ndr). Questi reattori hanno bisogno di uranio arricchito. Quelli che si vogliono costruire in Francia e Finlandia sono di questo tipo, ma si vorrebbe migliorarne efficienza, sicurezza, durata utile e gestione delle scorie. Dunque sì, ci sono molti reattori che funzionano, bisogna capire a che prezzo”.

La quarta generazione non sarà pronta prima di dieci anni: l’acqua viene sostituita come refrigerante da fluidi che consentono di lavorare a temperature più alte e pressioni più basse. Si studiano reattori refrigerati a elio, a sali fusi, a metalli liquidi (sodio e piombo) che puntano a riciclare le scorie per produrre combustibile. E c’è molto interesse per i reattori a neutroni ‘veloci’ che dovrebbero bruciare le scorie.
“La principale caratteristica dei reattori di quarta generazione è quella di non esistere. Si tratta di progetti, di varie tipologie, in cui si penserebbe di mettere in atto determinati accorgimenti per renderli più sicuri. Ma sempre di fissione si parla, nessuno dei problemi di cui abbiamo parlato scompare, oltre al fatto che i reattori veloci hanno più problemi di controllo e sicurezza”.

Cingolani ha spesso citato gli Small Modular Reactors sotto i 300 megawatt (contro i 1600 di una centrale) già utilizzati nei sommergibili. Alcuni sono operativi e ci sono i nuovi progetti un po’ ovunque. Più compatti, potrebbero essere fabbricati in serie, abbattendo i costi e utilizzando combustibili che durano di più e riducono le scorie. I modelli del futuro sarebbero reattori veloci, raffreddati a elio o a sali fusi.
“Immaginiamo una rete di piccoli reattori che serve a coprire i fabbisogni di energia dell’Italia. Servono un centro di produzione del combustibile e impianti per arricchire l’uranio, per i reattori oggi economicamente più facili da realizzare. Se si utilizzasse l’uranio naturale, invece, occorrerebbero più acqua pesante e impianti per ricavarla dal mare, mentre l’uranio (che non è una risorsa illimitata) va tirato fuori dalle miniere. E bisognerebbe conoscere le condizioni di lavoro nei luoghi dove si estrae questo materiale debolmente radioattivo, magari anche sfruttando i bambini. Un’alternativa è il torio, altro isotopo radioattivo naturale, ma che richiede reattori veloci più difficili da controllare. E poi c’è il plutonio che, però, serve a fare le bombe. Andrebbe poi attivata una rete di trasporti di sostanze radioattive per portare le barre di combustibile al reattore e quello esaurito nei centri dove possa essere riprocessato (a meno che non resti in tanti piccoli depositi, vicino a tante piccole centrali) per poi riportarlo indietro. Solo che anche le reti di trasporto si guastano e sono a rischio di incidenti. Immaginiamo un incidente durante il trasporto di scorie nucleari. Follia”.

L’altra ‘speranza’ è nella fusione. Ci sono diversi progetti portati avanti nel mondo. Il più grande si chiama Iter. La costruzione del reattore è in corso a Cadarache, in Francia, ma partecipano Ue, Usa, Russia, Cina, Giappone, India e Corea del Sud.
“Al contrario della fissione, la fusione avviene tra gli elementi più leggeri e compatti della tavola periodica. Due isotopi dell’idrogeno, deuterio e trizio, si possono avvicinare tra loro, ma i nuclei degli atomi carichi elettricamente non ne vogliono sapere di accostarsi. Con ‘la forza’ posso far scattare un meccanismo fisico: gli isotopi perdono gli elettroni e si fondono nel plasma, che va portato a temperature di decine di milioni di gradi contenendolo in campi magnetici. Alla fine, come dicevamo, l’energia liberata è minore di quella assorbita. Sono favorevole alla ricerca per capire come controllare il plasma, ma non a sottrarre fondi ad ambiti più utili, né a vendere la fusione come soluzione operativa al problema, alimentando l’illusione di una sorgente di energia infinita e pulita. Anche se si trovasse il modo di produrre più energia rispetto a quella assorbita, la reazione è basata su deuterio (in natura c’è all’incirca un atomo di deuterio ogni 6400 di idrogeno, ndr) e trizio, che in natura non c’è anche se lo si trova in tracce, è instabile e decade in pochi anni. Per far funzionare una machina a fusione, servirebbe una filiera di produzione. Un modo per ottenerlo è quello di spezzare il nucleo di un isotopo di un elemento un po’ più pesante, il litio, che si scinde in un nucleo di elio e in uno di trizio”.

Una fissione per ottenere trizio, che poi servirebbe (insieme al deuterio) nella fusione.
“È patologico. Il litio è molto meno abbondante del deuterio e viene utilizzato per diversi scopi (dalle batterie delle auto elettriche a quelle degli smartphone, ndr). E le condizioni delle miniere di litio, non sono molto diverse da quelle di uranio. Una volta avvenuta la fusione, poi, si emettono anche i neutroni, assorbiti da quello che c’è nella macchina. Anche per questi materiali radioattivi si creerebbe il problema dello smantellamento e del deposito, da lasciare a chi verrà dopo di noi. Basta non mettere in discussione i meccanismi alla base dell’economia, che spingono i governi a trattare l’energia come una merce che si compra e si vende. E siccome ce n’è una gran fame, conviene produrla comunque. Ma l’energia è una risorsa vitale e va utilizzata a partire da fonti di lunga durata, sole, maree, eolico, geotermia. Bisogna puntare su stabilizzazione dei volumi di energia e riduzione dei consumi, perché qualunque altra mitica soluzione porta a esaurire il serbatoio del pianeta con impatti sulle condizioni di vita dell’intera umanità e delle generazioni future”.

L'articolo “Nucleare di quarta generazione? Non esiste. Includerlo nel piano Green della Ue è un suicidio”. Il prof Tartaglia smonta le teorie pro-atomo: “Non è né sicuro né pulito” proviene da Il Fatto Quotidiano.