Quirinale, il fuorionda imbarazzante di Rampelli durante la votazione: “Spegni il microfono” – Video

La chiama dei senatori per la sesta votazione per eleggere il presidente della Repubblica è terminata. A Montecitorio è prevista una breve sospensione. Ma dopo l’annuncio fatto da Fabio Rampelli che ha aperto la sesta votazione al posto dei presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, i microfoni restano aperti. “Vado a fare la pipì”, si sente dire fuorionda da Rampelli che subito riprende il collega vicino a lui. “Spegni il microfono”, intima. Poi l’audio si interrompe, così come il segnale video.

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Quirinale 2022, Casellati non ce la fa: non è una questione di genere ma di merito

No, la Papessa no! Maria Elisabetta Elena Casellati, improvvidamente esposta o auto esposta (come sottolineano i suoi fidi compagni di avventura), non salirà al Colle. A parte il problema legato al valletto porta Kelly e all’ingombro degli 800 cadaveri di visoni che porta sulle spalle, risultava davvero faticoso compiere l’impresa dell’ascesa per l’assoluta mancanza di statement della seconda carica dello Stato, la stessa che accreditò Ruby come nipote di Mubarak marciando fiera davanti al tribunale di Milano per esprimere il suo dissenso nei confronti dei magistrati. Sarebbe stato davvero improprio vederla presiedere il Consiglio superiore della Magistratura. A questo punto andava bene anche Silvio Berlusconi, almeno ci assicurava sette anni di disastro, ma anche di puro divertimento!

Per chi, come me, si è esposta a sostegno di una candidatura femminile, la partita è complicata, soprattutto tra le file rosa della politica e del giornalismo. Faccio mie le parole di Dacia Maraini espresse sul Corriere della Sera, che sul tema si è ampiamente spesa anche a nome del collettivo Controparola di cui faccio parte. “E’ chiaro che quando parliamo di una donna al Quirinale intendiamo una persona che ci rappresenti degnamente nel mondo, con esperienza, credibilità, prestigio, abilità, competenza. Ovvero – sottolinea Maraini – a parità di valore, chiediamo che si dia spazio a un nome femminile, ma non un nome a casaccio e per puro orgoglio di genere”.

In queste poche righe c’è la risposta a quante, nel corso dell’ultimo mese di passione in attesa del nuovo Presidente della Repubblica, hanno criticato, deriso e sminuito l’idea di “una loro simile” a capo dello Stato. Un esempio su tutte: Marta Cartabia è stata impallinata dalle donne, da quelle di sinistra. A escludere del tutto l’ipotesi di una Presidente, seppur ben argomentando, è invece Natalia Aspesi, stimata femminista della prima ora che frena la battaglia chiedendo alle donne di “aspettare tempi più sereni”, lasciando sbrogliare la matassa agli uomini.

Chissà se è vero che ci sarà un tempo giusto e quali saranno le coordinate astrali che consentiranno alle tante donne di prestigio e competenza del nostro paese di occupare ruoli a oggi inediti. Chissà come ci arriveremo a questo straordinario punto di svolta se, ogni giorno, nei diversi ambiti, non ricordiamo al mondo di esserci anche noi.

Sui diritti acquisiti vivo di rendita grazie a chi, prima di me, è scesa in piazza a difenderli; e a loro, quelle che per motivi anagrafici in piazza c’erano, chiedo perché oggi dovrei rimanere seduta, zitta e buona mentre mi passano sotto al naso i nomi di Pier Ferdinando Casini (multicolor senza spessore internazionale), Sabino Cassese (stimatissimo ottuagenario), Giuliano Amato (amarcord ottuagenario), Marcello Pera o Carlo Nordio, senza urlare al mondo che Elisabetta Belloni, Cartabia o Letizia Moratti (qualcuna mi piace di più, qualcuna mi piace di meno) devono avere le stesse chances dei papabili maschietti nel momento in cui le loro competenze, la loro statura e la loro esperienza è di pari spessore a quella dei loro competitor.

Non facciamone una questione puramente di genere, ma di merito, e auguriamoci che l’eletta o l’eletto, sia davvero la miglior espressione possibile del nostro paese.

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Quirinale 2022, Bonino: “Politicamente discutibile che la seconda carica dello Stato si esponga a un flop così, messa a repentaglio”

“Trovo politicamente molto discutibile che la seconda carica dello Stato si esponga ad un flop di questo tipo”. Così Emma Bonino dopo la quinta votazione per l’elezione del presidente della Repubblica che ha avuto come esito una fumata nera con il mancato quorum per Maria Elisabetta Alberti Casellati, candidata del centrodestra. Secondo la senatrice di +Europa la scelta del centrodestra ha finito per mettere “a repentaglio la seconda carica dello stato.”

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Quirinale 2022, fumata nera per Casellati. Salvini diceva: “Voti per lei anche alla sesta? Questa è la mia idea”. Ma ora la Lega si astiene – Video
“Non è che fra le 12 e le 18 il presidente del Senato perda di autorevolezza. Se continueremo a votare Casellati anche alla sesta votazione? Questa è la mia idea”. Così diceva Matteo Salvini durante una conferenza stampa poco prima del quinto voto che ha visto l’affossamento del nome di Maria Elisabetta Alberti Casellati, “tradita” dai suoi stessi compagni del centrodestra. Ora, dopo il terremoto nella coalizione, il leader della Lega ha cambiato idea: il partito si asterrà per la sesta votazione.
“Blitz con Maria Elisabetta Casellati per tornare alle urne nel caso di elezione? Governo non c’entra, mi viene il dubbio che siano Letta e Conte a dire dei no per far saltare il governo”, aveva detto Salvini poco prima della quinta votazione, allontanando quindi l’idea che il nome di Casellati celasse in realtà l’obiettivo di tornare rapidamente al voto. Obiettivo che invece il leader del Carroccio, in conferenza stampa, ha imputato allo schieramento avversario: “Forse sono loro che vogliono far saltare il tavolo, altrimenti non si capiscono tutti questi no. Forse Pd e M5s continuano con la politica della fuga perché vogliono far saltare i nervi a Draghi e il governo, ma andare nel caos in questo momento non mi sembra la scelta più intelligente”.

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Quirinale 2022, un vecchio titolo di Cuore diceva: “Quando avete finito, fateci un fischio”

Avevo pensato di iniziare questo post con: “Sarebbe persino divertente se…”. No, mi spiace, non sarebbe per niente divertente in nessun caso vedere questa squallida pantomima di gente pagata oltre diecimila euro al mese, che si diverte a scrivere Amadeus, Zoff, Albero Angela, senza poi contare l’abiezione morale di chi ha votato per Paolo Borsellino. Davvero ci meritiamo questo? Forse no, o forse non ci interessa nemmeno più ed è anche peggio.

Quello che tante volte e con troppa bonarietà è stato chiamato “il teatrino della politica” è diventato una squallida recita di personaggi in cerca di autore, perché non sono in grado di gestire neppure le relazioni tra di loro. Un mondo a parte, che vive di bassa autoreferenzialità, di giochi di serie C, di sedicenti strateghi incapaci persino di pensare al mattino il da farsi nel pomeriggio. Tatticismi di bassa lega da entrambe le parti, camuffati da una retorica bolsa e persino male recitata. Non se ne può più di sentire parlare “del bene del Paese”, “degli interessi degli italiani”, “di figure super partes”. Aggiungiamo unicorni, ufo e tappeti volanti, così completiamo l’elenco di cose in cui nessuno crede.

Ciò che colpisce è l’assoluta e condivisa mancanza di senso di responsabilità. Non solo quando si scrivono idiozie sulla scheda, ma anche nel volere andare avanti in questo gioco. Responsabilità è un termine che fino a un paio di decenni fa aveva un peso sociale e un valore morale rilevanti, tanto più se era riferito a un personaggio di rilievo pubblico. “La responsabilità è il prezzo della grandezza”, sosteneva Winston Churchill. Dire di un individuo “è una persona responsabile”, significava riconoscergli la capacità di sapere prendere decisioni e di assumersi il peso delle loro conseguenze. Infatti, deriva dal latino respònsus, participio passato del verbo respòndere.

In un’epoca in cui si evoca sempre più spesso la “libertà”, ci si dimentica che proprio la libertà si fonda sul concetto di responsabilità e l’’etica della responsabilità, il farsi carico dei problemi è il fondamento della salvaguardia e della sopravvivenza di qualunque società umana.

Accade, invece, sempre più spesso di udire politici italiani pronunciare, nel corso di talk show o di interviste ai media, frasi del tipo: “La politica dovrebbe occuparsi dei problemi degli italiani” oppure “il Parlamento deve farsi carico di”. Espressioni che generalmente creano una sorta di spaesamento, se non di rabbia, perché la domanda che sorge spontanea è: “Chi siede in Parlamento? Chi ‘fa’ la politica? Quale è il soggetto della frase se non chi sta parlando?”. Questo espediente retorico, infatti, serve ad allontanare ogni responsabilità da chi sta parlando, a cui peraltro vengono poste domande proprio perché in qualche modo ricopre un incarico di responsabilità. Responsabilità che così facendo viene sospinta in una sorta di limbo anonimo, in cui chi deve operare è sempre qualcun altro o meglio qualcos’altro di non ben definito.

Un’altra cifra della comunicazione politica è la rarissima corrispondenza della riposta alla domanda. A un quesito piuttosto semplice e preciso del tipo: “Voterete o no tale provvedimento? – oppure – Farete un’alleanza con il tal partito?”, che richiede risposte monosillabiche, sì o no, si risponde invece con lunghi giri di parole, infarciti di condizionali, di supposizioni, di scenari epocali, che, complice anche una classe giornalistica accondiscendente, finisce per non dare risposta alcuna. Sono pochissimi coloro tra i politici, che prendono posizione in modo chiaro, quasi tutti tendono a lasciarsi una porta aperta. In molti casi l’intervistato si cela dietro ai plurali: “vedremo, valuteremo, prenderemo in considerazione”, che da un lato hanno la funzione di sminuire il ruolo di chi sta parlando, in quanto piccola particella di una complessa galassia e dall’altro spingono in un futuro di incerta datazione ogni eventuale presa di posizione.

Così si va avanti, come attori incapaci di imparare il copione, ma sempre in cerca di un regista (Monti, Napolitano bis, Mattarella, Draghi) che si assuma lui la responsabilità per tutti. Se Dante fosse vivo, darebbe molto più spazio al girone degli ignavi, lo immaginerebbe molto più affollato.

Per concludere, ritorna alla mente un vecchio titolo di Cuore, del luglio 1991, trent’anni fa: “Quando avete finito, fateci un fischio”.

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Quirinale 2022, Casellati durante lo spoglio passa al setaccio voti e schede nulle. E viene “beccata” al cellulare – Video
Affossata dai franchi tiratori, tra voti dispersi, preferenze per Silvio Berlusconi e Antonio Tajani, pure per l’ex Guardasigilli Francesco Nitto Palma. A scrutinio segreto, viene bocciata la candidatura della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, mandata a sbattere dal kingmaker e segretario leghista Matteo Salvini alla quinta votazione del Parlamento in seduta comune, come candidata del centrodestra per succedere a Sergio Mattarella come capo dello Stato.
Rispetto ai voti a disposizione dei grandi elettori di Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Udc, Cambiamo, Coraggio Italia, Noi con l’Italia e altri minori, alla seconda carica dello Stato sono mancati ben 71 voti, con il centrodestra deflagrato a scrutinio segreto, tradito dai suoi stessi parlamentari. La senatrice, visibilmente infastidita dall’esito del voto, ha seguito lo spoglio accanto al presidente della Camera Roberto Fico, nonostante le proteste arrivate dal Pd che aveva bollato come “inopportuno” che la presidente Casellati co-presiedesse lo scrutinio odierno “controllando i voti per se stessa”. E così, di fatto, la seconda carica dello Stato ha provato a fare, passando al setaccio ogni scheda considerata “nulla” dal presidente Fico. Il “controllo” delle schede, però, è servito a poco, considerati anche tutti i nomi di forzisti letti nel corso dello spoglio e l’ampia mole di franchi tiratori.
Così, tra preferenze arrivate a Berlusconi e Tajani, Casellati è sembrata quasi disinteressarsi dello spoglio, fissando lo smartphone, quasi a cercare messaggi di spiegazioni da chi le aveva garantito (i leader del centrodestra) compattezza sul suo nome.

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Elisabetta Belloni, dalla crisi degli ostaggi ai fondi alla società civile. Le ong: “Si batte sempre per il dialogo”. Cecilia Strada: “Diplomatici come lei mi fanno sentire al sicuro”

Poteva trattarsi di gestire la liberazione di ostaggi italiani, di aprire un tavolo di crisi sui dossier più caldi, soprattutto quelli mediorientali, o di schierarsi in favore di una battaglia che riteneva giusta, a volte anche andando oltre la sua posizione di funzionario dello Stato. Ma se si ascoltano i racconti dei rappresentanti della società civile, delle organizzazioni non governative, di chi si è seduto dalla parte opposta del tavolo rispetto a lei, si ottiene sempre la stessa risposta: “Elisabetta Belloni è uno dei diplomatici più attenti alle esigenze delle organizzazioni, disponibile a presenziare a una riunione anche il 15 di agosto. Anche nelle diversità di opinione, il confronto è sempre stato caratterizzato da stima reciproca e rispetto dei ruoli“.

Non lo dicono i colleghi, non lo dicono i suoi “padrini” professionali e nemmeno i politici che l’hanno voluta accanto a sé. Sono le parole di chi, spesso, con l’attuale direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, con alle spalle 35 anni di carriera diplomatica, ha dovuto contrattare, anche scontrarsi. Oggi che il suo nome è tra i papabili per raccogliere l’eredità di Sergio Mattarella al Quirinale, chi ormai la conosce da anni la descrive come un carattere forte ma dialogante, sempre pronta a intavolare discussioni e trattative, una Stachanov della diplomazia che sembra avere una missione che va oltre l’incarico che ricopre.

Nata a Roma 63 anni fa, sposata con Giorgio Giacomelli, ambasciatore di 28 anni più anziano di lei e scomparso nel 2017, Belloni ha iniziato la carriera diplomatica prestissimo, nel 1985, a soli 27 anni. Prima le esperienze a Vienna e Bratislava, poi il ritorno definitivo alla Farnesina, dove è rimasta fino a 8 mesi fa, quando Mario Draghi le ha offerto la guida dei servizi: la prima donna nella storia della Repubblica. Come prima donna è stata anche quando le è stato affidato il ruolo di segretario generale del ministero degli Esteri, l’incarico diplomatico più importante dopo quello di ministro, arrivato dopo aver guidato prima l’Unità di Crisi della Farnesina e, poi, la direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo.

Donna riservata, raccontano, come deve esserlo chi nel suo lavoro rompe dei tabù. Amante della natura, del jogging e degli animali. Tutte passioni che, però, passano in secondo piano quando la situazione richiede un suo intervento. “Ho avuto il piacere di collaborare con lei fin da quando guidava l’Unità di Crisi – racconta a Ilfattoquotidiano.it Silvia Stilli, portavoce dell’Associazione delle Organizzazioni Italiane di Cooperazione e Solidarietà Internazionale (Aoi) – e successivamente quando è stata direttrice generale per la Cooperazione allo sviluppo e anche da segretario generale della Farnesina. Qualsiasi fosse il suo ruolo, si è sempre battuta per un dialogo più strutturato tra le istituzioni, che rappresentava, e noi della società civile. Ricordo che riuniva numerosi tavoli tematici sulle principali emergenze, dalla Palestina, al Libano, fino ovviamente all’Afghanistan. Sempre coinvolgendo non solo gli attori istituzionali, ma anche noi e le realtà sindacali. Ecco, la prima cosa che mi viene in mente parlando di lei è questo interesse e predisposizione ai rapporti con la società civile”.

Un approccio che, continua Stilli, non si è annacquato anche dopo la sua nomina a segretario generale della Farnesina: “Ci ha difeso quando ci sono stati attacchi all’8×1000 per la lotta alla povertà nel mondo e si è schierata con noi sulla battaglia affinché i fondi del Decreto Missioni dovessero aiutare le iniziative della società civile nel mondo. Un approccio non solo italiano, quindi, ma internazionale. Non è una cosa scontata per un funzionario dello Stato che ha anche grandi capacità di dialogo e attenzione ai processi di pace e al protagonismo della società civile. E voglio ricordare anche un altro episodio, quello del suo discorso alla commemorazione per la morte di Paolo Dieci (ex presidente del Cisp e della rete Link2007 scomparso nel marzo del 2019, ndr). Fu un intervento molto bello, per niente di circostanza”.

C’è una ‘crisi’ in particolare che, però, ha attirato contro di lei critiche da parte proprio della società civile: quella relativa al sequestro, alle torture e all’uccisione di Giulio Regeni in Egitto. Non tanto per il suo operato, ma per le dichiarazioni fatte di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Erasmo Palazzotto. In quell’occasione, quando le venne chiesto se l’Egitto poteva essere considerato un Paese sicuro, rispose: “Dipende. Io vado in Egitto come funzionario, diverso è se si vanno a fare certe attività di ricerca ‘invasive’ rispetto a un ordinamento diverso dal nostro”. Se l’Egitto è sicuro o no dipende da “chi si reca in Egitto e che tipo di attività intende svolgere”.

Cecilia Strada, figlia del fondatore di Emergency Gino e oggi capo della comunicazione di Resq, l’ha conosciuta proprio in occasione di crisi che coinvolgevano cittadini italiani all’estero. Quando ancora non era presidente dell’organizzazione, ha vissuto il rapimento in Afghanistan del fotoreporter Gabriele Torsello, nel 2016, e del giornalista Daniele Mastrogiacomo, nel 2017. Mentre Emergency metteva a disposizione i suoi canali per stabilire contatti coi sequestratori, a gestire la situazione a capo dell’Unità di Crisi c’era proprio Belloni. “In quell’occasione ricordo la concentrazione del diplomatico che vuol riportare a casa i prigionieri – dice Strada a Ilfattoquotidiano.it -, ma che è anche attento alla salvaguardia dell’incolumità delle ong coinvolte, in quel caso Emergency“. Ma il rapporto con la ong fondata dal medico milanese non si limita alle situazioni di crisi: “Di lei ho sempre avuto l’idea che fosse una funzionaria che ascolta molto – continua Cecilia Strada – Ho sempre trovato disponibilità al dialogo, aveva quell’interesse a fare bene le cose che faceva superare ogni divergenza che potevamo avere, come è normale che sia. In molte situazioni di crisi, non era raro sentirsi abbandonati dai governi e dai suoi rappresentanti. Ecco, posso dire che con lei non è mai successo, sia durante i rapimenti che in altre situazioni di estrema difficoltà. Devo essere onesta, diplomatici come lei ed Ettore Sequi mi hanno fatta sempre sentire al sicuro”.

Twitter: @GianniRosini

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