“Estorsione da 327mila euro al club per evitare il caos nella tifoseria”: 17 capi ultrà del Genoa verso il processo per associazione a delinquere

Il “clima intimidatorio e di pressione costante”, le aggressioni e le minacce, un’estorsione continuata da centinaia di migliaia di euro: nell’avviso di conclusione indagini inviato a 17 capi ultrà del Genoa c’è l’affresco di un sistema criminale che per quasi 15 anni – sostiene la procura di Genova – ha tenuto sotto scacco l’ex patron Enrico Preziosi, ma anche i calciatori e il resto della stessa tifoseria rossoblù. L’accusa principale è di associazione per delinquere finalizzata a “commettere una serie indeterminata di delitti”, tra cui violenza privata e lesioni personali: secondo il procuratore Francesco Pinto e la sostituta Francesca Rombolà gli indagati “esercitavano il governo della parte radicale del tifo genoano al fine di interferire nelle scelte societarie, e di realizzare profitti o vantaggi attraverso attività delittuose ai danni” del club di Serie A. Il capo della “cupola” era Massimo Leopizzi, leader della Brigata Speloncia – storico gruppo skinhead della gradinata Nord – e pluripregiudicato con numerosi anni di carcere alle spalle. È lui, si legge, che “dirige e organizza il sodalizio”, “comminando sanzioni agli altri associati”, “organizzando tutte le contestazioni alla squadra” e “creando e alimentando” il sistema ricattatorio verso la dirigenza.

Leopizzi, sostiene l’accusa, era socio occulto del collega ultrà Artur Marashi nella società Sicurart, che in sette anni – dal dicembre 2010 al settembre 2017 – ha estorto in cambio della “pace del tifo” un totale di 327.105,45 euro all’amministratore delegato del club Alessandro Zarbano: somme versato dal Genoa a saldo di fatture per operazioni inesistenti, emesse dalla Sicurart nei confronti di una società intermediaria. Entrambi sono accusati di estorsione aggravata: in particolare, Marashi – si legge nell’imputazione provvisoria – “in costante contatto con alcuni componenti dello staff dirigenziale del Genoa, si affermava quale mediatore tra le istanze provenienti dalla tifoseria organizzata e la necessità del mantenimento di una situazione di tranquillità per la squadra, intermediazione del tutto fittizia in quanto utilizzata per ottenere dalla società, in cambio della quiete dei tifosi capeggiati da Leopizzi, e in particolare per evitare che le contestazioni degli ultras si trasformassero in turbativa dell’ordine pubblico con conseguenti sanzioni economiche per la società, il pagamento delle somme sui conti correnti”.

Leopizzi, Marashi e altri capi curva (tra cui l’ex presidente dell’Associazione club genoani Davide Traverso) sono indagati anche per varie violenze private esercitate nei confronti di calciatori: ad esempio l’episodio del 19 febbraio 2017, quando con un blitz all’aeroporto “costringevano i giocatori presenti sul pullman al rientro dalla trasferta con il Pescara (conclusa con un umiliante 5-0 subito dall’ultima in classifica, ndr) a rimanervi all’interno fermi”, impedendo al mezzo di muoversi. O l’intimidazione – nel marzo dello stesso anno – al difensore Armando Izzo, costretto a uscire dal ristorante in cui stava cenando e “intrattenersi” con 25 ultras per quasi mezz’ora. O ancora l’aggressione del 7 maggio successivo, quando Leopizzi e l’ultrà Chiara Bruzzone – ricostruiscono i pm – “costringevano il calciatore Cataldi Danilo e la moglie di quest’ultimo Liberati Elisa a non farsi fotografare da una famiglia di tifosi del Genoa al termine della partita Genoa-Inter; in particolare”, Leopizzi intimava a Cataldi di non scattare la foto perché “indegno“, dopodiché “sferrava un calcio” alla moglie intervenuta in sua difesa. Infine “li minacciava” entrambi, “dicendo loro che li sarebbe andati a cercare”.

Ma le violenze contestate erano rivolte anche nei confronti di altri tifosi: come in occasione della partita Genoa-Bologna del febbraio 2017, quando gli ultras della Speloncia filmavano e minacciavano i tifosi intenzionati a entrare allo stadio nonostante lo “sciopero” proclamato dai gruppi organizzati, impedendo loro di accedere alla gradinata. Tra le accuse di violenza privata rivolte a Leopizzi c’è infine quella di aver costretto un commerciante sampdoriano, titolare di un panificio nel quartiere della Foce, “a cedere gratis pizza e focaccia in diverse occasioni ai tifosi genoani e a praticare forti sconti sul prezzo della birra venduta ai medesimi”, sotto la minaccia di bruciargli il negozio.

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Force Blue, Flavio Briatore assolto a Genova dall’accusa di evasione fiscale sul mega-yacht (che un anno fa è stato venduto all’asta)

La Corte d’Appello di Genova ha assolto Flavio Briatore dall’accusa di evasione fiscale nel processo sullo yacht Force Blue, “perché il fatto non costituisce reato”. Il natante di lusso – il 78esimo più grande al mondo – era stato sequestrato nel maggio 2010 al largo della Spezia: l’accusa al manager era di aver evaso 3,6 milioni di Iva all’importazione dovuti per l’ingresso in acque italiane a uso diportistico, figurando fintamente come semplice “charterista” (cioè noleggiatore) del mezzo. A febbraio 2018 Briatore era stato condannato in appello a 18 mesi con la confisca del Force Blue (e della somma evasa) come pena accessoria: la Cassazione aveva però annullato la condanna e disposto un appello bis, al termine del quale – ottobre 2019 – il reato era stato dichiarato prescritto.

La confisca però era stata confermata e nel dicembre del 2020 – a sorpresa – la Corte d’Appello aveva deciso di vendere lo yacht all’asta per gli ingenti costi di manutenzione. Ad aggiudicarselo era stato l’ex patron della Formula 1 Bernie Ecclestone, un vecchio amico di Briatore, pagandolo sette milioni e mezzo, circa un terzo del valore di mercato. Nel giugno scorso, infine, l’ultima beffa: la Cassazione aveva annullato la confisca rinviando di nuovo il caso in appello, nonostante il Force Blue ormai avesse un nuovo proprietario. E ora che i giudici genovesi hanno confermato la revoca e la restituzione del bene all’avente diritto (la sentenza può essere ancora impugnata in Cassazione dall’Avvocatura di Stato), tutto ciò che il patron del Billionaire potrà ottenere è il ricavato della vendita.

La Corte d’Appello, in realtà, ha fatto di più: nonostante la prescrizione del reato, ha assolto nel merito sia il manager di Verzuolo sia i suoi coimputati (il comandante e i due amministratori della Autumn Sailing Ltd, la società con sede alle Cayman cui era intestato il natante). E adesso Briatore si descrive come vittima di malagiustizia: “Oggi, dopo 12 anni e 6 processi, si è finalmente accertata la mia innocenza. Un vero calvario che si è fortunatamente concluso”. “È inaccettabile che si sia venduto lo yacht prima della definitività della causa. Ora l’armatore e Briatore hanno diritto a un adeguato ristoro”, attacca l’avvocato Massimo Pellicciotta, che lo ha assistito insieme a Franco Coppi.

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Roberto Cassinelli, chi è l’avvocato genovese comparso (a sorpresa) tra i più votati nei primi due scrutini delle elezioni per il Quirinale

Genovese, 66 anni, avvocato dal 1985 e parlamentare da tre legislature. Ecco il profilo di Roberto Cassinelli, il deputato di Forza Italia il cui nome è stato uno dei più presenti sulle – poche – schede non bianche scrutinate nelle prime due votazioni per l’elezione del capo dello Stato. Lunedì i grandi elettori che lo hanno indicato alla più alta carica della Repubblica sono stati sette e gli hanno permesso di piazzarsi quarto dietro al giurista Paolo Maddalena (candidato degli ex M5S), all’attuale presidente Sergio Mattarella e alla ministra della Giustizia Marta Cartabia (e a pari merito con il fondatore del suo partito, Silvio Berlusconi). Martedì sono più che raddoppiati, arrivando a 17: Cassinelli è arrivato di nuovo quarto dietro a Maddalena, Mattarella e l’ex presidente del Friuli-Venezia Giulia Renzo Tondo.

Lui non commenta questa inattesa ribalta: l’unico post recente su Facebook è quello in cui parla di “emozione e responsabilità” per il primo giorno di votazioni. Nonostante la carriera politica di tutto rispetto, infatti, per lui è un esordio assoluto: nella 17a legislatura è entrato al Senato soltanto nel 2017 subentrando a un seggio vacante, saltando quindi sia l’elezione del 2013 sia quello del 2015. Prima ancora era stato deputato nella 16a legislatura, eletto sempre nelle file del partito azzurro, ma in quegli anni (2008-2013) non si rinnovava il presidente della Repubblica. Già iscritto al Partito liberale, Cassinelli ha aderito a Forza Italia fin dalla fondazione nel 1994.

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A10, chiusure nei prossimi weekend tra Voltri e Savona. Pedaggi gratis nei percorsi aggiuntivi sulla A26

Per due weekend, 22-23 gennaio e 29-30 gennaio, l’A10 verrà chiusa per permettere l’ammodernamento nella galleria ‘Madonna delle Grazie II’ verso Savona con la chiusura permanente del nodo A10/A26 da Genova a Savona dalle 22 di venerdì 21 fino alle 6 di lunedì 24 gennaio e dalle 22 del 28 gennaio fino alle 6 del 31 gennaio.

Le strade alternative

Dopo la deviazione obbligatoria sulla A26 Voltri-Gravellona Toce, si può uscire a Masone e rientrare in direzione A10/Savona. In ulteriore alternativa, si potrà anticipare l’uscita sulla A10 alla Genova Pra’, percorrere l”Aurelia e rientrare sulla stessa A10 ad Arenzano, per proseguire verso Savona. Sull’Aurelia è attivo un senso unico alternato regolato da semaforo con divieto di circolazione ai veicoli con peso superiore alle 20 t.

I mezzi pesanti che da Genova sono diretti verso Savona, dovranno immettersi sulla A26, uscire a Masone e rientrare dalla stessa in direzione A10 / Savona. Chi proviene dalla A12 Genova-Sestri Levante ed è diretto verso Savona, potrà percorrere la A7 Serravalle-Genova in direzione del capoluogo ligure, immettersi sulla A10 verso Savona e seguire l’itinerario descritto.

Le parole dell’assessore Giacomo Giampedrone

Riunione del tavolo tecnico tra Regione Liguria, Comune e Aspi dopo la ripresa dei cantieri di ammodernamento e potenziamento della rete ligure iniziata il 10 gennaio.

“In concomitanza con queste chiusure in A10 – ha detto l’assessore Giacomo Giampedrone -. Regione e Comune hanno ottenuto da Aspi, in accordo col Mims, l’esenzione del pedaggio nel percorso aggiuntivo per la tratta di A26 tra l’interconnessione con la A10 e Masone e viceversa nel periodo coinvolto dalla chiusura. Il tavolo tecnico torna a riunirsi il 28 gennaio per le valutazioni necessarie alle previsioni di interventi per febbraio”.

Troppi docenti assenti a Bogliasco, la preside scrive ai genitori: “Occupate voi le cattedre”

“Dateci una mano e occupate le cattedre fino a quando non rientreranno i titolari”. A lanciare questo appello ai genitori dei propri alunni è Enrica Montobbio, dirigente dell’istituto comprensivo di Bogliasco, Pieve e Sori, in Liguria. Di fronte ai numerosi docenti assenti in questi giorni a causa del Covid (positivi, contatti stretti, genitori di figli positivi) più malattie non Covid e alla difficoltà di trovare supplenti dalle graduatorie d’istituto e dall’elenco delle “messe a disposizione”, la numero uno della scuola ha deciso di arruolare mamme e papà che sono senza un’occupazione, che hanno i requisiti e che possono offrire (a pagamento) il loro tempo per tappare i buchi che si sono venuti a creare. L’sos è stato lanciato sul registro elettronico, lasciando i contatti utili a chi si vuole candidare. Un avviso che ha stupito molti genitori ma che ha creato immediatamente anche molto entusiasmo tanto da essersi creata una vera e propria “gara” di solidarietà.

“Hanno risposto in tantissimi. Sono davvero felice – spiega Montobbio contattata da Ilfattoquotidiano.it – che i genitori abbiano compreso il valore di questa mia chiamata. Ora mi sento più tranquilla perché so che se avessi necessità di trovare qualche persona pronta ad entrare in classe, ho una lista cui attingere. Si tratta di mamme e papà che, naturalmente non sono già impegnati in un’altra occupazione ma che hanno le carte in regola per poter insegnare”. Ad oggi nessuno di loro è ancora entrato in aula: “Per ora sono riuscita a trovare docenti attingendo dalle graduatorie, come prevede la legge ma quando – specifica la preside – non avrò più nessuno faremo dei contratti a questi genitori”.

Non si tratta, infatti, di volontariato. Montobbio ha deciso di riaprire la cosiddetta lista delle “messe a disposizione” appositamente per i genitori. Nell’appello sono stati chiesti anche i titoli necessari a ricoprire il ruolo: per la scuola dell’infanzia e primaria è necessario avere la laurea magistrale o triennale in Scienze della formazione o dell’infanzia, diploma di maturità magistrale o di scuola magistrale conseguito prima e dopo il 2003 oppure laurea magistrale (o triennale) in materie umanistiche e scientifiche che diano l’accesso all’insegnamento in pedagogia o sociologia.

Mentre per la secondaria di primo grado è richiesta una qualsiasi laurea magistrale (o triennale) che consenta la possibilità di insegnare, prescindendo dai 24 crediti formativi. L’iniziativa lanciata all’istituto comprensivo di Bogliasco sembra interessare anche ad altri presidi della zona che hanno chiesto informazione alla collega per comprendere tutti i passaggi necessari. Nei prossimi giorni, qualche ragazzo potrebbe trovarsi la propria madre ad insegnare lettere o matematica alle medie: una lezione inusuale e indimenticabile.

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Bogliasco, troppi insegnanti assenti per il Covid: il preside chiama i genitori a fare lezione

Una scuola di Bogliasco (Genova), a causa delle quarantene e delle troppe assenze, è priva di insegnanti. Il preside ha così deciso di chiamare i genitori a fare lezione agli alunni, per non dover chiudere l’istituto e permettere ai ragazzi di continuare a studiare.

Bogliasco, a scuola mancano gli insegnanti: il preside chiama i genitori a fare lezione 

L’Istituto del Golfo Paradiso di Bogliasco, che raggruppa le scuole anche di Pieve Ligure e Sori, per far fronte all’assenza degli insegnanti, ha chiamato i genitori in cattedra. “Tantissimi si sono messi a disposizione con varie professionalità, chi per le lingue chi per la primaria, dove c’è più necessità e domani proprio qui inizieranno già due genitori” ha dichiarato la dirigente Enrica Montobbio.

Venerdì è arrivato il messaggio della preside sul registo elettronico. “Purtroppo la scuola è in una situazione di grande criticità per grave carenza di personale. Sono molti i docenti assenti per diverse motivazioni (malattie, quarantene, congedi parentali per figli in quarantena ecc.). Le graduatorie sono tutte esaurite e anche le persone che hanno presentato la MAD (Messa a Disposizione) sono tutte occupate oppure non possono lavorare. Chiediamo se ci fosse qualcuno di voi disponibile ad ACCETTARE SUPPLENZE avendone i titoli” ha scritto la dirigente. Il messaggio continua con le caratteristiche richieste e i titoli. 

Grande disponibilità dei genitori

La disponibilità da parte dei genitori è stata grande. La preside si è detta molto felice. “A qualcuno ho risposto ringraziando e dicendo che noi comunque nomi e titoli li teniamo per il futuro. Abbiamo sempre bisogno visto che le graduatorie sono esaurite, saranno il nostro tesoretto” ha spiegato. 

Cassazione: lo sciacquone di notte viola il diritto al riposo: vicini risarciti con 500 euro all’anno a partire dal 2003

Lo scarico di notte può violare il diritto al riposo ai vicini che devono essere risarciti. È questa la sentenza della Cassazione, riportata dall’edizione genovese di Repubblica, che pone fine a una causa che vede coinvolti quattro fratelli, condannati a un risarcimento di 500 euro all’anno a partire dal 2003 a una coppia. Così la sesta sezione Civile, presieduta dal giudice Antonello Cosentino, ha respinto il ricorso presentato dai proprietari di un appartamento in una località del Golfo dei Poeti, in provincia di La Spezia. I fratelli erano in causa con i vicini che dall’altra parte della parete con lo sciacquone hanno la camera da letto.

I quattro nel 2003 avevano installato un nuovo bagno nella parete in comune con la coppia, che secondo i due provocava “rumori intollerabili derivanti dagli scarichi”. Così marito e moglie si erano rivolti al Tribunale di La Spezia chiedendo la rimozione dello scarico e un risarcimento, richiesta bocciata dal giudice di primo grado. Così, i due si sono presentati al Tribunale di Genova per il secondo grado di giudizio, dove la Corte d’Appello ha disposto una perizia sullo scarico. Questa doveva accertare quanto lo scarico fosse rumoroso e se questo disturbo fosse tale da pregiudicare “la qualità della vita” ai vicini di casa, che date le dimensioni dell’appartamento non potevano spostare la camera da letto in un altro luogo della casa. Alla fine la causa si era conclusa con l’ordine ai quattro fratelli di rivedere la collocazione dello sciacquone e di risarcire con 500 euro all’anno i vicini di casa, a decorrere dal 2003, l’anno della comparsa del nuovo water con annesso scarico. Allora i proprietari dell’appartamento con lo sciacquone incriminato sono ricorsi in Cassazione, dove però è stato accertato il “significativo superamento di tre decibel rispetto agli standard previsti dalla normativa specifica“. Così la Corte suprema, riferendosi alla Convenzione europea dei diritti umani, e in particolare al rispetto della vita privata e familiare, ha ricordato che “la Corte di Strasburgo ha fatto più volte applicazione di tale principio ” e ha confermato la condanna di Appello riconoscendo il “pregiudizio al diritto al riposo”.

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Covid, Bassetti vuole ignorare i positivi senza sintomi. Ma a causa loro il suo ospedale ha già convertito tre reparti e cinquanta posti letto

“Bisogna cambiare il conteggio dei malati Covid, non si può contare come malato quello che ha un braccio rotto e un tampone positivo. Sono numeri che ci fanno fare brutta figura col resto del mondo”. La vede così Matteo Bassetti, l’infettivologo del San Martino di Genova tornato a indossare i panni del grande pompiere su radio e tv. “La cosa importante – sostiene – sarebbe sapere quanta gente entra in ospedale con la polmonite da Covid e quanta gente invece entra in ospedale per altre patologie e ha un tampone positivo. Bisogna capire se la pressione sugli ospedali è da polmonite da Covid oppure se è dovuta all’enorme numero di tamponi che viene fatto. Ci vorrebbe una distinzione molto chiara”. Eppure da primario dovrebbe sapere qual è lo scopo del test a chi arriva in ospedale: separare i percorsi “sporchi” da quelli “puliti”, evitando che le strutture sanitarie diventino focolai come accaduto durante la prima ondata. Anche chi “ha un braccio rotto e un tampone positivo”, infatti, dev’essere gestito come paziente Covid (seppur asintomatico) e non può condividere gli stessi spazi con chi non lo è: se in un reparto ci sono più di un tot di positivi, si trasforma in automatico in reparto Covid. Ed è per questo che i dati sulla circolazione complessiva del virus hanno molto a che vedere con la gestione quotidiana delle corsie.

Lo sanno bene proprio al San Martino, il maggiore ospedale della Liguria. Da una ventina di giorni qui gli spazi Covid-free hanno iniziato a contrarsi in base al piano incrementale di Alisa (la centrale sanitaria regionale) che ordina ad Asl e singole strutture di approntare sempre più posti letto “sporchi” quanto più aumenta la pressione del virus sulle strutture. E non si intendono i “ricoverati con sintomi” del bollettino giornaliero, bensì chiunque, per qualsiasi motivo (compreso il “braccio rotto”) si trova in ospedale da positivo e dev’essere gestito come tale. La circolare inviata il 22 dicembre scorso dal direttore generale di Alisa Filippo Ansaldi individuava una strategia per fasi: nella prima, scattata il 22 dicembre, si chiedeva ai dirigenti di approntare un totale di 259 letti Covid nell’area metropolitana di Genova, di cui 80 al San Martino. La progressione però è stata tanto veloce da sfondare, in pochissimo tempo, per ben due volte la soglia dell’85% dei posti occupati che fa scattare la fase successiva. Così da qualche giorno si è entrati nel terzo step, che fissa la quota di posti Covid disponibili a 415, di cui 130 al San Martino, il 10% della capacità complessiva dell’ospedale. Cinquanta letti in più da riservare ai positivi nell’arco di una manciata di giorni.

Il risultato è che i reparti “puliti” trasformati in equivalenti Covid sono ormai tre: le cure intermedie nel padiglione 10 (che assiste i pazienti dimessi dai reparti per acuti), la pneumologia al padiglione Maragliano (dove sono stati bloccati i ricoveri programmati) e la medicina d’urgenza per pazienti “affetti da quadri gravi e complessi” al quinto piano del padiglione Monoblocco, il corpo principale dell’ospedale. A questi si aggiungono 18 posti letto in pronto soccorso. E con ogni probabilità non è finita qui, perché il numero di letti occupati (328) è a un passo dalla soglia di 352, quell’85% che farebbe entrare l’area di Genova nella quarta e ultima fase in cui i letti Covid crescerebbero fino a 628, di cui 282 al San Martino. In vista di questa ipotesi la direzione è pronta a convertire anche il padiglione 12, che ospita l’endocrinologia e una clinica di medicina interna. Anche nei reparti in cui i ricoveri programmati si fanno ancora, inoltre la tendenza è quella a “spalmarli” nel tempo per non pesare troppo sull’organizzazione interna, falcidiata dalla carenza di personale. “Tra no vax e contagiati al momento mancano 320 sanitari”, dice al fatto.it il direttore generale dell’istituto, Salvatore Giuffrida. “Ogni sera e ogni mattina facciamo una riunione per rimodulare i posti letto tra sporchi e puliti: abbiamo già dovuto accorpare vari reparti per guadagnare turni. Finora riusciamo a garantire le prestazioni a tutti, ma siamo al limite”. Contattato per un commento, Bassetti non ha voluto rispondere.

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Long Covid, dentro la palestra di riabilitazione. “Il virus mi ha aggredito ferocemente e da un anno e mezzo giro per ambulatori”

L’elenco dei sintomi del cosiddetto Long Covid è lungo e simile a quello dei sintomi dell’infezione. Passati oltre tre mesi dal contagio, persistono in alcune persone stanchezza, mal di testa, perdita di peso e afonia, sintomi fisici e respiratori, pesanti ripercussioni psicologiche. Eppure, non solo si è negativi ai tamponi, ma spesso da una prima analisi non si vedono danni “permanenti” a muscoli o tessuti.

“Due anni fa, osservando la prima ondata della pandemia, con il picco di polmoniti interstiziali – spiega il direttore della riabilitazione cardiologica dell’Asl 3 Piero Clavario – ci siamo attrezzati per provare a rispondere a un’emergenza che temevamo potesse avere ripercussioni peggiori sul lungo termine”. La buona notizia, dopo aver visto passare dalla palestra di riabilitazione 300 pazienti affetti da Long Covid, è che nonostante quadri pesanti, non si osservano conseguenze fisiche irrecuperabili: “Ma il Long Covid esiste, le persone non si sentono più le stesse, e i problemi muscolari li possiamo misurare e monitorare con strumenti di precisione. Manca il fiato, non si riesce più a fare cose elementari come salire una rampa di scale o portare la spesa, alcuni necessitano per mesi di supporto di ossigeno per respirare”.

Lo scopo della palestra di riabilitazione al primo piano del “Palazzo della Salute” di Genova è quindi quello di prendere in carico l’allenamento riabilitativo di questi pazienti: “È un percorso di qualche mese, a seconda dei singoli casi, ma fino a ora siamo sempre riusciti a riportare i pazienti al livello di salute dal quale partivano prima di avere il Covid – spiega il cardiologo – prescriviamo l’attività fisica come fosse una medicina, con dosaggio e durata. Le persone possono farcela anche senza di noi, ma stimiamo che la differenza nei tempi di ripresa possa essere di diversi mesi, con un rapido miglioramento della qualità della vita”.

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“Scrivevo 400 articoli all’anno, ho chiesto di essere assunto ma mi hanno lasciato a casa”: a Genova il presidio per i precari di Repubblica

Parte da Genova la mobilitazione contro il precariato nel giornalismo proclamata assieme allo stato di agitazione dal “Coordinamento dei precari di Repubblica”, scesi in piazza con il sindacato per contestare il licenziamento di tre giornalisti “colpevoli” di aver chiesto la propria stabilizzazione “dopo oltre dieci anni di finta collaborazione”. “Scrivevo una media di 400 articoli all’anno – spiega a ilFattoQuotidiano.it Massimiliano Salvo, responsabile della cronaca nera per la redazione genovese del quotidiano, licenziato a gennaio dall’azienda per avere avviato la causa – Mi hanno lasciato a casa dopo aver chiesto la stabilizzazione. Ero stato avvertito: il sindacato è rischioso per un precario”. La stessa sorte è toccata a Valerio Tripi, collaboratore da Palermo dal 1999. Alla “Repubblica dei precari”, com’è stato battezzato dagli organizzatori il presidio di oggi, presenti sostanzialmente tutti i giornalisti genovesi: “È la prima volta nella storia della testata che un movimento organizzato di giornalisti precari si spinge sino a questo punto in una vertenza politico sindacale – spiega Salvo – Questa battaglia contro il precariato e lo sfruttamento non riguarda riguarda solo noi, cacciati da Repubblica per aver chiesto un contratto, ma tutti i giornalisti, fotografi e videomaker precari di giornali, siti, agenzie, televisioni”. Una vertenza difficile come dimostra il fatto che da un coordinamento che raggruppava circa 90 precari hanno minacciato 40 cause delle quali ne sono state concretamente avviate solo quattro. La risposta dell’azienda, del resto, è stata molto diretta: i capofila della protesta sono stati messi alla porta.

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