Decreto Sostegni ter, fronte comune contro il governo tra ambientalisti, consumatori e produttori di energia da rinnovabili

Stravolge le dinamiche di mercato e non risolve minimamente la situazione emergenziale in corso, che si avvia a generare gravi ripercussioni sul sistema sociale ed economico del Paese”. Associazioni ambientaliste, consumatori e produttori di energia si schierano contro il Decreto Sostegni ter pubblicato in Gazzetta ufficiale giovedì sera, che scontenta pure la maggioranza di governo. Adoc, Adiconsum, Adusbef, Anev, Anie, Arse, Assoidroelettrica, Assoutenti, Arte, Casa del Consumatore, Codacons, Confconsumatori, Centro tutela Consumatori Utenti, Free, Elettricità Futura, Energia Libera, Greenpeace, Italia Solare, Kyoto Club, Legambiente, Lega Consumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Associazione Utenti del Servizi Radio Televisivi e Wwf e chiedono “un tavolo di confronto per trovare una soluzione condivisa al caro energia in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione“.

La norma del decreto con cui il governo prevede, a favore delle imprese, un nuovo intervento stimato in 1,7 miliardi per contenere l’aumento dei costi delle bollette “ha visto la luce senza una ampia condivisione con i corpi intermedi rappresentativi dei vari settori coinvolti”, si legge nella nota. Si tratta di “un intervento estemporaneo e di complessa attuazione che rischia seriamente di non raggiungere l’obiettivo auspicato di introdurre modifiche strutturali al sistema elettrico al fine di favorire la crescita delle fonti rinnovabili in grado di ridurre e stabilizzare i prezzi di borsa, e mette a rischio anche le dinamiche di mercato energetico così come strutturato”.

I firmatari ritengono “sia indispensabile l’apertura rapida di un tavolo di confronto su di un tema così importante come quello della attuale crisi energetica del nostro Paese, per il quale si rendono disponibili fin d’ora, finalizzato a definire interventi strutturali che garantiscano nel medio e lungo periodo al Paese costi energetici stabili, concorrenziali e quanto più indipendenti possibile dai contesti geopolitici internazionali, nel rispetto degli obiettivi di decarbonizzazione assunti dal nostro Paese”. Solo ieri il ministro dell’Economia Daniele Franco ha detto che “altri interventi” contro il caro energia “saranno valutati in base all’evolversi della situazione” perché “bisogna evitare che la crescita dei prezzi dell’energia rallenti l’economia”. Le previsioni di crescita del pil sono già state riviste al ribasso dalle maggiori istituzioni italiane e internazionali.


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Caro-bollette, il governo tassa solo gli extra-profitti da fonti rinnovabili: intatti quelli delle centrali a carbone o a gas

Per far fronte al caro-bollette, dovuto principalmente alla crescita del prezzo del gas, verranno tassati anche gli extra-profitti delle società energetiche. Accadrà attraverso un meccanismo che punta dritto alle fonti rinnovabili, quelle con costi attualmente più bassi e, sulla carta, con i margini maggiori di profitto. Secondo quanto prevede l’ultima bozza del dl Sostegni, infatti, dal 1 febbraio al 31 dicembre 2022 sarà applicato un “meccanismo di compensazione a due vie” sul prezzo dell’energia prodotta da impianti a fonti rinnovabili, in modo da alleggerire in parte gli oneri di sistema sulle bollette. Il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) calcolerà la differenza tra i prezzi attuali e i prezzi medi dell’energia prodotta fino al 2020 dagli impianti solari, idroelettrici, geotermici ed eolici incentivati con vecchi sistemi. I produttori dovranno versare al GSE la differenza su questi profitti extra, oppure la incasseranno qualora la differenza fosse negativa. In pratica dovranno versare una differenza calcolata tenendo conto di prezzi equi ante-crisi. Come si spiega in una nota del Consiglio dei ministri, si tratta di un meccanismo ispirato da una “logica emergenziale” e, quindi, con una durata limitata. Uno sgambetto alle fonti pulite oppure una misura equa e necessaria? “Sarebbe ragionevole, se lo stesso sacrificio fosse chiesto anche al settore delle fonti fossili e, in generale, anche ad altri tipi di aziende che stanno facendo extra-profitti con i prezzi alti” risponde a ilfattoquotidiano.it Michele Governatori, responsabile Energia del think tank ECCO. Ed è tutta qui la matassa non sciolta tra le righe del decreto. “Il meccanismo di compensazione a due vie è positivo – aggiunge Governatori – ma il problema è l’incoerenza che fa il paio con una lettura distorta, ultimamente smentita dal ministro Cingolani, secondo cui è la decarbonizzazione a far alzare i costi. In questo contesto, allora, si può vedere anche lo sgambetto”.

Decreto Sostegni tra rinnovabili e fossili – Nel dettaglio, il meccanismo verrà applicato sull’energia elettrica prodotta da impianti fotovoltaici di potenza superiore a 20 kW che beneficiano di tariffe fisse derivanti dal meccanismo del Conto Energia, non dipendenti dai prezzi di mercato, nonché su quella prodotta da impianti alimentati da fonte idroelettrica, geotermoelettrica ed eolica che non accedono a meccanismi di incentivazione tariffaria per differenza. Le disposizioni non si applicano all’energia oggetto di contratti di fornitura conclusi prima della data di entrata in vigore del decreto “a condizione che non siano collegati all’andamento dei prezzi dei mercati spot dell’energia (i prezzi di mercato di breve periodo, ndr) e che, comunque, non siano stipulati a un prezzo medio superiore del 10%” rispetto al valore fissato attraverso il nuovo metodo di calcolo, limitatamente al periodo di durata dei contratti. Nella bozza di decreto, però, c’è anche un’altra novità. Per la prima volta il governo interviene tagliando i Sad, i sussidi ambientalmente dannosi, misura dalla quale arriveranno risorse per circa 105 milioni di euro all’anno a partire dal 2022 e per la quale il ministro della Transizione ecologica si sarebbe speso molto. Le stesse fonti, però, ammettono che si tratta di una cifra ridotta, dato che si parla di sussidi che superano i 34 miliardi. In particolare, si sopprimono la riduzione dell’accisa per i carburanti utilizzati nel trasporto ferroviario di persone e merci, l’esenzione dall’accisa sui prodotti energetici impiegati per la produzione di magnesio da acqua di mare e l’esenzione dall’accisa sui prodotti energetici per le navi che fanno esclusivamente movimentazione all’interno del porto di transhipment. Si esclude, inoltre, l’impiego delle risorse del Fondo per la crescita sostenibile per i progetti di ricerca, sviluppo e innovazione nei settori del petrolio, del carbone e del gas naturale.

Gli extraprofitti lasciati intatti — “Quei circa 105 milioni sono una cifra irrisoria rispetto agli aiuti alle aziende energivore e al prelievo sulle rinnovabili”, commenta Governatori, secondo cui dal meccanismo della cosiddetta ‘Robin Hood Tax’ vengono esclusi settori importanti. “Anche centrali termoelettriche, sia quelle a carbone che quelle a gas, stanno facendo extra-profitti”, spiega il responsabile Energia di Ecco. “Sul fronte del gas, infatti – aggiunge – l’Italia è ben interconnessa, tant’è che spesso ha esportato gas in questo periodo di crisi”. Questo perché l’Italia è collegata all’Algeria via Tunisia, alla Libia e adesso dall’Azerbaijan con il Tap. “Durante una crisi del gas che viene in buona parte dalla Russia, avere gli unici tubi meridionali ha permesso all’Italia di esportare. A parte qualche eccezione, dunque, non è che le centrali italiane generalmente pagano il gas più di quelle dei Paesi dell’Europa centrale – spiega Governatori – ma il prezzo dell’energia elettrica nel nostro Paese, a maggior ragione in questa fase di crisi, ha continuato a essere più alto di quello dei Paesi confinanti”. Per questo le centrali termoelettriche stanno facendo extra-profitti (maggiori o minori a seconda che questi impianti abbiano o meno partecipato al capacity market, che prevede la restituzione dell’extra-profitto rispetto al prezzo del gas). E, sempre per questa ragione, desta perplessità il fatto che vengano escluse dalla misura. “E poi – aggiunge – c’è tutta la filiera di chi il gas lo produce, lo importa e lo vende. Sono d’accordo con il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini e mi chiedo se sia mai possibile che per una crisi introdotta dal mercato delle fonti fossili debba pagare solo quella parte di industria che ha investito per emanciparsi dal gas”. Certo, il problema che si pone con meccanismi come quello della ‘Robin Hood Tax’ è la difficoltà di calcolare l’extra-profitto e di capire chi lo fa. “Certamente non solo i produttori – spiega – ma, per esempio, anche qualunque trader che compra energia con un accordo di lungo termine a un prezzo fisso e la vende a prezzo spot. E anche alcune centrali a fonte rinnovabile possono o meno avere degli extra-profitti, a seconda però del tipo di incentivo di cui beneficiano, di come stabiliscono i prezzi di vendita e di come se approvvigionano dell’energia”.

Il nodo Ets – Un’altra misura prevista nella bozza di decreto è l’azzeramento degli oneri di sistema per il primo trimestre 2022 per le utenze con potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW. Una misura che vale 1,2 miliardi, finanziata con parte dei proventi delle aste Ets (Emission Trading System), ossia le aste delle quote di emissione di CO2. “Ma se si utilizzano i proventi dell’Ets per aiutare gli energivori, come si fa in questo caso per una volta ancora – conclude Governatori – si azzera il senso stesso dell’Ets, dato che il sistema Ue per l’acquisto di permessi ad emettere anidride carbonica, avrebbe dovuto e dovrebbe proprio incentivare i maggiori inquinatori all’efficienza e all’innovazione”.

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Caro caffè: le colazioni costano sempre di più, ma forse c’è chi ne approfitta

In questi giorni si fa tanto parlare del caro caffè al bar. Da viaggiatore e assiduo frequentatore di banconi, posso confermare: a Bologna, dove vivo, il prezzo di una tazzina oscilla tra 1,10 e 1,30 euro, con picchi di 1,50 nei bar a ridosso delle Due Torri.

In una recente intervista al dorso bolognese di Repubblica, Giancarlo Campolmi del Gran Bar di via d’Azeglio, in pieno centro città, ha inquadrato così il problema: “I prezzi sono alle stelle, ma sto facendo di tutto per mantenere bloccato quello della colazione: il caffè è a 1,20 euro, mentre la brioche è a 1,30. Al contrario di altri prodotti come i cocktail, non voglio toccarli perché sono beni di prima necessità. Ho una clientela fissa all’80% e non mi piace l’idea di rincarare”.

L’aumento del prezzo dell’adorata tazzina di espresso al bar – un appuntamento quotidiano per cinque milioni di italiani – sconta gli incrementi di tutta la filiera del prodotto: dalla logistica al packaging fino all’energia. Quello che si spendeva prima per sei mesi di luce per la tostatura, dicono i baristi bolognesi, ora lo si spende in due. Conta ovviamente anche il fatto che in giro c’è poca gente e i turisti sono un miraggio – come il superamento del 3% per Italia Viva. Dice Loreno Rossi di Confesercenti: “I bar stanno lavorando molto meno per il Covid. Siamo preoccupati per la ripresa dell’inflazione che si scarica pesantemente sui locali”. Che a loro volta la scaricano sui consumatori. Il rischio, quindi, è di far diventare la colazione cornetto e caffè/cappuccino un piccolo lusso.

È anche vero che quello della colazione al bar è un prezzo anelastico, come d’altronde buona parte della domanda dei beni di prima necessità ma anche, paradossalmente, quella dei beni di lusso. In altre parole, essa varia meno del prezzo. Così come io accettavo di spendere 2.30 euro per la colazione pre-Covid, adesso accetto di spenderne 3.50. Se però un giorno al caffè e alla brioche decido di aggiungerci una spremuta e il cassiere mi rifila uno scontrino di 8,10 euro, la musica un po’ cambia.

Avete letto bene: 8,10 euro per una brioche (nello specifico, una integrale vuota con una spalmata di miele sopra: 1,80 euro), un caffè (nella fattispecie, un ristretto: 1,30 euro) e una spremuta d’arancia gialla versata in un bicchiere sottile e non così tanto alto: 5 euro.

Evito ora disquisizioni sociologiche che allungherebbero irrimediabilmente questo post e vado subito al punto, rivolgendo una domanda al lettore: chi è in grado di spiegarmi perché una spremuta d’arancia – un bene che abbonda in Italia, per il quale non sono previste né lunghe spedizioni né spese accessorie come la tostatura, che non richiede alcuna fatica nella sua preparazione sotto forma di spremuta, visto che fa tutto la macchina – perché, dicevo, una semplice spremuta ottenuta dalla spremitura di tre-arance-tre è arrivata a costare 5 euro in un bar del centro di Bologna quando un chilo di arance (7-8 frutti) costa da 0,35 euro al chilo in un mercato di Catania ai 3 euro al chilo in un mercatino biologico non molto distante dalle Due Torri?

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Bollette, decreto anti rincari verso il rinvio a dopo il voto per il Colle. Cingolani: “Valutiamo di ridurre le rendite dei produttori. E più estrazione di gas in Italia”

Le nuove misure contro il rincaro delle bollette potrebbero slittare di qualche giorno, perché è difficile secondo diverse fonti di governo che si arrivi a chiudere il testo già giovedì. “Siamo in alto mare, difficile, se non impossibile, si riesca…”, ha detto all’Adnkronos una fonte del Tesoro. In particolare non si trova la quadra sull’ipotesi – a cui si è detto favorevole anche Mario Draghi – di un contributo dei grandi gruppi energetici che hanno fatto extraprofitti grazie al fatto che producono energia a basso costo da fonti rinnovabili (in particolare l’idroelettrico) e poi la rivendono a prezzi parametrati a quello del gas. Una sorta di nuova Robin tax, temporanea a differenza di quella tremontiana che fu bocciata dalla Consulta nel 2015. Morale: difficile che anche questo dossier si possa chiudere prima del voto per il Colle, al via lunedì 24 gennaio. Giovedì approderà invece sul tavolo del Consiglio dei ministri solo il mini decreto sostegni da poco più di 1 miliardo per ristorare i comparti più toccati dalle ultime misure anti-Covid, in particolare turismo, sport e discoteche. Mentre è in forse il rifinanziamento della cassa Covid. Di un nuovo scostamento di bilancio – invocato da Lega e M5s – non si parla più. Sempre in attesa di sbrogliare la matassa del Quirinale.

Lunedì durante una riunione tra ministeri dello Sviluppo, della Transizione ecologica e dell’Economia con il sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli è emersa l’idea di destinare i proventi delle aste per le emissioni di Co2 a mitigare gli aumenti di luce e gas tagliando di nuovo l’Iva o gli oneri di sistema. Lo scorso anno, complice la fiammata dei prezzi dei “permessi” che i produttori di energia e in parte le industrie inquinanti sono tenuti ad acquistare per ogni tonnellata di Co2 che disperdono nell’ambiente, i proventi hanno superato i 2 miliardi. Occorre però cambiare la legge del governo Monti che destina metà dei proventi al fondo ammortamento titoli di Stato, cioè a ridurre il debito pubblico. E le risorse comunque non basteranno: basti dire che tra settembre e dicembre 2021 il governo ha già stanziato 8 miliardi nonostante i quali gli aumenti delle tariffe di maggior tutela sono stati molto forti.

Oggi poi il ministro Roberto Cingolani in audizione ha detto che si sta “valutando”, per ottenere risorse strutturali, la possibilità di ricavare 3 miliardi di euro dalla cartolarizzazione degli oneri di sistema sulle bollette, 1,5 miliardi dalle aste Ets, 1,5 miliardi dalla riduzione degli incentivi sul fotovoltaico (i cui effetti pesano ancora sulla bolletta), da 1 a 2 miliardi dall’estrazione di rendita dai grandi impianti idroelettrici (non incentivati ma che godono di rendite senza sostenere maggiori costi), 1,5 dalla negoziazione a lungo termine delle rinnovabili. Oltre all’aumento della produzione nazionale di gas fortemente sponsorizzato da Confindustria: “Si sta verificando come aumentare la quota di produzione nazionale per ridurne l’importazione, ovviamente a parità di fabbisogno, senza che questo comporti un rallentamento del processo di decarbonizzazione, massimizzando ciò che abbiamo già la possibilità di estrarre. L’opzione non è trivellare di più ma almeno cominciare a utilizzare al massimo i giacimenti che già ci sono che sono stati chiusi e che in tempi relativamente brevi possono essere rimessi in funzione”. Cingolani ha ricordato che “se guardiamo l’aumento della bolletta, l’80% è dovuto al costo delle materie prime, il 20% al costo della CO2, quindi non si può imputare l’aumento dei costi alla transizione ecologica”, che “non è il problema, ma la soluzione di questa criticità”.

Quanto ai ristori alle attività chiuse dal provvedimento prenatalizio del governo, la sottosegretaria all’Economia Alessandra Sartore (Pd) in un’intervista al Messaggero ha annunciato che nel prossimo decreto ci sarà un intervento per i primi tre mesi dell’anno, con aiuti a fondo perduto e a forfait destinati a “sale da ballo, discoteche, ma anche sport e cinema e più in generale il settore spettacolo che hanno avuto una riduzione significativa di entrate”. Sostegni dovrebbero arrivare anche al turismo. Secondo Confesercenti a Roma, ma la situazione è simile in tutte le grandi città turistiche, un albergo su tre è chiuso. A Milano, Venezia, Roma e Firenze il tasso di occupazione è tra il 17 ed il 19% delle camere disponibili. E senza una proroga degli ammortizzatori Covid, sostengono gli esercenti, ci sono “200mila lavoratori a rischio”. I dati a dire il vero sono molto altalenanti: secondo Federalberghi i posti in bilico sono 500mila. Il governo però non ha ancora deciso se rifinanziare lo strumento: “La valutazione è in corso, ma i costi sono alti”. Valutazioni “in corso” anche sull’equiparazione a malattia della quarantena. Il governo è tiepido, considerato che in base alle nuove regole i vaccinati con booster non sono tenuti a restare in casa se hanno avuto contatti con un positivo al Covid.

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Non solo bollette energetiche: anche per le tariffe dell’acqua serve un’indagine conoscitiva

La governance del Servizio Idrico Integrato (S.I.I.) prevede ormai, da circa dieci anni, l’attribuzione di competenze in materia di regolazione delle tariffe all’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (Arera).

Il trasferimento delle competenze in materia è avvenuto in un momento di particolare attenzione dell’opinione pubblica al S.I.I., coincidente con la fase immediatamente successiva allo svolgimento dei referendum popolari del 2011, relativi all’affidamento dei servizi pubblici locali e all’abolizione dell’adeguata remunerazione del capitale investito dalle voci di costo della tariffa.

Il metodo di determinazione della tariffa, a partire dal 2012, ha potuto registrare un progressivo aumento del carico tariffario sulle utenze, che in modo più o meno omogeneo ha investito la gran parte del Paese. A fronte di tali aumenti tariffari, la quota di investimenti dei privati che questa tariffazione doveva garantire per risolvere i problemi infrastrutturali del servizio idrico resta assente, in particolare per ciò che riguarda la problematica afferente alle perdite di rete, nonché ai segmenti relativi al trattamento dei reflui.

Non a caso l’Italia è assoggettata a quattro procedimenti di infrazione dall’Unione Europea per il mancato trattamento delle acque reflue urbane. A queste procedure se n’è aggiunta di recente una quinta in fase di pre-contenzioso, relativa al monitoraggio della qualità delle acque, alla designazione delle zone vulnerabili ai nitrati, che sono anche causa, in determinate condizioni, di catastrofici impatti ambientali su fiumi, laghi e acque costiere in quanto favoriscono, l’eutrofizzazione, fino alla cancellazione della vita in quell’habitat con ecatombe dei pesci e delle specie vegetali esistenti.

A partire dal 2012, fino ai Patti per il Sud, con le Leggi di Bilancio 2019 e 2020 sono state assegnate ingenti risorse, nell’ordine di 3 miliardi di euro, per finanziarie interventi per abbattere le cause delle procedure d’infrazione. Per cui ancora una volta gli unici investimenti li fanno gli italiani e lo Stato, mentre i privati raccolgono i profitti.

E oggi, con il Piano Nazionale per la Ripresa e Resilienza (PNRR), si prevedono 600 milioni di euro da assegnare a interventi nel settore fognario-depurativo e complessivamente 4,68 miliardi sul sistema idrico.

Ciò che manca all’appello sono le risorse che le aziende private o miste che gestiscono l’acqua hanno speso, o sarebbe meglio dire, non hanno speso, in piani di investimenti che la tariffazione dovrebbe garantire, anche perché l’unica remunerazione possibile per i privati sarebbe sugli investimenti o per le aziende quotate in borsa, sarebbero gli interessi sulle azioni.

Leggere questi dati non è possibile anche perché il procedimento di determinazione delle componenti di costo è a dir poco complesso e in diversi casi intellegibile dalla cittadinanza. Il livello di trasparenza e di accesso alle informazioni rischia di essere totalmente violato.

È per questo che vanno approfondite le metodologie tariffarie adottate con un’indagine conoscitiva parlamentare, anche per la babele di flessibilità e discrezionalità che gli enti locali utilizzano assecondando i gestori privati e misti. Il Consiglio di Stato, lo riconosce nella sentenza n. 5309 del 2021, chiedendo al gestore del servizio la pianificazione base approvata quale presupposto da assumere a giustificazione delle diverse formule tariffarie, tenuto conto dell’esigenza di verificare la congruità dei costi della gestione rispetto agli obiettivi pianificati anche “in relazione agli investimenti programmati” (art. 149 d. lgs. 152/06).

In questo 2022 il tema della regolazione delle tariffe delle bollette non può investire solo quelle energetiche, ma deve toccare con forza quelle di un servizio ancora più essenziale che è quello dell’acqua. Per questo il M5S chiede da mesi al Presidente della Commissione Ambiente e a tutte le altre forze politiche di avviare un’indagine conoscitiva parlamentare che faccia finalmente chiarezza e sia stimolo per portare soluzioni nel Paese.

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Nucleare, l’informazione mainstream sembra preparare il terreno. E tanti saluti a Greta

di Michele Sanfilippo

Ma davvero si sta nuovamente tornando alla carica con la fissione nucleare? Dopo Chernobyl e Fukushima? Dopo ben due referendum? Vorrei davvero poter essere smentito, ma ho la netta convinzione che ci stiano provando. L’informazione mainstream sta compattamente preparando il terreno. Alcuni esempi:

1) il mitico Roberto Cingolani, lo strepitoso ministro della Transizione ecologica (i miei più vivi complimenti a Beppe Grillo che non ne indovina più una da anni), che dichiara che il nucleare è un’opzione percorribile (parlasse almeno di fusione potrei capirlo);

2) non c’è giorno che non si parli degli aumenti per le bollette sull’energia e gas, stimati nell’ordine del 40%, “nonostante l’intervento straordinario” del governo;

3) servizi sui Tg Regionali (vedi quello del Piemonte del 3/1) che dichiarano che molte Piccole e Medie Imprese (Pmi) preferiscono chiudere e licenziare piuttosto che produrre a costi che le metterebbero fuori mercato;

4) lo sbandierato accordo commerciale tra Mario Draghi e Macron (la Francia deve rientrare delle spese per gli investimenti del nucleare di quarta generazione che, per adesso, non è stato adottato quasi da nessuno);

5) la commissione Ue che dichiara che il nucleare resta un’opzione (in linea con Cingolani e, quindi, Draghi).

Pochissimo risalto viene dato alla notizia che la Germania, da sempre molto più attenta di noi all’ambiente, con una clamorosa emergenza scorie nucleari in casa e con i verdi al governo, chiuderà subito tre centrali nucleari e si accinge a rinunciarvi del tutto. Se volete chiarirvi le idee su come si smaltiscono le scorie nucleari in Italia vi rimando a uno strepitoso Data Room su La 7 di Milena Gabanelli. Da far accapponare la pelle.

Sembrerebbe che si siano già dimenticate le belle dichiarazioni d’intenti fatte allo scoppio dell’epidemia dovuta al Covid-19 che lasciavano intravedere la possibilità di praticare una nuova economia, più rispettosa dell’ambiente e del futuro delle nuove generazioni. La legge del Pil trona a dominare incontrastata, con tanti saluti a Greta.

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La transizione ecologica non è una passeggiata: è l’ora di scelte coraggiose

La transizione ecologica non è una passeggiata. Gli interventi di mitigazione degli effetti dell’aumento dei prezzi di gas ed elettricità così come sono stati concepiti dal Governo rischiano di essere solamente un sussidio ai grandi gestori delle reti e ai distributori di luce e gas. Una valanga di risorse (circa 3,8 mld) non arriveranno nelle tasche dei consumatori ma nelle tasche delle multiutility e dei produttori di energia. Tasche già piene di danaro grazie alle rendite di posizione di cui godono che hanno generato enormi extraprofitti per le aziende.

Senza una regolazione pubblica (Governo e Ministeri competenti) nessuno ha imposto ad Eni, Enel, Italgas, A2A, Acea, Hera, e Iren di legare investimenti in nuove tecnologie per l’accumulo e la distribuzione di energia più efficiente agli extra profitti. Extra profitti garantiti da tariffe amministrate e da “oneri di sistema” che sono quasi il 25% della bolletta, mentre la materia energia non raggiunge il 50% della bolletta. Extra profitti che già dal settembre scorso il Governo spagnolo ha tagliato nettamente per spostarli alla innovazione e alla riduzione dei rincari delle bollette.

L’abbassamento dei prezzi del greggio aveva comportato una contrazione della spesa per l’energia a partire da aprile 2019 e secondo l’Autorità di regolazione per l’energia, reti e ambiente (Arera) dovevamo, nei prossimi mesi, aspettarci bollette meno care, sia per il consumo di gas (-9,9%) che per quello dell’elettricità (-8,5%). Questa è la capacità previsionale dell’Autorità Energetica pubblica italiana.

“Non si può avere indipendenza politica senza indipendenza energetica”: con questa battuta l’ex presidente dell’Eni e dell’Enel ha scoperto l’acqua calda nel Paese dove la politica estera è stata un optional, complici anche i due colossi energetici, che hanno vissuto di rendita negli ultimi trent’anni.

La crisi energetica che stiamo attraversando è figlia del fallimento del mercato che ha spiazzato tutto il comparto energetico europeo. Non c’era Greta Thunberg nel primo shock petrolifero, neppure era iniziato lo sviluppo delle fonti rinnovabili (fotovoltaico) e neppure i no Tap esistevano: cause che ora vengono strumentalmente individuate come le responsabili di questa crisi. La crisi colpisce in tutta Europa e i prezzi sono schizzati all’insù ovunque.

Manca una politica energetica nazionale che guardi alla transizione energetica e alla decarbonizzazione con una politica estera degna di questo nome (per non essere il vaso di coccio tra le divergenze strategiche ed energetiche tra la Germania e la Francia), investimenti in nuove tecnologie per il risparmio e l’efficienza energetica, l’ammodernamento della rete distributiva e una più efficiente politica delle fonti rinnovabili. Il gas è diventato strategico nel mondo come lo è la transizione ecologica e l’uscita dal fossile e dal nucleare. E’ l’ora di scelte coraggiose.

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Bollette, l’authority dell’energia: “Nel primo trimestre 2022 elettricità a +55% e gas a +42% nonostante gli interventi del governo”

Prezzi della luce e del gas in deciso aumento. Nonostante gli interventi del governo, che in manovra ha stanziato altri 3,8 miliardi, l’aumento per la famiglia tipo in regime di tutela sarà del 55% per la bolletta dell’elettricità e del 41,8% per quella del gas per il primo trimestre del 2022. L’authority per l’energia Arera spiega che “i nuovi straordinari record al rialzo dei prezzi dei prodotti energetici all’ingrosso” e dei permessi di emissione di C02, senza interventi, avrebbero portato ad un aumento del 65% della bolletta dell’elettricità e del 59,2% di quella del gas. Secondo il presidente Stefano Besseghini “siamo in presenza di una situazione assolutamente eccezionale” e “sarà determinante l’azione responsabile dei consumatori. Il risparmio energetico è uno strumento cui guardare con attenzione, ma serve anche la solidarietà tra consumatori, che si esprime anche nella puntualità dei pagamenti per chi ne ha la possibilità”.

In termini di effetti finali, gli aumenti si tradurranno per la bolletta elettrica in una spesa per la famiglia-tipo nell’anno compreso tra il primo aprile 2021 e il 31 marzo 2022 di circa 823 euro, con una variazione del +68% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente, corrispondente a un incremento di circa 334 euro l’anno. E la spesa per la bolletta gas sarà di circa 1.560 euro, con una variazione del +64% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente (+610 euro l’anno).

L’Autorità con i fondi stanziati in manovra ha confermato con 2,3 miliardi l’annullamento transitorio degli oneri generali di sistema in bolletta e potenziato co 812 milioni il bonus sociale alle famiglie in difficoltà. L’Iva sul gas solo per il prossimo trimestre è poi stata ridotta al 5%. Per 2,5 milioni di nuclei familiari aventi diritto, in base all’Isee, ai bonus sociali per l’elettricità e per 1,4 milioni che fruiscono del bonus gas, gli incrementi tariffari sono stati sostanzialmente compensati potenziando i bonus con 200 euro a famiglia di 3-4 componenti per l’elettricità e 400 euro per il gas (famiglia fino a 4 componenti, con riscaldamento a gas in zona climatica D). Per queste famiglie da luglio è definitivamente attivo l’automatismo che consente a chi ne ha diritto (nuclei con Isee non superiore a 8.265 euro, 20.000 se con più di 3 figli) di trovare il bonus sociali direttamente accreditato in bolletta, semplicemente effettuando la richiesta dell’Isee. Resta invece necessaria la compilazione della domanda per le riduzioni da disagio fisico (utilizzo di apparecchiature elettromedicali salvavita).

Come previsto dalla manovra Arera ha poi definito, per i clienti domestici che dovessero trovarsi in condizioni di morosità, le modalità di rateizzazione delle bollette emesse da gennaio ad aprile 2022, per un periodo massimo di 10 mesi e senza interessi. Per il sistema di rateizzazione è previsto un fondo di 1 miliardo di euro, con un meccanismo di anticipo alla filiera elettrica attraverso la cassa per i Servizi Energetici e Ambientali.

Intanto, ricorda l’authority, continuano le tensioni nel mercato europeo del gas naturale che ha registrato, il 21 dicembre, un picco di prezzo di oltre 180 €/MWh per il gas con consegna il giorno successivo, che si è riverberato anche sulle attese per il primo trimestre 2022. Temperature inferiori alle medie stagionali nell’ultimo trimestre del 2021 hanno alimentato la domanda di gas naturale per riscaldamento e quella per uso termoelettrico è stata particolarmente vivace in alcuni paesi europei, sia per far fronte alla ridotta produzione delle fonti rinnovabili (soprattutto di quella eolica) sia per compensare la minore disponibilità di capacità nucleare.
L’offerta di gas naturale stenta a tenere il passo della domanda. Le forniture dalla Russia, nonostante gli alti prezzi degli hub europei, non sono aumentate oltre quanto
previsto dagli obblighi contrattuali. Inoltre, le aspettative sull’entrata in operatività in tempi brevi del nuovo gasdotto Nord Stream 2 sono andate deluse dopo la sospensione del processo di certificazione del gestore del gasdotto adottata dal regolatore tedesco. Le recenti tensioni geopolitiche intorno all’Ucraina accrescono le incertezze nei mercati. Gli stoccaggi europei sono attestati su livelli storicamente bassi e dovrebbero chiudere l’anno con giacenze pari al 50% della capacità.

In prospettiva, l’offerta potrebbe aumentare se il differenziale positivo tra i prezzi europei e i prezzi asiatici del gas naturale dovesse permanere, incentivando le forniture di GNL verso l’Europa. Il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso nel mercato nazionale ha recepito gli andamenti dei prezzi del gas e della CO2. Con riferimento al primo trimestre del 2022, alle tensioni nel mercato del combustibile e della Co2 si sommano i rischi di minori importazioni di elettricità dalla Francia, a causa del fermo di alcuni reattori nucleari annunciato da EDF.

L'articolo Bollette, l’authority dell’energia: “Nel primo trimestre 2022 elettricità a +55% e gas a +42% nonostante gli interventi del governo” proviene da Il Fatto Quotidiano.