Quirinale 2022, Casellati non ce la fa: non è una questione di genere ma di merito

No, la Papessa no! Maria Elisabetta Elena Casellati, improvvidamente esposta o auto esposta (come sottolineano i suoi fidi compagni di avventura), non salirà al Colle. A parte il problema legato al valletto porta Kelly e all’ingombro degli 800 cadaveri di visoni che porta sulle spalle, risultava davvero faticoso compiere l’impresa dell’ascesa per l’assoluta mancanza di statement della seconda carica dello Stato, la stessa che accreditò Ruby come nipote di Mubarak marciando fiera davanti al tribunale di Milano per esprimere il suo dissenso nei confronti dei magistrati. Sarebbe stato davvero improprio vederla presiedere il Consiglio superiore della Magistratura. A questo punto andava bene anche Silvio Berlusconi, almeno ci assicurava sette anni di disastro, ma anche di puro divertimento!

Per chi, come me, si è esposta a sostegno di una candidatura femminile, la partita è complicata, soprattutto tra le file rosa della politica e del giornalismo. Faccio mie le parole di Dacia Maraini espresse sul Corriere della Sera, che sul tema si è ampiamente spesa anche a nome del collettivo Controparola di cui faccio parte. “E’ chiaro che quando parliamo di una donna al Quirinale intendiamo una persona che ci rappresenti degnamente nel mondo, con esperienza, credibilità, prestigio, abilità, competenza. Ovvero – sottolinea Maraini – a parità di valore, chiediamo che si dia spazio a un nome femminile, ma non un nome a casaccio e per puro orgoglio di genere”.

In queste poche righe c’è la risposta a quante, nel corso dell’ultimo mese di passione in attesa del nuovo Presidente della Repubblica, hanno criticato, deriso e sminuito l’idea di “una loro simile” a capo dello Stato. Un esempio su tutte: Marta Cartabia è stata impallinata dalle donne, da quelle di sinistra. A escludere del tutto l’ipotesi di una Presidente, seppur ben argomentando, è invece Natalia Aspesi, stimata femminista della prima ora che frena la battaglia chiedendo alle donne di “aspettare tempi più sereni”, lasciando sbrogliare la matassa agli uomini.

Chissà se è vero che ci sarà un tempo giusto e quali saranno le coordinate astrali che consentiranno alle tante donne di prestigio e competenza del nostro paese di occupare ruoli a oggi inediti. Chissà come ci arriveremo a questo straordinario punto di svolta se, ogni giorno, nei diversi ambiti, non ricordiamo al mondo di esserci anche noi.

Sui diritti acquisiti vivo di rendita grazie a chi, prima di me, è scesa in piazza a difenderli; e a loro, quelle che per motivi anagrafici in piazza c’erano, chiedo perché oggi dovrei rimanere seduta, zitta e buona mentre mi passano sotto al naso i nomi di Pier Ferdinando Casini (multicolor senza spessore internazionale), Sabino Cassese (stimatissimo ottuagenario), Giuliano Amato (amarcord ottuagenario), Marcello Pera o Carlo Nordio, senza urlare al mondo che Elisabetta Belloni, Cartabia o Letizia Moratti (qualcuna mi piace di più, qualcuna mi piace di meno) devono avere le stesse chances dei papabili maschietti nel momento in cui le loro competenze, la loro statura e la loro esperienza è di pari spessore a quella dei loro competitor.

Non facciamone una questione puramente di genere, ma di merito, e auguriamoci che l’eletta o l’eletto, sia davvero la miglior espressione possibile del nostro paese.

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Quirinale 2022, un vecchio titolo di Cuore diceva: “Quando avete finito, fateci un fischio”

Avevo pensato di iniziare questo post con: “Sarebbe persino divertente se…”. No, mi spiace, non sarebbe per niente divertente in nessun caso vedere questa squallida pantomima di gente pagata oltre diecimila euro al mese, che si diverte a scrivere Amadeus, Zoff, Albero Angela, senza poi contare l’abiezione morale di chi ha votato per Paolo Borsellino. Davvero ci meritiamo questo? Forse no, o forse non ci interessa nemmeno più ed è anche peggio.

Quello che tante volte e con troppa bonarietà è stato chiamato “il teatrino della politica” è diventato una squallida recita di personaggi in cerca di autore, perché non sono in grado di gestire neppure le relazioni tra di loro. Un mondo a parte, che vive di bassa autoreferenzialità, di giochi di serie C, di sedicenti strateghi incapaci persino di pensare al mattino il da farsi nel pomeriggio. Tatticismi di bassa lega da entrambe le parti, camuffati da una retorica bolsa e persino male recitata. Non se ne può più di sentire parlare “del bene del Paese”, “degli interessi degli italiani”, “di figure super partes”. Aggiungiamo unicorni, ufo e tappeti volanti, così completiamo l’elenco di cose in cui nessuno crede.

Ciò che colpisce è l’assoluta e condivisa mancanza di senso di responsabilità. Non solo quando si scrivono idiozie sulla scheda, ma anche nel volere andare avanti in questo gioco. Responsabilità è un termine che fino a un paio di decenni fa aveva un peso sociale e un valore morale rilevanti, tanto più se era riferito a un personaggio di rilievo pubblico. “La responsabilità è il prezzo della grandezza”, sosteneva Winston Churchill. Dire di un individuo “è una persona responsabile”, significava riconoscergli la capacità di sapere prendere decisioni e di assumersi il peso delle loro conseguenze. Infatti, deriva dal latino respònsus, participio passato del verbo respòndere.

In un’epoca in cui si evoca sempre più spesso la “libertà”, ci si dimentica che proprio la libertà si fonda sul concetto di responsabilità e l’’etica della responsabilità, il farsi carico dei problemi è il fondamento della salvaguardia e della sopravvivenza di qualunque società umana.

Accade, invece, sempre più spesso di udire politici italiani pronunciare, nel corso di talk show o di interviste ai media, frasi del tipo: “La politica dovrebbe occuparsi dei problemi degli italiani” oppure “il Parlamento deve farsi carico di”. Espressioni che generalmente creano una sorta di spaesamento, se non di rabbia, perché la domanda che sorge spontanea è: “Chi siede in Parlamento? Chi ‘fa’ la politica? Quale è il soggetto della frase se non chi sta parlando?”. Questo espediente retorico, infatti, serve ad allontanare ogni responsabilità da chi sta parlando, a cui peraltro vengono poste domande proprio perché in qualche modo ricopre un incarico di responsabilità. Responsabilità che così facendo viene sospinta in una sorta di limbo anonimo, in cui chi deve operare è sempre qualcun altro o meglio qualcos’altro di non ben definito.

Un’altra cifra della comunicazione politica è la rarissima corrispondenza della riposta alla domanda. A un quesito piuttosto semplice e preciso del tipo: “Voterete o no tale provvedimento? – oppure – Farete un’alleanza con il tal partito?”, che richiede risposte monosillabiche, sì o no, si risponde invece con lunghi giri di parole, infarciti di condizionali, di supposizioni, di scenari epocali, che, complice anche una classe giornalistica accondiscendente, finisce per non dare risposta alcuna. Sono pochissimi coloro tra i politici, che prendono posizione in modo chiaro, quasi tutti tendono a lasciarsi una porta aperta. In molti casi l’intervistato si cela dietro ai plurali: “vedremo, valuteremo, prenderemo in considerazione”, che da un lato hanno la funzione di sminuire il ruolo di chi sta parlando, in quanto piccola particella di una complessa galassia e dall’altro spingono in un futuro di incerta datazione ogni eventuale presa di posizione.

Così si va avanti, come attori incapaci di imparare il copione, ma sempre in cerca di un regista (Monti, Napolitano bis, Mattarella, Draghi) che si assuma lui la responsabilità per tutti. Se Dante fosse vivo, darebbe molto più spazio al girone degli ignavi, lo immaginerebbe molto più affollato.

Per concludere, ritorna alla mente un vecchio titolo di Cuore, del luglio 1991, trent’anni fa: “Quando avete finito, fateci un fischio”.

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Terra dei fuochi, i 200 milioni per la riqualifica verranno sperperati. Mentre i registri tumori restano fermi

Il 27 gennaio 2018 cominciava, con la biopsia a 18 aghi per la prostata, la mia battaglia contro il “mostro” che ogni giorno colpisce circa cento nuovi cittadini campani e ne uccide 41. Ero consapevole, sin da quando giravo con il mio Maestro Franco Ortolani per le discariche tossiche della Campania per dare giustizia ai cittadini massacrati dall’ignavia dei loro politici nella malagestione dei rifiuti speciali, che rischiavamo molto, troppo, ed entrambi abbiamo pagato con la malattia – Ortolani anche con la vita – il nostro impegno civile.

Provo un dolore terribile, immenso, che non riesco a lenire in alcun modo, nel giorno in cui si ricordano le atrocità commesse dai nazisti sugli ebrei e negate oltre ogni limite di ragione, perché devo rendermi conto che per il massacro quotidiano ancora in atto in Campania e in tutta Italia si sta continuando, oltre ogni limite di correttezza istituzionale, ad uccidere senza dare alcuna possibilità di scampo ai miei concittadini che devono ammalarsi e morire senza alcuna possibilità di capire che non devono maledire soltanto i propri stili di vita individuali sbagliati (come le sigarette), ma anche e soprattutto la voluta e malvagia ignavia con la quale ogni giorno vengono svendute le loro vite dai loro rappresentanti istituzionali, che avrebbero, ai sensi delle leggi vigenti, l’obbligo di tutelarli.

Oggi 27 gennaio 2022, dopo quattro anni dalla diagnosi della mia malattia, sono costretto ancora ad urlare e mendicare dalle inascoltate pagine di questo blog, perché non posso sapere quanti altri cittadini campani come me si sono ammalati di cancro in quel lontano 2018, dal momento che, come da tabella ufficiale allegata – tratta dal sito ufficiale dei nostri registi tumori – siamo ancora fermi al 2013: mi sarà concesso saperlo (forse) soltanto nel 2027! Che vergogna. Che immenso dolore! Sarò ancora vivo?

La Legge istitutiva della rete dei registri tumori campani, ottenuta anche grazie al sangue di noi Medici dell’Ambiente nel luglio del 2012 con voto all’unanimità dei consiglieri regionali, fu resa immediatamente sterile perché le venne immediatamente sottratto il finanziamento regionale di 1.5 milioni di euro l’anno. Da allora, per cronica assenza di risorse aggravata dalla pandemia di Covid, i registri tumori specie a Napoli centro sono fermi! Eppure oggi vengo a sapere che abbiamo appena buttato senza battere ciglio circa 3.1 milioni di euro per inutili e inservibili “card vaccinali”!

Oggi, proprio oggi, circa 52 sindaci della mia regione e della mia provincia massacrata dai rifiuti tossici si sono riuniti nella Chiesa di Padre Maurizio Patriciello in Caivano per farsi benedire e firmare il protocollo che regala loro circa 200 milioni di euro per combattere le loro “Terre dei Fuochi”. Da decenni, grazie anche a noi Medici dell’Ambiente, tutta Italia è stata resa edotta che il “fenomeno” Terra dei Fuochi consiste nello smaltimento illecito di rifiuti industriali del lavoro nero che caratterizza in eccesso i nostri territori. Ebbene, come può sentirsi qualunque cittadino campano, qualunque ammalato come me, con un minimo di consapevolezza di quali sono i reali problemi di disastro ambientale che dobbiamo affrontare ogni giorno per poi ammalarci senza neanche saperlo, perché ai registri tumori si preferiscono le card vaccinali, nel leggere gli impegni “prioritari” assunti per fronteggiare “Terra dei Fuochi” campana per circa 200 milioni di euro immediatamente elargiti?

Nel leggere la tabella di priorità, mi si gela il sangue nelle vene: Brusciano ad esempio, dove l’Atlante di mortalità per tutte le cause della regione Campania 2020 certifica un eccesso di rischio relativo di circa il 290% maggiore della media italiana, il peggiore comune per mortalità di tutta la Campania, si impegna prioritariamente a realizzare un “centro sportivo” per un finanziamento immediato di 2.8 milioni di euro, che sarebbe pari per intenderci al buon funzionamento per almeno due anni dei registri tumori che invece non devono assolutamente funzionare. Nulla contro gli impianti sportivi, per carità. Ci servono eccome. Ma come direbbe un magistrato Di Pietro, “che c’azzecca Terra dei Fuochi”? Tra impianti sportivi e teatri impegniamo circa l’80% dei fondi “prioritari” per combattere “Terra dei Fuochi”. Perché?

Oggi, anniversario della diagnosi del mio cancro, mentre sono costretto a pensare che anche oggi circa cento cittadini campani si ammaleranno senza potere essere correttamente censiti per “programmare” al meglio la nostra Sanità regionale prima del 2031 (alla attuale vergognosa velocità dei registri tumori volutamente silenziati e sottofinanziati), e ne moriranno anche oggi non meno di 41 senza neanche potersi curare adeguatamente, devo apprendere che circa 52 primi cittadini si sono fatti benedire nella Chiesa del Parco Verde di Caivano per avere ricevuto circa 200 milioni di euro.

Non per finanziare meglio i registri tumori, non per combattere al meglio il lavoro nero che uccide anche la dignità dei loro concittadini, non per tracciare al meglio i rifiuti speciali che ogni giorno fanno ammalare e uccidono i loro concittadini, non per finanziare la indispensabile realizzazione di impianti per lo smaltimento finale di amianto, rifiuti ospedalieri, fanghi tossici che saranno anche oggi sversati nei loro territori – e di cui la Campania sceglie di restare sempre a zero nella nuova versione del “Piano per rifiuti speciali regionale” che sarà approvato, grazie anche al loro “pagato” silenzio, il prossimo 6 febbraio 2022; ma per ristrutturare gli impianti sportivi, i teatri e i locali parchi pubblici.

E poi, perché avete scelto la Chiesa del Parco Verde di Caivano, simbolo della nostra lotta per la corretta (in)formazione di un popolo massacrato, per questo spettacolo teatrale?

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Sesso in carcere vietato in Italia, ma ridurrebbe violenza e comportamenti devianti. Lo studio

L’Italia è uno dei Paesi in cui ai detenuti non sono concessi rapporti sessuali con i propri partner. “Studi condotti nei penitenziari dei Paesi che aderiscono a tale scelta – spiegano Cristina Tedeschi, medico chirurgo e specialista in Ginecologia ed Ostetricia e Debora Rossi, psicologa specializzanda in psicoterapia cognitivo-comportamentale, fondatrici del sito Babeland.it – hanno mostrato come la possibilità per i reclusi di coltivare la propria sfera intima e sessuale non soltanto riduca le tensioni, gli episodi violenti, la masturbazione compulsiva e l’omosessualità eteroindotta, ma anche il numero e la gravità delle sanzioni disciplinari riportate. Tale possibilità correla inoltre inversamente con il rischio di recidiva ed è dunque stato evidenziato come i detenuti che sperimentano la sessualità durante il periodo di reclusione sono meno inclini, rispetto agli altri, a riprodurre comportamenti devianti una volta conclusasi la detenzione“.

Tentativi in tal senso in Italia ce ne sono stati, ma sono tutti falliti. Ben otto anni fa, attraverso l’Associazione Antigone, che da oltre trenta si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale, Carmelo Musumeci (scrittore ex criminale ed ergastolano che in carcere ha conseguito tre lauree) aveva lanciato una petizione (#amoretralesbarre che raccolse 2810 firme), ma l’iniziativa non ha mai conseguito alcun effetto pratico.

“Eppure io – condannato alla cosiddetta “Pena di Morte Viva” (l’ergastolo ostativo) – e la mia compagna, sono ventitré anni che sogniamo l’amore senza poterlo fare”, scriveva allora Musumeci. “Lei, anche dopo tanti anni, è ancora l’amore che avevo sempre atteso”. E aggiungeva: “Nelle carceri, in Croazia, sono consentiti colloqui non sorvegliati di quattro ore con il coniuge o il partner. In Germania alcuni Lander hanno predisposto piccoli appartamenti in cui i detenuti con lunghe pene possono incontrare i propri cari. In Olanda, Norvegia e Danimarca nelle carceri ci sono miniappartamenti nei quali si possono ricevere le visite. In Albania, una volta la settimana, sono previste visite non sorvegliate per i detenuti coniugati. In Québec, come nel resto del Canada, i detenuti incontrano le loro famiglie nella più completa intimità all’interno di prefabbricati. In Francia, come in Belgio, in Catalogna e Canton Ticino sono in corso sperimentazioni analoghe”. La possibilità di coltivare i propri affetti è prevista anche in alcuni Stati degli Usa (California, New York, Washington, New Mexico e Connecticut) e in altri Paesi. Dopo 25 anni di galera, l’ergastolo ostativo venne mutato per Musumeci in ordinario e solo nell’agosto 2018 ha ottenuto la liberazione condizionale e oggi lavora presso la Comunità Giovanni XXIII di don Benzi.

Ci aveva provato anche il deputato Marco Boato nel 2002, quando era capogruppo al Misto della Camera, a proporre una legge (che portava la firma di 64 onorevoli sia della maggioranza che dell’opposizione) per offrire ai detenuti la possibilità di “una visita al mese delle persone già autorizzate ai colloqui ordinari, della durata minima di sei ore e massima di ventiquattro, in locali adibiti o realizzati a tale scopo, senza controlli visivi e auditivi”. “Ovviamente – spiegava Boato – potranno usufruire di questa opportunità solo le persone che abbiano già dimostrato di avere requisiti di affidabilità e di non pericolosità ed alle quali vengano già concessi permessi”. Ma anche questa proposta è finita nel dimenticatoio.

“Ma come si fa a pensare che un uomo o una donna possano salvare i legami affettivi se gli unici momenti di contatto sono i colloqui, durante i quali sei guardato a vista? La cattolicissima Spagna o l’ordinata Svizzera consentono i ‘colloqui intimi’, da noi appena qualcuno ha avanzato l’ipotesi delle ‘stanze dell’affettività’ si è subito parlato di ‘celle a luci rosse’“», ribadiva Ornella Favero, coordinatrice dell’associazione Ristretti Orizzonti, in un’intervista a Specchio, inserto de La Stampa, del 12 febbraio 2005. “C’è la convinzione che la pena sia privazione della libertà, più tante piccole torture: la distruzione degli affetti e la castrazione di qualsiasi manifestazione di una normale vita sessuale”. Il che vale, ovviamente, per gli uomini e per le donne.

Il Consiglio dei Ministri europeo ha raccomandato agli Stati membri di permettere ai detenuti di incontrare il/la proprio/a partner senza sorveglianza visiva durante la visita. (R, ’98, 7, regola n. 68). Anche l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha spinto per mettere a disposizione dei detenuti luoghi per coltivare i propri affetti (R 1340, ’97) relativa agli effetti della detenzione sui piani familiari e sociali. Tutto ciò, però, non vale per l’Italia. La legge 653/’86 (poi abrogata) aveva ipotizzato che il detenuto potesse mantenere un legame di coppia pre-esistente, ma la cosa ha suscitato delle “ovvie perplessità di ordine psicologico e morale, oltre che ambientale”. “Per fare un esempio – scriveva la psicologa Giuliana Proietti su Ristretti.it – il detenuto nella cella dell’amore va controllato? E se sì, da chi? Come? Attualmente sono in vigore 4 ore di colloquio e 12 minuti di telefonata mensile: un periodo di tempo troppo breve che non può ovviamente sostenere alcun tipo di rapporto affettivo”.

Insomma, siamo ancora molto distanti, almeno nel nostro Paese, dall’approvare quanto scriveva Voltaire: “Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”.

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Lorenzo Parelli: non è tutta colpa dell’Alternanza scuola-lavoro. I casi virtuosi ci sono

di Luca Graziani*

L’Alternanza scuola-lavoro (o PCTO) introdotta nel 2015 dalla famosa Buona Scuola di Renzi – buona solo di nome – negli ultimi giorni è prepotentemente tornata al centro del dibattito. A rinfocolare la polemica la vicenda straziante di Lorenzo Parelli, studente morto a Udine schiacciato da un gigantesco tubo di 150 chili. Era in azienda, nella carpenteria di laminazione della Burimec, per il suo ultimo giorno di stage. Un’esperienza che sembrava apprezzare almeno a quel che si dice all’Istituto salesiano Bearzi, dove frequentava il quarto anno di un corso di formazione professionale. Lorenzo era appena maggiorenne.

La storia è raccapricciante. Perché raccapricciante è pensare di poter morire a diciotto anni colpiti in testa da una trave d’acciaio. Raccapricciante è pensare di poter morire così, nel 2022, in Italia. Eppure di lavoro si muore e si continua a morire. Le morti bianche nel 2021? 1404, tre al giorno. Numeri che fanno paura. Ora è toccato a Lorenzo ma non dimentichiamoci Luana D’Orazio, la giovanissima operaia morta il 3 maggio scorso nell’azienda tessile dove lavorava, lasciando un figlio di cinque anni. Per quella tragedia oggi sono a processo tre persone con l’accusa di aver rimosso le cautele anti-infortunistiche.

E allora viene da chiedersi se sia davvero la discussa Alternanza scuola-lavoro il problema, o piuttosto i protocolli, la sorveglianza, la sicurezza. Con una politica che immancabilmente si sveglia dal suo sonno profondo solo per il cordoglio.

Su Twitter, l’arena di scontro social per eccellenza, dopo i fatti di Udine si è letto di tutto. Dai paragoni con i peggiori crimini contro l’umanità alle richieste di cancellare “senza se e senza ma” Alternanza, PCTO, annessi e connessi. Eppure la ‘Co-operative education’, come si dice all’inglese, rappresenta un modello tutt’altro che fallimentare fuori dai confini italiani (vedi Canada, Germania, Australia). Se ne fa una questione ideologica, a ragion veduta dopo due anni di pandemia e didattica a singhiozzi: il posto degli studenti oggi più di ieri dovrebbe essere tra i banchi. Vero. Ma tentare di accorciare le distanze tra scuola e lavoro è sacrosanto, soprattutto se diploma in mano il lavoro non c’è e la confusione regna sovrana. In quella fase – fidatevi di chi l’ha appena attraversata – quando si è chiamati a scegliere e prendere in mano la vita, qualche esperienza pratica in più da portare nel proprio bagaglio non guasta.

Di casi virtuosi tra le storie di Alternanza ce ne sono, non molti ma ci sono. E se negli istituti tecnici forme di tirocinio erano già prassi, ai licei mancava qualcosa che li aprisse al mondo. C’è da lavorare sulla qualità dei progetti perché siano meglio strutturati e più coerenti con il percorso di studi, andare incontro alle attitudini e agli interessi dei singoli studenti, trasformare l’obbligo in scelta, introdurre la retribuzione, ma da qui a fare tabula rasa ce ne vuole. Piuttosto, se proprio dobbiamo alzare la voce che sia per la sicurezza sul lavoro, non più miraggio ma certezza e diritto. Per tutte le Luana e i Lorenzo là fuori.

*20 anni, studente Luiss

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Ennio: The Maestro, tutta la vita di Morricone nell’omaggio di Giuseppe Tornatore

Ogni volta è così. Ogni volta che mi capita di leggere o ascoltare qualcosa che lo riguarda ne resto rapito e affascinato. E’ successo anche assistendo al film di Giuseppe Tornatore, Ennio: The Maestro, evento cinematografico per due giorni, 29 e 30 gennaio, e poi nella normale programmazione dal 17 febbraio prossimo. Un documentario gigantesco, una lunga intervista al Maestro appunto. Tutta la vita di Ennio Morricone, la sua storia raccontata con affetto e ammirazione.

Figlio di un trombista, rinuncia agli studi di Medicina spinto dal padre, che da subito lo sprona ad imparare a suonare. La sua formazione musicale inizia nel Conservatorio di Santa Cecilia. Fondamentale fu la guida di Goffredo Petrassi, con il quale ebbe un rapporto altalenante, dapprima conflittuale a causa delle libertà creative che il giovane Ennio assumeva a scapito della purezza musicale richiesta dal suo maestro. Seguirono le prime esibizioni, i primi contratti. I sogni di un ragazzo con la grande volontà di imparare e di crescere.

Centocinquantasei minuti che scorrono senza che te ne accorgi. Decine di testimonianze e ricordi di chi ci ha lavorato fianco a fianco, di chi lo ha conosciuto da vicino, rimanendone ammaliato per sempre. “Un’ eccezione a tutte le regole”, “Un genio”, ” Un Maestro impareggiabile” sono solo alcune definizioni che i numerosi intervistati danno di lui. Da Bertolucci a Montaldo, da Bellocchio ai Taviani, e poi Joffè, Tarantino, Liliana Cavani, fino a Carlo Verdone… la lista è infinita. Il tutto arricchito da memorie, aneddoti e curiosità inedite. Per Clint Eastwood “La sua musica è stata innovativa all’epoca e lo è ancora oggi”.

Nel corso della sua carriera ha composto musiche per oltre 500 film, formando tra gli altri un sodalizio artistico vincente con Sergio Leone, al quale viene riservato un largo spazio di ricordi personali. Gli anni degli spaghetti western. Cinema che è rimasto nella mia memoria di ragazzino. Tante serate incollato davanti alla televisione con mia mamma e i miei zii, da “Il buono il brutto, il cattivo” a “C’era una volta il West”. Quelle melodie diverse per la loro originalità finivano per prevalere sulle trame stesse del film.

Personalmente mi ha divertito molto apprendere la sua carriera di arrangiatore. Ho scoperto che molti successi pop della canzone italiana hanno ricevuto il contributo decisivo di Morricone, che ha trasformato semplici canzonette in brani musicali legati in qualche modo alla colonna sonora della nostra vita. “Sapore di sale”, “Se telefonando”, “Abbronzatissima” per citarne alcuni. Gianni Morandi racconta divertito della lite con Migliacci per “In ginocchio da te”. Dopo settimane di discussioni e vaffa, arrivò la versione finale. E fu un successo clamoroso.

Una lunga carriera di riconoscimenti culminati con l’assegnazione di due premi Oscar. Il primo alla carriera nel 2006 e dieci anni dopo per la miglior colonna sonora di The Hateful Eight. Al suo fianco sempre la sua amata Maria. E’ a lei che dedica le parole più affettuose, l’unico grande amore della sua vita. Era lei la prima che ascoltava ogni suo nuovo brano dando approvazione o bocciatura.

Apprezzabile la regia di Tornatore che, pur avendo avuto con lui oltre 25 anni di frequentazione, si mette di lato rammentando solo alcuni momenti della loro familiarità, dando maggiore respiro alle parole e ai racconti del Maestro, consegnandoci il definitivo omaggio che tutti noi conserveremo nel cuore.

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Fatma, una storia di emancipazione femminile tra realismo e magia

di Federica Pistono *

Per la collana Nisa’, dedicata alla narrativa araba a firma femminile, MR Editori ha recentemente pubblicato il romanzo Fatma, della scrittrice saudita Raja Alem, già nota ai lettori italiani per i romanzi Il collare della colomba (Marsilio, 2014) e Khatem, una bambina d’Arabia (Atmosphere Libri, 2016).

Nell’opera, l’autrice ricorre alla tecnica narrativa del realismo magico, in cui l’elemento favoloso e quello realistico si fondono per creare un universo misterioso in cui si alternano tempi e spazi diversi, allo scopo di mettere in discussione le convinzioni e gli usi della società saudita contemporanea in materia di genere, ideologia di genere e questione femminile, temi centrali nella fiction saudita contemporanea.

La storia s’incentra sulla vita di Fatma, una giovane che vive alla Mecca, costretta dal padre a sposare l’ambiguo Sajir, un uomo analfabeta e crudele, allevatore di serpenti e commerciante di veleni. Il matrimonio si rivela profondamente infelice: come la moglie di Barbablù, Fatma vive reclusa nella sua piccola casa di due stanze, in una delle quali il marito le ha proibito di entrare. La protagonista diventa così una donna in gabbia, un oggetto decorativo isolato dal mondo esterno, riservato ai piaceri del marito, un bruto la cui prima moglie è morta in circostanze misteriose.

Per sconfiggere il terribile senso di solitudine e sconfitta, Fatma passa inaspettatamente dalla sottomissione alla ribellione, cercando di scoprire il mistero che avvolge la vita del marito, la passione per i serpenti, la sua attività di mercante di veleni e soprattutto la morte oscura della sua prima moglie. Decide così di disobbedirgli e di entrare nella stanza proibita. A questo punto, il romanzo si allontana dal piano realistico per entrare nella dimensione del fantastico, del viaggio soprannaturale, trasformandosi in una storia di magia ed emancipazione femminile. Grazie al morso di un serpente, Fatma subisce una metamorfosi che determina una bizzarra fusione di elementi animali e umani, fisici e spirituali, naturali e soprannaturali, in un inquietante connubio di vita e morte.

Il morso del serpente dona alla donna il potere di accedere a una dimensione ultraterrena, a uno spazio situato tra il regno magico dei demoni e la casa del marito. Il corpo di Fatma assume poteri straordinari, la giovane si trasforma in una figura che sembra uscita da un romanzo di Marquez, una “donna serpente” dotata di attributi soprannaturali che le permettono di vedere nel buio e compiere viaggi al di fuori del proprio corpo. Attraverso la guida di Nur, un demone serpentino per metà leone e per metà umano, disegnato su un’urna di ottone, Fatma affronta i recessi più oscuri e segreti della sua mente per indagare la sua identità socialmente circoscritta.

Come risultato della sua trasformazione, Fatma non solo è in grado di confondere le aspettative di Sajir, ma anche di assumersi i compiti del marito nella cura dei serpenti. Al crescente senso di potere e di progresso verso la realizzazione di Fatma, si contrappone lo svilimento del ruolo di Sajir e la sua incertezza sulla sua capacità di mantenere il controllo sulla moglie.

Fatma intraprende un misterioso viaggio a Najran, nel sud-ovest della penisola arabica, guidata ancora da Nur, che la aiuta a scoprire abitanti e costumi della regione. Attraverso il suo lungo viaggio iniziatico, la protagonista acquisisce la conoscenza, vendicandosi della violenza spietata del marito, e s’imbatte nel principe Taray, un malinconico eroe guerriero. L’incontro le permette per esplorare un altro aspetto sconosciuto della sua personalità, il risveglio alla sensualità del suo corpo e il superamento della sua riservatezza femminile.

Il romanzo presenta una struttura binaria, non solo perché basato su due aspetti, l’elemento realistico e quello magico, ma perché è articolato in due tempi: la prima parte della storia è ambientata alla Mecca, e rappresenta la fase della vita in cui la protagonista è dapprima oppressa, poi impegnata ad appropriarsi della propria vita e libertà; la seconda parte è collocata a Najran. Mentre l’ambientazione cittadina è soffocante e claustrofobica, il viaggio e il soggiorno a Najran sono caratterizzati da ampi spazi aperti, dalla visione di nuovi panorami, dall’attraversamento del deserto, dall’incontro con l’amore e la sessualità.

Seppur binaria, realistica e magica, soffocante e liberatoria, la scrittura è anche circolare, perché la storia si conclude con il ritorno a casa di Fatma, in un finale forte, drammatico e incredibilmente femminista per una scrittrice saudita.

* Dottore di Ricerca in Letteratura araba, traduttrice, arabista, docente, si occupa di narrativa araba contemporanea e di traduzione in italiano di letteratura araba

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Dino Buzzati si sarebbe divertito moltissimo con gli smartphone

Quest’anno un solo giorno di distanza separa il 50esimo anniversario della morte di Dino Buzzati (Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972) dal centenario della morte di Giovanni Verga (2 settembre 1840 – 27 gennaio 1922), un autore che, nell’Autoritratto affidato al dialogo con Yves Panafieu nel 1971, Buzzati ricorda per dire che cosa di lui, “in fondo”, non gli piace.

Quello di Buzzati con la letteratura e con la scrittura letteraria è in effetti un rapporto un po’ disordinato, fin da quando, da ragazzo, nelle estati trascorse nella villa di famiglia a San Pellegrino, si avvicina a romanzieri come Tolstoj, Balzac, Manzoni, e allo stesso tempo subisce il fascino delle fiabe e leggende nordiche che sente raccontare dalla tata, di famiglia tedesca, e che rivive nella fantasia ambientate nell’amato paesaggio delle montagne circostanti. E anche da adulto, quello dello scrittore non è il suo primo mestiere.

Dopo la laurea in legge a Milano, la sua città, nel luglio 1928 Buzzati entra nella redazione del Corriere della sera, dove lavorerà tutta la vita – tranne per un breve periodo dopo la fine della guerra, quando co-fonda e scrive per il Corriere lombardo –, ricoprendo vari ruoli: cronista di nera, corrispondente di guerra e inviato, e ancora elzevirista e cronista d’arte, fino a diventare caporedattore della Domenica del Corriere (gli articoli di nera degli anni 1945-1971 sono ora raccolti in un volume a cura di Lorenzo Viganò uscito per Mondadori nel 2020).

È nei tempi morti, spesso lunghi, della redazione di via Solferino che Buzzati comincia a scrivere racconti – i primi, pubblicati da Treves, sono Bàrnabo delle montagne (1933) e Il segreto del bosco vecchio (1935) –, avendo in mente “un solo traguardo: quello di commuovere la gente”, senza preoccuparsi di “essere lodato dai critici”. Alla poetica della commozione risponde anche il romanzo che nel 1940, quasi un po’ inaspettatamente, arriva a lanciarlo come scrittore: Il Deserto dei Tartari, pubblicato da Rizzoli. È qui che fa la sua comparsa “il paesaggio struggente ed elegiaco” del deserto, spazio insieme mitico e metaforico che rimarrà centrale in tutta la successiva narrativa buzzatiana, dalla prima raccolta, I sette messaggeri (1942), attraverso Paura alla Scala (1949) e i Sessanta racconti (1958), fino all’ultima, Le notti difficili (1971) – tutte pubblicate da Mondadori.

Nei racconti, che nascono in parallelo alla produzione giornalistica, Buzzati mette a punto gli strumenti di una lingua magica ed evocativa, capace di descrivere un altrove ai limiti del fiabesco, in cui paesaggio e figure umane si confondono in una stessa trasfigurazione fantastica, di segno sempre positivo: è quello che accade ad esempio ai soldati di Eleganza militare, che man mano che avanzano nelle distese sabbiose vanno “assumendo una progressiva bellezza, positiva, dico, assolutamente controllabile dagli occhi umani. E con gioia che non si può dire mi accorgevo che anche tutti noi, tra il polverone giallo del mezzogiorno, subivamo la medesima sorte” (ne I sette messaggeri).

La cifra fantastica della narrativa buzzatiana, così caratteristica da trovare corrispondenza nelle illustrazioni che spesso l’autore accompagna ai propri racconti – celebri quelle de La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945), fino al Poema a fumetti (1969) vincitore del premio Paese sera –, segna uno stacco piuttosto netto rispetto alla sua scrittura giornalistica, anche a dispetto di ciò che Buzzati stesso affermava nel dialogo con Panafieu: “il vero mestiere dello scrivere […] coincide proprio col mestiere del giornalismo, e consiste nel raccontare le cose nel modo più semplice possibile, più evidente possibile”.

Il primo ad accorgersi di questa differenza è stato il poeta Andrea Zanzotto, che in un ricordo del 1982 (Per Dino Buzzati) separava lo “stile leggibile” del Buzzati giornalista dalla “lingua fiorita” del narratore: narratore che, sull’onda dei primi successi letterari, a partire dalla metà degli anni Cinquanta si avventura nei territori del teatro, della librettistica e della poesia, portando con sé tutto il proprio armamentario “magico-espressivo” – Nel deserto, scheletri ottanta / che conservano forma umana / laggiù laggiù, dei fantasmi / barbuti, diafani, fra i turbini / dorati delle sabbie. Uno squillo / oh, di tromba lontana (Il capitano Pic, vv. 1-6).

Del resto, che scrivesse o dipingesse, per Buzzati la cosa più importante era il potere dell’invenzione – che invece gli appariva del tutto trascurata dalla letteratura coeva, ancora in un’intervista al Corriere dell’informazione del giugno 1966: “Oggi troppa gente si illude di poter fare un romanzo che stia in piedi limitandosi a raccontare i propri ricordi dell’infanzia. […] Si direbbe che nessuno sia più capace di inventare storie”.

Non c’è dubbio allora che Buzzati si sarebbe divertito moltissimo con le nuove tecnologie del nostro tempo. Solo un’invenzione non l’avrebbe forse stupito più di tanto, quella dello smartphone, un oggetto che lui stesso aveva già immaginato in un racconto del 1966, Cronache del 2000, in cui il protagonista si risveglia nella Milano del terzo millennio, invasa dai “teletini”: “Si tratta […] di certi telefoni-televisori tascabili con i quali è possibile parlare e vedersi entro un raggio di trenta chilometri. Una moda diventata una sorta di frenesia”. Come scriveva Ferruccio de Bortoli in un ricordo del 2013, “il cronista Buzzati era arrivato, con la fantasia dello scrittore, per primo sulla notizia”.

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