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Hiv, nel 2019 la seconda sperimentazione per vaccino terapeutico pediatrico

Non esiste purtroppo al momento un vaccino profilattico contro l’Hiv, ma la ricerca continua a studiare per migliorare la vita dei pazienti. E così partirà nel 2019, in tre diversi continenti, la seconda sperimentazione del primo vaccino terapeutico pediatrico, sviluppato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù in collaborazione con il Karolinska Instituet di Stoccolma.

L’ospedale della Santa Sede, infatti, capofila del progetto internazionale di ricerca EPIICAL, ha ottenuto un finanziamento dal National Institute of Health americano che consentirà di testare il vaccino terapeutico in Italia, Thailandia e Sud Africa. Ogni anno nel mondo sono circa 180.000 nuove infezioni pediatriche, per un totale di circa 1.800.000 bambini con infezione da Hiv (dati Unaids). La vaccinazione terapeutica rappresenta una strategia mirata a “educare” il sistema immunitario di una persona con HIV per aiutarlo a reagire contro il virus che lo ha infettato. I vaccini “terapeutici” si distinguono da quelli “profilattici” in quanto i primi servono a trattare persone già infette, mentre i secondi hanno una funzione preventiva (si prendono da sani per evitare i contagi).

La nuova sperimentazione segue quella effettuata la prima volta nel 2013 dall’Unità Operativa di Infettivologia del Bambino Gesù, all’interno del Dipartimento Pediatrico Universitario Ospedaliero diretto dal professor Paolo Rossi, in collaborazione con la cattedra di Pediatria dell’Università di Roma “Tor Vergata”. La prima sperimentazione aveva riguardato 20 bambini nati infetti per via materna (contagio “verticale”), un tipo di trasmissione della malattia che interessa il 95% dei nuovi casi pediatrici ogni anno.

Nel bambino viene somministrato il Dna di una specifica proteina del virus dell’Hiv. Queste informazioni genetiche introdotte nelle cellule del paziente stimolano la risposta immunologica dell’organismo. La cellula umana che riceve il Dna dell’Hiv inizia a sintetizzarla, migliorando la risposta immunitaria verso il virus. La somministrazione del vaccino, abbinata alla terapia antiretrovirale classica, aveva ottenuto risultati positivi determinando il significativo aumento di risposte immunologiche potenzialmente in grado di consentire il controllo della replicazione del virus dell’Hiv. L’avvio della nuova fase della sperimentazione sarà ora possibile grazie al lavoro di EPIICAL, il consorzio nato nel 2015 che coinvolge 27 partner accademici, i più prestigiosi al mondo nell’ambito della ricerca su Hiv pediatrico.

Il consorzio, coordinato dal Bambino Gesù, ha lo scopo di mettere a sistema la ricerca di nuove immunoterapie che permettano un controllo della malattia (remissione virologica) senza utilizzare i farmaci antiretrovirali attualmente disponibili. “La nostra sfida – spiega il dottor Paolo Palma, immunoinfettivologo del Bambino Gesù – è quella di riuscire ottenere, grazie al vaccino terapeutico, un controllo della malattia tale da ridurre al minimo nei bambini il ricorso alle terapie antiretrovirali, che sono certamente molto efficaci ma gravate di tossicità nel lungo termine. Un bambino che nasce con HIiv infatti, inizierà le cure già nel primo anno e dovrà proseguirle per tutta la vita senza interruzioni. Il successo di questo vaccino potrebbe ridurre il rischio dei fallimenti terapeutici legati alla ridotta aderenza nel tempo alle cure antiretrovirali e diminuire sensibilmente i costi per i sistemi sanitari nazionali, che spesso costituiscono un impedimento all’accesso alle terapie, specie nei Paesi più poveri”.

L’arruolamento dei primi pazienti per la seconda sperimentazione è previsto a partire dal prossimo anno e coinvolgerà inizialmente i bambini seguiti in Italia dall’Ospedale della Santa Sede e successivamente i bambini con HIV in Sudafrica e Thailandia, due tra i Paesi con la più alta percentuale di bambini nati infetti per via materna. “Siamo fiduciosi – aggiunge Paolo Palma – che dalla ricerca pediatrica arriveranno le nuove riposte terapeutiche alle esigenze dei pazienti di tutte le fasce di età”. Altri due studi, intanto, sono partiti sempre grazie all’attività del consorzio EPIICAL. Lo studio CARMA, che include bambini con infezione materno-infantile da Hiv trattati sin dai primi giorni di vita con terapie antiretrovirali, in diversi centri Europei. Il Bambino Gesù ha partecipato allo studio arruolando 15 bambini. I dati preliminari hanno permesso di identificare nuovi marcatori di malattia che potranno essere utilizzati in studi futuri di immunoterapia.

In parallelo allo studio CARMA è iniziato anche lo studio denominato EARTH, dedicato ai bambini con infezione materna da HIV in diversi centri del Sudafrica (Johannesburg e Capetown) e del Mozambico. Attualmente sono stati arruolati 40 neonati con infezione da HIV (con una previsione di arrivare a 100) che verranno seguiti per i prossimi due anni. Questi bambini rappresentano i candidati ideali per nuove strategie di remissione virologica. L’infezione da Hiv in età pediatrica rappresenta oggi una realtà in regressione nei Paesi industrializzati come l’Italia. L’infezione madre-bambino risulta un evento sempre più raro confinato a realtà sociali che sfuggono alle maglie di prevenzione ormai piuttosto consolidate. Nuovi casi d’infezioni, tuttavia, sono descritti negli adolescenti che rappresentano una popolazione particolarmente a rischio. In base alle ultime stime Unaids vi sono circa 180.000 nuove infezioni pediatriche ogni anno, con circa 1.800.000 di bambini con infezione da HIV. Attualmente presso il Bambino Gesù sono seguiti oltre 100 pazienti, mentre più di 40 adolescenti sono stati trasferiti con successo nei centri dell’adulto.

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Il Sole 24 Ore, chiusa l’indagine per ex vertici ed ex direttore Napoletano: contestato anche l’aggiotaggio

Il penultimo capitolo dell’inchiesta che nel marzo 2017 scosse Il Sole 24 Ore era stato il versamento, a titolo di risarcimento da quasi 3 milioni dalla Di Source Limited, la società Uk incaricata di gestire gli abbonamenti digitali all’estero fra il 2013 e il 2016 durante la gestione dell’ex presidente Benito Benedini e dell’allora ad Donatella Treu. La Procura di Milano, aveva scoperto che molte copie digitali dichiarate erano farlocche, che copie del giornale finivano al macero e di conseguenza i ricavi erano gonfiati. Per i pm milanesi si trattava in realtà di account fantasma, attivati solo per far abbellire i disastrati conti della casa editrice e gonfiare il bilancio 2015. Le notizie false sui risultati avrebbero anche alterato il prezzo del titolo del gruppo quotato in Borsa. Ed è per questo che si è aggiunta una nuova contestazione: l’aggiotaggio informativo. Anche la società, in base alla legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti, è stata iscritta nel registro degli indagati.

Appropriazione indebita verso archiviazione per nuova norma
L’inchiesta era stata aperta per false comunicazioni sociali e appropriazione indebita. Ma quest’ultimo reato si estinguerà perché come prevede la nuova norma sull’appropriazione indebita la parte offesa deve presentare querela e dopo il risarcimento il gruppo editoriale, che fa riferimento a Confindustria, non procederà. Quindi il filone, in cui era  coinvolti l’ex direttore dell’area digitale, Stefano Quintarelli (già ex deputato di Scelta Civica) suo fratello Giovanni Quintarelli, il commercialista Stefano Poretti, Massimo Arioli (ex direttore finanziario del gruppo), Alberti Biella (ex direttore dell’area vendite) e Filippo Beltramini (direttore della società inglese Fleet Street News Ltd), verrà archiviato. 

I pm: “Sovrastimati i risultati di gestione”
Nel primo filone erano e restano indagati per false comunicazioni al mercato l’ex direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano, l’ex presidente del gruppo, già numero uno della Fondazione Fiera Milano, Benito Benedini, e Donatella Treu, ex amministratore delegato e direttore generale dell’editrice. L’accusa di false comunicazioni sociali contestata agli ex vertici del gruppo e all’ex direttore riguarda i presunti dati falsi sulle copie che hanno impattato sul bilancio del 2015. Il pm Gaetano Ruta e l’aggiunto Fabio De Pasquale hanno contestato anche l’aggiotaggio informativo. A Benedini, Treu e Napoletano i pm contestano di aver esposto nella “relazione finaziaria semestrale al 30 giugno 2015, nel resoconto intermedio di gestione al 30 settembre 2015 e nel bilancio al 31 dicembre 2015, fatti materiali non rispondenti al vero – come si legge nel capo di imputazione – sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società”, sull’andamento economico, sulla vendita delle copie digitali e cartacee e sui ricavi “ciòrealizzando con una rappresentazione tesa sempre a sovrastimare i risultati di gestione del più significativo asset della società – il quotidiano Il Sole 24 Ore – in particolare i ricavi generati dalla vendita delle copie e la penetrazione nel mercato, anche mimetizzando le perdite maturate attraverso la aggregazione di idfferenti aree di business”.  Bugie al fine ” di assicurare a se stessi e a terzi un ingiusto profitto”.

Le false comunicazioni sociali
Per quanto rigaurda le false comunicazioni sociali secondo il pubblico ministero gli indagati aggregavano all’interno del settore denominato Editrice le aree Publishing&Digital (al cui interno era incluso il quotidiano Il Sole 24 Ore, versione cartacea e digitale, i prodotti collaterali e periodici allegati, i nuovi prodotti digitali, il sito del quotidiano e i contenuti online a pagamento), Tax&legal, Radio, Agenzia e Pa. Un’aggregazione che di fatto impediva di comprendere i risultati di ciascuno settore e “in tal modo impedendo di valutare la natura e gli effetti sul bilancio della società dei risultati di ciascun settore e del contesto economico nel quale ciascun settore operava”. Ed è così che i risultavi positivi di alcuni settori finivano “per compensare l’andamento negativo del settore operativo Publishing&Digital costituito per la gran parte dal quotidiano Il Sole 24 Ore”. Le perdite del quotidiano venivano di fatto mascherate nei bilanci. 

Trasferiti i ricavi di altri settori al quotidiano
Ma come avveniva questa alterazione dei risultati con la diffusione del quotidiano? Secondo la procura a partire dall’esercizio del 2013 venivano trasferiti al quotidiano digitale i ricavi delle banche dati grazie all’offerta del quotidiano digitale in abbinamento agli abbonati di altri prodotti editoriali del gruppo… senza alcuna maggiorazione del prezzo e senza alcun accordo contrattuale con il cliente al quale veniva lasciato inalterato il valore della fattura. Ma le fatture sarebbero state regolrizzate solo a partire dal 2015 attraverso lo scorporo del prezzo del quotidiano. Ed è così che venivano indicati ricavi dalla diffusione quelli che in realtà erano soldi guadagnati con la vendita di prodotti dati in abbinamento. Informazioni false ad azionisti e mercato sull’attribuzione delle voci di ricavo. Ed è così che nel corso dell’esercizio 2015, “la vendita simulata di abbonamenti al quotidiano digitale a favore di grandi clienti, cui venivano concessi sconti e omaggi sulle spese pubblicitarie quale contropartita alla sottoscrizione dei suddetti abbonamenti che finivano per essere privi di un effettivo corrispettivo”. Secondo la procura venivano fatti passare per fruttuosi i rapporti contrattuali con DiSource,Johnson, Edifreepress che invece facevano registrare segno negativo. Questo perché per ogni copia venduta  veniva retrocesso all’intermediario un importo superiore a quello fatturato.

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Davide Cervia, cronaca di un depistaggio: così lo Stato negò la verità alla famiglia

Dopo la decisione del ministero della Difesa di ritirare il ricorso contro la sentenza del giudice di Roma, che riconosceva che lo Stato aveva leso il diritto alla verità della famiglia Davide Cervia, pubblichiamo l’articolo di FqMillennium presente nel numero di aprile

ESTATE 1990. In carica c’è il sesto governo Andreotti e il Presidente della Repubblica è Francesco Cossiga. Gli occhi del mondo sono puntati sul Kuwait invaso dall’Iraq e quelli dell’Italia su un appartamento romano di via Poma dove una ragazza è stata uccisa. Davide Cervia, ex sergente della Marina esperto di guerra elettronica, uno dei pochi militari titolari del nulla osta della sicurezza Nato, non rientra a casa. Da quel 12 settembre di lui si perde traccia e solo il 15 gennaio 2018, 28 anni dopo, il giudice di Roma Maria Rosaria Covelli riconosce che il ministero della Difesa «ha leso il diritto della famiglia alla verità» violando ben quattro articoli della nostra Carta costituzionale.

Aveva l’obbligo «di mettere a disposizione dei familiari e degli inquirenti (cui fu detto che Cervia era un elettricista senza competenze che potessero essere appetibili dai Paesi stranieri, ndr) ogni elemento e dato esatto e completo». Invece «i comportamenti omissivi e negligenti da parte di articolazioni della Marina Militare si sono protratti per un lungo periodo di tempo. E non è stata mai opposta, neanche nel presente giudizio, alcuna particolare e rilevante secretazione di quelle informazioni che, pertanto, dai soggetti che le detenevano andavano tempestivamente e compiutamente fornite». Nessun segreto di Stato, in apparenza. E il magistrato non esclude che il depistaggio possa aver avuto una «incidenza» «sull’andamento del procedimento giudiziario penale». Che i giudici hanno dovuto archiviare.

Le indagini sulla «dissoluzione» dell’uomo si sono chiuse con un nulla di fatto della Procura generale di Roma che però certifica che l’ex marinaio, con brevetti e specializzioni come pochi in Europa, è stato probabilmente sequestrato. Un anziano vicino, Mario, sentì il giovane chiedere aiuto e lo vide trascinare via da alcuni uomini. Un autista dell’Acotral raccontò di aver dovuto fare una manovra brusca incrociando due macchine, una Golf bianca e una verde, sulla Torvaianica-Velletri, all’incrocio tra la via Appia e via Colle dei Marmi. Quella bianca, condotta da un giovane con i baffi, gli tagliò la strada. L’auto, secondo la testimonianza, era tallonata da un’altra Golf verde scuro, con a bordo tre persone, che coprivano i finestrini come per impedire la vista all’interno.

Nel dossier dell’inchiesta che di fatto non c’è mai stata si possono leggere gli appunti del Sismi e del Sisde, in cui si ipotizza di un’azione di Paesi come Libia e Iraq, cui il nostro Stato vendeva armi in tempi in cui stava per iniziare la guerra del Golfo. Nazioni che, dopo l’embargo Onu, non potevano più contare sull’assistenza tecnica dei Paesi venditori.

Ma prima di arrivare a questo primo punto fermo giudiziario – grazie agli avvocati Licia D’Amico e Alfredo Galasso – è stata necessaria un’avocazione del fascicolo aperto dalla Procura di Velletri che per otto anni è rimasto a prendere polvere, per carenza di organico pare, dopo aver accolto piste evanescenti come quella dell’allontamento volontario. Un’ipotesi labile visto che Cervia, prima di uscire dall’ufficio di Enertecnel Sud di Ariccia dove lavorava, aveva chiesto al collega di ricordarsi di portare le uova fresche per i suoi bambini, Daniele ed Erika, quattro e sei anni. L’uomo, poco dopo, si era fermato a comprare un mazzo di rose rosse per la moglie Marisa: fiori ritrovati rinsecchiti nell’auto la cui portiera fu fatta esplodere quando la sua Golf bianca fu trovata dopo una segnalazione anonima il primo marzo 1991.

Non solo: fino alla mezzanotte dell’11 settembre Cervia aveva scavato una buca alla luce di una lampada per permettere al tecnico dell’Enel cui aveva dato appuntamento il 13 settembre di lavorare per spostare il contatore della villetta di Velletri.

Cervia era stato un marinaio, non uno qualsiasi. Forse per questo il giorno dopo la sua scomparsa due agenti del Sios (il servizio segreto della Marina) si presentarono a chiedere informazioni ai Carabinieri. L’ex sergente era stato a bordo sulla nave Maestrale sulla quale c’erano apparecchiature «per la prima volta imbarcate su una nave della Marina» per il sistema di guerra elettronica, come durante il processo civile ha testimoniato l’Ammiraglio Michele Saponaro. Sistema che consente «in periodo bellico di sopravvivere oppure no» ha raccontato al giudice un altro ammiraglio, Francesco Loriga. E si parla di intercettatori radar e ingannatori per le azioni di disturbo elettromagnetico.

Eppure quando Cervia scompare, il foglio matricolare consegnato alla famiglia – che deve essere sempre aggiornato per legge ed è unico – non riporta nulla delle specializzazioni e delle competenze che avevano solo sessanta militari in Italia (di cui quindici in congedo). L’uomo aveva seguito corsi che prevedevano che addirittura la brutta copia degli appunti venisse distrutta e i documenti tenuti in cassaforte per ogni allievo.

Solo il 14 settembre 1994 la famiglia ottiene il documento che certifica la sua specializzazione e capisce perché poteva essere una preda da catturare o una vittima da sacrificare. Impossibile invece verificare se fosse su un volo Air France da Parigi al Cairo il 6 gennaio 1991, perché la documentazione non esiste più da tempo. E dove sia, che cosa faccia Davide Cervia è un mistero, o un segreto, che lo Stato non vuole sciogliere.

«Non è una storia che riguarda una sola persona, qui si cerca di nascondere un traffico di personale tecnico, parallelo a quello delle armi» dice a Fq Millennium la moglie Marisa Gentile. «Noi abbiamo ricevuto testimonianze di ex sottufficiali che hanno ricevuto pressioni, offerte di denaro per andare all’estero. Probabilmente esiste una rete, una struttura che gestisce questo traffico. Si rende necessario il commercio tecnici e quando si possono dare in maniera lecita si fa, quando non si può si ricorre a questi mezzi come hanno fatto con Davide».

Durante il processo civile, Marisa e i suoi figli hanno dovuto rinunciare a chiedere 5 milioni di euro di risarcimento, perché i legali dello Stato minacciavano di invocare la prescrizione. La causa è andata avanti con una richiesta simbolica di un euro, poi accolta dal giudice. Ora aspettano, dopo una prima verità, un po’ di giustizia: «Questa sentenza una piccola speranza la riaccende. Ora si tratta solo di volontà politica, vedremo questo Parlamento di che cosa sarà capace. Ci dicono che vogliono riaprire gli armadi, che vogliono far venire fuori vicende oscure, ma a me sembra che passino gli anni e non cambi nulla. Non è solo la nostra storia, ci sono tanti misteri irrisolti e quello di Davide è tra questi. Noi saremo sempre qui a chiedere conto, perché c’è un ministero che ha mentito e vorremmo sapere perché lo ha fatto».

La signora non ha mai voluto dire chi le telefonò per offrirle un miliardo di lire purché smettesse di cercare suo marito: «Io non so se questa persona che mi ha offerto il miliardo faccia parte di una struttura parallela e segreta, non so, penso a qualcosa tipo Gladio… però faceva parte delle istituzioni. Vorrei dirlo ai magistrati, quando un giorno ci sarà qualcuno che con serietà vorrà occuparsi di questa vicenda».

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“Terroristi pronti ad agire gli adepti del mullah Krekar”, cosi la Cassazione ha confermato il 270 bis per la sua cellula

Non partigiani, ma terroristi. Perché il loro obiettivo non era la ribellione del popolo curdo contro un oppressore, ma la sua sottomissione alla sharìa. Creando una teocrazia, un califfato islamico anche “con azioni di combattimento e di martirio indiscriminato” e “anche” coinvolgendo “civili”. Erano stati i giudici della Corte d’assise d’appello di Trento a riconoscere che coloro che volevano ritornare alle montagne ovvero i componenti dell’organizzazione Rawthi Shax, derivata direttamente da Ansar Al Islam, erano jihadisi pronti ad agire. E questa è anche la convizione dei giudici della Cassazione che pochi gorni fa hanno depositato le motivazioni della sentenza dell’11 maggio scorso con cui hanno confermato le condanne per i quattro imputati che avevano scelto il rito abbreviato nel processo contro la cellula, guidata dal mullah Krekar, fondatore e leader di Ansar Al Islam e di Rawthi Shax.

Ad Abdul Rahman Nauroz, che viveva a Merano in un alloggio pagato dai servizi sociali ed è ritenuto il capo del gruppo, Eldin Hodza, kosovaro e i curdi Abdula Salih Ali Alisa, alias Mamosta Kawa, e Hasan Saman Jalal, alias Bawki Sima, erano stati inflitti quattro anni e restano detenuti nelle carceri di massima sicurezza di Rossano Calabro e Nuoro. Prosegue con il rito ordinario il processo per Krekar che è imputato insieme ad altre cinque persone – Rahim Karim Twana, Hamasalih Wahab Awat, Abdul Zana Rahim, Jalal Kamil Fatah e Bakr Hamad – con l’accusa di associazione per delinquere con finalità terroristiche. Reato (il 270 bis) riconosciuto a maggio dagli ermellini per i loro coimputati. Usciti dall’inchiesta per archiviazione gli altri uomini che erano stati arrestati nell’operazione del Ros del 19 novembre 2015.

Se è vero che per Krekar ovvero Faraj Ahmad Najmuddin, era fondamentale la preparazione ideologica degli adepti – attraverso la chat room dell’organizzazione – è anche vero che Rawthi Shax, rispetto ad Ansar Al Islam, è nata in Europa e aveva come missione l’intervento in Kurdistan raccogliendo proseliti e finanziamenti, mimetizzandosi anche nelle forze di polizia e nelle intelligence occidentali, e anche inviare combattenti. Ed è in quest’ottica, ragionano i giudici, che assume importanza la partenza di Hodza Eldin per la Siria: proprio per contribuire all’instaurazione di un califfato islamico. Senza escludere eventuali azioni in Europa se necessarie. Diceva Hasan Saman, intercettato durante le indagini: “È buono morire per Allah, qualsiasi cosa io faccia per Allah è come se non avessi fatto abbastanza”. E ancora: “Quando verrò ammazzato i miei figli saranno fieri (…), non avrò pace fino a che non ucciderò qualche ebreo sarà bello quando mullah Omar (storico leader dei talebani, ndr) verrà a trovarci tra le montagne”. Sempre Saman (luglio 2012) diceva commentando un attentato in Bulgaria contro un autobus di turisti israeliani: “È una benedizione di Dio”.

Che poi gli atti non fossero in preparazione in Italia questo non depotenzia il reato. Conta, scrivono gli ermellini in motivazione, la “precisa volontà di contribuire – come gruppo e come singoli aderenti – alla realizzazione di uno o più atti di violenza con matrice terroristica” e “tali attività, sia pure prospettiche vanno, dunque, individuate e qualificate e possono consistere anche in atti di terrorismo compiuti in altre regioni del mondo, essendo rilevante a fini di punibilità che la condotta partecipativa sia commessa, in tutto o in parte, in territorio italiano“. E la cellula smantellata era operativa tra Merano e Bolzano. I militanti jihadisti erano anche pronti, secondo le indagini del Ros, a colpire diplomatici e parlamentari norvegesi, come ritorsione per l’arresto di Krekar, che non è stato estradato in Italia e che ha chiesto più volte di essere sentito di fare dichiarazioni spontanee. Richiesta respinta dai giudici perché l’imputato è a piede libero e non può lasciare la Norvegia. Per il religioso, che pregò per gli stragisti islamici entrati in azione nella redazione di Charlie Hebdo, era stata revocata l’ordinanza di custodia cautelare, ma poi era stato rinviato a giudizio. Krekar ha una lunga storia giudiziaria che si incrocia anche con l’Italia. L’uomo è approdato in Norvegia nel 1991 con la famiglia ed ha ottenuto lo status di rifugiato. Dopo gli attentati dell’11 settembre è stato più volte arrestato e rilasciato dalle autorità di Oslo. Dalle indagini svolte erano emersi suoi contatti con i vertici di Al Qaeda ed in una perquisizione gli è stata sequestrata un’agenda che conteneva il numero telefonico di Al Mussab Al Zarqawi. Un uomo pericoloso per molti servizi segreti tanto che, secondo alcune inchieste giornalistiche, Krekar sarebbe stato anche oggetto anche di un tentativo della Cia – sventato dalle autorità norvegesi – di prelevarlo in un’operazione di extraordinary rendition simile a quella fatta a Milano per Abu Omar. Per lui il processo in Italia ricomincia il prossimo 10 dicembre.

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Consip, l’effetto domino che porta il “non attendibile” Tiziano Renzi alla richiesta di archiviazione

C’è un effetto domino che compare, a sorpresa, nell’inchiesta Consip deviata dalla procura di Roma su un doppio binario: quello che corre verso il processo per sette indagati (tra cui l’ex ministro Lotti e l’ex comandante dell’Arma) e quello che va in direzione dell’archiviazione per tutti gli altri. È la derubricazione per Carlo Russo, piccolo imprenditore di Scandicci, dal reato di traffico di influenze a quello di millantato credito. La “primigenia” contestazione era condivisa con l’uomo con cui aveva vissuto l’esperienza di pellegrinaggi a Medjugorje e cui aveva chiesto di fare da padrino del figlio: Tiziano Renzi. Per il quale, invece, è stata chiesta l’archiviazione. Per i pm il padre dell’ex premier ha fornito “informazioni” “non credibili”, tanto che nei suoi confronti i magistrati parlano di “non attendibilità di quanto dichiarato” e “a prescindere dalla sua inverosimile ricostruzione dei fatti e della natura dei rapporti”.

Comunque, come si legge nelle 58 pagine del documento – firmato addirittura da tre magistrati: il procuratore capo Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Mario Palazzi – per il papà dell’ex segretario del Pd “non vi sono elementi per sostenere un suo contributo eziologico nel reato di millantato credito commesso da Carlo Russo”. E di cui Alfredo Romeo, imprenditore napoletano finito nei guai per corruzione a Napoli e che voleva rientrare nel giro degli appalti di Consip, è vittima. Perché promette 100mila euro ed è pronto a offrirne 5mila ogni due mesi a quello che viene considerato un millantatore – cioè Russo -, e vuole offrire 30mila a un certo T. (“evidentemente Tiziano Renzi”, scrivono i pm) perché in ballo ci sono due “incontri quadro”: uno con M. (“evidentemente Luigi Marroni”, l’ad di Consip) e l’altro con L. (“ragionevolmente Lotti”). Russo è considerato un millantatore perché tutti i rapporti e le relazioni, soprattutto in ambito dem, che vanta con Romeo (da Giorgio Gori a Michele Emiliano, da Teresa Bellanova a Francesco Bonifazi) sono inesistenti o mancati. Tranne quelli con Tiziano Renzi, che risalgono al 2012. 

L’incontro negato, ma avvenuto “probabilmente” a Firenze
Romeo
, con i buoni uffici di Russo, vide Renzi senior e in una situazione piuttosto informale visto che – come da intercettazione del 17 luglio 2015 con l’ex parlamentare Italo Bocchino – poteva descriverlo così “… è un chiacchierone… con una logorroica… è logorroico si è presentato con un bermuda, con una polo tutta sbavata… con dei sandali… abbiamo parlato simpaticamente, insomma è andata bene secondo me …. quanto questo qui sia una persona credibile non ti so dire…”. Eppure l’incontro è stato negato dallo stesso Renzi. La procura, con il lavoro dei carabinieri del nucleo Investigativo che hanno ereditato gli atti dagli esautorati militari del Noe, ha una lista di nove date (1, 14 e 22 aprile, 15 e 22 luglio, 30 settembre, 6 e 27 ottobre, 3 novembre) in cui i telefonini di Renzi senior, Romeo e Russo (lo smartphone utilizzato fino al l novembre 2016 non è stato mai trovato, né quindi sequestrato, ndr) agganciavano i ponti ripetitori che servono le stesse zone al centro di Roma. E di un incontro romano aveva parlato a investigatori e inquirenti (il 1 gennaio e poi il 10 ottobre) Alfredo Mazzei, il commercialista napoletano che fu tesoriere del Pd campano, e che ha raccontato di aver raccolto una confidenza di Romeo. Il suo verbale è agli atti senza che gli inquirenti siano stati in grado di trovare riscontri: non bastano le nove date in cui i telefonini si trovavano nella stessa zona. Secondo la procura, l’incontro Romeo-Tiziano probabilmente è avvenuto, ma non a Roma. Bensì “probabilmente” a Firenze, il 16 luglio 2015, quando i cellulari dei tre personaggi agganciarono contemporaneamente le stesse celle telefoniche in zona via Pier Capponi. Molto prima di quando il presunto millantatore e l’imprenditore napoletano “iniziano a pianificare il loro progetto” cioè nell’estate del 2016.

La raccomandazione a Marroni: “È un amico”
Incontro negato dall’ex professore poi diventato imprenditore “per creare posti di lavoro”, come si definisce lo stesso Renzi senior  in una lettera a Qn in cui annuncia l’intenzione di vendere la sua società. Il padre dell’ex numero uno del Pd del resto ha escluso di aver “parlato mai con lui di Consip” né di aver “spinto per lui su Consip” quando fa riferimento a Luigi Marroni, all’epoca numero uno della centrale acquisti della pubblica amministrazione. “Queste ultime affermazioni non paiono credibili, confrontate con quanto dichiarato da Luigi Marroni in modo dettagliato, con alcuni puntuali riscontri su luoghi e tempi degli incontri avuti con Tiziano Renzi – scrivono a pagina 43 i pm – considerando poi che tale teste non aveva interesse ad affermare il falso, ricostruendo circostanze che semmai potevano metterlo in difficoltà”. In effetti Renzi senior, per perorare la causa di Russo, aveva incontrato l’ex assessore alla Sanità della Regione Toscana a ottobre 2015 e nella primavera 2016, dicendogli: “È un amico, se l’ascolti mi fa piacere, se puoi dargli una mano” e anche “Luigi avrei bisogno che te incontri di nuovo Russo, c’ha dei bei progetti, è un bravo figliolo, ci sono affezionato”. Anche se per gli inquirenti “si sarebbe trattato in base a quanto riferito da Marroni di una generica raccomandazione che non avrebbe avuto alcun esito”. Il 17 novembre 2015 l’amministratore delegato vede Romeo “ma l’incontro” “non è stato procurato da Russo”. L’ad di Consip, a partire da primavera 2016, non avrebbe avuto altri incontri con Tiziano Renzi ribadiscono i pm. Ma è proprio Marroni che, intercettato il 20 dicembre 2016, dice al capo dell’ufficio legale di essere stato avvertito dalle indagini “da quattro-cinque mesi”, quindi in estate. E sono almeno in tre, stando proprio agli inquirenti, che si precipitano ad allertare l’ad e a raccomandargli anche di non parlare a telefono (l’ex ministro e sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, il generale Emanuele SaltalamacchiaFilippo Vannoni, già presidente di Publiacqua a Firenze ed ex consigliere di Palazzo Chigi). Per rassicurare Romeo sul possibile ascendente di Renzi senior, Russo poi sostiene: “Che, dopo che Marroni eh … aveva finito .. il … mandato in Regione, andava a casa di Tiziano a portargli i curriculum.! e ci andava tipo ogni settimana dieci giorni”.

In estate indagine Napoli nota e Marroni non incontra Romeo
Marroni, interrogato il 20 dicembre 2016, agli inquirenti spiega che Russo gli chiese “di intervenire su un appalto da 2,7 miliardi di euro per conto del babbo di Matteo e di Verdini (Denis, ex senatore di Ala). Mi disse che erano gli arbitri del mio destino professionale”, in grado di influire quindi sulla sua carriera. Dall’estate 2016 sa dell’indagine e quando Russo si fa risentire, dopo aver promesso a Romeo di poter intervenire, fa prima spostare e poi annullare l’appuntamento. Il 28 ottobre 2016, mentre si trova a Medjugorje con Tiziano Renzi, la moglie Lalla, Russo riceve la chiamata della segretaria dell’ad che gli comunica di dover annullare l’appuntamento fissato per il 2 novembre 2016 e con la quale dovranno risentirsi per concordare un’altra data. Per la procura però “è ragionevole ritenere” che il padre dell’ex segretario del Pd “non fosse a conoscenza delle operazioni di avvicinamento di Marroni che Russo intendeva realizzare” per andare incontro alla volontà di Romeo di aspirare agli appalti di Consip e che gli appuntamenti saltati o mancati dimostrino che non ci fu alcuna pressione o “sollecitazioni da terzi”. Certo se tutti sanno i telefoni smettono “di parlare” e magari qualche incontro salta. Del resto è esemplare l’intercettazione in cui l’autista del camper di Matteo Renzi chiama Russo: “Mi ha detto di dirgli di non chiamarlo e non madargli messaggi”.  Solo un mese prima, il 6 novembre 2016, La Verità pubblica un articolo in cui racconta quelli che troppi conosco da tempo: c’è un’indagine della Procura di Napoli che riguarda anche Tiziano Renzi. Ma non si fa nessun cenno a Consip.

L’articolo Consip, l’effetto domino che porta il “non attendibile” Tiziano Renzi alla richiesta di archiviazione proviene da Il Fatto Quotidiano.

Eutanasia, la Consulta decide sul diritto a morire. Da Welby a Dj Fabo 12 anni di lotta contro la legge dello Stato

Piergiorgio Welby era stato inchiodato al suo letto dalla distrofia muscolare, Giovanni Nuvoli era prigioniero della Sla, il sorriso di Eluana Englaro fu spento da un incidente stradale e a Dj Fabo ovvero Fabiano Antoniani non era rimasta altro che la sua lucidità dopo lo schianto in auto. Il diritto a morire in Italia è stato una sfida allo Stato e alla religione, una battaglia sfibrante delle persone e delle loro famiglie (su tutti Mina Welby e Beppino Englaro), contro il pregiudizio e la legge, che ha bisogno di un ultimo assalto per dirsi vinta. Sono stati dodici anni di appelli, invocazioni, inchieste, giudici, sentenze e così pesa e ha un valore più grande di altri il compito dei giudici della Corte costituzionale di decidere se la norma che punisce l’aiuto al suicidio rispetta la legge fondamentale dello Stato. Sono passati otto mesi e una manciata di giorni dall’invio da parte della Corte d’assise di Milano degli atti del processo in cui Marco Cappato è stato giudicato per aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo e così salvarlo “da questo inferno di dolore, di dolore, di dolore…” come aveva detto il 40enne diventato cieco e tetraplegico.

Attesa per la decisione della Consulta sull’articolo 580
La Consulta, se non dichiarerà inammissibile la questione, dovrà rispondere a domande che attengono alla libertà personale e al diritto alla salute. Sul piatto della bilancia della giustizia la norma sull’aiuto al suicidio che è al momento equiparata nella pena all’istigazione (da 5 a 12 anni). Dal rafforzamento al suicidio il tesoriere co-presidente dell’associazione Coscioni è stato assolto. Due le richieste: se sia punibile chi non istiga, ma aiuta al suicidio una persona che, trovandosi in una situazione estrema, abbia maturato ed esplicitato la convinzione di volersi togliere la vita; e se appunto sia proporzionata la pena che l’articolo 580 del codice penale prevede indistintamente per entrambe le condotte. I giudici esamineranno il caso martedì e per mercoledì massimo è attesa la decisione.

“Già riconosciuto il diritto a decidere di lasciarsi morire”
Nell’ordinanza i giudici di Milano avevano ricordato le sentenze sui casi Welby ed Englaro, le pronunce della Corte europea dei diritti dell’Uomo sul fine vita (una contro il Regno Unito e due contro la Svizzera, ndr), la legge sul Biotestamento, che hanno via via ritoccato il perimetro dei diritti in quest’ambito: “Nel caso di malattia, dunque il diritto a decidere di ‘lasciarsi morire’ – scrivevano a pagina 13 – è stato espressamente riconosciuto, a prescindere dalle motivazioni sottese a tale decisione, a tutti i soggetti capaci. Il fatto che non sia possibile sindacare le ragioni per cui una persona addiviene a questa scelta, è chiaro riconoscimento dei principi stabiliti dagli articoli 2 (sui diritti inviolabili, ndr) e 13 (sulla libertà personale, ndr) della Costituzione, in forza dei quali la libertà di ogni persona a disporre della propria vita non può essere limitata per fini eteronimi”. Si chiede di andare, quindi, oltre un confine il cui primo segno è stato tracciato nel 1930 con il codice Rocco.

E il pm disse: “Mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa”
A difesa della legge si sono costituiti in giudizio il Centro Studi “Rosario Livatino”, formato da giuristi che si occupano di diritto alla vita, e le associazioni pro-life “Movimento per la vita” e “Vita è”, quest’ultima rappresentata da Simone Pillon, senatore della Lega e organizzatore del Family Day. Ma anche il governo – dopo quello Gentiloni lo ha fatto anche quello attuale – attraverso l’Avvocatura dello Stato, rappresentata in udienza da Gabriella Palmieri, che ha seguito moltissime cause legate a tematiche sui diritti della persona. In aula ci sarà anche Tiziana Siciliano, procuratore aggiunto di Milano, che aveva chiesto l’archiviazione del caso e dopo che il gip aveva ordinato il processo aveva invocato l’assoluzione con queste parole: “Noi pubblici ministeri rappresentiamo lo Stato, non siamo gli avvocati dell’accusa come in altri ordinamenti, pur civilissimi. Io mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa. Io rappresento lo Stato e lo Stato è anche l’imputato Cappato”

L’Avvocatura dello Stato e il rischio dell’horror vacui
Dall’altra parte ci saranno Marco Cappato, esponente dei Radicali e dell’associazione “Luca Coscioni”, impegnata per la libertà di cura e ricerca, e i legali che lo rappresentano, tra cui Filomena Gallo, segretario dell’associazione e avvocato, consapevoli che sarà una lotta. A esporre la causa come relatore sarà il giudice costituzionale Franco Modugno, giurista entrato in Consulta su proposta dei Cinquestelle. L’Avvocatura dello Stato farà leva non solo su aspetti tecnici, come quello che in materia penale c’è una riserva di legge affidata al Parlamento, ma sul fatto che se l’articolo 580 fosse dichiarato illegittimo, si produrrebbe un vuoto normativo: “Un horror vacui”. L’aiuto al suicidio non sarebbe più reato e soggetti vulnerabili si troverebbero esposti senza tutela.

Cappato e Welby processo per il caso di Davide Trentini
Cappato, insieme a Mina Welby, è sotto processo anche a Massa per il caso di Davide Trentini, malato di sclerosi multipla dal 1993, accompagnato in Svizzera e morto il 13 aprile 2017: “Basta dolore. La cosa principale è il dolore, bisogna focalizzarsi sulla parola dolore. Tutto il resto è in più” diceva. Il processo è stato aperto e rinviato in attesa della decisione della Consulta. “Noi attendiamo con grande rispetto l’udienza e la decisione che verrà presa. È una occasione per fare chiarezza sui diritti dei cittadini italiani. Abbiamo depositato cinque anni fa la proposta di legge per rendere legale l’eutanasia ma il Parlamento, sia quello del passato Governo che l’attuale, continua a non discutere questo tema, in violazione della Costituzione. Non pretendiamo di avere ragione ma che ci sia un dibattito in Parlamento. Ci appelliamo alla coscienza di ogni parlamentare“. E per chi non l’avesse ci sono le parole della Costituzione nell’articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana“.

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Lega, manca ancora la querela del partito contro Bossi e Belsito: processo d’appello a Milano rischia l’estinzione

In principio fu The Family. La cartella in cui l’ex tesoriere della Lega. Francesco Belsito, custodiva le spese della famiglia Bossi, dall’ex leader Umberto in giù: dalle multe alle mutande. Ebbene la condanna incassata in primo grado per appropriazione indebita, con ogni probabilità, non potrà trasformarsi in una assoluzione e neanche la procura di Milano potrebbe avere la soddisfazione di vedere confermata l’accusa. Questo perché il processo d’appello si estinguerà se il Carroccio non presenterà querela come ha fatto a Genova nel processo sulla truffa allo Stato che ha portato alla decisione della confisca degli ormai famosi 49 milioni di euro.

Il termineè  il 30 novembre, prima si procedeva d’ufficio
Il termine, dopo la notifica avvenuta il 31 agosto, per la presentazione della denuncia che spetta al danneggiato scadrà dopo il 30 novembre. Al palazzo di Giustizia di Milano sembrano scettici che questo possa accadere visto che se anche la Lega volesse presentare la denuncia contro il solo Belsito, lasciando fuori il fondatore e attuale senatore della Repubblica, essendo concorrenti nello stesso reato il giudizio andrebbe avanti per tutti quanti gli imputati. Un caos che si è creato all’indomani della riforma del codice penale da parte del governo di Matteo Renzi. Prima per il reato contestato si procedeva d’ufficio. L’udienza fissata per domani, 10 ottobre, dovrebbe slittare anche perché è stato presentato un legittimo impedimento da uno dei difensori. L’impedimento è stato presentato dall’avvocato Rinaldo Romanelli, nuovo legale, in quanto impegnato nel processo genovese, sempre di secondo grado e il cui decreto di fissazione è stato notificato prima rispetto a quello milanese.

Una decisione, quella della presentazione della quelera, che è in capo all’attuale segretario Matteo Salvini, che però a Bossi ha concesso ampia fiducia visto che lo ha candidato e poi pubblicamente ringraziato all’ultima Pontida. Una volta scaduti i termini il sostituto procuratore generale Vincenzo Calia sarà costretto a chiedere l’estinzione del reato e verrebbero cancellate le condanne inflitte ai tre dal Tribunale il 27 luglio dell’anno scorso a 2 anni e 3 mesi (Bossi), 1 anno e 6 mesi (Renzo Bozzi) e 2 anni e 6 mesi (Belsito) così come chiesto dal pm Paolo Filippini.

Le motivazioni della condanna: “Bossi consapevole”
Nelle motivazioni i giudici avevano sottolineato la contraddizione del partito che chiamava Roma ladrona e i reati contestati. Bossi è stato “consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro” della Lega Nord, ma proveniente “dalle casse dello Stato”, “per coprire spese di esclusivo interesse personale” suo e della sua “famiglia”. Condotte portate avanti “nell’ambito di un movimento” cresciuto scrivevano i giudici nelle motivazioni – “raccogliendo consensi” come opposizione “al malcostume dei partiti tradizionali“. Secondo l’accusa tra il 2009 e il 2011, l’ex tesoriere si sarebbe appropriato di circa mezzo milione di euro, mentre l’ex leader del Carroccio avrebbe speso con i fondi del partito oltre 208mila euro.

A Renzo “Trota” Bossi erano stati addebitati, invece, più di 145mila euro: migliaia di euro in multe, i cui “verbali originali” sono stati trovati a Belsito “in una logica di pagamento da parte della Lega”, tremila euro di assicurazione auto, 48mila euro per comprare una macchina, (un’Audi A6) e 77mila euro per la “laurea albanese”. Nelle motivazioni il giudice spiegava che “non si può ignorare il disvalore delle condotte” contestate ai tre imputati “poste in essere con riferimento alle elargizioni provenienti dalle casse dello Stato”. Condotte portate avanti “nell’ambito di un movimento nato, ormai decenni orsono, e successivamente cresciuto raccogliendo consensi da chi vedeva in esso un soggetto politico in forte opposizione al malcostume dei partiti tradizionali”. Nelle motivazioni, tra l’altro, il Tribunale aveva ricordato anche che la Lega non si è costituita parte civile nel processo per chiedere i danni, facendo presente, tuttavia, che “la decisione di non innestare nel presente processo l’azione civile ben può essere dipesa da valutazioni di ordine diverso, che nulla hanno a che vedere con la fondatezza dell’azione penale” e, dunque, “in questa sede non interessano”.

Regali, gioielli, vestititi e anche cure mediche
Per il giudice, inoltre, “ha ragione” il pm che nel processo ha evidenziato come nel formulare le imputazioni sia stato “utilizzato un criterio, per così dire, prudenziale, non essendo state contestate spese” come “i finanziamenti alla Scuola Bosina“, fondata dalla moglie di Bossi, o per il “Sindacato Padano”, ma anche “il pagamento effettuato ad una clinica svizzera” o “lo stipendio versato alla badante infermiera” che “assisteva Umberto Bossi fin dai tempi della malattia”. Tutti “capitoli di spesa”, si legge nelle motivazioni, tenuti fuori dal processo ma che “consentono di tratteggiare, in modo ancora più chiaro, il contesto generale” e che “difficilmente paiono compatibili con le disposizioni statutarie in ordine alla destinazione delle risorse del partito politico”. E non si può pensare, scrive il giudice, “che ad Umberto Bossi facessero difetto risorse alle quali attingere per potersene far carico personalmente”. Tra le spese contestate al fondatore della Lega, invece, ci sono l’acquisto di “regali“, “gioielli” e “capi di abbigliamento“, oltre a quelle per le “cure mediche prestate in favore di Sirio Bossi”, altro figlio. Del resto, chiarisce il giudice, “che l’accesso ai conti del cosiddetto ‘federale’ è fosse ritenuto dall’entourage di Umberto Bossi un affare, per cosi dire, riservato e di spettanza del Segretario Federale, è dato che emerge con chiarezza dalle conversazioni telefoniche” agli atti. E Belsito agiva “su incarico generale, o in casi determinati, previa specifica autorizzazione, del Segretario federale” Bossi. Ed è stato dimostrato che Renzo “godeva di benefits di rilievo (acquisto ed utilizzo di un’auto del partito per l’intero arco della giornata, con accompagnamento di autisti pagati dalla Lega, oltre ad un complessivo rimborso spese), dai quali erano esclusi non solo i consiglieri regionali, bensì anche gli stessi eletti in Parlamento”. Ma tutto questo a partire dal prossimo 30 novembre potrebbe risolversi in un nulla di fatto.

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Dj Fabo, governo si costituisce in giudizio davanti alla Consulta. Marco Cappato: “Era discrezionale, è una scelta politica”

Venti pagine di memoria depositate ieri dal governo Conte, come aveva fatto già il governo Gentiloni il 3 aprile scorso. Il “processo” è quello davanti alla Consulta dopo l’invio da parte della corte d’Assise di Milano degli atti del giudizio in cui è imputato Marco Cappato per la morte di Fabiano Antoniani, 40 anni, noto come dj Fabo, in una clinica svizzera col suicidio assistito il 27 febbraio 2017.

“Ho appreso ora che anche il Governo Conte-Di Maio-Salvini ha presentato memorie contro di me davanti alla Corte costituzionale, affinché il dubbio di legittimità costituzionale presentato dal Tribunale di Milano nel processo per la morte di DJ Fabo sia dichiarato inammissibile, come già aveva chiesto il governo Gentiloni. Anche il senatore Simone Pillon ha redatto memorie per l’associazione “Vita è” di cui è anche socio fondatore” a favore dell’”indisponibilità della vita. Di Pillon non mi stupisco, ma sul governo avevo capito che non volessero affrontare il tema perché non è nel programma di governo. Speravo (e continuo a sperare) che questo significherà lasciare il Parlamento libero di decidere. In ogni caso, noi non ci fermeremo e diamo a tutti appuntamento al XV Congresso dell’Associazione Luca Coscioni”. Al fattoquotidiano.it Cappato ricorda che il governo poteva scegliere di non costituirsi: “Si tratta di una scelta discrezionale, è quella di costituirsi è una scelta politica anche se nel mitico contratto di governo non ci sono questi temi. È comunque del tutto legittimo e comunque trovo che sia pubblicamente rilevante. Vado avanti comunque sia”.

La corte d’Assise di Milano aveva deciso di trasmettere gli atti alla Consulta affinché valutasse la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio. I giudici avevano stabilito che “la condotta di Marco Cappato non ha inciso sulla decisione di Antoniani di mettere fine alla sua vita” e quindi il radicale andava “assolto dall’accusa di aver rafforzato il suo proposito di suicidarsi”. Anche perché in più occasioni ha prospettato a Fabo la possibilità di cambiare idea, di tornare in Italia. Ma Cappato ha comunque aiutato Fabiano nel suo intento accompagnandolo in Svizzera. Per i giudici milanesi l’esponente non ha rafforzato il proposito suicidiario e la parte della norma che punisce l’agevolazione al suicidio senza influenza sulla volontà dell’altra persona è costituzionalmente illegittima. Due, nella fattispecie, i profili di incostituzionalità: l’equiparazione tra aiuto e istigazione al suicidio (articolo 580 del codice penale) e la conseguente sproporzione della condanna per l’aiuto al suicidio (dai 6 ai 12 anni, come per l’istigazione).

Nella memoria attuale, che secondo quanto apprende il fattoquotidiano.it, ricalca quella precedente, l’avvocatura L’avvocatura dello Stato contestava l’infondatezza dell’eccezione dei giudici di Milano e difendeva la costituzionalità del reato di aiuto al suicidio. In sostanza, questa la tesi sostenuta dalla presidenza del Consiglio, i magistrati non avevano alcuna necessità di rivolgersi alla Consulta. Il perché lo avevano spiegato direttamente dal ministero della Giustizia. Secondo via Arenula è possibile un’interpretazione della norma che sia rispettosa dei principi costituzionali. La legge, spiegavano, sanziona l’agevolazione delle condotte strettamente esecutive dell’atto suicidario e non anche il comportamento di chi, nel rispetto delle volontà del malato, gli fornisca le informazioni e la collaborazione nelle fasi antecedenti al compimento materiale del gesto. La Corte potrebbe perciò definire il giudizio con una cosiddetta sentenza interpretativa di rigetto, cioè fornendo i criteri per una interpretazione costituzionalmente orientata della norma. Mentre, era il parere del governo precedente, la dichiarazione di incostituzionalità secca della norma potrebbe lasciare impunite condotte che nulla hanno a che fare con la tematica del rispetto delle volontà dei malati terminali.

Nel corso del processo davanti all’Assise sia l’accusa che la difesa avevano chiesto l’assoluzione, mettendo in luce che Cappato aiutò Fabo “a esercitare un suo diritto, non il diritto al suicidio ma il diritto alla dignità” nel morire. In subordine, avevano chiesto appunto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. Iniziato l’8 novembre 2017, il processo all’esponente dei Radicali era scaturito prima dall’autodenuncia dello stesso Cappato ai carabinieri di Milano il 28 febbraio 2017, il giorno dopo la morte nella clinica ‘Dignitas‘ di Antoniani, e poi dalla decisione del gip Luigi Gargiulo, che respinse la richiesta di archiviazione della Procura e ordinò l’imputazione coatta per Cappato, spiegando che l’imputato non solo aiutò Fabo a suicidarsi, ma lo avrebbe anche spinto a ricorrere al suicidio assistito, “rafforzando” il suo proposito. Accusa, quest’ultima, che non ritenuta fondata dalla Corte d’Assise, che aveva deciso di assolvere Cappato perché la sua condotta – si legge nelle motivazioni – “non ha inciso sulla decisione di Antoniani di mettere fine alla sua vita e quindi va assolto dall’accusa di aver rafforzato il suo proposito suicidiario“. Il 27 febbraio scorso Cappato aveva ricordato che grazie al caso di Dj Fabo oggi in Italia abbiamo una legge sul Biotestamento.

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Onu, debutto diplomatico per la First baby della Nuova Zelanda






Baby-credenziali, pannolini e biberon alle Nazioni Unite per la piccola Neve Te Aroha, la bebè di tre mesi della premier neozelandese Jacinda Ardern. Neve ha ottenuto un badge per entrare al Palazzo di Vetro su cui accanto alla “D” rossa su sfondo blu dei diplomatici c’è la sua inedita carica: “First Baby“.

La Ardern è la seconda primo ministro a partorire durante il suo mandato dopo Benazir Bhutto nel 1990 e la prima ad aver preso l’aspettativa di maternità. A tenere in braccio Neve durante i lavori dell’Onu è stato Clarke Gayford, il partner della premier e papà della bambina. Jacinda ha fatto il suo debutto all’Onu ieri, intervenendo al summit della pace convocato dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres per celebrare i cento anni dalla nascita di Nelson Mandela. Quanto a Gayford, ha twittato alcuni momenti delle giornate di Neve all’Onu: “Avrei voluto catturare lo sguardo sbalordito di una delegazione giapponese che è entrata in una sala riunione mentre cambiavo il pannolino!“.

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Torino, piazza San Carlo: gip si riserva su richieste di archiviazione

È durata oltre un’ora in tribunale a Torino l’udienza dedicata alla discussione delle opposizioni alle richieste di archiviazione presentate dalla procura nel procedimento per i fatti di Piazza San Carlo. La decisione del gip Irene Gallesio è attesa nelle prossime settimane.
In aula i pubblici ministeri Antonio Rinaudo e Vincenzo Pacileo hanno ribadito la loro volontà di archiviare sette posizioni, fra cui quella del prefetto Renato Saccone; per l’altra quindicina di indagati invece è già stato chiesto il rinvio a giudizio e l’udienza preliminare si terrà a ottobre.

Il ricorso dell’Unione Nazionale Consumatori, alla quale si sono rivolte alcune decine di persone rimaste ferite nelle ondate di panico che si scatenarono tra gli spettatori durante la proiezione su maxischermo della finale Champions tra Juventus e Real Madrid, è concentrato sull’attività dei componenti della commissione provinciale di vigilanza che in vista della serata evento del 3 giugno 2017 svolsero un sopralluogo nella piazza. Fra le diverse questioni sollevate dall’avvocato Caterina Biafora, c’è la mancata predisposizione di adeguate misure di tutela del patrimonio artistico e architettonico della piazza, dalle due “chiese gemelle” ai portici e alle fontanelle conosciute come Toret: secondo il legale anche questo dimostra la “gravissima negligenza” della commissione e, nel caso specifico, del rappresentante del Comune. “I componenti della commissione – ha spiegato uno dei difensori l’avvocato Trinchero – si attennero ai loro compiti e chiesero anche ulteriori verifiche. Su determinate questioni non avevano competenza. Non c’è alcun nesso fra la loro condotta e quanto accadde in piazza quella sera”. Una seconda richiesta di opposizione all’archiviazione è stata presentata dagli avvocati dello studio legale Fracchia, di Legnano, per conto di una donna che rimase ferita.

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