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Bologna, il Pd in Emilia si spacca e fa due Feste dell’Unità. I dissidenti: “Da loro la Boschi, da noi i temi sociali”

Come se non bastassero le divisioni interne, la crisi dei tesserati e il calo dei consensi, il Partito democratico a Bologna si spacca e fa due Festa dell’Unità. Nella città che per anni è stata simbolo della sinistra infatti, quest’anno ci saranno due manifestazioni: due rassegne fotocopia (o quasi) con stand, concerti e gnocco fritto. Solo che da una parte ci saranno le bandiere del partito e dall’altra rigorosamente “nessun riferimento alla politica”. La festa ufficiale ha infatti traslocato dopo più di 40 anni dalla storica sede del Parco Nord per finire nell’anonima sede della Fiera (spazio al chiuso dove si fanno congressi ed eventi commerciali), mentre là dove tutti erano abituati ad andare a sentire dibattiti e incontrare i rappresentanti in Parlamento, ci sarà la contro-festa dal nome “Made in Parco Nord“. Un colpo duro in terra emiliana che uno del leader dei dissidenti, Said Amini Navai, a ilfattoquotidiano.it, ha spiegato così: “Noi vogliamo attirare quelli che non sono più convinti dal Pd. Daremo spazio ai temi sociali, loro vogliono chiamare Maria Elena Boschi, ma non so quanta gente vorrà sentirla”. E non è solo, anzi si è portato dietro due colossi dell’ambiente, capaci di smuovere sponsor e presenze: l’organizzatore storico delle feste dell’Unità a Bologna Fabio Querci e il gestore dello spazio Red Matteo Cavalieri nonché membro della direzione Pd a Bologna.  Il partito, contattato ripetutamente da ilfattoquotidiano.it, non ha voluto commentare o rilasciare dichiarazioni sull’argomento.

Insomma quest’anno la kermesse organizzata dal Pd dovrà contendersi il pubblico con un rivale “interno” e molto agguerrito. Non solo perché si svolgerà in un luogo storicamente legato agli ambienti della sinistra in città, ma anche perché ad animarla saranno persone che hanno fatto parte della galassia Pd fino a ieri. Su tutti appunto Said Amini Navai, amministratore delegato della società che gestisce l’area e per tanti anni regista della festa dell’Unità bolognese. Lui, originario dell’Iran, ha la tessera di partito, ma assicura che nel suo “Made in Parco Nord” (in programma dal 18 agosto al 16 settembre) la politica non ci sarà: “Quella la lascio a loro: so che vogliono invitare l’ex ministra Maria Elena Boschi, ma non so quanta gente vorrà andarla a sentire. Noi daremo voce ai temi sociali: sono in contatto con due realtà di educatori di carceri minorili per fare una serata con loro, mentre ci sarà uno spazio interamente dedicato al mondo gay”. Molti degli appuntamenti infatti in programma alla contro-festa rivelano l’impronta di Red, lo spazio gestito storicamente da Cavalieri alla Festa dell’Unità e che fa riferimento al locale punto di riferimento della scena Lgbti a Bologna. La sfida a distanza non sarà però solo sui dibattiti, ma anche sui nomi degli artisti: il partito (la festa ufficiale sarà dal 23 agosto al 10 settembre) si è aggiudicato le esibizioni di Ermal Meta, Fabrizio Moro e la Bandabardò, mentre i “dissidenti” hanno ottenuto la partecipazione di Cristiano De Andrè, Loredana Bertè e Orietta Berti.

Lo sdoppiamento della festa è stato accolto con stupore misto a imbarazzo negli ambienti democratici a Bologna. L’elettorato in città ha dovuto digerire negli ultimi mesi non poche decisioni centrali che hanno ammaccato la compattezza del gruppo: dalla svolta renziana in terra che era da sempre vicino ai Ds alla candidatura del centrista Pier Ferdinando Casini nel collegio locale in quota centrosinistra. Ma non solo: alle porte ci sono le elezioni Regionali che, alla luce dell’exploit elettorale di Lega e M5s alle scorse nazionali, ora fanno temere che possano esserci sorprese anche in Emilia.

Insomma, in un momento così delicato per i democratici ci mancava solo la contro-festa a Bologna che si rivolge a un elettorato democratico: “Noi puntiamo ad attrarre quelli che non sono più convinti dal Pd e dalla loro programmazione”, ha continuato Navai. Quello che preoccupa il partito sono i numeri: nel 2017 la kermesse, da sempre considerata entrata sicura per le casse del partito, ha fatto segnare perdite per circa 700mila euro. Al trend negativo quest’anno si aggiunge anche la competizione di un evento organizzato nella storica casa della sinistra bolognese “Era dagli anni ‘70 che la festa si teneva a Parco Nord, una zona della città allora molto legata al Partito Comunista: quelli che non erano del Pci qua non ci mettevano piede”, ha raccontato Navai. “Poi con il tempo questa cosa è cambiata e anche la Festa dell’Unità è diventato un festival di fine estate bolognese, dove le persone vanno per divertirsi e non perché sono comunisti o del Pd”. Ma secondo Navai il trasferimento potrebbe essere un ulteriore problema anche per le casse dei dem: “L’anno scorso a Parco Nord hanno speso circa 600mila euro per l’affitto. Alle Fiere, dove pagheranno anche per l’allestimento, penso supereranno gli 800mila. Erano anni che il Pd diceva di volersene andare. Per me non c’è nessun problema, farò la mia festa, ma secondo me saranno le loro sabbie mobili”.

In giugno, dopo l’annuncio dell’evento di Parco Nord, il Comune aveva fatto sapere di voler indagare: “Se questa doppia festa dell’Unità ha la stessa fortuna dell’altra festa (la ProBo) nata il mese scorso e chiusa dopo una settimana direi che non dovrebbe destare preoccupazioni”, aveva dichiarato l’assessore al Patrimonio Matteo Lepore. “Di sicuro approfondirò questa strana presenza nel Parco Nord di alcune manifestazioni che poi ad un certo punto scompaiono”. Navai intanto continua a lavorare per mettere in piedi il suo evento, che prenderà il via il 18 agosto, ma non nasconde di sentire la pressione dell’amministrazione e del Pd: “Abbiamo avuto e avremo attacchi da parte delle autorità. Io a Bologna non posso fare determinate cose mentre loro sì, a loro è concesso tutto”.

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Ponte Morandi, Autostrade toglie stand al Meeting di Rimini: “È inopportuno”

Un viadotto che si è sbriciolato provocando la morte di almeno 38 persone nel tratto autostradale di competenza, il governo che minaccia la revoca delle concessioni, il tonfo in borsa del titolo Atlantia. Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, Autostrade per l’Italia e la famiglia Benetton, che tramite la holding Edizione è socio di maggioranza della società che controlla Aspi, sta facendo i conti con i danni non solo economici, ma anche d’immagine. E ha preso una prima decisione: per la prima volta da oltre dieci anni, Autostrade non sarà presente al Meeting di Rimini, la storica kermesse organizzata da Comunione e Liberazione in programma dal 19 al 25 agosto.

A maggior ragione adesso, con un’indagine in corso per accertare le eventuali responsabilità di Autostrade, è meglio nascondere il più possibile quel simbolo, anche da palcoscenici che lo vedono da sempre protagonista. Rimane quindi la sponsorizzazione, ma niente stand pubblicitario: “Avrebbero dovuto promuovere il telepass europeo”, spiega al fattoquotidiano.it Eugenio Andreatta, responsabile comunicazione dell’evento che dal 1980, per una settimana, si tiene nella seconda metà di agosto nella città romagnola. “Ci hanno mandato una semplice mail il giorno di Ferragosto – racconta – in cui chiedevano di disdire l’appuntamento”.

Una decisione motivata dalla settimana di lutto nazionale che la società ha proclamato internamente dopo il crollo del ponte a Genova: “È un modo per partecipare al dolore delle famiglie. Dopo un fatto così grave, che ha avuto un impatto così doloroso, è davvero inopportuno partecipare a un evento come quello di Rimini”, fanno sapere da Autostrade, spiegando come oltre al Meeting verrà valutata la partecipazione anche ad altri eventi simili in questo periodo.

Nessuna pubblicità quindi al telepass europeo come da programma: “Lo stand non era ancora stato montato, avrebbero dovuto farlo tra oggi e domani, per cui non c’è stato bisogno di nessuna operazione particolare”, spiega ancora Andreatta. “Quest’anno comunque non erano previsti relatori né la presenza di esponenti di primo piano del gruppo o di Atlantia”. È stata tolta la parte espositiva, ma la partnership storica di Autostrade, che da oltre dieci è anni sponsor ufficiale del festival estivo targato Cl, quella rimane. E accompagnerà i sette giorni di incontri, mostre, concerti e spettacoli.

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Bologna, il bosco dei Prati di Caprara rischia di scomparire: al suo posto 1300 case, un outlet e il nuovo stadio Dall’Ara













Nel 1909 è stato il primo campo ufficiale del Bologna Calcio ma ora rischia di scomparire proprio per finanziare il progetto di ristrutturazione dello stadio Dall’Ara. Sulla parte orientale dei Prati di Caprara, un bosco che si sviluppa per 47 ettari appena dietro all’ospedale Maggiore, l’amministrazione comunale ha già deciso che sorgerà un nuovo quartiere, con più di 1.300 unità abitative e mille metri quadrati di terziario e servizi. E anche se il sindaco del Partito democratico Virginio Merola, solo due anni fa, diceva di voler trasformare quest’area nel più grande parco della città, ora si sta per concludere l’affare che riguarda la zona ovest: andrà con tutta probabilità a una cordata di imprenditori privati di cui fa parte anche il canadese Joey Saputo, presidente del Bologna Calcio, come area compensativa in cambio della ristrutturazione dello stadio. Un’operazione che coinvolge anche la Ece, colosso tedesco dei centri commerciali, pronta a costruire un outlet al posto di uno dei polmoni verdi della città. “Stiamo svendendo Bologna a interessi privati che si giocano fuori dal nostro Comune”, dice Roberta Bartoletti del comitato Rigenerazione no Speculazione, che da oltre un anno si batte per il mantenimento e la valorizzazione del parco. “Ci stupisce il grande beneficio economico riconosciuto a questi imprenditori: li si vuole ricompensare per un investimento dal quale loro stessi guadagneranno. E per farlo si distrugge un grande patrimoniodi salute pubblica, un bene comune che lavora gratuitamente per tutta la città”.

La costruzione del nuovo quartiere, spiega la Bartoletti, è consentita dal piano operativo comunale del 2016: “È una possibilità che il comune aveva messo in campo negoziando con il Demanio, ma il piano è aberrante: siamo a pochi metri dalle mura, sull’asse trafficatissima della via Emilia. Un’area molto inquinata e congestionata dal punto di vista del traffico già ora, senza quest’area verde la situazione ambientale potrà solo peggiorare”. Il Comitato ha raccolto oltre 8.000 firme di cittadini che chiedono di cambiare il piano urbanistico, ma il disboscamento dei primi due ettari dei Prati di Caprara è partito in aprile con l’obiettivo, dichiarato dal Comune, di costruire una nuova scuola. Una necessità respinta con forza dal Comitato: “Se proprio ci fosse bisogno di un nuovo istituto si potrebbero ricostruire le vicine scuole Carracci che sono chiuse dal 2010 perché pericolanti”, lamentano gli attivisti. “L’amministrazione lo fa per attenuare agli occhi dei cittadini lo scempio del taglio del bosco per poi proseguire con il disboscamento per la speculazione edilizia”.

La giunta ha anche detto di voler conservare l’area boschiva, ma il metodi di abbattimento degli alberi utilizzato nei primi mesi sembra andare in un’altra direzione: “Di solito le tecniche di bonifica sono commisurate alle destinazione che si vuole dare agli spazi urbani: se si volesse mantenere un bosco non ci sarebbe bisogno di scavare fino a 5 metri in profondità come fatto finora per cercare potenziali ordigni”, sostiene ancora Bartoletti. A inizio luglio infatti i lavori del cantiere per la costruzione della nuova scuola sono stati interrotti per rimuovere del materiale bellico trovato nell’area, che in passato era stata utilizzata anche come caserma, prima di passare definitivamente nella mani del Demanio: “Hanno trovato ferri vecchi e bombe del ‘45. Tutti sanno che l’area dei Prati è stata bombardata, due volte per l’esattezza, quindi e’ naturale che si possano trovare ordigni bellici inesplosi. A noi tutto ciò sembra invece una prova per verificare i costi di edificabilità di quell’area”.

Costi che interessano soprattutto quegli imprenditori che hanno presentato un progetto per la zona est dei Prati di Caprara, diventata centrale nell’affare della ristrutturazione dello stadio dall’Ara. L’area è di proprietà di Invimit, società a capitale pubblico del ministero dell’economia, che come spiega la Bartoletti “ha un partenariato con vari investitori privati: oltre al Bologna Calcio ci sono anche costruttori, gestori di centri commerciali e produttori di merci destinate a questi centri”. Non solo lo stadio quindi, ma anche l’indotto che sarà generato dalle attività collegate, con l’outlet della tedesca Ece in prima linea. Ed è il Comune che deve valutare l’interesse pubblico del progetto: “Per noi si tratta solo di edificazione spinta, che produrrà un incremento del traffico e il peggioramento della qualità dell’aria”, dice la Bartoletti. “Se il progetto economico di ristrutturazione dello stadio fa acqua da tutte le parti, il Comune non può pensare di regalare pezzi di città a questi imprenditori. Sono capitalisti che trovano il modo di far quadrare i loro conti su quest’impresa economica: non lasciamo che la città venga disegnata dagli interessi economici di chi viene da fuori”, è l’appello della Bartoletti e di tutti i cittadini che hanno aderito al Comitato.

 

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Incendio tangenziale Bologna, il racconto di un testimone: “L’esplosione ci ha scaraventati per terra. Fiamme ovunque”

“Eravamo in pausa pranzo, tranquilli e rilassati prima del ritorno in officina, e a un certo punto abbiamo visto un gran fumo nero venire da fuori. Ci siamo affacciati sul portone che guarda il piazzale, proprio sotto la tangenziale, per cercare di capire cosa fosse successo. Prima ci sono stati una serie di scoppi, perché il calore stava fondendo i copertoni delle ruote, poi dopo qualche minuto quel botto impressionante che ci ha sbalzati. Eravamo in cinque e siamo volati a terra, ho pensato prendesse fuoco tutto”. Alessandro Zappaterra, operaio della concessionaria Maresca e Fiorentino, racconta così gli attimi dell’esplosione dell’autocisterna di gpl, saltata in aria sul tratto urbano dell’autostrada A14 all’altezza di Borgo Panigale dopo l’incidente con un tir, causando la morte dell’autista e oltre cento feriti. Una scena a cui Zappaterra e i colleghi hanno assistito a pochi metri di distanza, visto che il capannone in cui lavorano si trova esattamente sotto al tratto di cavalcavia in cui è avvenuto lo scontro: “C’erano vetri dappertutto e il fuoco iniziava a propagarsi nel perimetro della ditta. Abbiamo iniziato ad arginare l’incendio con gli estintori come meglio potevamo, in attesa dell’arrivo dei vigili del fuoco e per evitare che altre macchine andassero a fuoco, dopo che già tre Ducato e un Doblo, da quello che ricordo, erano stati presi dalle fiamme”.

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Incendio tangenziale Bologna, Borgo Panigale come un campo di battaglia: “Una vampata, poi colpi che sembravano spari”












Il cielo è ancora velato di grigio, spazzato di continuo dal rumore degli elicotteri che continuano a gettare l’acqua del fiume Reno sulle fiamme. Per strada, pezzi di gomma carbonizzati. Sui muri dei palazzi, a una manciata di metri dal cavalcavia, non c’è un vetro intatto, così come sono quasi tutte frantumate le vetrine dei pochi negozi ancora aperti in paese. Chi aveva le tapparelle abbassate, necessaria difesa dal caldo di agosto, ora se le ritrova accartocciate, in un modo che fa immaginare l’intensità dell’esplosione, capace di devastare un intero isolato e farsi udire in mezza provincia bolognese.

Quella che si ha camminando per le vie di Borgo Panigale, un paio d’ore dopo l’incendio dell’autocisterna che ha causato il crollo del viadotto sulla tangenziale, uccidendo almeno una persona, è l’immagine di un campo di battaglia. Le porte al piano terra sono aperte e molte case evacuate per la messa in sicurezza, ma gli abitanti del quartiere sono per strada perché dopo il grande spavento nessuno vuole rimanere solo. In tanti portano i segni del fuoco sul loro corpo: tra piccole abrasioni e ustioni più serie, c’è anche chi si è già fatto medicare e ora rimane con la paura stampata sul volto e il ricordo di “quel ciocco della Madonna”, come dicono qui a Bologna. Qualcuno ha temuto un attentato, molti hanno pensato a una bomba, altri hanno creduto fosse precipitato un aereo, con il Marconi a una manciata di chilometri.

La detonazione, invece, è stata causata dall’esplosione di un tir che conteneva gpl, saltato in aria sul tratto urbano della A14 per il surriscaldamento causato da un fiammata dopo l’incidente con un camion. Una dinamica che, con ogni probabilità, ha limitato il numero delle vittime tra gli automobilisti in transito su quel tratto di autostrada, ma beffarda per chi abita a due passi e si è avvicinato alla scena: “Dopo la prima vampata si continuavano a sentire raffiche di colpi secchi, come degli spari, e molti sono usciti per andare a vedere cosa stava succedendo”, racconta uno dei residenti di via dei Caduti di Amola, proprio di fronte al luogo dell’incidente. Così in tanti, tra cui almeno una decina di agenti della polizia coinvolti nei soccorsi, hanno riportato ustioni, facendo arrivare a cento il numero dei feriti.

La visione di quella scena ha impressionato anche chi combatte le fiamme per mestiere: “Non ho mai visto un lavoro del genere, sembrava di essere nel film Fuoco assassino”, ammette uno dei tanti vigili del fuoco arrivati sul posto durante un breve momento di pausa insieme ai colleghi, quando ormai l’incendio è quasi sconfitto. E in pausa, intorno alle 14, erano anche gli operai della Maresca e Fiorentino, storica concessionaria di Bologna che ha sede pochi metri sotto quello che, in pochi minuti, si è trasformato in un inferno: “Era uno di quei classici momenti di totale relax prima di tornare nel caldo dell’officina – spiega Riccardo Brasa, uno dei dipendenti – quando un collega, appena uscito dalla sala in cui avevamo mangiato, entra di scatto nella stanza e inizia a urlare ‘Uscite, uscite, c’è un incendio’”. Affacciati sul portone, esattamente sotto al cavalcavia, “abbiamo visto una colonna di fumo immensa, di un nero intensissimo, mentre sentivamo come in sottofondo questi botti secchi, probabilmente i copertoni delle macchine intorno che scoppiavano”.

La situazione è allarmante, ma non si percepisce ancora la gravità. Poi, all’improvviso, “un botto devastante. Sono stato sbalzato via dall’onda d’urto, anche se nella mia testa pensavo di essermi allontanato dalla paura”, ricorda Brasa. Nel capannone crolla il controsoffitto e le vetrine vanno in mille pezzi, mentre all’esterno alcune macchine della concessionaria prendono fuoco, così come a fine giornata si conteranno altre macchine saltate in aria nel parcheggio del salone Autoluna Peugeot, sul lato opposto del cavalcavia. Ma, danni economici a parte, quello che anche il tempo farà fatica a curare sono gli attimi di terrore vissuti dalle persone che abitano il quartiere, come spiega la madre di due bambine piccole che vivono a pochi passi dall’esplosione: “Fisicamente stanno bene, sono rimaste lontane e non hanno ustioni. Ma le conseguenze emotive di quello che hanno provato non si vedono oggi, se si riprenderanno da questo choc lo sapremo solo tra tanto tempo, o magari non lo sapremo mai”, dice sulla porta di casa, mentre le figlie ammutolite si nascondono dietro di lei.

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Reggio Emilia, velocizzava pratiche per cittadinanza stranieri in cambio di tangenti: arrestata funzionaria Prefettura

Un sistema di mazzette così consolidato da non richiedere nemmeno una parola, grazie al quale le domande per la cittadinanza italiana di alcuni extracomunitari che vivono a Reggio Emilia saltavano magicamente la fila. Il costo dell’avanzamento era di almeno 500 euro, soldi che si dividevano i titolari di agenzie di pratiche per stranieri e la responsabile dell’Ufficio cittadinanza della Prefettura, che riceveva il denaro per accelerare il processo. La donna, Sonia Bedogni, 60 anni, è stata arrestata con l’accusa di corruzione, al termine di un’operazione della polizia coordinata dal pm Giacomo Forte. Ai domiciliari sono finiti anche due fratelli pakistani, mentre per una donna marocchina che avrebbe fatto da tramite per tre pratiche è scattato l’obbligo di firma. Il gip del Tribunale di Reggio ha poi disposto il sequestro preventivo di 116mila euro, denaro contante che la funzionaria ha versato sul suo conto corrente negli ultimi 3 anni in date e cifre svariate e che, secondo, gli inquirenti, sono riconducibili a questa attività.

Le indagini della Polizia sono iniziate nel 2016, dopo che le voci di possibili irregolarità erano state confermate da un’analisi delle tempistiche di trattazione delle pratiche: “Ci siamo accorti che ogni tanto c’erano delle richieste che saltavano la fila ed erano riconducibili a specifiche agenzie straniere”, racconta al fattoquotidiano.it il dirigente della Squadra mobile di Reggio Emilia, Guglielmo Battisti. Da quel momento, per tre mesi, le intercettazione ambientali hanno permesso di accertare 15 episodi di corruzione per un totale di 35 pratiche. Fondamentali, più che le conversazioni, le immagini: “L’impiegata fa finta di guardare altrove e di cercare tra le carte, mentre il corruttore inserisce rapidamente le banconote nel fascicolo, ritirato poi dalla funzionaria che prende il denaro e lo mette nel cassetto vicino. Non c’è nessun accenno a prezzi e modalità e questo ci fa pensare ad una prassi ormai rodata”.

Un sistema curato nei dettagli dalla funzionaria della Prefettura, che si permetteva anche di riprendere chi non conosceva le sue regole: “C’è stata una persona che, forse essendo la prima volta, ad un certo punto si alza e si mette le mani in tasca per prendere i soldi”, prosegue Battisti. “Ma l’impiegata a quel punto lo stoppa bruscamente: ‘Non hai capito niente’, gli dice, accompagnandolo fuori dalla stanza”. Rapporti quindi anche con i privati e che in alcuni casi iniziavano con piccoli regali, come nel caso di un profumo fatto arrivare alla funzionaria da parte di una persona straniera, poi costretta a utilizzare il denaro per le pratiche relative a moglie e figli.

L’impiegata agiva soprattutto sull’accelerazione delle domande, ma gli inquirenti non escludono anche delle manipolazioni sui requisiti: “Dalle intercettazioni si intuisce che gli indagati riuscivano a mettere mano alle dichiarazioni dei redditi dei richiedenti, con dei Cud fatti su misura”, spiega Battisti. Quel che è certo è che la donna aveva il potere di velocizzare o bloccare il processo di una domanda di cittadinanza, la cui durata può superare anche i due anni. Il costo, spiega infine Battisti, dipendeva dalla problematicità della pratica e dai tempi richiesti, “ma chi voleva far salire la propria non pagava sicuramente meno di 500 euro”.

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Reggio Emilia, una casa gratis e l’auto di servizio per usi personali: due agenti della Polizia municipale nei guai

Si comportavano da padroni di casa nel proprio ufficio di Polizia, dove da otto anni avevano messo in piedi un sistema di potere basato su aggressioni verbali a dipendenti e collaboratori, costretti anche a denunciare i colleghi sotto la minaccia di provvedimenti disciplinari, turni di lavoro sfavorevoli e ferie negate. Ma gli abusi di due agenti della Municipale di Montecchio, in provincia di Reggio Emilia, non si limitavano al luogo di lavoro: gli indagati, per cui martedì 17 luglio sono scattate le misure cautelari, avevano anche indotto un imprenditore locale a cedergli un’abitazione in comodato d’uso gratuito, forti del ruolo di pubblico ufficiale.

Per questo, su richiesta del pm Valentina Salvi che ha coordinato l’inchiesta, il vicecomandante Tito Fabbiani è stato arrestato ai domiciliari, mentre per l’ispettore capo Annalisa Pallai è arrivata la sospensione dal servizio per sei mesi. I due sono accusati di concussione, abuso d’ufficio, peculato, omessa denuncia, truffa aggravata ai danni dello Stato e “mobbing”.

Le indagini sono partite lo scorso novembre, dopo una serie di esposti anonimi arrivati in Procura nei quali veniva descritto il comportamento dei due agenti. Grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali, gli inquirenti hanno scoperto un consolidato “sistema di lavoro”: pause non autorizzate, figli piccoli accuditi direttamente all’interno dello stabile della Municipale e assenze non giustificate. I due inoltre utilizzavano la macchina di servizio, una Mazda Cx3, per scopi personali in modo esclusivo e continuativo, come fosse di fatto un mezzo personale.

Ma l’aspetto che man mano ha assunto contorni inauditi durante le indagini è stato il massiccio ricorso del vicecomandante a pratiche di mobbing nei confronti dei dipendenti. Chi lavorava con lui era continuamente sottoposto a molestie psicologiche e maltrattamenti con aggressioni verbali. Fabbiani obbligava i suoi collaboratori a prestazioni che non rientravano nelle regolari attività di servizio e arrivava anche a fare richieste di delazione nei confronti di altri colleghi, minacciando di assegnare turni di lavoro meno favorevoli o di negare le richieste di ferie, permessi e orari di servizio. Un sistema di potere basato su intimidazioni, umiliazioni e demansionamenti che andava avanti dal 2010.

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Rimini, ronde di Forza Nuova e neofascisti polacchi: “Polizia ci ha creato disagio”. Il questore: “La sicurezza la fa lo Stato”

Ronde sulle spiagge, passeggiate lungomare e una foto di gruppo nel punto in cui lo scorso agosto, a Rimini, avvenne lo stupro di due ragazzi polacchi. Il tutto con la collaborazione dei rappresentanti del National Radical Camp, partito che in Polonia si rifà esplicitamente a un movimento di ispirazione fascista attivo negli anni ‘30. L’iniziativa, organizzata della sezione locale di Forza Nuova Rimini, è stata pubblicizzata con forza dagli stessi esponenti di estrema destra sui propri account social. L’amministrazione esprime tutto il suo dissenso, con il sindaco del Partito democratico Andrea Gnassi che al fattoquotidiano.it parla di “una buffonata in camicia nera da parte di dieci scappati di casa che si sono messi in fila per un selfie fascista”. E dalla Questura arriva un messaggio chiaro, dopo che gli esponenti di Forza Nuova hanno detto di non aver gradito la presenza delle forze di polizia al seguito (“Dispiace per il disagio arrecato dalle forze di polizia al nostro seguito”, ha dichiarato il dirigente Fn Mirco Ottaviani): “È una frase pesante ed è la dimostrazione che la sicurezza la fa lo Stato, non il cittadino che decide di fare la passeggiata”, replica il questore Maurizio Improta.

Le ronde nere sono state il culmine di cinque giorni di incontri, presidi e conferenze organizzate da Forza Nuova, in un gemellaggio politico con gli omologhi polacchi dell’Onr (Obóz Narodowo-Radykalny), che sono rimasti in città dal 5 al 9 luglio: “Si è conclusa con successo la prima operazione europea per la sicurezza – scrive Fn in una nota stampa – le nostre spiagge, i nostri parchi e i nostri mezzi pubblici hanno visto l’assidua presenza dei patrioti polacchi ed italiani”. Le iniziative politiche sono state contestate da diverse associazioni antifasciste locali, ma a far più clamore sono state le foto che ritraggono i militanti vestiti di nero, con un atteggiamento squadrista, in fila sulla spiaggia a rivendicare una funzione securitaria. “Il Comune ha già segnalato il fatto e le autorità competenti sono in azione da giorni per le procedure del caso”, dice il sindaco Gnassi. Il primo cittadino ci tiene poi a ridimensionare il ruolo dei militanti: “Sono un gruppo di scappati di casa che non conosce nulla della storia di questa città. Diventano i soldati penosi di un clima italiano intollerante e privo di memoria che va contrastato”.

L’iniziativa non è certo una novità per Rimini. Nella città romagnola Forza Nuova organizza queste “passeggiate”  a cadenza regolare dal 2015, con piccoli gruppi di militanti armati di pettorina catarifrangente e torce luminose che attraversano di notte i quartieri e le stazioni “contro il caos e il degrado”. Episodi che hanno portato a uno scontro netto con l’amministrazione: “Lo scorso anno abbiamo denunciato messaggi pubblicati sul profilo Facebook di Forza Nuova Rimini, ottenendo il parziale oscuramento della pagina e nove rinviati a giudizio per insulti e minacce”, racconta Gnassi.

Dal canto suo l’assessore alla sicurezza Jamil Sadegholvaad, raggiunto dal fattoquotidiano.it, parla di incontri per nulla tranquilli con gli esponenti di estrema destra: “Ci siamo trovati a discutere con queste persone, siamo stati minacciati e sono partite denunce nei loro confronti. Sono dei mitomani che devono autocelebrarsi”. E sull’alleanza con i polacchi, l’assessore non ammette intrusioni: “Io sono stato al fianco dei due ragazzi aggrediti lo scorso anni da mezz’ora dopo lo stupro, quando sono arrivati in ospedale. Noi non abbiamo bisogno né dei neonazisti polacchi né di Forza Nuova”.

Ma erano stati altri, prima di Forza Nuova, a rispolverare la pratica della sicurezza fai da te in Italia. Era il 2009 e la Lega, ancora e convintamente Nord, si batteva per quelle che venivano definite le ‘ronde della legalità’. In prima linea c’era l’allora titolare del Viminale Roberto Maroni, che cercò di regolarizzare queste passeggiate della sicurezza. Il tentativo però fu fallimentare. Prima dell’intervento del ministro se ne contavano oltre 70 in tutta Italia, in gran parte sparse nei centri di Lombardia e Veneto. Ma il decreto Maroni, istituendo appositi albi presso le prefetture e prevedendo rigidi requisiti per gli aspiranti volontari, ebbe in realtà l’effetto di far scomparire quelle che già esistevano.

L’idea di pattugliare in modo privato le città però non è scomparsa, ma ha cambiato colore e nome. Alle camicie verdi, presenti soprattutto dal Po in su, si sono sostituite in tutta Italia le magliette nere di Forza Nuova, che ormai da anni organizzano e mettono il marchio su queste ronde. Iniziative sbandierate dagli organizzatori sui social network e accompagnate dai simboli del movimento, proprio come successo a Rimini.

Uno dei casi più controversi e noti è quello che ha riguardato Bologna e in particolare il quartiere “rosso” della Bolognina. In quella zona la tensione era salita a gennaio 2016 dopo che un gruppo di cittadini non identificati e armati di manganelli aveva compiuto nella notte un raid punitivo contro alcuni spacciatori africani. E alle volontà di commercianti e residenti di organizzarsi in ronda aveva risposto Forza Nuova, estendo le sue passeggiate cittadine anche in quel quartiere. Rispetto a quando il comando era di stampo leghista, con Forza Nuove le ronde hanno sfondato i limiti geografici e sono arrivate fino a Palermo, dove lo scorso inverno un gruppo di militanti è salito a bordo degli autobus diretti in stazione con l’obiettivo di garantire la sicurezza a bordo. Forza Nuova non è però l’unica a intestarsi questo tipo di iniziative. A Scafati una proposta di istituire dei volontari della sicurezza era arrivata dal segretario locale del movimento Noi con Salvini, secondo cui la criminalità arriva dai comuni napoletani che circondano la città, situata in provincia di Salerno. A Crescentino, comune del Vercellese, era stato l’assessore alle politiche sociali di Fratelli d’Italia a lanciare l’iniziativa delle ronde direttamente dalla sua pagine Facebook, con un riferimento neanche troppo velato al carattere che le avrebbe voluto far assumere: “Cercasi uomini di buona volontà e armati dello sport (baseball) per salutari passeggiate di controllo”, aveva scritto l’assessore per sollecitare la cittadinanza a partecipare.

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