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Manovra, le scommesse del governo: più crescita con pochi investimenti e interessi sul debito quasi fermi

Un aumento della crescita del pil di 0,6 punti rispetto a quella tendenziale grazie a una spinta di ben 0,7 punti che dovrebbe arrivare dalle “misure espansive” previste nel 2019 dalla prossima manovra. In cui però gli investimenti pubblici aggiuntivi si fermano allo 0,2% del prodotto, circa 3,5 miliardi. Mentre gran parte delle risorse (16 miliardi) andranno a reddito di cittadinanza e pensionamenti anticipati e l’avvio della flat tax per piccole aziende e autonomi sarà controbilanciato dall’eliminazione di altre due agevolazioni alle imprese, l’Imposta sul reddito imprenditoriale (Iri) e l’Aiuto alla crescita economica (Ace). E’ la scommessa fatta dal governo gialloverde nella Nota di aggiornamento al Def inviata alle Camere giovedì sera. Scommessa resa più rischiosa dal contesto economico mondiale, in via di peggioramento, e dal forte aumento dei tassi di interesse sui Btp a partire da maggio, che sulla carta è destinato a far salire notevolmente la spesa per interessi sul debito ma stando alla Nota avrà un impatto contenuto.

I moltiplicatori di spese e investimenti – Nel documento che disegna la cornice della prossima legge di Bilancio il Tesoro premette che “l’ambizioso programma di politica economica” del governo darà una spinta alla crescita che stando alle stime precedenti si sarebbe fermata a +0,9% nel 2019 e +1,1% nel 2020 e 2021. L’impulso passa attraverso i cosiddetti “moltiplicatori“, che misurano di quanti euro sale il pil come effetto di un euro di spesa o investimenti aggiuntivi. Le tabelle della Nota, basate su simulazioni fatte con il modello econometrico del Tesoro, stimano che lo 0,2% di investimenti pubblici aggiuntivi, il reddito di cittadinanza e la flat tax faranno aumentare la crescita dello 0,7%.

Un altro 0,2% dovrebbe arrivare dalla “rimodulazione delle imposte indirette“, cioè dal solo fatto che il prossimo anno l‘Iva non salirà perché le clausole di salvaguardia sono state disinnescate aumentando il deficit di 1,2 punti di pil, al 2,4% dall’1,2 tendenziale. Considerato l’impatto negativo (-0,4%) dei tagli da cui dovrà arrivare parte delle coperture e un +0,1% attribuito alle “politiche invariate”, l’impatto complessivo delle misure che saranno dettagliate nella manovra è stimato in 0,6 punti.

Il deflatore fa crescere il pil nominale – L’altra scommessa implicita nel documento firmato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria riguarda il deflatore del pil, misura che consente di “depurare” la crescita dall’aumento dei prezzi e, sommata al pil reale, fornisce quello nominale che è il denominatore dei rapporti deficit/pil e debito/pil su cui si concentrerà l’attenzione della Commissione europea chiamata a valutare la manovra. Le tabelle programmatiche stimano che salga dall’1,3% di quest’anno all’1,6%, per poi raggiungere l’1,9% nel 2020.

Spesa per interessi in salita di un solo decimale – L’intero piano del governo si inserisce in un quadro di peggioramento dell’economia mondiale: “Si rileva un rallentamento del commercio mondiale”, ricorda la stessa Nota, “una variazione sfavorevole delle prospettive del prezzo del petrolio (al rialzo), un apprezzamento del tasso di cambio effettivo nominale e si osserva, soprattutto negli ultimi mesi, una maggiore volatilità dei rendimenti dei titoli di Stato”. Nonostante questa “volatilità”, che negli ultimi giorni ha portato i tassi sui Btp oltre il 3% contro l’1,8% di aprile e lo spread fino a 300 punti contro i 122 di cinque mesi fa, gli interessi sul debito sono però previsti solo in lievissimo aumento nel 2019. Quando, al netto di un eventuale nuovo piano di aiuti su cui circolando indiscrezioni, finirà il programma di acquisto di titoli di Stato della Bce. L’aggiornamento del Def cifra la spesa da sostenere l’anno prossimo in 3,6 punti di pil, circa 63 miliardi, in aumento di un solo decimale rispetto ai 3,5 punti del documento varato in aprile.
Secondo uno studio dell’Ufficio parlamentare di bilancio, che la prossima settimana dovrà validare le stime del governo, un aumento dello spread di 100 punti comporta una spesa aggiuntiva di 4,5 miliardi che sono destinati a raddoppiare se il differenziale si allargherà stabilmente oltre quota 300 punti.

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Reddito di cittadinanza, che effetto sul pil? “Favorirà l’import. E al Sud impatto basso”. “No, lì c’è più potenziale di crescita”

I soldi del reddito di cittadinanza si dovranno spendere “negli esercizi commerciali in Italia per far crescere l’economia” e “inonderanno il commercio, negozi e piccole imprese”. Parola del vicepremier e ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio, che ha spiegato così il piano del governo per stimolare la crescita rilanciando i consumi privati, inchiodati a livelli inferiori a quelli del 2008. Ma secondo gli economisti interpellati dal fattoquotidiano.it le incognite sono tante. E’ vero che a certe condizioni – per esempio quando l’economia è in fase di rallentamento e i tassi di interesse sono bassi – ogni euro immesso nel sistema economico sotto forma di spesa pubblica può generare più di un euro di prodotto interno lordo (in gergo si dice che il “moltiplicatore” è superiore a uno). Bisogna però tener conto che il contesto fa la differenza, e vista la distribuzione della povertà il reddito andrà soprattutto a residenti nel Mezzogiorno. Senza contare che è probabile che buona parte dei consumi aggiuntivi riguardi prodotti di importazione, meno cari del made in Italy. E l’import, se supera l’export, ha sul pil un impatto negativo. Più possibilisti Andrea Roventini e Pasquale Tridico, che la scorsa primavera erano stati indicati dal Movimento 5 Stelle come possibili ministri dell’Economia e del Lavoro.

Consumi ancora sotto il livello del 2008 – Il punto di partenza è che lo scorso anno, secondo l’Istat, la famiglia media ha speso 2.564 euro al mese: 84 euro in meno rispetto al 2008, all’inizio della crisi economica. E al Sud la cifra non supera i 2.100 euro, con un picco negativo di 1.807 euro in Calabria. La scommessa dei pentastellati è che il reddito di cittadinanza fino a 780 euro per un single (erogato attraverso una card che incentiverà a spenderne la maggior parte) non solo faccia ripartire i consumi, ma per quel tramite spinga il pil di un ammontare superiore alle risorse immesse nel sistema economico. Che ammonteranno a circa 7 miliardi considerato che, sui 10 di stanziamento annunciati, un miliardo servirà per potenziare i Centri per l’impiego e un paio torneranno nelle casse pubbliche sotto forma di Iva.

Baldini: “I moltiplicatori dipendono dal contesto: al Sud impatto minore”– “Perché il reddito venga effettivamente erogato ci vorranno alcuni mesi, quindi l’impatto macro non sarà immediato”, fa notare Massimo Baldini, docente di Metodi econometrici per la valutazione delle politiche pubbliche all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. “Quanto alla portata, negli anni della crisi abbiamo imparato che i moltiplicatori cambiano da Paese a Paese e a seconda del contesto, perché l’impatto della spesa pubblica sul pil dipende da condizioni come il capitale umano, la disponibilità di credito, l’efficienza della burocrazia, la facilità di fare impresa… vale a dire che paradossalmente è maggiore dove le cose vanno meglio. Quindi al Nord. Ma il reddito andrà per la maggior parte a residenti al Sud. Se a questo aggiungiamo l’impatto sul bilancio pubblico, il probabile aumento degli interessi sul debito e il ciclo economico internazionale che peggiora, mi pare azzardato pensare che la crescita possa arrivare all’1,5%”.

Tridico: “No, effetto maggiore dove i consumi sono più bassi” – Non concorda Pasquale Tridico, professore di Economia del lavoro e Politica economica all’Università Roma Tre, che era stato indicato da Di Maio come possibile ministro di Lavoro e Welfare salvo sfilarsi dopo la decisione di andare al governo con la Lega. Il docente non si sbilancia sull’obiettivo dell’1,5% ma spiega: “I moltiplicatori sono più alti quando il trasferimento va a chi ha redditi più bassi. In media stimo che siano intorno all’1,5% e nel Sud secondo me l’impatto sarà maggiore perché i consumi partono da livelli più bassi. Quindi la domanda aggregata salirà. In più, come ho già spiegato, grazie al potenziamento dei centri per l’impiego aumenterà la partecipazione al mercato del lavoro il che farà crescere il pil potenziale (il livello massimo di prodotto che si può ottenere utilizzando tutte le risorse disponibili, ndr) E a quel punto le regole europee ci consentiranno un livello più alto di deficit strutturale, quello al netto degli effetti del ciclo economico e su cui la Commissione fissa gli obiettivi di medio termine. Un esempio? La Germania tra 2015 e 2017 ha aumentato il pil potenziale grazie all’inserimento nel mercato del lavoro di 1 milione di migranti e in questo modo ha ottenuto maggiore spazio fiscale”.

Roventini: “Avrei puntato sugli investimenti, che spingono di più la crescita” – Andrea Roventini, professore associato all’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che nelle settimane di formazione del governo è stato in predicato di diventare ministro del Tesoro, parte dall’evidenza empirica che emerge da numerosi paper del Fondo monetario internazionale. “E l’evidenza empirica dice che a spingere di più la crescita sono gli investimenti pubblici, che hanno un moltiplicatore superiore a uno”, racconta. Gli investimenti aggiuntivi annunciati dal titolare del Tesoro Giovanni Tria si fermano però allo 0,2% del pil, circa 3,4 miliardi. “Subito dopo quelli degli investimenti vengono i moltiplicatori della spesa pubblica per trasferimenti, come il reddito di cittadinanza. I tagli alle tasse hanno un impatto inferiore. Poi va detto che i moltiplicatori sono più alti quando i tassi sono bassi e c’è alta disoccupazione, come in Italia. Tutto considerato, l’impatto del reddito sarà positivo perché ridurrà la disuguaglianza e trasferirà risorse alle fasce di popolazione che consumano di più. Ma non so se basterà per far salire il pil dell’1,5-1,6%. Io avrei fatto una manovra diversa: niente flat tax e niente quota 100 indiscriminata, che costano molto, non stimolano la crescita e non contrastano la povertà. Avrei usato quelle risorse per gli investimenti. Inoltre, avrei tagliato la spesa pubblica improduttiva sfruttando i piani Cottarelli e Perotti“.

Daveri: “Gran parte dei consumi aggiuntivi riguarderà prodotti importati” – “Se davvero il reddito sarà versato su un bancomat e chi lo riceve sarà obbligato a spenderlo come fosse un buono pasto, un impatto sui consumi ci sarà”, concede Francesco Daveri, docente di Economia alla Sda Bocconi dove dirige l’Mba, che premette di essere fermamente contrario all’idea del reddito di cittadinanza perché “a chi è senza lavoro bisogna dare la canna da pesca, non il pesce”. “Ma anche con questa impostazione c’è un rischio”, avverte. “Gran parte di quello che c’è sugli scaffali dei discount e dei supermercati è fatto dalle multinazionali. Le nostre aziende non fanno merendine e telefonini low cost, le nostre specializzazioni sono altre. Visto che non mi immagino i destinatari del reddito che fanno la spesa da Eataly, credo che il grosso dei consumi aggiuntivi andrà su prodotti di importazione. A meno che non si intenda dare una lista di prodotti tra cui scegliere, cosa che mi fa pensare a un mondo sconfitto nel 1990″.

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Pace fiscale, evasori o contribuenti “in difficoltà”? Le Entrate hanno i dati per distinguerli ma non li usano

“Un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà“, dice il contratto di governo. Sarà riservata a “gente onesta che non poteva pagare“, ripete Luigi Di Maio. Gente “disperata”, precisa Matteo Salvini. “Milioni di italiani che hanno fatto la dichiarazione dei redditi e poi non sono riusciti a versare tutto il dovuto”. I confini della pace fiscale che l’esecutivo inserirà nell’annunciato decreto collegato alla manovra sono ancora in via di definizione, ma Lega e M5s insistono sul fatto che sarà riservata a chi non è riuscito a saldare i conti con l’erario perché non ne aveva la possibilità economica. Il problema è che l’Agenzia delle Entrate e il braccio della riscossione (ex Equitalia) ad oggi non hanno incrociato i dati del loro magazzino crediti con le informazioni su flussi e saldi dei conti correnti e conti deposito degli italiani. In questo momento quindi l’Erario non è in grado di dire quale percentuale dei 448,9 miliardi di euro ritenuti ancora aggredibili sia dovuta da “disperati” e quanta parte, invece, da contribuenti che potrebbero pagare. E solo lo scorso 31 agosto, poco prima di lasciare l’incarico e a sei anni e mezzo dalla legge che la prevedeva, il direttore uscente Ernesto Maria Ruffini ha dato avvio alla “sperimentazione della procedura di analisi del rischio di evasione” basata proprio sul confronto tra dichiarazioni e accrediti sui conti.

Su 364,7 miliardi di crediti il recupero è fallito – I crediti affidati all’ex Equitalia dal 2000 al 2017 ammontano a 871 miliardi di euro costituiti per l’81% da tasse non pagate. Il 41% di quel magazzino è però ritenuto irrecuperabile perché dovuto da soggetti falliti o morti, imprese chiuse, nullatenenti. Per altri 48 miliardi la riscossione è sospesa su richiesta degli enti creditori o dell’autorità giudiziaria oppure perché i debitori hanno aderito alla rottamazione delle cartelle. E 13,7 miliardi sono stati rateizzati. Restano, appunto, 448,9 miliardi. Di cui 364,7 su cui sono già state tentate senza successo azioni di recupero e 84,2 miliardi per i quali non è stato possibile avviarle a causa di norme a favore del debitore come l’impignorabilità della prima casa. Il fisco, insomma, conosce bene quei contribuenti e ha già provato a riscuotere. Ma, confermano Entrate e Riscossione a ilfattoquotidiano.it, non è in grado di dire se il debitore non paga perché non può o perché non vuole. I ruoli, infatti, non sono stati incrociati con l’Archivio dei rapporti finanziari che contiene i dati su decine di milioni di depositi, conti correnti e gestioni patrimoniali trasmessi da banche, Poste, intermediari finanziari, società di gestione del risparmio e assicurazioni. Ormai se ne parlerà quando il governo avrà stabilito i paletti da rispettare per accedere alla pace fiscale, compresi gli indicatori per valutare la “difficoltà economica”.

Diciotto anni per creare l’Anagrafe dei conti – Giusto un anno fa la Corte dei Conti aveva richiamato l’Agenzia delle Entrate per la mancata attuazione di “un chiaro disposto normativo” che prevedeva appunto la preparazione di liste selettive di contribuenti a maggior rischio di evasione da sottoporre a controlli attraverso, appunto, il tanto invocato incrocio delle banche dati. “A distanza di oltre cinque anni dall’obbligo di elaborare liste selettive, nessun contribuente è stato selezionato attraverso lo strumento dell’Archivio dei rapporti finanziari quale soggetto a maggior rischio di evasione, né è stata ancora avviata la fase sperimentale, sicché non v’è dubbio che la norma sia stata totalmente disattesa dall’Agenzia”, scriveva la magistratura contabile, concludendo che “non è mai stato utilizzato, né pare sia imminente, un utilizzo massivo dell’ingente mole di dati presenti nell’Anagrafe relativa alle disponibilità finanziarie“.
Del resto la storia dei controlli anti evasione è costellata di ritardi, imputabili ai vari esecutivi più che alle agenzie fiscali che sono al servizio del ministero dell’Economia. A stabilire la creazione di una “Anagrafe dei rapporti di conto e di deposito” fu il settimo governo Andreotti, nel 1991. Ma perché il decreto attuativo vedesse la luce ci sono voluti quasi dieci anni. E prima che un Archivio ad hoc venisse creato presso il Tesoro ne sono passati altri sei. Solo nel 2009 l’Anagrafe, che include l’archivio, è diventata operativa.

E l’analisi del rischio evasione parte solo adesso – Nel 2011, poi, il decreto Salva Italia di Monti per rafforzare l’Anagrafe dei conti ha disposto che banche e intermediari dovessero comunicare anche le movimentazioni dei conti correnti e di deposito non solo i dati identificativi dei titolari (di per sé, evidentemente, non molto utili per individuare i potenziali evasori). E l’Agenzia è stata incaricata di stabilire i criteri per elaborare le liste dei contribuenti “a rischio” a causa della discrepanza tra le consistenze e movimentazioni dei loro conti e le dichiarazioni dei redditi. Ma il provvedimento del direttore dell’Agenzia non è mai stato emanato. Fino allo scorso 31 agosto, quando sul sito delle Entrate sono comparse le disposizioni di Ruffini – che il nuovo governo ha sostituito con il generale della Gdf Antonino Maggiore – per il primo test della procedura di analisi del rischio. La sperimentazione partirà dalle società di persone e di capitali che per il 2016 hanno omesso la dichiarazione o ne hanno presentata una irrilevante nonostante sui loro conti correnti ci siano stati accrediti. Le aziende che corrispondono all’identikit verranno segnalate alle direzioni provinciali delle Entrate che valuteranno se sottoporle a controlli. Una trafila che richiederà molti mesi e certo non si concluderà in tempo per fornire informazioni utili per la messa a punto della pace fiscale.

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Agevolazioni fiscali, quei 75 miliardi sotto la lente di Tria: dai rimborsi all’autotrasporto ai vantaggi per gli armatori

“La flat tax? Va finanziata con un riordino profondo delle tax expenditure. Cioè la giungla di deduzioni, detrazioni, esenzioni e regimi speciali che quest’anno costeranno alle casse pubbliche oltre 75 miliardi. A rilanciare la necessità di intervenire con l’accetta è stato il ministro dell’Economia Giovanni Tria. E, al netto dei contrasti degli ultimi giorni, per il titolare del Tesoro non dovrebbe essere difficile incassare il consenso di Movimento 5 Stelle e Lega su una proposta del genere: Luigi Di Maio a gennaio aveva individuato proprio nel taglio delle agevolazioni fiscali la principale fonte di coperture per il programma M5s, quantificando in 40 miliardi le risorse recuperabili. Nel contratto di governo è poi stata inserita nero su bianco la “revisione del sistema delle deduzioni e detrazioni”. Un sistema che negli anni è arrivato a comprendere 636 voci. Alcune “sensibili” e politicamente impossibili da toccare, vedi gli sconti per la prima casa e le spese sanitarie. Ma altre assorbono risorse a vantaggio di pochissimi soggetti o sono state ufficialmente catalogate come “dannose per l’ambiente“. Per cui sarebbero facilmente aggredibili da parte di un governo disposto a mettere in conto le proteste di qualche lobby, dagli autotrasportatori agli armatori passando per i produttori di mobili e elettrodomestici.

A fare il punto sullo stato dell’arte delle agevolazioni fiscali – sul cui mancato taglio si consumò nel 2015 la rottura tra il governo Renzi e il commissario alla spending review Roberto Perotti – ci ha pensato l’Ufficio valutazione impatto del Senato, che ha appena pubblicato sul proprio sito un dossier ad hoc. Il rapporto elaborato dalla Commissione sulle spese fiscali presso la presidenza del consiglio, ricorda l’organismo di controllo, ha individuato 466 spese fiscali erariali e 170 locali per un totale di 75,2 miliardi di minori introiti per lo Stato. Solo tra 1 gennaio 2016 e 30 giugno 2017 (governi Renzi e Gentiloni) ne sono state introdotte 44, dalla detassazione dei premi di produttività al superammortamento alla cedolare secca sugli affitti, per 4,8 miliardi di minori entrate. Ma il vero nodo riguarda la ripartizione dei vantaggi.

Solo tre agevolazioni vanno a più di 10 milioni di contribuenti – Dal Focus dell’organo di Palazzo Madama emerge che tre sole agevolazioni vanno a beneficio di più di 10 milioni di contribuenti: si tratta della deduzione della rendita della prima casa (26,1 milioni di beneficiari per 141,4 euro di vantaggio pro capite e un costo di 3,6 miliardi), della detrazione per spese sanitarie e di assistenza (che costa allo Stato 3,1 miliardi e consente a 17,5 milioni di persone di risparmiare in media 178 euro) e del bonus 80 euro di Renzi che come è noto costa circa 9 miliardi e va a 11 milioni di italiani, al netto di quelli che hanno dovuto restituirlo.

All’autotrasporto 1,2 miliardi di rimborsi. E le compagnie aeree ne risparmiano 1,5 – Va da sé che tagliare quegli sgravi è improponibile, come dimostrato dalle levate di scudi di fronte all’ipotesi di eliminare gli 80 euro renziani. Quei 16 miliardi vanno quindi lasciati fuori dal riordino. Altrettanto impopolare sarebbe toccare l‘esonero delle prime case dalla Tasi, che costa 3,5 miliardi, o la detrazione per le spese di istruzione (450 milioni l’anno). Nel lungo catalogo delle agevolazioni ci sono però anche incentivi e bonus che avvantaggiano comparti non esattamente bisognosi di sostegno pubblico. Basti pensare all’autotrasporto, che ogni anno incassa 1,2 miliardi di euro sotto forma di “rimborso del maggior onere derivante dall’aumento dell’accisa sul gasolio impiegato come carburante a partire dal 2000 e per i provvedimenti successivi di aumento”. Il ministero dell’Ambiente ha inserito questo sussidio tra quelli “ambientalmente dannosi” (SAD), insieme a una lista di altri 56 che in tutto sottraggono 16,2 miliardi l’anno.
Nel catalogo ci sono, tra il resto, l’esenzione dall’accisa sui prodotti energetici impiegati come carburanti per la navigazione aerea, che costa ben 1,5 miliardi l’anno, l’aliquota ridotta sui prodotti energetici usati nei lavori agricoli e nell’allevamento (830 milioni l’anno) e l’accisa agevolata sul gasolio. Di quest’ultima beneficiano tutti gli automobilisti, per cui ritoccarla all’insù sarebbe politicamente rischioso. Ma costa la bellezza di 4,9 miliardi l’anno e il ministero dell’Ambiente ha fatto notare che “comporta notevoli distorsioni, andando a incentivare l’utilizzo di un carburante rispetto al quale la normativa comunitaria sui limiti alle emissioni ha storicamente richiesto limiti più elevati rispetto a quelli per i veicoli a benzina”. Al contrario gli incentivi per l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili costano sì 5,7 miliardi, ma riducono le emissioni e la dipendenza energetica dall’estero.

Quei 276 milioni agli armatori – L’Ufficio di valutazione di impatto del Senato sottolinea anche che nove agevolazioni garantiscono vantaggi pro capite superiori a 60mila euro a pochissimi soggetti. Per esempio la tassazione ridotta sugli “apporti ai fondi immobiliari chiusi” costerà quest’anno oltre 790mila euro all’erario e a beneficiarne sono solo quattro società. E ancora: la tonnage tax, un’agevolazione fiscale per gli armatori, permette a 79 aziende di risparmiare 467mila euro l’una, mentre l’imposta forfettaria sulle navi commerciali iscritte al registro internazionale garantisce 234mila euro di vantaggi pro capite a 90 imprese marittime. Tra crediti di imposta e forfait, i favori agli armatori costano 276 milioni l’anno. Più di sette volte la cifra (34 milioni l’anno) stanziata per la deduzione delle donazioni a ong e onlus.

Per il bonus mobili 272 milioni – Tutta da valutare, poi, la necessità di mantenere in campo incentivi come il bonus mobili e grandi elettrodomestici per chi ristruttura casa, che costa 272 milioni l’anno ma solo in piccola parte va a beneficio di aziende italiane, e del “bonus verde” per rinnovare giardini e terrazzi. Soprattutto se si pensa che le agevolazioni sotto la voce “casa e assetto urbanistico” costeranno quest’anno oltre 18 miliardi, con le detrazioni per ristrutturazioni edilizie a fare la parte del leone (6 miliardi di mancati introiti fiscali) seguite dagli interventi di riqualificazione energetica, che costano allo Stato 1,6 miliardi l’anno ma migliorano le prestazioni del parco edifici che è ancora il principale responsabile dell’inquinamento dell’aria.

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Pace fiscale, era per gli “ostaggi di Equitalia con cartelle sotto 100mila euro”. Ora la Lega sogna condono come nel 2002

In principio doveva essere un intervento per soccorrere “milioni di cittadini ostaggio di Equitalia che hanno una cartella sotto i 100mila euro“. Ora all’orizzonte c’è una “pace fiscale più ampia possibile come misura una tantum che chiuda tutte le liti pendenti per le cartelle, il contenzioso tributario e le multe” e con “un tetto non superiore al milione di euro“. E’ la parabola che in otto mesi ha fatto lievitare di dieci volte gli importi sanabili con quello che era stato presentato come il primo passo di una nuova “riscossione amica“. Il provvedimento promosso dalla Lega – si parla di un decreto collegato alla manovra – è ancora da scrivere e il Movimento 5 Stelle ha già annunciato che si metterà di traverso. Ma le intenzioni del Carroccio sono chiare. Ampliare la misura prevista dal contratto di governo per renderla – parola del sottosegretario al Tesoro Massimo Bitonci – “molto simile a quella del 2002“. Ovvero il condono tombale targato Giulio Tremonti.

Salvini a febbraio: “Non è condono perché si pagherà la stessa aliquota della flat tax” – “Io dico no al condono usa e getta. Io propongo una pace fiscale, ci sono milioni di italiani ostaggio di Equitalia che non pagheranno mai. Io posso o far finta di niente o convocare uno per uno questi italiani, che hanno una cartella con un importo sotto i 100mila euro, e chiedere il 15% di quello che non mi daranno mai. Io incasso contante e tu torni a lavorare”. Era il 14 gennaio 2018 e Matteo Salvini, ospite di 1/2h in più, dava i primi dettagli sulla sua proposta di maxi rottamazione delle cartelle. L’aliquota del 15%, aggiungeva il leader del Carroccio il 6 febbraio in un’intervista al Sole 24 Ore, non era scelta a caso: “Il 15% che paga chi oggi è in debito con il fisco è lo stesso 15% che pagherà da domani grazie all’introduzione della flat tax“. Per questo “non parlerei di condono, perché altrimenti si tratterebbe di una misura una tantum”. Solo un’armonizzazione delle aliquote, dunque. Nel frattempo però l’ipotesi della flat tax per tutti è tramontata: nel 2019 partirà solo per le partite Iva e le aliquote saranno due, 15% per i redditi fino a 65mila euro e 20% tra i 65mila e 100mila.

Il contratto di governo: “Esclusa ogni finalità condonistica” – Il 4 marzo si vota: il Movimento 5 Stelle conquista il 32%, la Lega supera il 17%. Le due forze lavorano al contratto di governo, la cui versione definitiva viene pubblicata il 18 maggio. Nel capitolo sul fisco entra la voce pace fiscale. “Esclusa ogni finalità condonistica“, si legge, “la misura può diventare un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà”. La misura viene descritta come “l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica“. L’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, fresco di rinuncia all’incarico di formare un governo tecnico, è lapidario: “Ennesimo condono”.

Siri: “Tre aliquote a seconda delle condizioni del contribuente. Recuperabili 35 miliardi” – Il 6 giugno il senatore della Lega Armando Siri fa sapere che la pace fiscale sarà il primo intervento del governo e “ci saranno tre diverse aliquote, pari al 25%, 10% 6% della somma dovuta, a seconda delle condizioni in cui si trova il contribuente”. “Fisseremo anche un limite massimo all’ammontare della cartella sanabile”, anticipa Siri, a cui quel limite non può essere indifferente visto che, come raccontato da Il Fatto Quotidiano, ha sul groppone 150mila euro di sanzioni per affissione abusiva di manifesti non pagate al Comune di Milano. Poi si dice convinto che per quella via si possano recuperare 35 miliardi su una cifra esigibile di “600 miliardi”. Gli addetti ai lavori fanno però notare che nel magazzino dell’Agenzia delle Entrate ci sono solo 51 miliardi di posizioni considerate “lavorabili”, per cui applicando quelle aliquote è ben difficile ricavare più di 5 miliardi. In più, dopo due voluntary disclosure (nel 2015 e 2016) e due rottamazioni delle cartelle (la prima si è conclusa nel 2017 e l’eventuale quinta rata di quella ancora in corso va pagata entro il 30 settembre), rimane davvero solo il fondo del barile.

Di Maio: “Non riguarda i grandi evasori ma le parti più deboli della società” – L’8 agosto interviene Luigi Di Maio, che chiarisce: “Il saldo e stralcio era anche nel programma del M5S e dice semplicemente che le tasse si devono pagare, ma se a un certo punto negli anni tra le parti più deboli della società c’è chi non è riuscito ed è finito in un vortice per cui Agenzia delle Entrate e Equitalia non permettevano di pagare né di ripartire gli si dice: mi devi questo, chiudiamola così. Stabiliamo un forfettario e, da domani, puoi ripartire con la tua vita senza più la persecuzione del fisco”. Ma “non è un condono perché non riguarda i grandi evasori e i grandi potentati del Paese; non sono gli scudi fiscali con cui si facevano rientrare i soldi della mafia al 5%. Stiamo parlando di gente rimasta sul campo con la crisi e che deve avere l’opportunità di ripartire, mettendo la parola fine ai contenziosi con le Entrate e la Pubblica amministrazione”.

Bitonci: “Pace più ampia possibile. Come il condono tombale di Tremonti” – Arriva settembre, si avvicina la manovra e diventa pressante la necessità di trovare coperture per l’avvio della flat tax, del reddito della cittadinanza e delle altre misure inserite nel contratto. Il 7 settembre il premier Giuseppe Conte assicura che la pace fiscale non sarà un condono: “Il condono è una misura una tantum varata per fare cassa. Noi introduciamo una riforma organica, offrendo ai contribuenti la possibilità di mettersi in pari per entrare in una disciplina diversa”. Ma il 9 settembre Bitonci, intervistato dal Messaggero, acclera: la pace fiscale “sarà la più ampia possibile”, annuncia. “Molto simile a quella del 2002“. Ovvero il condono tombale targato Tremonti, che fruttò oltre 20 miliardi (sulla carta dovevano essere 26, ma molti hanno aderito senza poi saldare tutto il dovuto).

Non a caso proprio di incassi “superiori ai 20 miliardi” ha parlato l’11 settembre Salvini a Porta a porta, pur assicurando che “non è un regalo, è gente che è disperata, che pagherebbe il 10% del dovuto, gente che per riavere un conto corrente correrebbe a pagare”. Sabato i responsabili economici della Lega e il vicepremier si riuniscono per discutere delle novità fiscali da inserire in legge di Bilancio. E durante il vertice matura la decisione di alzare il tetto delle cartelle e liti sanabili. Non di poco: da 100mila a 1 milione di euro. “Piccoli e medi contenziosi”, sostiene Bitonci. “Abbiamo lasciato all’amministrazione finanziaria l’accertamento, la discussione e il contenzioso relativo alla grande evasione”.

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Lavoro domenicale, “nella grande distribuzione è un obbligo. E la busta paga aumenta solo di 70 euro al mese”

L’obbligo di lavorare tutte le domeniche in cambio di una settantina di euro in più in busta paga. Diciannove euro per ogni giorno festivo passato dietro la cassa o tra gli scaffali. Quando va bene, perché spesso il turno dura meno delle canoniche 6 ore e 30. E allora lo stipendio si appesantisce di appena 9 o 10 euro rispetto ai 1.200 netti che sono lo standard per un dipendente a tempo pieno. Per gran parte dei lavoratori del commercio è stato questo l’effetto del combinato disposto tra le liberalizzazioni di Bersani e Monti, che hanno aperto la strada a contratti in cui l’impegno domenicale è la norma, e le scelte delle grandi catene della distribuzione organizzata. Che in queste settimane sono sulle barricate contro l’intenzione, annunciata dal vicepremier Luigi Di Maio, di intervenire entro fine anno per contingentare le aperture domenicali degli esercizi commerciali.

Maggiorazione del 30% contro il 50% dei metalmeccanici – “Paradossalmente, più il lavoro incide sulla vita delle persone più è difficile ottenere un riconoscimento economico significativo. Perché peserebbe molto sui conti delle aziende”, premette Alessio Di Labio della Filcams Cigl. E infatti il terziario è uno dei comparti in cui il lavoro festivo “vale” meno, nonostante l’impatto sulle vite e sull’organizzazione familiare sia molto alto. La maggiorazione oraria prevista dal contratto nazionale è del 30%. Per fare un confronto basta guardare gli altri contratti di categoria. I metalmeccanici che vanno in fabbrica la domenica hanno diritto al 50% in più per ogni ora. I lavoratori dell’editoria al 60% in più. Il contratto nazionale dell’industria della carta e cartone riconosce maggiorazioni dell’80%, quello dei tessili del 38%.

L’obbligo del lavoro domenicale e il boom di part-time e somministrati – Eppure oggi più di metà dei 460mila lavoratori della grande distribuzione organizzata ha “l’obbligo di lavorare per 52 domeniche“, racconta a ilfattoquotidiano.it il segretario generale della Fisascat Cisl Davide Guarini. La svolta è arrivata dopo il decreto Bersani del 1998, che consentiva di tenere aperti i negozi per otto domeniche l’anno più quelle del mese di dicembre. “Il successivo contratto nazionale prevedeva che le aziende potessero chiedere al dipendente di rendersi disponibile per non oltre 25 aperture domenicali. Ma le catene da allora hanno iniziato a negoziare questo punto direttamente con il lavoratore al momento dell’assunzione, imponendo di fatto il lavoro domenicale come prestazione ordinaria. Fermo restando il diritto a riposare un altro giorno della settimana”. La tendenza si è consolidata a valle del decreto “salva Italia” varato dal governo Monti nel 2011. E in parallelo “si è diffusa la prassi di coprire i festivi ricorrendo ai cosiddetti “part-time weekend” con orari di 8-16 ore a settimana e a personale somministrato o di cooperative esterne“, aggiunge Fabrizio Russo, segretario nazionale Filcams Cgil. “Per non parlare dei promoter e merchandiser, a cui non si applica la maggiorazione prevista dal contratto del commercio”.

Se settanta euro posson bastare – Cinquantadue domeniche l’anno, quindi. In cambio di pochissimi soldi in più. I conti sono presto fatti: “Allo stipendio di un lavoratore full time, che senza scatti è sui 1.100-1.200 euro al mese, lavorare quattro domeniche aggiunge appena tre euro l’ora, quindi una settantina di euro mensili”, calcola Di Labio. “Che scendono a meno di 50 per chi ha un part time da 700 euro“. A confermarlo sono anche le cifre ufficiali diffuse nei giorni scorsi – nel pieno del dibattito sulla proposta di Di Maio – da Federdistribuzione, che riunisce i big della grande distribuzione organizzata. Da A&O ai supermercati U! passando per Auchan, Carrefour, EsselungaIkea, Iper, LeroyMerlin, Penny, Simply e Zara. La federazione (che continua peraltro ad applicare il Ccnl scaduto nel 2013 perché al momento del rinnovo, due anni fa, ha “divorziato” da Confcommercio) ha rivendicato che il comparto versa ogni anno per i festivi “400 milioni di maggiori salari, equivalenti a 16.000 posti di lavoro full time”, esibendo la cifra come prova della convenienza anche per i dipendenti a lavorare la domenica. Ma 400 milioni spalmati su un totale di 460mila lavoratori fanno 72,4 euro mensili a testa.

La crisi e il dietrofront sui contratti integrativi – Prima della crisi, va detto, molte catene della grande distribuzione avevano sottoscritto accordi aziendali che prevedevano condizioni migliorative rispetto al contratto nazionale. Ma “negli ultimi anni”, ricorda Russo, “Auchan e Pam hanno disdettato gli integrativi e Ikea l’ha rinegoziato. Con il risultato di togliere ai dipendenti tra il 50 e il 100% della maggiorazione che era prevista prima”. C’è anche, però, chi ha firmato nuove intese che aumentano le tutele. Esselunga per esempio dallo scorso maggio garantisce ai full time cinque domeniche libere all’anno (tre per i part time verticali) e riconosce maggiorazioni del 35% a chi lavora un numero di domeniche compreso tra 24 e 36 e del 40% oltre la trentasettesima. Unicoop Firenze, invece, dallo scorso anno tiene aperti la domenica mattina solo una quarantina di negozi su 104 totali e paga ogni ora lavorata il 50% in più.

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Affido, il ddl dell’organizzatore dei Family day: ‘Basta assegno di mantenimento. Chi resta nella casa familiare paghi affitto’

Per il senatore leghista Simone Pillon “non si fanno né gli interessi della madre né quelli del padre” perché rimane il principio che “il genitore che guadagnerà di più contribuirà di più”. Ma il disegno di legge sulla riforma dell’avviso condiviso di cui è primo firmatario – insieme a lui lo hanno sottoscritto tre colleghi del Carroccio e cinque senatori del Movimento 5 Stelle – non convince esperti di diritto di famiglia e associazioni per la tutela dei figli di genitori separati. Nel mirino sia l’automatismo per cui i bambini dovrebbero trascorrere metà del tempo con il padre e metà con la madre e avere quindi due case sia il colpo di spugna sull’assegno di mantenimento in favore del “mantenimento diretto”, nonostante in Italia più di metà delle donne non abbia un’occupazione. Per non parlare del fatto che chi mantiene la residenza nella casa familiare – ora assegnata quasi sempre alle madri “tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli” – debba versare all’altro, se ne è proprietario, un canone di affitto.
Per l’avvocatessa Annamaria Bernardini De Pace il testo è “imbarazzante“, “maschilista” e dispone “un’assurda parità materiale e di contabilità”. Contrario anche il matrimonialista Cesare Rimini, secondo cui “ritenere di formalizzare a priori che il tempo è metà per uno è una follia” e il principio del doppio domicilio va bene solo per “le famiglie ricche”. Secondo l’associazione Telefono Rosa “se la possibilità di continuare a vivere nella casa familiare, malgrado l’interesse dei figli è condizionata al pagamento di un canone di locazione di mercato”, “se il contributo al mantenimento non esisterà più” e “se i figli minori saranno costretti a vivere erranti tra padri, madri e parentele varie, l’ingiustizia sarà totale”. Più cauta Ileana Raza, legale dell’associazione Mamme e papà separati, che apprezza il concetto di bigenitorialità ma nota che sarà molto problematico tradurlo in pratica.

Stop agli assegni di mantenimento. E chi utilizza la casa familiare deve pagare – La “rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso” dei figli è prevista dal contratto di governo tra Lega e M5s, in cui si fa riferimento a una “rivalutazione” del mantenimento in forma diretta “senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento”. Del dossier si è occupato Simone Pillon, di professione avvocato, noto per essere tra i fondatori del comitato organizzatore dei Family Day e per le prese di posizione contro le unioni civili e l’aborto e i presunti casi di “stregoneria nelle scuole (“dopo il Gender, sono arrivati a imporre la stregoneria, ovviamente all’insaputa dei genitori”, scrisse su facebook poco dopo l’ingresso in Senato, promettendo un’interrogazione parlamentare sulla vicenda). Pillon ha però trasformato la “rivalutazione” in una cancellazione tout court, tranne “ove strettamente necessario, in via residuale e per un tempo determinato”. Per superare quella che viene definita “l’antiquata idea dell’assegno” versato dal coniuge economicamente forte a quello privo di mezzi adeguati, il ddl presentato lunedì a Palazzo Madama stabilisce di fatto che ogni genitore debba in linea di massima sostenere di tasca propria le spese per le esigenze del bambino nei giorni in cui sta con lui. Che dovranno essere “in ogni caso non meno di dodici al mese, compresi i pernottamenti”.

Il “piano genitoriale” e l’obbligo della mediazione – Come prova della validità del principio dell’affidamento diretto viene citato il fatto che si tratta di “costume esteso e inveterato di molti Stati progrediti (California, Svezia, Belgio, Stato di Washington)”. La misura e la modalità con cui ciascuno dei due genitori dovrà provvedere al mantenimento, si legge all’articolo 11, andranno messe nero su bianco in un “piano genitoriale” che ognuno dei due preparerà indicandovi “luoghi abitualmente frequentati dai figli”, “eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative“, “vacanze normalmente godute” e altri capitoli di spesa. In più chi mantiene la residenza nella casa familiare – ora assegnata “tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli” – dovrà versare all’altro, se ne è proprietario, un “indennizzo pari al canone di locazione computato sulla base dei correnti prezzi di mercato“. I genitori di figli minori che vogliano separarsi saranno inoltre obbligati a ricorrere alla figura del mediatore familiare. Ruolo per il quale Pillon ha conseguito la qualifica nel 2013.

I dati Istat: dopo la legge del 2006 l’89% degli affidi è condiviso – Il tema dell’affidamento condiviso, caldeggiato dalle associazioni dei padri separati, sta molto a cuore a Matteo Salvini, che già nel 2014 quando passò la legge sul cognome materno sottolineò come la Corte europea abbia “sanzionato due volte i tribunali italiani per non aver garantito” i loro diritti, parlando di “discriminazione“. La premessa del ddl è che “la legge 8 febbraio 2006 si è rivelata un fallimento, cosicché l’Italia rimane uno degli ultimi Paesi del mondo industrializzato per quanto riguarda la cogenitorialità delle coppie separate” visto che l’affido “materialmente condiviso, in cui il minore trascorre almeno il 30 per cento del tempo presso il genitore meno coinvolto, riguarda il 3-4 per cento dei minori, tasso fra i più bassi al mondo”. L’ultimo report Istat su separazioni e divorzi mostra a dire il vero che su almeno un fronte la legge del 2006 ha cambiato radicalmente le cose: se nel 2005 i figli minori affidati esclusivamente alla madre erano più dell’80%, nel 2015 la percentuale è crollata all’8,9% e nell’89% dei casi il giudice ha sancito l’affido condiviso. Ma i bambini nella maggior parte dei casi continuano in effetti a trascorrere più tempo con le madri.
Nessun mutamento invece sul fronte dell’assegnazione della casa coniugale, che quando c’è un figlio minore nel 69% dei casi va alla ex moglie in quanto genitore collocatario, e della quota di separazioni con assegno di mantenimento corrisposto dal padre, che si è mantenuta stabile al 94%. Dati che vanno letti però insieme a quelli sul tasso di occupazione femminile, che in Italia come ricordato da Cesare Rimini è inferiore al 50% (quasi venti punti sotto la media Ue), e sui redditi. Stando alle analisi di Francesca Bettio, docente di Economia all’università di Siena ed esperta di disuguaglianze di genere sul mercato del lavoro, a causa della segregazione occupazionale e dell’elevata incidenza del part time tra le lavoratrici le donne continuano a portare a casa meno della metà dei loro compagni e in caso di separazione sono più a rischio di ritrovarsi “in rosso”.

“Due case? Principio che va bene per i ricchi” – Nel ddl c’è l’indicazione che ognuno contribuisca alle spese ordinarie e straordinarie “in misura proporzionale al proprio reddito” e “considerate le risorse economiche di entrambi”. Ma l’eliminazione dell’assegno, unita al principio delle “due case” tra cui il bambino dovrà fare la spola, secondo gli addetti ai lavori presenta una serie di problemi. “In teoria ognuno dei due genitori dovrà acquistare tutto quello che serve al figli nei giorni in cui risiede con lui, ma bisognerà vedere se ne hanno i mezzi”, nota l’avvocato Raza. “E la casa familiare? O verrà venduta, ma servirà del tempo, o (in caso di insuccesso della mediazione) sull’assegnazione dovrà decidere il giudice, ma senza i paletti che ci sono oggi in base ai quali va al genitore presso cui sono collocati i figli”.

Su Repubblica Bernardini De Pace ha previsto che “il risultato sarà un disastro“, perché “o i genitori dovranno lavorare entrambi molto e molto di più, o avranno il costo suppletivo di una tata a tempo pieno o di due mezze tate, o dovranno disporre di nonni” molto disponibili. Conclusione: “Chi va a spiegare questo disegno di legge, di avanguardia astrattistica, a quelle mamme che hanno rinunciato al lavoro per crescere i figli, a quelle mamme che non hanno genitori vicini e disponibili, a quelle mamme che non hanno preteso l’intestazione della casa familiare? Chi va a spiegare ai papà in carriera, che per almeno 12 giorni al mese, non posso essere più pronti al richiamo del capo?”. Anche per Rimini “è una follia considerare che ci sia la possibilità di fare i divorzi e le separazioni con una formuletta prestampata”, ovvero “ritenere di formalizzare a priori che il tempo è metà per uno. Bisogna valutare caso per caso”. Nella sua esperienza, “i casi da me trattati con figli metà e metà riguardavano clienti ricchi”, visto che di fatto “ci sono in ballo tre case: quella del padre, quella della madre e quella dei bambini. I genitori entrano ed escono da questi domicili che spesso sono affidati a delle governanti“. Certo, riconosce il matrimonialista, “i padri nel 90% dei casi escono dalla casa coniugale, e ciò li pone in un grande disagio. Ma certo non è una soluzione pensare di risolvere la situazione rovesciando le parti”.

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Conti pubblici, la Lega guarda a Sánchez: “Se ne frega dei limiti Ue”. Ma Madrid cresce il doppio e ha un debito basso

La Spagna del socialista Pedro Sánchez come modello da imitare perché “ha appena annunciato che se ne fregherà dei target di bilancio“. L’indicazione arriva dal deputato leghista Claudio Borghi, consigliere economico di Matteo Salvini, secondo cui la ricetta per spingere la crescita economica (“mettere benzina nel motore”) è semplicissima: basta “mettere in circolo denaro” facendo salire il deficit ben oltre lo 0,8% previsto dall’ultimo Def di Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan. E senza badare a “pareggio di bilancio, ossessione per le coperture, vincoli europei“. Come Madrid, sostiene Borghi in un ‘intervista a Repubblica. E il leader del Carroccio, dalle pagine del Corriere, conferma: “Cercheremo di cambiare anche alcuni numeri scelti a tavolino a Bruxelles, che molti Paesi Ue ignorano bellamente”. Quali? “Francia, Spagna, Germania“. Ma in realtà nessuno dei tre attualmente sfora il parametro di Maastricht sul deficit – quello che impone di tenerlo sotto il 3% del pil – né ha annunciato di volerlo fare. E tutti e tre gli Stati hanno un debito di gran lunga inferiore a quello italiano rispetto al pil prodotto dalle loro economie. Un fattore cruciale per gli investitori che quel debito lo finanziano acquistando i titoli di Stato della Repubblica italiana. Peraltro la Spagna cresce intorno al 3% l’anno, e la Francia e la Germania sono intorno al 2%, contro lo striminzito 1,3% previsto nel 2018 per l’Italia, ancora una volta fanalino di coda tra i Paesi Ue.

La Francia è rientrata nei ranghi. Berlino viola solo una “soglia raccomandata” – Parigi lo scorso anno, dopo un decennio di sforamenti, è tornata a rispettare il parametro di Maastricht che prevede di tenere il rapporto deficit/pil sotto il 3%: la Commissione europea ha chiuso la procedura per deficit eccessivo nei confronti del Paese e nelle “pagelle” della scorsa primavera ha attestato che nel 2017 la Francia di Macron l’ha portato al 2,6% e per il 2018 prevede un 2,3%. Berlino è più che ligia alle regole sul bilancio dello Stato mentre supera solo la “soglia raccomandata” prevista per il surplus commerciale (differenza tra export e import), che dovrebbe restare sotto il 6% del pil mentre nel caso della Germania è da anni intorno al 9 per cento. Si tratta però, appunto, solo di una raccomandazione, non di un parametro imposto dai trattati.

In Spagna deficit/pil su dello 0,5% rispetto alle previsioni, ma su le tasse per le imprese – Quanto alla Spagna, esempio indicato da Borghi, in realtà il governo socialista di Pedro Sanchez ha sì annunciato un aumento della spesa pubblica, ma non ha intenzione di violare di nuovo Maastricht dopo che le manovre del predecessore Mariano Rajoy hanno riportato in carreggiata i conti (nel 2014 il deficit aveva toccato il 6% del pil). Il nuovo primo ministro si accontenterà di portare il deficit/pil 2019 al 2,7%, rispetto al 2,2% previsto dal predecessore Rajoy, un livello che ha definito “non realistico” perché obbligherebbe “ad adottare manovre di aggiustamento di notevole portata”. In parallelo al minor sforzo strutturale che verrà messo in campo dalla ministra dell’Economia Nadia Calviño, poi, Sanchez ha promesso di aumentare le tasse per le imprese “in modo che l’aliquota effettiva per le grandi corporation sia vicina al 25% e in nessun caso inferiore al 15%”. In Italia l’Ires sulle imprese è scesa nel 2017 dal 27,5% al 24 per cento e come è noto il contratto di governo tra Lega e M5s prevede una dual tax con due aliquote, al 15 e al 20%. 

La zavorra del debito riduce i margini di manovra – Va aggiunto che sia la Francia sia la Spagna hanno un debito/pil inferiore al 100%, rispettivamente al 97% e al 98,3%. Mentre la Germania nel 2017 ha ridotto il rapporto al 64,1% contro il 74,7% del 2014. Contro il 131,8% dell’Italia, che è seconda dietro alla Grecia per ammontare della zavorra che pesa sulla crescita e che ogni anno va rifinanziata. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, quest’anno e il prossimo l’Italia dovrà vendere titoli per circa 380 miliardi annui su un totale di oltre 2.300 miliardi di euro. Numeri che richiedono disciplina di bilancio non perché “lo chiede Bruxelles” ma perché se si sfora è di fatto inevitabile un ulteriore aumento dello spread, il differenziale tra il tasso che la Penisola deve pagare agli investitori e quello offerto dai Bund tedeschi, ritenuti più sicuri. E pagare più interessi (complice anche la fine del quantitative easing di Mario Draghi) riduce gli spazi per interventi in favore dell’economia reale, quelli giustamente invocati dagli esponenti del nuovo esecutivo. Lo sa bene il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che domenica a margine dei lavori del G20 ha ribadito la “volontà di applicare il programma del governo mantenendosi ovviamente quei limiti di bilancio necessari per conservare la fiducia dei mercati ed evitare l’instabilità”.

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