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Evasione fiscale, cala il contributo dei Comuni al recupero. “Ma le Entrate archiviano le segnalazioni senza spiegare”

Davvero i Comuni contribuiscono troppo poco alla lotta all’evasione delle tasse statali? I dati ufficiali mostrano che le “soffiate” inviate dagli enti locali all’Agenzia delle Entrate negli ultimi anni sono crollate. Ma secondo gli enti locali dietro il calo delle segnalazioni c’è anche il fatto che non sempre i controllori del fisco si attivano nei confronti dei presunti furbetti. Per cui – è il ragionamento di chi ogni giorno deve star dietro alla riscossione di Imu, Tasi e tassa sui rifiuti – il gioco non vale la candela e tanto vale concentrarsi sui tributi locali.

Partiamo dai numeri. Ogni anno il Viminale pubblica i dati sul contributo dei sindaci al contrasto all’evasione dei tributi statali, dall’Irpef all’Iva, e sulle cifre recuperate. Cifre che dal 2012 finiscono interamente nelle casse del Comune da cui è partito l’alert. Eppure nei cinque anni successivi gli accertamenti fatti partendo da queste “soffiate” sono crollati da 3.455 a 1.172. E il bottino riscosso, che nel 2014 aveva raggiunto i 21,7 milioni premiando in particolare Milano, Torino e Genova, due anni dopo è sceso a 13 milioni. In apparenza, quindi, i municipi non sfruttano a sufficienza i dati anagrafici e catastali e quelli su utenze, permessi edilizi e licenze commerciali per stanare chi non paga le imposte sui redditi e sul valore aggiunto o l’imposta di registro.

L’Associazione nazionale uffici tributi enti locali (Anutel), però, ha raccolto le testimonianze di molti funzionari che le segnalazioni le hanno fatte, ma dicono di non aver mai ricevuto risposta o di averle viste archiviare senza spiegazioni. “Dal 2009 abbiamo effettuato 3.239 segnalazioni di cui 2.142 archiviate, di cui la maggior parte scartate perché avrebbero dato origine ad accertamenti di esigua entità”, scrivono per esempio da un Comune dell’Emilia Romagna. Del resto, ricorda un altro responsabile, “le Entrate intervengono solo in presenza di proficuità comparata”: vale a dire che, se l’imponibile segnalato è inferiore a quello medio che risulta dagli accertamenti di quell’imposta, per l’Agenzia non vale la pena di procedere. Un altro funzionario racconta di aver segnalato, ma senza riscontro, “un soggetto che gira in Ferrari e dichiara un reddito ridicolo e associazioni sportive sedicenti dilettantistiche che hanno anche ristoranti sulla guida Michelin”. E ancora, qualcuno lamenta che il sistema di tracciatura è “insoddisfacente” perché “manca il collegamento tra le somme erogate al Comune e la singola segnalazione che ha generato l’accertamento”. Secondo Francesco Tuccio, presidente di Anutel, “è per questo che molti Comuni negli ultimi anni hanno preferito concentrarsi sulla riscossione dei tributi locali”.

In effetti i dati dell’agenzia fiscale mostrano che su 95mila segnalazioni trasmesse da febbraio 2009 a settembre 2017 solo 17mila, meno del 18%, sono sfociate in atti di accertamento, che hanno permesso di riscuotere in totale 105 milioni di euro. La media è di circa 20mila euro accertati e 6mila riscossi per ogni segnalazione lavorata.

Del resto, spiegano dalle Entrate, due provvedimenti del direttore dell’agenzia datati 3 dicembre 2007 e 29 maggio 2012 prevedono che “le segnalazioni trasmesse dai Comuni sono oggetto di valutazione da parte dell’Ufficio competente secondo gli ordinari criteri di proficuità comparata per la predisposizione del piano annuale dei controlli”, e questo “conduce a privilegiare gli elementi da cui possono scaturire maggiori imposte accertabili, tralasciando quelli di scarsa rilevanza in termini di recupero dell’imposta o di minore sostenibilità”.

Per quanto riguarda i riscontri dati agli enti locali, secondo l’Agenzia “il sistema Siatel v2.0 – PuntoFisco assicura un efficace sistema di tracciatura delle singole segnalazioni qualificate trasmesse dai Comuni, così da permettere a questi ultimi di verificare lo stato di lavorazione delle segnalazioni trasmesse”. Le schermate del portale mostrano in effetti se sono sfociate in verifiche e accertamenti o se sono state archiviate, ma senza riportare le motivazioni.

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Il Giornale, redazione contro l’editore Paolo Berlusconi: “Tagli le rendite dei suoi parenti prima dei nostri stipendi”

Dopo lo sciopero del 5 settembre, il primo nella storia della testata, la redazione de Il Giornale è ancora sul piede di guerra contro i contratti di solidarietà al 30% proposti dall’editore Paolo Berlusconi. La rappresentanza sindacale dei giornalisti (cdr) ha dato una settimana di tempo all’azienda per presentare un piano di rilancio che consenta di invertire la tendenza al calo dei ricavi dalle vendite e dalla pubblicità “ben più consistente rispetto alla media complessiva dei quotidiani nazionali” e per chiarire se ci sono le risorse per pagare una congrua buonuscita a chi accettasse di andarsene. Venerdì prossimo, senza risposte soddisfacenti, il cdr è pronto a dichiarare un’altra giornata di astensione dal lavoro.

“Sulla solidarietà al 30% non è nemmeno partita la trattativa perché è un sacrificio eccessivo per le nostre finanze”, spiega al fattoquotidiano.it Luca Fazzo, che fa parte del cdr del quotidiano fondato da Indro Montanelli. “Peraltro quella riduzione equivale ad ipotizzare 22 esuberi, e con 22 persone in meno non possiamo fare il giornale. Prima di tagliare i nostri stipendi, comunque, chiediamo che l’azienda affronti due buchi neri che peggiorano di molto i conti. Innanzitutto è folle che gli articoli del cartaceo siano disponibili gratuitamente sul sito fin dal mattino, cannibalizzando le vendite. E su questo c’è stata una cauta apertura a introdurre un paywall. Poi ci sono molti altri sprechi da cui partire: parlo delle rendite di posizione legate a rapporti famigliari della famiglia Berlusconi. Ci sono parenti e congiunti pagati per compiti che potrebbero essere affidati ad altri con costi molto più bassi”.

Quanto agli esodi incentivati, “il direttore Sallusti ha chiesto ad ognuno quanti soldi vorrebbe, ma l’azienda ha frenato perché non è detto che ci siano risorse sufficienti”. Il timore della redazione è che “finiamo come il Milan…fino a quando Berlusconi è in politica avrà bisogno di un giornale, ma quanto durerà? Per adesso, se voleva la pace sociale in periodo elettorale sappia che non gliela daremo”. “Nei mesi che abbiamo davanti cadono importanti scadenze elettorali”, ribadisce il comunicato del cdr diffuso venerdì, “ed è fondamentale che in edicola i lettori trovino sempre il nostro quotidiano che dalla sua nascita rappresenta una voce irrinunciabile per l’opinione pubblica italiana e un riferimento altrettanto irrinunciabile per quella sua parte di orientamento moderato e di forti convinzioni liberali“.

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Reddito e stipendi, per gli under 24 buste paga poco sopra i 780 euro. Il 12,4% dei giovani che lavorano a rischio povertà

Reddito di cittadinanza troppo alto o piuttosto stipendi troppo bassi? La frenata del pil italiano è legata a doppio filo a una domanda interna stagnante anche per colpa dei bassi salari. Ma per riportare alla ribalta il tema ci è voluto il dibattito scatenato dalle osservazioni di Confindustria e in seconda battuta Fondo monetario internazionale e Inps sulla misura simbolo del Movimento 5 Stelle. “I 780 euro mensili che percepirebbe un single potrebbero scoraggiarlo dal cercare un impiego, considerando che in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30, al primo impiego, si attesta sugli 830 euro netti al mese“, ha osservato il direttore dell’area Lavoro di viale dell’Astronomia. Il nodo in effetti è proprio quello: buste paga che oscillano intorno alla soglia della povertà assoluta non possono che riflettersi in consumi ridotti al lumicino (non sono mai tornati ai livelli pre crisi), in un circolo vizioso che contribuisce ai bassi livelli di crescita dell’economia italiana rispetto ai partner europei. Colpa del cuneo fiscale? Se è vero che quasi il 50% dello stipendio lordo finisce in tasse e contributi, in Francia il cuneo è molto simile e in Germania superiore, ma i redditi netti sono più alti.

Lavoro stagionale, part time e somministrazione affossano i redditi – Per capire le dimensioni del problema aiutano le statistiche sulle retribuzioni raccolte dall’Inps. Stando all’ultimo osservatorio dell’istituto previdenziale, se nel 2017 il lavoratore dipendente medio ha guadagnato 21.535 euro, lo stipendio dei giovani tra i 20 e i 24 anni (una platea di oltre 1,1 milioni di persone) si è invece fermato in media a 9.439 euro annui: 786 euro al mese. Un livello inferiore alla soglia di povertà assoluta calcolata dall’Istat per le aree metropolitane del Nord e del Centro Italia. La cifra sale a 14.378 euro annui (1.198 al mese) per i giovani tra i 25 e i 29 anni, 1,6 milioni secondo la banca dati Inps. Nel complesso i dipendenti under 29 non arrivano a portare a casa 1000 euro al mese. A far calare i valori medi è in particolare la forte incidenza del lavoro stagionale, part time e a termine: gli under 24 lavorano in media solo 169 giorni l’anno e la fascia di età successiva non arriva a 220 giorni, contro una media generale di 243 giorni.
Ancora più leggere le buste paga dei somministrati, cioè gli ex lavoratori interinali, assunti da un’agenzia per il lavoro che poi li “affitta” alle imprese per periodi più o meno lunghi. Quelli sotto i 29 anni, mostrano i dati Inps, nel 2017 sono stati più di 300mila. I 20-24enni con questo tipo di contratto (oltre 150mila) hanno guadagnato una media di poco più di 7mila euro: 585 al mese, anche se i giorni lavorati sono stati mediamente solo 99. Per i fratelli maggiori under 29 (più di 148mila) la retribuzione media annua è stata di 8.695 euro, con 118 giornate lavorate. In media, i somministrati tra i 20 e i 30 hanno guadagnato in media 7.895 euro l’anno vale a dire 654 euro netti al mese.
Avere una laurea aiuta nel lungo termine, ma le retribuzioni di ingresso restano molto basse: a un anno dalla fine dell’università, stando all’ultima indagine Almalaurea, lo stipendio netto è poco sopra i 1.100 euro, lontano dal livello raggiunto prima della crisi (nel 2007 la busta paga dei giovani laureati era mediamente di 1.300 euro).

Consumi sotto l’80% di quelli degli over 35 – Livelli di reddito così bassi si traducono in consumi ridotti all’osso, come confermano i dati Istat sulla spesa delle famiglie nel 2017. I single under 34 hanno speso in media 1.601 euro al mese, il 78% degli oltre 2mila destinati ai consumi dalle persone sole di età compresa tra i 35 e i 64 anni e i 1.663 degli over 65. E anche le coppie senza figli in quella fascia di età hanno avuto in media uscite poco superiori ai 2.600 euro contro gli oltre 2.900 delle coppie più adulte.

Cinquemila euro in meno rispetto a coetanei francesi e tedeschi – Le statistiche europee su reddito e condizioni di vita danno la misura del divario rispetto agli altri grandi Stati Ue. Stando alla banca dati di Eurostat il reddito netto medio degli under 24 italiani da qualsiasi fonte (lavoro dipendente e autonomo più eventuali altri introiti) è stato nel 2017 inferiore ai 17mila euro contro i 21.718 dei coetanei francesi, i 22.125 dei giovani tedeschi e una media a livello Eurozona di 19mila euro.

Il 12,4% degli under 29 che lavorano è a rischio povertà – Il costo della vita ovviamente varia da Paese a Paese, per cui aiuta guardare anche la quota di giovani a rischio povertà nonostante lavorino: tra gli under 24 è del 12,3%, contro il 10,6% della Francia. Per i giovani tedeschi il rischio povertà è più alto, al 12,6%, ma la particolarità italiana è che il rischio povertà non diminuisce se si prende in considerazione la platea più ampia degli under 29: il 12,4% di quelli che lavorano è sull’orlo dell’indigenza, contro il 7,8% in Francia, l’11,3% in Germania e il 10,6% medio dell’Eurozona. Nell’area euro valori più alti si registrano solo in Grecia e Spagna.

Il cuneo? Più in Germania – Alla radice del problema, secondo la maggior parte degli analisti, c’è la produttività stagnante: a partire dal 1995 il valore aggiunto per ora lavorata è cresciuto in media solo dello 0,4% l’anno (nel 2016 è addirittura calato) contro il +1,5% annuo della Germania e il +1,4% della Francia. Risultato, a sua volta, della somma di tanti fattori: inefficienze del sistema economico nel suo complesso, insufficienti investimenti in ricerca e tecnologia (anche perché le imprese mediamente sono troppo piccole per farsene carico) e scarso peso della contrattazione aziendale rispetto a quella accentrata. Il famigerato cuneo fiscale, per quanto pesantissimo, non è invece sufficiente per spiegare il differenziale tra i redditi netti italiani e quelli degli altri Paesi Ue. Secondo l’Ocse infatti tasse e contributi previdenziali “mangiano” ben il 47,7% della busta paga lorda di un lavoratore senza carichi famigliari e il 24,2% è a carico del datore di lavoro, ma in Francia il cuneo è praticamente identico (47,6%) e in Germania arriva addirittura al 49,7 per cento.

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Pil, Tria: “Si restringe il divario di crescita rispetto all’Eurozona”. Ma il gap è stabile intorno all’1% dal 2016

“È un dato che era atteso ed è determinato dal ciclo economico europeo. In termini di tassi di crescita annui il 2018 si chiude con un +1%, che restringe il divario di crescita dell’Italia rispetto alla media dell’eurozona (+1,2%)”. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha commentato così i dati sul pil diffusi giovedì. Ma i numeri resi pubblici dall‘Istat e dall’Eurostat mostrano in realtà che il differenziale tra la Penisola e gli altri Paesi che hanno adottato la moneta unica è vicino all’1% dal 2016 e la situazione non è migliorata nel 2018.

La stima di Eurostat è infatti che lo scorso anno la zona euro sia cresciuta dell’1,8% (dato destagionalizzato), mentre secondo i dati preliminari dell’Istat il pil italiano corretto per gli effetti di calendario (cioè “depurato” dalle giornate lavorative in più rispetto al 2017) è aumentato dello 0,8%. Se a marzo queste prime stime venissero confermate, la distanza sarebbe dunque lievemente superiore a quella registrata nel 2017, quando l’Eurozona è cresciuta del 2,4% e l’Italia dell’1,5 per cento. Il gap si allarga all’1,1% se si sceglie di prendere i dati sulla crescita del quarto trimestre 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017: +0,1% per l’Italia, +1,2% per l’Eurozona.

Nel 2015 e 2016 il divario di crescita era stato un po’ più basso, con l’Italia rispettivamente a +0,8 e +0,9% e l’Eurozona a +1,6 e +1,7%.

L’istituto di ricerca Ref ha dedicato un’analisi approfondita all’andamento del differenziale tra pil reale dell’Italia e quello dell’Eurozona (il pil reale equivale a quello nominale depurato dall’inflazione) nella sua ultima nota congiunturale, intitolata “Economia in stagnazione“. Il focus arriva alla conclusione che il gap non dipende tanto dagli scarsi investimenti quanto da consumi interni che languono a causa dei bassi salari che riducono la capacità di spesa delle famiglie. “Il differenziale di crescita fra l’economia italiana e gli altri paesi dell’area euro si posiziona da diversi anni intorno al punto percentuale, con oscillazioni che riflettono le caratteristiche di ciascuna fase ciclica”, premettono gli analisti della società indipendente che tra il resto supporta l’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Nel 2012, in piena recessione, il gap ha superato il 2%, per poi restringersi e assestarsi stabilmente intorno all’1 per cento. Cumulandosi nel tempo, spiega il rapporto, questo gap fa sì che il nostro Paese stia “retrocedendo progressivamente nelle graduatorie in termini di livello del reddito pro-capite, distanziandoci dalle maggiori economie avanzate”.

La parte più interessante è però quella che indaga sulle cause del divario, confrontando le componenti della domanda aggregata e la composizione settoriale della crescita di Italia, Francia e Germania. Il risultato è che dal 2015 l’Italia “ha azzerato il differenziale nella crescita delle esportazioni rispetto agli altri due grandi paesi dell’eurozona” e l’industria, anche grazie agli incentivi fiscali degli anni scorsi e al miglioramento delle condizioni creditizie,”ha ridimensionato in misura significativa il divario di sviluppo rispetto ai partner”. E si è ridotto anche il differenziale di crescita negli investimenti.

Apparentemente quindi l’economia italiana si è “riequilibrata dal punto di vista della posizione competitiva”. La più bassa crescita, stando a questa analisi, dipende soprattutto dell’andamento dei servizi. Secondo Ref questo è in parte un “esito diretto delle politiche relative al controllo della spesa della Pa, in parte egli effetti della minore crescita dei consumi delle famiglie, a sua volta riconducibile all’evoluzione relativa sfavorevole del potere d’acquisto“.

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Manovra, come cambia la spesa dello Stato: più soldi a politiche sociali, interventi contro il dissesto e ordine pubblico. Meno per la Difesa e gli investimenti

Più soldi per l’ordine pubblico e la sicurezza del territorio, per le politiche sociali e la famiglia e per la previdenza. Meno per le forze armate e per immigrazione e accoglienza. Mentre non diminuisce il contributo al bilancio Ue. Maggiori stanziamenti per ricerca e per tutela del patrimonio culturale, mentre vengono rimandati ad anni successivi i finanziamenti per le strade gestite dall’Anas e cala di conseguenza il totale degli investimenti. Si impenna la spesa per il soccorso civile, che incorpora i fondi una tantum per le regioni colpite da maltempo e alluvioni, e quella per la regolamentazione sul settore finanziario, per effetto del nuovo fondo di ristoro dei risparmiatori. Come ogni anno la nuova legge di bilancio, che dopo le modifiche concordate con la Ue rimane finanziata per oltre il 50% in deficit, sposta risorse tra i tanti programmi e missioni dei ministeri. Le tabelle della manovra e la banca dati della finanza pubblica OpenBdap, appena aggiornata dalla Ragioneria generale con le previsioni di entrata e spesa per il nuovo anno, permettono di analizzare quali capitoli il governo gialloverde ha deciso di finanziare di più rispetto al 2018 e quali invece saranno penalizzati.

Politiche sociali gonfiate dai fondi per il reddito – Le uscite complessive dello Stato nel 2019 salgono da 852 a 869 miliardi. La prima “azione” che la manovra potenzia notevolmente è quella relativa a Diritti sociali, politiche sociali e famiglia: lì sotto è finito infatti lo stanziamento di 7,1 miliardi per il reddito di cittadinanza e il potenziamento dei Centri per l’impiego, bandiera del M5s, che porta il totale a 40,2 miliardi dai 33,7 del 2018 (+18%). Di conseguenza scompare la voce Sostegno al reddito tramite carta acquisti, che valeva 202 milioni, e viene assorbita gran parte dei fondi che in precedenza erano indicati come “lotta alla povertà”. Alle politiche per la famiglia e disabilità sono destinati 189 milioni contro i 58 del 2018. Pochi cambiamenti per quanto riguarda le Politiche per il lavoro, a cui sono destinati 10,5 miliardi rispetto ai 10,7 del 2018: a fare la parte del leone continuano ad essere le politiche passive, cioè gli ammortizzatori sociali, a cui andranno 9,7 miliardi di euro.

I poco più di 4 miliardi di fondi per la “quota 100” sponsorizzata dalla Lega sono invece alla voce “prepensionamenti“, che fa lievitare da 93,5 a 96,4 miliardi (+3%) la voce Politiche previdenziali. In compenso calano da 16,2 a 13,3 miliardi le agevolazioni contributive per incentivare l’occupazione, gonfiate a partire dal 2015 dagli sgravi introdotti dal governo Renzi.

Concorso dello Stato alla spesa sanitaria in salita a 74 miliardi – La sanità, visto che la spesa è gestita dalle Regioni, ricade in parte nel capitolo Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali. Che sale a 120 miliardi (+1,6%) proprio per effetto dell’incremento da 73,2 a 74,1 miliardi del concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria, compresa la tutela dei livelli essenziali di assistenza. Diminuiscono invece da 936 a 613 milioni le risorse girate agli enti locali “a compensazione di minori entrate da fiscalità”: effetto del taglio del fondo di compensazione per il passaggio dall’Imu alla Tasi, che i Comuni chiedono sia ricostituito. Altri 1,3 miliardi sono alla voce Tutela della salute, tagliata del 38,8% rispetto al 2018: le risorse per la programmazione del Servizio Sanitario per l’erogazione dei Lea scendono da 1,2 miliardi a 288 milioni. Visto che l’articolato della manovra fissa il livello del Fondo sanitario nazionale a 114,4 miliardi, comunque, la differenza sarà coperta come sempre dagli introiti fiscali delle Regioni, la loro compartecipazione all’Iva e il contributo delle Regioni a statuto speciale.

Raddoppiano i fondi contro la dispersione scolastica, in aumento quelli per la formazione tecnica – La spesa per l’istruzione scolastica sale da 46,3 a 48,3 miliardi (+4,5%) soprattutto in seguito all’aumento degli stipendi legato al nuovo contratto dei docenti del primo (elementari e medie) e secondo ciclo (liceo, istituti tecnici e professionali, formazione professionale). Gli stanziamenti per gli interventi di integrazione scolastica degli studenti con bisogni educativi speciali, incluse le spese per insegnanti di sostegno, calano da 3,6 a 3,5 miliardi per il primo ciclo mentre salgono da 1,39 a 1,45 miliardi per il secondo ciclo. Vengono più che raddoppiati, da 4,4 a 10,7 milioni, i fondi per la lotta alla dispersione scolastica e l’orientamento, e salgono da 18 a 33 milioni le risorse per i percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore e per gli Its.
A università e formazione post universitaria sono destinati 8,3 miliardi, in lieve aumento dagli 8,2 del 2018: per il personale ci sono 3,4 milioni contro i 3,1 milioni del 2018. Agli atenei statali vanno 7,4 miliardi contro i 7,3 del 2018 mentre resta stabile il contributo alle università non statali, 68 milioni. In salita dell’11%, a 3,3 miliardi, le risorse per ricerca e innovazione: i Contributi alle attività di ricerca degli enti pubblici e privati passano da 1,7 a 1,8 miliardi.

Su del 31% la spesa per il soccorso civile: ci sono gli interventi per il dissesto – Cresce del 31%, dai 5,7 miliardi del 2018 a 7,6 miliardi, lo stanziamento per il soccorso civile: l’incremento è dovuto al fatto che la missione comprende gli “interventi per pubbliche calamità“, tra cui gli investimenti destinati alle zone di Lombardia, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trento e Bolzano, Emilia-Romagna, Lazio, Toscana, Sardegna, Sicilia e Calabria dichiarate in stato di emergenza perché colpite lo scorso ottobre da forte maltempo e alluvioni. Quella voce, che è una delle quali per cui il governo ha chiesto la Ue l’attivazione della clausola di flessibilità sul deficit, sale nelle tabelle dello stato di previsione del Tesoro dai 2,8 miliardi del 2018 a 3,26 miliardi. Per gli stessi motivi il programma Protezione civile vede aumentare le risorse da 863 milioni a 2 miliardi: i fondi per il primo intervento salgono da 291 a 744 milioni e dal 2019 viene aggiunta la missione “interventi infrastrutturali di prima emergenza derivante da dissesto idrogeologico” finanziata con 808 milioni.

Crollano gli stanziamenti per le infrastrutture: pesa il rinvio dei fondi per l’Anas – Le risorse previste per la voce Infrastrutture pubbliche e logistica scendono invece del 39,3%, da 5,9 a 3,6 miliardi. Il crollo deriva principalmente dal rinvio al 2020-2021 di 1,8 miliardi di stanziamenti di competenza previsti nel bilancio precedente per le strade e autostrade gestite dall’Anas, che scendono così dai 3 miliardi del 2018 a 538 milioni. La “rimodulazione” dei fondi per nuovi cantieri è legata al fatto che l’avvio di molte opere è in ritardo rispetto alla tabella di marcia e quelle già avviate procedono più lentamente del previsto. Ma calano anche gli stanziamenti per “Opere strategiche, edilizia statale e interventi speciali e per pubbliche calamità”, che passano da 1,8 a 1,6 miliardi. Al contrario salgono da 29 a 203 milioni gli stanziamenti per le autostrade in concessione. La tabella con il totale delle spese in conto capitale evidenzia che i “contributi agli investimenti ad amministrazioni pubbliche” ammonteranno quest’anno a poco più di 20 miliardi contro i 21,3 del bilancio di competenza 2018.

Potenziati Polizia e Carabinieri. Ci rimette la Difesa – La spesa per ordine pubblico e sicurezza, tema caro a Matteo Salvini, è destinata a salire ma di 500 milioni, a 11,2 miliardi. Cresce in particolare la spesa per la Polizia, compresa sotto la voce “contrasto al crimine” che passa da 6,7 a 7 miliardi di stanziamento. Più fondi (da 6,1 a 6,4 miliardi) anche per l’Arma dei Carabinieri. Aumentano di poco, da 141,5 a 144,8 milioni, le risorse per contrasto all’immigrazione clandestina e sicurezza delle frontiere e delle principali stazioni ferroviarie. In compenso le spese per la pianificazione delle Forze Armate e gli approvvigionamenti militari si riducono da 3,7 a 3,2 miliardi. Quasi nessun cambiamento per i fondi destinati alle missioni internazionali: poco meno di 1 miliardo di euro.

Meno risorse per l’immigrazione e attuazione delle politiche Ue – Al contrario i fondi per garantire quelli dei migranti e per gli interventi a favore degli stranieri “anche richiedenti asilo e profughi” calano da 2,5 a 2,2 miliardi. Gli stanziamenti per il programma Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti diminuiscono rispetto al 2018 del 7,6%, a 3,3 miliardi, cifra che però comprende anche oltre 1 miliardo di otto per mille che lo Stato gira a Chiesa cattolica e altre confessioni religiose sulla base delle scelte espresse dai contribuenti nelle dichiarazioni dei redditi. Al contrario la dote della missione Flussi migratori per motivi di lavoro e politiche di integrazione sociale delle persone immigrate risulta incrementata da 1,8 a 5,2 milioni. La cooperazione allo sviluppo “guadagna” un centinaio di milioni (a 1,1 miliardi) e aumenta, a dispetto degli annunci, anche il contributo al bilancio Ue: la partecipazione italiana è cifrata 18,3 miliardi contro i 17,8 del 2018. In compenso scende da 4,8 a 2,5 miliardi la cifra destinata all’attuazione delle politiche comunitarie in ambito nazionale: la riduzione di quei fondi fa parte del pacchetto messo a punto dal governo per ridurre il deficit/pil rispetto al 2,4% iniziale.

Tra gli sgravi alle imprese il sostegno fiscale al settore creditizio – Dalle tabelle di bilancio i cambiamenti per quanto riguarda le azioni per la competitività e lo sviluppo delle imprese appaiono minimi. Su 24,7 miliardi complessivi destinati a queste misure (erano 24,5 nel 2018), 18,3 miliardi andranno a interventi di sostegno attraverso il sistema della fiscalità. Sotto questa voce sono contabilizzati 4,5 miliardi, in aumento dai 3 del 2018, a favore del settore creditizio e bancario, che pure è colpito da altri interventi fiscali previsti dalla manovra. Altri 1,5 miliardi vanno all’autotrasporto. Ammontano invece a 565 milioni, rispetto ai 583 dell’anno prima, gli sgravi per la ricostruzione di imprese danneggiate da eventi sismici. Il sostegno fiscale alla ricerca e sviluppo resta invariato a 1,27 miliardi. Cala da 317 a 55 milioni invece lo stanziamento per vigilanza sugli enti, sul sistema cooperativo e sulle gestioni commissariali che comprende la gestione delle procedure di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi. Tornando alle banche, la voce Regolamentazione e vigilanza sul settore finanziario sale a 656 milioni per effetto del nuovo Fondo di ristoro dei risparmiatori vittime dei crac bancari.

Più risorse per i beni culturali a livello territoriale – Alla tutela e valorizzazione dei beni culturali andranno 2,6 miliardi, il 16% in più rispetto al 2018. In particolare salgono da 195 a 407 milioni gli stanziamenti per salvaguardia, valorizzazione e interventi per i beni culturali a livello territoriale e da 371 a 412 milioni quelli per valorizzazione e tutela del settore dello spettacolo dal vivo.

In aumento il gettito Irpef, in calo quello da Iva. Dal debito 290 miliardi – Sul fronte delle entrate, che saliranno da 852 a 869 miliardi di cui 513 da entrate tributarie, il maggior incremento è atteso dalle imposte sui giochi, a 7,2 miliardi rispetto ai 6,4 del 2018 (+12,6%) a cui vanno aggiunti 351 milioni da “lotterie e altri giochi” e 7,5 miliardi dal Lotto, dato che rimane stabile. L’imposta sul reddito delle persone fisiche porterà 199,8 miliardi, in aumento dell’1,9% sul 2018. Mentre l’Iva scenderà del 3% a 155,9 miliardi e l’imposta sul reddito delle società passerà da 41,4 a 40,9 miliardi (-1%). Dalle emissioni di debito pubblico sono attesi oltre 290 miliardi e gli oneri complessivi per il servizio del debito salgono dai 73,8 miliardi previsti per il 2018 a 74,2 miliardi, soprattutto per effetto di un aumento degli interessi sul debito a quota 67 miliardi (ci sono poi altre voci, come gli oneri sui buoni fruttiferi postali). In questo caso però va considerato che, a consuntivo, anche il conto 2018 potrebbe salire come conseguenza dell’aumento dei tassi a partire dalla metà dell’anno appena finito.

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Pensioni, come cambia l’adeguamento al costo della vita: taglio delle rivalutazioni inferiore a quelli degli ultimi governi

Per i pensionati con gli assegni più bassi, fino a 1.539 euro lordi, non cambierà nulla. Gli altri riceveranno qualche euro in più rispetto alle cifre incassate negli ultimi sette anni. Mentre subiranno un piccolo taglio rispetto agli aumenti previsti dalla legge che sarebbe tornata in vigore l’anno prossimo se non ci fossero stati interventi. Con un’eccezione: chi prende tra i 1.539 e i 2.052 euro lordi avrà comunque un mini vantaggio. Sarà questo l’effetto del “raffreddamento” dell’indicizzazione delle pensioni inserito nel maxi emendamento del governo alla manovra che ha appena ottenuto il via libera definitivo della Camera. A conti fatti il nuovo schema di rivalutazione per il triennio 2019-2021, contro il quale si sono già mobilitati i sindacati, è più generoso rispetto a quelli adottati a partire dal 2011.

Il punto di partenza è che la legge di Bilancio per il 2019 non interviene su una situazione di completo adeguamento degli assegni previdenziali all’aumento del costo della vita. Anzi: fin dagli anni Novanta la perequazione di quelli superiori a tre volte il minimo non è piena e nel dicembre 2011 è stata completamente congelata dal Salva Italia del governo Monti. Dal 2014, con Letta, è tornata in forma parziale e quel regime è stato prorogato fino a fine 2018 dal governo Renzi (vedi tabella). L’anno prossimo, senza interventi, sarebbe tornata in vigore la legge 388 del 2000 che prevedeva comunque una perequazione piena, pari all’1,1% dell’assegno, solo per quelli inferiori a tre volte il minimo. Cioè 1.539 euro, visto che nel 2019 (al netto delle pensioni di cittadinanza prossime venture) il minimo sale a 513 euro. Gli assegni tra tre e cinque volte il minimo (da 1.539 a 2.565 euro) sarebbero stati rivalutati solo di uno 0,99% e quelli oltre cinque volte il minimo di uno 0,825%.

L’adeguamento diventa più progressivo: sette scaglioni – La manovra appena varata modifica quel meccanismo rendendo più progressivo l’adeguamento, che sarà differenziato in base a sette scaglioni. Fino a tre volte il minimo nulla cambia: la rivalutazione sarà piena e pari all’1,1%, percentuale fissata da un decreto del Tesoro. Tra tre e quattro volte il minimo la rivalutazione sarà pari al 97% dell’indicizzazione piena. Vale a dire che ci sarà un aumento dell’1,067%: poco più di 19 euro al mese per chi ne riceve 1.800 lordi. Se fosse tornata in vigore la legge del 2000, l’incremento per questa fascia si sarebbe invece fermato allo 0,99%, meno di 18 euro. Questi assegni, che stando alla Relazione tecnica della legge di Bilancio costituiscono il 18,7% del monte pensioni complessivo, saranno quindi incrementati più di quanto prevedeva il quadro a legislazione vigente.

Al contrario oltre i 2.052 euro lordi la rivalutazione sarà meno generosa rispetto a quanto previsto dalla legge del 2000, anche se l’indicizzazione resta superiore a quella riconosciuta fino al 2018. Per le pensioni tra le quattro e le cinque volte il minimo la rivalutazione sarà infatti dello 0,847%: il 77% di quella piena, contro il 90% previsto dalla manovra 2001 e il 75% applicato fino all’anno scorso. Per la fascia successiva (tra cinque e sei volte il minimo, cioè da 2.565 a 3.078 euro) l’indicizzazione sarà riconosciuta al 52%, pari a un aumento dello 0,572%, anche in questo caso superiore a quello del 2018 e inferiore a quello previsto dalla legge del 2000.

Tagli di 25 euro solo per chi prende oltre 10 volte il minimo – Per i trattamenti superiori a sei volte il minimo le norme precedenti non facevano distinzioni: con lo “schema Letta” tutti gli assegni erano indicizzati al 40% mentre con il ritorno in vigore della 388/2000 l’indicizzazione sarebbe stata riconosciuta al 75%. La manovra prevede invece una riduzione progressiva del beneficio: 47% (cioè aumenti dello 0,517%) fino a otto volte il minimo, 45% (con aumenti dello 0,495%) tra otto e nove volte e 40% (pari a un incremento dello 0,44%) oltre nove volte il minimo, 4.617 euro lordi. Il taglio, rispetto alla normativa precedente, supererà i 25 euro al mese solo per chi riceve un assegno oltre 10 volte il minimo. Come chiarito dall’Inps, comunque, gli effetti non si vedranno sugli assegni di gennaio, che sono già stati calcolati in base alla legge 388: una circolare disciplinerà in seguito le modalità e i tempi per i conguagli.

Le tappe: dal 1996 indicizzazione piena solo agli assegni più bassi – Fin dal 1996 l’indicizzazione piena è stata riconosciuta solo alle pensioni più basse: in particolare fino al Duemila solo gli assegni non superiori a due volte il minimo venivano aumentati di anno in anno tenendo conto pienamente dell’aumento del costo della vita e quelli oltre otto volte il minimo erano congelati. Poi, fino al 2008, il 100% di rivalutazione è stato garantito a quelli fino a tre volte il minimo. Da quell’anno il sistema è diventato più generoso, con un ampliamento dell’indicizzazione completa ai trattamenti fino a cinque volte il minimo e il riconoscimento di un 75% di rivalutazione alle pensioni oltre quella soglia. A fine 2011 il governo Monti con il decreto salva Italia (riforma Fornero) ha azzerato per gli anni 2012 e 2013 la perequazione delle pensioni di importo superiore a tre volte il minimo. Nel 2013 il governo Letta ha previsto un sistema a cinque scaglioni con indicizzazione del 95% per gli assegni tra tre e quattro volte il minimo, del 75% tra quattro e cinque volte il minimo, del 50% tra cinque e sei volte il minimo e del 40% (45% nel 2015 e 2016) oltre sei volte il minimo. Il governo Renzi ha prorogato lo schema Letta al 2017 e 2018. Il prossimo anno sarebbe dovuta tornare in vigore la legge del 2000.

Nel frattempo, ad aprile 2015 la Corte costituzionale ha bocciato il blocco della riforma Fornero e l’esecutivo Renzi con il decreto Poletti ha rimediato concedendo ai pensionati solo un rimborso parziale dei soldi persi a causa della mancata rivalutazione. La Consulta ha rigettato i ricorsi contro il decreto ritenendo che abbia realizzato “un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica“.

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Opere pubbliche, Regioni ci mettono il 22% in meno. Comuni allungano i tempi: “Un anno in più solo per il progetto”

Quasi 16 anni, in media, per progettare e realizzare una grande opera pubblica di valore superiore ai 100 milioni di euro. Mentre per quelle piccole, da meno di 100mila euro, ci vogliono poco più di due anni e mezzo. Ma i tempi lievitano quando a gestire gli appalti sono i Comuni. Al contrario le Regioni riescono a ridurli del 22% rispetto alla media. Il governo gialloverde ha intenzione di riscrivere il Codice dei contratti pubblici, entrato in vigore solo due anni fa, con l’obiettivo dichiarato di velocizzare gli adempimenti e far ripartire gli investimenti bloccati: nel 2017 la spesa per opere e infrastrutture è crollata a 33,7 miliardi contro i 54,2 del 2009. Le differenze di performance tra i diversi enti fanno però pensare che parte del problema stia nel livello di preparazione delle stazioni appaltanti. “La pa si è molto impoverita delle competenze tecniche e ingegneristiche necessarie per gestire le fasi di affidamento ed esecuzione”, commenta al fattoquotidiano.it Alberto Vannucci, docente di Scienza politica a Siena ed esperto di anticorruzione. “Quindi è disarmata e finisce per essere ostaggio dei privati. E questo spiega anche la difficoltà di attuare le varie riforme della normativa sugli appalti che si sono succedute dopo Tangentopoli“.

Gli enti locali non mollano i cordoni della borsa – Il decreto per ridurre drasticamente gli oltre 30mila centri di spesa, abbozzato lo scorso febbraio dal governo Gentiloni, non è mai stato varato. Nella legge di Bilancio era stato previsto in compenso che i Comuni non capoluogo dovessero fare le gare attraverso la provincia o città metropolitana di riferimento, ma durante il passaggio in commissione alla Camera il testo è stato modificato e l’obbligo è stato trasformato in facoltà. Così i cordoni della borsa restano nelle mani di amministrazioni locali non sempre all’altezza. “Le amministrazioni da un lato manifestano continue ambasce nell’applicare il Codice dei contratti perché non dispongono di personale adeguato per quantità e qualità“, commentano il presidente dell’Anac Raffaele Cantone e Enrico Carloni in Corruzione e anticorruzione (Feltrinelli), “dall’altro però non vogliono perdere il controllo sulle proprie procedure di gara affidandole a un altro soggetto”.

16 anni per le grandi opere, 2,6 per le piccole… – Le conseguenze si fanno sentire anche sui tempi di attuazione delle opere. Come dimostra il rapporto 2018 preparato dall’Agenzia per la coesione territoriale, che riassume i dati su 56mila interventi per un valore totale di 119 miliardi di euro, finanziati per 27 miliardi con fondi strutturali europei e per 93 miliardi con risorse della programmazione nazionale. Rispetto alla rilevazione del 2010, realizzare un’opera da oltre 100 milioni di euro richiede cinque anni in più: se allora la media era di 10,4 anni, ora è salita a 15,7. Un dato influenzato solo in parte dal nuovo Codice appalti in vigore dall’aprile 2016, perché già nel 2014 i tempi medi si erano allungati a 14 anni. Per le piccole opere invece non è cambiato quasi nulla: nel 2010 l’iter dalla progettazione alla fine dei lavori richiedeva 2,7 anni, oggi sono 2,6. Del resto il Codice consente ancora di ricorrere alla procedura negoziata, invece della gara, per i lavori di importo inferiore a 1 milione di euro.

…ma il 60% del tempo se ne va in passaggi burocratici – Più l’opera è piccola, però, più continuano a pesare i “tempi di attraversamento“, cioè quelli morti tra una fase e l’altra: un indicatore di quanto la burocrazia e le lungaggini amministrative contribuiscono a rinviare l’inaugurazione. Se nel caso dei lavori più grandi per gli adempimenti se ne va “solo” il 44% del tempo, per quelli sotto i 100mila euro la percentuale sale al 59,5 per cento. Vale a dire che azzerandoli la realizzazione dell’opera richiederebbe meno della metà del tempo.

Comuni più lenti: un anno in più per i progetti – L’altra variabile che influenza notevolmente la durata dei lavori è appunto l’ente che li gestisce. Il rapporto dell’agenzia pubblica guidata da Antonio Caponetto mostra che, al netto dei tempi di attraversamento, per concludere la fase di progettazione ci vuole il 31,9% in meno rispetto alla media se l’ente attuatore è una Regione, mentre ai Comuni serve dall’11 al 13,6% in più, a seconda della grandezza: tra i 2,7 e i 2,8 anni contro gli 1,7 anni medi che servono alle Regioni. I Comuni piccoli e medi tendono anche ad avere più difficoltà nella realizzazione, allungando i tempi rispettivamente del 10 e del 7%. Nel complesso, secondo l’Agenzia i tempi di attuazione totali sono inferiori del 22,4% se il gestore è una Regione e più lunghi del 14,4% se è invece un Comune di medie dimensioni. Sullo sfondo restano naturalmente le differenze territoriali: Basilicata e Molise sono maglia nera per tempi medi di realizzazione, 5,7 anni contro i 4,4 nazionali. Subito dietro la Sicilia con 5,3 anni e la Liguria, a 5,2. Le durate più brevi si registrano invece in Emilia Romagna e Lombardia, con 4,1 anni medi.   

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Manovra, l’economista: “Per tornare a crescere serve un New deal: spostare 16 miliardi in investimenti sulle piccole opere”

“Il governo sposti tutte le risorse della legge di Bilancio sugli investimenti. Non vuol fare le grandi opere? Si concentri su quelle piccole: metta a posto le scuole e le strade, adegui alle norme antisismiche tutti gli edifici pubblici, rifaccia le carceri per dare spazi consoni ai detenuti. Così si crea lavoro e diventa molto più facile trattare con l’Europa sul deficit. In parallelo riduca le stazioni appaltanti a un centinaio e per gestirle assuma i migliori, come in Francia e in Inghilterra. Anche strapagandoli, perché se riescono a eliminare le decine di miliardi che finiscono in sprechi ne vale la pena”. Per Gustavo Piga, ordinario di Economia politica a Tor Vergata e all’inizio degli anni Duemila presidente della centrale acquisti Consip, uscire dall’impasse della procedura europea di infrazione e spingere la crescita si può. Con una ricetta ispirata alla presidenza Obama ma ancora prima al New deal lanciato da Franklin Delano Roosevelt dopo la crisi del ’29: uno stimolo non ai consumi ma agli investimenti.

La sua proposta arriva mentre l’Istat attesta che nel terzo trimestre la crescita italiana si è fermata. E nei giorni in cui il governo gialloverde, per ammorbidire la Commissione, valuta se modificare la manovra trasferendo appunto al capitolo infrastrutture e opere pubbliche una parte della spesa inizialmente prevista per quota 100 e reddito di cittadinanza. Ma secondo l’economista la svolta che serve è più radicale: “In passato la politica ha sacrificato gli investimenti perché era la cosa più facile da fare per rispettare i parametri europei: a pagarne il prezzo erano i più giovani, che ancora non votavano… Questo esecutivo, che giustamente ha deciso di liberare tante risorse anche in deficit, a mio vedere dovrebbe rilanciarli spostando sotto quella voce tutti i 16 miliardi destinati a reddito e pensioni”. E le promesse del contratto di governo? “Gli elettori non sono stupidi: se con gli appalti si riesce a dare lavoro a tutti, nessuno avrà da protestare. Un piano di piccole opere – scuole, strade, carceri, adeguamento alla normativa antisismica di tutto il patrimonio edilizio del Sud – si può fare in tempi brevi, è difficilmente rallentato da contenziosi, dà ossigeno alle piccole imprese e crea occupazione”.

Al netto delle scelte e valutazioni politiche, l’auspicio di Piga nasce dai numeri: la spesa per investimenti pubblici, tra 2007 e 2017, è crollata in valori assoluti di oltre il 30%, passando dal 3 a meno del 2% del pil. E gli aumenti previsti per i prossimi anni dai documenti di bilancio (ammesso che i soldi stanziati vengano davvero utilizzati) non sono sufficienti a tornare ai livelli precedenti. Dopo il picco di 54,2 miliardi toccato nel 2009, l’anno dopo la pubblica amministrazione ha investito solo 47 miliardi. Nel 2015 la cifra è scesa ancora, a 36,7 miliardi. A quel punto il comparto privato ha ricominciato a investire, lo Stato no. Dopo i 35 miliardi del 2016, il 2017 si è chiuso con soli 33,7 miliardi di spesa effettiva contro gli oltre 38 previsti dal Def. Per il 2018 la stima è di 33 miliardi, l’1,9% del pil.

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha ricordato più volte che nel bilancio dello Stato sono già stanziati di qui al 2033 circa 150 miliardi di euro, compresi i 38 miliardi aggiunti al Fondo per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale istituito dall’ultima manovra di Matteo Renzi. Quella cifra però, spalmata su 15 anni, non è sufficiente per tornare ai livelli pre crisi. Nel 2021 il governo prevede di arrivare a 44 miliardi, pari al 2,3% del pil, ancora ben sotto la spesa di un decennio fa.

E i soldi bisogna riuscire a spenderli. La Nota di aggiornamento al Def firmata da Tria ammette che “una serie di fattori di natura legale, burocratica e organizzativa che si sono accumulati nel corso degli anni” hanno determinato “carenze nella selezione e valutazione dei progetti e ostacoli all’efficacia della spesa”. E cita esplicitamente, accanto all’entrata in vigore del nuovo Codice appalti, “la perdita di competenze tecniche e progettuali delle amministrazioni pubbliche, in particolare di quelle locali anche a causa del protrarsi del blocco del turn over“.

Secondo Piga, questo è il secondo pilastro: per far ripartire la macchina occorre assumere e motivare specialisti con forti competenze tecniche, in grado di governare la spesa per investimenti e quella per gli acquisti di beni e servizi, voce che comporta sprechi stimati nell’1,6-2% del pil.

Certo il lavoro risulterebbe più semplice se le 36mila stazioni appaltanti ancora in attività fossero ridotte a “un centinaio”, aggiunge l’economista. Il primo passo è il decreto per la qualificazione delle stazioni appaltanti, che dovrebbe consentire di gestire gare oltre un certo valore solo agli enti che dimostrano di avere sufficiente esperienza e personale adeguato. A prevederlo è il nuovo Codice entrato in vigore ad aprile 2016. Il governo Gentiloni aveva preparato una bozza, che ha avuto il via libera dell’Anac. Ma la norma non è mai stata emanata.

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Manovra, “1% di pil da privatizzazioni”. Rispunta il sogno di Monti e Letta. L’ultimo a riuscirci? È stato Berlusconi

Correva l’anno 2003. Governo Berlusconi, ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Lo Stato vendette il 10,3% di Enel, il 10% di Eni, il 35% di Poste Italiane, il 100% dell’ex Ente tabacchi italiani e il 30% di Cassa depositi e prestiti: una campagna di privatizzazioni con pochi precedenti, che fruttò alle casse pubbliche 16,6 miliardi di euro. E’ stata quella l’ultima volta che le entrate dalla cessione di quote in società partecipate hanno superato l’1% del pil. Era andata meglio solo nel 1997, l’anno in cui fu venduta Telecom, e nel 1999, quando andò sul mercato la prima tranche di Enel. Il governo gialloverde ora mette nero su bianco di voler raggiungere i 18 miliardi, escludendo i ricavi attesi dalla cessione di immobili pubblici. E nonostante come è noto il Movimento 5 Stelle sia, al contrario, incline a riportare competenze nel recinto statale (vedi le prese di posizione sulle concessioni non solo autostradali e sulla necessità di una “banca pubblica“).

Che cosa si intenda vendere, per ora, non è dato sapere. Il vicepremier Luigi Di Maio si è limitato a escludere “gioielli di famiglia”, affermando che “Eni, Enel, Enav non finiranno in mani private, devono rimandare saldamente nelle mani dello Stato”. Mentre il ministro Giovanni Tria attraverso la portavoce fa sapere che  “non c’è ancora una lista precisa, la stanno studiando: sono state identificate delle aziende, sì, ma ora si sta decidendo alla luce degli andamenti del mercato…”. Certo l’idea di ridurre il debito mettendo sul piatto le partecipazioni pubbliche è tutt’altro che originale: inserire nei documenti di programmazione economica ambiziosi obiettivi di privatizzazione è diventata un’abitudine. Ma a consuntivo i risultati hanno puntualmente deluso le attese.

Anche Monti puntava all’1%. Risultato: partita di giro da 8,7 miliardi – Nel 2012 per esempio il governo Monti, insediato al culmine della crisi del debito sovrano e con un’economia in profonda recessione, mise in campo “un piano straordinario di valorizzazione e vendita del patrimonio di proprietà delle Amministrazioni pubbliche” che comprendeva la vendita alla Cdp delle partecipazioni statali in Sace, Fintecna e Simest e da cui contava di ricavare, a regime, “risorse stimate pari a circa 1 punto percentuale di pil all’anno“, esattamente l’obiettivo dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. In quel caso però avrebbero dovuto contribuire anche gli immobili pubblici, da “valorizzare” sia conferendoli a una Società di gestione del risparmio del ministero dell’Economia (Invimit) sia facendoli acquistare alla stessa Cassa depositi e prestiti. Alla fine non è andata male, se si è disposti a sorvolare sulla partita di giro con la Cdp che è controllata proprio dal Tesoro: dal mattone di Stato è arrivato più di un miliardo e la cessione del 100% di Sace e Fintecna e del 76% di Simest ha fruttato 8,7 miliardi. Il totale è stato comunque ben più basso rispetto al target dell’1% del pil di quell’anno, 15,8 miliardi. Certo non abbastanza per ridurre il rapporto debito/pil, che è passato dal 120,1% del 2011 al 127%.

Le ambizioni di Letta e l’obiettivo dimezzato – Non è andata altrettanto bene ai successivi inquilini di Palazzo Chigi. Nella primavera 2013 Enrico Letta e il suo ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni decisero di rimanere nella scia dei predecessori e nel Documento di economia e finanza confermarono l’obiettivo dell’1% di ricavi l’anno. Cinque mesi dopo però dovettero ritrattare e non di poco: “Pur restando fermo l’impegno a proseguire sulla strada delle privatizzazioni”, ammisero nella Nota di aggiornamento al Def, “il governo ha ritenuto opportuno dimezzare l’ambizioso obiettivo per renderlo più realistico e fattibile, anche in considerazione delle ancora difficili condizioni del mercato immobiliare e finanziario”. Risultato? Quell’anno, come attesta la Relazione sulle privatizzazioni della direzione Finanza e privatizzazioni del Tesoro di novembre 2016, di quote in aziende pubbliche non ne è stata venduta nemmeno una. 

I flop di Renzi e Padoan – Nel 2014 arriva Matteo Renzi e il nuovo titolare del Tesoro, Pier Carlo Padoan, rialza il tiro e scommette su introiti pari allo 0,7% del pil per quell’anno e i tre successivi. Passa l’estate e le ambizioni si ridimensionano: nella Nota al Def l’obiettivo per l’anno scende allo 0,3% nonostante il Tesoro rivendichi di aver avviato un programma di dismissioni di quote in Poste, Enav e della holding di STMicroelectronics. A fine anno è praticamente un nulla di fatto – la quotazione in Borsa di Fincantieri è un flop – ma Padoan in un’intervista al Messaggero, dopo aver ammesso che “il debito crescerà anche nel 2015”, promette: sarà “l’anno per le privatizzazioni del governo”, “collocheremo subito un’altra quota di Enel, poi procederemo con Poste, Enav e probabilmente Fs“.

A febbraio in effetti va in porto la cessione del 5,7% del gruppo energetico per 2,2 miliardi e a fine ottobre dalla quotazione del 35% di Poste arrivano 3,1 miliardi. Si arriva così a 4,2 miliardi, lo 0,2% del pil. In aprile è tempo di un nuovo Def e il Tesoro deve mettere nero su bianco che “l’anno delle privatizzazioni” sarà meno ricco del previsto: gli introiti attesi per l’anno in corso si fermano allo 0,4% del pil. Non ci si arriverà. Ma si continua a sognare: “Tra il 2016 e il 2018 il programma di privatizzazioni consentirà di mobilizzare risorse pari a circa l’1,3% del pil“. Il debito è al 132,6% del pil.

Gentiloni ridimensiona le attese – Nel 2016 il bagno di realtà è gelato: con l’avvicinarsi del referendum costituzionale sui mercati si balla, la riduzione del debito/pil (che in quell’anno è al 132,8%) viene ulteriormente rimandata e nella Nota di aggiornamento al Def i proventi attesi da privatizzazioni crollano allo 0,1% del pil. La quotazione di Fs è rinviata al 2017. In agosto debutta a Piazza Affari Enav, operazione che porta in cassa poco più di 800 milioni. Il futuro però continua a essere roseo, stando ai documenti ufficiali, che persistono nel puntare su ricavi pari allo 0,5% del pil per gli anni successivi, con un lieve declino nel 2019 (0,3%). Il governo Gentiloni, che si insedia nel dicembre di quell’anno, conferma Padoan sulla poltrona più alta di via XX Settembre ma è più cauto e lima gli introiti allo 0,3% del pil sia quell’anno sia i successivi. Il ministro continua a evocare la quotazione delle Ferrovie, che non andrà mai in porto.

Nel 2018 si insedia il governo gialloverde. Il contratto sottoscritto da Lega e Movimento 5 Stelle non fa cenno alle privatizzazioni come strumento per ridurre il debito. I Cinque Stelle nel loro Programma di sviluppo economico elaborato prima delle elezioni avevano messo in guarda sulla necessità di “subordinare il processo di privatizzazione sia di Ferrovie dello Stato S.p.A. che delle altre società a controllo pubblico ad un ampio confronto tra Governo e Parlamento”, anche per “rivedere la decisione di vendere asset vincenti del patrimonio pubblico per il solo fine di pervenire ad una minima riduzione dello stock di debito pubblico, scelta perdente nel medio e lungo periodo”.

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Finanza e potere, “ecco la rete invisibile che unisce le aziende quotate in Borsa attraverso i loro manager e azionisti”

Sessantuno persone in tutto fanno da pivot intorno a cui ruota l’intero mercato azionario italiano. Sono manager e professionisti che siedono in almeno tre consigli di amministrazione di gruppi quotati a Piazza Affari. Ma c’è anche chi di poltrone ne ha quattro, cinque o sei. È il 3% di quella che nel gergo della sociologia viene definita “corporate élite“. Che in Italia somiglia molto a un “old boys network“, un gruppo chiuso di individui prevalentemente maschi con lo stesso background sociale e un’età media elevata. Tredici di quei 61 svolgono o hanno svolto incarichi di vertice in associazioni di industriali come Confindustria e non mancano un senatore, un ex sottosegretario di Stato e un ex ministro. Ci sono poi, puntualmente, i grandi nomi del capitalismo familiare, da Agnelli a De Benedetti e Marcegaglia. A ricostruire la rete dei cosiddetti “big linkers” è Joselle Dagnes, ricercatrice di Sociologia economica presso l’Università di Torino, in Ai posti di comando (Il Mulino).

La sua analisi del capitalismo di relazione italiano va in profondità. Prima utilizza gli strumenti della sociologia – dall’analisi dei reticoli ai rapporti tra organizzazioni – per ricostruire la morfologia dei legami tra le 280 società quotate alla Borsa di Milano dal 2007 al 2014. Poi arricchisce la sua ricerca con 23 interviste a esperti di governance societaria e membri della stessa corporate élite, formata dai 2.100 consiglieri delle aziende con titoli negoziati a Piazza Affari, una parte dei quali (l’inner circle) ricopre incarichi multipli.

Sono colloqui preziosi per alzare il velo su dinamiche che solitamente restano sotto traccia. Come il fatto che i consigli siano spesso meri luoghi di ratifica di decisioni prese altrove, i rapporti di fiducia tra l’imprenditore-proprietario e l’organo decisionale che tendono a sconfinare nell’acquiescenza o il nodo degli amministratori indipendenti che – racconta uno dei “big linkers” – “si cerca si sceglierli…indipendenti formali, che diano il meno fastidio possibile“. Anche se in altri casi l’ingresso in cda di soggetti esterni alle logiche di interesse della corporate élite consente di rompere gli equilibri e migliora il processo di governance.

Più in generale, dalle interviste emerge che nei cda si entra “perché si gode della fiducia della proprietà o di altri portatori di interessi, perché si possiedono le competenze necessarie, perché si occupano posizioni di prestigio in altri ambiti, perché di detengono risorse relazionali preziose“. E “frequentemente non si tratta di opzioni distinte, bensì di tratti fortemente intrecciati nel profilo di un individuo”. Così si spiega anche il fenomeno delle interlocking directorates, cioè la presenza di uno stesso manager in due o più consigli di amministrazione di società quotate, cosa che crea un ponte tra le aziende coinvolte. Il divieto di interlocking tra società finanziarie introdotto nel 2009 dal decreto Salva Italia è stato assai poco efficace visto che, nota l’autrice, si applica solo ai casi di imprese concorrenti, un concetto vago che ne ha reso complicata l’applicazione.

In Italia però la rete più fitta fa riferimento agli incroci proprietari, cioè alla condivisione di uno o più azionisti rilevanti. Azionisti che sono costituiti da persone fisiche molto più di quanto accada negli altri Paesi a economia avanzata: nel 2014 oltre un terzo delle quote detenute dagli azionisti rilevanti era in realtà in mano a singoli individui, “esponenti di spicco del mondo imprenditoriale”. Ancora più rilevanti le quote possedute da banche, società finanziarie (comprese le holding) e altri investitori istituzionali. Nel periodo di osservazione scelto da Dagnes (dal 2007 al 2014) la maggior parte delle aziende quotate a Piazza Affari aveva con le altre dei legami determinati, appunto, dalla condivisione di uno o più azionisti rilevanti. Un reticolo che si è fatto meno fitto dopo la crisi, ma le cui maglie restano ben più strette rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare in un’economia di mercato. Colpisce, poi, il fatto che le aziende con una migliore performance tendano a sviluppare più legami: una correlazione che favorisce la nascita di “reti di vincenti” tra imprese robuste e di successo, che evidentemente sono sempre riuscite a trovare finanziamenti a dispetto del credit crunch. Buon per loro e per il sistema ma solo a patto che sull’altro piatto della bilancia non ci siano costi occulti per gli altri operatori.

Di qui la domanda finale: che fare del capitalismo di relazione italiano, posto che eliminare quei legami è del tutto irrealistico? La possibile cura, secondo Dagnes, è un nuovo modello di regolazione mirato a disciplinare i rapporti tra politicaeconomia e socie in modo da impedire che i legami tra attori che occupano posizioni rilevanti avvantaggino solo i membri di una ristretta élite.

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