Category Archives: Lucia Azzolina

Scuola, Azzolina in Aula: “Spiace che gran parte delle Regioni abbiano posticipato il rientro in classe”

“Spiace che gran parte delle Regioni abbiano posticipato il rientro in classe. Tutto ciò con il rischio di causare disorientamento, precarietà, insicurezza e povertà educativa. Rinnovo, anche in questa sede, la mia disponibilità al dialogo, al confronto, con tutti gli attori istituzionali coinvolti, per il bene delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi” Lo ha detto la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, durante il question time alla Camera, sottolineando che “la scuola, lo ribadisco, è pronta e in grado di garantire ambienti controllati e con ridotte percentuali di rischio, come rilevato dai dati e dagli studi sui contagi forniti dalle autorità scientifiche”

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Concorso presidi, il Consiglio di Stato respinge i ricorsi: confermati i 3mila vincitori del 2017. In graduatoria c’è anche Azzolina

Ricorsi respinti. È questa la decisione del Consiglio di Stato sul concorso a dirigente scolastico che si è svolto nel 2017. Gli oltre 3mila docenti vincitori, quindi, possono tirare un sospiro di sollievo. Molti di loro sono già entrati in servizio, mentre altri aspettano ancora il proprio turno. In graduatoria c’è anche l’attuale ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, che tre anni fa partecipò alla selezione in qualità di insegnante.

Una vicenda che l’estate scorsa aveva creato non poche polemiche dopo che il ministero aveva autorizzato l’assunzione di 458 nuovi presidi, attingendo – come prevede la legge – alla graduatoria del 2017. “Vergognoso, Azzolina stabilizza se stessa, cosa sarebbe successo se lo avessi fatto io?”, sentenziò il leader della Lega Matteo Salvini, definendo la circostanza “inopportuna, imbarazzante e vergognosa”, per quanto “legalmente ineccepibile”. Immediata la replica di Azzolina: “Non è certo il ministro che può decidere di bloccare o non bloccare una graduatoria, fortunatamente”. La ministra aveva quindi spiegato di essersi “iscritta alle prove del concorso nel 2017 quando” era” solo una docente“, superandolo regolarmente. “Avevo pienamente il diritto di farlo”.

Politica a parte, la decisione del tribunale amministrativo mette la parola fine alle rimostranze di chi aveva presentato ricorso: c’è chi ha accusato la commissione di aver corretto le prove in modo arbitrario e chi ha denunciato l’assenza di vigilanza durante lo svolgimento dei test. Per il Consiglio di Stato, invece, tutto si è svolto regolarmente.

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Scuola, Azzolina: “Chiederò ristori formativi per fare corsi di recupero e aumentare l’aiuto psicologico. La dad colpisce i più deboli”

La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina intende chiedere al governo di prevedere dei “ristori formativi” nella forma di “apprendimenti potenziati anche nel pomeriggio, educazione all’affettività e incrementare l’aiuto psicologico“. Perché, ha detto a Uno Mattina, “non credo si possa pensare di recuperare d’estate: bisogna recuperare oggi. E’ più facile chiudere la scuola perché la scuola non ha bisogno di ristori. Sarò io oggi a chiedere i ristori formativi”. ”

La didattica a distanza è una misura che ho voluto”, ricorda la ministra, “e in cui credo, ma che non può essere portata troppo alle lunghe, rischia di creare diseguaglianze, colpisce i ragazzi più deboli perché la scuola non è solo luogo di apprendimento è vita, socialità, cura dell’affettività, anche rispetto a situazioni familiari difficili. I ragazzi hanno ragione a dire che vogliono tornare a scuola”.

Quanto al problema del potenziamento del trasporto pubblico, “i fondi per i trasporti sono stati dati, non a caso la Toscana ha comprato molti più mezzi così come anche Regioni che non hanno aperto. Non è un caso che sono stati scritti dei piani con i prefetti città per città dove si sapeva entrare in ogni singola scuola, tutti scaglionati, proprio per organizzare al meglio i trasporti. Il problema non penso sia relativo ai trasporti, il problema oggi è sanitario: la paura che aumentino i contagi e allora si va a colpire la scuola secondaria di secondo grado che di fatto è chiusa da novembre, mentre tutto il resto è aperto”. E la dad non risolve il problema della trasmissione del virus, secondo la ministra: “Non posso pensare di vedere gli studenti fuori nei centri commerciali il pomeriggio, siamo onesti, se fossero chiusi a casa avrebbe un senso ma loro escono perché hanno bisogno di socialità – ribadisce il ministro – E’ come se avessimo fatto un’operazione di blackout, cercano la socialità fuori dalla scuola e così non controlli la curva sanitaria facendoli uscire in luoghi nemmeno protetti come lo è invece la scuola”.

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Governo, ministro D’Incà: “Renzi? Chi dà instabilità non ha molti meriti. Alleanza Pd-M5s per il futuro è una prospettiva interessante”

Non è questione di Conte Ter, dobbiamo andare velocemente e mettere a terra 200 milioni di euro con il Recovery Plan. Occorre cogliere questa occasione il prima possibile. Il Paese ha bisogno di stabilità in questo momento e il governo sta facendo un ottimo lavoro così come siamo. Il M5s crede fermamente nel presidente Conte, vuole andare avanti e fare in fretta. Le scadenze sono così ravvicinate che non possiamo permetterci crisi politiche”. Sono le parole del ministro dei Rapporti col Parlamento, Federico D’Incà, intervistato da Simone Spetia a “24 Mattino”, su Radio 24.

D’Incà sottolinea l’efficacia del piano vaccini anti-covid e si sofferma sull’attuale squadra di governo: “Cambiarla parzialmente? Io non posso parlare per il Pd e per Italia Viva. Noi come M5s siamo contenti del lavoro fatto dai nostri ministri. Siamo particolarmente uniti in questo momento e siamo consapevoli che i nostri obiettivi sono quelli del Paese. Poi se gli altri partiti della maggioranza vorranno modificare qualche elemento della loro squadra, facciano pure. Renzi? Credo che in questo momento stia cercando di portare alla luce problematiche che lui ritiene importanti. Diciamo che noi come M5s siamo abbastanza distanti dalle sue considerazioni – spiega – Il problema di questo Paese è stato per tutti questi anni l’instabilità. Per cui, credo che tutti quelli che diano instabilità al Paese in un momento così difficile non hanno molti meriti. Mi auguro che nelle prossime giornate si possa risolvere questa problematica, anche perché abbiamo sempre lavorato bene nelle Commissioni. La nostra maggioranza è questa e su questa vogliamo andare avanti. Cercare ‘responsabili’ per sostituire Italia Viva nella maggioranza? Non c’è nessuno scouting, rassicuro tutti: la volontà di tutti è andare avanti, mettendo fine alle polemiche e concentrarsi sul prossimo decreto ristori e piano vaccinazioni”.

Il ministro pentastellato, infine, si dice favorevole a una prossima alleanza strutturale col Pd nelle elezioni regionali e amministrative, concordando con le dichiarazioni odierne del ministro per le Politiche giovanili e lo Sport, Vincenzo Spadafora. E sullo scontro tra la ministra Azzolina e i presidenti regionali in merito all’apertura delle scuole, non ha dubbi: “Sto dalla parte della ministra Azzolina: le Regioni dovrebbero seguire gli indirizzi del governo e tenere aperte elementari e medie“.

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Scuola, Regioni in ordine sparso: riaprono solo in 3. Azzolina: “Dad non funziona più, sono preoccupata. Sto con i ragazzi”

I ragazzi delle superiori tornano a scuola in tre regioni. Oggi sarà il primo giorno in presenza al 50% per gli studenti della Toscana (166mila) dell’Abruzzo (56.500) e della Valle d’Aosta, mentre tutte le altre regioni hanno deciso di rinviare la riapertura degli istituti, chi per una settimana (dal 18 gennaio) e chi almeno fino a fine mese, a causa dell’alto numero di contagi e del timore di ripercussioni sulla curva nel periodo post-natalizio e con la campagna vaccinale che sta entrando nel vivo. Da Nord a Sud sono previste proteste e flash mob, con studenti e insegnanti che chiedono di poter tornare alla didattica in presenza e la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, che si schiera dalla loro parte: ” “Ho fatto tutto quello che potevo fare, le scuole sono pronte per ripartire ma le Regioni hanno la possibilità di riaprirle o meno. Chiedo a tutti di trattare la scuola come si trattano le attività produttive. Oggi la didattica a distanza non può più funzionare”.

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Scuola, Azzolina e i 5 stelle contro i governatori sul rinvio alle superiori. Ma una parte del Pd li appoggia: “Dati Covid diversi in ogni Regione”

Tutta colpa delle Regioni? La domanda riassume in quattro parole la querelle sulla scuola che in queste ore si sta consumando tra la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, sostenuta a spada tratta dal suo Movimento 5Stelle, e i governatori, che hanno dalla loro molti membri della segreteria nazionale del Partito Democratico. Il governo ha scelto la data dell’11 gennaio per far tornare in aula anche i ragazzi delle superiori, ma almeno 15 Regioni hanno deciso in modo unilaterale di posticipare tutto. Chi a metà mese, chi a inizio febbraio. In molti, quindi, si sono chiesti perché sul tema della scuola ogni territorio sia andato per conto suo indipendentemente dall’indice Rt e dall’andamento dei contagi. Come il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo, che sabato ha inviato una lettera molto esplicita al Corriere della Sera: “Guardando l’attuale disastrosa situazione dell’universo scolastico, le innumerevoli, diversificate ed improvvisate soluzione decise in piena autonomia dai presidenti delle Regioni (e spesso dagli stessi sindaci) viene spontaneo chiedersi per quale ragione non si mette in atto un meccanismo di decisione centralizzata che superi il potere delle autorità del territorio”. Miozzo parla di “anarchia didattica” e chiede “una centralità decisionale.

La ministra di viale Trastevere, in una lunga intervista apparsa sempre sul Corsera, se l’è presa direttamente con i governatori: “Il 23 dicembre è stata firmata all’unanimità l’intesa con le Regioni che prevedeva il rientro il 7 gennaio. Molti di loro si sono sfilati. I presidenti hanno deciso di prorogare la chiusura delle scuole prima ancora di vedere i risultati del monitoraggio sulle fasce di rischio”. Il problema però resta sul tavolo: le decisioni prese a Roma passano in secondo piano rispetto alle scelte delle Regioni. Una questione politica ma anche costituzionale, secondo il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli che dalle pagine del Sole24Ore ricorda: “La confusione è figlia del modo in cui è stata concepita la riforma del titolo quinto vent’anni fa, con materie concorrenti tra Stato e Regioni”. Tuttavia, aggiunge il costituzionalista, il governo avrebbe potuto sostituirsi alle Regioni “in base all’articolo 120 della Costituzione. Se non è stato fatto è per ragioni politiche”.

D’accordo con Agostino Miozzo è la senatrice dei “5Stelle”, Bianca Laura Granato, membro della Commissione istruzione a palazzo Madama: “Quando manca la chiarezza sui fattori ostativi che hanno impedito di mantenere gli impegni assunti (vedi intesa del 23 dicembre) conviene che lo Stato gestisca questi processi. Le Regioni sulla scuola hanno preso decisioni senza mai giustificare le loro scelte. Tengono in considerazione solo l’Rt, ma che cosa hanno fatto per contenerlo? Qualcuno ha aspettato a braccia conserte per poi rinviare di nuovo l’apertura delle aule”. La senatrice pentastellata ha anche una proposta: “Va fissato un numero di giornate di scuola in presenza obbligatorio per tutti i territori da svolgere nel corso dell’anno scolastico”. Granato non risparmia le critiche nemmeno nei confronti del Partito Democratico: “Non hanno avuto un atteggiamento di leale collaborazione istituzionale. Il partito è spaccato: da una parte il ministro Dario Franceschini che da sempre sostiene la chiusura delle scuola, dall’altra i miei colleghi senatori in Commissione che come noi volevano le aule aperte. Per loro dev’essere imbarazzante fare i conti con la miope visione di Franceschini”. Un’ ultima frecciata va al presidente dell’Emilia Romagna: “Stefano Bonaccini deve spiegare al presidente del Consiglio come mai ha fatto marcia indietro differendo il ritorno in presenza al 25 gennaio”.

A spiegare le posizioni del partito di Nicola Zingaretti, rispetto alla lettera di Miozzo, è la responsabile scuola Camilla Sgambato: “Il Pd è sempre stato convinto che fossero necessarie decisioni nazionali di buon senso che coinvolgessero tutta l’Italia per evitare che le regioni prendessero decisioni diverse, ma, anche a fronte di dati epidemiologici diversi regione per regione e che cambiano continuamente, soluzioni differenti sui vari territori potrebbero consentire, laddove è possibile farlo in sicurezza, il ritorno in presenza di un numero maggiore di alunni. La cosa essenziale ed urgente è avere i dati precisi, che allo stato anche l’Istituto superiore di sanità valuta ancora insufficienti, su cui costruire decisioni politiche”.

Sgambato, senza entrare in polemica con la ministra che ha detto ai suoi di sentirsi “tradita dal Pd”, sta dalla parte dei governatori: “Come bene ha affermato il segretario Zingaretti oggi è sbagliato sottovalutare la pandemia. Noi dobbiamo riportare i ragazzi in classe, ma è indispensabile farlo in sicurezza, sia per evitare di dover richiudere, sia per la salute degli studenti, dei docenti e delle loro famiglie. Chiudere le scuole è una misura dolorosissima, ma la politica deve avere l’autorevolezza di spiegare ai cittadini che, di fronte ad una curva dei contagi che sale anche significativamente, abbassare la guardia è semplicemente sbagliato. Piuttosto dovremmo seguire l’esempio della regione Lazio che ha predisposto un canale preferenziale per i tamponi agli studenti, rendendoli gratuiti e immediatamente effettuabili, senza nemmeno prescrizione medica”.

E in merito alla retromarcia fatta da alcuni presidenti, come Bonaccini, Sgambato chiarisce: “Il governo ha dato ai presidenti di Regione il compito di monitorare la situazione nei territori e adottare le misure più opportune per le loro comunità. Le regioni hanno fatto le loro valutazioni, stando sul campo, avendo ben chiare le necessità ed il polso della situazione. Hanno competenza locale a livello di gestione e prevenzione della pandemia, e dunque, così come è avvenuto negli scorsi mesi, hanno ritenuto di rinviare l’avvio delle lezioni”.

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Educazione civica, una materia vuota

Nella scuola italiana l’insegnamento dell’educazione civica non si è mai seriamente realizzato per l’inadeguatezza dei governi e in particolare dei ministri preposti alla Pubblica Istruzione, che nel corso degli anni, con una serie di riforme contraddittorie, hanno “incasinato” ancora di più la nostra scuola. Essi non hanno mai capito quanto sarebbe utile ed importante una materia che – con pari dignità rispetto a quelle tradizionali – si ponesse l’obiettivo di formare cittadini civili ed informati, con una conoscenza non mnemonica della Costituzione, dei valori che l’hanno ispirata, di come essa trova o non trova attuazione in una società in cambiamento.

Al tempo stesso, l’educazione civica dovrebbe contrastare tutti quei comportamenti che vanno contro i valori su cui deve basarsi una società civile: partendo dalla condanna dell’evasione fiscale – con una chiara illustrazione dei danni che essa (150 miliardi l’anno, 40 in più dei 110 destinati a tutta la Sanità nazionale) arreca al bilancio dello Stato e ai contribuenti onesti – per arrivare ai quotidiani comportamenti incivili che rendono invivibili soprattutto le grandi città (ad esempio, le infinite infrazioni degli automobilisti e il mancato contrasto da parte della Polizia Municipale). Svolgendo quel ruolo che troppe famiglie non sono in grado di assumere.

Mai come nel caso dell’educazione civica vale la denuncia di Dante: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”. Le due leggi sulla educazione civica più recenti – salvo mie omissioni – sono la legge del 2008 di Mariastella Gelmini (Forza Italia, governo Berlusconi IV) e quella firmata dal ministro Marco Bussetti (leghista, membro del governo Conte I) nell’agosto del 2019.

Quest’ultima prevede almeno 33 ore l’anno di educazione civica e la preparazione e la scelta dei docenti, che potrebbero essere reperiti fra i docenti di storia e filosofia. Bussetti tentò anche di forzare i tempi chiedendo che la nuova materia fosse inserita già dall’inizio dell’anno scolastico 2019/2020, ma la sua richiesta fu bocciata dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.

E in questo caso – in una scuola che non è una azienda ipermoderna dalle decisioni lampo (e difficilmente potrebbe esserlo vista la complessità e a che la delicatezza della materia) – si può anche capire il rinvio: che invece non si giustifica un anno dopo, visto che ci sarebbe stato tutto il tempo per mettere a punto l’organizzazione necessaria per svolgere 4 ore al mese della nuova materia.

La realtà è che le due leggi citate (singolare il fatto che i proponenti siano stati una fedelissima di Berlusconi e un esponente della Lega) non sono state sostenute dal Ministero dell’Istruzione con adeguati interventi – anche finanziari – per la definizione dei programmi e la scelta e la formazione dei docenti. Né si sono viste significative campagne di stampa o dotti editoriali (che fine hanno fatto “i grandi laici”?) in favore di questa positiva innovazione. Il risultato è che l’educazione civica, nella scuola italiana, esiste solo sulla carta. E’ una materia vuota, in ogni classe e in ogni scuola si fa quel che si può e si vuole, non esistono i programmi né gli insegnanti.

Ora l’Uaar – Unione degli Atei e Razionalisti Italiani – denuncia un nuovo pericolo, che si è palesato a Roma, al liceo classico “Pilo Albertelli” (socialista e azionista, giustiziato alle Fosse Ardeatine) , dove alcuni insegnanti di religione si sono candidati ad insegnare anche l’educazione civica. L’Uaar ha chiesto l’intervento della ministra Lucia Azzolina perché questo rischio sia evitato.

Più che un rischio, una follia per chi, come me, si è fatto promotore nel recente passato di un appello per la laicità dello Stato e la riduzione dei privilegi economici della Chiesa: un appello promosso, assieme alla Associazione Luca Coscioni – di cui sono un dirigente da 15 anni – dalla stessa Uaar, dalla associazione del “Libero Pensiero Giordano Bruno ” e da “Critica Liberale” , firmato da centinaia di intellettuali e “recepito” in due distinte mozioni parlamentari (primi firmatari: al Senato Riccardo Nencini e alla Camera Riccardo Magi).

Nel nostro appello si chiedeva come prima cosa l’abolizione dell’ora di religione, coerentemente con il Concordato Craxi-Casaroli che aveva abolito il concetto della religione cattolica come religione di Stato (la storia delle religioni sarebbe rientrata – secondo la nostra proposta – nell’insegnamento della storia e della filosofia).

Dopo la protesta e l’iniziativa dell’Uaar, prepariamoci a contrastare tutti insieme questo tentativo e riprendiamo l’iniziativa, volta a riaffermare la laicità dello Stato e a ridurre i privilegi economici della Chiesa. Per farlo concretamente propongo di riprendere, con le associazioni laiche che sostennero il mio appello su questi temi, la nostra battaglia con una iniziativa solo apparentemente “minore”.

Come noto a tutti – ma ricordarlo giova – alla fine del 2018 la Corte Europea di Giustizia ha ingiunto allo Stato italiano di richiedere al Vaticano le somme dovute a titolo di Ici non pagate dalla Chiesa, per un totale che l’Anci stima in 4 o 5 miliardi di euro (e con l’elevato rischio, in caso di inadempienza, di una ennesima procedura di infrazione per l’Italia).

Il 20 settembre ho preso una iniziativa solitaria sostando per alcune ore davanti all’ingresso del Ministero dell’Economia con un cartellone in cui invitavo il ministro Roberto Gualtieri a compiere il proprio dovere reclamando dal Vaticano le somme dovute. Iniziativa – inutile dirlo – senza alcun seguito. Ma che propongo di riprendere “alla grande” l’11 febbraio, quando le massime autorità italiane andranno, come tutti gli anni, a “baciare la pantofola” del Papa, e dei Cardinali al suo seguito, nella sede della Ambasciata Italiana presso la Santa Sede.

Se cercate questa Ambasciata in rete, troverete questa frase, che la dice lunga sul servilismo dello Stato italiano verso la Santa Sede: “Si tratta dell’unico caso di una sede diplomatica distaccata sul territorio dello stesso Paese che rappresenta”.

Per una volta, però, non dovremmo essere “quattro gatti” come in precedenti occasioni. Per favore, non diamogliela vinta anche questa volta. Partecipate e fatelo sapere.

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Gli studenti di Calabria Puglia e Molise non torneranno in aula il 7. La ministra Azzolina: “Se si chiude la scuola si deve chiudere tutto”

Dopo Veneto, Friuli e Marche che hanno deciso in autonomia il rientro in classe per gli studenti delle scuole superiori il 31 gennaio anche la Calabria ha fissato per quella data la riapertura delle scuole. Tutte le altre, di ogni ordine e grado, invece torneranno operative il 15 gennaio. Il presidente facente funzioni della Regione, Nino Spirlì, ha firmato l’ordinanza. L’attività proseguirà con la didattica a distanza. Resta fatta salva l’attività didattica ed educativa per i servizi per l’infanzia e per la scuola dell’infanzia, che continua a svolgersi in presenza, e resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza per l’uso di laboratori o per “mantenere una relazione educativa che realizzi l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali”.

Anche la Puglia non farà tornare in aula i suoi studenti. Il presidente Michele Emiliano ha deciso che “le scuole di ogni ordine e grado, dalle primarie alle superiori, saranno in Ddi, Didattica digitale integrata, sino a venerdì 15 gennaio 2021. Questa scelta – ha spiegato in una nota il governatore – si fonda su ragioni epidemiologiche e di mitigazione del rischio di contagio. L’evoluzione della curva dei contagi e dell’indice Rt non è chiara. Non sappiamo ancora quali effetti sui contagi ci sono dopo il periodo festivo. Inoltre, alla luce dei dati forniti dai dipartimenti di prevenzione, è evidente che il virus circola e non ha allentato la sua morsa. L’ordinanza sarà in vigore per un periodo limitato di tempo, quindi è provvisoria e precauzionale, in attesa che la cabina di regia del ministero della Salute chiarisca l’effettivo livello di pericolo”. Anche in Molise la scuola sarà chiusa fino al 17 gennaio, ad eccezione della materna. “Ho appena firmato un’ordinanza – dice all’Adnkronos il presidente della Regione, Donato Toma – Do la possibilità ai sindaci di valutare, in base alla situazione epidemiologica, se tenere aperte le elementari. Aspetto i dati prima dell’11, poi valuterò se rivedere l’ordinanza o mantenerla fino al 18, e se così sarà farò poi una successiva valutazione entro il 17”.

Gli studenti di tutte le altre regioni, a meno di altre ordinanze, torneranno in aula il 7 gennaio: “La data è confermata e si porta dietro un enorme lavoro fatto con i prefetti e – dice la ministra Lucia Azzolina a Rai News 24 – tutti gli attori, ritornano in classe 5 milioni di studenti del primo ciclo mentre l’11 gennaio il governo ha autorizzato l’ingresso anche per le superiori per una percentuale pari al 50%. Si è deciso l’11 perché nel fine settimana si attendono i monitoraggi”. “I dai dell’Iss sono molto buoni e in linea con la letteratura, gli studi fatti e le ricerche europee e questo ci conforta ed è dovuto anche al grande lavoro fatto con la comunità scolastica e grazie al rigoroso rispetto delle regole da parte dei giovanissimi. È evidente a tutti che la mancata scuola in presenza favorisce certe problematicità non perché la dad non sia fatta bene ma perché la didattica in presenza è altro”.

Il vertice dell’esecutivo di lunedì sulla scuola è stato tesissimo. “Non penso sulla scuola ci possa essere una battaglia politica, la scuola è il futuro del paese, è il volano, questo deve tornare ad essere un paese per i giovani che ci porteranno fuori dalla crisi attraverso la scuola; dobbiamo dare ai giovani le competenze. Non ci può essere alcuna battaglia politica sulla scuola che deve essere interesse di tutti, maggioranza e opposizione, fare bene per i nostri ragazzi. Le scuole superiori dovevano riaprire a dicembre, si è fatto un enorme lavoro con i prefetti che sono stati eccezionali. Il problema non è più il trasporto, il governo ha lavorato affinché al scuola ripartisse in sicurezza. Ci sono tutte le condizioni per riportare gli studenti a scuola l’11 gennaio”. La ministra, che da sempre si è battuta perché gli studenti potessero studiare in presenza, mette sul piatto anche le altre possibili aperture e rivendica un risultato: “Se si hanno contagi altissimi posso anche capire, ma allora se si chiude la scuola si deve chiudere tutto il resto, anzi la scuola dovrebbe essere l’ultima a chiudere. Se i contagi non sono alti, e ne abbiamo territori così, la scuola deve restare aperta: decisioni diverse non sarebbero comprese; la scuola ha un ruolo fondamentale, parliamo del futuro delle giovani generazioni che devono essere nel cuore delle istituzioni. Se le ricerche ci dicono che nella scuola c’è stato solo il 2 per cento dei focolai, forse è anche merito dei nuovi banchi, oltre che delle altre misure, che hanno permesso il distanziamento. Ringrazio il commissario Arcuri per il lavoro fatto: ottenere 2,4 milioni di banchi in pochi mesi è un risultato eccezionale”.

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“Riaprire le scuole il 7 è rischioso: rinviare di qualche giorno per monitorare i contagi”. Appello a Conte di virologi, presidi e sindacati

“Ministra, non apra le scuole superiori il 7 gennaio. Il rischio è troppo elevato”. A lanciare l’appello alla titolare dell’Istruzione Lucia Azzolina non sono più solo le Regioni ma anche la comunità scientifica, i dirigenti scolastici e le organizzazioni sindacali. Di fronte alla crescita dei contagi negli ultimi giorni e al possibile boom che si potrebbe registrare dopo il 10 gennaio, conseguenza dei ritrovi durante le festività natalizie, il primo a chiedere un confronto con il governo è stato il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. Un campanello d’allarme suonato anche dai presidenti delle regioni Puglia, Lazio, Veneto, Umbria e Campania.

Ma a chiedere un supplemento di cautela sono anche e soprattutto gli esperti, virologi, medici, immunologi, pediatri. Ad accodarsi al consulente del ministro della Salute Walter Ricciardi che nei giorni scorsi aveva proposto di non riaprire le scuole prima del 15 ora scendono in campo anche il direttore delle malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, l’immunologa Antonella Viola il presidente della Società italiana di pediatria Alberto Villani e il numero uno dell’ordine dei medici, Filippo Anelli che non aprirebbe le aule nemmeno a metà gennaio. Un coro che fino a domenica pomeriggio non è stato ascoltato dalla ministra Azzolina, ancora convinta di non fare alcun passo indietro rispetto al 7 gennaio. Lo stesso vale per il premier Giuseppe Conte che durante il vertice a Palazzo Chigi con i capi delegazione non avrebbe messo in dubbio la data di giovedì prossimo per tornare tra i banchi.

A dirsi d’accordo con il consulente del ministro della Sanità sono però molti dei suoi colleghi più noti. “Non ho alcun dubbio: sto con Ricciardi”, ha fatto sapere Galli. “Mobilitare in questo momento una fetta di popolazione giovanile non è prudente. Non lo dico io ma i numeri. La curva epidemiologica non ci lascia scampo; la prova generale del lavoro fatto dai prefetti la farei dopo il 15, una volta compreso qual è stato l’impatto del virus nelle ultime settimane”, spiega il virologo. Infatti “le evidenze di tutti gli studi scientifici ci dicono che l’apertura delle scuole ha un impatto sull’andamento delle epidemie. A qualcuno piace affermare il contrario ma forse varrebbe la pena considerare le perplessità di chi ha il polso della situazione. In uno scenario come il nostro deve prevalere il principio di precauzione”. Il primario del Sacco avanza anche una proposta, condivisa dal direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, Francesco Vaia: “Vanno vaccinati in gran fretta gli insegnanti più anziani”.

A chiedere un rinvio della riapertura delle aule è anche l’immunologa Viola: “Si rimandi all’11 per dare il tempo di organizzare meglio gli orari e per analizzare i dati. Ma non oltre. Dev’essere chiaro, tuttavia, che servono ingressi sfalsati, capienza ridotta sui mezzi e mascherine obbligatorie”. Prudente anche Alberto Villani che tra l’altro è membro del Comitato tecnico scientifico: “Dobbiamo tener conto della curva epidemiologica. Va valutata con attenzione la situazione tra tre/quattro giorni. Se il numero dei contagi cresce dovremo dolorosamente prenderne atto”.

Il più drastico è il presidente dell’Ordine nazionale dei medici, Filippo Anelli: “Se il nostro Paese restasse in zona rossa non avrei alcun dubbio a dire che le scuole possono riaprire: a quel punto sui mezzi ci sarebbero meno persone e le aggregazioni sarebbero vietate per tutti, anche per i giovani. Dal momento che non sarà così non possiamo rischiare. Galli e Ricciardi sono ottimisti. Non ci aspettiamo alcun miglioramento della curva epidemiologica, purtroppo. Sta per arrivare anche l’influenza (il picco sarà nella seconda settimana di febbraio) e la concomitanza delle due pandemie ci preoccupa. La speranza è che l’uso dei dispositivi di protezione individuale abbia effetto anche sull’influenza a fronte di una campagna vaccinale che quest’anno è andata decisamente male”.

A schierarsi con la comunità scientifica sono i dirigenti scolastici che da giorni manifestano le loro perplessità sulla riapertura il 7 gennaio. Antonello Giannelli, il numero uno dell’Associazione nazionale presidi, è tornato a farsi sentire: “Con l’avvicinarsi della data del ritorno a scuola degli studenti delle superiori, assistiamo a numerose polemiche tra Regioni e governo sulla opportunità o meno di tale ripresa. Ci si deve basare sulle evidenze scientifiche rappresentate dal Cts e quindi sì alla riapertura in presenza ma solo se non ci sono rischi per l’incolumità di studenti e personale”. Ma Giannelli è contrario pure agli ingressi sfalsati: “La frequenza deve essere ripristinata ma senza turnazioni dannose per l’organizzazione di vita e di studio dei ragazzi, limitando al massimo l’ampiezza degli scaglionamenti. Chiediamo da mesi che anche fuori dagli istituti scolastici le regole vengano rispettate e che si pratichi uno screening capillare e continuo tramite tamponi rapidi”. Giannelli chiede che siano i presidi a decidere sul numero dei ragazzi in presenza: “Un’ulteriore richiesta di buonsenso è che il passaggio delle presenze dal 50% al 75% sia graduale e demandato alle decisioni delle singole scuole. Costringerle a continue riorganizzazioni orarie è deleterio per la qualità della didattica”.

Posizione condivisa dal presidente dell’Anp della regione Lazio, Mario Rusconi, per nulla soddisfatto di come l’ufficio scolastico regionale abbia condotto fino ad oggi la partita della riapertura stabilendo ingressi alle 8 e alle 10: “A pochi giorni dall’inizio della scuola non sappiamo ancora nulla sul piano trasporti. Le famiglie sono in fibrillazione. Non ci hanno invitati ai tavoli costituiti dalla Prefettura ma siamo gli unici a conoscere bene la situazione delle nostre scuole”.

E in Puglia ad annunciare il possibile rinvio è proprio il presidente regionale dell’Anp Roberto Romito che ha partecipato all’incontro con il governatore Emiliano e i sindacati: “L’idea sulla quale sta lavorando il presidente, condivisa da tutti, è quella di un’ordinanza che posticipa l’apertura al 15 in modo da valutare gli effetti delle festività natalizie. C’è stato anche un vivace confronto sulla questione della libertà di scelta delle famiglie di mandare i figli in presenza o tenerli a casa. Alla fine abbiamo convenuto sull’ipotesi di accettare in presenza non solo i ragazzi disabili ma anche tutti quegli studenti che non possono restare a casa con i genitori”.

Sul fronte di guerra le organizzazioni sindacali. Maddalena Gissi, segretaria nazionale della Cisl Scuola spiega: “Continuiamo a leggere notizie giornalistiche ma con il ministero non c’è nessun tipo di confronto. I dirigenti scolastici sono stremati; continuano a fare e rifare orari per le attività didattiche in presenza al 50%. Il 7 si rientrerà? La soluzione sarà estratta il giorno della Befana come succedeva un tempo con la Lotteria Italia!”. Anche la segretaria Snals Elvira Serafini si è fatta sentire: “Stiamo prendendo atto dell’aumento dei contagi di questi giorni. Il 18 gennaio potremmo avere un’idea dell’andamento epidemiologico e decidere a ragion veduta”.

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Scuola, Salvini contro il ministro Azzolina: “Cosa ha fatto per la riapertura del 7 gennaio? Ai miei figli non li manderei”

“Chiedo ad Azzolina, cosa ha fatto per rendere sicuro il ritorno a scuola? La scuola è il futuro del nostro paese. In questi mesi di chiusure quanti insegnanti sono stati assunti, quanti mezzi di trasporto sono stati comprati o quanti sistemi di ricambio d’aria sono stati installati?”. Così Matteo Salvini, leader della Lega, durante una diretta Facebook.

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