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Coronavirus, la denuncia dal call center: “50 in una stanza, senza precauzioni, a 1200 euro al mese. Ma per il governo dobbiamo restare aperti: produciamo un servizio essenziale, la vendita di piani tariffari”

“Andrò in ufficio anche oggi, in una stanza dove ogni giorno passano 100 persone. Perché il governo ha deciso che noi dei call center siamo essenziali: non pensavo di produrre un servizio essenziale, per 1200 euro al mese”. Nelle parole di Fabrizio (il nome è di fantasia, come richiesto dalla persona che ha affidato la sua denuncia al fattoquotidiano.it) c’è tutta la frustrazione di chi si sente ripetere da tutte le parti le restrittive misure antivirus e riceve inviti a rimanere in casa, ma poi ogni mattina è costretto ad andare in ufficio insieme a decine di colleghi, senza mascherina. “E spetta a noi disinfettare tastiere e tavoli: le postazioni non sono assegnate, quindi dove lavoro io, il turno dopo, lavorerà qualcun’altro. Per diversi giorni anche le cuffie erano condivise, con il microfono a due centimetri dalla bocca: non ci vuole molto a capire perché siamo spaventati”.

Solo ora, a quasi 20 giorni dall’entrata in vigore delle misure restrittive che hanno interessato tutta l’Italia, l’azienda sta cercando di favorire il lavoro da casa. Fabrizio è impiegato negli uffici di L’Aquila della Distribuzione Italia, che da inizio marzo ha ereditato la commessa di Poste Italiane e i lavoratori di OlisistemStart srl impiegati sulla commessa. Del gruppo fa parte anche il call center Youtility Center di Roma, quello per cui lavorava Emanuele Renzi, il 34enne morto nella notte tra sabato e domenica, l’autopsia dovrà solo stabilire se “per” o “con” il Coronavirus. E la preoccupazione, dal Lazio, viaggia verso l’Abruzzo: “Noi abbiamo iniziato il 2 marzo a lavorare con Distribuzione Italia, che ha un proprio staff che viene ogni settimana da Roma. Ci hanno garantito che nessuno di loro ha avuto contatti diretti con il ragazzo, ma chi può sapere di eventuali contatti indiretti?” La domanda che si fanno i lavoratori di tutti i call center italiani, però, è perché non sia stata presa una decisione drastica per il settore: “Noi qui, potenzialmente, siamo una bomba. Basterebbe una persona asintomatica per creare scompiglio tra 200 famiglie”.

La possibilità l’ha lasciata aperta il nuovo decreto varato del governo: tra le attività lavorative che possono continuare nonostante l’emergenza sanitaria è stata inserita anche quella dei call center, codice Ateco 82.20.00. “Questa classificazione comprende anche il lavoro di outbound: di fatto stiamo considerando essenziale chiamare le persone a casa per vendere un piano tariffario”, spiega Fabrizio. Un incontro tra la Rappresentanza sindacale aziendale e i vertici di Distribuzione Italia nelle ultime ore sembra aver sbloccato la situazione, con la consegna ai lavoratori dei computer da portare a casa prevista in questi giorni, ma quello che risulta incomprensibile a Fabrizio e ai suoi colleghi è perché si stia ragionando di telelavoro solo ora: “C’è stata una lentezza enorme rispetto all’incentivazione al lavoro agile prevista da settimane. E il nostro settore si presta facilmente: è un servizio fatto a distanza, bastano un computer, una connessione internet e delle cuffie con un microfono. Non capisco cosa cambi all’azienda, che ha comunque dei metodi di controllo informatici per valutare la nostra produttività”. E così, in attesa che a tutti vengano forniti i mezzi per operare da casa, si continua a frequentare l’ufficio, dove l’unica misura di prevenzione adottata è stato il posizionamento a scacchiera, che permette quantomeno di mantenere la distanza di sicurezza di un metro. “Non ci sono le mascherine, come in tantissime altre aziende italiane ancora aperte. E anche se ci viene fornito il disinfettante, mi risulta difficile credere che non ci sia nessun rischio di contagio in una stanza in cui si trovano contemporaneamente 50 persone. Lavorare in queste condizioni ci ha tolto la serenità”.

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Coronavirus, sindacati contro il decreto: “Per gli operai che lavorano a meno di un metro di distanza solo mascherine chirurgiche”

La distanza di sicurezza riconosciuta dalle autorità sanitarie a ogni livello per evitare il più possibile la diffusione del coronavirus è quella di un metro. Ma per chi lavora, in particolare in fabbrica, questo limite può risultare impossibile da rispettare. Alla soluzione di fermare la produzione o quantomeno rallentarla ora se ne aggiunge un’altra ed è il governo a suggerirla: la distanza minima si può violare, l’importante è proteggersi con un dispositivo di sicurezza individuale, che il decreto ‘Cura Italia’ appena varato – nella versione entrata in cdm lunedì, visto che il testo definitivo non è ancora stato pubblicato in Gazzetta – individua nella normale mascherina chirurgica.

“Dall’inizio di questa emergenza – ricorda Michele De Palma, segretario nazionale della Fiom Cgil – il governo dice di prendere provvedimenti sulla base delle indicazioni della comunità scientifica. Due su tutte: mantenere la distanza minima di un metro e usare mascherine che non permettono il filtraggio. Non è che ora, per decreto, si può decidere che le mascherine chirurgiche sono sufficienti”. Sulla stessa linea anche Rocco Palombella, segretario generale della Uilm: “Le mascherine chirurgiche possono servire per trasferirsi da un reparto all’altro o per andare in bagno, ma non durante l’attività lavorativa: questa misura non è giustificabile in alcun modo. Se sugli strumenti di sicurezza da utilizzare, e in particolare su questo punto, non ci sarà una condivisione con le aziende, noi metteremo in campo iniziative di lotta e di sciopero”.

Nel protocollo firmato sabato da sindacati, imprenditori e governo, in cui si stabiliscono alcune regole per contenere la diffusione del coronavirus negli ambienti di lavoro, si fa riferimento a una serie di impegni sul comportamento da tenere in azienda che i datori di lavoro dovranno fornire ai propri dipendenti. Tra questi, “l’impegno a rispettare tutte le disposizioni delle autorità e del datore di lavoro nell’accesso in azienda, in particolare mantenere la distanza di sicurezza”. Distanza che oramai tutti sanno essere di, almeno, un metro.

Ma in certi settori, come quello metalmeccanico, questo limite è tecnicamente impossibile da rispettare. Ecco allora la deroga, qualche punto più sotto: se il lavoro non permette di rispettare la distanza interpersonale di un metro, e non sono possibili altre soluzioni organizzative, “è comunque necessario l’uso delle mascherine, e altri dispositivi di protezione”. Quali? La spiegazione arriva un paio di giorni più tardi nel decreto ‘Cura-Italia’: l’articolo 16 stabilisce che in queste circostanze “sono considerati dispositivi di protezione individuale le mascherine chirurgiche reperibili in commercio”. Per Palombella, questa indicazione non è applicabile tra i metalmeccanici: “Può andar bene per un ufficio, ma non in un’attività produttiva. Le distanze devono essere rispettate, e un lavoratore con una mascherina chirurgica non si sente protetto: questo articolo non è sufficiente e noi non lo applicheremo”.

“Noi non abbiamo competenze mediche per stabilire quali siano i dispositivi di protezione più adatti – dice Marco Bentivogli, segretario generale della Fim Cisl – ma a prescindere dalla tipologia, rimane il fatto che molte aziende, soprattutto piccole e medie, anche in Lombardia, chiedono di lavorare senza mascherina. Bisogna sanzionare chi non rispetta le indicazioni, perché in quel caso il lavoro va fermato”. Bentivogli ricorda anche un altro problema di sicurezza, legato agli spostamenti: “La distanza di un metro va considerata anche nel tragitto casa-lavoro: vediamo ancora persone assembrate alle fermate dei pullman aziendali, e dentro gli autobus e le metropolitane si sta a 30 centimetri, senza mascherina. Le misure di sicurezza devono essere rispettate anche nel pendolarismo: assicurarsi di questo riguarda la vita del lavoratore e deve riguardare anche le aziende. Per questo noi chiediamo di fermarsi qualche giorno, in modo da poter sanificare i locali, riorganizzare il lavoro e recuperare i dispositivi di protezione individuale necessari”.

Ma un altro tema è proprio quello della carenza di questi dispositivi, come evidenziato anche nel protocollo d’intesa tra i sindacati e il governo: vista l’attuale situazione di emergenza, si legge nel testo, l’adozione delle misure di igiene e dei dispositivi di protezione individuale “è evidentemente legata alla disponibilità in commercio”. “La situazione è chiara: di mascherine idonee non ce ne sono abbastanza”, continua Palombella. “Per questo abbiamo suggerito alle aziende di rallentare la produzione, dove non si può fermare, riducendo i tempi di lavoro e saltando alcuni turni. Se non è possibile dotare i lavoratori dei dispositivi di protezione adatti, non si può andare in fabbrica”. De Palma ricorda che “le mascherine e i guanti scarseggiano anche per i metalmeccanici che lavorano all’interno degli ospedali. Questo significa che c’è una priorità: in una situazione come questa, è chiaro che i dispositivi di sicurezza disponibili vanno utilizzati innanzitutto da chi lavora all’interno degli ospedali”.

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Coronavirus, è sciopero al centro distribuzione Amazon nel piacentino: “Misure di sicurezza scarse, azienda non ci tutela”

I lavoratori del più importante centro di distribuzione di Amazon in Italia, quello di Castel San Giovanni, sono in sciopero, a oltranza, dalle 20 di lunedì 16 marzo. Lo stop è stato deciso dopo che le richieste unitarie dei sindacati sulle misure di sicurezza legate al coronavirus all’interno dell’azienda, basate sul protocollo firmato sabato d’intesa con il governo, sono state respinte.

“Il problema principale è quello del distanziamento di un metro, al momento impossibile da mantenere ”, spiega a ilfattoquotidiano.it Pino De Rosa, segretario Ugl Terziario di Piacenza. “Nelle postazioni si lavora vicini, e anche in altri momenti si sta insieme: ai tornelli, negli spogliatoi, durante i briefing, sempre senza mascherina, perché Amazon non ne ha distribuita neanche una in queste tre settimane. Noi avevamo chiesto una pausa di qualche giorno per sanificare gli ambienti e riorganizzare i turni, ma la risposta è stata negativa. Quando abbiamo capito che non sarebbe stata garantita neanche la fornitura dei dispositivi di sicurezza individuali, abbiamo deciso di interrompere la trattativa”.

Amazon ha affidato la sua risposta a una nota arrivata dopo la proclamazione dello sciopero: “Stiamo seguendo rigorosamente le indicazioni fornite dal governo e dalle autorità sanitarie locali nell’implementare in tutti i siti le giuste misure per contenere l’emergenza sanitaria in corso”, è la replica. In questi giorni – si legge ancora nella nota – l’azienda sta dando priorità “alla spedizione di generi alimentari, prodotti per la salute e la cura personale, oggetti necessari per lavorare da casa, libri e giocattoli per bambini”.

Secondo le stime dei sindacati, oltre la metà dei 1600 lavoratori a tempo indeterminato dello stabilimento di Castel San Giovanni si sono fermati. “Abbiamo tentato il possibile, con senso di responsabilità ed evitando in tutti i modi che si aprisse il conflitto in questo momento, ma è davvero impossibile far capire ad Amazon cosa voglia dire dignità e partecipazione dei lavoratori. Neanche quando in gioco c’è la salute”.

L’azienda insomma non ne vuole sapere di ridurre i turni e i carichi di lavoro, che in questi giorni sono anzi aumentati: l’e-commerce sta beneficiando della chiusura di tutte le attività commerciali che non vendono beni di prima necessità, ancora di più ora che anche molti marchi della grande distribuzione stanno vietando al loro interno l’acquisto di prodotti “non di prima necessità”, come ad esempio gli articoli di cancelleria.

Ma nello stabilimento di Castel San Giovanni la sopportazione dei lavoratori era ormai al limite: “Ci troviamo in una delle zone più colpite dal coronavirus in Italia”, spiega Elisa Barbieri, della Filcams Cgil di Piacenza. “Qui l’allarme è scattato prima, vista la vicinanza della zona rossa del lodigiano: da tre settimane i dipendenti vanno al lavoro con grande preoccupazione”.

In questo periodo, fanno sapere i sindacati, si è registrato anche un caso di contagio tra i lavoratori, così come nello stabilimento di Torrazza Piemonte, ma questo non ha portato alla chiusura. “Con cosi tante persone al lavoro negli stessi spazi dovrebbe esserci grande attenzione alla sicurezza, invece in queste settimane le misure di tutela sono state totalmente insoddisfacenti. Noi abbiamo colto il protocollo come un’occasione per trovare un nuovo accordo con l’azienda, ma Amazon non ci ha dato disponibilità e ha chiesto tempo: il tempo però ormai è finito”.

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Coronavirus, il terzo settore: “Chiarire se i volontari possono spostarsi per aiutare anziani e homeless. E anche per noi aiuti economici”

Aiutare ad aiutare. Per evitare che siano i più deboli a pagare il conto dell’emergenza sanitaria. Il terzo settore, in Italia, offre servizi che se bloccati o interrotti rischiano di mettere in difficoltà persone non autosufficienti o a rischio emarginazione. Ma la questione è anche economica: un settore così fragile in un momento di crisi rischia il collasso, visto che le raccolte fondi che lo sostengono sono spesso collegate a eventi e manifestazioni, ora tutte rinviate proprio a causa del coronavirus.

“Abbiamo chiesto rassicurazioni sull’estensione a tutto il terzo settore delle misure di sostegno al reddito dei lavoratori, come la Cassa integrazione in deroga, indipendentemente dalla forma giuridica dei soggetti, siano essi imprese o associazioni”, ha detto la portavoce nazionale del Forum del Terzo Settore, Claudia Fiaschi, dopo un vertice con la Ministra del Lavoro Nunzia Catalfo per fare il punto sugli effetti dell’emergenza Coronavirus sugli enti del terzo settore. “C’è stato anche un impegno a sostenere l’adozione di misure necessarie come la sospensione di tutti i versamenti e gli adempimenti tributari, contributivi e assistenziali. Abbiamo ricordato al Ministro le attività che stanno svolgendo senza sosta da settimane le organizzazioni del terzo settore per aiutare tutti i cittadini, e specialmente quelli più fragili, garantendo una fondamentale collaborazione con il sistema sanitario. Per questo ripetiamo: è necessario intervenire immediatamente per mettere in campo le misure di sostegno economico al Terzo settore, che dispone di scarse risorse finanziarie e perciò è esposto come e più degli altri agli effetti della crisi”.

Il problema riguarda anche l’organizzazione delle attività. Le associazioni, con il susseguirsi delle misure restrittive, non sanno più come regolarsi: i volontari rientrano tra le persone che possono muoversi per “motivi di necessità”? È necessaria una dichiarazione del presidente dell’associazione? Devono in qualche modo limitare il raggio d’azione, oltre a seguire le indicazioni previste dai decreti? L’incertezza regna sovrana, tra operatori ai quali non viene permesso di raggiungere le persone da assistere, fino a chi deve rinunciare perché non ha a disposizione gli strumenti di protezione individuale, come guanti e mascherine, che permettono di svolgere l’attività senza mettere a rischio la salute.

“È inevitabile che ci sia preoccupazione, anche tra i volontari, che non sono e non fanno gli eroi”, dice Emanuele Alecci, presidente del comitato ‘Padova capitale europea del volontariato’. “Noi, con tutte le cautele del caso, e ribadendo l’importanza di rispettare le misure adottate a livello nazionale, vogliamo far capire che il volontariato è necessario, ora più che mai”. Da qui l’appello rivolto al presidente Giuseppe Conte: “In nessuno dei decreti emanati si fa riferimento diretto al mondo del volontariato, che sta riscontrando molti problemi nel capire quali decisioni prendere per ridurre al minimo l’impatto delle scelte sul sistema sociale e sanitario già messo alla prova”, ricorda Alecci. “In Italia sono attive 350mila organizzazioni no profit, per un totale di 5 milioni e mezzo di persone che operano nel volontariato. Solo a Padova le associazioni sono 6400, ma in questo momento l’85% delle loro attività è fermo”.

Ai regolari servizi di assistenza ora si aggiungono quelli più strettamente legati all’emergenza coronavirus: “Per gli anziani soli, anche se autonomi e in salute, c’è il problema della spesa: chi non ha una rete famigliare come fa? Poi c’è il grande tema dei senza fissa dimora: è il volontariato che si occupa di gran parte delle attività che li sostengono. E in un quadro come questo, dove l’isolamento sociale è necessario, affiora il problema della solitudine. Se blocchiamo il terzo settore, le persone più in difficoltà finiranno per ammalarsi, non di coronavirus ma di altro, e sarebbe un disastro”.

Nel decreto pubblicato il 9 marzo un primo passo è stato fatto, permettendo a chi lavora per un ente del terzo settore di svolgere anche attività di volontariato all’interno della stessa associazione, facendo così cadere l’incompatibilità che di norma esiste, proprio per fronteggiare l’emergenza. Ma rimane il problema di fare chiarezza innanzitutto sui movimenti dei volontari: “Dobbiamo dare loro delle certezze. Qualcuno potrebbe dire che non svolgono un servizio di prima necessità, o che potrebbe svolgerlo qualcun altro, ma il problema è che qualcun altro non c’è. Noi chiediamo che si possa autocertificare uno spostamento per un’attività di volontariato e che non ci sia un’autorità che possa eccepire su questo”, chiede Alecci. La disponibilità, in questo momento, non manca: “Stiamo ricevendo centinaia di telefonate di persone che chiedono di poter dare una mano. Queste attività però vanno organizzate e strutturate, soprattutto in una situazione come questa. Se nella confusione ci si è dimenticati di ricordare come si deve muovere il volontariato, è importante tornare indietro e farlo. Nell’emergenza l’insicurezza sociale può diventare insicurezza sanitaria, e le persone fragili rischiano di pagare di più. Non possiamo permetterlo”.

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Coronavirus, i produttori di respiratori: “Lavoriamo 24 ore su 24. Non è più una questione di fatturato, ma di responsabilità”

“Le dico buongiorno, nonostante l’orario: qui siamo a metà giornata. E non mi chieda quanti ordini ho ricevuto oggi, non riusciamo più a contarli”. Maurizio Borsari riesce a rispondere al telefono solo dopo il tramonto. Nella sua azienda, da un paio di settimane, non esistono turni: mentre tutta Italia è in quarantena, c’è qualcuno che lavora a ritmo forzato per fornire “a chi sta in trincea, ai nostri medici e infermieri”, i mezzi per salvare vite umane.

Alla Dimar di Mirandola, nel modenese, questo concetto si traduce con un casco da ventilazione non invasiva che consente di sostenere la respirazione dei pazienti con una grave insufficienza respiratoria: “In questo modo si riesce a ridurre fortemente la necessità di un ricovero in terapia intensiva. E c’è anche un altro aspetto, l’aria che entra ed esce è filtrata, così si può lavorare senza rischio di contagio”. Il brevetto è dello stesso Borsari che in 20 anni ha sviluppato la produzione di questo casco e ora è l’unico a produrlo in Italia insieme alla vicina Intersurgical: due ingranaggi di un distretto, quello biomedicale di Mirandola, che conta quasi cento aziende per un giro d’affari intorno al miliardo di euro. “Gli ospedali sono alla disperata ricerca di materiale e qualche struttura manda le proprie ambulanze a ritirarlo”. L’azienda non è più in grado di organizzare la spedizione e i corrieri “possono metterci anche un paio di giorni, ma in questa situazione poche ore possono fare la differenza”. Se un ospedale non riesce a mandare proprio personale, si muovono gli uomini della Protezione civile o le forze dell’ordine: “La catena dei rifornimenti sta funzionando, ma per noi lo sforzo è davvero enorme. In condizioni normali produciamo 200 caschi al giorno, ora ne stiamo facendo uscire il triplo”.

Ecco il tassello che completa la macchina dell’emergenza sanitaria che si sta mettendo in moto in queste ore: dispositivi che fino a pochi giorni prima servivano solo a una piccola quota di pazienti ora sono diventati strumenti di prima necessità negli ospedali. Per questo la Consip ha dato il via libera a una gara d’appalto accelerata che porterà in dote alla Protezione civile oltre 1.800 ventilatori. Tra le aziende coinvolte c’è anche la Siare di Crespellano, in provincia di Bologna, che produce macchine respiratorie per i reparti di terapia intensiva e si è aggiudicata la commessa per la fornitura di 500 pezzi al mese, fino a luglio. La produzione è stata contingentata dallo Stato italiano, e gli ordini già pronti a partire verso l’estero sono stati bloccati: “Le nostre macchine – spiega il fondatore, Giuseppe Preziosa – sostituiscono l’attività dei polmoni, che sono la prima cosa ad andare in crisi in questi casi. Ci sono altre 80 imprese, tutte italiane, che lavorano per noi e che in questi giorni stanno producendo anche di notte per non farci mancare il materiale necessario”. La Siare, di fatto, si è trovata nelle condizioni di dover quadruplicare la produzione attuale: per farlo il Governo invierà nei prossimi giorni 25 tecnici montatori militari che, dopo due giorni di formazione, affiancheranno i 30 dipendenti dell’azienda. Intanto tutte le 320 macchine già pronte e originariamente destinate all’estero sono state deviate: 90 in Lombardia, 174 per l’Emilia-Romagna, 56 in Piemonte, sulla base delle indicazioni ricevute dalle autorità sanitarie. In Veneto intanto il gruppo Malvestio, produttore di letti ospedalieri per le terapie intensive, lavora senza sosta anche nei fine settimana per garantire le forniture straordinarie che servono al servizio sanitario.

Ma negli ospedali italiani, per vincere la battaglia contro il Coronavirus, c’è bisogno di molto altro: “Dai monitor per gestire gli elettrocardiogrammi ai programmi di gasanalisi per verificare lo stato di ossigenazione del sangue – spiega il presidente di Confindustria dispositivi medici, Massimiliano Boggetti – Le terapie intensive hanno un disperato bisogno di strumenti per misurare costantemente lo stato di salute del paziente”. E se si vuole contenere la diffusione del virus, è l’opinione che inizia a farsi largo tra gli esperti, è necessario aumentare lo sforzo per far emergere i casi di contagio asintomatico: “Per farlo servono strumenti di screening, dai cosiddetti tamponi per la raccolta del materiale biologico a test più sofisticati che permettono di monitorare il livello di risposta immunitaria del paziente”.

Contenere la diffusione del virus è una regola che vale prima di tutto all’interno degli ospedali: nelle ultime ore centinaia di medici e infermieri sono stati costretti alla quarantena, un fattore che amplifica la carenza di personale. “C’è una richiesta fortissima di tutti i dispositivi di protezione individuale – continua Boggetti -, dalle classiche mascherine chirurgiche fino a quelle del tipo ffp3, che permettono l’isolamento completo della persona sana in un contesto di ammalati. Sono indispensabili anche gli occhiali di protezione e le tute di contenimento, che creano una barriera fisica per evitare che il virus si attacchi a vestiti e camici e venga portato all’esterno”. L’industria biomedicale italiana, in queste ore, sta lavorando a strettissimo contatto con il Ministero della Salute e la Protezione civile: “Si è deciso di mettere a sistema la produzione e, dove possibile, di riconvertire il ciclo del lavoro per far fronte a queste richieste enormi. Abbiamo deciso di privilegiare le istituzioni italiane nella fornitura del materiale e di garantire una calmierazione dei prezzi. Il settore è al massimo della capacità produttiva, non è semplice, ma le nostre aziende ce le stanno mettendo tutta”.

Come alla Dimar, dove in attesa di ristrutturarsi su questi numeri e formare nuovo personale in tempi record, i 30 dipendenti fanno gli straordinari: “Siamo sempre tutti al lavoro, stanchi ma volenterosi, perché ci rendiamo conto dell’importanza del servizio”, dice Maurizio Borsari. “Non è un bel modo di lavorare, ma non mi posso tirare indietro. Ho la responsabilità di poter fornire uno strumento che può essere utile a salvare delle vite, non è più una questione di fatturato”.

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Coronavirus, 300 infermieri neolaureati saranno impiegati in Lombardia: “La prima linea? Almeno all’inizio non l’accetterei”

L’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, non ha usato mezzi termini: la battaglia contro il Coronavirus è una corsa contro il tempo. E sarà così anche per i 300 studenti di infermieristica che la Regione intende impiegare a tempo di record dopo la laurea, anticipata da metà aprile ai primi di marzo: la tesi andrà conclusa in pochi giorni, poi dritti in corsia, perché gli ospedali hanno bisogno di loro.

“Ci hanno detto che c’era questa possibilità e che potevamo scegliere. Io ho visto che sarei stato nei tempi e ho accettato”, racconta al fattoquotidiano.it Francesco, laureando in infermieristica alla Statale di Milano. Lui è tranquillo, riconosce che “non dovremo pensare a trovare lavoro”, anche se un po’ dispiace “perché di solito dopo la laurea si ha anche tempo per pensare a sé stessi, si stacca un attimo”. Iniziare subito non lo spaventa, ma “finire in prima linea, nei reparti più a rischio, sarebbe eccessivo”.

Lucia, sua compagna di corso, ha seguito il consiglio dei professori: “Avevo qualche timore, loro mi hanno tranquillizzata dicendomi che ero pronta, sia per la tesi che per il lavoro”. Ammette che sì, “è una situazione difficile per il sistema sanitario, quindi non sarà come durante i tirocini”, ma in fondo ha voglia di iniziare, dopo gli ultimi mesi passati a scrivere la tesi. Tema? L’isolamento da contatto, non poteva essere più attuale. “Ho scritto molto sulla percezione dell’assistenza ricevuta stando in isolamento, per noi è importante sapere come il paziente reagisce a una certa situazione, credo mi aiuterà molto”. E poi, si ripete, “noi siamo stati formati per tre anni per lavorare. Però mi chiedo: io ho 21 anni, davvero non c’era nessun altro prima di noi? Nessuno con più esperienza, per esempio i tanti infermieri disoccupati?”.

Lucia e Francesco saranno infermieri tra pochi giorni insieme ad altri 85 compagni della Statale di Milano, che con i suoi 340 docenti medici e oltre 2500 specializzandi è un grande serbatoio accademico della sanità lombarda. “Le lauree si terranno tra lunedì 9 e martedì 10 marzo”, conferma Anne Destrebecq, preside del corso di laurea in Infermieristica. “Daremo il voto in tempo reale, così l’ordine professionale potrà procedere il prima possibile con l’iscrizione all’albo”, perché anche la burocrazia deve correre.

L’inserimento nel mondo del lavoro sarà gestito dalle direzioni strategiche delle aziende: “Noi abbiamo già fornito i dati dei laureandi per capire come distribuirli sul territorio. Siamo orgogliosi dei nostri ragazzi, si stanno preparando molto seriamente”. E loro non nascondono l’entusiasmo: “Durante i tre anni di corso abbiamo fatto più di 12 mesi di tirocinio, sappiamo già cosa significa fare questo lavoro, conosciamo i ritmi. Certo, iniziare nel bel mezzo di una epidemia sarà diverso“, ammette Francesco.

Lui e i suoi colleghi dovrebbero sostituire gli infermieri più esperti, che potranno essere impiegati con i pazienti contagiati dal coronavirus: “Così i reparti perdono qualcosa, perché sicuramente io, neolaureato, non farò lo stesso lavoro di chi è in ospedale da 30 anni, ma è sempre meglio poter contare su qualcuno alle prime armi che essere totalmente sotto organico”. Non saranno loro quindi, almeno non subito, ad andare in prima linea: “Lo spero davvero, non ha senso mandare nelle zone rosse un infermiere al suo primo giorno di lavoro. Per lavorare con le persone contagiate da questo virus ci vuole una preparazione specifica, e ha più senso darla a chi ha maggiore esperienza di noi e può garantire un’assistenza sicuramente migliore”.

E se glielo chiedessero? “Non credo accetterei. Non per paura, ma perché non so minimamente cosa significhi trattare pazienti con coronavirus, magari in condizioni critiche. Sarebbe un po’ eccessivo, come saltare due gradini in una volta sola”. La preoccupazione per la prima esperienza di lavoro rimane: “Non sarà come il tirocinio, saremo indipendenti e avremo delle responsabilità. Sicuramente sarà un’esperienza che ci formerà tantissimo, e questo per il nostro lavoro è fondamentale. L’infermiere vive di urgenze ed emergenze”.

Gli interrogativi riguardano anche l’inserimento iniziale: difficilmente i reparti in subbuglio riusciranno a fornire ai neolaureati dei corsi di orientamento approfonditi. “Stiamo elaborando dei pacchetti formativi, dei mini corsi per facilitare il loro inserimento nelle strutture. Non li lasceremo soli, possono contare su di noi”, assicura Destrebecq. “I nostri studenti sono a contatto con il mondo del lavoro dal primo anno. Li vediamo sereni, sicuramente dovranno essere ancora più attenti del solito perché la situazione è complessa”. E i giovani infermieri questo lo sanno: “Noi non possiamo sbagliare – dice Francesco – e dobbiamo sempre lavorare con il massimo dell’attenzione come tutti quelli che si occupano della salute delle persone. Ma non ci sentiamo eroi, andremo a fare quello per cui abbiamo studiato, quello che abbiamo scelto”.

E Lucia guarda già avanti: “Dopo la laurea avevo in programma di andare in Africa per lavorare in un ambulatorio che si occupa di donne e bambini affetti da Hiv. Ci andrò lo stesso, quando questo momento sarà passato, e sicuramente un’esperienza del genere mi sarà molto utile”.

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Coronavirus, vivere la quarantena dentro e fuori le case di riposo tra sostegno psicologico, controlli sanitari e affetti appesi al telefono

Una battaglia nella battaglia. La stanno combattendo in modo silenzioso gli operatori sanitari e le famiglie che hanno affidato i loro cari a strutture per anziani come le case di riposo e le Rsa, in particolare nelle zone dove il coronavirus si è diffuso con maggiore intensità.

I soggetti che rischiano di più se contagiati sono gli anziani, e questo ha portato diverse strutture, sulla base delle linee guida delle Ats, ad adottare precauzioni nel lavoro quotidiano: “Ad ogni inizio turno veniamo sottoposti a una visita medica per accertare le nostre condizioni di salute e valutare eventuali sintomi che potrebbero destare preoccupazione”, spiega lo psicologo Stefano Boggi, responsabile del servizio educativo e neuropsicologico delle strutture della Fondazione Opere Pie Riunite di Codogno onlus, attiva nel comune del lodigiano epicentro di uno dei focolai italiani con cinque nuclei residenziali che ospitano 144 persone.

Dal giorno in cui è stato comunicato l’isolamento e istituita la zona rossa le visite dei parenti sono vietate: nelle strutture entra solo il personale, e chi viene da fuori ha ricevuto l’autorizzazione del prefetto per poter entrare nell’area circoscritta. Una decisione molto forte che le famiglie però sembrano appoggiare: “Se è il prezzo da pagare per farlo stare bene, sono contenta di pagarlo, altro non possiamo fare”, dice Adriana Cipelletti. Il padre, 74 anni, è ospite di una delle strutture di Codogno: “Sarei stupida anche solo a pensare di andare a trovarlo, sapendo che potrei fargli del male o comunque metterlo pericolo. La parte razionale supera quella affettiva, è una tutela per lui e per chi è lì dentro insieme a lui”.

Le strutture, da parte loro, si stanno organizzando come possono: “Abbiamo attivato un gruppo di sostegno psicologico per normalizzare la percezione degli ospiti rispetto a quello che succede all’esterno. In questo modo si sentono tranquilli e tutelati, hanno capito che tutte le misure adottate servono per la loro sicurezza, per tenerli in un ambiente non contaminato e non a rischio”, racconta Boggi.

“Io vado tutti i giorni da papà, lui era abituato a vedermi spesso, a camminare e chiacchierare con sua figlia”, dice Adriana. Per la prima cosa dovrà aspettare, mentre per la seconda ora può utilizzare una linea telefonica dedicata, attivata in questi giorni, attraverso la quale i familiari possono chiedere di parlare con i parenti all’interno della struttura. “Abbiamo ricevuto quasi 200 chiamate in pochi giorni: per molti ospiti questo è l’unico mezzo di comunicazione che hanno a disposizione, e parlare con i parenti li tranquillizza”, spiega Boggi.

Le misure di contenimento dell’infezione sono le stesse anche nelle strutture di Casalpusterlengo e Maleo, altri due comuni della zona rossa del lodigiano, dove sono ospitate 210 persone in tre diversi centri. Da venerdì è stato interrotto l’ingresso dei familiari e il personale che accede viene controllato ogni giorno: “La situazione ovviamente ci ha mandato in crisi”, spiega il direttore sanitario dell’Azienda Speciale di Servizi di Casalpusterlengo, Gianpiero Marzani. “Le mascherine hanno iniziato a scarseggiare, c’è difficoltà a reperirle, e anche il lavoro è aumentato vistosamente. Stiamo parlando di fasce altamente a rischio rispetto a questo virus, è questa la vera prima linea per evitare che la situazione si aggravi”.

Ora, dice Marzani, sono necessari controlli molto più frequenti e può succedere che gli ospiti, per motivi precauzionali, vengano lasciati più a lungo nelle loro stanze: “Così si allungano i tempi per i singoli controlli e vengono interrotte le attività educative e motorie di gruppo. Stiamo cercando di riprenderle singolarmente, per riportare gli ospiti a uno stato di normalità che in realtà è molto lontano: la situazione è tutt’altro che risolta, è sufficiente una piccola infezione virale per far precipitare il quadro clinico di una persona”.

Le restrizioni per le case di riposo riguardano molte strutture delle regioni più a rischio, la Lombardia su tutte. E con il divieto di ingresso per i familiari, qualcuno ha colto l’occasione per far scoprire agli ospiti la videochiamata: a Cormano, nella casa di riposo della fondazione Mantovani, è stato attivato un numero WhatsApp dedicato, collegato ad un tablet, che permette a familiari e ospiti di continuare a vedersi. “L’iniziativa è partita da qualche giorno – spiegano le coordinatrici, Valeria Gambino e Simona Colombo – e fin da subito abbiamo effettuato e ricevuto decine di telefonate. La videochiamata permette ai parenti di sincerarsi anche grazie all’immagine delle condizioni di salute dei propri cari, un aspetto non di poco conto soprattutto in questi giorni in cui è forte l’allarme per la diffusione del virus”.

Per tanti ospiti, dicono, l’emozione è forte, un po’ perché non vedono i parenti da tempo, un po’ perché questo è un metodo di comunicazione mai sperimentato. “Abbiamo colto in positivo l’opportunità per avvicinare ancora di più i nostri ospiti alle loro famiglie. Lavorare in questa situazione però è difficile: siamo contente per il successo dell’iniziativa, ma speriamo che l’emergenza sanitaria finisca presto”.

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Coronavirus, nelle residenze per anziani accessi limitati e stop ai bambini: “Chiamate video per far parlare ospiti e familiari”

L’obiettivo è chiaro: “Il virus non deve entrare”. Una massima che vale per tutti, in queste ore decisive per il contenimento della diffusione del coronavirus in Italia, e che diventa di importanza vitale per la fascia più a rischio della popolazione, gli anziani. Il ministero della Salute, su indicazione del comitato scientifico convocato dal governo, ha chiesto a tutte le persone dai 75 anni in su, o dai 65 se hanno altre patologie, di uscire il meno possibile. Un tema che non si pone per gli ospiti di Rsa e case di riposo, dove invece il problema riguarda chi entra: “Gli ospiti vanno protetti da chi viene dall’esterno, per questo noi abbiamo previsto una limitazione rigorosa degli accessi: non più di una persona per anziano al giorno”, spiega Monica Minelli, dirigente del dipartimento socio-sanitario dell’Ausl di Bologna, dove non sono previsti obblighi sul monitoraggio all’ingresso, “che comunque rimane una buona prassi”, così come quella di limitare al massimo gli accessi in pronto soccorso da parte dei pazienti. Per ora, neanche l’Ats di Milano ha imposto lo stop alle visite, ma ha chiesto di contingentarle dove possibile: “L’indicazione è di avere un giusto bilanciamento tra la protezione dei soggetti fragili e l’assistenza degli ospiti, per tutelare loro vita di relazione”, spiega il direttore sanitario Vittorio Demicheli. “In questo momento la probabilità che un contatto della zona rossa entri in una casa di riposo del Milanese è bassissima, quindi l’unica richiesta che facciamo alle strutture è di organizzare un minimo di controllo all’ingresso e lasciare fuori le persone sintomatiche”.

Un appello al buonsenso, dunque, rivolto anche ai visitatori: “I parenti devono adottare comportamenti virtuosi: se il virus entra all’interno di una struttura, con soggetti così fragili, qualche danno rischia di farlo”. Nemmeno in Liguria sono previsti protocolli aggiuntivi per gli ospiti delle Rsa: “Abbiamo solo chiesto di mitigare l’accesso per evitare affollamenti”, dice Walter Locatelli, commissario straordinario di Alisa, l’azienda sanitaria regionale. “Entra una sola persona al giorno per paziente. Le visite di conforto sono consentite secondo un meccanismo di buonsenso: non è più possibile che entrino cinque persone alla volta per un solo paziente, come poteva essere prima”.

Ma mettere in pratica consigli e indicazioni delle autorità sanitarie è compito delle singole strutture che si occupano degli anziani non autosufficienti. Ognuno fa per sé, come ribadito dal decreto del 4 marzo che attribuisce ai direttori sanitari delle strutture la responsabilità di valutare caso per caso chi far entrare o meno e perché. Ilfattoquotidiano.it ha chiesto come stanno affrontando l’emergenza virus a due grandi gruppi attivi in Italia, la Kos dei De Benedetti e la multinazionale francese Korian, complessivamente le due aziende gestiscono oltre 150 strutture in Italia, per un totale di circa 14mila posti letto.

Termo-scanner all’ingresso per il controllo della temperaturaKorian aveva limitato le visite giornaliere a un solo familiare per volta, a patto che sia in buone condizioni di salute. Nelle Rsa del gruppo in Lombardia e Veneto era stato vietato l’accesso ai minori di 12 anni e viene utilizzato un termo-scanner agli ingressi per il controllo della temperatura. Fermo restando, per tutto il territorio nazionale, il divieto di accesso per ospiti, operatori e familiari provenienti dalla provincia di Lodi e per chi presenta sintomi di raffreddamento o influenzali. In seguito al decreto del 4 marzo, poi, il gruppo ha serrato le porte di tutte le strutture fino a nuovo ordine, lasciando ai singoli direttori sanitari la facoltà di fare eccezioni.

Kos da parte sua fa sapere di aver adottato diverse precauzioni in linea con le indicazioni ministeriali: “La finalità delle iniziative adottate è di ‘non fare entrare il virus’, proteggendo i nostri ospiti e i nostri operatori”, spiega il gestore delle Residenze Anni Azzurri. In tutte le regioni “è stato limitato l’ingresso a una persona al giorno per ospite e solo in casi improcrastinabili. Abbiamo anche verificato le residenze del personale per alzare il livello di guardia laddove avessimo avuto collaboratori provenienti dalla zona rossa, situazione che si è verificata in un solo caso che, al momento, non ha portato alcuna conseguenza: il dipendente è casa, per tutelare colleghi e pazienti”.

Kos ha poi imposto il lavaggio delle mani “mettendo a disposizione all’ingresso dei gel specifici”, limitato le aree in cui i visitatori possono accedere o sostare e attivato particolari protocolli di pulizia delle superfici, “con l’uso di detergenti al cloro e l’aumento della pulizia in tutti i punti di contatto più frequente, come maniglie, corrimano, distributori di caffè e pulsantiere di citofoni”.

Questionari per chi entraDetto del divieto di accesso per chi proviene dalle cosiddette zone “rosse”, nelle Rsa gestite da Korian “ogni visitatore viene interrogato prima dell’ingresso in struttura, e se non rispetta le condizioni che abbiamo diffuso non viene fatto entrare”. Dove è previsto dalle normative regionali, come Lombardia ed Emilia-Romagna, ai visitatori viene sottoposto un questionario/triage formale. Il gruppo Kos ha invece predisposto un questionario per tutti coloro che accedono alla sue strutture in cui viene accertata l’assenza di sintomi influenzali e viene fatta una verifica di tipo epidemiologico, “viene chiesto cioè se le persone hanno avuto contatti con casi sospetti o confermati di coronavirus, con persone residenti nelle aree isolate o che hanno sostato o sono transitati per queste zone. Ovviamente c’è divieto di ingresso a chi rientra in una di queste condizioni”.

Comunicare le restrizioni e aprire una finestra virtuale sulla struttura – In un momento come questo, la comunicazione di quello che si fa all’interno delle strutture e delle precauzioni da prendere per chi deve visitare un ospite di una casa di riposo è fondamentale. Kos ha affisso all’interno delle Rsa le raccomandazioni del Ministero sui comportamenti da tenere: “Tutto il personale è formato e abituato a coinvolgere i care-giver nella cura dei nostri ospiti, e anche i fornitori sono tenuti a rispettare le raccomandazioni”. I familiari sono stati avvisati per email e attraverso telefonate o incontri da parte dei responsabili delle strutture delle restrizioni attivate alle visite dall’esterno e delle minimali limitazioni all’attività degli ospiti: “Quasi tutti hanno capito che stiamo agendo per il bene dei loro cari e sono stati molto collaborativi. Stiamo anche attivando un sistema di broadcasting dalle residenze per aprire una finestra virtuale sulla vita in struttura, ovviamente con il massimo rispetto per la privacy dei nostri ospiti”.

Il gruppo Korian dal canto suo garantisce che “in tutte le strutture italiane verranno messi a disposizione degli smartphone” per fare videochiamate e “ci sarà uno sforzo ulteriore da parte del personale per mantenere il rapporto con i familiari”.

Aree di isolamento in caso di contagio – Korian sta cercando di evitare, per quanto possibile, l’invio degli ospiti in pronto soccorso, e ha redatto una procedura da attivare in caso di contagio di un ospite o di un operatore che contempla sia la gestione dell’isolamento che della quarantena. Kos fa sapere di aver rinviato tutte le visite specialistiche e gli accertamenti non urgenti per limitare al massimo le uscite degli ospiti verso i luoghi a maggiore rischio di infezione: “Se un invio al pronto soccorso diventa improcrastinabile, dobbiamo coordinarci con il sistema delle emergenze sanitarie del territorio: i pronto soccorso delle aree a rischio si stanno tutti organizzando sulla base delle indicazioni operative che ogni regione sta emettendo”. Nel caso di un contagio, In tutte le strutture di Kos sono state identificate aree di isolamento: “Avevamo già protocolli per la gestione di infezioni, le direzioni sanitarie hanno declinato le procedure sullo specifico caso del coronavirus”.

Una “squadra speciale” per le difficoltà – L’emergenza coronavirus sembra essere solo all’inizio, e le strutture stanno considerando il fatto che questa situazione possa protrarsi nel tempo. Da Korian fanno sapere di volerla gestire con tutti i mezzi a propria disposizione per il periodo necessario, e di “aver costituito una “squadra speciale” formata da personale con competenze diverse che, in caso di emergenza, possa aiutare la struttura in difficoltà”. Anche Kos ragiona sul medio periodo: “Stiamo cercando di sperimentare soluzioni di videochiamata per garantire la comunicazione tra gli ospiti e i loro famigliari”.

Più attenzione ai pazienti – La situazione di emergenza, che ha portato a una generale riduzione dei visitatori all’interno delle strutture, ha effetti anche sull’organizzazione del lavoro interno: “Normalmente molto del lavoro del personale è dedicato alla relazione con le famiglie, per i colloqui sullo stato di salute del proprio caro o la formazione alla gestione della disabilità”, spiegano da Kos. “Questo tempo ora è invece dedicato a tutti gli ospiti, quindi il bilancio è positivo e non c’è un aumento del carico di lavoro. L’operatore che prima si dedicava anche all’accoglienza dei famigliari ora dedica tutto il suo tempo alla cura del paziente”. Da Korian, dicono, “il personale è coinvolto nella diffusione, nel rispetto e nel controllo delle regole da osservare. Questo richiede sicuramente un livello molto alto di informazione ed attenzione agli ospiti e alle famiglie”.

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Airbnb, da Amsterdam a San Francisco ecco le città che hanno messo paletti. A New York maxi multe a chi affitta per meno di 30 giorni

Londra, 80mila. Parigi, 60mila. New York, 49mila. La piccola Amsterdam quasi 20mila. I numeri degli appartamenti e delle stanze in affitto su Airbnb sono impressionanti in tutto il mondo. Le città italiane sono quindi in buona compagnia, anche per quanto riguarda gli effetti legati al boom della piattaforma: case introvabili per chi desidera vivere in quelle città, aumento dei canoni a lungo termine, interi quartieri che si spopolano e diventano aree di intrattenimento per turisti, tutte bar e ristoranti. All’estero, in particolare negli Stati Uniti, il fenomeno è diventato insostenibile da tempo, e per questo diverse amministrazioni hanno ingaggiato una battaglia contro Airbnb per cercare di mettere un freno alla diffusione degli affitti a breve termine. Ma il successo della piattaforma ha invaso anche il Vecchio Continente e messo in allarme le grandi città europee, con Parigi e Barcellona che guidano la rivolta e si affidano anche ai cittadini per salvare le loro “città in affitto”.

La prima città a prendere provvedimenti è stata la culla stessa di Airbnb, San Francisco, dove la piattaforma era nata nel 2008 come una piccola comunità online per affittare stanze e contenere i costi, dell’affitto da una parte e del viaggio dall’altra. Nel 2015 è entrata in vigore una normativa che limita a 90 giorni l’affitto breve per le case in cui si è residenti. Il Comune ha poi creato dei database in cui tutti devono registrarsi per ottenere un permesso e ha creato uffici che si occupano esclusivamente di controllare il settore degli affitti brevi. Risultato: l’anno successivo all’entrata in vigore di queste regolamentazioni dalla piattaforma sono scomparsi 4.000 annunci, circa la metà di quelli che Airbnb aveva nella sua casa madre.

Nella Grande Mela una legge che impediva di affittare un intero appartamento per meno di 30 giorni era già in vigore dal 2010. Di fatto, però, quasi nessuno la rispettava: un report pubblicato nel 2014 dal procuratore dello Stato dimostrava che il 72% degli annunci di Airbnb a New York erano illegali. Per questo nel 2016 il governatore Andrew Cuomo ha approvato una norma che si riferisce direttamente alla piattaforma e autorizza multe fino a 7.500 dollari per chi pubblicizza la propria casa per l’affitto a breve termine su Airbnb. Una vera e propria escalation nel confronto con il colosso digitale che ha raggiunto il culmine nel 2018, quando il sindaco Bill de Blasio ha firmato una mozione che obbliga la piattaforma a pubblicare il nome e l’indirizzo di chi affitta casa in città.

Una legge regionale della Catalogna del 2002 prevede la concessione di una licenza per chi vuole affittare un appartamento per brevi periodi ai turisti, e nel 2014 Barcellona ha introdotto l’obbligo di mostrare il numero di registrazione negli annunci sulla piattaforma. La guerra aperta ad Airbnb è iniziata però con l’elezione a sindaco dell’attivista anti-sfratti Ada Colau, che ha sanzionato il colosso statunitense con una serie di multe, tra cui quella record da 600mila euro nel 2016. Ma la sua azione è stata incisiva soprattutto sui controlli: da una parte sono stati raddoppiati gli ispettori, dall’altra la sindaca ha scatenato una vera e propria campagna di denuncia dal basso, chiedendo ai cittadini di segnalare i vicini che affittano casa ai turisti senza autorizzazione. Questa politica ha dato i suoi frutti: nei primi due anni sono stati chiusi più di 2mila appartamenti illegali, con quasi 3mila multe tra i 30 e i 60mila euro.

A Parigi si può affittare la casa in cui si risulta residenti per 120 giorni all’anno, la finestra più generosa tra le grandi città in Europa. Anche nella capitale francese è stata una sindaca, Anne Hidalgo, a prendere misure molto restrittive nei confronti della piattaforma: per ogni immobile che si mette a disposizione ora bisogna richiedere un codice identificativo e se si tratta di una seconda casa è necessario registrarsi come impresa e versare le tasse e i contributi relativi. Per ogni unità abitativa convertita in commerciale, il proprietario deve inoltre mettere sul mercato degli affitti a lungo termine un altro appartamento nello stesso quartiere. Nel 2017 sono stati sanzionati 59 proprietari, per un totale di 1,3 milioni di euro di multe. L’anno successivo i controlli si sono inaspriti e hanno portato a individuare 1000 appartamenti affittati illegalmente su Airbnb: da qui i 12 milioni di euro che Hidalgo ha chiesto ad Airbnb per non aver effettuato i controlli adeguati.

I dati di Inside Airbnb relativi ad Amsterdam sono impressionanti, anche considerando la struttura della città: gli annunci sono quasi 20mila, e l’80% sono riferiti ad appartamenti. Per questo nel 2018 il consiglio comunale ha dimezzato il numero massimo di notti consentito per l’affitto di case tramite piattaforme come Airbnb, passato dai 60 ai 30 giorni attuali. A Berlino gli annunci disponibili sono 22.500 e il limite è di 60 giorni, ma il Comune ha il potere di limitare o bloccare le licenze nei quartieri per gli affitti sotto i 30 giorni, oltre ad emettere multe che possono arrivare fino a 100mila euro. A Londra, dove gli annunci di appartamenti e stanze su Airbnb sono 80mila, il limite per gli affitti brevi è fissato a 90 giorni.

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Airbnb, da Bologna a Napoli gli affitti brevi “sfrattano” famiglie e studenti. “Il padrone di casa triplica il canone, andiamo in periferia”

Firenze, Piazza della Stazione. Al civico 1 c’è un palazzo dove fino a pochi anni fa vivevano decine di famiglie. Oggi molti condomini hanno perso il dirimpettaio di pianerottolo: alle chiacchiere sulle scale si è sostituto il rumore dei trolley, trascinati da turisti provenienti da ogni parte del mondo e in cerca dell’appartamento giusto. Una ricerca che a volte devono fare da soli, perché le grandi agenzie che gestiscono appartamenti su Airbnb spesso non vanno ad accogliere di persona l’ospite. Il check-in è affidato a sistemi digitali, con un codice inviato sullo smartphone che permette di aprire un box di sicurezza e prelevare le chiavi. Poi però rimane da trovare la casa giusta, e non sempre ci si riesce al primo colpo: “Ormai è diventato normale avere persone fuori dalla porta che armeggiano con la propria serratura”, racconta Nicola D’Angelo, un inquilino del palazzo. “Qualcuno di noi, per una strana coincidenza delle chiavi, si è anche trovato in soggiorno turisti che avevano sbagliato scala”.

Storie di vita vissuta in una città italiane a cui il fenomeno degli affitti brevi sta cambiando volto. Se il giro d’affari arricchisce i pochi – non a caso il governo sta mettendo a punto un decreto che punta a mettere paletti – l’impatto è devastante per tanti. A Bologna gli studenti finiscono in periferia, i Quartieri spagnoli di Napoli diventano vetrine per le “esperienze” spacciate ai turisti come autentiche, mentre nelle città dove il fenomeno è in atto da tempo, come Firenze e Roma, il tessuto urbano è stravolto. Il commercio di vicinato scompare a vantaggio dei ristoranti turistici.

Guadagni per pochi – Nicola è uno dei pochi residenti rimasti nel condominio, ma a Firenze gli appartamenti prenotabili tramite la piattaforma sono oggi 11.262. A riportare il dato è Inside Airbnb, sito fondato nel 2014 dal giornalista australiano Murray Cox in cui sono mappati tutti gli annunci su Airbnb in molte città del mondo. Il numero di Firenze contribuisce a fare della Toscana la regina di questo mercato in Italia, con un totale di 66mila alloggi disponibili, più che raddoppiati in soli tre anni. L’Italia, dietro solo a Stati Uniti e Francia, conta in tutto 460mila alloggi: l’ultimo anno, come dichiarato da Airbnb, si è chiuso con 11 milioni di persone ospitate, per un giro di affari da 2 miliardi di euro. Una montagna di soldi che finisce nelle mani di pochissimi: a Firenze, secondo Inside Airbnb, il 65% degli annunci è riconducibile a multihost, ovvero utenti che gestiscono più di un appartamento, con 15 di questi che controllano il 10% degli alloggi totali. Si tratta di agenzie strutturate, che però sulla piattaforma si presentano con nomi di persona: “Bettina”, ad esempio, gestisce 155 appartamenti a Firenze, 147 a Roma, 61 a Bologna. A Venezia la concentrazione è simile: due terzi degli annunci appartengono a profili che ne hanno pubblicato almeno un altro. E anche qua a guadagnarci sono in pochi: “C’è un 5% di host a cui va un terzo dei ricavi totali”, racconta Alice Corona, ricercatrice che ha collaborato al progetto Inside Airbnb e ha contribuito a fondare OCIO, l’Osservatorio civico sulla casa e la residenza di Venezia. “Abbiamo stimato che gli host non commerciali, ovvero quelli che risultano avere meno di 60 notti prenotate all’anno, sono il 25% del totale, ma ricevono solo il 4% dei ricavi”.

Crollano i residenti. “Città diventano mangiatoie per turisti” – “Airbnb sottrae direttamente unità residenziali: ad ogni annuncio corrisponde un’unità abitativa in meno affittata a lungo termine”, spiega Filippo Celata, ricercatore di geografia economica della Sapienza e del Laboratorio Dati Economici Storici Territoriali di Siena. Incrociando i dati di Airbnb e quelli Istat, è emerso che nel centro storico di Firenze il 25% dell’intero stock immobiliare residenziale è attualmente sulla piattaforma, mentre a Roma e Venezia la quota è del 12%. Meno case disponibili per l’affitto a lungo termine significa anche prezzi più alti, e il risultato è un’inevitabile fuga dalle città: “A Roma, nei quartieri “Centro storico” e “Trastevere”, dal 2014 al 2018 la popolazione residente si è ridotta di circa il 30-40%, a Firenze è passata dal 18,2% al 17,3% del totale comunale”. A Venezia il conteggio è ormai in parità: “Nella città antica ci sono 53mila posti letto per turisti e 53mila residenti”, riferisce Corona. “Airbnb sottrae spazi abitativi nel centro e fornisce incentivi enormi ad affittare nel breve periodo: oggi anche chi ha uno stipendio buono fatica a trovare casa”. Non solo: “Il commercio di vicinato destinato alla residenzialità scompare perché non c’è più domanda”, aggiunge Celata. “Rimangono solo ristoranti e servizi per turisti, con le città che diventano enormi mangiatoie: è il circolo vizioso dei turisti che cercano urbanità ma poi, con questi numeri e modalità, finiscono per distruggerla”.

Lo studente di Bologna: “Ora il padrone di casa vuole triplicare la rendita” – A Bologna l’università non produce solo laureati, ma anche futuri cittadini. Negli ultimi anni però per le matricole trovare casa è diventato più difficile che sostenere i primi esami, e anche chi ha già una stanza non è al sicuro: “Vivo da anni in un appartamento condiviso con altri quattro studenti, per un affitto totale intorno ai 1.300 euro”, ci racconta Davide. “Il proprietario del palazzo qualche mese fa ci ha comunicato che alla scadenza del contratto alzerà i prezzi: forte della crescita degli affitti brevi legata ad Airbnb, vuole triplicare la sua rendita”. In quel palazzo ci sono otto appartamenti, in cui vivono soprattutto studenti: nessuno si può permettere una cifra simile e così decine di ragazzi saranno costretti ad andarsene, spostandosi in massa verso la periferia. Di casi come questo in città ce ne sono sempre di più: “Tutti gli studenti con cui parliamo hanno da raccontare un’ingiustizia a livello abitativo”, spiega Fabio D’Alfonso, del Comitato Pensare Urbano, che ha lanciato un appello al governo per chiedere un intervento normativo organico sugli affitti brevi. “Oggi una stanza singola a Bologna costa in media 410 euro, e il tempo di ricerca è di due mesi. Questo fa proliferare discriminazioni di ogni tipo, con i proprietari che si prendono libertà di affittare corridoi e stanzini”.

“A Napoli famiglie povere sfrattate dai bassi. Anche la camorra investe” – A Napoli la penetrazione di Airbnb è stata travolgente: ad oggi gli annunci mappati da Inside Airbnb sono 7.169, poco meno di una città da sempre legata al turismo come Venezia. “Questo processo sta conquistando tutti i quartieri”, racconta Anna Fava, attivista della Rete Set, movimento che si batte contro la turistificazione delle città nato nel sud Europa. “Le attività di vicinato che servono agli abitanti stanno scomparendo, rimane solo ciò che è legato al turismo”. E in città, insieme ad Airbnb, si è fatta strada una narrazione a misura di turista, anche nella ristorazione: “Nell’ultimo anno tra i vicoli dei Quartieri spagnoli sono spuntate diverse trattorie che si dicono storiche, quando in realtà hanno aperto da poche settimane”. Neanche i bassi napoletani si sono salvati: “Sono diventati i luoghi preferiti per chi vuole guadagnare con Airbnb, perché si fa credere al turista mordi e fuggi che sia un’esperienza autentica”. Di autentico, però, c’è solo lo sfratto per le famiglie più povere che da sempre vivono lì, sotto la pressione della criminalità organizzata: “La camorra sta investendo in questo fenomeno, perché è facilissimo riciclare soldi ed evadere controlli”. A novembre, durante un’operazione antiabusivismo, la polizia ha sgomberato sedici appartamenti situati nelle laterali di Spaccanapoli e diventati la base operativa di un clan del centro: in uno di questi, entrando, gli agenti hanno trovato una coppia di turisti appena arrivata da Pistoia che aveva prenotato l’alloggio online, ovviamente all’oscuro di tutto, e che ha lasciato immediatamente la città. “Quello che i turisti vivono come un paradiso è in realtà basato su un meccanismo che aumenta le disuguaglianze sociali e trasforma la vita reale dei quartieri in intrattenimento: se non si interviene subito, il risultato sarà mostruoso”.

“A Firenze costi condominiali alle stelle per i rifiuti prodotti dai turisti” – Gli effetti di una città dominata da Airbnb sono già evidenti a Firenze: “Nel quartiere 1, quello più centrale, si trova un affitto a lungo termine ogni 10 annunci sulla piattaforma, nei quartieri limitrofi uno ogni 5”, racconta Grazia Galli di Progetto Firenze. Il fenomeno insomma non riguarda più solo la zona Unesco, ma tutta l’area urbana, in particolare in corrispondenza della tramvia: “Se non lavori nel turismo, vivere a Firenze oggi significa essere sommersi dai costi e dai disagi che ne derivano. Nell’area Unesco si produce una quantità di rifiuti che equivale a quella di 150mila famiglie, ma in realtà siamo 40mila: la differenza, che viene dagli ospiti, la paghiamo noi, così come i costi condominiali aumentati del 50%. I palazzi si sono riempiti di locazioni turistiche che figurano come abitazioni dal punto di vista fiscale, ma in realtà sono vere e proprie imprese che fanno concorrenza sleale: di fatto abbattono i costi trasferendoli sui residenti”.

In tanti decidono di andarsene, con un effetto domino sulla provincia: “Tantissime famiglie sono andate a vivere a Figline Valdarno o a Empoli, con conseguenze negative anche per quei posti”, spiega Laura Grandi, segretaria del Sindacato inquilini della Toscana. “Ma c’è anche chi non può allontanarsi troppo dalla città, e sono proprio i lavoratori dell’indotto del turismo, tipicamente dequalificato e precario, che spesso iniziano a lavorare molto presto e sono costretti a vivere a Firenze”. È un altro prodotto di questo tipo di turismo: un esercito di lavoratori poveri, costretti a pagare affitti esorbitanti in una città dominata dai turisti che servono ogni giorno e dai grandi proprietari di immobili, che si prendono il grosso di quei due miliardi di euro che arrivano in Italia tramite Airbnb.

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