All posts by Stefano Galeotti

Migranti, “Libia non è porto sicuro e nel Centro soccorsi non parlano inglese. Ma Stato di bandiera e di sbarco collaborino”

Su un punto, professori e avvocati che si occupano ogni giorno di questioni legate al soccorso in mare, non hanno dubbi: “La Libia, oltre a non essere un porto sicuro, è anche difficile da considerare come un vero e proprio Stato, in questo momento. E ovviamente non è in grado di fornire una reale assistenza in mare”. La violazione dei protocolli che regolano le procedure di soccorso, sostengono, sono evidenti: “Basta un aspetto per capirlo: l’Mrcc, il centro di coordinamento dei soccorsi libico, non ha nemmeno personale in grado di parlare inglese”, spiega la docente di diritto internazionale Francesca De Vittor, animatrice del dibattito scientifico La politica dei porti-chiusi: questioni di legittimità e responsabilità nazionale e internazionale organizzato all’Università Cattolica di Milano.

La lingua non è proprio un dettaglio, considerando che l’Mrcc si deve confrontare con equipaggi internazionali e autorità di altri Paesi in situazioni di emergenza. “Di fatto la Libia dice di fare cose che non fa, ma gli altri Stati rimangono a guardare”, continua la De Vittor. Ovviamente, la prima a doverne rispondere sarebbe l’Italia: “Quelle persone stanno bussando alle nostre porte, chiedono aiuto al confine: cos’è quella se non giurisdizione italiana?”. Ma questo non deve far dimenticare che quando si tratta di soccorso in mare, la parola centrale per gli esperti rimane cooperazione: “La concorrenza dello Stato di bandiera con lo Stato di sbarco deve portare a un aiuto”, dice Cesare Pitea, che si occupa di diritto internazionale e diritti umani all’Università di Milano. “È difficile stabilire cosa uno Stato debba fare o no in materia di cooperazione, quello che si può fare è provare a stabilire cosa invece è in contrasto con questo principio, come ad esempio sottrarsi alla redistribuzione di quei migranti sul proprio territorio”. 

Da una parte la legittimità della sbarco, dall’altra la responsabilità giuridica degli Stati, che non può limitarsi a quello in cui approdano le navi delle ong. Sono questi i due nodi principali che penalisti, costituzionalisti ed esperti di norme internazionali hanno provato a sciogliere durante il dibattito. “Tutti noi, dall’avvocato all’operatore delle ong fino allo studioso delle norme internazionali, ci occupiamo quotidianamente del soccorso in mare, ma avere una piena comprensione del tema è difficile”, spiega la De Vittor. “Ci sono differenze sostanziali tra diritto internazionale e diritto penale che mettono in difficoltà anche studiosi e operatori del settore; per questo abbiamo voluto confrontarci e fare chiarezza sul contenuto delle norme applicabili e sulle conseguenze della loro violazione”. Un’occasione utile anche per tracciare in modo più netto di quanto non lo siano oggi i confini delle cooperazione: “Si tratta di un obbligo di risultato, nel senso che gli Stati non sono tenuti a fare qualcosa in particolare, l’importante è che si raggiunga obiettivo. Ma quando uno Stato è oggetto di uno sbarco, non ci sono altri modi per raggiungere l’obiettivo se non consentendo lo sbarco”, sostiene Pasquale De Sena, docente di diritto internazionale alla Cattolica.

Il punto di partenza, con riferimento ai recenti casi delle navi di Sea Watch e Mediterranea, resta quello dell’obbligo del soccorso: “La realtà è che questi naufragi avvengono in una zona che i nostri politici continuano a chiamare acque libiche, ma che in realtà sono zone di mare internazionale rispetto alla quale la Libia ha unilateralmente dichiarato la propria competenza Sar (area di ricerca e soccorso)”, spiega ancora Pitea. “Anche volendola considerare realmente uno Stato, in questo momento, rimane il fatto che la Libia non ha la capacità di istituire una zona Sar orientata alla salvaguardia della vita in mare. Non ha mezzi sufficienti, le modalità di intervento della sua Guardia costiera non tutelano i diritti umani e i naufraghi vengono portati in un luogo insicuro”. 

Il punto rimane la capacità di offrire il servizio di ricerca e salvataggio: “A tutti gli Stati vicini fa comodo che la Libia abbia dichiarato quella zona Sar e difficilmente ammetteranno la sua inefficacia. Ma già solo il fatto che l’Mrcc non risponda in lingua inglese, legittima la scelta di non riconoscere l’autorità libica su quella zona”, dice ancora la De Vittor. Nessuno vuole responsabilità, tanto meno a suo avviso il governo italiano: “Prendiamo il caso Sea Watch: il divieto di accesso colpiva una nave che si trovava entro le 24 miglia delle acque internazionali”, ricorda De Sena. “Quella è la cosiddetta zona contigua, sulla quale gli Stati possono esercitare poteri di controllo dell’immigrazione. Il Decreto sicurezza bis non da nessuna indicazione formale dell’istituzione della zona contigua, a differenza per esempio dell’antenata Bossi-Fini. E non credo che la scelta sia casuale: istituendola, lo Stato italiano avrebbe automaticamente creato il presupposto di una sue giurisdizione in quelle acque”.

All’incontro hanno partecipato anche gli avvocati delle organizziazioni coinvolte di recente in vicende di questo tipo: “Quello che stiamo cercando di fare – spiega Francesca Cancellaro, difensore di Open Arms – è valorizzare il fatto che la procedura di soccorso viene messa in atto dai volontari con il coordinamento dell’Italia, che effettua uno screening sanitario e altri controlli. Non sono sbarchi fantasma, le attività delle ong sono richieste e monitorate dagli stessi Stati”. Lucia Gennari, avvocato di Sea Watch e Mediterranea, evidenzia che “si tratta di persone soccorse in acque internazionali ma che sono comunque alla nostra frontiera, e questo comporta una serie di obblighi dello Stato nei loro confronti”.

E proprio in relazione alla vicenda che ha visto protagonista la capitana della Sea Watch Carola Rackete si è cercato di capire fino a che punto può arrivare il libertà d’azione di chi è alla guida di queste navi: “Le convenzioni che regolano le zone Sar non prevedono che sia il capitano a doversi cercare un approdo, ma lo stesso capitano è legittimato a scegliere la destinazione che ritiene migliore se il primo luogo identificato è, ad esempio, quello di Tripoli, scelta inaccettabile dal punto di vista della sicurezza”, spiega Francesca Dettor. “Le cose cambiano quando gli Stati in grado di farlo assegnano un porto diverso da quello scelto, ma comunque sulla carta ragionevole: se il capitano decide di non rispettare la nuova indicazione, rischia di compiere un comportamento illegittimo, a meno che non invochi lo stato di necessità, che però andrà dimostrato”.

L’articolo Migranti, “Libia non è porto sicuro e nel Centro soccorsi non parlano inglese. Ma Stato di bandiera e di sbarco collaborino” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Linate chiuso dal 27 luglio: dalle corse con bus e treni verso Malpensa ai check-in, la guida per evitare disagi nei prossimi mesi

Il conto alla rovescia è iniziato: alle 7 di mattina del 27 luglio 2019, in pieno esodo estivo, l’aeroporto di Linate chiuderà i battenti. Lo stop durerà tre mesi di ed è dovuto a lavori di ampliamento e ristrutturazione, in particolare delle piste di decollo e atterraggio e dell’area imbarchi, per un investimento totale di 48 milioni di euro. Fino al 27 ottobre, tanti milanesi dovranno quindi riscoprire l’altro scalo che serve la città, decisamente più scomodo da raggiungere per chi vive nel capoluogo lombardo: il 90% dei voli che oggi partono e arrivano a Linate verranno infatti trasferiti all’aeroporto di Malpensa. In termini di numeri, questo significa che ogni giorno circa 25mila viaggiatori in più graviteranno sullo scalo di Varese, per un aumento di quasi 1700 voli a settimana. E c’è anche già una data da “bollino nero”: il 2 agosto sono previsti 941 movimenti complessivi e quasi 126mila viaggiatori. Per questo Sea, la Società Esercizi Aeroportuali che gestisce entrambi gli scali, ha organizzato un massiccio piano di trasferimento della forza lavoro, oltre a un potenziamento dei collegamenti verso l’aeroporto. Ecco come cambierà Malpensa in questi tre mesi e quali sono le principali novità per chi deve raggiungerlo.

L’articolo Linate chiuso dal 27 luglio: dalle corse con bus e treni verso Malpensa ai check-in, la guida per evitare disagi nei prossimi mesi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Italpizza, l’azienda accusata di sfruttare gli operai sponsorizza Festival per diritti umani: contratto sospeso

Un Festival dei diritti umani finanziato dall’azienda accusata di calpestarli. E al fianco dei sindacati con cui sta trattando l’internalizzazione di centinaia di persone che da mesi organizzano proteste e picchetti. Il colosso dei surgelati con sede a Modena, 100 milioni di pizze l’anno e un fatturato da 120 milioni nel 2017, è l’unico sponsor aziendale del Festival musicale “Voci per la Libertà” di Rovigo, un evento organizzato dall’omonima associazione con la regia di Amnesty International e che ospita autori che mettono al centro della loro produzione artistica i diritti umani. Sempre Italpizza però, da mesi è accusata dagli operai di sfruttamento per, dicono, “turni massacranti di 12 ore comunicati poco prima via telefono, ritorsioni per gli scioperi e marcatempo per andare in bagno”. “È scandaloso far patrocinare un evento del genere a un’azienda che a livello nazionale è diventata il simbolo dello sfruttamento e della violazione di quei diritti che Amnesty dice di voler difendere”, dice Marcello Pini, rappresentante dei Si Cobas nella vertenza Italpizza.

E Pini non parla solo di lavoro: “Amnesty rivendica come caposaldo della sua azione la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che ha tra i suoi punti cardine la condanna dell’uso arbitrario della violenza e degli abusi commessi dalle forze dell’ordine. Spero non abbiano visto le immagini in cui si vedono alcuni agenti di polizia che durante il picchetto del 18 giugno scorso mi hanno preso per il collo e trascinato con forza dietro un furgone, dove mi hanno minacciato. Anche se sinceramente mi stupirebbe, visto che si è parlato tanto. anche a livello nazionale, di questo episodio”. Pini si è fatto promotore di una lettera aperta indirizzata a tutti gli artisti e agli organizzatori dell’evento per chiedere di togliere il patrocinio di Italpizza. L’associazione, come si legge nel comunicato, ha fatto sapere di volere raccogliere l’invito: “Rispetto alle informazioni ricevute in queste ultime ore riguardo all’azienda Italpizza, l’Associazione Voci per la Libertà e Amnesty International Italia non sono in grado, data la prossimità del Festival, di fare tutte le verifiche e le ricerche necessarie. Nondimeno, per un principio di prudenza ed in via cautelativa, l’Associazione Voci per la Libertà ritiene di dover sospendere il contratto di sponsorizzazione sottoscritto con Italpizza”, hanno fatto sapere gli organizzatori, che contattati da ilfattoquotidiano.it non hanno voluto aggiungere altro.

E proprio “Sui diritti umani non si torna indietro”, è lo slogan della 23esima edizione del Festival Voci per la Libertà, in programma dal 18 al 21 luglio prossimi sulla spiagge del comune di Rosolina Mare, in provincia di Rovigo. Tra gli ospiti ci saranno anche Roy Paci e Willy Peyote, che si sono aggiudicati il premio Amnesty International Italia per il miglior brano sui diritti umani del 2018, con il loro “Salvagente”: “Il testo parla di integrazione e di immigrazione, di chi arriva con i barconi sulle nostre coste. Ed è esattamente quello di cui tratta la vertenza Italpizza e la nostra attività sindacale: moltissimi dei nostri iscritti sono arrivati sui barconi, e adesso si ritrovano stritolati dallo sfruttamento”, spiega Pini. Italpizza, che sponsorizza il Festival già da tre anni, con un impegno di poche migliaia di euro, è l’unico partner aziendale. Al suo fianco, solo sindacati: la Cisl e Caf Cisl di Padova Rovigo, la Cgil Caaf Nordest e la Cgil di Rovigo. “È uno schiaffo morale fare questa sponsorizzazione con delle organizzazioni sindacali mentre è in corso una trattativa in cui alcune di esse sono coinvolte, e tra l’altro arrivata dopo mesi di violenze e ricatti, con persone arrestate. Una situazione non certo tranquilla”. Se l’impegno con il Festival non è recentissimo, Pini racconta invece di un improvviso impegno di Italpizza a sostegno delle più svariate iniziative: “Da quando è iniziata la vertenza, l’azienda ha diffuso finanziamenti a pioggia verso radio e giornali e ha finanziato diverse organizzazioni benefiche, come l’Associazione Nazionale Tumori. Un modo per far parlare bene di sé e ripulirsi l’immagine, mentre con pochi centesimi in più a pizza potrebbe riconoscere quei diritti di legge che noi chiediamo, come un contratto adeguato e turni regolari”.

La settimana scorsa, dopo mesi di scioperi e tensioni dentro e fuori l’azienda, sono iniziate le trattative per l’internalizzazione e l’ipotesi di applicare il contratto collettivo nazionale del settore alimentare, dato che fino ad ora oltre alla precarietà i lavoratori avevano denunciato anche la stipula di contratti di altro tipo, con mansioni da addetti alle pulizie. “Ma rimane il fatto che Italpizza è sulla bocca di tutti per la violazione di diritti umani e del lavoro sul nostro territorio”, conclude Pini. “Capiamo che possa essere difficile come scelta, ma sarebbe un gesto di coerenza da parte di Amnesty e degli organizzatori del Festival togliere questo patrocinio, che rappresenta un controsenso colossale”.

L’articolo Italpizza, l’azienda accusata di sfruttare gli operai sponsorizza Festival per diritti umani: contratto sospeso proviene da Il Fatto Quotidiano.

Alessandra Locatelli, la vicesindaca sceriffa che voleva rimuovere la foto di Mattarella: chi è la ministra alla Famiglia

Nella foto principale del suo stesso profilo Facebook, la si vede sullo sfondo. Davanti, il simbolo della Lega, la nuova Lega, quella di “Salvini premier”. E in effetti, la sua immagine politica è inscindibile dall’ascesa di Matteo Salvini: è proprio grazie al nuovo corso sovranista del Carroccio, impresso dall’attuale ministro dell’Interno, che Alessandra Locatelli ha costruito la sua, di (fulminea) carriera: una folgorazione che l’ha portata, in tre anni, dal ruolo di segretaria cittadina della Lega a Como alla guida del ministero della Famiglia, nell’ambito del mini rimpasto di governo che ha visto la nomina del suo predecessore Lorenzo Fontana agli Affari Europei. In mezzo, la conduzione di battaglie politiche che le sono valse il soprannome di “vicesindaca-sceriffa”, carica ricoperta per un solo anno, prima dell’ingresso alla Camera: dai presidi organizzati davanti al centro migranti di Como per chiederne la chiusura ai regolamenti comunali anti-clochard che vietavano l’elemosina nel periodo delle feste natalizie, fino alla presa di posizione contro la concessione di spazi pubblici per la preghiera durante il Ramadan e la promozione senza sosta del decreto sicurezza.

Se si aggiungono i toni duri e incalzanti dei suoi interventi, il profilo ideale per diventare un pupillo, al femminile, di Matteo Salvini, senza dimenticare quello sconfinamento istituzionale della Lega a cui si era unita nei difficilissimi giorni che precedettero la formazione dell’attuale governo gialloverde, quando la Locatelli aveva condiviso sui social la proposta dal segretario del Carroccio in Lombardia, Paolo Grimoldi: “Chiederemo a tutti gli amministratori della Lega in Lombardia di rimuovere immediatamente dai loro uffici pubblici la foto di Mattarella, che non rappresenta più un garante imparziale dei cittadini”, era il messaggio condiviso su Facebook dalla Locatelli, che aveva messo nel mirino il Capo dello Stato dopo il durissimo scontro intorno al nome di Paolo Savona, sul quale il presidente della Repubblica aveva di fatto posto un veto. In queste ore i due si sono ritrovati, questa volta faccia a faccia, per il giuramento.

Alessandra Locatelli, 42 anni, è una leghista di vecchia data: nel Carroccio dal 1993, quando l’obiettivo era l’indipendenza della Padania e il nemico il Meridione, si avvicinò al partito sotto l’influenza di Gianfranco Miglio, ideologo e anima della Lega nel comasco prima della lite con Umberto Bossi. La neo ministra ha percorso tutti i gradini interni, dalla militanza nei Giovani del partito al ruolo di Consigliere per la circoscrizione di Como Centro, dal 1998 al 2000, fino alla segreteria cittadina nel 2016. E ha passato tutte le stagioni politiche: dopo il Senatùr, ha sostenuto la leadership di Roberto Maroni, per poi trovare la sua consacrazione definitiva con Matteo Salvini, alla quale è legata da una forte amicizia personale.

Senza figli e al momento single, fuori dalla politica la Locatelli ha lavorato soprattutto come educatrice, specializzandosi nella cura di persone affette da disabilità psichiche. Laureata in sociologia all’Università Bicocca di Milano, con tesi sulla diagnosi precoce dell’Alzheimer, è stata per 20 anni responsabile di una struttura per disabili con gravi insufficienze mentali. Incarico che ha lasciato nel 2017, quando dopo le elezioni comunali, dove aveva ottenuto 351 preferenze, era arrivato prima l’ingresso in Consiglio e poi la nomina a vicesindaco con delega alla Politiche sociali. Nel mirino, neanche a dirlo, finirono il centro migranti della città e il sistema dell’accoglienza, ma anche i senzatetto, destinatari di un’apposita ordinanza firmata dal sindaco nel periodo di Natale del 2017 che prevedeva delle multe per chi chiedeva l’elemosina, ma ebbe come conseguenza anche l’allontanamento di volontari che distribuivano colazioni ai clochard da parte di pattuglie della polizia locale.

E in nome della sicurezza a rischio, la Locatelli si era dichiarata anche favorevole all’istituzione di un coprifuoco in città e lo scorso 8 marzo aveva difeso con forza il blitz della polizia locale contro i venditori di mimose per la festa della donna. Questa linea le ha garantito risonanza nazionale, soprattutto tra i vertici della nuova Lega: da lì l’inserimento nelle liste del partito alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, l’ingresso in Parlamento e ora questo ruolo di governo. Un incarico che arriva dopo un anno in cui Alessandra Locatelli ha sostenuto con forza il nuovo diktat leghista: porti chiusi e guerra alle ong sono stati il centro di gran parte delle sue pubblicazioni sui social o interventi televisivi, di chiaro stampo salviniano, fino all’ultima battaglia contro la capitana della Sea Watch, Carola Rackete.

L’articolo Alessandra Locatelli, la vicesindaca sceriffa che voleva rimuovere la foto di Mattarella: chi è la ministra alla Famiglia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Festa Unità di Reggio, 2 milioni di debiti e Pd pronto a passo indietro: così tramonta l’evento simbolo della sinistra in Emilia

Il 18 settembre 1983 due milioni di persone si radunavano al Campovolo di Reggio Emilia: a chiudere la Festa nazionale dell’Unità era arrivato il segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer. Nel 1997, su quel palco, si esibivano gli U2: ad assistere al concerto 147mila fan, record assoluto per una band fino ad allora. Due istantanee entrate nell’immaginario collettivo dei reggiani e legate all’evento simbolo della sinistra emiliana, diventato negli anni lo storico appuntamento di fine estate, ma che ora è un passo dallo scomparire.

Per mettere in piedi una macchina come quella di Festareggio, così si chiama ora la manifestazione, servono risorse importanti. Quelle del Partito democratico sembrano essere finite: la festa è in rosso di due milioni di euro, tutti debiti verso i fornitori accumulati in gran parte nelle ultime tre edizioni. Dopo il disastro dell’anno scorso, con lo spostamento obbligato alle Fiere che ha fatto scendere gli incassi al minimo storico, in ottobre si è dimesso Paolo Cervi, direttore dell’evento dal 2015 al 2018, ma da quel momento ancora nessuno ha preso il suo posto. 

Di solito, in questo periodo, i dirigenti locali presentano il programma e annunciano gli appuntamenti principali. Quest’anno, invece, non c’è ancora nulla di pronto. E infatti, come conferma indirettamente anche il segretario provinciale Andrea Costa, il Pd non ha ancora deciso cosa fare: “Finora siamo stati tutti molto impegnati con le amministrative, ora sarà l’assemblea dei circoli che dovrà scegliere tra le varie ipotesi”. E tra le ipotesi c’è anche quella di rinunciare alla Festa, o comunque di vederla decisamente ridimensionata, proprio in un periodo complicato, tra le inchieste sul funzionamento dei Comuni (dagli appalti del capoluogo ai più delicati servizi di affido dei bambini) e la vigilia delle elezioni che per la prima volta vedono la destra in grado di contendere la Regione al Pd.

Difficile credere che in così poco tempo si possa organizzare una manifestazione che normalmente viene pianificata a partire da febbraio: mettersi al tavolo a poco più di un mese significa con ogni probabilità avere già escluso un grande evento. Una scelta che qualcuno, all’interno del Pd locale, aveva suggerito anche l’anno scorso, quando la Festa è stata costretta ad abbandonare la storica sede del Campovolo, occupato dal cantiere per la costruzione di una maxi arena per spettacoli. Alla fine invece si era deciso di continuare con il modello storico: tre settimane di eventi, decine di ristoranti, grandi ospiti e concerti ogni sera, in una location però molto meno affascinante e identitaria per i reggiani. Che evidentemente non hanno gradito: gli incassi, già dimezzati nel 2017, sono scesi ulteriormente a 800mila euro, il minimo storico.

I costi invece non sono diminuiti così tanto e questo ha ingigantito il buco di bilancio che da qualche centinaia di migliaia di euro è salito a due milioni. Uno dei motivi che ha spinto Cervi a passare la mano: “La partecipazione c’è sempre stata, i reggiani gradivano ancora la manifestazione”, dice l’ex direttore. “La sfortuna ha fatto la sua parte: nel 2017 siamo stati penalizzati dalla pioggia che ha costretto a rinviare gran parte degli appuntamenti in programma, mentre l’anno scorso abbiamo dovuto abbandonare lo storico Campovolo”. Cervi comunque ammette le sue responsabilità: “Negli ultimi due anni sono stati sicuramente fatti degli errori di previsione e anche io ho partecipato a scelte che hanno portato a questi risultati. I problemi però erano noti a tutti e la discussione era in atto da tempo, se ancora oggi non c’è una soluzione in campo è perché non è così banale cambiare il modello di festa”.

I conti iniziarono a scricchiolare già nel 2011: in quell’occasione, l’utile fu di poche decine di migliaia di euro, mentre nelle edizioni precedenti l’ordine era quello delle centinaia. L’anno successivo la Festa nazionale diventa un pessimo affare per i bilanci del Pd locale: i costi aumentano ma non arriva il ritorno sperato e per la prima volta c’è una perdita, intorno ai 300mila euro. “La festa non aveva avuto l’effetto moltiplicatore che c’era stato nelle occasioni precedenti e con questi costi esagerati si è creato il primo buco”, spiega Ermete Fiaccadori, direttore della manifestazione fino al 2014.

È il debito originale, quello che poi esploderà a partire dal 2015 fino ad arrivare ai due milioni di euro di oggi: “Sono tanti soldi dovuti ai fornitori e quando si gestiscono le finanze di una comunità politica la responsabilità è doppia. Forse non c’è stata massima trasparenza”, dice Flaccadori. Per anni, infatti, quel buco è stato coperto, nella speranza di invertire la tendenza. Ma così non è stato e ora la Festa dell’unità di Reggio Emilia potrebbe scomparire: “Per decenni è stato un potente elemento d’immagine oltre che un’occasione di confronto e presenza sul territorio a cui partecipavano centinaia di migliaia di persone”, ricorda Fiaccadori.

Oggi però un’adunata come quella del 1983 con Berlinguer sarebbe impensabile: “Non ci sono più i partiti di una volta, con centinaia di migliaia di iscritti e tantissimi volontari. E anche le modalità di fare politica e le feste di partito devono cambiare. Quel modello, con decine di ristoranti, aperti per oltre tre settimane, non regge più. Per troppi anni non si ha avuto il coraggio di fare scelte radicali”. La discussione su una possibile alternativa è aperta, ma non rimane tanto tempo: “Spero riescano a mettere insieme qualcosa, anche se in misura ridotta. Rinunciare del tutto sarebbe un segno di debolezza enorme oltre che la rottura con una storia ultradecennale. Un problema serio in un momento politico molto aperto come quello di oggi”, conclude Fiaccadori.

Al momento, per evitare la figuraccia, il Pd reggiano sembra stia considerando due alternative: organizzare una piccola festa itinerante nei quartieri cittadini, “un modo per tornare tra la gente”, secondo alcuni, oppure traslocare alla Festa dell’Unità di Modena, a Ponte Alto, dove arriverebbero attività e ristoranti gestiti in autonomia dai circoli reggiani del Pd. Un’idea, quella del trasferimento, osteggiata da tanti volontari storici e invece molto quotata tra i vertici locali del partito, dato che permetterebbe di salvare la faccia e dare comunque una risposta migliore del vuoto lasciato da una delle principali Feste del Pd in Italia. Ma per il momento, si è scelto di non scegliere.

L’articolo Festa Unità di Reggio, 2 milioni di debiti e Pd pronto a passo indietro: così tramonta l’evento simbolo della sinistra in Emilia proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Chiediamo tassativamente che non si usino più trasportatori di colore o simili”. La mail razzista di un’azienda di Brescia

I corrieri devono essere italiani, al massimo dell’Est Europa. Bianchi, comunque, oppure insieme non si lavora più. Una “comunicazione importante”, così la Chino Color, ditta che si occupa di lavorazione di metalli a Lumezzane, nel bresciano, scriveva nell’oggetto della mail inviata ad almeno un fornitore, ma potrebbero essere anche molti di più. Per mandare un vero e proprio avvertimento: “Chiediamo tassativamente, pena interruzione del rapporto di fornitura con la vostra società, che non vengano più effettuate consegne utilizzando trasportatori di colore e/o pakistani, indiani o simili“, si legge nel testo. E alla fine, una specifica che rende ancora più evidente il senso della richiesta: “Gli unici di nazionalità estera che saranno accettati saranno quelli dei paesi dell’Est, gli altri non saranno fatti entrare nella nostra azienda né tantomeno saranno scaricati”. Il messaggio, come riportato dal Giornale di Brescia, è arrivato lo scorso 21 giugno alle 11.23 nella casella di posta della Deterchimica, ditta di Torbole Casaglia, sempre in provincia di Brescia, che fornisce prodotti e servizi di pulizia professionale. Matteo Zanotti, amministratore delegato dell’azienda, martedì 2 luglio ha riunito il suo staff per condividere la posizione da tenere, decidendo poi di denunciare quanto accaduto: “A noi interessano professionalità, correttezza, tempestività e cortesia. Per tutti, italiani e stranieri”, ha detto Zanotti, che ora sta valutando di interrompere il rapporto professionale con la Chino Color.

“È stato lo sfogo di un momento, lo sappiamo tutti che non è possibile fare come abbiamo scritto, così però ci pensano un po’ e si danno una calmata”, ha detto un dipendente della Chino Color al Giornale di Brescia. “Se diciamo che possono venire qui a caricare o scaricare a determinati orari, è perché non possiamo fare diversamente. Eppure c’è chi viene due ore prima e pretende di essere servito subito, spesso con maleducazione ed arroganza. Fin che ci siamo noi sopportiamo, l’altro giorno invece hanno trovato il titolare e dall’ufficio è partita quella mail”, ha raccontato un altro dipendente. Ilfattoquotidiano.it ha contatto la segreteria dell’azienda e il titolare per un commento, ma hanno preferito non rilasciare dichiarazioni. L’impresa, fondata 90 anni fa da una storica famiglia di imprenditori locali, è considerata un’eccellenza nel suo settore.

La foto della mail ha fatto il giro dei social e scatenato numerose polemiche: “Sul loro sito si vantano di rispettare l’ambiente, ma se la mail si confermasse vera, questa azienda forse rispetta l’ambiente ma non gli esseri umani”, ha scritto su Facebook Cathy La Torre, storica attivista Lgbt e avvocata specializzata nel diritto antidiscriminatorio. “La richiesta che impone all’azienda fornitrice solo lavoratori bianchi, qualora non smentita, sarebbe gravissima. Una specie di politica aziendale che ricalca le leggi razziali, discriminando un’intera categoria di lavoratori sulla base del colore della loro pelle o della loro nazionalità. Un danno economico per l’azienda fornitrice che, pena la risoluzione del contratto, cosa dovrebbe fare? Licenziare tutti i suoi lavoratori che hanno la pelle nera?”, si chiede La Torre, annunciando la segnalazione all’Unar, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni.

L’articolo “Chiediamo tassativamente che non si usino più trasportatori di colore o simili”. La mail razzista di un’azienda di Brescia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Fondi allo sviluppo, Oxfam: “Il governo taglia 860 milioni per i Paesi più poveri. Così è difficile limitare le migrazioni”

Aiutiamoli a casa loro, ma un po’ meno di prima. Nonostante le intenzioni manifestate in campagna elettorale, e non solo, il governo gialloverde non sta utilizzando il principale strumento nelle mani dell’Italia per sostenere l’economia dei paesi d’origine di gran parte dei migranti e su cui si sta giocando una durissima battaglia politica, anche all’interno dell’esecutivo. Si tratta degli Aiuti pubblici allo sviluppo (Aps), l’insieme di risorse da usare in attività e progetti di cooperazione in paesi più arretrati. Secondo gli ultimi dati Ocse, gli aps italiani nel 2018 si sono fermati allo 0,24% del reddito nazionale lordo, con un calo del 21,3% rispetto al 2017, pari a oltre 860 milioni di euro. Il governo, per bocca del vicepremier Luigi di Maio, a maggio aveva dichiarato che l’Italia avrebbe confermato il rispetto dell’impegno dello stanziamento dello 0,30% in rapporto al reddito nazionale lordo entro il 2020. Un traguardo difficile se non impossibile da raggiungere, secondo Oxfam, che lancia il suo allarme nell’ultimo rapporto pubblicato insieme a Openpolis: “È un quadro molto preoccupante che sta riportando indietro la cooperazione italiana di anni e spinge a rivedere al ribasso le stime per il prossimo futuro”, sostiene Francesco Petrelli, responsabile delle politiche di finanza per lo sviluppo di Oxfam Italia. “Siamo di fronte a un calo ancora più drastico rispetto a quello che noi, come molti osservatori, avevamo previsto a gennaio, dopo l’approvazione dell’ultimo Documento di economia e finanza”.

Dopo anni di aumento costante del volume di aiuto pubblico, nel 2017 l’Italia aveva raggiunto lo stanziamento dello 0,30% in rapporto al proprio reddito nazionale lordo, rispettando così l’obiettivo intermedio fissato dall’Ocse e da raggiungere entro il 2020. “Si è trattato di un risultato importante anche se con alcune criticità legate alla composizione dell’aiuto. La sfida, a quel punto, era arrivare al 2020 mantenendo, e possibilmente incrementando, questa quota di aiuto”, spiega Petrelli. Così non è stato, dato che già il governo Gentiloni, nell’ultima Legge di bilancio approvata nel 2017, aveva previsto per il 2018 l’erogazione di 5,02 miliardi di euro, pari allo 0,28%. Ma i dati Ocse raccontano di un calo ulteriore: secondo la rendicontazione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, lo stanziamento italiano in aiuto pubblico l’anno scorso si è fermato a 4,2 miliardi, con una differenza di 867 milioni tra i fondi previsti e quelli effettivamente erogati.

Oltre alle riduzioni dell’aiuto pubblico, Oxfam solleva un interrogativo anche sotto il profilo della destinazione dei fondi: secondo l’organizzazione mancano all’appello 1 miliardo di euro come differenza tra gli importi destinati per il 2018 al Ministero dell’Interno per l’accoglienza dei migranti e quelli rendicontati dall’Ocse. Una discrepanza è fisiologica, dato che si paragonano due aggregati non perfettamente sovrapponibili, ma nel 2018, secondo Oxfam, è stata troppo importante per essere ridotta solo ai diversi modelli di contabilità. Nel 2017 ad esempio, il divario ammontava a poco più di 120 milioni.

E questa differenza non è spiegabile con il drastico calo degli sbarchi sulle coste italiane, perché gli stanziamenti al Viminale per l’accoglienza dei migranti nel 2018 erano comunque ancora molto alti: “Questo senza che i fondi fossero riallocati, ad esempio, ad aiuti alla cooperazione allo sviluppo nei Paesi poveri e di origine dei flussi – continua Petrelli – né tantomeno a un miglioramento dell’accoglienza sul nostro territorio, visti i recenti tagli al sistema che stanno aumentando l’insicurezza per migliaia di richiedenti asilo vulnerabili, fuggiti nel nostro Paese, per trovare scampo a guerre, persecuzioni e miseria, oltre a costare migliaia di posti di lavoro, soprattutto per i tanti giovani impegnati nell’accoglienza”.

La riduzione degli arrivi di richiedenti asilo in Italia quindi avrebbe potuto, paradossalmente, rappresentare un’occasione per aumentare i fondi destinati ai paesi più poveri, ma l’elaborazione di Oxfam e Openpolis dice che così non è stato. Al contrario, secondo il report, l’Italia nel 2018 ha ridotto del 22% gli aiuti ai paesi meno sviluppati (Lcds), come Afghanistan, Bangladesh e Cambogia, ai quali, secondo il programma di azione dell’Ocse, dovremmo riservare una quota compresa tra lo 0,15 e lo 0,20% del nostro reddito nazionale lordo. E il calo maggiore è quello che fa riferimento ai paesi dell’Africa subsahariana: nonostante questa area geografica sia considerata prioritaria nei documenti programmatici della cooperazione italiana, i fondi si sono ridotti del 35,5%. “Quella che ci troviamo di fronte è una contraddizione lampante e assieme tragica – conclude Petrelli – Mentre da un lato si decide di chiudere le frontiere ai migranti, dall’altro si riducono i fondi destinati a rompere il circolo vizioso della povertà e creare sviluppo nei paesi più poveri, da cui molto spesso scappano i tanti disperati che continueranno a tentare di arrivare da noi, anche nei prossimi anni e decenni. Il fenomeno migratorio resta ed è soprattutto un fenomeno epocale, che va governato con politiche serie ed efficaci soprattutto nel medio e lungo periodo”.

Nel frattempo l’Italia è scesa al diciassettesimo posto tra i 29 paesi donatori dell’Ocse per il volume di aiuti stanziati nel 2018, e con un calo del 21,3% è quella che ha tagliato la percentuale di fondi più alta rispetto all’anno precedente. Tra chi ha ridotto le risorse per i paesi meno sviluppati ci sono anche gli Stati Uniti (-5% in termini reali), che sono il primo contributore mondiale in termini di aiuto pubblico allo sviluppo, la Germania (-3%) e il Giappone (-13,4%). Tutto questo ha portato a una contrazione complessiva dei fondi destinati alla cooperazione. E se il calo, nel complesso, è stato limitato è perché alcuni paesi hanno aumentato il proprio investimento in cooperazione, come Gran Bretagna (+1,8%) e Francia (+ 4,4%), rispettivamente terzo e quarto contributore mondiale.

L’articolo Fondi allo sviluppo, Oxfam: “Il governo taglia 860 milioni per i Paesi più poveri. Così è difficile limitare le migrazioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Affidi illeciti Emilia, magistrati per i minori: “Non si screditino operatori”. Forum Famiglie: “Serietà di tanti”

Dopo l’inchiesta sul sistema di affidi illeciti di minori nella provincia di Reggio Emilia, i magistrati per i minorenni e il Forum delle Famiglie hanno diffuso due documenti in cui si schierano in difesa dei servizi e contro le strumentalizzazioni, chiedendo cautela agli stessi organi di informazione: “Non è giusto screditare i tantissimi operatori scrupolosi che agiscono con lealtà e trasparenza nei confronti dei propri utenti”, si legge nel testo firmato dall’Associazione Italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, sottolineando come “il sistema della giustizia minorile, improntato sui criteri di specializzazione e multidisciplinarietà, nel corso degli anni ha affinato gli strumenti di conoscenza delle persone e delle relazioni”. E, dicono, il sistema dell’affido va inserito in un apparato normativo “che deve essere rivisto ma che va comunque applicato in tutte le sue parti”. Una posizione a cui si associa quella del Forum Famiglie, ente che rappresenta 582 associazioni cattoliche in tutta Italia, tra cui la Comunità papa Giovanni XXIII e Azione cattolica, e che coinvolge quasi 5 milioni di famiglie: “Puntare ora il dito su uno degli attori coinvolti per cercare la falla del sistema non può portare a nessun risultato, se non quello di demotivare chiunque a mettersi a disposizione di un bambino la cui famiglia è in difficoltà”, è il pensiero espresso in una lettera rivolta ai direttori dei quotidiani. All’interno si ribadisce comunque la necessità di avere “pene esemplari“, ma si chiede anche che, “per colpa di poche persone, non si metta in dubbio una legge e un’esperienza che ha fatto del bene a tanti bambini e a tante famiglie”.

La preoccupazione espressa dai due attori è quella di riuscire a non buttare via quanto di buono fatto finora: “Bisogna riconoscere e apprezzare l’attività svolta dai servizi sociali, che ogni giorno svolgono un importante compito istituzionale di protezione e sostegno dell’infanzia e adolescenza e delle famiglie in difficoltà”, sostengono i magistrati. “Un impegno reso sempre più difficile dalla mancanza di personale e di risorse economiche, soprattutto in territori ad alto rischio di criminalità, dove la crisi della funzione genitoriale e della responsabilità adulta è sempre più marcata”. L’associazione ribadisce l’importanza di una sinergia costante tra i servizi pubblici territoriali e quelli sanitari per gli approfondimenti psicologici, uno dei punti più controversi dell’inchiesta di Reggio Emilia. E ricorda come l’istituto giuridico dell’affidamento si ispiri al principio di solidarietà verso le famiglie d’origine in difficoltà: “Anche la Corte Europea dei diritti dell’Uomo lo considera uno degli “strumenti necessari” per consentire il recupero delle relazioni familiari e il riconoscimento del diritto del minore a essere educato e crescere nella propria famiglia”.

Da parte loro, le associazioni delle famiglie non intendono nascondere le criticità, ma chiedono un dibattito sereno: “È il punto di partenza per riflettere sui limiti di una normativa che evidentemente non tutela fino in fondo i bambini. Ma allo stesso tempo è necessario riconoscere l’impegno di tante famiglie che generosamente e gratuitamente si mettono a disposizione, così come la serietà e il senso di responsabilità di professionisti e istituzioni che lavorano barcamenandosi nella mancanza di risorse”. Un sistema che in gran parte funziona, nonostante le fragilità di un apparato normativo che secondo il Forum andrebbe rivisto: “Ci sono molti progetti gestiti adeguatamente che hanno garantito a tanti bambini la serenità necessaria per crescere in modo sano e alle loro famiglie di riprendersi da difficoltà che nella solitudine non avrebbero superato. Rilanciare l’affido oggi è necessario, perché le famiglie non solo si autosostengono, ma si mettono anche a disposizione di quelle in difficoltà”.

Sulla vicenda degli affidi di minori in Val D’Enza era intervenuto anche l‘Ordine degli assistenti sociali, annunciando di volersi costituire parte civile: “Si sta criminalizzando una professione composta da 44mila iscritti che ogni giorno lavorano cercando di alleviare i disagi dei più deboli”, dicono dal Consiglio Nazionale. “Noi abbiamo cercato di spiegare come funzionano gli iter in situazioni così difficili, ma non ci nascondiamo: se i nostri iscritti coinvolti saranno giudicati colpevoli, per quanto ci riguarda smetteranno di essere tali. Non va di moda capire e interrogarsi, va di moda additare il nemico e sparare nel mucchio per fare sensazionalismo, ma noi non ci stiamo”, concludono gli operatori. E nel merito, citano il procuratore capo di Reggio Emilia, Marco Mescolini, che nel corso della conferenza stampa del 28 giugno scorso ha detto: “Sia chiaro che non facciamo generalizzazioni, perché chi fa l’assistente sociale ha diritto alla tutela dell’onorabilità del mestiere. Non è il sistema dei servizi sociali sotto esame, ma le persone attinte dalla misura”.

L’articolo Affidi illeciti Emilia, magistrati per i minori: “Non si screditino operatori”. Forum Famiglie: “Serietà di tanti” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Affidi illeciti Emilia, ex candidata sindaca M5s si dimette: difende la dirigente del Servizio sociale indagata

Una scelta di carattere personale, per evitare ulteriori malumori all’interno del Movimento reggiano, già reduce da un risultato per niente positivo alle recenti elezioni amministrative. Rossella Ognibene, candidata sindaco dei Cinquestelle lo scorso 26 maggio, si è dimessa dall’incarico di consigliera comunale, ottenuto insieme ad altri tre candidati pentastellati in virtù del 14% dei voti raccolto al primo turno. La decisione, presa in autonomia e senza rilasciare, al momento, nessuna dichiarazione ufficiale, è strettamente legata allo scandalo degli affidi in Emilia: la Ognibene è infatti l’avvocata di Federica Anghinolfi, dirigente del Servizio sociale integrato dell’Unione di Comuni della Val d’Enza che la procura di Reggio Emilia considera figura chiave del sistema illecito di affidamenti dei minori descritto nelle carte dell’inchiesta “Angeli e Demoni”. E se è vero che la posizione professionale della Ognibene non è in conflitto con il ruolo di consigliera, questa suo impegno sarebbe politicamente poco compatibile con la dura condanna espressa dai vertici nazionali e locali del Movimento, i primi a prendere una posizione molto netta sulla vicenda.

“Che voi siate maledetti. Carcere a vita e buttare la chiave”, aveva commentato a caldo la vicepresidente della Camera, Maria Edera Spadoni, volto reggiano dei Cinquestelle, molto vicina al vicepremier Luigi Di Maio. La battaglia politica sul tema si è inasprita anche per il coinvolgimento nell’inchiesta del sindaco Pd di Bibbiano, Andrea Carletti, ai domiciliari con l’accusa di abuso d’ufficio e “consapevole della totale illeicità del sistema”. E tra i 27 indagati, di cui 16 sottoposti a misure cautelari, c’è anche la Anghinolfi, ai domiciliari con le accuse di falso in atto pubblico, abuso d’ufficio, violenza privata e lesioni personali gravissime. Per i pm, era lei che aveva affidato la psicoterapia all’interno di una delle strutture coinvolte alla onlus Hansel e Gretel, firmando le determine delle spese relative a prestazioni che arrivavano anche a 135 euro all’ora, nonostante la Ausl di Reggio Emilia potesse utilizzare i propri professionisti gratuitamente. Ed era sempre la Anghinolfi, secondo l’accusa, che in alcuni casi era arrivata a obbligare gli assistenti sociali a redigere e firmare falsi verbali sul contesto familiare e abitativo in cui vivevano i bambini, che poi decideva di affidare in modo arbitrario. La Ognibene, oltre a difendere la Anghinolfi, si trova anche molto vicina a Marco Scarpati, suo collega di studio, un avvocato molto stimato in città per il suo storico impegno a difesa dei minori vittime di abusi e il cui nome figura ora tra quello degli indagati nell’inchiesta che ha scosso l’Emilia.

Le dimissioni della Ognibene rischiano però di creare un’altro problema per i Cinquestelle reggiani: a subentrarle sarà infatti l’ex consigliere comunale Cristian Panarari, primo dei non eletti con le sue 138 preferenze ottenute il 26 maggio. Su di lui, ex wrestler, però pende una richiesta di espulsione mossa in prima persona dalla Spadoni per un post relativo alla Nazionale italiana di calcio femminile pubblicato su Facebook: “Forza Azzurre, regalate ‘notti magiche’ agli italiani”, aveva scritto sul social Panarari, allegando una foto allusiva di Laura Giuliani,la portiere delle Azzurre, durante un’azione di gioco. Il nome di Panarari aveva diviso il Movimento locale anche prima dell’uscita sessista: a ridosso del ballottaggio, per il quale la stessa Ognibene non aveva dato indicazioni di voto ai suoi elettori, l’ex consigliere aveva invece espresso la propria preferenza per il candidato sindaco del centrodestra Roberto Salati, poi comunque nettamente sconfitto dal primo cittadino uscente del Pd, Luca Vecchi. Una presa di posizione che era costata a Panarari la segnalazione da parti di alcuni attivisti pentastellati per la sua mancata imparzialità.

L’articolo Affidi illeciti Emilia, ex candidata sindaca M5s si dimette: difende la dirigente del Servizio sociale indagata proviene da Il Fatto Quotidiano.

Affidamenti illeciti di minori. Dai master al centro contro gli abusi: le attività della onlus sotto accusa

“Comprendere e rispettare a pieno le emozioni significa arricchire e rivoluzionare la pratica educativa, la pratica clinica e la pratica sociale, umanizzare la relazione di cura in ambito sanitario, trasformare la dinamiche dei gruppi e i processi organizzativi”. È questo il manifesto che la onlus Hansel e Gretel, sotto accusa nell’ambito dell’inchiesta Angeli e Demoni sull’affido illecito dei minori per cui 16 persone sono state arrestate e 26 indagate, presenta come finalità di uno dei master universitari che organizza sotto l’egida della Pontificia facoltà di scienze dell’educazione “Auxilium”. Perché la Hansel e Gretel, oltre a operare direttamente con i suoi psicologici nel trattare le problematiche di bambini vittime di abusi, era molto ricercata in Emilia nel campo della formazione. Intorno alla onlus gravitano infatti una serie di attività che vanno dall’organizzazione di convegni per addetti ai lavori alla formazione di operatori del settore fino a quella, più diretta, del personale ospedaliero, attività che secondo l’accusa della procura di Reggio Emilia sarebbero state finanziate con fondi regionali.

Il tema è sempre quello d’ascolto del bambino e delle possibili modalità di curarne le sofferenze scaturite da maltrattamenti e abusi, e il motore di tutta l’organizzazione è Claudio Foti, giudice onorario del Tribunale dei minori di Torino dal 1980 al 1993 e già componente dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza. Lo stesso psicologo che, come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, è accusato di aver “alterato lo stato psicologico ed emotivo attraverso modalità suggestive e suggerenti con la voluta formulazione di domande sul tema dell’abuso sessuale”  e in questo modo “convinceva la minore dell’avvenuta commissione dei citati abusi”. Toti è ora in carcere, mentre ai domiciliari si trova Nadia Bolognini, direttrice dell’area evolutiva del Centro studi Hansel e Gretel e docente dei master.

Fondata a Moncalieri, in provincia di Torino, nel 1989, la Hansel e Gretel aveva poi allargato il suo bacino d’azione principalmente in terra emiliana, in particolare tra i comuni della Val d’Enza, il fiume che divide le province di Parma e Reggio Emilia. Nel 2016, a Bibbiano, epicentro dell’inchiesta, con l’arresto del sindaco Pd Andrea Carletti, era stata coinvolta in un progetto denominato “La Cura”, nato come un centro sperimentale a sostegno dei minori vittime di violenza e abuso sessuale, un progetto fortemente voluto dall’Unione dei Comuni della Val d’Enza in collaborazione con la AUSL di Reggio Emilia. Lì in due anni sono stati presi in carico circa 210 giovanissimi, vittime di maltrattamenti, con un modello di psicoterapia basato sull’impiego dialogico ed empatico sviluppato dalla Bolognini. A presentare questi risultati in un convegno sull’abuso infantile organizzato lo scorso ottobre era stato proprio il fondatore Foti, che dal palco del teatro Metropolis di Bibbiano spiegava ai presenti come aiutare i bambini a “Rinascere dal trauma”. Pochi mesi prima, in maggio, lo stesso Foti era a Reggio con altri nomi importanti del Centro studi Hansel e Gretel per un convegno questa volta sponsorizzato anche dal Comune di Reggio Emilia e aperto dall’allora vicesindaco Matteo Sassi, segno di un’associazione che ormai si era fatta strada e costruita un buon nome nel territorio emiliano.

Ma un altro importante settore di attività della Hansel e Gretel è rappresentato dalla formazione. Per l’anno 2018-2019 il centro studi è infatti riuscito a organizzare un master in “Gestione e sviluppo delle risorse emotive” in tre sedi diverse, Reggio Emilia,Torino e Roma. La struttura accademica su cui si basa è quella della Pontificia facoltà di scienze dell’educazione “Auxilium”, di evidente provenienza Vaticana, mentre a livello locale il progetto aveva ricevuto di nuovo il patrocinio dei Comuni della Val d’Enza. Il corso si articola in 22 giornate complessive di seminari per un totale di quasi 200 ore di lezioni, aperto ad un massimo di 25 persone alle quali è richiesta una quota di circa 2000 euro per partecipare. A Reggio Emilia, la onlus ha lanciato anche un secondo master, una specializzazione in “Sofferenze traumatica e intelligenza emotiva”. Un importante impegno di stampo accademico a cui l’associazione affianca corsi di formazione su temi specifici, organizzati in incontri di due giornate e “rivolti a insegnanti, psicologi, educatori, assistenti sociali e tutti coloro che lavorano a stretto contatto con l’infanzia”.

Al centro dell’inchiesta figurano proprio i guadagni della onlus. Secondo gli investigatori, tra alcuni dipendenti dell’Unione Val D’Enza e la onlus di Moncalieri c’erano reciproci conferimenti di incarichi. La onlus era affidataria dell’intero servizio di psicoterapia voluto dall’ente pubblico e dei relativi convegni e corsi di formazione. I tre psicoterapeuti, (Foti, Bolognini e Sarah Testa) si legge nell’ordinanza, “nella piena consapevolezza della totale illiceità del sistema creato, a loro vantaggio, in palese violazione della normativa in tema di affidamenti di servizi pubblici e nella piena consapevolezza che la loro attività professionale venisse retribuita da ente pubblico, esercitavano sistematicamente attività di psicoterapia con minori loro inviati dal servizio sociale Val d’Enza”.

L’articolo Affidamenti illeciti di minori. Dai master al centro contro gli abusi: le attività della onlus sotto accusa proviene da Il Fatto Quotidiano.