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Batterie per auto elettriche, Ue alla rincorsa dell’Asia per il “nuovo petrolio”. Francia e Germania in pole, in Italia un impianto pilota

C’è un settore che non potrà mancare nello “European green deal” che Ursula von der Leyen intende presentare nei primi 100 giorni di mandato. Quello delle celle per le batterie agli ioni di litio in cui accumulare l’energia prodotta da fonti rinnovabili e, soprattutto, con cui alimentare le auto elettriche. Perché, dopo quella dal petrolio russo, tra un decennio l’Europa rischia un’altra dipendenza: quella dalle celle asiatiche per i sistemi di accumulo. Non è una nicchia: le celle valgono il 70% del pacco batteria, che a sua volta rappresenta il 35-40% del costo di un veicolo totalmente elettrico. Secondo l’European institute of innovation and technology nel 2025 quella filiera, di cui oggi le aziende europee hanno solo il 3%, potrebbe valere nel Vecchio Continente intorno ai 250 miliardi di euro l’anno e in gioco ci sono fino a 5 milioni di posti di lavoro (Leggi la prima puntata dell’inchiesta).

La Commissione uscente l’ha individuata come una “catena del valore strategica” e si è già attrezzata per recuperare terreno. Permettendo in alcuni casi ai 27 Paesi membri di sostenere i produttori in deroga alla normativa sugli aiuti di Stato. Ora che la crescita economica ristagna anche in Germania e il mercato dell’auto diesel continua a perdere colpi (a luglio -14% di produzione anno su anno), Parigi e Berlino hanno premuto sull’acceleratore sugli investimenti. Roma insegue, con un asso nella manica: entro fine anno nell’ex fabbrica Whirlpool di Teverola (Caserta) sarà operativo uno dei primi impianti pilota europei per la produzione di celle litio-ione.

L’Airbus delle batterie e i piani Ue: “20 miliardi di investimenti per 20-30 gigafactory” – Per capire che opportunità ci sono in ballo basta la cronaca degli ultimi mesi. A maggio i ministri dell’Economia di Francia e Germania hanno tenuto a battesimo con la benedizione del commissario Ue uscente per l’unione energetica Maroš Šefčovič l’”Airbus delle batterie“, alleanza ispirata al consorzio da cui 40 anni fa è nato il campione europeo dell’aeronautica. Šefčovič ha spiegato che per contrastare lo strapotere asiatico e soddisfare la sola domanda europea servono 20 miliardi di investimenti in 20 o 30 “gigafactory”, cioè fabbriche di batterie da decine di gigawattora l’anno, che avranno economia di scala tali da ridurre notevolmente il costo del prodotto finito. I governi francese e tedesco, una volta ottenuta luce verde da Bruxelles, sono pronti a offrire un totale di 1,7 miliardi di aiuti pubblici e se ne aspettano almeno 4 di investimenti privati. In prima linea il gruppo Psa (marchi Peugeot, Citroën, DS, Opel), che con il supporto della francese Saft convertirà lo stabilimento Opel di Kaiserslautern, vicino al confine tra i due Paesi, in una fabbrica di celle.

Volkswagen, che al Salone dell’auto di Francoforte presenterà il primo modello completamente elettrico, non si è fatta attendere: a metà giugno ha puntato 900 milioni di euro sul produttore svedese di celle Northvolt con cui intende aprire un megaimpianto da 20 gigawattora annui a Salzgitter, nella zona di Hannover, entro il 2024. Sempre in Germania è attesa nel 2020 la prima linea produttiva di celle, con una capacità iniziale di 4 gwh, firmata dal gruppo Bmz attraverso il consorzio Terra-E. L’anno dopo Tesla – di cui stando a indiscrezioni per ora smentite la stessa Volkswagen vorrebbe una quota – progetta di aprire in territorio tedesco la sua prima “gigafactory” europea, una fabbrica di batterie per auto elettriche nell’ordine dei 30 Gwh l’anno con un indotto di decine di migliaia di posti di lavoro. Nel frattempo Northvolt sta avviando una linea dimostrativa grazie a un finanziamento da 52 milioni della Banca europea per gli investimenti, che ne metterà sul piatto altri 350 per consentire alla startup – fondata da due ex manager Tesla, Peter Carlsson e l’italiano Paolo Cerruti – di costruire per il 2021 a Skellefteå, nel nord della Svezia, una fabbrica ancora più grande: 32 gigawattora all’anno. Bmw e Goldman Sachs hanno partecipato a loro volta all’aumento di capitale.

Offerta e domanda di batterie e quota europea sulla produzione, fonte Jrc

Insomma: l’Alleanza europea sulle batterie nata a fine 2017, di cui fanno parte 250 tra enti pubblici e aziende di tutte le fasi della filiera compresa Fca e gli altri grandi gruppi dell’auto basati in Europa, sta passando dai paper alle iniziative concrete. I cinesi che oggi dominano il mercato hanno capito l’antifona e sono andati al contrattacco. Poco dopo la mossa di Volkswagen, per esempio, il gruppo del Fujian Catl – tra i maggiori produttori con la giapponese Panasonic e la sudcoreana Lg Chem – ha aumentato da 240 milioni a 1,8 miliardi le risorse da destinare alla gigafactory di Erfurt, in Turingia: 15 gigawatt di produzione iniziale, addirittura 100 nel 2015. E a inizio settembre ha svelato una collaborazione a lungo termine con Bosch. Bmw ha già assicurato ordini per 4 miliardi nel prossimo decennio. Intanto Lg Chem ha annunciato la costruzione di una seconda fabbrica di batterie in Polonia: investirà 325 milioni di euro a cui si sommeranno 36 milioni di soldi pubblici.

Faam riconverte il sito Whirlpool di Teverola alla produzione di celle al litio – In Italia non ci sono all’orizzonte investimenti di portata simile. Ma Enel, Fiat Chrysler, la Faam del gruppo Seri Industrial e Terna, tra gli altri, a febbraio hanno inviato al ministero dello Sviluppo economico manifestazioni di interesse a partecipare a un “Important project of common european interest” (Ipcei) nel settore della produzione di celle e moduli batteria. Gli Ipcei sono progetti che la Commissione riconosce come utili per raggiungere obiettivi strategici dell’Ue e aumentarne la competitività, tanto da permettere ai Paesi membri di finanziarli in parte con aiuti di Stato. Francia e Germania sono capofila di due Ipcei sulla progettazione e produzione di celle e moduli di batteria, in fase di riconoscimento da parte dell’esecutivo europeo e a cui le aziende italiane interessate hanno già aderito. Ci conta la Faam, storico produttore di batterie al piombo che da 12 anni assembla quelle al litio comprando celle da produttori asiatici e ora sta per fare il salto. “Entro fine anno inizieremo a produrre celle litio-ione a Teverola, nel sito ex Whirlpool”, racconta il project manager Carlo Novarese. “Ora stiamo formando i 75 addetti, tutti ex dipendenti del gruppo delle lavatrici”. L’investimento è di 55 milioni, di cui 37 concessi da Invitalia a fronte della reindustrializzazione del sito, e la capacità iniziale sarà di circa 200 megawattora l’anno. “È un impianto pilota”, chiarisce Novarese, “che all’inizio non lavorerà per il settore auto ma per la trazione industriale, i sistemi di accumulo stazionari e gli usi militari, settori con volumi più bassi in cui contano molto la localizzazione geografica e la personalizzazione del prodotto”. Sarà comunque uno dei primi stabilimenti realizzato in Europa da un player continentale. Ed è solo il primo passo: “Abbiamo presentato un progetto di investimento da 500 milioni per realizzare una gigafactory con tecnologie oggi non disponibili sul mercato, siamo già in contatto con il ministero e dopo l’ok di Bruxelles speriamo in un contributo pubblico per il 40% della spesa, mentre il resto lo metteremmo noi con eventuali partner industriali”. Nel comparto della produzione di batterie a partire da celle importate c’è poi da un paio d’anni la Midac di Soave, che sta investendo per arrivare a una capacità produttiva di 12-15mila pacchi batterie nel 2021-2022.

Al via progetto di ricerca di base sulle batterie del futuro. Il nodo delle materie prime – Intanto a marzo è partito a livello europeo anche un progetto di ricerca di base, Battery 2030+, che punta inventare le batterie del futuro e fornire all’industria tecnologie all’avanguardia lungo tutta la filiera, che va dall’approvvigionamento delle materie prime al riciclo delle batterie a fine vita. “Per vincere la competizione con l’Asia è inutile rincorrerli producendo quello che loro già possono offrire su grandissima scala”, ragiona Silvia Bodoardo, professore associato presso il Dipartimento Scienza applicata e tecnologia del Politecnico di Torino e responsabile del progetto per l’ateneo che è l’unico partner italiano. “Dobbiamo mettere a punto celle più performanti dal punto di vista della quantità di energia immagazzinata e della vita della batteria, oltre che più sicure”.

Anche la riciclabilità è un aspetto cruciale, non solo perché le batterie esauste sono rifiuti pericolosi ma soprattutto perché l’Europa sconta un fortissimo deficit anche sul fronte della disponibilità delle materie prime necessarie per produrle, dal cobalto al litio a grafite e nichel. Un aspetto sottolineato anche nella risoluzione votata l’1 agosto all’unanimità dalla commissione Industria del Senato, a valle di un ciclo di audizioni sull’attuazione del piano d’azione strategico Ue sulle batterie. “E’ fondamentale puntare sulla cosiddetta “second life” delle batterie impiegate nei veicoli ibridi ed elettrici che, una volta dismesse, risultano ancora utilizzabili per stoccaggio di energia elettrica, in particolare quella prodotta con fonti rinnovabili”, spiega il presidente della commissione Gianni Girotto (M5s). “Allo stesso tempo, riteniamo fondamentale investire in ricerca e sviluppo di alternative alle batterie attualmente utilizzate, per garantire una filiera etica e rispettosa dell’ambiente”.

L’altra priorità, spiega Bodoardo, è iniziare a formare “in casa” professionisti e tecnici specializzati, visto che “in tutta Europa oggi non c’è un corso di laurea né un master per ingegneri di processo nell’ambito delle batterie. Gli svedesi per la loro prima gigafactory stanno andando ad assumere in Asia… E attenzione, non servono solo gli ingegneri: l’elettrauto da cui oggi andiamo a cambiare o riparare la batteria della macchina dovrà essere in grado di gestire un pacco batteria da centinaia di volt e altrettanti chili”. Il Politecnico, secondo la docente, ha tutte le carte in regola per candidarsi ad ospitare almeno un master. Che sarebbe il primo d’Europa.

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Rider, nel decreto gialloverde niente divieto di cottimo e solo i cococo avranno i diritti dei dipendenti. “Ora il Parlamento lo cambi”

Doppio binario per le tutele ai lavoratori della gig economy. A partire dai rider che consegnano il cibo a domicilio. La piccola élite ancora inquadrata con un contratto cococo può rivendicare già da oggi tutti i diritti che spettano ai dipendenti. Gli altri – la stragrande maggioranza dei ciclofattorini – dovranno aspettare la prossima primavera e a quel punto potranno contare sulla copertura assicurativa Inail ma non su un compenso fisso in base alle ore lavorate: il cottimo, diventato ormai la tipologia di pagamento più diffusa, resta consentito. Anche se la retribuzione non potrà essere determinata “in misura prevalente” dal numero di consegne fatte. E’ quello che prevede il decreto per la tutela del lavoro e le crisi aziendali, bloccato dalla crisi di governo e pubblicato in Gazzetta solo il 4 settembre nel giorno della nascita del Conte 2, a un mese dall’approvazione “salvo intese”.

“La montagna ha partorito un topolino: il testo è molto approssimativo e il rischio è che le tutele siano riservate a una minoranza“, commenta Vincenzo Martino, vicepresidente dell’associazione Avvocati giuslavoristi italiani. Mentre per Andrea Borghesi, segretario generale della Nidil Cgil, “lascia perplessi la parte sui compensi e la mancanza di qualsiasi riferimento alla trasparenza degli algoritmi e al ranking reputazionale“. E Riccardo Mancuso di Riders Union Bologna parla di “promesse disattese perché non si interviene sulle nostre rivendicazioni storiche: dallo scardinamento del sistema del cottimo al monte orario garantito all’abolizione del ranking”. Visto il cambio di maggioranza è molto probabile, comunque, che in fase di conversione il decreto sia modificato radicalmente: a marzo il Lazio del segretario Pd Nicola Zingaretti ha infatti approvato una legge regionale che mette al bando il compenso a cottimo.

Per i rider cococo le tutele che spettano ai subordinati… – L’articolo 1 del decreto, come anticipato all’inizio di agosto, è dedicato ai lavoratori delle piattaforme digitali. Il primo comma interviene “nel solco della sentenza della Corte di appello di Torino dello scorso gennaio per facilitare il lavoro dei giudici e agevolare la definizione delle controversie future”, spiega Martino. La Corte, ribaltando parzialmente la precedente decisione della sezione Lavoro del Tribunale che aveva negato il riconoscimento della subordinazione a un gruppo di rider di Foodora con contratto cococo, ha sancito che va loro applicato l’articolo 2 del Decreto legislativo 81/2015, uno dei decreti attuativi del Jobs Act. Secondo quell’articolo, “si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato” anche alle collaborazioni continuative se organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro. Quindi: i rider restano autonomi, ma in presenza di queste condizioni hanno diritto alle tutele tipiche dei lavoratori subordinati.

Il decreto firmato da Giuseppe Conte e Luigi Di Maio conferma che questa è l’interpretazione autentica, sancendo che l’articolo 2 va applicato già da oggi 5 settembre alle prestazioni “organizzate mediante piattaforme anche digitali”. Tutti i fattorini cococo, dunque, possono rivendicare per legge la retribuzione prevista dal contratto collettivo della logistica e trasporto merci, le coperture previdenziali, la malattia, le ferie, l’indennità di disoccupazione e il Tfr. Non solo: i rider iscritti alla gestione separata Inps potranno ora accedere ai congedi maternità e parentale e all’indennità di malattia e degenza ospedaliera (quest’ultima viene raddoppiata) con un requisito minimo di contribuzione di un solo mese, contro i tre previsti finora. Stesso requisito varrà anche per ricevere la dis-coll.

…ma la maggioranza è inquadrata come “occasionale” – Il problema è che oggi i fattorini di Deliveroo, Glovo (a cui l’anno scorso è stata ceduta Foodora) e UberEats non hanno contratti cococo. L’inquadramento prevalente, spiegano Borghesi e Mancuso, è il lavoro autonomo occasionale, che fino a un compenso annuo di 5mila euro lordi non è soggetto a contribuzione Inps né ad assicurazione Inail. Chi supera quella soglia apre la partita Iva o in alcuni casi viene contrattualizzato da società di logistica terze a cui le piattaforme di fatto subappaltano la gestione dei rapporti di lavoro. Di questi rider, che sono la maggioranza, si occupa il comma 2 dell’articolo 1 del decreto. Che aggiunge un Capo V-bis – Tutela del lavoro tramite piattaforme digitali all’articolo 2 del decreto del 2015. Il testo si propone di fissare “livelli minimi di tutela per i lavoratori impiegati nelle attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore”. Le novità principali sono due: sul fronte della retribuzione, il corrispettivo pagato potrà ancora essere determinato in base alle consegne effettuate “purché in misura non prevalente” e il corrispettivo orario sarà riconosciuto a condizione che il lavoratore accetti almeno una chiamata per ogni ora lavorata.

Viene poi introdotto l’obbligo di copertura assicurativa Inail, con un premio determinato “in base al tasso di rischio corrispondente all’attività svolta”. “Questo aspetto è positivo. Solo che questa parte del decreto, cruciale per lavoratori ad alto rischio di infortuni, entrerà in vigore 180 giorni dopo la conversione in legge: si parla della prossima primavera”, lamenta Borghesi. “Durante le audizioni in Parlamento chiederemo che i tempi siano più rapidi”. E la categoria della Cgil che si occupa dei lavoratori atipici contesta anche il mancato divieto di cottimo, il fatto che la disponibilità oraria sia pagata solo se si accetta almeno un ordine e l’assenza di qualsiasi riferimento alla trasparenza degli algoritmi attraverso i quali vengono gestite le consegne e i dati dei rider. Resta poi il nodo del ranking, il punteggio di “affidabilità” che se alto consente di scegliere i turni migliori ma quando si abbassa può determinare la “disconessione” del lavoratore dalla app. Che equivale a un licenziamento.

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Roberto Gualtieri, all’Economia arriva l’eurodeputato Pd paladino della flessibilità e degli Eurobond per finanziare gli investimenti

Alfiere di un’interpretazione flessibile del Patto di stabilità, “che vogliamo trasformare in un Patto di sostenibilità e crescita”. Promotore dello scorporo degli investimenti pubblici dal deficit e di un bilancio dell’Eurozona per aiutare i Paesi a mettere in campo politiche di sviluppo e finanziare una indennità di disoccupazione europea. E stakanov dell’Europarlamento: primo tra gli eurodeputati italiani per produzione legislativa, presente al 96,9% delle votazioni, insieme a Matteo Salvini unico connazionale nella lista dei 40 parlamentari europei più influenti nel quinquennio 2014-2019. Roberto Gualtieri, classe 1966, storico per formazione, sarà il primo non economista a prendere la guida del Tesoro dopo 30 anni di ministri “tecnici” o comunque addetti ai lavori. Una scelta che ha motivazioni chiare: nel decennio passato tra Strasburgo e Bruxelles come europarlamentare Pd ha seguito da vicino i maggiori dossier economici al centro delle trattative – e spesso dello scontro – tra l’Italia e la Ue. Dal fiscal compact alla riforma dell’unione monetaria. “È uomo di elaborazione e anche di mediazione“, come ha spiegato all’Adnkronos Giuseppe Vacca, ex presidente della Fondazione Gramsci di cui il ministro designato è stato vicepresidente ed è ancora garante.

Gualtieri, ex tesserato Figc, membro dalemiano della segreteria romana dei Ds tra 2001 e 2006 e dal 2008 nella direzione nazionale del Pd, è laureato in Storia contemporanea. Interromperà una lunghissima teoria di inquilini di via XX Settembre con all’attivo studi e carriera in campo economico. Correva l’anno 1987 (governo Goria) l’ultima volta che nello studio con la scrivania di Quintino Sella si insediò un politico, il giurista e due volte presidente del Consiglio Giuliano Amato. Già nel 1989 (Andreotti VI) la poltrona andò all’ex governatore di Bankitalia Guido Carli e da allora, prima e dopo l’accorpamento del Tesoro con il Bilancio e le Finanze, nel cv dei ministri la laurea in Economia c’è sempre stata. Con l’eccezione di Giulio Tremonti, giurista ma esperto di diritto tributario.

Dalla sua l’eurodeputato romano, che oltre a inglese, francese e tedesco parla bene il portoghese e suona la chitarra con una predilezione per la bossanova, ha una conoscenza approfondita delle regole di bilancio europee e una fitta rete di relazioni nelle istituzioni, costruita nel corso di due legislature Ue. L’ultima (2014-2019) l’ha visto presiedere la Commissione per i problemi economici e monetari e “svolgere un ruolo da protagonista nella battaglia per una svolta verso politiche più espansive, inclusive e sostenibili”, racconta lui stesso nell’introduzione a un corposo e patinato Rendiconto di legislatura pubblicato sul suo sito a marzo. Rivendicando di aver ottenuto “risultati concreti” per il “superamento dell’austerità” ma anche di aver presieduto il negoziato che ha portato alla creazione del Fondo europeo per gli investimenti strategici – il cosiddetto piano Juncker – e “contribuito” come membro delle commissioni istituite dopo gli scandali LuxLeaks e Panama Papers a ottenere risultati nella lotta a evasione, elusione e riciclaggio che costano 825 miliardi l’anno ai cittadini europei.

Il ruolo più attivo, comunque, Gualtieri l’ha avuto sul fronte più caldo in vista della legge di Bilancio che il neoministro dovrà preparare entro il 15 ottobre: i paletti europei sui conti pubblici. Nel 2012, da membro insieme a Elmar Brok, Guy Verhofstadt e Daniel Cohn-Bendit del team negoziale del Parlamento europeo per il Fiscal compact, presentò un emendamento al trattato intergovernativo che prevedeva l’esclusione parziale degli investimenti pubblici dai parametri di deficit: l’agognata Golden rule. La proposta fu respinta, ma ne fu accolta un’altra per rendere meno rigido il vincolo del pareggio di bilancio. Gualtieri, con il gruppo dei Socialisti e Democratici, è stato poi tra i sostenitori di un ampliamento dei margini di flessibilità nell’ambito del Patto. Linea che è sfociata a gennaio 2015 nell’approvazione, da parte della Commissione Juncker, di un documento con indicazioni su come “sfruttare al meglio la flessibilità consentita dalle norme”: è lì che sono state definite le clausole che concedono più spazio di manovra per investimenti, riforme o in caso di eventi straordinari come terremoti e flussi migratori. Poi ampiamente sfruttate dai governi Renzi e Gentiloni.

Una “breccia nel muro dell’austerità”, ma “ancora insufficiente”. Perché Gualtieri nelle 26 pagine del rendiconto – corredate di foto con Draghi e Tsipras, con gli operai nei cantieri ma pure davanti alla prigione in cui è rinchiuso l’ex presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva a cui ha fatto visita l’anno scorso – auspica che la nuova legislatura europea iniziata a luglio sia quella della svolta. Con la trasformazione del Patto di stabilità in un “Patto di sostenibilità e crescita con una Golden rule sugli investimenti”, il potenziamento del bilancio Ue da finanziare con “digital tax, carbon tax e tassa sulle transazioni finanziarie” e un migliore coordinamento delle politiche economiche per evitare “squilibri come l’eccessivo avanzo delle partite correnti che ha oggi la Germania“. Tema carissimo a Matteo Renzi ma sottolineato di recente anche da Giuseppe Conte. C’è spazio poi ovviamente per “la sostenibilità sociale e ambientale”, che “deve essere l’architrave delle politiche europee e di una riforma del modello di sviluppo”, la lotta al cambiamento climatico, la finanza sostenibile “che punta a indirizzare gli investimenti dell’intera industria finanziaria verso la sostenibilità ambientale”. E la speranza negli Eurobond, che “potrebbero essere acquistati dalla Bce per un programma straordinario di investimenti in capitale umano, ricerca, infrastrutture ed energie rinnovabili”.

Numerosi i punti di contatto con i neo alleati di governo pentastellati anche per quanto riguarda finanza e banche: il nuovo titolare del Tesoro è a favore di una garanzia europea dei depositi, della separazione tra attività finanziarie e commerciali e di norme rigorose per favorire gli investimenti nell’economia reale e di lungo termine rispetto alla speculazione finanziaria. E ritiene un fiore all’occhiello aver ottenuto, nel negoziato sulle regole bancarie e sullo smaltimento dei crediti deteriorati, il rafforzamento delle misure a sostegno delle pmi e “condizioni più favorevoli per la concessione di crediti garantiti da stipendi o pensioni” evitando invece modifiche alle norme che garantiscono un trattamento privilegiato dei titoli di Stato nei bilanci degli istituti. Quanto alle regole sul bail-in, è convinto che vadano applicate con flessibilità come è successo del resto dopo la crisi di Mps e la liquidazione delle ex Popolari venete, con la previsione di rimborsi per i risparmiatori truffati. Risarcimenti promessi e messi in campo da Gentiloni prima di essere ampliati e resi operativi in extremis dai gialloverdi subito dopo la crisi di governo.

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Titoli di Stato, tasso sui Btp in calo ma nell’Eurozona solo quelli greci pagano di più. E in 9 Paesi rendimenti sottozero

Nel secondo giorno di consultazioni per risolvere la crisi di governo continua il calo dei rendimenti dei titoli di Stato decennali italiani. Il tasso sul Btp è sceso giovedì mattina sotto l’1,3%, il minimo dall’inizio di ottobre 2016. Non sorprende del resto che gli investitori, davanti all’ipotesi di un governo M5s-Pd che allontanerebbe le urne, tornino a comprare debito sovrano italiano: le politiche ultraespansive e il programma di acquisto di titoli della Bce (quantitative easing) hanno talmente compresso i rendimenti dei bond che ormai da alcuni mesi nove Paesi membri dell’Eurozona “offrono” tassi negativi a chi acquista i loro titoli. In questo panorama i decennali tricolori sono evidentemente un’opzione ghiotta per chi è a caccia di rendimenti a basso rischio, visto che promettono un guadagno secondo solo a quello degli omologhi greci. Crollati a loro volta all’1,9% dopo la vittoria del conservatore Kyriakos Mitsotakis alle elezioni di luglio.

Tabella di Quant capital management

A guidare il club del sottozero è la Germania: chi investe in Bund oggi accetta di rimetterci lo 0,67% del capitale. E ieri Berlino ha venduto in asta addirittura un titolo trentennale con rendimento negativo, seppure con scarso successo di pubblico. Seguono, in ordine di rendimenti crescente, i Paesi Bassi, la Slovacchia, l’Austria, la Finlandia, la Francia (che ha emesso il primo Oat decennale a tasso negativo in luglio), il Belgio, la Slovenia e l’Irlanda. Non solo: anche Danimarca e Svezia, membri della Ue ma fuori dall’area euro, hanno tassi negativi su tutte le scadenze.

Spagna e Portogallo, un tempo accomunati all’Italia nell’acronimo Pigs che indicava i Paesi europei meno virtuosi nella finanza pubblica, non sono ancora ai rendimenti sottozero sul decennale ma ci stanno arrivando visto che hanno visto scendere a valori negativi i tassi dei titoli a più breve durata, fino ai 9 anni per Madrid e fino agli 8 per Lisbona.

Sopra quota 1%, oltre alla Grecia, ci sono ormai solo pochi emergenti dell’Europa orientale con governi accusati di derive autoritarie: dall’Ungheria di Viktor Orban alla Polonia alla Romania, unico Stato europeo ad offrire ancora un rendimento del 4%. Il Paese è alle prese da più di due anni con frequenti proteste di piazza contro la corruzione e alcuni tentativi di riforma della giustizia mirati secondo l’opposizione a salvare dal carcere l’ex presidente della Camera e leader del Partito social democratico Liviu Dragnea. Al referendum del 26 maggio gli elettori hanno respinto un’amnistia per i reati di corruzione e il giorno dopo Dragnea è stato condannato in appello per abuso d’ufficio. Ma le manifestazioni contro la premier Viorica Dăncilă, sua fedelissima, continuano ancora oggi.

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Salvini, chi sono gli imprenditori con lui: l’ex renziano re delle pentole, il signore del vino pugliese e l’erede che fa affari con l’acqua minerale

C’è il produttore di pentole in alluminio, ex fan di Renzi (“il suo è il governo che ha fatto di più per le imprese”), rimasto folgorato sulla strada del sovranismo. L’erede della dinastia degli elettrodomestici Zanussi-Zoppas che oggi si occupa di imbottigliamento di acque minerali pagando quelle che Luigi Di Maio ha definito “concessioni vergognose”, da rivedere al rialzo. Poi il piddino rinnegato che guida una cooperativa di viticoltori presieduta dall’ex ministro prodiano Paolo De Castro. Più scontati l’imprenditore delle scarpe made in Italy fiducioso nella revoca delle sanzioni alla Russia, grande mercato di esportazione, e il commendatore romagnolo che utilizza il prestigioso marchio di famiglia per accessori e residence di lusso. È l’armata degli imprenditori che si sono più o meno apertamente schierati con Matteo Salvini dopo l’apertura della crisi di governo. E dai quali potrebbe essere arrivata anche una spinta decisiva: a Ferragosto il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti ha spiegato a Repubblica che il leader si è risolto a quella mossa dopo aver consultato i ministri, i capigruppo e “una ventina di imprenditori e figure di spicco dell’economia“, il cui responso “è stato lo stesso: al voto“.

Il “re delle pentole” che ha firmato un libro con Richetti – Il 13 agosto, parlando al Senato subito prima del no alla sua proposta di votare già il 14 agosto la mozione di sfiducia al premier Conte, il leader leghista ha snocciolato un elenco di leader di confederazioni industriali che si erano espressi per il ritorno alle urne il prima possibile. Da Marco Bonometti, numero di Confindustria Lombardia, a Maurizio Casasco, presidente Confapi, passando per Paolo Agnelli che ha fondato e guida Confimi Industria, confederazione che dichiara “circa 40mila imprese per 495mila dipendenti con un fatturato aggregato di quasi 80 miliardi di euro”. Ma il bergamasco Agnelli, erede della Alluminio Agnelli fondata oltre un secolo fa dal nonno Baldassarre, non ha solo auspicato che si vada a elezioni subito. “Le soluzioni del “vorrei ma non posso” tengono l’industria italiana impantanata nella volontà e nelle paure della finanza targata Bruxelles“, si è affrettato a dichiarare l’industriale che produce pentole professionali utilizzate anche nei più famosi show di cucina, da Masterchef ai programmi di Benedetta Parodi. “Abbiamo bisogno che ci liberino dalle catene” e che “sia un governo veramente rappresentativo a preparare la prossima manovra“. L’auspicio, insomma, è vedere a Palazzo Chigi chi dei vincoli Ue promette di “fregarsene“. Come il Capitano, artefice peraltro di quella quota 100 che “aspettavamo da tempo”.

Paolo Agnelli tra Matteo Richetti e Carlo Calenda, dicembre 2017

La corrispondenza di amorosi sensi è iniziata il 15 ottobre 2018, quando Salvini ha saltato un vertice di governo per partecipare all’assemblea di Confimi a Monza dichiarandosi contro “i monopoli della rappresentatività” (leggi Confindustria) e promettendo di “ragionare per creare il Ministero delle piccole e medie industrie“, chiodo fisso di Agnelli. Tanto è bastato per convincere il “re delle pentole”, che pure nel 2017 aveva simpatie politiche diverse. “Il mondo delle imprese deve ringraziare l’operato del governo Renzi”, giurava nel dicembre di quell’anno presentando il libro sulle pmi Piccole per modo di dire firmato a quattro mani con il deputato dem Matteo Richetti. “È quello che ha fatto di più per le imprese: dall’abolizione dell’articolo 18 al taglio dell’Irap“. Di Renzi gli piaceva pure la riforma costituzionale bocciata al referendum, oltre alla posizione favorevole alle grandi infrastrutture. “Troppa democrazia ci sta mandando alla paralisi”, commentava dopo gli scontri tra No Tap e forze dell’ordine. “Quello che vediamo contro il Tap è un ambientalismo malsano che già in passato ha causato diverse chiusure aziendali”.

Zoppas e lo scontro con Di Maio sulle concessioni – Più cauto il numero uno di Confindustria Veneto Matteo Zoppas: a caldo ha dichiarato che nel governo “una rottura ci voleva” e “Salvini si è preso questa responsabilità“, poi al Corriere del Veneto ha precisato che “la decisione del vicepremier Salvini è una sua responsabilità politica di cui prendiamo atto in modo asettico“. Certo è che per Zoppas la politica deve mettere al primo posto le grandi infrastrutture – dalla Tav alla Pedemontana Veneta, di cui è grande fan – e non “irrigidire le regole” sul lavoro, come con il decreto Dignità definito “cappio al collo per gli imprenditori”. E i rapporti con l’altra metà del governo gialloverde si erano definitivamente guastati lo scorso autunno quando Luigi Di Maio, di fronte alle critiche del 45enne bocconiano figlio di Gianfranco Zoppas e Antonia Zanussi, ha ribattuto che: “Vero, io sono inesperto e devo imparare. Però è bello fare il presidente di Confindustria locale, l’imprenditore, gestendo l’acqua minerale con concessioni irrisorie, con prezzi stracciati, con concessioni vergognose a cui metteremo mano con la manovra di fine anno”. Perché, dopo la vendita negli anni Ottanta dell’impero degli elettrodomestici alla svedese Electrolux, oggi il business di famiglia è l’Acqua minerale San Benedetto, guidata dallo zio Enrico Zoppas. Oltre 700 milioni di fatturato contro canoni annui che stando a un Rapporto del ministero dell’Economia superano di poco i 3 milioni di euro.

Gli imprenditori del lusso e la “sorpresa” Maci, re del vino pugliese – Allo stesso modo non stupisce che con il leader del Carroccio si siano schierati Gimmi Baldinini dell’omonima azienda produttrice di scarpe di lusso – per lui la priorità è lo stop alle sanzioni economiche contro la Russia -, il presidente degli imprenditori ippici Enrico Tuci a cui il leghista aveva promesso interventi contro la crisi del settore e Tonino Lamborghini, che ha messo a frutto il nome del padre Ferruccio creando un marchio per accessori e residenze di superlusso dalla Cina a Dubai. “In passato ho votato per Berlusconi e Renzi“, ha raccontato al Corriere, “la mia famiglia oggi punta su Salvini”. Meno scontato l’endorsement di Angelo Maci, enologo e patron di Due Palme, storica cooperativa vinicola da 1.200 soci basata a Cellino San Marco (en passant il paese di Albano Carrisi, grande fan del Capitano). A fine 2014, accogliendo l’allora vicesegretario dem Lorenzo Guerini in tour nelle “eccellenze” del sud, diceva di avere “molta fiducia nell’operato del premier Matteo Renzi“. Nel comitato di benvenuto c’erano anche Teresa Bellanova e da Paolo De Castro, all’epoca vicepresidente della commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento Ue, che di Due Palme sarebbe poi diventato presidente onorario. Poi la delusione per l’operatore del governatore Michele Emiliano e la svolta ufficializzata in un’intervista elegiaca ad Affaritaliani: “Mi riconosco in Salvini e in tutto quello che sta facendo. Ha fatto bene sulla sicurezza e adesso se sarà messo nelle condizioni di agire farà altrettanto bene sul tema del lavoro e del fisco”. Sui social sono partiti gli incitamenti al boicottaggio delle bottiglie con la doppia palma. Immediata la difesa dei coordinatori locali della Lega: “Clima da caccia alle streghe, se se uno esprime vicinanza al pensiero di Salvini diventa il protagonista di un attentato di lesa maestà”.

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Lega, bilancio 2018 in perdita per 16,5 milioni. I 49 milioni, spalmati su 76 anni a interessi zero, scendono a 18,4. Boom di donazioni

Togli i 3 milioni già sequestrati e spalma i 46 che rimangono su 76 anni e senza interessi. Risultato: grazie all’accordo raggiunto lo scorso settembre con i pm i famosi 49 milioni di fondi che la Lega deve restituire allo Stato calano a poco più di 18 di “valore netto attualizzato”. Non male, come converrà chiunque abbia un mutuo. Quel debito, comunque, manda in profondo rosso il bilancio federale 2018 del Carroccio, che si chiude con una perdita di 16,4 milioni contro il rosso di 1,15 milioni registrato l’anno prima, quando l’arrivo al governo era ancora lontano. In compenso, come emerge dal rendiconto pubblicato ieri sul sito del partito e approvato il 14 giugno scorso dal consiglio federale (la data riportata sul documento, “14 giugno 2018”, è evidentemente sbagliata), i contributi versati da persone fisiche e persone giuridiche hanno superato quota 7 milioni di euro: nel 2017 non arrivavano al milione. Merito, in gran parte, dei soldi versati da parlamentari, membri dell’esecutivo e consiglieri regionali.

Gli 8 milioni di proventi della gestione caratteristica derivano per 922mila euro dal 2 per mille Irpef di 81.405 contribuenti che hanno messo la firma in dichiarazione dei redditi per finanziare il partito e per il resto dai contributi da persone fisiche – 6,9 milioni – a cui vanno sommati 151mila euro arrivati da persone giuridiche. Il bottino del 2 per mille risulta più che dimezzato rispetto alla cifra messa a segno nell’esercizio precedente, ma c’è una spiegazione: a fine 2017 il partito si è sdoppiato in Lega Nord per l’Indipendenza della Padania e “nuova” Lega per Salvini Premier, che ha doppiato il vecchio Carroccio portando a casa lo scorso anno 2 milioni e 40mila euro grazie a 187mila preferenze espresso e chiudendo il bilancio con 1,2 milioni di avanzo.

Per quanto riguarda i donatori, la lista di quelli che hanno versato più di 5mila euro – pubblicata come prevede la normativa sulla trasparenza – comprende tutti i deputati e senatori del Carroccio con versamenti da poco più di 20mila a 44mila euro, somma che in alcuni casi sale per i ministri: il titolare dell’Agricoltura Gianmarco Centinaio per esempio si è “autotassato” per 51.500 euro, il neo titolare degli Affari europei Lorenzo Fontana ne ha girati ben 56mila mentre Giulia Bongiorno si è fermata a 24mila e il leader Matteo Salvini ha scelto una via di mezzo e ne ha sborsati 36mila. Le donazioni da aziende nel rendiconto nazionale sono solo due: 100mila euro dall’azienda di liquidi per sigarette elettroniche Vaporart e 10mila dalla società di trasporti e consegne Derby group di Catignano (Pescara). Altri cadeaux emergono però dai rendiconti delle 13 strutture territoriali: per esempio la Pata di Castiglione delle Stiviere (patatine), il Consorzio agrario di Cremona e la sgr Kairos partners hanno donato 10mila euro ciascuno alla Lega lombarda e la Società agricola biogreen ne ha destinati 30mila alla Liga veneta, che ne ha ricevuti altri 10mila da Giulia società agricola. Nessun soggetto straniero risulta aver rimpolpato le casse di via Bellerio.

Sottratti dagli 8 milioni di ricavi gli oneri per la gestione caratteristica, pari a 5,5 milioni tra cui 656mila euro di stipendi per i 9 dipendenti, il risultato economico è positivo per 2,5 milioni. Una “inversione di segno” rispetto agli esercizi precedenti affossati dall’abolizione nel 2013 del finanziamento pubblico, sottolinea la Relazione sulla gestione. Salgono a 863mila euro, dai poco più di 40mila del 2017, le disponibilità liquide su conti bancari e depositi postali. Sono i proventi e oneri straordinari a mandare in rosso l’ultima riga del bilancio, e a pesare sono proprio i quasi 49 milioni di euro accumulati grazie a una truffa allo Stato sui rimborsi elettorali per la quale sono stati condannati Umberto Bossi e Francesco Belsito. Come è noto, lo scorso anno la procura di Genova ha accordato al partito la possibilità di restituirli a rate di 100mila euro a bimestre, dunque 600mila euro l’anno. La prima verrà pagata quest’anno. 

Quanto alle articolazioni territoriali, otto su 13 hanno chiuso in rosso (la Lega lombarda di ben 2 milioni per effetto del sequestro giudiziario sui suoi conti) mentre registrano un piccolo utile Lega Nord Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Marche ed Emilia.

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Disuguaglianze, “ecco perché chi è svantaggiato non si ribella e i dominanti si convincono di meritare i privilegi”

La quota di pil spesa in pubblicità è più alta nei Paesi in cui è maggiore la disuguaglianza. E i cittadini di quei Paesi passano più tempo a cercare su Google le marche del lusso ritenute simbolo di distinzione sociale. Al tempo stesso, in quelle società i bambini e ragazzi che arrivano da famiglie di basso status si sentono meno intelligenti e capaci di risolvere problemi rispetto ai coetanei ad alto reddito. Sono due delle decine di ricerche che Chiara Volpato, professore di Psicologia sociale all’università di Milano-Bicocca, passa in rassegna nel suo Le radici psicologiche della disuguaglianza (editore Laterza) per raccontare come mai le disuguaglianze siano in continuo e progressivo aumento ma chi le subisce tenda ad accettarle invece che contrastarle.

Le grandi disuguaglianze hanno costi privati – senso di insicurezza, impotenza e sfiducia, ansia, stress – ma sono anche causa di problemi sanitari e sociali, di un rafforzamento del razzismo e della violenza e, in ultima analisi, di una “minore felicità collettiva“, argomenta Volpato. Al contrario le società egualitarie mostrano buoni livelli di fiducia sociale e coesione, mentre al crescere della disuguaglianza diminuiscono sia la fiducia sia la partecipazione dei cittadini alla vita civile e democratica, perché gli svantaggiati perdono la speranza di poter cambiare la situazione impegnandosi attivamente. E questa involuzione, a sua volta, è collegata ad un aumento di evasione fiscale, corruzione e reati. Così si materializza un quadro di “infelicità collettiva“, tensione sociale, instabilità politica, aumento dell’incidenza dei disturbi psichici. E pure minore disponibilità ad accogliere immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, diretto risultato del fatto che le classi inferiori temono la competizione per il lavoro e le risorse e quelle superiori si convincono che cambiare lo status quo andrebbe a loro svantaggio.

Perché allora le disparità aumentano, i patrimoni continuano a essere concentrati nelle mani di pochi ma le politiche di redistribuzione non prendono piede e chi più subisce le disuguaglianze continua a tollerarle? Per capirlo, secondo Volpato, l’approccio economico e quello sociologico non bastano: occorre indagare i meccanismi psicologici e cognitivi che portano i privilegiati a percepire come legittima la propria superiorità e gli svantaggiati a giustificare e sostenere lo status quo. Meccanismi alimentati, spiega il saggio, anche da “credenze acritiche nella meritocrazia” e nella possibilità di una mobilità ascendente in realtà sempre più rara. A sua volta, poi, la concentrazione del potere economico “rafforza il potere politico dei privilegiati“, spianando la strada a decisioni che favoriscono il famigerato “1%” che gode di ricchezze superiori a quelle del restante 99% della popolazione.

Il saggio argomenta la tesi della legittimazione delle disuguaglianze con gli strumenti della psicologia sociale, analizzando i meccanismi e le credenze con cui i gruppi privilegiati “costruiscono” la propria superiorità (come quella che Volpato definisce “l‘ideologia neoliberista“) e i fattori per cui il 99% si adatta e accetta la realtà sociale come immutabile. Ogni capitolo è ricco di esempi tratti da esperimenti e ricerche condotti in tutto il mondo, che rivelano verità decisamente scomode. Per esempio che fin dalle elementari i bambini interiorizzano gli stereotipi di classe, per cui le prestazioni di quelli che arrivano da famiglie di basso status peggiorano quando prima di un test si chiede loro che cosa fanno o quanto guadagnano i genitori. Oppure che il denaro cambia le persone modificandone i processi cognitivi ed emotivi: un gran numero di studi dimostra come sia sufficiente “attivare il concetto di denaro” nella mente di un individuo per renderlo più propenso a lavorare da solo per raggiungere un obiettivo individuale ma meno sensibile ai bisogni degli altri e meno empatico. Di più: far balenare sullo schermo del computer l’immagine di un biglietto da 100 dollari basta per accrescere la preferenza nei confronti di un sistema di libero mercato pure nel campo del trapianto di organi.

E ancora: vivere in condizioni di povertà riduce la capacità cognitiva, agendo come una vera e propria “tassa sulla mente”. E “alcuni tratti caratteriali – autostima eccessiva, grande capacità di persuasione, fascino, spregiudicatezza, assenza di rimorsi, capacità di manipolazione, tratti che permettono di fare ciò che si vuole quando si vuole senza curarsi delle conseguenze – accomunano criminali psicopatici e persone di successo, come manager e leader politici”.

Dopo aver descritto i processi di legittimazione e colpevolizzazione, Volpato suggerisce anche una ricetta per intervenire sulle disuguaglianze: innanzitutto “aumentare l’istruzione di tutti i ceti sociali“, poi lavorare per sostituire “l’individualismo esasperato che costituisce il nocciolo dell’ideologia imperante” con “un pensiero fondato sulla considerazione e sulla promozione del bene comune“. La conclusione, inevitabile, è la stessa a cui arriva Thomas Piketty nel suo Il capitale nel XXI secolo: serve una presa di posizione politica, perché nella politica ci sono sia il nucleo della disuguaglianza sia la possibilità di ridurla. Uno sguardo all’evoluzione delle divisioni politiche in Europa e negli Stati Uniti, però, non fa ben sperare. I ceti popolari, come rilevato dallo stesso Piketty, non si sentono più rappresentanti dai partiti di sinistra – che attirano invece le fasce più istruite – e tendono sempre più all’astensionismo o ad aderire ai nuovi movimenti sovranisti, con l’eccezione però delle minoranze come gli immigrati di seconda generazione. Le classi meno favorite sono dunque più divise e ancora meno in grado di farsi sentire.

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Fondi Ue, 58 miliardi su 75 ancora da usare. Speso solo il 20% delle risorse per occupazione, ricerca e piccole imprese

La corsa contro il tempo fatta negli ultimi mesi del 2018 a qualcosa è servita. L’Italia, che a fine 2017 era riuscita a spendere solo il 9% dei 75 miliardi di fondi Ue e cofinanziamenti nazionali cui ha diritto per il periodo 2014-2020, con uno sprint finale è arrivata ad utilizzare il 23% delle risorse e a destinarne il 68%. Ma c’è poco da festeggiare, non solo perché tra i 28 solo Croazia, Slovacchia e Spagna hanno fatto peggio. Ma soprattutto perché la Penisola arranca nel mettere a frutto Fondo sociale europeo e Fondo europeo di sviluppo regionale. Ovvero i 17,4 miliardi destinati ad aiutare i giovani Neet nella ricerca di un posto, a promuovere l’imprenditorialità, a ricollocare i disoccupati over 45 e finanziare l’aggiornamento delle lavoratrici che rientrano dalla maternità. E gli altri 33,5 che dovrebbero finanziare lo sviluppo sostenibile, la competitività delle piccole e medie imprese, la ricerca e le nuove tecnologie, l’istruzione, la messa in sicurezza delle scuole. Soldi che restano in gran parte inutilizzati proprio mentre Roma chiede di cambiare i vincoli europei responsabili secondo Matteo Salvini di “disoccupazione, precarietà, chiusura degli ospedali e blocco degli investimenti“.

L’Agenzia voluta da Letta e la riforma di Renzi non sono bastate – Il settennato di programmazione iniziato nel 2014 ha riservato all’Italia un piatto ricchissimo: con circa 45 miliardi di fondi comunitari, a cui va sommato il contributo nazionale e regionale, siamo il secondo beneficiario nell’Unione dopo la Polonia. Per questo alla fine del 2013 il governo Letta aveva promesso di invertire la rotta, stoppando lo spreco dei fondi causa inefficienze ed eccesso di burocrazia. Lo strumento doveva essere la nuova Agenzia per la coesione territoriale, con la mission di assistere le amministrazioni, monitorare l’uso dei soldi e pure gestire direttamente specifici progetti (oggi si occupa di quello su Governance e capacità istituzionale e del Pon Città Metropolitane). L’anno dopo Matteo Renzi avrebbe trasferito alla presidenza del Consiglio il Dipartimento per le politiche di coesione, sottraendolo al ministero dello Sviluppo e attribuendosi “potere sostitutivo” sull’utilizzo dei fondi in caso di inadempimento, ritardi o inerzia delle amministrazioni. “Una riorganizzazione più formale che sostanziale, visto che il grosso delle risorse continua ad essere gestito dalle Regioni, soprattutto quelle del Sud“, fa notare Andrea Ciffolilli, esperto di politiche europee per lo sviluppo regionale e l’innovazione che ha coordinato numerosi progetti della Commissione e si è occupato di questi temi su lavoce.info.

Utilizzato meno di 1 euro su 4. Tre programmi non hanno raggiunto i target – Come evidente dal grafico in fondo alla pagina, i risultati continuano a non essere brillanti. A quattro anni dall’avvio del nuovo ciclo, 28 miliardi di euro non sono stati neppure allocati, cioè associati a uno specifico obiettivo. Mentre solo 17,5 miliardi su 75 sono stati effettivamente utilizzati a valere su Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), Fondo sociale europeo (Fse), Fondo per l’occupazione giovanile – quello che finanzia Garanzia giovani – e i Fondi per Agricoltura e sviluppo rurale e per Affari marittimi e pesca. Prendiamo i primi due, che cofinanziano 51 dei 75 programmi operativi complessivi: al 31 dicembre 2018, data dell’ultimo monitoraggio ufficiale, l’Italia ha certificato di aver speso solo il 20% delle risorse del Fse (3,5 miliardi) contro una media Ue del 27% e pianificato l’utilizzo del 54% dei 17,4 miliardi complessivi. Ed è ferma al 20% (6,5 miliardi) anche la spesa del Fesr. Tre programmi su 51, poi, non hanno raggiunto gli obiettivi di spesa e sono quindi a rischio di disimpegno automatico: tradotto, Bruxelles potrebbe riprendersi i soldi. Per un totale di 61,2 milioni di euro, di cui 35 destinati al Programma nazionale Ricerca e innovazione gestito dal Miur e 24,6 al Pon Inclusione gestito dal ministero del Lavoro, da utilizzare tra l’altro per le politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. I due ministeri hanno però chiesto alla Ue di riconoscere l’eccezione al disimpegno “per la presenza di ricorsi giudiziari” e “per cause di forza maggiore“.

Gli stratagemmi per avvicinarsi agli obiettivi – E va considerato che in entrambi i casi il governo “per facilitare il raggiungimento dei target di spesa” e scongiurare la perdita di risorse più ingenti è ricorso a un trucco: lo scorso ottobre il dipartimento Politiche di coesione ha chiesto e ottenuto dalla Commissione di ridurre il tasso di cofinanziamento nazionale in modo da abbassare la cifra da spendere entro i termini previsti e avvicinarsi agli obiettivi intermedi. Un meccanismo fotocopia rispetto a quello utilizzato nel 2012 dall’allora ministro per la coesione territoriale del governo Monti Fabrizio Barca. Lo stesso stratagemma è stato impiegato per i programmi operativi regionali Por Basilicata Fesr, Por Sicilia Fesr e Por Molise, con riduzioni fino a 25 punti percentuali, e per i Pon Governance, quello per le Città metropolitane (gestiti direttamente dall’Agenzia per la coesione) e quello per la Scuola. Con il risultato che 944 milioni di risorse destinate alle tre Regioni e a quei programmi hanno dovuto essere riprogrammate. “È una scelta grave dal punto di vista strategico”, commenta Ciffolilli. “I fondi europei dovrebbero dare valore aggiunto agli investimenti nazionali: se diminuisco quelli nazionali il meccanismo non funziona più. Nonostante questo è una pratica a cui l’Italia ricorre spesso. Un altro trucco consiste nel rendicontare alla Commissione progetti in realtà già in costruzione e già finanziati, i cosiddetti “progetti coerenti” o “sponda“. Ma così viene meno il senso di una programmazione settennale mirata allo sviluppo e non legata al ciclo politico“.

Poca capacità progettuale e competenze frammentate – Il minimo comune denominatore è che le amministrazioni sono lente nella progettazione degli interventi, nei controlli e nella certificazione della spesa. Quando si accorgono di essere in ritardo, parte la corsa a rendicontare e spendere purchessia. Anche presentando come giustificativo “fatture” per lavori già in corso, accantonando soldi in fondi di garanzia che (forse) verranno utilizzati in un momento successivo o finanziando a pioggia iniziative come feste patronali e sagre, più utili per corroborare il consenso a livello locale che per lo sviluppo del territorio. Secondo Ciffolilli, accanto alla complessità oggettiva dei regolamenti europei pesa la scarsa capacità progettuale e amministrativa, che chiama in causa la preparazione della pubblica amministrazione. Poi c’è il problema della governance, che resta bizantina. “Dopo la riforma del titolo V della Costituzione le competenze sono frammentate tra Stato, amministrazioni locali, Agenzia per la coesione. Così può anche succedere che un ministero e una Regione mettano a bando risorse per lo stesso obiettivo, per esempio favorire investimenti innovativi nelle piccole e medie imprese, ma con parametri diversi: ovviamente le aziende partecipano a quello con i criteri meno restrittivi“. Mentre l’altro bando va deserto.

L’Anci aggiunge che “i tempi in cui maturano e si consolidano le scelte di programmazione risultano troppo dilatati. Mediamente il processo dura dai due ai tre anni  dall’avvio del ciclo”. Risultato: “Le scelte programmatiche non sempre risultano coerenti con le priorità indicate dai Comuni in sede di condivisione dei programmi operativi. Questo comporta un successivo passaggio di verifica di coerenza degli interventi finanziati con gli strumenti di programmazione ordinaria dei Comuni, con intuibile ulteriore aggravio di tempi”. In più gli enti lamentano l’eccessiva “complessità delle procedure di rendicontazione e certificazione delle spese” e il “troppo laborioso e burocratico sistema di controllo, che coinvolge sia le strutture interne dei Comuni, sia le autorità regionali, nazionali ed europee”.

Il peso di truffe e irregolarità – Poi ci sono i casi di vere e proprie truffe. E non si tratta di casi isolati visto che secondo dati raccolti dall’Ufficio valutazione di impatto del Senato i controlli fatti dalla Finanza tra 2014 e 2016 hanno riscontrato irregolarità in 6 casi su 10. Con un picco nel Mezzogiorno, dove si concentra l’85% delle frodi su fondi strutturali e spese dirette della Ue. La conseguenza è un ulteriore rallentamento della spesa: basti dire che nei mesi scorsi la Regione Calabria si è vista interrompere 130 milioni di finanziamenti in attesa che la Commissione faccia le sue verifiche alla luce dell‘inchiesta su tre progetti cofinanziati nell’ambito del Por che vede indagato anche il governatore Mario Oliverio. Mentre la Sicilia dovrà restituire 380 milioni relativi al periodo di programmazione 2000-2006 a causa delle gravi carenze riscontrate da Bruxelles nella gestione e nei controlli.

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Sanità, per le assicurazioni torta cresciuta del 45% in 5 anni. E la più grande chiede di “istituzionalizzare” il secondo pilastro

Solo due giorni fa la Fondazione Gimbe, nel suo quarto Rapporto sul servizio sanitario nazionale, ha lanciato l’allarme sull’eccessivo peso assunto dai fondi sanitari integrativi. Un cavallo di Troia che, grazie alle cospicue agevolazioni fiscali, “consente all’intermediazione assicurativa di invadere il mercato della salute con “pacchetti” di prestazioni superflue”. Oggi Rbm, come ogni anno dal 2010 ad oggi, ha presentato insieme al Censis un report che legge la realtà del sistema sanitario italiano e del ruolo delle assicurazioni da un punto di vista molto diverso. Quello secondo cui il Ssn non riesce a rispondere alle esigenze di una popolazione che invecchia e gli italiani sono sempre più costretti a pagare di tasca propria le cure o a rinunciarvi. Ergo conviene assicurarsi. Un punto di vista molto vicino agli interessi di Rbm, diventata lo scorso anno la prima compagnia in Italia nel business delle polizze sanitarie. Non a caso lo slogan dell’evento, battezzato Welfare day, era: “Raddoppia il tuo diritto alla salute con il secondo pilastro”. Cioè quello gestito dalle assicurazioni attraverso fondi sanitari integrativi professionali o polizze individuali.

“Quasi un italiano su 2 (il 44% della popolazione), a prescindere dal proprio reddito, nell’ultimo anno si è “rassegnato” a pagare personalmente di tasca propria per ottenere una prestazione sanitaria senza neanche provare a prenotarla attraverso il Servizio sanitario nazionale”, ha sostenuto parlando dal palco della Nuvola di Fuksas l’ad di Rbm, Marco Vecchietti. “E’ chiaro che cosi non si può continuare. Occorre pianificare un veloce passaggio da una sanità integrativa a disposizione di pochi (circa 14 milioni di italiani hanno una polizza sanitaria) ad una sanità integrativa diffusa, un vero e proprio “welfare di cittadinanza”, attraverso l’evoluzione del welfare integrativo da strumento “contrattuale” a strumento di tutela sociale“. E ancora: “Non è più sufficiente limitarsi a garantire finanziamenti adeguati alla sanità pubblica ma è necessario affidare in gestione le cure acquistate dai cittadini al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale attraverso un secondo pilastro sanitario aperto”. Conclusione: “Sarebbe normale immaginare a politiche da parte del governo di supporto alla diffusione di questa importante tutela sociale aggiuntiva”.

Tutte considerazioni che inevitabilmente portano acqua al mulino del grande business delle polizze per la salute. Il comparto secondo l’ultimo rapporto dell’Ania è arrivato a valere nel 2018 ben 2,9 miliardi di euro, il 45% in più rispetto ai 2 miliardi di premi raccolti nel 2013. Compensando i gruppi assicurativi del progressivo calo dei ricavi da polizze Rc Auto. E Rbm, nata nel 2011 dopo l’acquisizione da parte del gruppo trevigiano Rb Hold di Dkv Salute dalla tedesca Munich Re, in pochi anni è passata da outsider a leader del settore con oltre 514 milioni di premi, superando le big Generali, Unisalute e Allianz. Intorno a Rb Hold, controllato e guidato dall’ex dirigente di Generali Roberto Favaretto, ruota una galassia di società attive nella gestione di fondi sanitari e strutture sanitarie convenzionate, da Previnet a Previmedical, che stando all’ultima Relazione sulla gestione del gruppo “gestisce quasi un miliardo di euro di spesa sanitaria ogni anno il che ne fa anche il più importante “gruppo di acquisto” di prestazioni sanitarie private in Italia”. Per capire che ruolo si sia ritagliata Rbm nel panorama italiano basta scorrere la lista dei fondi sanitari clienti: non solo ci sono quelli dei dipendenti Alitalia, Eni, Enel, Unicredit, Poste, Rai e Confindustria, ma si cura negli ambulatori e nelle cliniche convenzionate con Rbm anche il personale di Anac, Bankitalia, Agenzia delle Entrate, Equitalia, Consob e ministero della Difesa. In più ci sono i fondi sanitari dei rappresentanti di commercio, delle imprese artigiane venete, dell’università La Sapienza e di Roma Tre. Più ovviamente le polizze individuali, promosse con insistenti campagne pubblicitarie che promettevano coperture “a un euro al giorno“.

Ciliegina sulla torta, nel 2017 Rbm si è aggiudicata per il triennio 2018-2020 anche Metasalute, il fondo sanitario dei metalmeccanici: si tratta del più grande fondo sanitario integrativo in Europa con oltre 1.700.000 assistiti dipendenti di 30mila aziende. Dopo il passaggio di Metasalute sotto l’ombrello di Rbm, i metalmeccanici hanno segnalato disservizi nei tempi di risposta del call center e di autorizzazione delle pratiche, oltre che sulle nuove procedure per ottenere il rimborso delle cure dentarie. Nel 2018 il segretario generale Fim Cisl Maurizio Bentivogli ha scritto al cda del Fondo per verificare le condizioni per una rescissione del contratto. Oggi, secondo il sindacato, “alcuni problemi iniziali sono stati in gran parte risolti. Permangono alcuni disagi e restano alcune inefficienze da ottimizzare”. Sul fronte delle prestazioni sanitarie, “da migliorare la polizza sanitaria del Fondo che per la struttura delle prestazioni ampie è molto flessibile. Questo, se da un lato ha rappresentato un’opportunità per gli assistiti, dall’altro in molti casi ha alimentato attese non sempre legittime o applicazioni restrittive da parte del gestore“.

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Appalti, Patuanelli: “Con una formula escludiamo dalle gare le offerte troppo basse. Le nuove soglie? Ascoltato Cantone”

Il numero uno dell’Anac Raffaele Cantone ha “sospeso il giudizio”, ma ha anche ribadito che alcune decisioni della maggioranza “paiono troppo attente all’idea del ‘fare’ piuttosto che a quella del far bene”. Le opposizioni vanno all’attacco, parlando di “autostrade per la corruzione”. Per il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli il compromesso trovato con la Lega sul decreto Sblocca cantieri, approvato giovedì dal Senato, ha luci e ombre. La proroga fino al 2020 dell’appalto integrato ereditato dalla Legge Obiettivo berlusconiana, che consente di affidare progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori alla stessa impresa, risponde alle richieste dell’Anci ma lascia in campo il rischio delle distorsioni del passato e delle usuali lievitazioni dei costi. E permettere ai piccolissimi Comuni per altri due anni di continuare a fare le gare “in proprio” – in attesa del nuovo Codice previsto dal ddl delega sulla materia – è stata una scelta obbligata visto che il previsto e auspicato sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti non è mai entrato in vigore. In compenso Patuanelli rivendica il nuovo criterio di aggiudicazione che esclude automaticamente le offerte al massimo ribasso e dovrebbe ridimensionare l’incentivo a proporre varianti in corso d’opera che aumentano il prezzo a consuntivo.

Il nuovo articolo 97 del Codice infatti modifica radicalmente la metodologia da utilizzare per decidere quali offerte escludere perché il prezzo è eccessivamente stracciato e quindi “incongruo“. “Prima veniva fissata una soglia di anomalia ma poi le imprese che avevano fatto offerte inferiori potevano presentare giustificativi”, spiega Patuanelli, che è ingegnere edile e fino all’elezione è stato socio di uno studio di progettazione e direzione lavori. “Ne ho visti di divertenti… “Mio fratello ha un impianto di betonaggio e mi fa pagare poco il calcestruzzo“. Il risultato era che venivano riammesse alla gara per non rischiare ricorsi. E il massimo ribasso rientrava dalla finestra. Ora invece l’esclusione di chi è sotto la soglia di anomalia diventa automatica e nel caso le offerte siano oltre 15 la soglia sarà calcolata con un calcolo logaritmico che il Mit potrà modificare nel tempo. Così le imprese non saranno in grado di calcolarla e poi regolarsi di conseguenza. La vincitrice sarà infine individuata scegliendo quella che ha proposto un ribasso poco inferiore alla soglia di anomalia”.

Il capogruppo pentastellato difende anche l’intesa che fissa al 40% dell’importo complessivo dei lavori la quota massima che si potrà dare in subappalto. La Lega puntava a togliere del tutto il tetto, appellandosi al fatto che l’Ue ha avviato nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione per aver imposto limiti troppo restrittivi (prima della modifica il limite massimo era al 30%) a una pratica che le direttive europee chiedono al contrario di favorire anche con questa pratica la partecipazione delle piccole e medie imprese agli appalti pubblici. “La realtà italiana ovviamente è diversa da quella di altri Paesi europei, quindi abbiamo puntato su una via di mezzo con una novità: la soglia che prima era orizzontale diventa flessibile, perché l’amministrazione potrà subappaltare totalmente una parte dell’opera a patto che il valore non superi il 40% del costo totale”.

Più criticità sul fronte dell’appalto integrato, per il quale il Codice del 2016 prevedeva un periodo transitorio dopo il quale sarebbe uscito di scena e che viene invece prorogato al 2020. “Questo nelle more di una revisione complessiva. Come Movimento non abbiamo certo fatto le barricate in favore della proroga. E siamo consapevoli che occorrerà monitorare con più attenzione le opere affidate in questo modo e l’affidamento della direzione lavori diventerà cruciale: deve trattarsi di una parte davvero terza a garanzia del livello dell’opera e del rispetto del quadro economico. Da questo punto di vista la legge Bersani che ha abrogato le tariffe minime per i professionisti non ha certo aiutato. Se gli architetti e i geometri sono pagati un decimo di quanto dovrebbero questo non va a vantaggio della qualità”.

Le critiche dell’Anac si sono però concentrate soprattutto sulle nuove soglie per l’affidamento diretto dei lavori. “E’ possibile che faciliti chi già ha intenzione di procedere con metodi illeciti”, ammette Patuanelli. “Ma ora con la legge Spazzacorrotti abbiamo gli strumenti per scoprire e reprimere. Non deve passare il principio che a causa del rischio corruzione le nostre mini e micro imprese che non sono in grado di destreggiarsi nella burocrazia delle gare sono destinate ad essere escluse dal mercato dei lavori pubblici”. Comunque nel testo finale approvato dal Senato “abbiamo riportato a 150mila euro, dai 200mila previsti nella versione uscita dal consiglio dei ministri, il tetto sotto il quale si può scegliere l’impresa che farà i lavori dopo aver confrontato tre preventivi. Questo perché abbiamo ascoltato le perplessità espresse da Cantone quando è stato audito in Commissione Lavori pubblici. E il presidente Anac ha chiarito che lo preoccupa di meno la situazione in cui la consultazione è allargata a 10 operatori come previsto per i lavori oltre i 150mila euro (diventano 15 tra i 350mila e 1 milione di euro, ndr)”.

La modifica di fondo prevista dal decreto in fase di conversione è però che le linee guida dell’Anac che integravano la disciplina del Codice varato nel 2016 dal governo Renzi vanno in soffitta, sostituite da un regolamento unico approvato con decreto del Presidente del Consiglio su proposta del ministro delle infrastrutture. Lo stesso Cantone ha detto di “non sentirsi di criticare questa opzione” perché “la regolazione flessibile non è stata positivamente accolta dalle amministrazioni, abituate a regole rigide piuttosto che a criteri che richiedono l’esercizio di maggiore discrezionalità”. “Il modello di soft law non era sbagliato di principio”, commenta Patuanelli, “ma il risultato è stato che gli addetti ai lavori oltre a leggere il Codice dovevano far riferimento a 11 linee guida e 80 comunicati dell’Autorità: questo complica le cose e lascia spazi interpretativi alla giurisprudenza. Da questo punto di vista meglio un unico regolamento snello”. Per farlo ci sono 180 giorni di tempo, ma l’obiettivo è fare in fretta e vararlo entro l’autunno.

Restano perplessità infine sulla scelta di lasciare mano libera ai piccoli Comuni, che fino al 2020 non saranno tenuti a rivolgersi a una stazione appaltante centralizzata per fare le gare. “L’abbiamo deciso prendendo atto che il sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti, che io condivido pienamente, non è andato in porto. Spero che lo recupereremo in sede di attuazione del ddl delega per la riforma definitiva del Codice, coinvolgendo di più gli enti locali che su questo hanno fatto resistenza. Nell’attesa abbiamo dato la possibilità ai sindaci di procedere da soli quando ne hanno le capacità”.

L’articolo Appalti, Patuanelli: “Con una formula escludiamo dalle gare le offerte troppo basse. Le nuove soglie? Ascoltato Cantone” proviene da Il Fatto Quotidiano.