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Interessi sul debito, nel 2018 e 2019 lieve calo grazie a durata più breve dei titoli. Ma nel 2022 il costo sale di 10 miliardi

“Anche se lo spread non è diminuito come sarebbe stato auspicabile, prevediamo possano esserci alcuni risparmi dal pagamento degli interessi sul debito rispetto alle stime di bilancio”. Parola del ministro dell’Economia Giovanni Tria che, in audizione sul Documento di economia e finanza, ha ostentato ottimismo sull’andamento degli oneri che l’Italia paga ogni anno agli investitori che hanno comprato titoli di Stato. Ottimismo non giustificato dalle previsioni messe nero su bianco nel Documento e confermate martedì dal capo del dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia Eugenio Gaiotti. Da un lato infatti è vero che nel 2018 e 2019 la spesa per interessi risulta in lieve calo, per effetto di una riduzione delle uscite legate a derivati sul debito che vanno a scadenza e di tassi relativamente bassi nella prima metà dell’anno, oltre che per le scelte fatte dal Tesoro sulla durata dei titoli emessi per sostituire quelli arrivati a fine vita. Ma dal 2020 via XX Settembre, sulla base dell’andamento attuale dei tassi, si attende un rapido aumento che nel 2021 porterà l’esborso a 69,5 miliardi e nel 2022 a 73,7 miliardi: quasi 10 miliardi in più rispetto al costo stimato per quest’anno.

L’onere è sceso. Ma il tasso medio all’emissione è triplicato – Martedì, dopo l’audizione di Gaiotti, il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi ha rivendicato: “Banca d’Italia ha smentito chi finora ha fatto terrorismo sui costi dello spread“, cioè il differenziale di rendimento rispetto ai titoli tedeschi di uguale durata, che ha iniziato ad allargarsi dopo l’insediamento del nuovo governo e lo scorso autunno è arrivato a superare i 300 punti base. “E’ stato certificato che il costo del debito continua a diminuire sia per i minori interessi rispetto al debito in scadenza, sia per l’azzeramento del costo del debito ricomprato dalla Banca centrale con le operazioni di quantitative easing“. Il rappresentante di via Nazionale in realtà aveva spiegato che l’anno scorso “la spesa per interessi è diminuita in misura marginale: l’onere medio sul debito pubblico (rapporto tra interessi da pagare nell’anno e debito dell’anno precedente, ndr) è sceso di 0,1 punti percentuali, al 2,9%“, ma “in corso d’anno il costo medio all’emissione dei titoli pubblici è passato da valori attorno allo 0,5 per cento nel primo trimestre dell’anno all’1,5 nell’ultimo trimestre“, in contemporanea con le tensioni con Bruxelles sulla prima versione della legge di Bilancio. Quanto all’impatto positivo sui conti del quantitative easing della Bce, questo si fa sentire solo in una seconda fase, “quando gli interessi pagati sui titoli acquistati da Bankitalia per conto dell’Eurotower tornano allo Stato”, spiega l’economista Fedele De Novellis, partner di Ref Ricerche.

Rendimenti in salita non fanno subito crescere il costo complessivo – L’evoluzione della spesa per interessi è descritta nel dettaglio nel Def. Nel 2018 è calata di 619 milioni rispetto all’anno prima: 64,97 miliardi contro i 65,49 del 2017. Questo nonostante gli allarmi sull’incremento dei tassi che si erano diffusi lo scorso novembre. Nel 2019, poi, è atteso un ulteriore lieve ridimensionamento di circa 1 miliardo, a 63,9 miliardi. Come si spiega? I fattori che hanno giocato a favore sono diversi. “Per prima cosa, non necessariamente se i tassi salgono rispetto al periodo precedente il costo complessivo del debito aumenta subito”, chiarisce De Novellis. “Poniamo che quest’anno i rendimenti salgano dall’1 al 2%. Se scade un titolo che all’epoca dell’emissione rendeva il 4% e ora viene sostituito con uno che paga il 2%, il costo in valore assoluto comunque diminuisce. E prima di rinnovare l’intero stock di debito a tassi più altri passano anni. Ma resta il fatto che in uno scenario globale di tassi bassissimi l’Italia paga un forte premio al rischio: i tedeschi a seconda delle scadenze emettono quasi a zero o con rendimenti negativi”.

Lo stesso ragionamento si ritrova del resto nel Def: “Il costo medio all’emissione per l’anno 2018, pari a 1,07, è risultato in aumento non trascurabile rispetto a quello del 2017, pari a 0,68 per cento, per effetto del significativo aumento della curva dei rendimenti sui titoli di Stato italiani dalla metà di maggio in poi“, si legge. “Tuttavia questo nuovo livello risulta ancora molto contenuto in una prospettiva storica”.

Il nuovo governo ha accorciato la “vita media” del debito – Va poi considerato che il dipartimento Debito pubblico del Tesoro può “giocare” sulla durata del debito, sfruttando il fatto che i titoli a breve termine come i Bot oggi rendono poco più dello 0% contro il 2,6% dei Btp decennali. “E’ probabile che il governo quando lo spread era più alto abbia emesso più titoli a breve sperando che poi i tassi si abbassassero”, ipotizza l’economista Francesco Daveri, direttore del master Mba della Sda Bocconi. “Al contrario l’ex ministro Pier Carlo Padoan e la ex responsabile del debito pubblico Maria Cannata prima delle elezioni, quando le condizioni erano favorevoli, avevano rinnovato quanto più debito possibile a più lunga scadenza per anticipare il probabile aumento dei tassi post voto”. Le statistiche del ministero dell’Economia confermano questa ipotesi: la vita residua media ponderata dei titoli di Stato a febbraio 2018 ha raggiunto gli 83,46 mesi (6,9 anni), contro i 79 mesi di fine 2016 quando si insediò Gentiloni, ma in autunno il nuovo esecutivo l’ha progressivamente ridotta fino a 80,8 mesi a novembre 2018. Quest’anno, dopo l’accordo con la Commissione sulla manovra e il raffreddamento dello spread, la durata è di nuovo lentamente aumentata fino a 81,8 mesi.

Impatto positivo anche dagli interessi sui derivati – Infine, la discesa degli oneri dipende in parte anche dalla riduzione degli interessi sui derivati, contratti sottoscritti con banche d’affari con l‘obiettivo (almeno sulla carta) di tutelare lo Stato da eventi avversi come l’aumento dei tassi di interesse, ma che in molti casi si sono rivelati un boomerang. Il Def spiega infatti che la spesa per questo capitolo “tra il 2017 e il 2018 è passata da 4,6 a 3,9 miliardi di euro” e l’andamento resterà lo stesso fino al 2022: quest’anno infatti “giungeranno a scadenza posizioni in derivati di notevole entità, che spiegano l’ingente diminuzione di spesa per interessi prevista” e “un secondo fattore che inciderà sul miglioramento della spesa riguarda l’andamento atteso del tasso variabile Euribor 6 mesi, che dopo un lungo periodo è previsto tornare in territorio positivo”. Per questo, “dal 2021 in poi i flussi a ricevere degli swap (un tipo di derivato, ndr) indicizzati a tale tasso non dovrebbero più rappresentare un’uscita di cassa, come accaduto negli ultimi anni, bensì un flusso in entrata regolarmente ricevuto dal Tesoro”. Un’entrata che non sarà sufficiente, comunque, per controbilanciare l’incremento della spesa che nel frattempo avrà iniziato a farsi sentire su una fetta più ampia di debito.

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Fattura elettronica, da gennaio a metà aprile 541 milioni di documenti emessi. Il 27% a Milano, solo lo 0,6% a Palermo

Il 27% dei 541 milioni di fatture elettroniche per un imponibile di oltre 1000 miliardi emesse tra gennaio e metà aprile è partito da Milano e provincia. Dietro il capoluogo lombardo, da cui aziende e professionisti hanno inviato per via telematica 147 milioni di e-fatture, c’è Roma, con 118 milioni di documenti (poco più del 21%). Torino è a quota 20,2 milioni, seguita da Bologna (13,6 milioni) e Napoli (10,5 milioni). Palermo si ferma a 3,3 milioni, lo 0,6% del totale, contro i 6,1 milioni di Bari, che ha la metà degli abitanti del capoluogo siciliano. Sono i dati dell’Agenzia dell’Entrate aggiornati al 15 aprile, stando ai quali sono stati finora 2,9 milioni i titolari di partita Iva che hanno utilizzato la nuova infrastruttura telematica operativa da gennaio, quando è scattato l’obbligo di fatturazione elettronica anche tra i privati previsto dalla legge di Bilancio per il 2018 in funzione di lotta all’evasione e confermato dal decreto fiscale collegato all’ultima manovra.

I settori che danno il maggior contributo sono il commercio e le autofficine (145 milioni di fatture), la fornitura di energia e gas (110,9 milioni) e il settore dell’informazione e delle telecomunicazioni, quello in cui operano i gestori di servizi internet e telefonia (94 milioni). In media, le fatture emesse finora sono state poco più di 5 milioni al giorno, meno degli 8,2 milioni previsti lo scorso dicembre dall’Osservatorio fatturazione elettronica & eCommerce B2B del Politecnico di Milano. Ma secondo le Entrate non si può parlare di dati inferiori alle attese, perché il numero di imprese coinvolte è in linea con le stime e occorre tener conto che per quest’anno sono esentati dall’obbligo anche medici, farmacisti e società sportive dilettantistiche. E non sono tenute a fare fattura elettronica le partite Iva con redditi sotto i 65mila euro che aderiscono al regime dei minimi allargato (quella che è stata presentata come fase uno della flat tax), con il risultato che la rivoluzione digitale non avrà alcun impatto sulla piccola evasione.

E’ probabile poi che a inizio anno le difficoltà nell’utilizzare il nuovo sistema abbiano rallentato la trasmissione dei documenti, che in base alla normativa attuale possono essere immessi nel sistema Sdi entro il 16 del mese successivo a quello dell’operazione. Infatti a gennaio le e-fatture sono state solo 100 milioni, numero che ultimamente stato raggiunto ogni due settimane: al 18 febbraio si contavano 230 milioni di fatture, salite a 350 milioni a metà marzo e 459 milioni a fine marzo. Il valore totale dell’imposta dichiarata supera i 118 miliardi, cifra che non corrisponde ovviamente alle entrate dell’Erario perché dall’Iva a debito va sottratta quella a credito che si origina quando l’impresa acquista beni o servizi su cui paga l’imposta. Nei primi due mesi del 2019 le entrate Iva, stando ai dati del Tesoro, sono ammontate a 15,6 miliardi, in aumento di 877 milioni rispetto allo stesso periodo del 2018.

A livello territoriale, la Lombardia guida di gran lunga la classifica con 188 milioni di fatture emesse, prima del Lazio con 123,5 milioni. Seguono Emilia Romagna (35,5 milioni), Veneto (33,3 milioni), Piemonte (31,2 milioni), Toscana (21,1 milioni). In coda Molise (763mila) e Basilicata (1,4 milioni), per evidenti motivi dimensionali. Terzultima la Calabria, con 3,6 milioni di fatture, contro i 18,8 milioni della Campania, i 13,2 della Sicilia e i 6 milioni della Sardegna. Tra le province, le ultime in classifica sono Crotone e Vibo Valentia con meno di 300mila e-fatture emesse da inizio anno.

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Def, “con il reddito 260mila occupati in più nel 2022 ma impatto negativo su livello medio dei salari e produttività”

Il reddito di cittadinanza, oltre a spingere i consumi e di conseguenza il pil, nel medio periodo farà aumentare gli occupati di circa 260mila unità. Soprattutto tra gli individui con minori competenze ed esperienza. L’effetto collaterale sarà però, a partire dal 2021, un calo del livello medio dei salari. Perché l’aumento dell’offerta di lavoro ne farà automaticamente diminuire il costo per le aziende. Sono i risultati di una simulazione del Tesoro inserita nel Programma nazionale di riforma, una delle sezioni del Documento di economia e finanza approvato martedì dal consiglio dei ministri e pubblicato il giorno dopo sul sito del Mef. Quota 100, invece, quest’anno e il prossimo avrà un impatto nullo sulla crescita e farà calare l’occupazione, perché i neopensionati saranno sostituiti solo in parte da nuovi assunti. Le due misure, insieme, nel breve periodo faranno aumentare dello 0,2% il tasso di disoccupazione mentre nel medio periodo lo lasceranno invariato rispetto allo scenario a politiche invariate: il reddito, incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, lo farà aumentare dello 0,9% nel 2022, ma quota 100 avrà un effetto opposto e lo farà scendere di altrettanto.

Per quanto riguarda l’impatto sui conti pubblici, le misure bandiera di Movimento 5 Stelle e Lega contribuiranno a far salire di 133 miliardi tra 2019 e 2021 le spese dello Stato per la voce “Lavoro e pensioni”. Secondo via XX Settembre il reddito, mettendo direttamente più soldi in tasca alle famiglie e facendo crescere l’occupazione, avrà però un effetto positivo sulla crescita, stimato in un +0,2% nel 2019, +0,4% nel 2020 e +0,5% nel 2021 e 2022. Mentre la parziale controriforma delle pensioni non trainerà l’economia nel primo biennio ma dovrebbe far salire il pil di uno 0,2% nel 2021 e 2022. Bisogna comunque tener conto che il Def dà per fatti gli aumenti Iva per 23 miliardi previsti dalle clausole di salvaguardia, che ridimensionerebbero gli effetti di entrambe le misure perché scoraggerebbero i consumi. I vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno promesso che il governo disinnescherà gli aumenti.

Simulazione basata sulle stime Istat – L’esercizio di valutazione firmato dal ministro Giuseppe Tria si basa sulle stime dei beneficiari del reddito fatte dall’Istat, (meno ottimistiche di quelle governative) secondo cui i percettori saranno 2,7 milioni di individui di cui 1,79 milioni in età lavorativa. Visti i requisiti per accedere al reddito, basati come ricorda il documento “soprattutto sull’effettuazione di attività di ricerca di lavoro, la riforma dovrebbe dar luogo a un aumento della partecipazione al mercato del lavoro tramite il ricorso ai Centri per l’impiego anche da parte di individui prima inattivi”. Di conseguenza le forze di lavoro aumenterebbero gradualmente, fino a 470mila unità in più nel primo semestre 2020. Non tutti troveranno un posto: stando alla simulazione alcuni ingrosseranno le file dei disoccupati mentre i nuovi assunti saranno circa 260mila. Risultato: il tasso di disoccupazione nel 2022 sarà più alto di 0,9 punti rispetto allo scenario base ma salirà anche l’occupazione, che nello stesso anno salirà di 1,1 punti base in più rispetto a quanto sarebbe successo senza il sussidio.

Dal reddito effetto negativo su produttività e salari – In compenso si registrerà un effetto negativo sulla produttività: questo perché i nuovi occupati saranno concentrati nelle “fasce di individui con minori competenze ed esperienza”. Di conseguenza nel 2022 “il prodotto per occupato risulterebbe inferiore di 0,6 punti percentuali rispetto allo scenario base”. In parallelo l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro ridurrà le retribuzioni medie. “Per i primi due anni dell’orizzonte di simulazione, si è scelto di mantenere le retribuzioni medie invariate rispetto allo scenario base, dato che l’aumento esogeno dell’offerta di lavoro associato alle iscrizioni ai CpI è inizialmente di natura puramente statistica”, spiega il Piano. “Ciò premesso, a partire dal terzo anno (il 2021) ai salari viene consentito di modificarsi endogenamente nel modello e questi diminuiscono rispetto ai livelli dello scenario base. La riduzione dei salari si verifica nonostante il provvedimento abbia fissato una soglia minima di retribuzione, pari a 858 euro, affinché una proposta di lavoro sia da ritenere congrua e il suo rifiuto comporti la perdita del trasferimento“. I tecnici del ministero aggiungono che “è da auspicare che, nel medio-lungo periodo, l’effetto delle politiche attive nella forma di una maggiore offerta di formazione, unitamente all’effetto di livello generato dal salario definito nel provvedimento per considerare congrua una proposta di lavoro, possano agire sulle retribuzioni portandole al di sopra dei livelli dello scenario base”. Va detto che nel Def viene citata, tra gli interventi allo studio, “l’introduzione di un salario minimo orario per i settori non coperti da contrattazione collettiva e la previsione di trattamenti congrui per l’apprendistato nelle libere professioni”. 

Nel primo anno sostituito solo il 35% di chi esce con quota 100 – quest’anno solo il 35% dei prepensionati sarà sostituito con nuovi assunti, mentre negli anni successivi il tasso di sostituzione “risulterebbe compreso tra il 70 e l’80 per cento dei pensionamenti anticipati“. A conti fatti, rispetto allo scenario base questo comporterà una riduzione sia del tasso di occupazione (-0,3 punti al 2022) sia di quello di disoccupazione (di 0,9 punti nel 2022), maggiori consumi privati (+0,4%) e un incremento di 0,5 punti della produttività del lavoro, anche per effetto dell’ingresso nel processo produttivo di lavoratori più giovani al posto di quelli vicini alla pensione. L’effetto sui salari medi inizialmente sarà negativo (gli stipendi dei giovani sono più bassi) ma in seguito l’impatto diventa positivo.

La scommessa sulla riforma di Centri per l’impiego e politiche attive – Il Tesoro fa anche una stima sugli effetti del rafforzamento dei centri per l’impiego e degli altri enti coinvolti nella gestione del reddito e nelle politiche attive. Che, secondo le stime Istat, “dovrebbero farsi carico di circa 1,5 milioni di persone”: 600mila attualmente in cerca di occupazione, 470mila inattivi che entrerebbero nel mercato del lavoro per ottenere il reddito e 428mila occupati ma con un reddito basso. Le simulazioni danno risultati diversi a seconda che la riforma risulti molto efficace, di media efficacia o di bassa efficacia: nel primo caso l’occupazione in sei anni salirebbe di 1,9 punti, con il salario reale medio in calo di 0,48 punti e un impatto positivo sul pil di 1,57 punti grazie all’aumento dei consumi. Se invece la riforma di formazione, collocamento e matching tra domanda e offerta avrà scarso successo, l’impatto sull’occupazione su un orizzonte di 6 anni si fermerà a un +0,82 per cento, con un lieve calo dei salari (-0,14%) e un altrettanto contenuto (+0,74) effetto di spinta del pil. “La valutazione macroeconomica”, chiosa il documento, “conferma che il successo dell’insieme di misure di attivazione contenute nel Decreto legge n. 4/2019 dipende in larga misura da quale sarà l’efficienza dei Centri per l’impiego e il loro coordinamento a livello nazionale”.

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Salario minimo, nella proposta M5s centrale il ruolo della contrattazione collettiva. Quello del Pd non ne parla

Se si guardano solo i numeri la distanza non è molta: il ddl del Movimento 5 Stelle depositato nel luglio 2018 a prima firma Nunzia Catalfo, prevede un minimo di 9 euro lordi, da aggiornare ogni anno in base all’inflazione. Quello del Pd, iniziativa dell’ex presidente del Consiglio regionale del Piemonte Mauro Laus, punta a garantire 9 euro netti, escluse le indennità e rimborsi spese, anche questi da rivalutare tenendo conto della variazione dell’indice dei prezzi. Ma è un’altra la principale differenza tra i disegni di legge sul salario minimo orario, su cui lunedì il vicepremier Luigi Di Maio ha invocato una convergenza con il neosegretario dem Nicola Zingaretti (che ha declinato). Il testo M5s – a differenza del primo testo presentato dalla stessa Catalfo nel novembre 2014 – punta dichiaratamente a sostenere la contrattazione collettiva e non sostituirla, nel tentativo evidente di rispondere ai dubbi dei sindacati che sono da sempre contrari al salario minimo orario perché temono faccia venire meno la necessità dei ccnl che oggi coprono la maggior parte dei lavoratori e apra così la strada al dumping salariale. E non è un caso se Di Maio ha convocato Cgil, Cisl e Uil per il prossimo 13 marzo anche per discutere di questo tema. Nel ddl dei dem questa preoccupazione è totalmente assente.

Solo sei Paesi Ue non hanno minimi legali – L’obiettivo dei due ddl è comune: garantire retribuzioni eque – come previsto dalla Costituzione e come richiesto dal Consiglio di Europa – in un Paese in cui quasi il 12% dei lavoratori è a rischio povertà. Peraltro l’Italia è uno dei pochi Paesi europei a non avere un salario minimo legale: 22 Stati membri su 28 lo prevedono. Un rapporto pubblicato lo scorso anno dall’agenzia Ue Eurofound spiega che nella maggior parte dei casi il livello minimo è fissato su base mensile, ma Germania, Gran Bretagna e Irlanda c’è anche un minimo orario rispettivamente a 8,84 euro lordi (9,19 da quest’anno), 7,8 sterline (8,21 da aprile) e 9,55 euro (9,80). In Francia il minimo è 1.498 euro al mese (1.521 da gennaio 2019), in Spagna 858 euro (1.050 da inizio anno).

Il ddl M5s: “Parti sociali sono le autorità salariali più idonee” – La proposta in 5 articoli depositata dalla Catalfo (autrice anche della prima proposta sul reddito di cittadinanza) parte da questi presupposti ma fin dall’introduzione fa anche riferimento alla posizione dei sindacati: ricorda infatti che il 14 gennaio 2016 in un documento congiunto Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto di sancire “l’esigibilità universale dei minimi salariali definiti dai Ccnl, in alternativa all’ipotesi del salario minimo legale, attraverso un intervento legislativo di sostegno, che definisca l’erga omnes dei Ccnl dando attuazione a quanto previsto dall’articolo 39 della Costituzione”. Visto però che “le difficoltà tecniche e politiche” sulla registrazione dei sindacati “che hanno sempre impedito l’attuazione delle regole” dell’articolo 39 “non paiono di rapida soluzione”, i firmatari propongono “un intervento di sostegno alla contrattazione collettiva, e non già sostitutivo di essa, che eviti ogni rischio di effetti prociclici di riduzione salariale“. L’obiettivo esplicito è “sostenere per questa via l’attività di regolazione del mercato del lavoro liberamente compiuta dalle parti sociali, che sono le autorità salariali più idonee allo svolgimento del compito, senza sostituirsi ad essa“.

Il richiamo ai contratti sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative – Di conseguenza il minimo orario viene fissato a 9 euro lordi, ma si specifica che in prima battuta occorre far riferimento al contratto collettivo nazionale in vigore per il settore e la zona in cui si svolge il lavoro stipulato dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro più rappresentative sul piano nazionale. In presenza di “una pluralità di contratti collettivi applicabili”, alcuni dei quali possono essere meno vantaggiosi per i lavoratori, si stabilisce poi che il trattamento economico “non può essere inferiore a quello previsto per la prestazione di lavoro dedotta in obbligazione dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria stessa“, oltre ovviamente a non poter scendere sotto i 9 euro l’ora.

Il ddl del Pd firmato dal senatore contestato per le paghe basse – Il ddl del Pd porta come prima firma quella di Mauro Laus, eletto senatore alle politiche del 2018 proprio in scia alla promessa di presentare una legge sul salario minimo. Promessa che gli era valsa alcune contestazioni visto che la cooperativa da lui guidata fino al luglio 2014, la Rear pagava i lavoratori meno di 5 euro all’ora. Nel 2012 il regista Ken Loach rifiutò un premio alla carriera del Torino film festival organizzato dal Museo del cinema, che aveva esternalizzato alcuni servizi alla Rear, dopo aver ricevuto la lettera di un lavoratore che lamentava le cattive condizioni retributive. Nel merito, la proposta di Laus (firmata anche, tra gli altri, da Laura Boldrini, Monica Cirinnà e Antonio Misiani) si limita a fissare il salario minimo orario a 9 euro “al netto dei contributi previdenziali e assistenziali” e a specificare che il limite “si applica a tutti i rapporti aventi per oggetto una prestazione lavorativa”. Le organizzazioni sindacali sono citate perché è richiesto il loro accordo per individuare “i contratti di importo inferiore a 9 euro a cui estendere le disposizioni nonché i casi di esclusione” e “le modalità di incremento dei salari di importo superiore al salario minimo orario”. Il testo fissa in un minimo di 5mila e un massimo di 15mila euro la sanzione per i datori di lavoro che sgarrano. Il testo M5s non affronta il tema sanzioni, ma un ddl sullo stesso argomento presentato nel 2014 dalla stessa Catalfo prevedeva esattamente le stesse cifre.

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Navigator, Adapt: “Figure preziose che mancano in Italia. Al via corso gratuito, attenti a quelli a pagamento farlocchi”

Il bando di selezione dei 6mila navigator che dovranno aiutare i beneficiari del reddito di cittadinanza a trovare un lavoro non c’è ancora. Ma, mentre le Regioni a cui fanno capo i centri per l’impiego fanno muro e minacciano ricorsi, la prospettiva di un contratto di due anni seguito forse dalla stabilizzazione fa gola. Così dall’inizio dell’anno si sono moltiplicate le offerte di corsi in odor di truffa che illudono – a caro prezzo – di assicurare una corsia preferenziale nella procedura di reclutamento. Senza nessuna garanzia sulla validità dei contenuti. Per questo è scesa in campo Adapt, l’associazione senza fini di lucro per gli studi sul diritto del lavoro e delle relazioni industriali fondata da Marco Biagi, che da lunedì 4 marzo lancia il corso online gratuito Teoria e pratica dei servizi al lavoro – #Navigator2019 pensato per gli aspiranti navigator ma anche professionisti ed esperti interessati a capire il profilo della nuova figura. In dieci giorni gli iscritti hanno toccato quota 1.500.

“Vogliamo mettere fuori mercato i corsi farlocchi a pagamento che possono ingannare i candidati”, spiega il giuslavorista Michele Tiraboschi, direttore scientifico di Adapt. “E partiamo dal presupposto che i navigator, oggetto di critiche e ironie, in realtà saranno figure preziosissime: in Italia mancano operatori specializzati che siano in grado di riportare sul mercato del lavoro 6-7 milioni di persone inattive (solo i giovani Neet sono oltre 2 milioni) e di ricollocare chi ha perso il posto e non ha competenze facilmente spendibili. Visto che le caratteristiche di questo nuovo profilo professionale non sono ancora chiare, in attesa del bando vorremmo contribuire a metterle a fuoco”.

I compiti del navigator “in alcuni casi saranno simili a quelli che già svolgono gli operatori di centri per l’impiego e agenzie per il lavoro. Ma spesso nei centri per l’impiego non sanno nemmeno insegnarti come preparare un curriculum… e bisogna tener conto che i beneficiari del reddito saranno persone mediamente più difficili da ricollocare e con problematiche anche di disagio, insicurezza, socializzazione. Per questo serviranno team interdisciplinari con molte competenze: esperti di diritto, psicologia, economia, sociologia, tematiche relazionali e organizzative“. Ovviamente sarà un punto di partenza indispensabile conoscere l’organizzazione e la disciplina del mercato del lavoro e dei servizi per il lavoro e il funzionamento delle misure di politica attiva, oltre a tutti i nuovi strumenti previsti dal decretone: temi che saranno affrontati nei primi due moduli.

La piattaforma su cui si svolge il “Massive open online course”, che dura un mese, (qui il modulo di iscrizione), “è una comunità di apprendimento e confronto”, aggiunge Tiraboschi. “Ogni settimana verrà caricato un modulo e potrà accedere al modulo successivo solo chi ha letto i materiali, guardato i video e passato i test di verifica”. L’ultimo modulo fornirà strumenti operativi, dalla redazione corretta del cv al repertorio degli standard professionali indispensabile per valutare la congruità delle offerte di lavoro rispetto alle competenze del candidato. Alla fine ci sarà un’esercitazione e un attestato. Si sono iscritti anche operatori del mercato del lavoro, professionisti ed esperti che vogliono capire di che cosa si parla. Più che neolaureati parliamo di figure mature. Del resto questo potrebbe essere uno sbocco per tanti ex dirigenti o direttori del personale che hanno perso il posto e non riescono a rientrare nel mercato”.

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Evasione fiscale, cala il contributo dei Comuni al recupero. “Ma le Entrate archiviano le segnalazioni senza spiegare”

Davvero i Comuni contribuiscono troppo poco alla lotta all’evasione delle tasse statali? I dati ufficiali mostrano che le “soffiate” inviate dagli enti locali all’Agenzia delle Entrate negli ultimi anni sono crollate. Ma secondo gli enti locali dietro il calo delle segnalazioni c’è anche il fatto che non sempre i controllori del fisco si attivano nei confronti dei presunti furbetti. Per cui – è il ragionamento di chi ogni giorno deve star dietro alla riscossione di Imu, Tasi e tassa sui rifiuti – il gioco non vale la candela e tanto vale concentrarsi sui tributi locali.

Partiamo dai numeri. Ogni anno il Viminale pubblica i dati sul contributo dei sindaci al contrasto all’evasione dei tributi statali, dall’Irpef all’Iva, e sulle cifre recuperate. Cifre che dal 2012 finiscono interamente nelle casse del Comune da cui è partito l’alert. Eppure nei cinque anni successivi gli accertamenti fatti partendo da queste “soffiate” sono crollati da 3.455 a 1.172. E il bottino riscosso, che nel 2014 aveva raggiunto i 21,7 milioni premiando in particolare Milano, Torino e Genova, due anni dopo è sceso a 13 milioni. In apparenza, quindi, i municipi non sfruttano a sufficienza i dati anagrafici e catastali e quelli su utenze, permessi edilizi e licenze commerciali per stanare chi non paga le imposte sui redditi e sul valore aggiunto o l’imposta di registro.

L’Associazione nazionale uffici tributi enti locali (Anutel), però, ha raccolto le testimonianze di molti funzionari che le segnalazioni le hanno fatte, ma dicono di non aver mai ricevuto risposta o di averle viste archiviare senza spiegazioni. “Dal 2009 abbiamo effettuato 3.239 segnalazioni di cui 2.142 archiviate, di cui la maggior parte scartate perché avrebbero dato origine ad accertamenti di esigua entità”, scrivono per esempio da un Comune dell’Emilia Romagna. Del resto, ricorda un altro responsabile, “le Entrate intervengono solo in presenza di proficuità comparata”: vale a dire che, se l’imponibile segnalato è inferiore a quello medio che risulta dagli accertamenti di quell’imposta, per l’Agenzia non vale la pena di procedere. Un altro funzionario racconta di aver segnalato, ma senza riscontro, “un soggetto che gira in Ferrari e dichiara un reddito ridicolo e associazioni sportive sedicenti dilettantistiche che hanno anche ristoranti sulla guida Michelin”. E ancora, qualcuno lamenta che il sistema di tracciatura è “insoddisfacente” perché “manca il collegamento tra le somme erogate al Comune e la singola segnalazione che ha generato l’accertamento”. Secondo Francesco Tuccio, presidente di Anutel, “è per questo che molti Comuni negli ultimi anni hanno preferito concentrarsi sulla riscossione dei tributi locali”.

In effetti i dati dell’agenzia fiscale mostrano che su 95mila segnalazioni trasmesse da febbraio 2009 a settembre 2017 solo 17mila, meno del 18%, sono sfociate in atti di accertamento, che hanno permesso di riscuotere in totale 105 milioni di euro. La media è di circa 20mila euro accertati e 6mila riscossi per ogni segnalazione lavorata.

Del resto, spiegano dalle Entrate, due provvedimenti del direttore dell’agenzia datati 3 dicembre 2007 e 29 maggio 2012 prevedono che “le segnalazioni trasmesse dai Comuni sono oggetto di valutazione da parte dell’Ufficio competente secondo gli ordinari criteri di proficuità comparata per la predisposizione del piano annuale dei controlli”, e questo “conduce a privilegiare gli elementi da cui possono scaturire maggiori imposte accertabili, tralasciando quelli di scarsa rilevanza in termini di recupero dell’imposta o di minore sostenibilità”.

Per quanto riguarda i riscontri dati agli enti locali, secondo l’Agenzia “il sistema Siatel v2.0 – PuntoFisco assicura un efficace sistema di tracciatura delle singole segnalazioni qualificate trasmesse dai Comuni, così da permettere a questi ultimi di verificare lo stato di lavorazione delle segnalazioni trasmesse”. Le schermate del portale mostrano in effetti se sono sfociate in verifiche e accertamenti o se sono state archiviate, ma senza riportare le motivazioni.

L’articolo Evasione fiscale, cala il contributo dei Comuni al recupero. “Ma le Entrate archiviano le segnalazioni senza spiegare” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il Giornale, redazione contro l’editore Paolo Berlusconi: “Tagli le rendite dei suoi parenti prima dei nostri stipendi”

Dopo lo sciopero del 5 settembre, il primo nella storia della testata, la redazione de Il Giornale è ancora sul piede di guerra contro i contratti di solidarietà al 30% proposti dall’editore Paolo Berlusconi. La rappresentanza sindacale dei giornalisti (cdr) ha dato una settimana di tempo all’azienda per presentare un piano di rilancio che consenta di invertire la tendenza al calo dei ricavi dalle vendite e dalla pubblicità “ben più consistente rispetto alla media complessiva dei quotidiani nazionali” e per chiarire se ci sono le risorse per pagare una congrua buonuscita a chi accettasse di andarsene. Venerdì prossimo, senza risposte soddisfacenti, il cdr è pronto a dichiarare un’altra giornata di astensione dal lavoro.

“Sulla solidarietà al 30% non è nemmeno partita la trattativa perché è un sacrificio eccessivo per le nostre finanze”, spiega al fattoquotidiano.it Luca Fazzo, che fa parte del cdr del quotidiano fondato da Indro Montanelli. “Peraltro quella riduzione equivale ad ipotizzare 22 esuberi, e con 22 persone in meno non possiamo fare il giornale. Prima di tagliare i nostri stipendi, comunque, chiediamo che l’azienda affronti due buchi neri che peggiorano di molto i conti. Innanzitutto è folle che gli articoli del cartaceo siano disponibili gratuitamente sul sito fin dal mattino, cannibalizzando le vendite. E su questo c’è stata una cauta apertura a introdurre un paywall. Poi ci sono molti altri sprechi da cui partire: parlo delle rendite di posizione legate a rapporti famigliari della famiglia Berlusconi. Ci sono parenti e congiunti pagati per compiti che potrebbero essere affidati ad altri con costi molto più bassi”.

Quanto agli esodi incentivati, “il direttore Sallusti ha chiesto ad ognuno quanti soldi vorrebbe, ma l’azienda ha frenato perché non è detto che ci siano risorse sufficienti”. Il timore della redazione è che “finiamo come il Milan…fino a quando Berlusconi è in politica avrà bisogno di un giornale, ma quanto durerà? Per adesso, se voleva la pace sociale in periodo elettorale sappia che non gliela daremo”. “Nei mesi che abbiamo davanti cadono importanti scadenze elettorali”, ribadisce il comunicato del cdr diffuso venerdì, “ed è fondamentale che in edicola i lettori trovino sempre il nostro quotidiano che dalla sua nascita rappresenta una voce irrinunciabile per l’opinione pubblica italiana e un riferimento altrettanto irrinunciabile per quella sua parte di orientamento moderato e di forti convinzioni liberali“.

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Reddito e stipendi, per gli under 24 buste paga poco sopra i 780 euro. Il 12,4% dei giovani che lavorano a rischio povertà

Reddito di cittadinanza troppo alto o piuttosto stipendi troppo bassi? La frenata del pil italiano è legata a doppio filo a una domanda interna stagnante anche per colpa dei bassi salari. Ma per riportare alla ribalta il tema ci è voluto il dibattito scatenato dalle osservazioni di Confindustria e in seconda battuta Fondo monetario internazionale e Inps sulla misura simbolo del Movimento 5 Stelle. “I 780 euro mensili che percepirebbe un single potrebbero scoraggiarlo dal cercare un impiego, considerando che in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30, al primo impiego, si attesta sugli 830 euro netti al mese“, ha osservato il direttore dell’area Lavoro di viale dell’Astronomia. Il nodo in effetti è proprio quello: buste paga che oscillano intorno alla soglia della povertà assoluta non possono che riflettersi in consumi ridotti al lumicino (non sono mai tornati ai livelli pre crisi), in un circolo vizioso che contribuisce ai bassi livelli di crescita dell’economia italiana rispetto ai partner europei. Colpa del cuneo fiscale? Se è vero che quasi il 50% dello stipendio lordo finisce in tasse e contributi, in Francia il cuneo è molto simile e in Germania superiore, ma i redditi netti sono più alti.

Lavoro stagionale, part time e somministrazione affossano i redditi – Per capire le dimensioni del problema aiutano le statistiche sulle retribuzioni raccolte dall’Inps. Stando all’ultimo osservatorio dell’istituto previdenziale, se nel 2017 il lavoratore dipendente medio ha guadagnato 21.535 euro, lo stipendio dei giovani tra i 20 e i 24 anni (una platea di oltre 1,1 milioni di persone) si è invece fermato in media a 9.439 euro annui: 786 euro al mese. Un livello inferiore alla soglia di povertà assoluta calcolata dall’Istat per le aree metropolitane del Nord e del Centro Italia. La cifra sale a 14.378 euro annui (1.198 al mese) per i giovani tra i 25 e i 29 anni, 1,6 milioni secondo la banca dati Inps. Nel complesso i dipendenti under 29 non arrivano a portare a casa 1000 euro al mese. A far calare i valori medi è in particolare la forte incidenza del lavoro stagionale, part time e a termine: gli under 24 lavorano in media solo 169 giorni l’anno e la fascia di età successiva non arriva a 220 giorni, contro una media generale di 243 giorni.
Ancora più leggere le buste paga dei somministrati, cioè gli ex lavoratori interinali, assunti da un’agenzia per il lavoro che poi li “affitta” alle imprese per periodi più o meno lunghi. Quelli sotto i 29 anni, mostrano i dati Inps, nel 2017 sono stati più di 300mila. I 20-24enni con questo tipo di contratto (oltre 150mila) hanno guadagnato una media di poco più di 7mila euro: 585 al mese, anche se i giorni lavorati sono stati mediamente solo 99. Per i fratelli maggiori under 29 (più di 148mila) la retribuzione media annua è stata di 8.695 euro, con 118 giornate lavorate. In media, i somministrati tra i 20 e i 30 hanno guadagnato in media 7.895 euro l’anno vale a dire 654 euro netti al mese.
Avere una laurea aiuta nel lungo termine, ma le retribuzioni di ingresso restano molto basse: a un anno dalla fine dell’università, stando all’ultima indagine Almalaurea, lo stipendio netto è poco sopra i 1.100 euro, lontano dal livello raggiunto prima della crisi (nel 2007 la busta paga dei giovani laureati era mediamente di 1.300 euro).

Consumi sotto l’80% di quelli degli over 35 – Livelli di reddito così bassi si traducono in consumi ridotti all’osso, come confermano i dati Istat sulla spesa delle famiglie nel 2017. I single under 34 hanno speso in media 1.601 euro al mese, il 78% degli oltre 2mila destinati ai consumi dalle persone sole di età compresa tra i 35 e i 64 anni e i 1.663 degli over 65. E anche le coppie senza figli in quella fascia di età hanno avuto in media uscite poco superiori ai 2.600 euro contro gli oltre 2.900 delle coppie più adulte.

Cinquemila euro in meno rispetto a coetanei francesi e tedeschi – Le statistiche europee su reddito e condizioni di vita danno la misura del divario rispetto agli altri grandi Stati Ue. Stando alla banca dati di Eurostat il reddito netto medio degli under 24 italiani da qualsiasi fonte (lavoro dipendente e autonomo più eventuali altri introiti) è stato nel 2017 inferiore ai 17mila euro contro i 21.718 dei coetanei francesi, i 22.125 dei giovani tedeschi e una media a livello Eurozona di 19mila euro.

Il 12,4% degli under 29 che lavorano è a rischio povertà – Il costo della vita ovviamente varia da Paese a Paese, per cui aiuta guardare anche la quota di giovani a rischio povertà nonostante lavorino: tra gli under 24 è del 12,3%, contro il 10,6% della Francia. Per i giovani tedeschi il rischio povertà è più alto, al 12,6%, ma la particolarità italiana è che il rischio povertà non diminuisce se si prende in considerazione la platea più ampia degli under 29: il 12,4% di quelli che lavorano è sull’orlo dell’indigenza, contro il 7,8% in Francia, l’11,3% in Germania e il 10,6% medio dell’Eurozona. Nell’area euro valori più alti si registrano solo in Grecia e Spagna.

Il cuneo? Più in Germania – Alla radice del problema, secondo la maggior parte degli analisti, c’è la produttività stagnante: a partire dal 1995 il valore aggiunto per ora lavorata è cresciuto in media solo dello 0,4% l’anno (nel 2016 è addirittura calato) contro il +1,5% annuo della Germania e il +1,4% della Francia. Risultato, a sua volta, della somma di tanti fattori: inefficienze del sistema economico nel suo complesso, insufficienti investimenti in ricerca e tecnologia (anche perché le imprese mediamente sono troppo piccole per farsene carico) e scarso peso della contrattazione aziendale rispetto a quella accentrata. Il famigerato cuneo fiscale, per quanto pesantissimo, non è invece sufficiente per spiegare il differenziale tra i redditi netti italiani e quelli degli altri Paesi Ue. Secondo l’Ocse infatti tasse e contributi previdenziali “mangiano” ben il 47,7% della busta paga lorda di un lavoratore senza carichi famigliari e il 24,2% è a carico del datore di lavoro, ma in Francia il cuneo è praticamente identico (47,6%) e in Germania arriva addirittura al 49,7 per cento.

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Pil, Tria: “Si restringe il divario di crescita rispetto all’Eurozona”. Ma il gap è stabile intorno all’1% dal 2016

“È un dato che era atteso ed è determinato dal ciclo economico europeo. In termini di tassi di crescita annui il 2018 si chiude con un +1%, che restringe il divario di crescita dell’Italia rispetto alla media dell’eurozona (+1,2%)”. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha commentato così i dati sul pil diffusi giovedì. Ma i numeri resi pubblici dall‘Istat e dall’Eurostat mostrano in realtà che il differenziale tra la Penisola e gli altri Paesi che hanno adottato la moneta unica è vicino all’1% dal 2016 e la situazione non è migliorata nel 2018.

La stima di Eurostat è infatti che lo scorso anno la zona euro sia cresciuta dell’1,8% (dato destagionalizzato), mentre secondo i dati preliminari dell’Istat il pil italiano corretto per gli effetti di calendario (cioè “depurato” dalle giornate lavorative in più rispetto al 2017) è aumentato dello 0,8%. Se a marzo queste prime stime venissero confermate, la distanza sarebbe dunque lievemente superiore a quella registrata nel 2017, quando l’Eurozona è cresciuta del 2,4% e l’Italia dell’1,5 per cento. Il gap si allarga all’1,1% se si sceglie di prendere i dati sulla crescita del quarto trimestre 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017: +0,1% per l’Italia, +1,2% per l’Eurozona.

Nel 2015 e 2016 il divario di crescita era stato un po’ più basso, con l’Italia rispettivamente a +0,8 e +0,9% e l’Eurozona a +1,6 e +1,7%.

L’istituto di ricerca Ref ha dedicato un’analisi approfondita all’andamento del differenziale tra pil reale dell’Italia e quello dell’Eurozona (il pil reale equivale a quello nominale depurato dall’inflazione) nella sua ultima nota congiunturale, intitolata “Economia in stagnazione“. Il focus arriva alla conclusione che il gap non dipende tanto dagli scarsi investimenti quanto da consumi interni che languono a causa dei bassi salari che riducono la capacità di spesa delle famiglie. “Il differenziale di crescita fra l’economia italiana e gli altri paesi dell’area euro si posiziona da diversi anni intorno al punto percentuale, con oscillazioni che riflettono le caratteristiche di ciascuna fase ciclica”, premettono gli analisti della società indipendente che tra il resto supporta l’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Nel 2012, in piena recessione, il gap ha superato il 2%, per poi restringersi e assestarsi stabilmente intorno all’1 per cento. Cumulandosi nel tempo, spiega il rapporto, questo gap fa sì che il nostro Paese stia “retrocedendo progressivamente nelle graduatorie in termini di livello del reddito pro-capite, distanziandoci dalle maggiori economie avanzate”.

La parte più interessante è però quella che indaga sulle cause del divario, confrontando le componenti della domanda aggregata e la composizione settoriale della crescita di Italia, Francia e Germania. Il risultato è che dal 2015 l’Italia “ha azzerato il differenziale nella crescita delle esportazioni rispetto agli altri due grandi paesi dell’eurozona” e l’industria, anche grazie agli incentivi fiscali degli anni scorsi e al miglioramento delle condizioni creditizie,”ha ridimensionato in misura significativa il divario di sviluppo rispetto ai partner”. E si è ridotto anche il differenziale di crescita negli investimenti.

Apparentemente quindi l’economia italiana si è “riequilibrata dal punto di vista della posizione competitiva”. La più bassa crescita, stando a questa analisi, dipende soprattutto dell’andamento dei servizi. Secondo Ref questo è in parte un “esito diretto delle politiche relative al controllo della spesa della Pa, in parte egli effetti della minore crescita dei consumi delle famiglie, a sua volta riconducibile all’evoluzione relativa sfavorevole del potere d’acquisto“.

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Manovra, come cambia la spesa dello Stato: più soldi a politiche sociali, interventi contro il dissesto e ordine pubblico. Meno per la Difesa e gli investimenti

Più soldi per l’ordine pubblico e la sicurezza del territorio, per le politiche sociali e la famiglia e per la previdenza. Meno per le forze armate e per immigrazione e accoglienza. Mentre non diminuisce il contributo al bilancio Ue. Maggiori stanziamenti per ricerca e per tutela del patrimonio culturale, mentre vengono rimandati ad anni successivi i finanziamenti per le strade gestite dall’Anas e cala di conseguenza il totale degli investimenti. Si impenna la spesa per il soccorso civile, che incorpora i fondi una tantum per le regioni colpite da maltempo e alluvioni, e quella per la regolamentazione sul settore finanziario, per effetto del nuovo fondo di ristoro dei risparmiatori. Come ogni anno la nuova legge di bilancio, che dopo le modifiche concordate con la Ue rimane finanziata per oltre il 50% in deficit, sposta risorse tra i tanti programmi e missioni dei ministeri. Le tabelle della manovra e la banca dati della finanza pubblica OpenBdap, appena aggiornata dalla Ragioneria generale con le previsioni di entrata e spesa per il nuovo anno, permettono di analizzare quali capitoli il governo gialloverde ha deciso di finanziare di più rispetto al 2018 e quali invece saranno penalizzati.

Politiche sociali gonfiate dai fondi per il reddito – Le uscite complessive dello Stato nel 2019 salgono da 852 a 869 miliardi. La prima “azione” che la manovra potenzia notevolmente è quella relativa a Diritti sociali, politiche sociali e famiglia: lì sotto è finito infatti lo stanziamento di 7,1 miliardi per il reddito di cittadinanza e il potenziamento dei Centri per l’impiego, bandiera del M5s, che porta il totale a 40,2 miliardi dai 33,7 del 2018 (+18%). Di conseguenza scompare la voce Sostegno al reddito tramite carta acquisti, che valeva 202 milioni, e viene assorbita gran parte dei fondi che in precedenza erano indicati come “lotta alla povertà”. Alle politiche per la famiglia e disabilità sono destinati 189 milioni contro i 58 del 2018. Pochi cambiamenti per quanto riguarda le Politiche per il lavoro, a cui sono destinati 10,5 miliardi rispetto ai 10,7 del 2018: a fare la parte del leone continuano ad essere le politiche passive, cioè gli ammortizzatori sociali, a cui andranno 9,7 miliardi di euro.

I poco più di 4 miliardi di fondi per la “quota 100” sponsorizzata dalla Lega sono invece alla voce “prepensionamenti“, che fa lievitare da 93,5 a 96,4 miliardi (+3%) la voce Politiche previdenziali. In compenso calano da 16,2 a 13,3 miliardi le agevolazioni contributive per incentivare l’occupazione, gonfiate a partire dal 2015 dagli sgravi introdotti dal governo Renzi.

Concorso dello Stato alla spesa sanitaria in salita a 74 miliardi – La sanità, visto che la spesa è gestita dalle Regioni, ricade in parte nel capitolo Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali. Che sale a 120 miliardi (+1,6%) proprio per effetto dell’incremento da 73,2 a 74,1 miliardi del concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria, compresa la tutela dei livelli essenziali di assistenza. Diminuiscono invece da 936 a 613 milioni le risorse girate agli enti locali “a compensazione di minori entrate da fiscalità”: effetto del taglio del fondo di compensazione per il passaggio dall’Imu alla Tasi, che i Comuni chiedono sia ricostituito. Altri 1,3 miliardi sono alla voce Tutela della salute, tagliata del 38,8% rispetto al 2018: le risorse per la programmazione del Servizio Sanitario per l’erogazione dei Lea scendono da 1,2 miliardi a 288 milioni. Visto che l’articolato della manovra fissa il livello del Fondo sanitario nazionale a 114,4 miliardi, comunque, la differenza sarà coperta come sempre dagli introiti fiscali delle Regioni, la loro compartecipazione all’Iva e il contributo delle Regioni a statuto speciale.

Raddoppiano i fondi contro la dispersione scolastica, in aumento quelli per la formazione tecnica – La spesa per l’istruzione scolastica sale da 46,3 a 48,3 miliardi (+4,5%) soprattutto in seguito all’aumento degli stipendi legato al nuovo contratto dei docenti del primo (elementari e medie) e secondo ciclo (liceo, istituti tecnici e professionali, formazione professionale). Gli stanziamenti per gli interventi di integrazione scolastica degli studenti con bisogni educativi speciali, incluse le spese per insegnanti di sostegno, calano da 3,6 a 3,5 miliardi per il primo ciclo mentre salgono da 1,39 a 1,45 miliardi per il secondo ciclo. Vengono più che raddoppiati, da 4,4 a 10,7 milioni, i fondi per la lotta alla dispersione scolastica e l’orientamento, e salgono da 18 a 33 milioni le risorse per i percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore e per gli Its.
A università e formazione post universitaria sono destinati 8,3 miliardi, in lieve aumento dagli 8,2 del 2018: per il personale ci sono 3,4 milioni contro i 3,1 milioni del 2018. Agli atenei statali vanno 7,4 miliardi contro i 7,3 del 2018 mentre resta stabile il contributo alle università non statali, 68 milioni. In salita dell’11%, a 3,3 miliardi, le risorse per ricerca e innovazione: i Contributi alle attività di ricerca degli enti pubblici e privati passano da 1,7 a 1,8 miliardi.

Su del 31% la spesa per il soccorso civile: ci sono gli interventi per il dissesto – Cresce del 31%, dai 5,7 miliardi del 2018 a 7,6 miliardi, lo stanziamento per il soccorso civile: l’incremento è dovuto al fatto che la missione comprende gli “interventi per pubbliche calamità“, tra cui gli investimenti destinati alle zone di Lombardia, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trento e Bolzano, Emilia-Romagna, Lazio, Toscana, Sardegna, Sicilia e Calabria dichiarate in stato di emergenza perché colpite lo scorso ottobre da forte maltempo e alluvioni. Quella voce, che è una delle quali per cui il governo ha chiesto la Ue l’attivazione della clausola di flessibilità sul deficit, sale nelle tabelle dello stato di previsione del Tesoro dai 2,8 miliardi del 2018 a 3,26 miliardi. Per gli stessi motivi il programma Protezione civile vede aumentare le risorse da 863 milioni a 2 miliardi: i fondi per il primo intervento salgono da 291 a 744 milioni e dal 2019 viene aggiunta la missione “interventi infrastrutturali di prima emergenza derivante da dissesto idrogeologico” finanziata con 808 milioni.

Crollano gli stanziamenti per le infrastrutture: pesa il rinvio dei fondi per l’Anas – Le risorse previste per la voce Infrastrutture pubbliche e logistica scendono invece del 39,3%, da 5,9 a 3,6 miliardi. Il crollo deriva principalmente dal rinvio al 2020-2021 di 1,8 miliardi di stanziamenti di competenza previsti nel bilancio precedente per le strade e autostrade gestite dall’Anas, che scendono così dai 3 miliardi del 2018 a 538 milioni. La “rimodulazione” dei fondi per nuovi cantieri è legata al fatto che l’avvio di molte opere è in ritardo rispetto alla tabella di marcia e quelle già avviate procedono più lentamente del previsto. Ma calano anche gli stanziamenti per “Opere strategiche, edilizia statale e interventi speciali e per pubbliche calamità”, che passano da 1,8 a 1,6 miliardi. Al contrario salgono da 29 a 203 milioni gli stanziamenti per le autostrade in concessione. La tabella con il totale delle spese in conto capitale evidenzia che i “contributi agli investimenti ad amministrazioni pubbliche” ammonteranno quest’anno a poco più di 20 miliardi contro i 21,3 del bilancio di competenza 2018.

Potenziati Polizia e Carabinieri. Ci rimette la Difesa – La spesa per ordine pubblico e sicurezza, tema caro a Matteo Salvini, è destinata a salire ma di 500 milioni, a 11,2 miliardi. Cresce in particolare la spesa per la Polizia, compresa sotto la voce “contrasto al crimine” che passa da 6,7 a 7 miliardi di stanziamento. Più fondi (da 6,1 a 6,4 miliardi) anche per l’Arma dei Carabinieri. Aumentano di poco, da 141,5 a 144,8 milioni, le risorse per contrasto all’immigrazione clandestina e sicurezza delle frontiere e delle principali stazioni ferroviarie. In compenso le spese per la pianificazione delle Forze Armate e gli approvvigionamenti militari si riducono da 3,7 a 3,2 miliardi. Quasi nessun cambiamento per i fondi destinati alle missioni internazionali: poco meno di 1 miliardo di euro.

Meno risorse per l’immigrazione e attuazione delle politiche Ue – Al contrario i fondi per garantire quelli dei migranti e per gli interventi a favore degli stranieri “anche richiedenti asilo e profughi” calano da 2,5 a 2,2 miliardi. Gli stanziamenti per il programma Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti diminuiscono rispetto al 2018 del 7,6%, a 3,3 miliardi, cifra che però comprende anche oltre 1 miliardo di otto per mille che lo Stato gira a Chiesa cattolica e altre confessioni religiose sulla base delle scelte espresse dai contribuenti nelle dichiarazioni dei redditi. Al contrario la dote della missione Flussi migratori per motivi di lavoro e politiche di integrazione sociale delle persone immigrate risulta incrementata da 1,8 a 5,2 milioni. La cooperazione allo sviluppo “guadagna” un centinaio di milioni (a 1,1 miliardi) e aumenta, a dispetto degli annunci, anche il contributo al bilancio Ue: la partecipazione italiana è cifrata 18,3 miliardi contro i 17,8 del 2018. In compenso scende da 4,8 a 2,5 miliardi la cifra destinata all’attuazione delle politiche comunitarie in ambito nazionale: la riduzione di quei fondi fa parte del pacchetto messo a punto dal governo per ridurre il deficit/pil rispetto al 2,4% iniziale.

Tra gli sgravi alle imprese il sostegno fiscale al settore creditizio – Dalle tabelle di bilancio i cambiamenti per quanto riguarda le azioni per la competitività e lo sviluppo delle imprese appaiono minimi. Su 24,7 miliardi complessivi destinati a queste misure (erano 24,5 nel 2018), 18,3 miliardi andranno a interventi di sostegno attraverso il sistema della fiscalità. Sotto questa voce sono contabilizzati 4,5 miliardi, in aumento dai 3 del 2018, a favore del settore creditizio e bancario, che pure è colpito da altri interventi fiscali previsti dalla manovra. Altri 1,5 miliardi vanno all’autotrasporto. Ammontano invece a 565 milioni, rispetto ai 583 dell’anno prima, gli sgravi per la ricostruzione di imprese danneggiate da eventi sismici. Il sostegno fiscale alla ricerca e sviluppo resta invariato a 1,27 miliardi. Cala da 317 a 55 milioni invece lo stanziamento per vigilanza sugli enti, sul sistema cooperativo e sulle gestioni commissariali che comprende la gestione delle procedure di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi. Tornando alle banche, la voce Regolamentazione e vigilanza sul settore finanziario sale a 656 milioni per effetto del nuovo Fondo di ristoro dei risparmiatori vittime dei crac bancari.

Più risorse per i beni culturali a livello territoriale – Alla tutela e valorizzazione dei beni culturali andranno 2,6 miliardi, il 16% in più rispetto al 2018. In particolare salgono da 195 a 407 milioni gli stanziamenti per salvaguardia, valorizzazione e interventi per i beni culturali a livello territoriale e da 371 a 412 milioni quelli per valorizzazione e tutela del settore dello spettacolo dal vivo.

In aumento il gettito Irpef, in calo quello da Iva. Dal debito 290 miliardi – Sul fronte delle entrate, che saliranno da 852 a 869 miliardi di cui 513 da entrate tributarie, il maggior incremento è atteso dalle imposte sui giochi, a 7,2 miliardi rispetto ai 6,4 del 2018 (+12,6%) a cui vanno aggiunti 351 milioni da “lotterie e altri giochi” e 7,5 miliardi dal Lotto, dato che rimane stabile. L’imposta sul reddito delle persone fisiche porterà 199,8 miliardi, in aumento dell’1,9% sul 2018. Mentre l’Iva scenderà del 3% a 155,9 miliardi e l’imposta sul reddito delle società passerà da 41,4 a 40,9 miliardi (-1%). Dalle emissioni di debito pubblico sono attesi oltre 290 miliardi e gli oneri complessivi per il servizio del debito salgono dai 73,8 miliardi previsti per il 2018 a 74,2 miliardi, soprattutto per effetto di un aumento degli interessi sul debito a quota 67 miliardi (ci sono poi altre voci, come gli oneri sui buoni fruttiferi postali). In questo caso però va considerato che, a consuntivo, anche il conto 2018 potrebbe salire come conseguenza dell’aumento dei tassi a partire dalla metà dell’anno appena finito.

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