Quei diavoli del British blues

«L’influenza del blues sul pop è stata così profonda fin dai primi anni Sessanta, che oggi è difficile mantenere distinte le due cose» (Paul Oliver) Con queste parole si apriva l’introduzione al seminale libro The Story of the Blues, pubblicato nel 1969 dal saggista e storico proveniente da Nottingham, Regno Unito. Un’affermazione che anno dopo anno si è palesata sempre più acuta e lungimirante: il blues è stato, è e probabilmente sarà, una musica «popolare» in Gran Bretagna. Lo dimostra, … Continua

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Milano, il covid hotel chiude per sfratto: proprietà non gradisce la trasformazione “Attività risentono dei portatori di malattia”

Finisce con uno sfratto e a carte bollate l’apertura di un Covid Hotel in centro a Milano. La direzione dell’Ats cittadina, racconta oggi il Corriere nelle pagine milanesi, giovedì si è vista recapitare dalla società proprietaria del prestigioso “King Hotel” di corso Magenta 19 una diffida a interrompere “qualsiasi operazione di trasformazione in “Covid hotel”. La motivazione della proprietà Denas Srl è che “l’hotel si trova in diretta adiacenza ad altre attività e immobili residenziali che potranno risentire negativamente della presenza di soggetti ad alto rischio contagio, ovvero portatori di malattia”.
Ieri sera, è arrivata anche la notificata di sfratto al gestore dell’albergo, il gruppo “King-Mokinba” che affitta la struttura da ben 35 anni e si era resa disponibile a offrire gli spazi come ricovero dei pazienti non gravi da isolare in albergo. La vicenda potrebbe avere un epilogo in tribunale perché il gestore dell’hotel, rappresentato dal legale Pietro Longhini, ha immediatamente risposto alla Regione e all’Ats: “Il supposto consenso della proprietà, al di là di ogni valutazione, che ci asteniamo dallo svolgere, di morale collettiva ed etica sociale, non è richiesto né tantomeno dovuto, né in base alla convenzione, né in base al contratto di locazione”.

Per dare il benservito alla società, la proprietà impugnato il mancato pagamento di una rata che sarebbe però stato sanato nel giro di pochi giorni. Restano dunque le motivazioni legate alla conversione in albergo per malati covid che ha lasciato alquanto perplessa la direzione sanitaria e la stessa Regione Lombardia. L’autorità sanitaria milanese lavora da settimane per allestire nuovi “Covid hotel”, essendosi mossa con grande ritardo come la maggior parte delle regioni. Sono luoghi che possano ospitare medici impegnati in prima linea e malati in convalescenza che non hanno altre possibilità di isolamento. Sono strutture decisive nella gestione della pandemia. Con Milano e l’Italia nel pieno della crisi sanitaria più drammatica dal Dopoguerra, e mentre in primavera i medici erano «eroi» e i malati vittime, oggi (per qualcuno) sono solo appestati da tenere a distanza. Non è il primo niet da parte di una struttura. Clamoroso era stato il caso di Induno Olona, dove una struttura individuata dall’Asst dell’Insubria come covid hotel ha lasciato i cancelli chiusi con grande sorpresa del sindaco di Varese Galimberti che aspettava da mesi un elenco di alberghi.

Chiaro che non piaccia lo stigma dell’hotel dei malati. Anche se le esperienze fatte finora dimostrano il contrario. Sotto il controllo dell’Ats, e con il rispetto strettissimo dei protocolli che la società già applica al «Baviera» con attestazioni di merito, nessuna di quelle strutture di assistenza per medici e convalescenti ha mai provocato contagi. E il coronavirus, come dimostrano migliaia di studi scientifici internazionali, al contrario di quel che sostiene la proprietà non migra nell’aria a centinaia di metri di distanza. Ssecondo l’immobiliare sarebbero invece “a grave rischio contagio” anche l’università Cattolica, la caserma della polizia e il museo archeologico (per altro chiuso in questo periodo). I gestori del “King” riconfermano la loro “candidatura” all’Ats.

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Rugby, l’omaggio degli All Blacks a Maradona prima della haka. Poi Argentina distrutta VIDEO

Rugby, l’omaggio degli All Blacks a Maradona prima della haka. Poi Argentina distrutta VIDEO

Un omaggio dei fenomeni del rugby al fenomeno del calcio: gli All Blacks hanno ricordato Diego Armando Maradona prima della partita contro l’Argentina disputata a Newcastle, in Australia.

Il capitano della nazionale neozelandese, Sam Cane, ha posato sul cerchio di centrocampo una maglia nera con il numero 10 e il nome di Maradona, prima della tradizionale haka. Un gesto che ha commosso anche i Pumas.

Prima l’omaggio a Maradona, poi Argentina travolta

La partita valevole per la Championship (quest’anno in formato Tri-Nations con l’Australia), è stata poi vinta dagli All Blacks con un netto 38-0 che ha vendicato l’umiliante sconfitta del 14 novembre quando l’Argentina si era imposta 22-15 dopo 29 ko di fila contro i neozelandesi. (fonte AGI)

Covid, Locatelli: “Saranno un Natale e un Capodanno diversi” VIDEO

Covid, Locatelli: “Saranno un Natale e un Capodanno diversi” VIDEO

“Sarà un Natale diverso, il primo e auspicabilmente l’ultimo grazie ai vaccini. Tutto quello che eravamo abituati a vedere a Capodanno non potrà avere corso, è inimmaginabile e incompatibile. Va detto con assoluta chiarezza come la celebrazione religiosa dovrà essere compatibile con le misure concordate già con la Cei per quello che riguarda la fede cattolica per evitare focolai e trasmissioni”: lo ha detto il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli in conferenza stampa sui dai del monitoraggio. (fonte Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev)

 

Covid, Brusaferro: “Tamponi negativi e screening di massa non sono patentino d’immunità”

“Bisogna sempre ricordare che i tamponi antigenici rapidi generano anche falsi positivi e quindi, in realtà, in fase diagnostica questi vanno poi ulteriormente confermati e analizzati“. Così Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, circa l’efficacia e la riproducibilità in larga scala di quanto effettuato a Bolzano con lo screening di massa attraverso i test rapidi. Per Brusaferro lo screening è “importante per la conoscenza sulla circolazione del virus, ma dall’altra parte non può mai diventare un patentino di immunità o negatività, perché se dopo aver fatto test il cui esito risultasse negativo, un’ora dopo partecipassi a un aperitivo abbracciando e socializzando, potrei contrarre lì il virus e risultare positivo nei giorni seguenti”.

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Scienziato ucciso in Iran, il “delitto perfetto” di Trump e Netanyahu: l’incontro segreto col Mossad in Arabia Saudita per colpire Teheran (e Biden)

Nonostante avesse oltre 60 anni, fosse noto al Mossad almeno dal 2000 e fosse l’unico scienziato nucleare iraniano il cui nome appare in un documento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (nel 2015), di Mohsen Fakhrizadeh-Mahabadi sembrerebbe impossibile trovare immagini antecedenti il 2018. C’è anche questo elemento, ma non solo, a dare al suo assassinio un’altra gravità rispetto ai precedenti attentati ai danni di ingegneri, fisici ed altri funzionari civili iraniani.

Dopo essere scampato qualche anno fa ad un altro tentativo di eliminarlo, Fakhrizadeh-Mahabadi è stato ucciso il 27 novembre mentre si trovava a bordo di un’auto a circa 70 chilometri da Teheran. In macchina erano stati uccisi altri quattro scienziati iraniani: nel 2010 Masoud Alimohammadi e Majid Shariari (nello stesso giorno anche Fereydoon Abbasi-Davani, sopravvissuto all’attacco), nel 2011 Dariush Rezaeinejad e nel 2012 il 33enne Mostafa Ahmadi Roshan.

Rispetto a loro, però, Fakhrizadeh era anche un Brigadier generale dei Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC), e nel 2018 era stato esplicitamente menzionato – “ricordatevi questo nome” – dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel corso di una delle conferenza stampa in cui accusava l’Iran di costruire la bomba atomica. Come dopo le altre uccisioni di scienziati iraniani il sospetto, anche di funzionari d’intelligence contattati dal New York Times, cade sul Mossad, il servizio di intelligence israeliano, che in queste situazioni non conferma né smentisce. Non è del tutto da escludere l’ipotesi che abbia appaltato l’eliminazione di Fakhrizaded anche a proxies in Iran, per esempio ad agenti del MeK (membri dell’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran che si oppone alla repubblica teocratica sciita nata dopo la rivoluzione del 1979).

A far rumore, vista la statura della vittima, sono state le reazioni – improntate alla promessa di vendetta – della galassia politica e telematica dell’Asse della Resistenza, e più nello specifico di diverse autorità iraniane, come il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, il Capo di Stato maggiore Mohammad Bagheri o il Brigadier generale Hossein Dehghan, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei e prossimo candidato alle presidenziali del 2021: reazioni più vicine a quelle registrate all’indomani dell’omicidio del generale Qassem Soleimani, che non a quelle, più discrete, nei casi degli altri scienziati. Probabilmente perché Fakhrizadeh aveva in campo nucleare un ruolo simile a quello esercitato da Soleimani in campo militare.

É tuttavia opportuno ricordare che per dottrina strategica e organizzazione degli apparati, né il programma nucleare né le capacità di influenza e mobilitazione regionale dell’Iran dipendono dalle conoscenze, dalle abilità o dall’esistenza stessa di una o poche personalità, qualunque sia il loro grado di rilevanza all’interno dell’establishment. La rappresaglia iraniana, diversamente da quanto accaduto dopo l’omicidio di Soleimani, probabilmente non sarà immediata.

Non è chiaro se gli Stati Uniti fossero al corrente dell’uccisione di Fakhrizadeh, data la usuale condivisione di intelligence con il Mossad, ma due aspetti appaiono significativi: in primo luogo l’incontro segreto – negato dalle parti – avvenuto tre giorni fa a Neom, in Arabia Saudita, tra il potente erede al trono Mohammad Bin Salman e Netanyahu (a cui si sarebbero aggiunti il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e il capo del Mossad, Yossi Cohen), in quella che sarebbe la prima visita israeliana nel Regno. Sono loro a trainare la politica spregiudicata nei confronti dell’Iran, prima dell’amministrazione di Donald Trump.

Il secondo aspetto riguarda proprio il tramonto di quest’ultima – la più in sintonia con Netanyahu -, che dovrà farsi da parte il 20 gennaio. La scorsa settimana Trump, in un meeting con il suo team di Sicurezza nazionale, aveva paventato la possibilità di bombardare la centrale nucleare atomica di Natanz, con l’obiettivo implicito di sabotare la strada che Joe Biden ha annunciato di voler percorrere, verso nuove ma già complicate trattative sul nucleare. Dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti, a cui ha fatto seguito l’omicidio di Soleimani, la popolarità dell’idea di un nuovo accordo, nonché la fiducia nelle amministrazioni americane con cui si è già scottato, sono ai minimi storici in Iran, che nel 2021 eleggerà un nuovo presidente con premesse incandescenti, ed al momento favorevoli ad un candidato ostile alla ripresa dei colloqui.

Convinto durante il meeting a recedere dai suoi propositi, in considerazione degli alti rischi, secondo il Times al presidente americano uscente sarebbero però state presentate “altre opzioni”, rimaste riservate. Due giorni prima dell’assassinio di Fakhrizadeh, alcuni alti gradi delle Israeli Defense Forces avevano riferito al giornalista israeliano Barak Ravid che nelle ultime settimane le IDF erano state sollecitate a prepararsi alla possibilità di un bombardamento americano in Iran prima della fine della presidenza Trump, e ad un conseguente periodo “sensibile” fino al 20 gennaio.

Questo periodo potrebbe essere iniziato ora: l’operazione Fakhrizadeh potrebbe quindi essere un “test” della reattività iraniana in attesa di una operazione militare o, più concretamente, la decisione di eliminare un obiettivo di alto profilo, rischioso per definizione, all’inizio di un orizzonte temporale nel quale si pensa di poter “maneggiare” qualunque conseguenza. O meglio, di farla maneggiare ad altri.

Se è vero che di norma Israele non chiede il permesso a Washington per le sue operazioni militari all’estero, informando l’alleato a fatto compiuto, questo mese e mezzo è una finestra preziosa per il bellicismo di Netanyahu, che in Parlamento non ha ormai nessuna voce critica rilevante nella sua politica ferocemente anti-iraniana ma dal 20 gennaio avrà a che fare con un presidente, Joe Biden, vicino a quello che ha amato meno in assoluto, cioè Obama.

Una vicinanza al 44esimo presidente che si accompagna però alla nota e solida relazione con la stessa Israele – analoga a quella del Segretario di Stato designato, Antony Blinken -, oltre ad un rapporto personale quarantennale con lo stesso Netanyahu. Un potenziale “delitto perfetto” per quest’ultimo (e per Trump): provocare deliberatamente una escalation militare nell’arco di un tramonto lungo un mese e mezzo, costringendo la prossima amministrazione a mettere su un piatto della bilancia la “leggera” riapertura del dialogo con l’Iran e sull’altro la – più pesante, come noto – necessità di “difendere la sicurezza dell’amico israeliano”, in un contesto in cui potrebbe essere già calata l’oscurità.

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Bitti (Nuoro), tre persone morte a causa del violento nubifragio. Altre due disperse

Bitti (Nuoro), tre persone morte a causa del violento nubifragio. Altre due disperse.

È di tre morti e due dispersi il bilancio, al momento, del nubifragio che si è abbattuto su Bitti, centro in provincia dei Nuoro. Lo stesso paese che nel novembre del 2013 aveva vissuto un dramma simile col ciclone Cleopatra.

Le vittime sono una coppia di anziani sorpresa dall’alluvione in paese e un allevatore che, alla guida di un Pick Up, è stato travolto da un’ondata di acqua e fango nelle campagne. Altre due persone risultano ancora disperse e si teme che il bilancio delle vittime possa aumentare.

Bitti colpita da un alluvione anche nel 2013

Bitti è stata investita dalle violente piogge dalle 8 del mattino ed è tuttora isolata: manca l’energia elettrica e sono saltate le comunicazioni telefoniche. Il sindaco Giuseppe Ciccolini è in contatto con la protezione civile tramite una postazione radio allestita da un’associazione di volontariato. Il primo cittadino, che parla di evento quattro volte superiore di quello che colpì Bitti nel 2013 causando un morto, ha chiesto ai suoi compaesani di non abbandonare le case e men che mai di allontanarsi dal paese. Sul posto, dove si è concentrata la macchina della protezione civile, è stata inviata la colonna regionale dei vigili del fuoco. 

Il Presidente della Regione Christian Solinas sta seguendo in costante collegamento con la protezione civile regionale le operazioni di soccorso. Solinas ha manifestato “la propria vicinanza alle comunità colpite e il più profondo cordoglio per le vittime”, assicurando “il tempestivo intervento della Regione per il ristoro dei danni”. (fonte AGI)

Cartabianca, Luca Zaia spiazza la Berlinguer: “Dov’è Mauro Corona? A noi manca”. Ecco la risposta della conduttrice

In Rai, scrive Giuseppe Candela in questo pezzo sul “caso Detto Fatto(link),sono giorni intensi: il caso Morra, le polemiche su Franca Leosini, le nomine dei troppi vicedirettori, il canale inglese e quello istituzionale, il caso Di Mare-Corona. Tutto ha un senso diverso, tutto ha una seconda lettura. Già, il caso Corona. Lo scrittore e alpinista, dopo la lite con Bianca Berlinguer per la quale ha poi chiesto scusa, non ha più “messo piede” a Cartabianca. Nonostante la conduttrice lo abbia perdonato. A non volerne più sapere è il direttore di rete, Franco di Mara. Ma “Bianchina” lo rivorrebbe con sé, eccome. Anzi, quando durante l’ultima puntata del 24 novembre, Luca Zaia ha detto: “Mi tolga una curiosità ma a Cartabianca mi sa la quarantena dura più di 10 giorni. Voi lo sapete che per legge dura solo 10 giorni? Corona che fine ha fatto? Per noi è un mito. Manca a tutti coloro che la seguono“, Berlinguer ha risposto: “Mauro Corona? Lei ha toccato il mio tasto dolente, lo so che voi in Veneto sentite particolarmente la sua mancanza, le assicuro che la sento molto anche io. E anche altri telespettatori che non sono del Veneto quindi speriamo davvero che riusciamo a risolvere, magari con il prossimo anno quando siamo tutti più buoni riusciamo a riportarlo perché anche a voi manca”.

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Vincenzo De Luca: “Quel conduttore esaltato a Napoli l’avremmo ricoverato per coma etilico al Cardarelli”

Conferenza stampa del venerdì su Facebook, Vincenzo De Luca attacca. Non è una novità. Stavolta “tocca” ai “programmacci televisivi”: “Mi è capitato di vedere qualche conduttore televisivo di sfuggita, perché ovviamente sono l’ultimo che farà aumentare gli ascolti di queste trasmissionacce ma ho avuto l’impressione che fosse un po’ esaltato, dava numeri a lotto”. Il riferimento sembrerebbe essere a Non è l’Arena dove di recente conduttore e giornalisti si sono occupati di raccontare la gestione dell’emergenza covid-19 da parte della regione Campania. “Ci sono personaggi che noi, in genere, ricoveriamo al Cardarelli per coma etilico. Quando ho visto questo personaggio ho avuto questa riflessione: questo qui fosse stato a Napoli lo avremmo già ricoverato”. Il conduttore per ora tace. Ribatterà?

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Sardegna, dalla giunta Solinas 780mila euro all’associazione vicina al consigliere del suo partito. Poi la marcia indietro

Come avessero ottenuto 780mila euro senza gara, non lo sapevano neppure loro. Eppure grazie ad un semplice comma contenuto nell’ultimo assestamento di bilancio, la giunta regionale guidata dal sardo-leghista Christian Solinas ha assegnato all’associazione Sardegna Sociale, in attività da appena qualche mese, quasi 800mila euro da qui al 2022 per un progetto “sull’inserimento lavorativo di persone con autismo”. A fermare l’operazione, con la maggioranza probabilmente allarmata dalle richieste di chiarimenti partite dal fattoquotidiano.it, ci ha pensato la commissione Bilancio, che dal testo emendato ha fatto sparire il comma ‘incriminato’. L’iniziativa era oggettivamente pregevolissima, sia chiaro. Ma quando i soldi pubblici vengono assegnati esclusivamente in base alla discrezionalità della politica, senza alcun bando o selezione – come in questo caso – qualche perplessità appare lecita. Soprattutto quando spuntano diversi documenti che dimostrano, tra cene e serate mondane, gli stretti rapporti tra il presidente dell’associazione beneficiaria del cospicuo finanziamento e, in primis, un consigliere regionale del Partito Sardo d’Azione, sigla alla quale appartiene pure Solinas.

Di certo, a cancellare i dubbi sull’intera operazione non contribuiscono le dichiarazioni rilasciate al fattoquotidiano.it dal numero uno di Sardegna Sociale Salvatore Serra, pochi giorni prima che il finanziamento venisse cancellato. Ad esempio, l’iter che avrebbe portato nelle casse della sua associazione 780mila euro non era proprio chiarissimo. Vista la cifra e la procedura totalmente in capo alla politica, era utile capire se il progetto fosse stato presentato direttamente al presidente Solinas, a qualche consigliere regionale o agli uffici della Regione. La risposta però è stata disarmante. “Non mi occupo direttamente delle procedure tecniche”, ha dichiarato Serra, che di mestiere fa l’agente immobiliare. “Quindi non lo sa?”, gli domandiamo. “Ho messo insieme i professionisti, non mi occupo di tutti i settori…”, glissa con tono vagamente imbarazzato. Ma pure quando gli si chiede degli esperti coinvolti – visto che in pochi mesi Sardegna sociale si è occupata quasi esclusivamente di collette alimentari – si presenta qualche ritrosia. “A tempo debito farò i nomi”, taglia corto. Nessuna risposta nemmeno quando gli si fa notare che associazione e professionisti avrebbero incassato soldi pubblici e quindi sarebbe stata necessaria trasparenza: “Ci mancherebbe. A tempo debito ci sarà”.

Chi invece non ha alcuna remora nel raccontare come funziona e si finanzia un’associazione che da appena vent’anni fornisce assistenza alle persone autistiche e alle loro famiglie, è il presidente di ‘Peter Pan‘ Marco Granata. “Quanto abbiamo avuto dalla Regione da quando siamo nati ad oggi? 10mila euro“. In media, 500 euro l’anno. “E conti che eroghiamo servizi per circa 17mila ore annue – specifica Granata – Il nostro bilancio, ora intorno ai 300mila euro, si alimenta grazie ai contributi di legge dati alle famiglie, al 5 per mille, alle raccolte fondi e ai contributi che riusciamo ad intercettare autonomamente, ad esempio dalle fondazioni. Ovviamente dopo un’attenta selezione e con criteri ferrei ed oggettivi”.

Il fatto è che la vicenda non si esaurisce con i 780mila euro assegnati in via diretta dalla giunta Solinas con sette-righe-sette infilate nell’assestamento di bilancio – 8mila euro a parola, 100mila a riga e 780mila finali – poi cancellate in commissione. Perché a indagare sulle attività che Sardegna Sociale ha portato avanti da marzo ad oggi, si nota che ogni iniziativa presenta due punti fermi: la grande solidarietà dimostrata dall’associazione verso i più deboli e la costante presenza del consigliere regionale del Partito Sardo d’Azione Stefano Schirru ad ogni uscita pubblica promossa dal presidente Serra. E, soprattutto, a diverse uscite private. “Ma Cagliari è piccola, ci si conosce un po’ tutti”, si schermisce Serra quando gli si domanda se frequenta il consigliere Schirru anche al di fuori degli appuntamenti istituzionali. Più ondivago il politico collega di partito del presidente Solinas: “Se frequento Serra anche al di fuori degli appuntamenti istituzionali? Ma questo è irrilevante”. Ma sì o no? “È irrilevante“.

Sarà pure irrilevante, ma certo fa specie scorgere il presidente di un’associazione che avrebbe dovuto ricevere 780mila euro su esclusivo input della giunta Solinas, spuntare in una foto che lo ritrae con l’onorevole Schirru e il consigliere comunale di Forza Italia Francesco Ciaramella (tra i volontari di Sardegna Sociale) durante un’allegra arrostita a base di birra e salsiccia. A pubblicare l’istantanea sul proprio profilo Facebook, nel settembre 2018, un esponente del Partito Sardo d’Azione che ai post sui Quattro mori alterna quelli massonici della ‘Gran Loggia d’Italia degli Alam’, gli ‘Antichi accettati liberi muratori’. Archiviata l’allegra cena, a febbraio scorso Serra e Schirru sono di nuovo insieme in un locale poco fuori Cagliari per festeggiare un lieto evento – matrimonio, battesimo o cos’altro non si sa – in compagnia di altri sostenitori del PSA. Alle frequentazioni private, si aggiungono quelle pubbliche. Che testimoniano una contiguità forse non proprio opportuna.

Il 10 aprile scorso, ad esempio, Sardegna Sociale fa un salto all’ospedale cagliaritano Santissima Trinità e consegna decine di colombe pasquali ai vertici del nosocomio. “Sono destinate ai bimbi di Pediatria”, dichiara a favore di telecamera Salvatore Serra. Dietro di lui, con le buste in mano, il consigliere regionale del Psd’Az Stefano Schirru e il collega di partito Roberto Mura, vicesindaco della Città metropolitana designato qualche mese prima dal sindaco di Cagliari Paolo Truzzu (Fratelli d’Italia). Al loro fianco, anche Scaramella. L’accoglienza? In pompa magna. C’è il numero uno della sanità in Sardegna, vale a dire il commissario dell’Azienda tutela salute Giorgio Steri (fratello dell’ex consigliere regionale dell’Udc Giulio) e il direttore del Santissima Trinità Sergio Marracini, medico ed ex consigliere regionale con trascorsi – a titolo esemplificativo – in Forza Italia, Udeur e Udc. Entrambi sono stati nominati dalla giunta Solinas. “Schirru invitato da noi? Non ricordo”, dice oggi Serra. Il politico ribatte a distanza: “Mi pare di essere stato invitato dall’associazione”.

Non è l’unico appuntamento pubblico che vede Serra e Schirru a stretto contatto. Pochi giorni prima delle elezioni Regionali 2019, entrambi disquisiscono sulle difficoltà del ‘fare impresa’ durante un convegno organizzato dall’esponente del Partito Sardo d’Azione in vista delle consultazioni elettorali. In apertura dei lavori, i saluti spettano a Serra, che parla come presidente dell’associazione ‘Giuseppe Mazzini’. Schirru figura come moderatore. C’è poi un convegno organizzato il 20 febbraio scorso da Sardegna Sociale sulla situazione carceraria in Sardegna. Il tema? L’annoso ‘Futuro oltre le sbarre’. Tra i relatori: Umberto Oppus, candidato non eletto del Partito Sardo d’Azione alle regionali 2019. Nella locandina viene indicato come ‘giornalista’, ma in quel periodo è già direttore generale dell’assessorato regionale all’Urbanistica guidato dall’esponente del Psa Quirico Sanna. Al suo fianco, c’è il consigliere regionale del Partito Sardo d’Azione Stefano Schirru. Il quale, peraltro, è stato uno dei pochi messo al corrente della proposta di Sardegna Sociale premiata dalla giunta Solinas con 780mila euro. “Sì, ho visto il progetto. O meglio, me ne ha parlato il presidente Serra, anche perché tempo fa ho firmato una proposta di legge sull’autismo. Sui professionisti e sull’iter che ha determinato il finanziamento nell’assestamento di bilancio però, dovrebbe chiedere a loro…”.

Lo abbiamo fatto. E come visto, nemmeno il presidente di Sardegna Sociale conosce la procedura che avrebbe portato nelle casse della sua associazione 780mila euro. “D’altronde io vendo case – precisa Serra – mica so come si costruiscono”.

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