La svolta della Bce aiuterà a ridurre i debiti. E non finirà qui

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La Banca centrale europea, nell’ambito della sua Revisione strategica ha annunciato il cambiamento della regola di politica monetaria. Si passerà da un obiettivo di inflazione inferiore ma vicina al 2 per cento a un obiettivo di inflazione in media del 2 per cento, intendendo con ciò che il tasso di inflazione potrà nel medio periodo sforare verso l’alto il 2 per cento per compensare una eventuale persistenza del medesimo al di sotto del 2 per cento (e cioè quello che si e verificato negli ultimi anni). Ne è nato un dibattito a volte molto tecnico, incentrato tra l’altro sui meccanismi di formazione delle aspettative di inflazione nell’ambito del nuovo meccanismo. Aspettative che ricoprono un ruolo decisivo sull’efficacia del nuovo meccanismo. Ma qui vorrei soffermarmi su un altro aspetto.

 

Perché adesso? Oltre all’ovvio problema di dare priorità alla lotta alla pandemia una risposta a caldo potrebbe essere: perché la Bce è preoccupata della incapacità della sua politica di raggiungere e mantenere il tasso di inflazione attorno al 2 per cento (se non proprio al 2 per cento). E farebbe bene a essere preoccupata se si tiene conto, che, come ha ricordato il capo economista di Unicredit, Eric Nielsen, la Bce ha mancato per quasi un decennio ininterrotto l’obiettivo dell’“inferiore ma vicino” al 2 per cento. Un errore sistematico di questo tipo richiede una revisione alla radice dell’impianto di politica monetaria. La risposta alla domanda del “perché adesso” diventa dunque “perché un tasso di inflazione sistematicamente troppo basso finisce per provocare danni molto gravi al funzionamento dell’Unione monetaria”. O, per metterla in positivo, un tasso di inflazione moderato fa bene al funzionamento di una unione monetaria.

 

Per diverse ragioni. Una inflazione moderata aumenta il tasso di crescita del pil nominale e quindi, per un dato tasso di interesse, accresce la sostenibilità del debito pubblico. Una inflazione moderata facilita la flessibilità dei prezzi relativi e quindi agevola quei processi di ristrutturazione indispensabili nella attuale fase di aggiustamento dell’economia. Una inflazione moderata comporta tassi di interesse moderatamente più alti, che comporterebbero bilanci più sostenibili di banche e istituzioni finanziarie. Queste, e altre ragioni, possono  spiegare perché sia stato alla fine deciso, all’unanimità, di cambiare le regole di politica monetaria. Ma non è detto che ci si fermi qui.

 

Tra pochi mesi, o al più tardi entro il 2022, dovrebbe prendere il via il processo di revisione del Patto di stabilità e crescita che, come le regole di politica monetaria, ha dimostrato di essere inadeguato ad accompagnare il funzionamento della Unione monetaria. Sarebbe utile tener conto in modo esplicito del nuovo quadro di riferimento per sfruttarne le sinergie. Per esempio un quadro di inflazione più elevata potrebbe incidere positivamente sulla valutazione del rischio da parte dei mercati finanziari. Una inflazione più elevata e quindi maggiore flessibilità dei mercati potrebbe condurre a crescita più elevata e interazione più efficaci con quelle riforme strutturali che, rimangono indispensabili per superare definitivamente la crisi avviata dalla pandemia.

 

La Revisione strategica della politica della Bce non si è fermata qui. E’ stata annunciata la revisione della politica di sorveglianza, che tenga conto della necessità di sostenere una finanza più verde. Si tratta di aprire una prospettiva  di trasformazione strutturale senza precedenti. Trasformazione che dovrebbe trovare la sua controparte nella politica di spesa avviata nell’ambito di Next Generation Eu. Da finanziare  con strumenti finanziari europei.

 

Siamo in una nuova fase dei profondi cambiamenti innescati, o quantomeno accelerati dalla politica di revisione strategica della Bce.

 

Pier Carlo Padoan
presidente di Unicredit, già ministro dell’Economia