Category Archives: Opinioni

Zingaretti sotto attacco nel Pd, correnti in subbuglio chiedono congresso, lui cerca appoggio dagli odiati grillini

Nicola Zingaretti, ovvero come il segretario di un partito deve difendersi dal fuoco amico. Non c’è pace fra i democratici di sinistra. Nell’occhio del ciclone figura sempre lui. Il presidente della Regione Lazio che ha anche l’incarico di portare avanti la nave dei Dem. Ogni mattina qualcuno dei suoi compagni di cordata ne inventa una pur di metterlo alle corde.

Ora sono gli ex renziani (manco a dirlo) che protestano e puntano il dito contro il loro numero uno.

Vogliono una gestione collegiale del partito, una governance a più voci che coinvolga tutte le anime (e sono tante) del Pd. Zingaretti risponde picche. O, al massimo, temporeggia per gettare acqua sul fuoco della protesta.

Ma non è così semplice frenare l’onda d’urto degli allievi del buon Matteo che in fatto di crisi è un maestro. Questione per il momento rimandata? Niente affatto. I contestatori non demordono e minacciano di uscire dalla segreteria nel caso in cui le loro voci non vengano prese in considerazione. Sono una decina, ma ben decisi a non mollare. E a difendere fino in fondo il loro pensiero.

Gli ex renziani contro Zingaretti

Potrebbe sembrare un fuoco di paglia, visto il numero esiguo del gruppo che si richiama a Matteo Renzi. Non è così, perché non sono i soli a mugugnare e a volere una svolta nel partito. Non piace a molti l’idea di un uomo solo al comando. Tanto più che Nicola Zingaretti siede su una poltrona doppia essendo anche il governatore del Lazio.

Il momento è assai delicato, soprattutto perché la difesa a spada tratta nei confronti di Giuseppe Conte è andata a gambe all’aria. “O lui o la crisi e il voto”, tuonava qualche settimana fa il segretario del Pd. Come è andata lo sappiamo tutti.

Il capo dello Stato, andato su tutte le furie per i capricci delle forze politiche (nessuna esclusa) ha chiamato al capezzale dell’ammalato chiamato Italia il nostro uomo più noto in Europa. E gli ha affidato l’incarico di risolvere i bisticci e le liti da cortile che non la smettevano mai.

Ingoiato un altro rospo (anche se alla fine Zingaretti si è detto entusiasta dell’iniziativa di Sergio Mattarella), il segretario ha iniziato una nuova battaglia.

Congresso subito! E lui cerca altre sponde

“Congresso subito”, gridavano in tanti. “Alla fine della primavera”. Il segretario del Pd non si è scomposto. Ha risposto con parole dure, decidendo che in un momento come questo il congresso non si poteva tenere. E in più si diceva contrario alle primarie che avrebbero dovuto precedere l’assemblea. La polemica non si è placata. Anzi.

Ragione per cui Zingaretti è andato alla ricerca di altre sponde, trovandone una proprio in quel Movimento che non ha mai gradito. E che aveva respinto già ai tempi in cui fu trovato poi l’accordo fra Pd e 5Stelle.

Oggi il segretario fa l’occhiolino ai grillini. E apre loro le porte del Consiglio regionale. Promettendo anche un incarico di rilievo ai nemici di un tempo. La situazione è convulsa perché il patto prevederebbe un’alleanza nel Lazio, ma al contempo una rinuncia dei grillini alla poltrona del Campidoglio.

La sacrificata dovrebbe essere Virginia Raggi che non piace molto ai romani. Potrebbe quindi essere una manovra di successo. Ma in politica niente è scontato, fino all’ultimo.

Conte, la vendetta: fa schizzare il M5s nei sondaggi, Meloni sbalordita, lo vedeva ko, invece paga il Pd

Giuseppe Conte è sul viale del tramonto? Nemmeno per sogno. Chi si illudeva, come Salvini, Renzi ed anche la Meloni, di vederlo al tappeto dopo il Ko del mese scorso, rimarrà sbalordito. Dopo aver letto gli ultimi sondaggi. Si replica: le indagini di mercato lasciano il tempo che trovano. Ma non è così, perché otto volte su dieci le due cifre (ipotesi e risultato finale) coincidono o quasi.

E allora, se la situazione è quella che ci mostrano gli ultimi numeri, dobbiamo riconoscere che l’ex premier è tutt’altro che scomparso.

Immaginiamo, come è ormai nei fatti, che Conte sia il nuovo leader dei 5Stelle. Ebbene, se si presentasse alle elezioni con questo schieramento, i pentastellati (li dobbiamo ancora definire così?) arriverebbero a superare il 22 per cento con un balzo di ben 6 punti. Il Pd scenderebbe di quattro, mentre i berlusconiani e Fratelli d’Italia perderebbero poco meno di un punto. Con la Lega in calo anch’essa di un punto.

La scossa di Conte

Il panorama politico italiano subirebbe una violenta scossa e tutti, nessuno escluso, dovrebbero vedersela con i nuovi 5Stelle. Perché nuovi? Proprio per l’arrivo ufficiale di Giuseppe Conte alla guida del Movimento che cambierebbe notevolmente il suo appeal, diventando un vero e proprio partito. Con un suo “capo”, una sua direzione, un congresso qualora lo si voglia tenere, una maggioranza e una minoranza.

Vogliamo chiamarle correnti? Perché nelle altre forze politiche non si respira la stessa aria? Basterebbe prendere ad esempio l’attuale Pd. Diviso dalle fazioni. Incattivito dalle idee discordanti. Con un segretario che si difende e rimanda un congresso che molti nel partito avrebbero voluto tenere nella tarda primavera. Assolutamente no, tutto è rimandato a data da destinarsi senza le primarie.

Tornando ai 5Stelle, sarà interessante seguire l’evolversi della situazione. Dal “vaffa day” alla metamorfosi kafkiana di un gruppo che ha compreso di dover cambiare diventando, se volete, più governista.

Il merito è da attribuire a Giuseppe Conte? Probabilmente si. Lo confermano gli ultimi sondaggi effettuati dopo la “santificazione” di Beppe Grillo. Che non ha avuto voci contrarie. Ci si potrebbe chiedere: perché l’avvento dell’ex premier ha dato una nuova spinta ai pentastellati?

Cosa ci vede la gente in Conte?

Cosa vede in Conte l’opinione pubblica che continua a seguirlo nonostante le sberle degli ultimi mesi? Innanzitutto, per la sua capacità di mediazione. Quando ha a che fare con due correnti di pensiero, riesce spesso a trovare un quid che possa soddisfare gli uni e gli altri.

Poi, il suo modo di porsi: elegante, mai sguaiato, vestito in maniera inappuntabile sempre con giacca e cravatta. Per questo, molti si rendono conto che i 5Stelle con lui cambieranno. Rimarranno quella forza che vuole imprimere al Paese una svolta, ma al tempo stesso perdendo quella qualità che tanto piaceva al Grillo di una volta.

Da qui alle elezioni mancano ancora molti mesi, la situazione potrebbe mutare di sana pianta. Ma non c’è dubbio che comunque la si giri, gli avversari dei pentastellati non avranno vita facile. La si può definire una vendetta di Conte? È presto per fare previsioni. 

Pd meno 4, M5S più 6. E’ solo un sondaggio del successo Zingaretti-Bettini

Pd meno 4 per cento, M5S più sei per cento: effetto Conte in un sondaggio. Solo un sondaggio e di quelli dove le intenzioni di voto sono fortemente influenzate dall’attualità, di quelli dove notorietà e fiducia si accavallano e confondono. Solo un sondaggio, eppure non vi è dubbio che Conte alla guida di M5S rimpolpi e rinforzi l’immagine elettorale di M5S. M5S con Conte arriverebbe intorno al 20 per cento. Non uno sfracello di consensi ma certamente qualcosa che rimetterebbe M5S tra i primi attori della politica italiana.

Sondaggio, test di un successo

Solo un sondaggio, la foto, l’istantanea di un possibile tendenza. Ma anche un test, il test mirante a misurare il successo di una linea politica, di una scelta strategica, di una coerente tattica politica, coerente alla strategia generale. La strategia è antica, parte da Bersani ed è allearsi, fondersi, fare fronte comune e popolare con M5S. Perché M5S è popolo, perché popolo è sinistra, perché nessun nemico a sinistra e perché in fondo redditi di cittadinanza, aziende di Stato e giustizialismo sono carne e sangue anche del Pd.

La strategia si interrompe con Renzi, poi riprende alla grande con Zingaretti che ne fa dogma e identità. Al punto che il Pd di Zingaretti prende l’uomo mandato a Palazzo Chigi da M5S come suo emblema, condottiero e ne fa garanzia per il presente e speranza per il futuro. Conte diventa non il leader del Pd ma la Giovanna d’Arco del Pd. Per Zingaretti e il suo Pd Conte il populista mandato da M5S contro il Palazzo, fattosi poi all’occorrenza sovranista almeno un po’, diventa niente meno che il Federatore (un po’ meno del Messia ma non troppo) del nuovo grande fronte popular populista di sinistra (e che centro non ci sia perché sempre sospetto di renzismo, la peste, l’unica da cui Zingaretti vuole fuggire e spurgare).

Nel frattempo Conte si ingegna senza risultato a federare una sorta di minio centro moderato che lo tenga al governo. Non ci riesce, ma fa nulla per Zingaretti cui nel frattempo è giunto in soccorso e in sostegno Goffredo Bettini, la mente più lucida del Pd, a condizione non portarne il raggio d’azione oltre il Gra (Grande Raccordo Anulare di Roma). Conte prova a suscitare un centrino moderato sedicente responsabile? Ottimo per la sinistra dicono Zingaretti e Bettini. M5S si squaglia e scompone per insostenibile populismo una volta al governo? A Zingaretti e Bettini spiace molto, a qualcuno potrebbe venire in mente che riformismo possa…Mai non pronunciare parola riformismo, sa addirittura di Renzi.

Quindi Draghi scelto da Mattarella e subito da Zingaretti e Bettini perché Draghi non c’entra con la strategia Pd. Draghi potrebbe essere veleno corrosivo: meno consociativismo, meno sussidi, addirittura merito e impresa. Potrebbe, non è detto che sia. Ma questa possibilità fa storcere bocca e naso a Zingaretti-Bettini che volevano Conte forever. Se lo facevano bastare anche se non vaccinava, fosse stato per loro si sarebbero tenuti anche Arcuri (infatti in silenzio malissimo digeriscono la rimozione-segno che loro stessi comandano meno).

Impedire che il populismo si frantumi e sia sconfitto

Ora, attraverso il test sia pure di solo un sondaggio, arriva l’indizio se non la conferma del successo della strategia Zingaretti-Bettini. Ora che il proteiforme Conte indicato dal Pd come lineare figura di statista che meglio non ce n’è diventa la guida di M5S una quota di elettorato Pd segue le indicazioni di Zingaretti e Bettini. E cioè segue la guida, segue Conte e il resuscitato M5S. Resuscitato da Zingaretti-Bettini che ottengono il successo di impedire che il populismo organizzato in MoVimento si frantumi. Un obiettivo che valeva certo la pena di ridurre ai minimi termini l’elettorato potenziale del Pd una volt che una parte avrà seguito Conte.

Zingaretti ha detto non vuol fare Congresso prima del 2023, ne ha ragione: è ancor impegnato nel congresso permanente della purga anti renziana. E poi gli ci vuole un altro po’ di tempo, non tanto, per fare di ciò che resta del Pd la badante anziana del giovane Conte. Mentre la destra italiana prova a farsi di governo (impresa ai primi passi) la sinistra alla Zingaretti Bettini si appresta a farsi di opposizione, infatti quasi quasi consideravano Arcuri uno dei loro e vederlo rimosso gli ha fatto amaro. Si dice ogni elettorato abbia i partiti che si merita, se è vero, come è fatto, cosa ha fattpo e fa l’elettorato Pd per meritarsi Zingaretti-Bettini?

 

Conte solo al comando nel M5s, niente vice, Beppe Grillo lo santifica e si dilegua vestito da marziano

Conte unto dall’Elevato, resterà solo al comando. “Tutte le cose che non verranno pubblicate sono vere”, tuona Beppe Grillo travestito da marziano. Comodo dirlo oggi ai giornalisti con un tono tra l’ironico e il sarcastico. Sempre comodo ora che i 5Stelle sono ormai al governo da tempo e non hanno più bisogno di pubblicità. Ancora più comodo, specialmente per lui, che oggi viene inseguito e braccato dalla stampa per strappargli una sia pur minima dichiarazione.

Chiediamo: come mai non ci si comportava così quando il Movimento era ancora una chimera?

E nessuno pensava che potesse diventare la forza di maggioranza in Parlamento? A quel tempo, per intenderci al tempo del “vaffa day”, l’ex comico aveva grande necessità dei giornalisti. Era lui magari ad inseguirli per poter far conoscere il suo pensiero e far nascere quelli che poi si sarebbero chiamati grillini.

Allora, il capo del Movimento non si azzardava ad essere ironico e sarcastico. Era addirittura gentile e accomodante con quanti avrebbero potuto dargli una mano e renderlo famoso. Più di quel che lo era quando strappava un sorriso ed un applauso a chi vedeva o ascoltava le sue gag.

La musica è cambiata, ora c’è Conte

Oggi, la musica è cambiata, il refrain non è più lo stesso e quindi Grillo fa lo spavaldo. Non gli va di essere intervistato, fa il difficile. Ma in fondo gli piace essere una stella. E far soffrire quanti vorrebbero sapere da lui qualche notizia in più di quelle ufficiali. Indiscrezioni, rumors che rendono più appetitoso un articolo.

Invece, ieri, dopo la riunione che ha “santificato” Giuseppe Conte, Beppe si è squagliato. Non prima di essersi offerto alla folla di colleghi con un casco in testa, tipo marziano. Ennesima trovata del comico perché sa perfettamente quali sono le particolarità che possono attrarre i fotografi Assai più di un’intervista parlata in politichese.

Dunque, il quartier generale dei 5Stelle ha sancito una nomina che già circolava da settimane. Da quando l’ex premier aveva dovuto lasciare la sua poltrona a Palazzo Chigi.

“Io sono loro amico e lo sarò pure in futuro”, aveva annunciato in piazza. Nel momento in cui la stravagante trovata dei “responsabili” che lo avrebbero tenuto a galla, era miseramente fallita.

Il Movimento cambia pelle

In parole più semplici, da domani, o da oggi stesso, il Movimento cambia pelle. Abbandona i vecchi toni virulenti e vuol dimostrare di essere diventato un vero e proprio partito. Con un capo che probabilmente riscriverà lo statuto rendendolo simile a tutte le altre forze politiche.

Luigi Di Maio è entusiasta: “Sono anni che ci danno per morti e invece noi scriveremo il futuro di questo Paese”.

“Sarà un partito accogliente e intransigente” titola stamane il Fatto, un giornale molto vicino ai grillini. Ma insieme con Conte chi ci sarà con lui al vertice? Alcuni esponenti di peso avevano suggerito la nomina di un vice, se non addirittura di due vice. Altri pensavano ad una “governance” che potesse affiancare l’ex premier.

Ipotesi cadute immediatamente nel vuoto perché a Giuseppe Conte piace tanto “essere un uomo solo al comando”. Aveva tentato di esserlo durante la sua seconda esperienza di governo. Ora ci riprova nella speranza di togliersi qualche sassolino nella scarpa.

America, il pino bianco simbolo di indipendenza nella bandiera di Washington: così ne pianto 200 per mia figlia

America, la sua storia e gli avvenimenti di oggi. In questi giorni siamo portati ad esaminare la storia degli Stati Uniti in cerca di altri esempi di insurrezioni violente. Che possano darci indizi sulle manifestazioni paragonabili a quelle cui abbiamo assistito 6 gennaio.

Così ho trovato un interessante incrocio fra la politica e gli alberi.

Io ho studiato agronomia e amministrazione dei boschi a Virginia Tech. Una università pubblica a Blacksburg, città nel sudovest della Virginia, fra le montagne degli Appalachians. E poi dopo la laurea ho lavorato come ingegnere forestale negli USA per una quindicina di anni. Prima di diventare regista di cinema.

Blacksburg è una piccola città che si trova a una quota sufficientemente alta rispetto alle pianure costiere del resto della Virginia. Gli alberi che crescono nelle grandi foreste che la circondano sono da assimilarsi più a quelli tipici dei boschi del nordest degli USA, la cosiddetta New England. Piuttosto che alla vegetazione caratteristica delle aree beneficiate dal clima più mite, nel sud del Paese.

La prima colonia inglese in America

Il nome New England è dovuto al fatto che in quella zona del Paese, confinante con il Canada, gli inglesi vi insediarono le prime 13 colonie al momento del loro arrivo in America. E nel New England dei secoli XV al XVIII i coloni inglesi trovarono tante risorse naturali di interesse commerciale.

Fra queste spiccano gli alberi. Immense foreste antiche come quelle che esistevano in Inghilterra ai tempi medioevali, ma ormai sparite da tempo nella madrepatria.

Le specie che si trovavano (e si trovano ancora) nelle foreste del New England includevano alberi decidui come le querce e gli aceri. Compreso il famoso acero dolce, fonte dello sciroppo di acero tanto amato che gli americani aggiungono ai “pancakes” della prima colazione. Ma anche i pini.

Il pino bianco: dai monti in America alla Royal Navy

Il più importante di questi, il pino bianco dell’Est è il Pinus strobus. Il suo equivalente nell’Ovest degli Stati Uniti è il Pinus monticola, scoperto e sfruttato commercialmente però solo nel secolo XIX. Esso aveva un pregio particolare per gli inglesi.

Il pino bianco cresce con un tronco lungo e quasi perfettamente cilindrico. Ed il legname che se ne trae presenta particolare forza tensile. Ma anche flessibilità. Unico fra i pini americani il legno è particolarmente privo di nodi. Perché nella primavera il pino bianco cresce per un certo numero di giorni. E poi si ferma sino alla stagione seguente (crescita determinata).

Questo in contrasto con altri pini che invece continuano a crescere lungo tutta la stagione estiva (crescita indeterminata). Col risultato che il legno dei pini bianchi concentra i nodi in un solo punto del tronco per ogni anno di crescita. Lasciando il resto del legno privo di imperfezioni, mentre negli altri pini i nodi (e quindi i rami) si distribuiscono lungo tutto il tronco. Col risultato di un minor pregio del legname.

Pino bianco in America, un valore strategico

Per questo gli inglesi videro subito nel Pinus strobus una risorsa di grande valore strategico. Essi tenevano particolarmente a dominare il mondo attraverso la politica (“Rule Britannia”) del controllo dei mari per mezzo della onnipotente Royal Navy.

I tronchi del pino bianco erano i preferiti per costruire gli alberi principali delle navi inglesi. Proprio in ragione del fatto che le loro forma, forza, e flessibilità permettevano alle navi di resistere anche alle più forti tormente. Anche i boma delle vele quadre dei grandi velieri inglesi furono costruiti con questo legno.

I pini bianchi di più di 30 centimetri di diametro del New England furono quindi marcati da boscaioli appositamente designati dalla Corona con la “broad arrow”. Il segno della freccia a punta larga che distingue oggetti di proprietà dello Stato. Nel 1722 una legge dichiarò illegale il taglio di questi alberi, con sanzioni a carico dei trasgressori. che andavano dalle 5 alle 50 libbre sterline.

Si ribellarono in America col simbolo del pino bianco

Quando gli Stati Uniti cominciarono a ribellarsi contro gli inglesi, il pino bianco (ancora prima del famoso episodio della “ribellione del te” a Boston) fu causa di conflitto fra le colonie e la Corona.

Nel 1771 il rappresentante della Corona britannica John Sherman ordinò un’inchiesta fra le fabbriche di legno in New England. Alla ricerca di pini bianchi che fossero stati tagliati illegalmente. Sei proprietari di fabbriche furono accusati nel febbraio 1772 di aver tagliato pini bianchi appartenenti alla casa reale.

Il 13 aprile 1772 lo sceriffo Benjamin Whiting e il suo vice John Quigley cercarono di arrestare uno dei proprietari accusati, Ebenezer Mudgett, nel villaggio di South Weare. Avendolo trovato, i poliziotti lasciarono Mudgett libero sino al giorno seguente. Mentre loro dormivano in una taverna giustamente chiamata, guarda caso, la “Pine Tree Tavern” (Taverna dell’Albero di Pino).

Lo sceriffo arrivò per arrestare e fu arrestato

Ma il mattino seguente un gruppo di 40 ribelli li fece prigionieri mentre Whiting e Quigley ancora dormivano. Lo sceriffo e il suo assistente furono violentemente picchiati con rami di pino bianco. E, con le mani legate al dorso, furono messi sui loro cavalli, cui i rivoltosi avevano tagliato le code e orecchie, e furono espulsi dal villaggio fra le risate e gli insulti della popolazione.

Alcuni dei rivoltosi furono più tardi condannati per le loro azioni. Ma le sanzioni alleggerite che dovettero pagare successivamente a quest’episodio la dicono lunga sul potere emergente delle colonie in ascesa. E il declino della amministrazione imperiale britannica in America.

La sfida al potere continuò ad avere aspetti legati al pino bianco. La prima bandiera issata dai coloni nella guerra per la loro indipendenza aveva un pino in un rettangolo bianco.

La bandiera di Washington

Questa bandiera fu issata sugli alberi del primo squadrone di incrociatori della marina americana sotto il comando di George Washington. A eloquente dimostrazione che gli americani intendevano ormai essere padroni delle proprie risorse, e, insieme, del proprio destino.

Più di un secolo dopo, la prima bandiera del nuovo stato del Maine recava un pino bianco al centro, al di sotto di una stella a 5 punte sullo sfondo del cielo.

In questi giorni sto comperando 200 esemplari di Pinus strobus. Per piantarli con le mie mani intorno a una casa che mia figlia Kristin e mio genero Ken stanno costruendo nelle montagne della Virginia.

Certamente penserò a questi eventi storici mentre li pianto. E compio il mio dovere di padre. Cosciente che dietro a quei piccoli alberelli giace una lunga storia di conflitti e di potere.

Renzi, monta il maelstorm per il basso servizio al principe Salman: si squaglia l’appoggio a destra

Matteo Renzi è afflitto da un male quasi incurabile: il protagonismo. Soffre se non vede il suo nome sulle prime pagine dei giornali o se il suo volto non appare in tv. Nel bene e nel male vuole a tutti i costi primeggiare. Se gli chiedete il perché sorride e fa finta di non capire.

Ora, sono mesi e mesi che si parla ogni giorno di lui. Ricordiamo brevemente l’iter che lo ha portato alla ribalta. Non dimentichiamo che se nacque il governo giallorosso lo si deve esclusivamente a Renzi.

Renzi infatti riuscì a mettere insieme Pd e 5Stelle, un partito e un Movimento che fino ad allora non avevano una sola idea in comune. Tanto da arrivare persino agli insulti. Il “ragazzone toscano”, moderno San Gennaro, fece il miracolo e nacque il nuovo esecutivo. Con Giuseppe Conte sempre assiso sulla poltrona di Palazzo Chigi.

Un anno, poco più o poco meno, di tranquillità. Poi, il suo desiderio di tornare alla ribalta ebbe il sopravvento. Non gli piacevano alcune scelte della maggioranza di cui faceva parte. Storse diverse volte la bocca, mettendo in guardia il premier.

Così, non si poteva andare avanti: troppo immobilismo. Il governo navigava a vista senza la minima programmazione per il futuro. Scricchiolii, avvertimenti, poi lo strappo con il ritiro di due ministri e di un sottosegretario. In parole semplici la crisi che nemmeno il presidente della Camera, Roberto Fico, riuscì a dipanare.

Il Capo dello Stato perse le staffe e convocò Mario Draghi come ultima spiaggia. Fino ad oggi, non ci sono stati altri scossoni nell’esecutivo. Solo qualche screzio che non ha prodotto danni. Ma nemmeno, con le acque tornate finalmente calme, Renzi è potuto uscire dalla buriana.

Rimanere nell’ombra costa caro a Renzi

Che fa allora, il buon Matteo? Si organizza un viaggio in Arabia Saudita, invitato dal principe ereditario Mohammed Bin Salman. Una visita di un paio di giorni, un incontro filmato in tv che arriva in tutto il mondo ed ecco il patatrac. Stavolta Renzi è nell’occhio del ciclone. Lo investe una bufera che nemmeno lui si aspettava. Un breve “break” per la fiducia al nuovo governo Draghi, poi lo tsunami che lo travolge.

Ci si mette pure la CIA a dargli una forte spinta. In un comunicato che varca l’Oceano è scritto a chiare lettere che l’Arabia Saudita è coinvolta nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Renzi para i colpi, cerca di difendersi affermando che quel Paese rappresenta un baluardo contro l’estremismo islamico. “Anzi, è addirittura un alleato dell’occidente”, sostiene in un twitter.

Sono parole che cadono nel vuoto. L’onda lunga della polemica diventa pericolosissima. Un vero maelstrom. Contro l’ex premier tuonano i partiti del centro sinistra. Pd, 5Stelle e Leu si scatenano, ora non ci sono più giri di parole. Bisogna esser chiari. Altrimenti per Renzi c’è una sola strada, quella delle dimissioni. Sono in pochi a difenderlo e nemmeno in modo ufficiale.

La destra osserva e si defila

La destra o, meglio il centro destra, rimane alla finestra a guardare. Chi aveva sperato in una improbabile alleanza Lega, Forza Italia e Italia Viva può abbandonare questa previsione. Matteo Renzi, comunque non si dà per vinto. Risponde a tono a chi lo accusa: “Parlano così per nascondere le divisioni che stanno già lacerando il nuovo patto”.

Replicano a sinistra: “Si è venduto per un piatto di lenticchie”. Il protagonista stavolta è sul banco degli imputati. Prevedere come finirà questa vicenda è impossibile pronosticarlo. Ma la politica è l’arte del compromesso, come ne uscirà Renzi?