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Matrimonio nell’anno del covid: i 7 scogli di Antonello Piroso. Ma una legge assurda nega al figlio il cognome della madre

Matrimonio al tempo del Covid. Un’impresa quasi titanica, grazie al combinato disposto di virus e burocrazia, una pandemia doppia: sanitaria e normativa. Antonello Piroso lo ha raccontato su La Verità.

Primo scoglio: l’intervallo imposto dalla legge, in sede di rito civile, dopo la presentazione della richiesta.

È il cosiddetto tempo di affissione delle pubblicazioni, otto giorni più altri tre “per eventuali opposizioni”. E solo dopo si può scegliere sala e data della cerimonia.

Secondo scoglio. Non è che uno si può sposare nel giorno in cui vorrebbe. Siccome in famiglia siamo legati al numero 7, la scelta era caduta su lunedì 7 dicembre (tendo a concentrare le ricorrenze. In un colpo solo, avremmo celebrato i miei 60 anni e il matrimonio). Ma alla fine abbiamo dovuto ripiegare, per rispettare la cabala, su giovedì 17.

A Roma solo due sale per i matrimoni

Come mai? Perché a Roma ci sono solo due sale destinate allo scopo, ma entrambe il lunedì sono chiuse, come i barbieri. Una delle due, poi, è operativa solo nei weekend.

Terzo scoglio: l’indicazione del celebrante. Che se è persona diversa dal sindaco, nel nostro caso Virginia Raggi, deve essere da lei delegata. Quindi, in sostanza, risultare soggetto irreprensibile e senza carichi pendenti.

Noi abbiamo pensato di vincere facile, designando Adriano Panatta, romano “de Roma”, il che -ritenevamo- avrebbe agevolato la pratica.

Macché: avendo infatti lui nel frattempo trasferito la residenza a Treviso, città della sua neomoglie Anna Bonamigo, la circostanza ha fatto partire un ping-pong tra i Comuni. Che si è risolto giusto in tempo, grazie alla tempestività di funzionari solerti. Che tali sarebbero stati, ne sono certo, anche se la richiesta non avesse riguardato il nostro più grande campione di tennis (dell’altro secolo).

Ho chiesto a Panatta di svolgere il delicato ruolo non solo perché il 10 ottobre scorso si è sposato per la seconda volta, testimoniando il desiderio di vedere prevalere la speranza sull’esperienza. Ma soprattutto per fargli smentire platealmente quanto dettomi 25 anni fa. Quando, in una serata che non doveva essere per lui particolarmente allegra mi spaventò: “Il giorno in cui mi inviterai al tuo matrimonio, vengo e ti sparo prima che tu possa pronunciare il fatidico sì”.

Le foto del matrimonio 

Quarto scoglio. I presenti potevano essere al massimo in numero di 14 (date le misure dello sala), ovvero otto invitati, al netto dei due nubendi con un testimone a testa, il celebrante e il fotografo, il mitico Umberto Pizzi. Anche lui pronto a onorare un vecchio impegno, espresso in vernacolo.

“Il giorno che tte sposi, te faccio er servizio” (e anche qui non ho mai capito se fosse una promessa o una minaccia). In sostanza, solo i parenti stretti.

In realtà, neppur quelli, e siamo al quinto scoglio: perché essendo mia sorella, mio cognato e mia nipote residenti in Toscana, regione arancione, causa divieti agli spostamenti fuori confine non hanno potuto raggiungere Roma. Sicché mi sono sposato senza nessuno della mia famiglia presente.

Triste situazione speculare a quella che ho vissuto tra aprile e maggio, quando sono morti i miei genitori a distanza di tre settimane uno dall’altra. Ma non ho potuto far loro neppure il funerale, sempre a causa del Covid).

Il matrimonio si conclude in mezz’ora

A fronte degli impicci durati settimane, la cerimonia si è poi svolta in 30 minuti scarsi. Tutti con la mascherina e rigorosamente a distanza. In un clima vagamente surreale, data la presenza di una funzionaria che scandiva con cipiglio teutonico quando e come avvicinarci, togliendoci e rimettendoci il bavaglio. Disposizione draconiana ma giustificata dal successivo matrimonio in programma lo stesso giorno. Che imponeva una necessaria attenzione alla sanificazione dell’ambiente.

A seguire non c’è stato alcun banchetto, sesto scoglio. Sono proibiti, com’è noto, gli assembramenti. E pazienza se la circostanza ti ha fatto bollare come un tirchio dal braccino corto, “con la scusa del contagio, hai risparmiato sulle spese”.

Ma in ogni caso, settimo scoglio: a tutti gli intervenuti al matrimonio è stato chiesto preventivamente di fare il tampone.

A portare gli anelli è stato nostro figlio, protagonista suo malgrado di uno scoglio nello scoglio. Avremmo voluto arrivasse all’appuntamento forte del doppio cognome, anche grazie a una sentenza della Corte Costituzionale del 2016 che ha semplificato la materia.

In Italia la legge non è uguale per tutti

Purtroppo, solo sulla carta, come sempre succede in questo sgangherato Paese.
Cosa ha stabilito la Suprema Corte? Che è illegittima la norma che impone l’attribuzione automatica ed esclusiva del cognome paterno al figlio.

Ergo: i due genitori possono di comune accordo attribuire il doppio cognome.
Lucia ed io abbiamo così concluso che bastasse presentarsi all’ufficio Anagrafe per far annotare la modifica (unico modo di non fa estinguere il cognome di mia moglie).
Sbagliato!

Come si legge nella “circolare del Dipartimento per gli affari interni e territoriali ai prefetti”, peraltro diramata 6 mesi dopo, “le novità in esame trovano applicazione per gli atti di nascita che si formano dal giorno successivo alla pubblicazione della citata sentenza, avvenuta il 28 dicembre 2016”.

E per quelli che si formano anche solo pochi giorni prima?
La procedura rimane la precedente in vigore, ovvero deve essere presentata domanda motivata, con tanto di marca da bollo, al Prefetto, che può accoglierla oppure no.
Ma come?

E l’uguaglianza di fronte alla legge (articolo 3 della Costituzione)?
Perché mio figlio, nato il 30 maggio 2016 per avere anche il cognome della mamma deve attendere l’imprimatur prefettizio, e un bimbo nato il 30 dicembre 2016 invece no?

Pazienza: ci siamo messi l’anima in pace, abbiamo fatto come sancito e ora speriamo in un responso favorevole.

La vicenda tuttavia cementa in me una radicata convinzione: l’Italia è una Repubblica democratica fondata, per l’appunto, su figli e figliastri.

Col che, il 2020 è terminato esattamente com’era iniziato.
Ma alla fine non abbiamo voluto dargliela vinta, anche perché stanchi della litania sull’”annata maledetta”.

E nonostante l’abbondanza di scogli in cui ci siamo imbattuti, siamo riusciti ad arrivare non scoglio…ti all’inizio del 2021.
Che auguriamo sia di salute, serenità e prosperità per tutti voi.

  • da La Verità

Rai e Mediaset, in memoria delle Signorine Buonasera, simbolo di un’età che sembra remota, ritorno della Brigliadori

 Rai e Mediaset, ritorno al passato ormai remoto. “Nel momento in cui metteranno l’obbligo del vaccino antiCovid, molti moriranno dopo la prima somministrazione e inizierà l’apocalisse degenerativa dell’umanità”. Per fortuna nostra, Eleonora Brigliadoriconvinta che nei farmaci si annidi Satana in persona- non fa più annunci in tv per Canale 5. Scrive Antonello Piroso su La Verità.

Eleonora Brigliadori è stata il volto della Rai tra il 1980 e il 1984, come versione concorrenziale delle Signorine Buonasera, Rai per antonomasia.

A loro è dedicata una documentata antologia di Michele Vanossi per l’editore Gribaudo. A queste amazzoni del video è stato negato il diritto di cittadinanza nel villaggio globale massmediologico. Ai giorni nostri già solo quella etichetta -che vedeva la donna relegata in una mera funzione ancillare- avrebbe scatenato quella che sempre più stucchevolmente viene registrata come “l’ondata di indignazione di Internet”. 

Web dove peraltro esistono gruppi che hanno aperto pagine social dedicate alle signore in oggetto, tipo “Le annunciatrici Rai anni 60-70”, omaggio affettuoso e deferente. Oggi non c’è più alcun bisogno delle presentatrici dei programmi, nè dei cosiddetti broadcaster, ovvero le emittenti storiche. Rai e Mediaset, nè delle altre piattaforme, sostituite da una banale notifica che arriva sullo smartphone. 

Rai, il declino delle signorine buonasera

Ma in realtà le Signorine Buonasera avevano perso la loro indubbia centralità nei palinsesti addirittura prima dell’avvento della tv commerciale. Tanto che nel 1979, quando Rai3 decise di recuperare le ormai ex icone del piccolo schermo, le manderà in onda in bianco e nero e tra virgolette, in alto e basso allo schermo, come citazione della tv delle origini. All’epoca Rai3 era diretta da Giuseppe Rossini (in quota Dc, area Amintore Fanfani: nel 1987 la rete passerà in quota Pci, e affidata a Angelo Gulielmi).

Non prima di aver sperimentato un tentativo di aggiornamento anagrafico, portando in video giovani quali Silvia Verdone, sorella di Carlo e futura moglie di Christian De Sica, e Anna Pettinelli, che poi approderà a Discoring. 

Già qui si pone un problema. È certo che il primo annuncio viene fatto risalire al 3 gennaio 1954 grazie a Nicoletta Orsomando. Entrata nel settembre dell’anno prima, rimarrà in servizio fino al 28 dicembre 1993. 40 anni di servizio, la madre di tutte le annunciatrici. Chi fu l’ultima a comparire in questa veste? Per Maurizio Costanzo l’epopea si chiude nel 2018, con i saluti  di Emanuela Folliero su Rete4. Venossi, per la Rai, indica il 2003 come anno del primo brusco ridimensionamento, e il 2016 come data del definitivo accantonamento. 

Ambasciatrici della tv generalista di Rai e Mediaset

Le signore di cui stiamo parlando sono state comunque le ambasciatrici della tv generalista, ciascuna con il suo stile. Quello Rai, soprattutto agli albori, liturgico, istituzionale, distaccato, e con il capello cotonato che faceva tendenza Farah Diba, l’imperatrice moglie dello Scià di Persia. 

Poi quello Mediaset. Età media più giovane, look moderno e informale, stile colloquiale e confidenziale, con la succitata Brigliadori, Fabrizia Carminati, Fiorella Pierobon, Gabriella Golia, Cinzia Lenzi. 

Diversi anche i metodi di selezione. In Rai, almeno all’inizio, le candidate dovevano possedere il diploma di scuola media superiore, la conoscenza di quattro lingue, una corposa cultura generale e una pronuncia impeccabile. E, last but non least, una condotta irreprensibile, sul lavoro e soprattutto fuori. Escluso potessero diventare vittime, o protagoniste, di gossip. I diktat aziendali erano chiari, come ha spiegato Rosanna Vaudetti (seconda quanto a durata della carriera, 37 anni, la prima a fare l’annuncio a colori, il primo febbraio 1977): “Erano richiesti un comportamento educato e riservato, e un aspetto sobrio e castigato”.

I network si affidavano al fiuto del fondatore, Silvio Berlusconi, che ovviamente pretendeva dedizione assoluta allo spirito di corpo e alla religione del Biscione. Tanto che quando Fiorella Pierobon decise di accettare un incontro con i dirigenti di viale Mazzini, e all’uscita fu fotografata, consentendo ai giornali di titolare Pierobon passa alla Rai, il Cavaliere non la prese benissimo. “Mi apostrofò con un: ‘Ah, ma allora lei è ambiziosa’. Incredibile: lui che dava dell’ambiziosa a me…Poi aggiunse ironicamente: ‘Lo sa che i cimiteri sono pieni di persone indispensabili?’. Al che io non feci una piega e replicai.  ‘Mi dica ora qui e in faccia che non sono indispensabile’. Andò via sorridendo, e da quella volta ogni volta che mi ha incrociato mi ha chiesto pareri” (Pierobon oggi è un’apprezzata pittrice).

Andavano d’accordo tra di loro, le colleghe? Insomma.  Aldo Grasso, storico della tv (il suo ruolo di critico, per chi lo considerava tale, si è appannato come quello delle Signorine Buonasera), nella Enciclopedia della televisione che ha curato per Garzanti scrive, alla voce “annunciatrici”. Le medesime erano emblema “di una tv buonista. Tra di loro, però, si detestavano”. 

Il clima bacchettone della vecchia tv

Di certo, non si trattava di primeggiare in una gara di fascino, stante il clima bacchettone dell’epoca, per cui dovevano risultare rassicuranti, non provocanti. “Erano belle, ma non conturbanti”. Parola di Bruno Vespa, che è in video da 51 anni con una longevità superiore a quella delle Signorine Buonasera, a proposito del cosiddetto ricambio generazionale e di genere nel servizio pubblico.

Diverso il ricordo di Costanzo: “Quando sulla Rai Mariolina Cannuli dava la buonanotte, molte mogli s’ingelosivano”.
Cannuli, sostiene Vanossi, “a causa dello sguardo e della voce roca e sensuale era considerata una femme fatale”. Per quello che vale. Io invece ero un imberbe fan non già della “fatina bionda” Maria Giovanna Elmi bensì di Paola Perissi, la “Grace Kelly” dell’allegra brigata. E di Aba Cercato, unico caso di passaggio di campo, visto che traslocò dalla Rai a Mediaset, madre dell’ex attrice Giulia Boschi e zia della conduttrice radiofonica Flavia Cercato. 

Alla costruzione del mito Cannuli contribuì anche una celebre imitazione di Alighiero Noschese che la dipinse come un’ammaliatrice. E la signora, nata a Siena ma di origini sicule, stette al gioco, presentandosi una volta a fianco di Noschese vestita lei come lui. Accanto a Cannuli, c’erano Gabriella Farinon detta “viso d’angelo”, Anna Maria Gambineri “nuvola bionda”, Marina Morgan “Pico della Mirandola” per la memoria di ferro ma anche “Re Sole” per via della chioma leonina. 

Le lacrime della Canale

Se più o meno tutte si sono fatte una ragione della propria scomparsa professionale, rimarrà nella piccola, grande storia della tv lo psicodramma che si consumò con l’uscita di scena di Alessandra Canale. Che nel 2003 scoppiò in lacrime nel fare il suo ultimo annuncio, “non per mia volontà ma per una decisione degli attuali vertici aziendali, da me non condivisa”.

La Rai aveva stabilito di far posto a nuove leve, e l’aveva destinata ad altro incarico. Siccome però in Italia c’è sempre un giudice cui appellarsi -quello del lavoro, il Tar, il Consiglio di Stato e via elencando- ecco che nel 2010 la Cassazione impose il reintegro di Canale nella mansione, fin quando la meritevole istituzione televisiva delle annunciatrici non andò definitivamente in soffitta nel 2016 (Canale attualmente lavora nel dipartimento Rai Pubblica Utilità).

Saranno pure reliquie del nostro trapassato catodico, le Signorine Buonasera, ma rimangono un fulgido esempio di puntualità, preparazione, dizione, capacità di ricerca. Come testimonia Vaudetti: “Per conoscere la pronuncia dei nomi di personaggi stranieri spesso ci siamo rivolte alle ambasciate dei loro paesi”. 

Le stesse doti grazie alle quali oggi si diventa influencer da un giorno all’altro, no? E, spesso, senza saper scrivere nè parlare un italiano apprezzabile. E difatti Giulia De Lellis, in testa alle classifiche con il suo imperdibile volume Le corna stanno bene su tutto, il libro l’ha firmato con Stella Pulpo, che per molti l’ha scritto da sola. Una sedicente “femminista radicale”. Creatrice del blog Memorie di una vagina. E il cerchio si chiude. Senza offesa, ma preferisco gli amarcord delle annunciatrici.

da La Verità
 
 
 

 
 
 
 
 
 

 

Salvini e il non libro con le pagine bianche, il più venduto su Amazon, scherzo o trucco di promozione?

 “Non l’ho letto. E non mi piace” sentenziò una volta lo scrittore e critico Giorgio Manganelli (la paternità della battuta è dell’editore Vanni Scheiwiller). 

Da: La Verità

Salvini e il non libro con le pagine bianche. Il libro oggi più venduto su Amazon è primo con 362 recensioni, mentre per dire Roberto Saviano, che è al 38esimo posto, ne ha 53. È la stessa piattaforma a dichiararlo nella sezione bestseller. Perchè Salvini merita fiducia, rispetto e ammirazione. Però posso invece dire che non lo potrei leggere neppure se volessi. Dal momento che è interamente composto da pagine bianche (e Amazon lo promuove pure ricordando che è “un articolo acquistabile con il Bonus Cultura”: un libro non-libro?).

Salvini o il vuoto peumatico

Wow! Sublime! Incredibile! Senza precedenti! E’ tutto un darsi di gomito, tra i compagnucci della parrocchietta, e daje a ride’, come ammiccano a Trastevere. Un volume che scala le classifiche irridendo il vuoto pneumatico incarnato da Matteo Salvini, che non è degno di alcuno di quei tre sentimenti. 

Sezioniamo la vicenda per punti.

  • 1. Nonostante l’avvertenza dello stesso autore Alex Green (sedicente “analista politico”, un nom de plume, uno pseudonimo forse anche in riferimento al verde, green, della Lega: “Questo libro è pieno di pagine vuote. Dopo anni di ricerche, non abbiamo potuto trovare niente da dire su questo argomento, così per favore sentitevi liberi di usare questo libro per gli appunti”), c’è chi è disposto a sborsare 6.99 euro per 110 pagine siffatte. 

Sull’identikit possiamo formulare delle ipotesi. 

Opera di un anti Salvini? 

Può trattarsi di un anti-salviniano che, intesa la perculata, è pronto a trasformarlo in bloc-notes, o a farne ironico cadeau da regalare per Natale agli amici (che possono essere altrettanto anti-salviniani quanto lui, quindi pronti ad apprezzare la fantastica intuizione, oppure leghisti da sfottere). 

Ma potrebbe trattarsi di un salviniano tratto in inganno dal titolo, possibilità che però non regge: nell’immaginario collettivo “de sinistra”, il leghista è antropologicamente ignorante, spesso analfabeta, sa a malapena tracciare la croce sulla scheda elettorale, figuriamoci se sa leggere, o se compra un libro.

Salvini non ne ha bisogno…

E comunque il fan del Capitano di un libro che gli spieghi perchè il medesimo sia meritevole di fede, stima e considerazione non ha bisogno. Lo sa già.

  • 02. I pochi giudizi negativi sono di persone evidentemente convinte davvero di acquistare un libro-inchiesta serio, antisalviniani che, colta l’ironia del titolo, si aspettavano comunque un’indagine serrata, che scorticasse il leader leghista. Bei tordi.
  • 03. L’ideona è comunque così originale da essere vecchia. Nel 2017 negli Usa svettò in classifica Reasons to vote for democrats: a comprehensive guide, ossia Motivi per votare i Democratici: una guida completa, firmato da Michael J. Knowles, giornalista del Daily Wire, un sito di destra. Sotto la copertina, niente: 260 pagine intonse. Lo stesso Knowles definì la sua operetta una “trollata”, la provocazione di un disturbatore. In Francia  stesso anno, ecco Les raisons pour voter Front National. 

Une analyse approfondie di Jacques de Segonzac (ringrazio il professor Marco Tarchi per il memento: stesso espediente, pagine bianche, non c’è alcun motivo per votare Marine Le Pen).

Il precedente di Fabio Volo

  • 04. Nel 2016 Fabio Volo firmò A cosa servono i desideri. Identica illuminazione: “Lasciamo che il libro lo scrivano i lettori. Io ci metto qualche domandina metafisica, tipo: Quale parte del mio corpo mi piace?, ed è fatta”. Il mensile Wired lo stroncò: “Ci domandiamo se l’idea non gli sia venuta guardando una puntata con Brian Griffin”, cane parlante di un cartone animato, “autore” nel 2013 di Wish it. Want it. Do it., un manuale di self-help. In bianco. 
  • 05. Ancora prima, nel 2011, in testa alla hit parade della Gran Bretagna c’era What Every Man Thinks About Apart From Sex, ovvero Cosa pensano gli uomini oltre al sesso dell’autore tv Sheridan Simove (pagine bianche, del resto: a cos’altro pensano i maschi?).
  • 06. Rimane un dettaglio tutt’altro che marginale: il librino su Salvini è uscito nel febbraio 2019, quasi due anni fa. Nel silenzio e nel disinteresse generali, anche dei i giornali che ora lo stanno incensando. 

Allora il Capitano era al governo e la Lega in testa ai sondaggi con crescita esponenziale. Ora non è più nella maggioranza, ma pur sempre prima nelle rilevazioni, anche se in calo, scontando l’avanzata di Fratelli d’Italia e di Giorgia Meloni. Ecco che allora il “pompaggio” dell’operetta è utile solo a mantenere sotto pressione il bersaglio grosso, ribadendone la vacuità, la demagogia e il populismo.

Insomma: il nulla. Tutti tratti tipici della character assassination già sperimentata in maniera fallimentare con Silvio Berlusconi, di cui fu intonato il de profundis politico quando lasciò Palazzo Chigi, sostituito da Lamberto Dini. Era il 1995. Consiglio non richiesto a Salvini (da un non simpatizzante, che a destra predilige altri, de gustibus): se i suoi avversari gongolano per tale operetta, può dormire sonni tranquilli.
  
 * da La Verità
 
 
 
 
 
 

 

Calabria, Sanità fra ridicolo e Cencelli, ricostruita la trama della telenovela che umilia tutta l’Italia

Calabria, Sanità, tra scandalo e avanspettacolo. Al tentativo numero nove pare che un commissario lo  abbiano trovato.

Calabria, Sanità, il commissario c’è, finalmente. O almeno si spera. È il prefetto Luigi Longo, un passato di poliziotto e di combattente di mafie e camorre. Siamo al tentativo numero nove. Longo, che è in pensione dagli organici statali, ha accettato. Segue di ore l’ultimo no, quello di Agostino Miozzo, quasi-commissario straordinario alla sanità calabrese. Il suo è stato l’ottavo nome “bruciato” nella telenovela alla nduja. Che vede il governo di Giuseppe Conte rimediare una figura da cioccolataio via l’altra.

Ricostruire la trama della telenovela Calabria

Ricostruire la trama della telenovela Calabria è una fatica degna di un romanziere

Miozzo è coordinatore del Cts, Comitato tecnico scientifico, anche se è andato in pensione dal primo ottobre. Gli era stato proposto l’incarico, aveva chiesto condizioni che non sono state accettate. E ha rinunciato.

Se non ci fosse da piangere – per i lutti e per la generale dissipazione– ci sarebbe da ridere – per la tragicommedia messa in scena da “Giuseppi” per il diletto degli italiani (un po’ meno, c’è da ritenere, per i calabresi).

Ne sono caduti 8 prima di Longo

Perché prima di arrivare a Longo, sul campo ne sono già caduti (per dimissioni, revoche, ripensamenti, rifiuti, veti incrociati), con Miozzo, ben otto. In un paio di settimane: Saverio Cotticelli, Giuseppe Zuccatelli, Eugenio Gaudio, Francesco Paolo Tronca, Federico D’Andrea, Narciso Mostarda, Luigi Varratta. Che pure ha confermato la sua disponibilità mentre il governo si era già orientato verso Miozzo, poi caduto anche lui.

Ai primi cinque si sono infatti aggiunti, nelle ultime frenetiche ore, prima Mostarda e poi Varratta. Quest’ultimo abbattuto, mentre era in corso un agitatissimo Consiglio dei ministri, in diretta tv su La7 dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. “Io penso che più che di un prefetto in Calabria ci sia bisogno di competenze”.

Scontro fra ministri sul commissario in  Calabria

Mostarda è medico specializzato in neuropsichiatria infantile. Ma con un Master alla Sapienza di Roma conseguito nel 2012 in management nelle aziende sanitarie. È stato il nome che i ministri dell’Economia e quello della Salute, Roberto Gualtieri e Roberto Speranza, hanno opposto al ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia.

Che lunedì si trovava in Calabria. Da dove è tornato con la convinzione che l’attuale direttore generale del dipartimento della Salute calabrese, Francesco Bevere, potesse rappresentare una soluzione idonea a sciogliere la matassa.

Ma Speranza Bevere non lo vuole

Niente da fare. Speranza Bevere non lo vuole vedere nemmeno dipinto, dopo averlo silurato, nel dicembre scorso. “Dimissionandolo” dal vertice dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Dove Bevere si trovava dal 2014 e dove era stato riconfermato solo quattro mesi prima.

Così Speranza ha tirato fuori dal cappello il nome di Mostarda. Che nel curriculum può vantare sì di essere stato direttore generale in una Asl di Roma. E, ancora prima, dirigente nella Asl di Frosinone. Solo che nello stesso comune è stato anche assessore alla cultura in quota Pd. Peccato imperdonabile, agli occhi dei Cinquestelle.

Lqmorgese garante ma non basta

Che quindi hanno sposato, contrapponendola a quella di Mostarda, la causa di Varratta. Già prefetto a Reggio Calabria e di cui si sarebbe fatta in qualche modo garante il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

Con tale viatico, ci si sarebbe potuti aspettare che Varratta avrebbe messo tutti d’accordo. Macché. Nella notte dei lunghi coltelli, tra martedì e mercoledì, la candidatura è stata affondata. Perchè il manuale Cencelli e le spregevoli logiche lottizzatrici della partitocrazia, si sarebbe detto ai tempi della disprezzata Prima repubblica, sono tuttora in auge.

E nessuno voleva mollare di un centimetro.
Si arriva così a Miozzo, “portato” dallo stesso Conte e dal viceministro alla Salute, il pentastellato Pierpaolo Sileri.

La carriera di Miozzo con Bertolaso

Il bello è che Miozzo, dieci anni fa, da sinistra veniva visto con il fumo negli occhi. Perchè era tra i “protetti” di Guido Bertolaso alla Protezione civile. Che lo aveva fatto passare da lavoratore parasubordinato con contratto co.co.co. a dirigente generale della Presidenza del consiglio. Grazie ad una norma ad personam inserita nel famoso decreto “rifiuti” (all’epoca tale emergenza investiva Napoli e la Campania).

Non basta. Miozzo sul coronavirus è incappato in un paio d’incidenti. Il primo quando ha ammesso di aver taciuto nel primo semestre 2020 i numeri della pandemia “per non seminare il panico”.

Il secondo quando una troupe di Report gli ha chiesto conto della sparizione del piano, pronto nella seconda metà di febbraio, del ricercatore Stefano Merler. Che -sulla base della diffusione del virus in Cina- aveva elaborato un modello matematico di contenimento del Covid.

Un piano in un cassetto

Il piano fu girato dall’Iss, Istituto superiore di sanità, al Cts. Come è stato confermato dall’ex direttore generale del ministro della Salute Claudio D’Amario. “Noi tecnici lo ricevemmo e lo validammo”.

Qualcuno invece lo mise in un cassetto. Miozzo, che l’ha declassato a semplice scenario, al programma tv ha replicato: “Non dico niente, parlo solo se mi autorizzano”. Il ministero ha ribattuto: “Veramente dipende da lui, ma non ha tempo”. 

Ora tocca a Longo. Se nel frattempo non cambierà idea.

Populismo, quello di destra è cattivo, quello di sinistra è buono? Demagogia è politica

Quer pasticciaccio brutto, per dirla con Carlo Emilio Gadda, della sanità calabrese. Con i commissari che saltano come turaccioli la notte di Capodanno. Manco fossimo in Perù (ben tre presidenti della repubblica cambiati negli ultimi 10 giorni).

da La Verità

Ora ha registrato un punto fermo. Emergency, l’ong di Gino Strada, ha siglato un accordo con la Protezione civile per approntare ospedali da campo anti-Covid nella regione. Ma Strada commissario, quello no. Il procuratore di Catanzaro, il calabrese Nicola Gratteri, l’ha silurato in diretta tv: “Strada non va bene per la Calabria. Sono stato in Africa e so le cose straordinarie che ha fatto. Ma il problema in Calabria sono i buchi, le ruberie nelle Asp, lacquisto dei materiali sanitari. C’è bisogno di un manager.  Gratteri ha fatto eco all’economista Carlo Cottarelli: “Ho tanta stima di Strada e del suo lavoro. Ma in Calabria non sarebbe meglio un commissario normale?”.

Strada nel tritacarne del populismo

Ma allora chi o cosa è stato a gettare nel tritacarne delle polemiche il nome di Strada, le cui benemerenze acquisite come medico chirurgo nei teatri di guerra nessuno discute? Semplice: il populismo di sinistra.

Che non è una bestemmia, quanto piuttosto quell’approccio che la sinistra rimprovera alla destra. Salvo quando l’adotta lei per prima. “Populista è quell’aggettivo che la sinistra appioppa al popolo quando questo comincia a sfuggirle”. Lo ha annotato con velenosa ironia l’ex banchiere francese Jean-Marie Naulot nel 1996. Un altro francese, Eric Fassin, ha scritto addirittura un saggio, Contro il populismo di sinistra. Sindrome che avrebbe provocato una “depressione militante” tra simpatizzanti ed elettori in crisi d’identità.

Perchè se a sinistra con tale, vituperato termine s’intende il parlare alla “pancia” e non alla “testa” delle persone, con slogan terra terra e ricette basic. Cosa c’è di più populistico del proporre su due piedi Strada come zar della sanità calabrese. Se non nella chiave di ricerca del demiurgo, del salvatore della patria, del leader solo al comando. Per cui non s’invocano i “pieni poteri” (farebbe troppo “Matteo Salvini”, e non sta bene) ma poco ci manca?

È un vizio più radicato di quanto si creda. Che ha trovato la sua sublimazione nell’avvento del M5S. Con quel populistico “uno vale uno”. La competenza come disvalore da accantonare in nome dell’onestà-tà-tà. E la patente di “avvocato del popolo” rilasciata a un uomo professionalmente cresciuto nel comfort  dell’establishment, Giuseppe Conte.

Contro o pro il populismo?

E se c’è un organo di stampa che si è sempre contraddistinto per la guerra al populismo (di destra), finendo per incentivare un obliquo progetto populista (di sinistra), quello è, paradossalmente, Repubblica. Soprattutto con la direzione di Ezio Mauro, che impegnò in prima linea il giornale-partito anche più del fondatore Eugenio Scalfari. Basti pensare a quando Mauro descrisse la necessità per la sinistra di essere guidata da un “Papa straniero”. Il “Papa nero” omaggio involontario alla canzone dei Pitura Freska a Sanremo nel 1997, “Sarà vero?/ dopo Miss Italia avremo un Papa nero/ non mi par vero”. Un uomo della Provvidenza proveniente dalla mitica “società civile”, ma chi? Luca Cordero di Montezemolo? Roberto Saviano? Macchè, fece scrivere sul Foglio da lui diretto Giuliano Ferrara, perculandolo. Mauro non si sottrae più “all’ostensione del suo corpo”, girando come una trottola per programmi tv, perchè sotto sotto pensa a se medesimo.

Quando nel 2012 Pierluigi Bersani annunciò di candidarsi alle primarie del Pd, lo fece anche per bilanciare la cosiddetta “lista Saviano”. Che sembrava in gestazione proprio all’ombra del quotidiano scalfarian-mauriano, sfottuta dall’attuale ministro Francesco Boccia (dipinto oggi come uno dei “pontieri” tra il Pd e il populista M5S) con sarcasmo: “Non vedo lora di vederla allopera in mezzo alle masse, questa lista così civile di Concita De Gregorio e del professor Gustavo Zagrebelsky. Non vedo lora di vederli a raccattare voti nei mercati discettando sulle riforme costituzionali…”. 

Il cerchio si chiude infine pochi giorni fa quando Repubblica ha ospitato un’intervista a Tony Blair che ha pontificato: “La vittoria di Joe Biden negli Usa è una lezione per il centrosinistra. Il populismo di destra non si batte con il populismo di sinistra”. Incantevole cortocircuito esistenziale del già premier britannico che si accodò al “populista” George W. Bush nella guerra all’Iraq per armi di distruzione di massa che non esistevano. 

Che importa: l’importante è gettare perle al popolo. Sport che quando è praticato a sinistra si depura ontologicamente, passando da propaganda di bassa “lega” a meritoria disciplina olimpica. La riprova? La candidatura, avanzata dal M5s nel 2013, di Milena Gabanelli al Quirinale, corsa da cui Lady Report si chiamò subito fuori: “Per quel ruolo occorrono competenze che io non ho”.

Ma poi, scusate: cosa c’è più di demagogico di far firmare a 200 precari delle Asl, sul palco di un teatro a pochi giorni dalle elezioni, il contratto a tempo indeterminato, come ha fatto il governatore della Puglia Michele Emiliano “Zapata”? Cosa c’è più apparentemente “decisionista” degli interventi a gamba tesa del governatore della Campania Vincenzo De Luca “DeLukashenko”? E delle esternazioni del sindaco di Napoli Luigi De Magistris “Masaniello”? E di quelle del suo omologo a Palermo Leoluca Orlando “Rosolino Pilo”?

Tutti tribuni e capipopolo.

Ma di sinistra.

Quindi resi mondi dal fetore del peccato populista.

* da La Verità

Bataclan 5 anni dopo, 2015, il terrore islamico in Francia non si è più fermato

Fu un anno vissuto pericolosamente, il 2015, per i francesi.  I più colpiti in Europa da un rosario di atti terroristici di matrice islamica fondamentalista.

L’anno si aprì infatti con la strage di Charlie Hebdo e si concluse il 13 novembre con l’eccidio del Bataclan.
ricorda Antonello Piroso su La Verità. Cinque anni fa l’incubo ebbe inizio alle 21.20 fuori dallo Stade De France dove si stava disputando l’amichevole Francia-Germania. Alla presenza del capo dello Stato Francois Hollande, con un kamikaze che si fece esplodere quando fu individuato per il comportamento sospetto.

Era purtroppo solo il primo di una serie di attacchi coordinati, tra bar, bistrot e fast-food nel centro di Parigi, che lasciò per terra 40 vittime.

Il peggio però doveva ancora arrivare.

La strage  degli americani dopo il Bataclan

Con la mattanza all’interno del teatro -dove si stava esibendo il gruppo rock americano Eagles of Death Metal- che partì alle 21.40 e terminò, 90 vittime dopo, con l’uccisione dei componenti del commando e la rivendicazione da parte dell’Isis.

Bilancio complessivo della notte di sangue: 130 morti di 26 nazionalità diverse, tra cui l’italiana Valeria Solesin, 28 anni.

Ultima tappa (per ora) Nizza

Oggi il clima in Francia è tutt’altro che migliorato, e non solo per i tre morti sgozzati di Nizza.

Quando si è trattato di ricordare con un minuto di silenzio nelle scuole Samuel Paty, professore decapitato per aver mostrato le vignette sull’Islam all’origine del massacro nella redazione di Charlie Hebdo, ci sono stati ragazzi musulmani che sono usciti dalle aule.

E’ avvenuto per esempio a Tolosa, città insanguinata (insieme a Montauban) da una serie di omicidi già nel 2012: 3 militari e quattro persone, tra cui tre bambini, fuori da una scuola ebraica, autore un 23enne franco-algerino di fede musulmana, ucciso dalla polizia.

Una musulmana laica critica il Bataclan e il resto

Lo racconta Fatiha Agag-Boudjhalat, che nella scuola media di quella città insegna Storia e Geografia come Paty. E si è fatta un nome per come si è pubblicamente schierata a difesa dei valori di laicità incarnati dalla Repubblica francese, Tanto che l’anno scorso è stata insignita del Prix de la laicité de Comité Laicité République.

Quando un anno fa, il 10 novembre 2019, fu organizzata una grande manifestazione contro l’islamofobia, lei prese le distanze sia dal tenore dell’appello alla mobilitazione sia dai discorsi pronunciati in piazza. Sostenendo che così si otteneva, per l’eterogenesi dei fini, un solo obiettivo. Amalgamare ancora di più la comunità musulmana nel segno della radicalizzazione. Perché se tu urli, sbagliando, che la società è islamofoba, offri su un piatto d’argento un argomento a chi vuole arruolare kamikaze nelle moschee.

40 anni, nata in Francia da genitori algerini, musulmana (“molto credente spiritualmente, ma non mi sogno certo di vivere nel VII secolo”), con 7 fratelli di cui due islamisti. Ha pubblicato i suoi due libri con una casa editrice cattolica. Le Editions du Cerf, fondata nel 1929 e specializzata in opere religiose e gestita dall’ordine domenicano.

Nel primo, Le grande detournement (Il grande diversivo), attaccava -lei femminista- l’ipocrisia di quanti, uomini e donne, sedicenti sostenitori del movimento di liberazione della donna, giustificano l’uso del velo integrale come scelta autonoma e indipendente.

Dall’Algeria senza velo

Velo che per esempio sua madre, quando arrivò in Francia dall’Algeria, non portava: “Ci sono femministe in Francia che denunciano il velo alle donne in Iran, ma lo tollerano qui come espressione di libertà femminile”, quando invece è un omaggio al patriarcato più vetusto.

Nel secondo, appena uscito, torna sul tema: Combattre le voilement (Contrastare il velo). Allargando la riflessione sugli effetti perversi di un malinteso multiculturalismo. Per cui, è questo il suo j’accuse, con l’argomento del “rispetto delle tradizioni” si accetta per esempio che alle ragazze musulmane sia richiesto o imposto il certificato di verginità.

Agag-Boudjhalat teme innanzi tutto l’assuefazione all’orrore: “Negli ultimi anni abbiamo avuto molteplici episodi cui le persone stanno facendo via via l’abitudine. Alla fine, rassegnati, finiscono per dire: facciano un po’ come vogliono, gli integralisti. Se intendono applicare la sharia si accomodino. Purchè non si mescolino con noi e ci lascino in pace”.

Demolizione della repubblica laica

Solo che così si demoliscono le fondamenta della Repubblica laica. Si abdica ai propri principi e si approva la nascita di una sorta di comunità separata. Un apartheid non imposto ma accettato, addirittura sollecitato, per quieto vivere.
Un atteggiamento che fa solo il gioco di quelli che la professoressa definisce “iper-musulmani”, suoi familiari compresi (“i miei 20 nipoti, figli dei miei fratelli, non li considero più recuperabili”). Che non accettano la dissidenza: “Chi non è con loro è contro di loro, un traditore”.

Così, è il ragionamento conseguente, invece di essere grati alla Francia per aver consentito loro condizioni di vita comunque migliori rispetto a quelle che vivrebbero in molte delle realtà da cui provengono loro o i loro genitori, si esercitano nel vittimismo. “Bevendosi” i discorsi violenti e talvolta farneticanti degli imam nelle moschee.

Da ultimo, ma non per ultimo (già nel 2016 ha preso la parola in un dibattito per stigmatizzare i “faux amis de la laicité et idiots utiles”, i falsi amici della laicità e gli utili idioti: il video è su Youtube), sul banco degli imputati finisce il politicamente corretto in salsa transalpina. Quella che Agag-Boudjhalat bolla come “schizofrenia” di una certa elite di sinistra, l’attitudine “islamogauchista” nel segno del terzomondismo pret-a-porter.

Il corollario è sconfortante. Vanno bene striscioni, stendardi e bandiere arcobaleno, arabe, palestinesi, tutte purché non quella francese, perchè fa tanto “nazionalismo lepenista”.

“Bisogna insegnare ai ragazzi che per il terrorismo non ci sono scusanti”, conclude.

Altrimenti passerà il messaggio che Charlie Hebdo pubblicando le vignette, e Paty facendole vedere in classe, “in fondo se la sono andata a cercare, e il loro tragico destino se lo sono meritato”.

(Pubblicato da La Verità)

Giuseppe Zuccatelli senza mascherina ha beccato il covid: profilo di un manager sanitario

Giuseppe Zuccatelli è la classica toppa che si rivela peggiore del buco. E ne fa le spese la sanità pubblica in Calabria.

Giuseppe Zuccatelli, nuovo commissario alla sanità in Calabria. Il profilo, tracciato da Antonello Piroso, è stato pubblicato dal quotidiano La Verità. Giuseppe Zuccatelli è stato nominato per sostituire Saverio Cotticelli. Il quale -come si sa- ha rimediato una figura di menta colossale a favore di telecamere). Come commissario straordinario alla sanità della regione Calabria, non ha fatto nemmeno in tempo a pronunciare la formula di rito: “Sono onorato dell’incarico ricevuto”. Che si è ritrovato bombardato da una shitstorm da far impallidire il ricordo delle V2 naziste su Londra durante la seconda guerra mondiale.

Le perle di Zuccatelli

Infatti nel giro di poche ore si sono apprese le seguenti “perle”.

1. Giuseppe Zuccatelli, che deve fronteggiare l’espandersi del Covid, è un “no mask”. Non nega cioè che il virus esista. Ma sostiene -come una Sara Cunial qualsiasi, la parlamentare ex M5s ora gruppo misto- che le mascherine siano inutili.

Anche lui in video, infatti, si lascia andare alle seguenti, dotte considerazioni: “La mascherina non serve a un ca…” . E “Per beccarti il virus, se io fossi positivo, tu devi stare con me e baciarmi per 15 minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi”.

Ovviamente, è arrivata puntuale la rettifica: “Le mie affermazioni errate, estrapolate impropriamente da una conversazione privata, risalgono al primo periodo della diffusione del contagio” (manco per niente: le immagini sono del 27 maggio, a primo lockdown archiviato).

2. Zuccatelli è arrivato in Calabria l’anno scorso – sempre su nomina governativa – per guidare l’Asp di Cosenza (una delle aziende sanitarie più grandi d’Italia, con un miliardo di euro di bilancio). E poi le due realtà sanitarie di Catanzaro. L’ospedale Pugliese Ciaccio. E la citata azienda ospedaliera universitaria Mater Domini, con risultati a dir poco controversi.

Un reparto depotenziato

3. Zuccatelli, che deve combattere il coronavirus, in Calabria -per dirne un’altra- “ha depotenziato il reparto di malattie infettive dell’ospedale catanzarese Mater Domini, declassandolo! In tutto il mondo sono state potenziate! Sono perplesso!”, ha scritto su Twitter sabato sera Raffaele Bruno, primario cosentino del reparto malattie infettive del San Matteo di Pavia.

4. Zuccatelli nel frattempo il Covid l’ha preso. E si trova in isolamento, asintomatico (a lui i più sinceri auguri). I social-spietati si sono scatenati: “Con chi avrà fatto lingua in bocca per esserselo beccato?” “Piuttosto: chi avrà avuto il coraggio di limonare con lui?” “Per Zuccatelli il virus si becca solo baciandosi con la lingua per 15 minuti. Calabria passa da zona rossa a zona a luci rosse”, e via infierendo.

5. Zuccatelli sarà pure un tecnico, ma di sicuro è immerso mani e piedi nel sistema lottizzatorio che è la costante di ogni Repubblica (la prima, la seconda e pure la terza). Ex presidente dell’Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ha avuto incarichi da commissario e subcommissario alla sanità in Campania e Abruzzo. Anche (o soprattutto?) in quanto bersaniano storico.

6. Nel 2018 è stato infatti candidato alla Camera con il movimento di sinistra-sinistra Liberi e Uguali, nel collegio Emilia Romagna 2, rimediando poco più di 5 mila voti (il collegio è andato a Simona Vietina di Forza Italia).

All’ombra di Bersani

7. Ma a Cesena, dove sta trascorrendo la quarantena, Zuccatelli è stato prima consigliere comunale Pd. Per poi formare nel marzo 2017 uno dei primi gruppi consiliari d’Italia di Articolo 1. Formazione nata dalla scissione nel Pd con la fuoriuscita di Pierluigi Bersani, poi confluita appunto in LeU.

8. Zuccatelli era già stato protagonista di uno svarione alla Cotticelli, davanti alle telecamere di Report, ma per sua fortuna la “carica virale” sul piano mediatico non c’era stata. Come se nulla fosse, spiegò al microfono che l’individuazione come centro Covid dell’ospedale calabrese di Castrovillari, all’epoca sguarnito di tutto (per capirci: non c’erano nè il reparto né i medici per curare polmoni e polmoniti), era una fake news. Una “classica invenzione della stampa, mai nessuno ha indicato Castrovillari come presidio Covid”. Peccato che la delibera in tal senso fosse stata firmata da…lui medesimo, nel pieno del carosello delle multi-reggenze!

Si dirà: vabbe’, è che sarà mai? La Calabria è solo sfortunata, passando -per investitura del governo centrale- dal lottizzato M5S Cotticelli a quello Leu Zuccatelli.

In realtà, ci sarebbe poi da parlare del caso di Domenico Maria Pallaria: dal 2013 a oggi -passando quindi attraverso giunte regionali di colore opposto- un superdirigente “reggente” del Dipartimento infrastrutture e lavori pubblici, responsabile unico del procedimento per la realizzazione dei nuovi ospedali di Sibari, Gioia Tauro e Vibo Valentia.

Cui viene affidato anche, scrive il sito ilfattodiCalabria.it, l’onere di controllare l’emergenza pandemica e requisire attrezzatture sanitarie. E lui, serafico: “Non mi sono mai occupato di sanità e di apparecchiature. Non so neanche cosa sia un ventilatore polmonare né dove trovarlo…”.

  • Antonello Piroso per La Verità

Calabria umiliata dai commissari alla Sanità: senza piano, mascherine inutili

Brutto risveglio quello di sabato mattina per Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio con il Dpcm incorporato.

È stato quando l’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha segnalato al primo ministro Giuseppe Conte l’articolo de La Verità. In esso si accusava il governo in carica -ma anche quello che lo aveva preceduto, accomunati dall’avere lo stesso capo dell’esecutivo: toh, sempre lui, Giuseppi- per il disastro della sanità in Calabria. Da cui non poteva chiamarsi fuori dal momento che è esso stesso, attraverso la nomina dei commissari ad acta, a gestirla.

In base al principio che al peggio non c’è mai fine, nel corso della domenica il caso Sanità Calabria ha avuto una nuova piega degna di una piece di avanspettacolo di una volta. La nomina di un nuovo commissario nella persona di Giuseppe Zuccatelli, immortalato da un video in cui garantisce che le mascherine sono inutili. Testualmente…”non servono a un c…o”.

Ma torniamo al black friday calabrese.

Sono sicuro che Conte ha fatto spallucce: “Un foglio sovranista e fazioso, chi volete che prenderà sul serio una campagna chiaramente propagandistica?” Questa è una ricostruzione di fantasia, ovviamente, ma diciamo che ci può stare.

Purtroppo per lui, però, a ruota è diventato gettonatissimo in Rete, con commenti al vetriolo tra cui il più soave era questo: “Chiusi in casa per zona rossa decisa da questa banda di scappati di casa”. Era il video trasmesso la sera prima dal programma di Rai3 Titolo V, sull’incontro con il commissario straordinario alla sanità calabrese Saverio Cotticelli.

Una sequenza degna di Scherzi a parte. Il “commissario per caso”, pover’uomo, davanti alle contestazioni puntuali sul mancato varo del piano anti-Covid, sembrava un pugile suonato. Ignorava perfino quanti fossero i posti disponibili in terapia intensiva.

“Ah, doveva farlo io da giugno?”, per poi aggiungere, aggravando la sua situazione, “sarà pronto la settimana prossima”: a novembre inoltrato?

A un certo punto nel confronto si inseriva il sub commissario Maria Crocco, che dall’altra stanza lo rimproverava. “La devi finire! Quando fai queste cose (parlare con i giornalisti, per dirne una, nda) devi andare preparato”.

Fino all’apoteosi finale di questa pochade tragicocomica. A fornire il numero delle terapie intensive, correggendo lo stesso commissario, arrivava un terzo soggetto. Un dottore? Un componente di qualche comitato tecnico-scientifico? Macchè: l’usciere. No, dico: l’u-s-c-i-e-r-e. Ma non è tutto meraviglioso?

A mezzogiorno Conte aveva così un sussulto di dignità istituzionale. E annunciava urbi et orbi che il predetto rappresentante del Governo (da lui nominato) sarebbe stato dimissionato senza se e senza ma. Ma alla sua maniera (quindi: adesso, ma non subito).

“Il commissario Cotticelli va sostituito con effetto immediato. Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore. I calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità”.

Invece, come ho scritto sopra, si sono beccati uno che sostiene senza mezzi termini l’inutilità delle mascherine. Per contagiarsi, dice, bisogna fare lingua in bocca per un quarto d’ora.

I calabresi via social, invece, ritenevano di meritare di non essere presi per i fondelli.
A loro si affiancava anche chi calabrese non è.

Come Marco Bentivogli, ex leader dei metalmeccanici della Cisl, che non può certo essere tacciato di essere filo salviniano o meloniano, il quale l’ha toccata piano: “Troppo facile cacciare, via twitter, un commissario alla Sanità di cui si è responsabile della nomina.

“E il Governo, Ministro della Sanità, Affari Regionali apprendono da una trasmissione tv che la Calabria non ha il piano anti-Covid?”.

O come il capitano Ultimo, Sergio De Caprio, il carabiniere che ha catturato Totò Riina, chiamato dal presidente della Calabria, la scomparsa Jole Santelli, a far parte della sua Giunta come assessore all’ambiente. Ha scritto, rivolgendosi esplicitamente a Conte, Speranza e al governo tutto.

“Di fronte al proprio fallimento una leadership responsabile e concettualmente onesta si fa da parte e cede il posto ad altri. E’ rispetto per i caduti”.

I fan di Conte hanno provato a buttare la palla in tribuna, puntando il dito sulla corresponsabilità regionali.

Una difesa d’ufficio, l’inutile tentativo di arroccarsi su una Linea Maginot travolta dalla più inoppugnabile delle constatazioni: è da 11 anni, come segnalavamo ieri, che la sanità non è più nelle mani dei calabresi.

Che possono essere chiamati a rispondere del pessimo andazzo precedente, di certo non di quello dell’ultimo decennio, che vede esposti i ministri della Salute e i loro governi.

Prendendo in esame solo gli ultimi 5 esecutivi, dal 2013 a oggi, vale la pena ricordare che in quelli di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni titolare del dicastero è stata Beatrice Lorenzin, nel Conte 1 la penstastellata Giulia Grillo, oggi il “sinistro” Roberto Speranza. Tutti accasati in un campo che non può essere di certo definito “sovranista”.

E, rimanendo a Cotticelli (campano, 69 anni, generale di corpo d’armata dei Carabinieri in pensione, commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana), va ribadito che è stato nominato dal Conte 1. A maggioranza Lega-M5S, nel dicembre 2018 con un decreto firmato da Conte, dall’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria e dalla ministra Grillo. E appunto riconfermato dal Conte 2, con la duplice firma Speranza-Roberto Gualtieri.

Il mantra dei cinquestelle, si sa, è sempre stato: onestà-onestà-onestà (e nessuno dubita che Cotticelli sia persona perbene). Purtroppo non conta se è a scapito della competenza.

Cotticelli si è ritrovato (ex) commissario in Calabria un po’ per caso, come del resto si può dire, senza offesa ma anche senza tema di essere smentiti, di Conte a palazzo Chigi.

“Generale dietro la collina/ci sta la notte crucca e assassina…davanti alla collina, invece, ignoranti e incapaci” hanno concluso gli aspromontani su Facebook. Con una citazione metà canzone, metà “sconsolazione”, che non necessita di una parola di più.

(da La Verità)

Antonello Piroso: “Oggi è morto mio padre. Un uomo per bene. Un calabrese. Un terrone. Provo pena per Vittorio Feltri”

Addio papà calabrese e terrone. Il giornalista Antonello Piroso piange la morte del suo babbo e lancia una frecciata alle corbellerie dette da Vittorio Feltri contro i meridionali. È stato lo stesso Piroso, oggi conduttore di Virgin Radio, a ricordare la scomparsa del papà su Twitter. “Oggi è morto mio padre. Uomo perbene e di specchiata onestà. Un calabrese. Un terrone. Uno dei tanti meridionali emigrati, che dal Nord hanno avuto molto perché al Nord tanto hanno dato”.Poi il tweet si conclude così: “Provo pena per Feltri. È proprio vero: ci lasciano sempre i migliori. Arrivederci, papà”. Piroso fa riferimento a ciò che Feltri ha affermato durante l’ultima puntata di Fuori dal coro, il programma di Mario Giordano su Rete4. “Credo che in molti casi i meridionali siano inferiori. Cosa andiamo a fare in Campania? Andiamo a fare i parcheggiatori abusivi?”, aveva spiegato con fare professionale il direttore di Libero. Poi pochi attimi dopo l’aggiunta: “Mi pare del tutto evidente che il Sud e la sua gente siano economicamente inferiori rispetto al Nord. Chi non lo riconosce è in malafede. L’antropologia non c’entra con il portafogli. Noto ancora una volta che le mie affermazioni vengono strumentalizzate in modo indegno”. Le parole di Feltri hanno ovviamente scatenato un inferno di polemiche (l’ordine dei giornalisti sta valutando un danno d’immagine alla categoria) e di denunce, tra queste quelle del senatore Sandro Ruotolo e dello scrittore Maurizio De Giovanni. Anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, su Facebook ha caricato un video davvero da antologia dove senza mai nominare Feltri lo manda sonoramente a quel paese. “Di fronte all’ossigeno putrefatto che esce dai polmoni di pseudo intellettuali mi viene in mente un’immagine, un ricordo di quando ero adolescente e mi recai in un negozio di musica – racconta lemme lemme De Magistris – Comprai un 33 giri che mi piaceva molto di un grande poeta napoletano, senza confini, Pino Daniele. A tutte queste persone che non ce la fanno proprio, che è più forte di loro ad avercela contro Napoli e il Sud dedico con l’affetto tipico di noi napoletani una canzone, Je so pazzo. Ma in particolare la fine di quella canzone che per me è poesia, è terra, terra nostra”. Ovviamente se non conoscete come finisce il brano del grande musicista napoletano andatelo a recuperare su Youtube e vi farete una sonora risata.

L’articolo Antonello Piroso: “Oggi è morto mio padre. Un uomo per bene. Un calabrese. Un terrone. Provo pena per Vittorio Feltri” proviene da Il Fatto Quotidiano.