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Zingaretti sotto attacco nel Pd, correnti in subbuglio chiedono congresso, lui cerca appoggio dagli odiati grillini

Nicola Zingaretti, ovvero come il segretario di un partito deve difendersi dal fuoco amico. Non c’è pace fra i democratici di sinistra. Nell’occhio del ciclone figura sempre lui. Il presidente della Regione Lazio che ha anche l’incarico di portare avanti la nave dei Dem. Ogni mattina qualcuno dei suoi compagni di cordata ne inventa una pur di metterlo alle corde.

Ora sono gli ex renziani (manco a dirlo) che protestano e puntano il dito contro il loro numero uno.

Vogliono una gestione collegiale del partito, una governance a più voci che coinvolga tutte le anime (e sono tante) del Pd. Zingaretti risponde picche. O, al massimo, temporeggia per gettare acqua sul fuoco della protesta.

Ma non è così semplice frenare l’onda d’urto degli allievi del buon Matteo che in fatto di crisi è un maestro. Questione per il momento rimandata? Niente affatto. I contestatori non demordono e minacciano di uscire dalla segreteria nel caso in cui le loro voci non vengano prese in considerazione. Sono una decina, ma ben decisi a non mollare. E a difendere fino in fondo il loro pensiero.

Gli ex renziani contro Zingaretti

Potrebbe sembrare un fuoco di paglia, visto il numero esiguo del gruppo che si richiama a Matteo Renzi. Non è così, perché non sono i soli a mugugnare e a volere una svolta nel partito. Non piace a molti l’idea di un uomo solo al comando. Tanto più che Nicola Zingaretti siede su una poltrona doppia essendo anche il governatore del Lazio.

Il momento è assai delicato, soprattutto perché la difesa a spada tratta nei confronti di Giuseppe Conte è andata a gambe all’aria. “O lui o la crisi e il voto”, tuonava qualche settimana fa il segretario del Pd. Come è andata lo sappiamo tutti.

Il capo dello Stato, andato su tutte le furie per i capricci delle forze politiche (nessuna esclusa) ha chiamato al capezzale dell’ammalato chiamato Italia il nostro uomo più noto in Europa. E gli ha affidato l’incarico di risolvere i bisticci e le liti da cortile che non la smettevano mai.

Ingoiato un altro rospo (anche se alla fine Zingaretti si è detto entusiasta dell’iniziativa di Sergio Mattarella), il segretario ha iniziato una nuova battaglia.

Congresso subito! E lui cerca altre sponde

“Congresso subito”, gridavano in tanti. “Alla fine della primavera”. Il segretario del Pd non si è scomposto. Ha risposto con parole dure, decidendo che in un momento come questo il congresso non si poteva tenere. E in più si diceva contrario alle primarie che avrebbero dovuto precedere l’assemblea. La polemica non si è placata. Anzi.

Ragione per cui Zingaretti è andato alla ricerca di altre sponde, trovandone una proprio in quel Movimento che non ha mai gradito. E che aveva respinto già ai tempi in cui fu trovato poi l’accordo fra Pd e 5Stelle.

Oggi il segretario fa l’occhiolino ai grillini. E apre loro le porte del Consiglio regionale. Promettendo anche un incarico di rilievo ai nemici di un tempo. La situazione è convulsa perché il patto prevederebbe un’alleanza nel Lazio, ma al contempo una rinuncia dei grillini alla poltrona del Campidoglio.

La sacrificata dovrebbe essere Virginia Raggi che non piace molto ai romani. Potrebbe quindi essere una manovra di successo. Ma in politica niente è scontato, fino all’ultimo.

Conte, la vendetta: fa schizzare il M5s nei sondaggi, Meloni sbalordita, lo vedeva ko, invece paga il Pd

Giuseppe Conte è sul viale del tramonto? Nemmeno per sogno. Chi si illudeva, come Salvini, Renzi ed anche la Meloni, di vederlo al tappeto dopo il Ko del mese scorso, rimarrà sbalordito. Dopo aver letto gli ultimi sondaggi. Si replica: le indagini di mercato lasciano il tempo che trovano. Ma non è così, perché otto volte su dieci le due cifre (ipotesi e risultato finale) coincidono o quasi.

E allora, se la situazione è quella che ci mostrano gli ultimi numeri, dobbiamo riconoscere che l’ex premier è tutt’altro che scomparso.

Immaginiamo, come è ormai nei fatti, che Conte sia il nuovo leader dei 5Stelle. Ebbene, se si presentasse alle elezioni con questo schieramento, i pentastellati (li dobbiamo ancora definire così?) arriverebbero a superare il 22 per cento con un balzo di ben 6 punti. Il Pd scenderebbe di quattro, mentre i berlusconiani e Fratelli d’Italia perderebbero poco meno di un punto. Con la Lega in calo anch’essa di un punto.

La scossa di Conte

Il panorama politico italiano subirebbe una violenta scossa e tutti, nessuno escluso, dovrebbero vedersela con i nuovi 5Stelle. Perché nuovi? Proprio per l’arrivo ufficiale di Giuseppe Conte alla guida del Movimento che cambierebbe notevolmente il suo appeal, diventando un vero e proprio partito. Con un suo “capo”, una sua direzione, un congresso qualora lo si voglia tenere, una maggioranza e una minoranza.

Vogliamo chiamarle correnti? Perché nelle altre forze politiche non si respira la stessa aria? Basterebbe prendere ad esempio l’attuale Pd. Diviso dalle fazioni. Incattivito dalle idee discordanti. Con un segretario che si difende e rimanda un congresso che molti nel partito avrebbero voluto tenere nella tarda primavera. Assolutamente no, tutto è rimandato a data da destinarsi senza le primarie.

Tornando ai 5Stelle, sarà interessante seguire l’evolversi della situazione. Dal “vaffa day” alla metamorfosi kafkiana di un gruppo che ha compreso di dover cambiare diventando, se volete, più governista.

Il merito è da attribuire a Giuseppe Conte? Probabilmente si. Lo confermano gli ultimi sondaggi effettuati dopo la “santificazione” di Beppe Grillo. Che non ha avuto voci contrarie. Ci si potrebbe chiedere: perché l’avvento dell’ex premier ha dato una nuova spinta ai pentastellati?

Cosa ci vede la gente in Conte?

Cosa vede in Conte l’opinione pubblica che continua a seguirlo nonostante le sberle degli ultimi mesi? Innanzitutto, per la sua capacità di mediazione. Quando ha a che fare con due correnti di pensiero, riesce spesso a trovare un quid che possa soddisfare gli uni e gli altri.

Poi, il suo modo di porsi: elegante, mai sguaiato, vestito in maniera inappuntabile sempre con giacca e cravatta. Per questo, molti si rendono conto che i 5Stelle con lui cambieranno. Rimarranno quella forza che vuole imprimere al Paese una svolta, ma al tempo stesso perdendo quella qualità che tanto piaceva al Grillo di una volta.

Da qui alle elezioni mancano ancora molti mesi, la situazione potrebbe mutare di sana pianta. Ma non c’è dubbio che comunque la si giri, gli avversari dei pentastellati non avranno vita facile. La si può definire una vendetta di Conte? È presto per fare previsioni. 

Conte solo al comando nel M5s, niente vice, Beppe Grillo lo santifica e si dilegua vestito da marziano

Conte unto dall’Elevato, resterà solo al comando. “Tutte le cose che non verranno pubblicate sono vere”, tuona Beppe Grillo travestito da marziano. Comodo dirlo oggi ai giornalisti con un tono tra l’ironico e il sarcastico. Sempre comodo ora che i 5Stelle sono ormai al governo da tempo e non hanno più bisogno di pubblicità. Ancora più comodo, specialmente per lui, che oggi viene inseguito e braccato dalla stampa per strappargli una sia pur minima dichiarazione.

Chiediamo: come mai non ci si comportava così quando il Movimento era ancora una chimera?

E nessuno pensava che potesse diventare la forza di maggioranza in Parlamento? A quel tempo, per intenderci al tempo del “vaffa day”, l’ex comico aveva grande necessità dei giornalisti. Era lui magari ad inseguirli per poter far conoscere il suo pensiero e far nascere quelli che poi si sarebbero chiamati grillini.

Allora, il capo del Movimento non si azzardava ad essere ironico e sarcastico. Era addirittura gentile e accomodante con quanti avrebbero potuto dargli una mano e renderlo famoso. Più di quel che lo era quando strappava un sorriso ed un applauso a chi vedeva o ascoltava le sue gag.

La musica è cambiata, ora c’è Conte

Oggi, la musica è cambiata, il refrain non è più lo stesso e quindi Grillo fa lo spavaldo. Non gli va di essere intervistato, fa il difficile. Ma in fondo gli piace essere una stella. E far soffrire quanti vorrebbero sapere da lui qualche notizia in più di quelle ufficiali. Indiscrezioni, rumors che rendono più appetitoso un articolo.

Invece, ieri, dopo la riunione che ha “santificato” Giuseppe Conte, Beppe si è squagliato. Non prima di essersi offerto alla folla di colleghi con un casco in testa, tipo marziano. Ennesima trovata del comico perché sa perfettamente quali sono le particolarità che possono attrarre i fotografi Assai più di un’intervista parlata in politichese.

Dunque, il quartier generale dei 5Stelle ha sancito una nomina che già circolava da settimane. Da quando l’ex premier aveva dovuto lasciare la sua poltrona a Palazzo Chigi.

“Io sono loro amico e lo sarò pure in futuro”, aveva annunciato in piazza. Nel momento in cui la stravagante trovata dei “responsabili” che lo avrebbero tenuto a galla, era miseramente fallita.

Il Movimento cambia pelle

In parole più semplici, da domani, o da oggi stesso, il Movimento cambia pelle. Abbandona i vecchi toni virulenti e vuol dimostrare di essere diventato un vero e proprio partito. Con un capo che probabilmente riscriverà lo statuto rendendolo simile a tutte le altre forze politiche.

Luigi Di Maio è entusiasta: “Sono anni che ci danno per morti e invece noi scriveremo il futuro di questo Paese”.

“Sarà un partito accogliente e intransigente” titola stamane il Fatto, un giornale molto vicino ai grillini. Ma insieme con Conte chi ci sarà con lui al vertice? Alcuni esponenti di peso avevano suggerito la nomina di un vice, se non addirittura di due vice. Altri pensavano ad una “governance” che potesse affiancare l’ex premier.

Ipotesi cadute immediatamente nel vuoto perché a Giuseppe Conte piace tanto “essere un uomo solo al comando”. Aveva tentato di esserlo durante la sua seconda esperienza di governo. Ora ci riprova nella speranza di togliersi qualche sassolino nella scarpa.

Renzi, monta il maelstorm per il basso servizio al principe Salman: si squaglia l’appoggio a destra

Matteo Renzi è afflitto da un male quasi incurabile: il protagonismo. Soffre se non vede il suo nome sulle prime pagine dei giornali o se il suo volto non appare in tv. Nel bene e nel male vuole a tutti i costi primeggiare. Se gli chiedete il perché sorride e fa finta di non capire.

Ora, sono mesi e mesi che si parla ogni giorno di lui. Ricordiamo brevemente l’iter che lo ha portato alla ribalta. Non dimentichiamo che se nacque il governo giallorosso lo si deve esclusivamente a Renzi.

Renzi infatti riuscì a mettere insieme Pd e 5Stelle, un partito e un Movimento che fino ad allora non avevano una sola idea in comune. Tanto da arrivare persino agli insulti. Il “ragazzone toscano”, moderno San Gennaro, fece il miracolo e nacque il nuovo esecutivo. Con Giuseppe Conte sempre assiso sulla poltrona di Palazzo Chigi.

Un anno, poco più o poco meno, di tranquillità. Poi, il suo desiderio di tornare alla ribalta ebbe il sopravvento. Non gli piacevano alcune scelte della maggioranza di cui faceva parte. Storse diverse volte la bocca, mettendo in guardia il premier.

Così, non si poteva andare avanti: troppo immobilismo. Il governo navigava a vista senza la minima programmazione per il futuro. Scricchiolii, avvertimenti, poi lo strappo con il ritiro di due ministri e di un sottosegretario. In parole semplici la crisi che nemmeno il presidente della Camera, Roberto Fico, riuscì a dipanare.

Il Capo dello Stato perse le staffe e convocò Mario Draghi come ultima spiaggia. Fino ad oggi, non ci sono stati altri scossoni nell’esecutivo. Solo qualche screzio che non ha prodotto danni. Ma nemmeno, con le acque tornate finalmente calme, Renzi è potuto uscire dalla buriana.

Rimanere nell’ombra costa caro a Renzi

Che fa allora, il buon Matteo? Si organizza un viaggio in Arabia Saudita, invitato dal principe ereditario Mohammed Bin Salman. Una visita di un paio di giorni, un incontro filmato in tv che arriva in tutto il mondo ed ecco il patatrac. Stavolta Renzi è nell’occhio del ciclone. Lo investe una bufera che nemmeno lui si aspettava. Un breve “break” per la fiducia al nuovo governo Draghi, poi lo tsunami che lo travolge.

Ci si mette pure la CIA a dargli una forte spinta. In un comunicato che varca l’Oceano è scritto a chiare lettere che l’Arabia Saudita è coinvolta nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Renzi para i colpi, cerca di difendersi affermando che quel Paese rappresenta un baluardo contro l’estremismo islamico. “Anzi, è addirittura un alleato dell’occidente”, sostiene in un twitter.

Sono parole che cadono nel vuoto. L’onda lunga della polemica diventa pericolosissima. Un vero maelstrom. Contro l’ex premier tuonano i partiti del centro sinistra. Pd, 5Stelle e Leu si scatenano, ora non ci sono più giri di parole. Bisogna esser chiari. Altrimenti per Renzi c’è una sola strada, quella delle dimissioni. Sono in pochi a difenderlo e nemmeno in modo ufficiale.

La destra osserva e si defila

La destra o, meglio il centro destra, rimane alla finestra a guardare. Chi aveva sperato in una improbabile alleanza Lega, Forza Italia e Italia Viva può abbandonare questa previsione. Matteo Renzi, comunque non si dà per vinto. Risponde a tono a chi lo accusa: “Parlano così per nascondere le divisioni che stanno già lacerando il nuovo patto”.

Replicano a sinistra: “Si è venduto per un piatto di lenticchie”. Il protagonista stavolta è sul banco degli imputati. Prevedere come finirà questa vicenda è impossibile pronosticarlo. Ma la politica è l’arte del compromesso, come ne uscirà Renzi?

Conte, dal M5s al M5s, il suo futuro segnato da Beppe Grillo: attaccare i cocci del movimento prima che si sciolga

Conte, dai 5Stelle ai 5Stelle. Ormai il futuro di Giuseppe Conte non è più un mistero a meno che la piattaforma Rousseau non faccia strani e singolari scherzi. Il ritorno all’università di Firenze? Si, per una volta. Poi, l’ateneo può dire addio al professore. Il ricordo? Un’ultima lezione, una lectio magistralis, che non ha avuto nessun legame con la sua materia, il diritto civile.

È stata, al contrario, una disamina degli ultimi anni trascorsi a Palazzo Chigi, una mèta che neanche lui avrebbe mai immaginato.

Da quando, nell’ormai lontano 28 febbraio del 2018, Luigi Di Maio presentò il suo governo ombra. Eccolo, per la prima volta il nome dell’ex premier designato come ministro della Pubblica Amministrazione.

Ne è passata di acqua sotto i ponti. E questo ha detto ai suoi studenti nell’ultima apparizione (quasi certa) all’università di Firenze. Conte ha difeso sé stesso, ha spiegato come sia stato difficile il cammino quando il Paese è stato sconvolto dalla pandemia.

Ha fatto bene o male? L’avvocato del popolo non risponde a questo quesito. Riflette un attimo, poi afferma: “Sarà la storia a dirlo”. Si pone, insomma, fra i protagonisti della vita del Paese anche in un futuro non proprio prossimo.

Ottimismo o vanagloria? Certo, di strada Giuseppe Conte ne ha fatta da quel giorno in cui (è passato esattamente un anno) l’attuale ministro degli Esteri lo presentò al popolo dei grillini.

Gioie e dolori per i suoi anni a Palazzo Chigi. Prima circondato da due vice primi ministri (lo stesso Di Maio e Matteo Salvini) che lo monitoravano 24 ore al giorno. Poi, con una maggioranza nettamente diversa che gli dette la possibilità di agire con più padronanza. Non si mosse con la dovuta prudenza? Chissà?

Sta di fatto che da una parte c’è chi lo incensava. Dall’altra i suoi oppositori lo avrebbero voluto fuori da quella poltrona il più presto possibile. Andò come tutti sappiamo. E da quel momento tutti si interrogavano su quel che avrebbe potuto fare “da grande” l’ex presidente del Consiglio.

Lasciare la politica? Ritornare a insegnare all’università? Silenzio assoluto. Anche il suo fedelissimo portavoce Rocco Casalino giurava di non saperne niente. Bugia pietosa.

Era più che noto, infatti, che Conte, assaggiato il potere, non avrebbe mai rinunciato alla fama e alla gloria. Lo fece capire nell’ultima dichiarazione che fece al di fuori di Palazzo Chigi dietro ad un improvvisato tavolino su cui si accalcavano una infinità di microfoni.

Si rivolse agli amici dei 5Stelle, dicendo che accanto a loro si sentiva come in famiglia. Che altro poteva profferire per far capire all’opinione pubblica quale sarebbe stato il suo futuro? Senonchè bisognava fare i conti con un movimento, quello dei Grillini, che si spaccava ogni giorno di più rendendo difficile il ritorno del figliol prodigo.

Alessandro Di Battista lo voleva, quasi lo invocava, ma il resto della comitiva? Sono trascorsi giorni in cui l’ottimismo e il pessimismo si sono alternati. Un mattino si e un altro no.

Alla fine è dovuto intervenire Beppe Grillo, il solito padrone del vapore. “Sara lui il leader”. Fine dell’altalena. Probabilmente lo si saprà presto, forse anche domani, giorno in cui si riunirà (a Bibbiano) il quartier generale dei 5Stelle. La parabola può dirsi conclusa. Giuseppe Conte tornerà all’ovile per cercare di salvare quel che resta del Movimento. 

Pd e M5s nella bufera: Zingaretti in crisi con le donne elogia la D’Urso, per Di Maio i grillini sono liberali

Pd e M5s nella bufera. Nemmeno la nomina dei 39 sottosegretari ha placato le frizioni (eufemismo) tra gli alleati di governo e all’interno degli stessi due partiti. Anzi, se possibile, le ha aumentate. Primo: per la delusione degli esclusi. Secondo: per la fragilità di un esecutivo in cui le troppe anime che lo compongono, hanno difficoltà a trovare un minimo comune multiplo.

Certo, lo hanno fatto nella speranza che in questo modo la pandemia possa essere sconfitta. Ma al dunque quando si tratta di mettere d’accordo opinioni totalmente diverse il patto scricchiola e rischia di rompersi.

Le prime crepe sono già affiorate soprattutto perché nei due partiti che formavano la vecchia maggioranza, e cioè Pd e 5Stelle, sono scoppiate vecchie e nuove lacerazioni che rendono difficile la coabitazione.

Nei democratici ad essere entrato nell’occhio del ciclone è proprio il segretario. Il quale sente vacillare la sua poltrona. E tenta di placare gli animi con la promessa di un congresso che dovrebbe tenersi, forse, nella tarda primavera (virus permettendo).

La protesta delle donne del Pd

Le polemiche sono cominciate a divampare non appena il governo Draghi ha giurato e ottenuto la fiducia dalle due Camere. Di che cosa si era reso responsabile il numero uno del partito? Di avere dimenticato le donne. Nessun ministro al femminile in un partito che ha sempre predicato la parità di genere.

Non è stata debole la protesta. Prima delle donne del Pd, naturalmente. Ma anche da parte dei maschietti che, esclusi dalla squadra di Draghi, hanno colto l’occasione al volo per far sentire la loro voce. Qualcuno si è convertito all’”aperturismo”. Cioè si è trovato d’accordo con Salvini per allargare le maglie della chiusura predicata dagli scienziati. Zingaretti non c’è stato ed a costoro che lo criticavano ha risposto secco: “Noi non siamo la Lega”.

Nemmeno a farlo apposta il segretario ha compiuto un altro passo falso attribuendo a Barbara D’Urso (sentite un po’) il merito di aver avvicinato la gente alla politica. Doppia gaffe. Primo: perché in questo modo ha fatto un gran favore a Silvio Berlusconi.  Che è il proprietario di Mediaset, azienda nella quale la conduttrice lavora.

Secondo, perché ha così regalato una patente ad una signora che, pur bravissima nel suo lavoro, con il giornalismo non c’entra assolutamente nulla. Insomma, ora il segretario del Pd è alle corde non solo per il fuoco amico. Ma soprattutto perché i suoi alleati anche del precedente governo storcono la bocca per certe sue decisioni.

Dal Pd al M5s la maretta si espande

Nei 5Stelle, la maretta è ancora più esplosiva. La comitiva che ha preferito abbandonare il grillismo aumenta ogni giorno. “Alternativa c’è” (questo il loro nome) rischia di far perdere voti ad un movimento già pesantemente in crisi per via di un’opinione pubblica che non si fida più delle loro promesse.

La spaccatura è diventata ancora più evidente dopo la nomina dei sottosegretari. Gli esclusi (l’on. Buffagni in testa) hanno tuonato contro il vertice, in primis contro Luigi Di Maio. Che ha definito il movimento “moderato e liberale”.

“Cose da pazzi” ha esclamato qualcuno. Insomma, non si respira un’aria tranquilla in entrambe i casi e questo rende ancora più difficile il cammino di Mario Draghi.

“Presidente devi darti una mossa”, scrive stamane con un titolo a tutta pagina il Riformista. E continua: “Altrimenti fai la figura di Conte”. Per carità, di crisi oggigiornio gli italiani non vogliono sentir parlare. I problemi sono altri: salute ed economia. 

Pd nella tormenta, la leadesrhip di Zingaretti fa acqua e nel Partito Democratico si affaccia Stefano Bonaccini

Che cosa succede nel Partito democratico? Si parla con sempre maggiore insistenza di un congresso che dovrebbe tenersi nella tarda primavera. Per quali ragioni? La principale è che ci sono troppe anime nel Pd che la pensano diversamente.

Contrasti che non accennano a diminuire nemmeno in un periodo come questo in cui ci sarebbe estremo bisogno di unione e di tranquillità.

Pd: Zingaretti non si fida nemmeno del fuoco amico

Nicola Zingaretti, il segretario, si rende conto della situazione e cerca di smorzare i bollenti spiriti dei più “estremisti”. Ma non si fida nemmeno del fuoco amico. Di coloro i quali si professano in linea con la segreteria e poi, sotto sotto, si comportano in maniera diversa.

Tutto questo dopo nemmeno due settimane dall’insediamento del nuovo governo. Il braccio di ferro nella sinistra trova il primo appiglio nelle decisioni che si appresta a prendere l’esecutivo. Stringere i freni come suggeriscono gli scienziati del CTS; oppure essere almeno un po’ più aperturisti in modo da dare ossigeno ad una economia con l’acqua alla gola?

Pd: le anime di Franceschini e Bonaccini

E’ qui soprattutto che si scontrano le due anime del Pd. C’è addirittura chi come il ministro Dario Franceschini vorrebbe a breve il ritorno all’attività dei cinema e dei teatri. Circostanza che Zingaretti respinge con forza. “Noi non siamo come i leghisti”, tuona. Ma la verità è che deve fare i conti anche con il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, il quale è in linea con Franceschini e si professa un convinto aperturista. “Non possiamo comportarci in maniera diversa”, dice, “perché altrimenti interi settori del nostro Paese andranno incontro ad un sicuro fallimento”.

In questo contrasto fra i due esponenti del Pd se ne nasconde un altro assai più serio che riguarda la poltrona della segreteria. Il presidente Bonaccini non nasconde ormai che ambirebbe a ricoprire quel ruolo per rendere il partito più vitale. E meno sottomesso agli altri alleati, in particolare ai 5 Stelle. “Il Pd si è annacquato”, è l’accusa. “Non dobbiamo dimenticare di essere di sinistra, con un compito ben preciso da portare avanti nel nostro Paese”.

Zingaretti comprende il pericolo e per sfuggire alla morsa fa capire che presto si potrebbe decidere di aprire il congresso del Partito che stabilisca finalmente quali saranno le direttive da prendere in futuro. Quando? Probabilmente nella prossima tarda primavera se le varie correnti troveranno quell’accordo che manca da tempo. 

Il segretario del Pd non si limita a difendersi e va al contrattacco. Accusa senza se e senza ma gli aperturisti che vorrebbero un’Italia meno chiusa. “Non possiamo dar ragione a Salvini”, sostiene con forza. “Per il momento facciamo parte di un’alleanza dovuta a particolari circostanze. Ma quando questo “patto” si scioglierà, chi lo dirà alla nostra base che abbiamo imboccato la strada sbagliata?”.

Di certo non si respira un’aria tranquilla in via del Nazareno anche perché Matteo Renzi non si è placato e, stando ai rumors, non disdegnerebbe un dialogo con la Lega e Forza Italia. Soprattutto con questi ultimi, ricordando un periodo non tanto lontano in cui lui e Berlusconi si incontrarono alla luce del sole.

Beppe Grillo, cosa c’è dietro la conferma di Virginia Raggi sindaco di Roma? Messaggio al Pd: dopo Conte si tratta

Perché Beppe Grillo ha inavvertitamente e senza alcun preavviso, sponsorizzato la conferma di Virginia Raggi a sindaco di Roma?  La decisione del “capo indiscusso” dei 5Stelle ha preso in contropiede un po’ tutti. In specie gli alleati del Pd con i quali, sia pure ufficiosamente, aveva raggiunto un accordo per cui del Campidoglio se ne doveva parlare a tempo debito.

Soprattutto perché le elezioni di primavera nelle grandi città italiane saranno rimandate a giugno se non oltre. Ecco perché la mossa dell’ex comico ha preso alla sprovvista i Palazzi romani.

Per cercare di venire a capo di una situazione così intricata è necessario fare un passo indietro quando fu lo stesso Nicola Zingaretti a mettere in dubbio o, meglio, a dire un no netto alla riconferma della Raggi.

Parlando con i giornalisti che gli chiedevano notizie sul fatto che il sindaco avesse dichiarato le sue intenzioni (quelle di riproporre di nuovo la sua candidatura) il segretario del Pd rispose drasticamente: “Questa non è una notizia, è una minaccia per i romani”. Più chiaro di così!  Poi, le acque si quietarono, del problema del Campidoglio non si discusse più. Perché si preferiva tacere su una vicenda che avrebbe potuto spaccare l’asse del governo. Rimandare a tempi migliori: questo fu il patto che trovò in sintonia i due partiti.

Infatti, quella poltrona da sindaco della Capitale non era una questioncina di poca importanza. Si andava alla ricerca di un baratto, di un “do ut des”. Io faccio un regalo a te, tu lo fai a me. Insomma, Partito democratico e 5Stelle dovevano trovare una strada comune per evitare un pericoloso braccio di ferro.

Stando così le cose sembrava che la sorte di Virginia Raggi potesse dirsi segnata. Zingaretti avrebbe potuto riavere quel posto in cambio di che cosa? Questo è un interrogativo che non ha una risposta per il momento. Ma è sicuro che su qualche problema di fondo il Pd avrebbe dovuto cedere. Ad esempio, sul futuro di Palazzo Chigi. “O Conte o le elezioni”, si continuava a ripetere in via del Nazareno ai giornalisti che chiedevano notizie.

La contropartita di Beppe Grillo

Probabilmente era questa la contropartita che i Grillini volevano dai dem. Sulla poltrona del Campidoglio si sarebbe seduto un personaggio gradito al Pd e la legislatura sarebbe potuta andare avanti fino alla normale scadenza.

Però, Zingaretti e Grillo non avevamo fatto i conti con Matteo Renzi. Il quale, sparigliando tutto, mise in minoranza l’esecutivo. L’avvocato del popolo non aveva più i numeri per guidare il governo. Lasciò fra mille rimpianti Palazzo Chigi. E così il patto sotterraneo sul futuro di Roma tornava prepotentemente a galla.

Ecco allora affacciarsi alla ribalta l’indubbia capacità di Beppe Grillo. Riproponendo la Raggi come primo cittadino di Roma ha mandato un chiaro messaggio agli alleati del Pd. Badate che essendo saltato Conte, tutto viene rimesso in gioco. Anche la possibilità dell’ex ministro delle Finanze Gualtieri a succedere alla signora Raggi. In parole più semplici. Visto che non abbiamo più il nostro uomo a Palazzo Chigi, ora dovete offrirci qualche altra cosa in cambio del Campidoglio.

Tutto questo nelle segrete stanze dei Palazzi. Mentre Roma e i romani sono costretti a vivere in una città che ha raggiunto il massimo degrado. Con i servizi pubblici che non funzionano. Il metro che si ferma periodicamente. La Nettezza Urbana che rende invivibili molti quartieri del centro e della periferia. Le strade dissestate e quanto altro. Ci chiediamo: le forze politiche vorranno porsi il problema del futuro della Capitale o continueranno a giocare sulla pelle di milioni di romani?

 

Virologi sempre in tv, gran confusione, la gente ha paura: riuscirà Draghi ha imporre il suo stile ai talk show?

Benedetti i virologi. Se non ci fossero loro a chi potremmo chiedere notizie sulla pandemia che ci ha reso la vita di ogni giorno sempre più difficile? Della politica, almeno fino ad oggi, la gente non si fida. Troppe liti, troppi contrasti, troppe divisioni.

Allora la parola passa alla scienza. Bene così. Dunque, si dovrebbe star tranquilli, siamo in buone mani. Non c’è dubbio.

Solo che alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sorgono dubbi e perplessità. Perché? Siamo noi ad essere critici e a cercare il pelo nell’uovo? No, assolutamente no. La verità è che gli scienziati che si presentano in tv la pensano ognuno in maniera differente.

“Dobbiamo chiudere tutto per un paio di settimane”, affermano alcuni. “Neanche per idea”, rispondono altri. “Il lockdown  è servito a ben poco”. Tra le due fazioni se ne inserisce una terza che è fra Scilla e Cariddi. Non sa quale strada prendere. Se quella drastica della chiusura totale. O se quella morbida delle zone colorate: gialla, arancione e rossa. I virologi si affannano in tv a spiegare il loro pensiero, si dicono convinti delle loro teorie. Ma chi li ascolta non capisce più nulla e lo scetticismo dilaga.

Insomma, piove sui nostri “scienziati” una caterva di accuse. “Sono diventati dei divi. Ogni giorno i talk show hanno un diktat ben preciso. Portare in trasmissione un virologo, uno pneumologo, un esperto in materia che possa dare il suo contributo per sconfiggere il virus” Chi la vuole cotta e chi la vuole cruda. Insomma la confusione aumenta e la gente è sempre più impaurita. Vede ogni giorno i numeri ed il timore di ammalarsi cresce.

Bisognerebbe intervenire per cambiare rotta, per dare alla gente una sola voce ed a quella dar retta senza il minimo dubbio. Come? E’ questo l’interrogativo di fondo, il problema di non facile soluzione. Forse, la svolta significativa che si è prodotta nel mondo politico potrebbe essere la panacea. 

Non è più il tempo dei twitter e degli interventi su Facebook a ruota libera. L’inquilino di oggi a Palazzo Chigi è fatto in maniera diversa. Lo si è visto fin dai primi giorni del suo governo. Non gli piace straparlare, mettersi in vetrina, apparire ogni giorno in tv, organizzare improvvise conferenze stampa in ore insolite. Schiva questo tipo di pubblicità.  E preferisce apparire poche volte, solo quando ha decisioni importanti da prendere sempre dopo esser passato al vaglio del Parlamento. Ecco, se questa è la strada, anche la scienza dovrebbe seguirla. In che modo?

Parlando poco, ma soprattutto esprimere un parere (di un prescelto, magari dal governo) che sia unanime. Basta divisioni, opinioni diverse, scelte bianche o nere. In questa maniera si disorienta la gente che finisce col non fidarsi più nemmeno di chi avrebbe il compito di dire agli italiani come stanno le cose.

Di lacerazioni se ne sono viste fin troppe fra gli uomini e le donne del Palazzo. In quel caso le liti non danneggiano nessuno se non gli stessi protagonisti della baldoria. Quando si parla di pandemia e di un virus che ha sconvolto letteralmente la nostra esistenza, l’opinione pubblica vuole essere informata per filo e per segno con una sola voce.

Guai ad aumentare i dubbi e a far crescere il timore. Francamente, non se ne sente il bisogno e i primi a doversene accollare la responsabilità dovrebbero essere tutti gli uomini di scienza. Che sono molti nel nostro Paese e di primissima qualità

 

Giornali di carta, morte imminente? Bruno Tucci: Meno ricchi ma vivranno anche senza i Bocca e i Corradi e i Valli

Gornali di carta prossimi alla fine? Lo si legge almeno un paio di volte la settimana. Che i giornali di carta sono in agonia o meglio stanno per morire. In un paio di anni o forse più non ce ne sarà più traccia. Qualche giorno fa lo stesso direttore di Blitz è voluto intervenire sull’argomento dando per scontata questa previsione. Si dice che ormai i social hanno preso il sopravvento, arrivano prima all’utente che, inoltre, non ha più voglia di andare in edicola il giorno dopo per comprare un prodotto già vecchio e superato. E’ la teoria sostenuta soprattutto da un collega di grande spessore come Enrico Mentana, direttore del tg de La7.

Non solo, ma dello scottante problema si sono anche interessati quotidiani autorevoli d’oltreoceano. Essi ritengono che questo tipo di giornalismo scomparirà nel giro di qualche anno.

E’ chiaro che questa opinione non può piacere a gente come il sottoscritto che ha passato oltre 45 anni nella redazione di un giornale. Un tempo si respirava in tipografia l’aria del piombo, ci si lambiccava il cervello perché un titolo aveva troppe battute e bisognava ridurlo. O perché ogni riga (di un titolo) doveva avere un senso compiuto. Oggi queste difficoltà non esistono più. Diventa tutto più facile. A discapito dei contenuti? Spetta ai lettori rispondere. Perché la maggioranza ha sempre ragione anche quando si ritine l’esatto contrario.

Scompariranno dunque i giornali? Dovremo dire addio ad un’abitudine con cui chi ha i capelli bianchi ha convissuto? Però, non è questo l’interrogativo di fondo. Ci si interroga sul fatto che i giornali non hanno più nessun motivo di esistere.

Non la penso così: i giornali vivranno

Chi scrive non la pensa così e tenta in tutti i modi di dimostrare il contrario. Cominciamo dalle opinioni. Quando al mattino andiamo in edicola a comprare il nostro quotidiano leggiamo il più delle volte qual è il convincimento dell’autore. Per verificare se coincide con il nostro oppure no.

E ci rallegriamo con noi stessi quando la nostra opinione e quella dell’articolista coincidono. Se c’è disparità di vedute va bene lo stesso perché cercheremo di comprendere perché sul medesimo argomento non ci si trova d’accordo. Nasce in ognuno di noi il desiderio del dibattito che solo un giornale può darti. I twitter, facebook saranno certamente più veloci. Ma a volte la semplice notizia non soddisfa la nostra curiosità. E vorremmo saperne di più. Dunque, a chi ritiene che il cartaceo sia ormai sul viale del tramonto, si potrebbe obiettare che l’utente spesso e volentieri non si accontenta di conoscere un fatto. Ma vuole analizzarlo, ne vuol discutere e vedere se quel che lui pensa sia giusto o sbagliato.

Alberto Moravia diceva

Alberto Moravia diceva che il giornale è come il cappuccino del mattino. Si prende e basta. Potrebbe sembrare un’affermazione superficiale. Ma non lo è, perché con la tecnologia si ha sicuramente una informazione più veloce, però essa è scarna, non approfondisce nulla e lascia chi ascolta o chi legge insoddisfatto.

C’è poi l’importanza della carta e della possibilità di un archivio anche per chi non ha dimestichezza con un computer. Si ritagliano gli articoli, si raccolgono in un album. E quando con la memoria vai indietro nel tempo e vuoi ricordare come e perché successe quel determinato avvenimento ti viene in soccorso l’articolo che hai ritagliato e l’opinione di chi lo ha scritto.

Vogliamo rammentare i giornalisti del tempo che fu? L’elenco riempirebbe due o tre quotidiani. Montanelli, Bocca, Biagi, Fallaci, Corradi e tanti altri che hanno scritto reportage che non moriranno mai nel tempo. No, i giornali di carta sopravviveranno ed avranno una vita felice anche se i loro bilanci non saranno più come quelli di una volta.