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“Il vaccino Johnson & Johnson è efficace sulle varianti e offre una buona copertura già dopo 7 giorni”: i risultati della Fase 3

È efficace contro le varianti, comprese quella brasiliana e quella sudafricana, e garantisce un buon livello di immunizzazione già dopo sette giorni dall’inoculazione. Lo si legge nei dati di Fase 3 del vaccino monodose Johnson & Johnson, le cui prime forniture sono state consegnate in Italia nei giorni scorsi, pubblicati sul New England Journal of Medicine.

Una notizia positiva nel bel mezzo della campagna vaccinale, con le difficoltà nel dare un’accelerata definitiva che permetta al Paese e a tutta l’Unione europea di rispettare la tabella di marcia prestabilita. Riferendosi al possibile legame tra la somministrazione del vaccino e le trombosi rare in alcuni soggetti particolarmente a rischio, il gruppo farmaceutico ricorda che in attesa di ulteriori indicazioni dalla riunione del 23 aprile del Comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione (ACIP) del CDC, l’azienda “supporta fermamente una maggiore conoscenza dei segni e dei sintomi di questo evento estremamente raro, per garantire una diagnosi corretta, un trattamento appropriato e una rapida segnalazione da parte degli operatori sanitari. L’Azienda rimane fiduciosa nel profilo di rischio-beneficio positivo del proprio vaccino contro il Covid-19″.

La nota di J&J prosegue poi analizzando i risultati della Fase 3: “Si è osservato – si legge – che il vaccino è efficace contro le varianti emergenti che destano preoccupazione e che includono la variante B.1.351 (20H/501Y.V2), che è stata identificata nel 95% dei casi di Covid-19 in Sudafrica, e la variante del ceppo P2, che è stata identificata nel 69% dei casi di COVID-19 in Brasile. In Sudafrica, l’efficacia del vaccino è stata mantenuta al 64% contro le forme da moderate a gravi/critiche della malattia e all’81,7% contro le forme gravi/critiche al giorno 28 dopo la vaccinazione. L’efficacia è stata mantenuta anche nei partecipanti in Brasile, con il 68,1% di efficacia contro le forme da moderate a gravi/critiche della malattia e l’87,6% contro le forme gravi/critiche”.

“I nostri dati dimostrano che, con una singola somministrazione, il nostro vaccino offre un alto livello di attività su tutte le varianti nelle regioni studiate”, ha dichiarato Mathai Mammen, Global Head Janssen Research & Development Johnson & Johnson. “Crediamo che questi dati supportino il ruolo importante che il nostro vaccino può svolgere contro il Covid-19 per aiutare ad affrontare la pandemia globale che continua a minacciare le persone e i sistemi sanitari di tutto il mondo”. I dati dello studio, prosegue la nota, indicano anche l’inizio dell’efficacia 7 giorni dopo la vaccinazione, la prevenzione dell’ospedalizzazione e della morte. “Il vaccino è stato efficace all’85% contro le forme gravi/critiche della malattia. La protezione è stata generalmente trasversale tra le etnie e i gruppi di età, compresi gli adulti sopra i 60 anni e quelli con e senza comorbidità. L’efficacia è iniziata in modo evidente sette giorni dopo la vaccinazione per le forme gravi/critiche della malattia e 14 giorni dopo la vaccinazione per le forme da moderate a gravi/critiche. L’efficacia del vaccino ha continuato ad aumentare circa otto settimane dopo la vaccinazione, che è la durata media del follow-up richiesto dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti. I dati aggiuntivi raccolti dopo l’annuncio dei risultati di Fase 2 non hanno evidenziato riscontro di un calo della protezione nel tempo”.

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Orlando: “Smartworking è grande innovazione. Già lavoro per dargli un perimetro di certezza”

Lo smartworking rappresenta “una grande innovazione” e gli “va dato, costruendolo con le parti sociali, un perimetro di certezza. Stiamo lavorando con uno specifico gruppo di lavoro e con l’attivazione di sinergie con altri ministeri, a partire dalla Funzione pubblica”. Così il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Andrea Orlando, nel seguito dell’audizione alle commissioni riunite Lavoro e Affari sociali della Camera sulle linee programmatiche del dicastero.

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Coronavirus, i dati – 16.232 nuovi contagi con 364mila tamponi: il tasso di positività sale al 4,4%. Altre 360 vittime

Crescono nuovamente i nuovi contagi giornalieri da coronavirus in Italia. Secondo i dati diffusi dal ministero della Salute, sono 16.232 le persone risultate positive ai test nelle ultime 24 ore, circa 2.500 in più rispetto ai 13.884 di ieri. Si alza, anche se leggermente, il numero dei tamponi effettuati: sono infatti 364.804 i test processati, contro gli oltre 350mila di ieri, con il tasso di positività che, così, torna ad aumentare sensibilmente e passa dal 3,8% di ieri al 4,4% di oggi. Nell’ultima giornata si sono registrate anche 360 nuove vittime del Covid.

Nonostante l’incremento dei casi registrati, diminuisce il numero degli attualmente positivi che calano di 3.439 rispetto a ieri e globalmente diventano 472.196. Questo grazie all’alto numero di persone guarite e dimesse che anche oggi sfiora le 20mila, per la precisione 19.125. Numeri, questi, che sono alla base anche del calo di pressione sulle strutture ospedaliere italiane. Scendono infatti di 55 unità i letti occupati in terapia intensiva, con il totale che è oggi di 3.021 pazienti, nonostante le 174 entrate. Nei reparti ordinari sono invece ricoverate 22.094 persone, in calo di 690 in 24 ore. Infine, in isolamento domiciliare si trovano 447.081 persone 2.694 in meno rispetto a ieri.

Se si analizzano i dati a livello locale, si nota che la Lombardia rimane anche oggi la regione più colpita dal virus con 2.509 contagi registrati. Seguono la Campania con 1.912, la Puglia con 1.895, il Piemonte con 1.646 e la Sicilia con 1.412.

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Astrazeneca, il ministro della sanità irlandese: “Azione legale dell’Ue per fallimento nel rispetto degli accordi”

Azione legale no, sì, forse. La questione del taglio delle dosi e dei ritardi delle dosi da parte della società anglo svedese Astrazeneca del vaccino sviluppato dai ricercatori di Oxford era stata affrontata in una lettera spedita da Bruxelles in cui si sottolineava la violazione del contratti. Il ministro della Sanità irlandese, Stephen Donnelly, in un intervento davanti al Parlamento di Dublino, ha detto che la Commissione europea ha avviato un’azione legale contro la società guidata da Pascal Soriot per il “completo fallimento” nel rispetto degli impegni contrattuali sulla fornitura di vaccini ai Paesi Ue: “Per quanto riguarda AstraZeneca è stata avviata un’azione legale e nei giorni scorsi l’Irlanda si è aggiunta come una delle parti. in particolare rispetto al completo fallimento di rispettare gli impegni contrattuali per le forniture di aprile, maggio e giugno”.

Ma poche ore fa da Bruxelles era stata rilasciata questa dichiarazione: “Non è stata presa ancora una decisione su un’azione legale contro AstraZeneca. Tutte le opzioni restano sul tavolo. Esaminiamo con gli Stati membri quale sia la strada migliore da seguire” per ottenere che l’azienda farmaceutica onori il suo contratto e consegni le dosi stabilite da contratto, ovvero 300 milioni di dosi più un’opzione che a questo punto non sarà esercitata.

Dopo la dichiarazione del portavoce l’agenzia Ansa aveva scritto che i rappresentanti Ue di Francia e Germania – secondo fonti diplomatiche europee – hanno chiesto alla Commissione europea di avere maggiori informazioni prima di associarsi all’azione legale, mentre circa due terzi dei Paesi si sono trovati subito d’accordo con la proposta dell’Esecutivo comunitario, formulata ieri durante la riunione degli ambasciatori al Coreper. Le cancellerie di Parigi e Berlino vogliono avere più elementi prima di pronunciarsi. Un punto sulla situazione verrà fatto al Coreper di venerdì, dove non si esclude una decisione di ricorrere alla giustizia.

Astrazeneca avrebbe dovuto consegnare fra i 30 e 40 milioni di dosi del vaccino entro la fine del 2020, fra 80 e 100 milioni nei primi tre mesi di quest’anno e il resto dei 300 milioni previsti entro la fine di giugno. Ma a fine marzo l’azienda aveva fornito solo 30,12 milioni di dosi, un quarto del previsto. Inoltre, l’aziende, secondo l’Ue, avrebbe anche ritardato la richiesta di autorizzazione all’Ema proprio per prendere tempo a causa dei suoi problemi di produzione di dosi. La sperimentazione del vaccino di Oxford era quella partita prima di tutti.

Nella lettera – pubblicata per la prima volta dal quotidiano francese Les Ecos – viene ricordato che la Commissione aveva pagato una prima rata di 227 milioni subito dopo la firma del contratti (in agosto) ma che in autunno è stata sospesa la seconda rata di 112 milioni per “mancanza delle rendicontazione richiesta”. Senza contare il sospetto che parte delle dosi europee siano andate alla Gran Bretagna. Come del resto aveva fatto intendere chiaramente il premier Boris Johnson durante una riunione con il suo partito in cui parlando del successo della campagna vaccinale nel Regno Unito aveva fatto esplicito riferimento all’avidità delle aziende farmaceutiche.

“AstraZeneca non è a conoscenza di alcun procedimento legale e continua a tenere discussioni regolari sulla fornitura con la Commissione e gli Stati membri” riferisce la stessa casa farmaceutica.

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Coronavirus in Italia, bollettino 22 aprile: 16.232 nuovi positivi e 360 morti. Continua il calo dei ricoveri

Coronavirus in Italia, il bollettino di giovedì 22 aprile. I nuovi positivi al test del Covid-19 sono 16.232 nelle ultime 24 ore, secondo i dati del ministero della Salute. Ieri erano stati 13.844.

Sono invece 360 le vittime in un giorno, in legerissimo calo rispetto alle 364 di ieri. In totale i casi dall’inizio dell’epidemia sono 3.920.945, i morti 118.357. Gli attualmente positivi sono 472.196 (-3.439 rispetto a ieri), i guariti e dimessi 3.330.392 (+19.125). In isolamento domiciliare ci sono 447.081 persone (-2.694).

Coronavirus in Italia, più di 36omila tamponi processati.Tasso in aumento al 4,4%

Sono 364.804 i tamponi molecolari e antigenici per il coronavirus effettuati nelle ultime 24 ore in Italia. Ieri i test erano stati 350.034. Il tasso di positività è del 4,4%, in aumento rispetto al 3,9% di ieri. 

I pazienti in terapia intensiva sono ancora in calo. Sono 3.021 in totale, 55 in meno di ieri nel saldo giornaliero tra entrate e uscite. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero della Salute, sono stati 174 (ieri 155).  I malati in terapia intensiva sono così distribuiti:653 in Lombardia (-14), 338 nel Lazio (+4), 282 in Emilia Romagna (-5), 280 in Piemonte (+3), 260 in Puglia (invariato) e 257 in Toscana (invariato). 

Nei reparti ordinari sono invece ricoverate 22.094 persone, in calo di 690 rispetto a ieri. Dei 360 morti di oggi, 54 vengono dalla Lombardia, 46 dal Piemonte, 35 dalla Puglia, 33 dalla Toscana, 31 dal Lazio, 28 dall’Emilia Romagna e 26 dalla Campania. La regione più colpita è ancora la Lombardia con 2.509 nuovi positivi, seguita da Campania (1.912), Puglia (1.895), Piemonte (1.646) e Sicilia (1.412).

Vaccino Johnson & Johnson protegge anche dal Covid grave

Una singola dose del vaccino Johnson & Johnson protegge contro il Covid-19 sia sintomatico che asintomatico ed è efficace anche contro le forme di malattie severe o critiche che richiedono ospedalizzazione.

Lo afferma uno studio di fase-3, in corso, pubblicato dal New England Journal of Medicine (Nejm), che ha coinvolto 19.630 partecipanti che hanno ricevuto il vaccino di Johnson & Johnson e 19.691 che hanno ricevuto un placebo. Gli obiettivi della ricerca era valutare l’efficacia del vaccino contro il Coronavirus da moderato a severo-critico da un minimo di 14 ad un massimo di 28 giorni dopo la somministrazione del campione che era risultato negativo al Coronavirus.

Il vaccino Johnson & Johnson , secondo lo studio, ha protetto il 66,9% dei partecipanti dalla Covid-19 da moderato a severo-critico almeno 14 giorni dopo la somministrazione e il 66,1% a 28 giorni (l’85% per le sole forme severe o critiche della malattia). I vaccinati hanno riferito effetti collaterali come dolore al braccio, mal di testa, mialgia o nausea. La maggior parte dei sintomi erano da leggeri a moderati, e duravano 1 o 2 giorni.

Soluzione salina invece del vaccino anti Covid: indagato medico di base a Falconara Marittima

Soluzione salina “spacciata” come vaccino Pfizer-Biontech e iniettata come tale. Se non fosse un’indagine si potrebbe pensare a uno scherzo di cattivo gusto. Ma la storia è vera e coinvolge un medico di base di Falconara Marittima (Ancona). Il camice bianco, stando alle indagini della Squadra Mobile, avrebbe somministrato soluzione fisiologica invece del composto anti-Covid, che comunque aveva a disposizione, ad almeno una trentina di ignari pazienti che pensavano di essere stati immunizzati. Il medico ora è indagato per falso ideologico e lesioni commessi da pubblico ufficiale e il suo studio è stato perquisito a caccia di documentazione e di elementi per stabilire il movente. Il vaccino era stato fornito al medico dalla Asur Marche secondo i protocolli previsti dai recenti Dpcm

Sono stati tre i pazienti che si erano insospettiti dalla riluttanza del medico al rilascio delle attestazioni di vaccinazione e da una serie di inesattezze sul tipo di vaccino inoculato e sulle date di richiamo. Sono trenta invece gli assistiti che potrebbero avere ricevuto acqua e sale invece della protezione dal coronavirus. Parte di questi pazienti sono stati già identificati dagli inquirenti che sospettano però la presenza di ulteriori mutuati ignari di aver ricevuto una vaccinazione fittizia. Dalle testimonianze, il medico avrebbe chiesto a molti pazienti di firmare le liberatorie, non rilasciando poi la ricevuta del vaccino. Un ulteriore motivo che ha indotto alcuni dei pazienti a rivolgersi alla polizia.

Un elemento che la Squadra Mobile, diretta dal vice questore Carlo Pinto, sta cercando di chiarire, è come e quando siano stati utilizzati dal medico i vaccini veri in dotazione e dove siano finiti quelli risparmiati in luogo dei quali sarebbero state fatte vaccinazioni con soluzione fisiologica. Secondo fonti investigative, l’uomo avrebbe detto agli inquirenti di averlo fatto per accontentare i propri mutuati che lo pressavano per essere vaccinati e di non ricordare a quali di loro avesse somministrato il vero vaccino anti-Covid.

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Sileri: “Coprifuoco alle 22 e non alle 23? Consente maggiori controlli ma potremo posticipare l’orario tra qualche settimana”

La ratio del coprifuoco alle 22 e non alle 23? Permette maggiori controlli del rispetto delle regole e, in più, osservando ciò che è accaduto in altri Paesi, si è riscontrato che l’aumento della circolazione del contagio avviene nella popolazione che è più attiva e più circolante. Il coprifuoco resta alle 22, ma magari tra qualche settimana potrà essere migliorato in senso meno restrittivo“. Sono le parole pronunciate ai microfoni de “L’Italia s’è desta”, su Radio Cusano Campus, dal sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, che puntualizza: “Ricordo che in questo momento abbiamo ancora un milione di over 80 che non sono vaccinati e una quota di over 70 che si stanno progressivamente vaccinando. Quindi, si tratta di limitare il più possibile la circolazione del virus in un momento di transizione in cui gli effetti dovuti alle chiusure verranno sommati agli effetti della progressiva vaccinazione. Questo, insomma, è un passaggio di consegne nella riduzione del virus. E in questo passaggio di consegne bisogna temporeggiare su alcune rigidità“.

Circa le riaperture, ribadisce: “È giusto riaprire, perché i numeri ci consentono di fare una scaletta di riaperture. Ma è chiaro che serve prudenza ed è necessario controllare ulteriormente i numeri. Bisogna, quindi, aspettare di consolidare il miglioramento dei dati prima di allentare ulteriormente le restrizioni. Dobbiamo monitorare la progressione della vaccinazione, la circolazione del virus e l’impegno del Ssn in termini di posti letto occupati. Spero di vedere anche un calo dei decessi nei prossimi giorni – chiosa – È probabile che ciò che viene deciso oggi possa essere rivisto tra qualche settimana, a patto di avere un miglioramento notevole dei numeri. L’importante è non richiudere e non richiuderemo, grazie alla progressione della vaccinazione. Quindi, niente più passi indietro: si osservano i numeri e si fanno ulteriori passi in avanti”.

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Olimpiadi, Tokyo verso lo stato di emergenza per Covid a 3 mesi dai Giochi. E c’è incertezza sulla presenza del pubblico giapponese

A tre mesi dall’avvio dei Giochi di Tokyo, rinviati lo scorso anno, il virus torna a far tremare il Comitato olimpico. Il governo giapponese ha in programma di imporre un nuovo stato di emergenza nelle prefetture di Tokyo, Osaka, Kyoto e Hyogo per far fronte all’aumento dei contagi di Covid-19. Le nuove restrizioni saranno in vigore durante la cosiddetta ‘Settimana d’oro’ – un periodo di vacanze che va dal 29 aprile al 5 maggio – e dovrebbero includere la chiusura dei centri commerciali e dei parchi divertimenti. Mercoledì a Tokyo si sono contati 843 nuovi casi, il dato più alto da quando è stato revocato lo stato di emergenza a fine marzo.

La nuova ondata che sta colpendo il Giappone, dove una larga fetta dell’opinione pubblica resta contraria ai Giochi temendo un rialzo della curva a causa dell’arrivo di atleti e delegazioni da 200 Paesi del mondo, sta creando anche un’ulteriore complicazione al Comitato olimpico. Gli organizzatori saranno costretti a dover rinviare con ogni probabilità a giugno la decisione sulla possibilità o meno di accogliere gli spettatori locali, dopo che è stato già stabilito il divieto di ingresso per chi arriva dall’estero.

Secondo l’agenzia Kyodo, il direttivo sta valutando diverse ipotesi, tra cui quelle di far svolgere l’evento completamente senza spettatori o riempire gli impianti non oltre il 50% della capienza totale. Il comitato organizzatore, inoltre, dovrà fare una stima di quante persone in possesso dei biglietti per le diverse competizioni potranno effettivamente essere autorizzati a vedere le gare. Il ministro in carica per la campagna di vaccinazione, Taro Kono, ha recentemente affermato che “le Olimpiadi si svolgeranno in qualsiasi modo possibile, anche a significare senza spettatori”. Un incontro chiarificatore online, che comprende anche il Comitato olimpico internazionale (Cio) e il governo metropolitano di Tokyo, è previsto per fine mese.

Intanto si è verificato un primo caso di positività nella carovana della staffetta della torcia per le Olimpiadi. Si tratta di un poliziotto, risultato positivo la scorsa settimana, un giorno dopo aver controllato il traffico nella prefettura di Kagawa dove la staffetta, iniziata il 25 marzo, stava passando. Il poliziotto indossava una mascherina e rispettava le distanze sociali. Le autorità locali stanno indagando sul caso. Gli organizzatori hanno affermato che l’incidente non influenzerà lo svolgimento della staffetta attraverso il Paese, che culminerà con l’accensione del braciere olimpico del 23 luglio alla cerimonia di apertura.

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Scuola, le Regioni accusano il governo sulle regole. Cosa hanno fatto fino a oggi? Cronologia di un anno di tavoli inconcludenti su orari differenziati e trasporti

La scuola riapre (di nuovo) senza tempi differenziati. A quasi un anno dal primo documento del governo in cui si ipotizzava di scaglionare gli orari di ingresso e uscita dagli studenti – elaborato dalla task force del Miur guidata da Patrizio Bianchi, poi diventato ministro -, il tema torna al centro della contesa tra governo e regioni. L’intenzione iniziale di Mario Draghi, ufficializzata in conferenza stampa, era quella di riportare “completamente in presenza nelle zone gialle e arancioni” i ragazzi già da lunedì prossimo. Una promessa nata e morta nel giro di quattro giorni, perché in mancanza di un piano adeguato per evitare che la pressione sui mezzi pubblici aumenti eccessivamente i governatori hanno chiesto di procedere con gradualità, partendo da un minimo di 60% in presenza e 40 a distanza. L’accordo sembrava fatto, ma poi in Consiglio dei ministri l’asticella è stata alzata all’ultimo minuto al 70%. È da qui che nasce la reazione scomposta del presidente della Conferenza delle regioni Massimiliano Fedriga, secondo cui per rispettare i parametri del governo servono “15-20mila autobus in più”. Che cosa è stato fatto fino a oggi? Il paradosso è che tra annunci caduti nel vuoto, scaricabarile tra ministri e regioni, inefficienza di alcuni enti locali, presidi che rivendicano l’autonomia scolastica e sindaci senza poteri, negli ultimi dieci mesi si è perso solo tempo. La promessa di preservare a qualunque costo le lezioni in presenza è rimasta sulla carta, travolta a ottobre dalla seconda ondata e a febbraio dalla terza. E anche ora, dopo l’insediamento a Palazzo Chigi dell’ex capo della Bce, le cose non sembrano cambiate. Nei giorni scorsi la ministra degli Affari regionali Mariastella Gelmini ha annunciato di aver “attivato un tavolo con il ministro Giovannini, Regioni ed Enti locali”, ma il timore di sindacati e presidi è che la storia si ripeta un’altra volta, con uno schema di orari nelle città ancora impreparato ad accogliere i milioni di studenti che da lunedì 26 aprile torneranno ad affollare autobus, treni e metropolitane.

D’altronde che il problema sia soprattutto organizzativo e non riguardi solo il numero di corse disponibili lo aveva già spiegato nell’ottobre scorso a Ilfattoquotidiano.it l’esperto di Economia della mobilità urbana alla Bocconi di Milano Gabriele Grea. “Sicuramente bisogna ricorrere a tutte le risorse disponibili“, sosteneva il docente, ma “mettere più mezzi in strada comporta oltre un certo limite problemi riorganizzativi complessi e di risorse limitate”. L’unica soluzione è “ricalendarizzare le attività della nostra quotidianità”, spostando in avanti gli orari delle scuole, ma anche delle “attività economiche”. Una strada, quella di rivedere i tempi delle nostre città, che in tanti avevano promesso di percorrere, dal sindaco di Milano Giuseppe Sala ai governatori Fontana, Cirio e Bonaccini, fino all’ex ministra Paola De Micheli. Salvo poi lasciare praticamente quasi tutto invariato. Ora che il problema è riemerso, almeno sulla scuola assessori ai trasporti e prefetti dovranno incontrare nuovamente gli uffici scolastici delle rispettive Regioni per trovare una quadra. Un direttore Usr che chiede il massimo riserbo rivela al Fatto.it che nessuno è in grado di dire qualcosa su cosa accadrà da lunedì. Chi guida gli uffici preferirebbe avere nelle proprie mani la possibilità di scegliere in che percentuale passare dalla dad alla didattica in presenza, almeno alle superiori. Per capire come si è arrivati a questo punto, però, con un calendario da ripensare in meno di una settimana, è necessario fare un passo indietro.

Dal Piano scuola di giugno 2020 alle prime chiusure – Il primo documento in cui si parla di scaglionamenti a scuola risale al giugno 2020, quando il ministero ha messo in piedi una task force per ripensare la didattica in tempi di coronavirus. Nel Piano firmato dall’allora ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina si ipotizza “una frequenza scolastica in turni differenziati, anche variando l’applicazione delle soluzioni in relazione alle fasce di età degli alunni e degli studenti nei diversi gradi scolastici”. Durante l’estate i dirigenti scolastici si mettono al lavoro per acconsentire una riapertura che possa garantire la sicurezza per tutti. Sono poche le Regioni che adottano una turnazione differente: sono tutti più preoccupati a garantire il distanziamento. E’ il tempo in cui si parla di un metro da banco a banco oppure da bocca a bocca e nessuno (o quasi) pensa ancora alla seconda ondata. Il 6 agosto ministero e sindacati, dopo una tesa trattativa, arrivano a firmare il protocollo di Sicurezza dove si esplicita che “ogni scuola dovrà disciplinare le modalità che regolano tali momenti in modo da integrare il regolamento di istituto, con l’eventuale previsione, ove lo si ritenga opportuno, di ingressi ed uscite ad orari scaglionati, anche utilizzando accessi alternativi”. Tutto resta lettera morta, finché il coronavirus torna a correre e il governo in autunno è costretto a varare nuove misure per evitare di dover richiudere le scuole.

Lite tra ministeri, Azzolina contro De Micheli – Nel dpcm del 18 ottobre, il penultimo prima della creazione del sistema a colori in vigore ancora oggi, il governo prevede esplicitamente l’ingresso alle nove per le scuole superiori in situazioni critiche e di particolare rischio. Le promesse della politica per trovare una soluzione si rincorrono. Il primo cittadino di Firenze, Dario Nardella, assicura “massima collaborazione all’esecutivo e alla ministra De Micheli, perché abbiamo visto che solo in questo modo si possono trovare le soluzioni. Il presidente di Anci Antonio Decaro porterà alcune soluzioni, tra queste anche l’ipotesi di scaglionare gli ingressi e le uscite dalle scuole, perché a parità di autobus si può alleggerire la fascia oraria di punta”. Anche Clemente Mastella il 17 ottobre da Avellino sottolinea quanto sia necessario riorganizzare gli orari per evitare assembramenti. A inizio novembre, però, con gli ospedali che tornano a riempirsi di malati, alle superiori torna la didattica a distanza. In Campania, le lezioni online si fanno anche alla primaria. Nelle regioni torna la paura. La ministra Lucia Azzolina tenta la strada del rientro il 9 dicembre, ma è costretta a fare retromarcia.

Il Miur ha il dente avvelenato con la ministra De Micheli, ritenuta colpevole di non aver organizzato in tempo i trasporti per la riapertura a dicembre, mentre al Mit puntano il dito contro la mancanza degli scaglionamenti nelle singole scuole. In quei giorni la ministra dei Trasporti scrive una lettera al premier Giuseppe Conte e per conoscenza alla Azzolina nella quale fa presente che, alla luce delle simulazioni fatte sulle città di Milano, Roma e Napoli, nonostante la previsione di un’offerta di servizi aggiuntivi, i limiti possono essere ovviati solo rimodulando la domanda. La missiva conclude con una richiesta al ministero dell’Istruzione, alle Regioni e alle associazioni di categoria: riorganizzare completamente il piano orari delle scuole. A frenare l’ipotesi sono i governatori, che in una riunione di dicembre con l’ormai ex ministro per gli affari regionali Francesco Boccia e della Salute Roberto Speranza chiedono di prolungare la didattica a distanza per i licei fino a gennaio. Dal cappello di Azzolina, secondo alcune fonti su suggerimento dell’allora coordinatore del Cts Agostino Miozzo, esce l’idea di coinvolgere i prefetti. La palla passa nelle loro mani. Le ipotesi su cui si lavora sono quelle avanzate dal Mit: scaglionare gli ingressi e le uscite su due turni mattutini e pomeridiani intervallati da almeno novanta minuti (ad esempio 8/9.30 e 13.30/15); noleggiare autobus privati con conducente e rafforzare le tratte usate dagli studenti.

A gennaio si riapre, poi tutto salta di nuovo – Si arriva a gennaio, con alcune regioni più pronte di altre. A Torino si punta alla didattica in presenza con due turni di ingresso, alle otto e alle dieci e potenziamento dei mezzi soprattutto nel capoluogo piemontese. A Genova ingressi in classe in due momenti: dalle 7,45 alle 8 e dalle 9,30 alle 9,45. L’orario di uscita non sarà mai oltre alle 16. L’Azienda mobilità e trasporti organizza 12 percorsi dedicati ai ragazzi con 32 mezzi. A Bologna i 30mila allievi entrano in due ore differenti: le 8,15 e le 9. Uscita pure scaglionata: 12,30 e 14. Il 7 gennaio la ripartenza avviene quindi a macchia di leopardo. Abruzzo, Calabria e Campania (a eccezione della provincia di Benevento) introducono una certa flessibilità oraria. Turni differenziati anche in Friuli Venezia Giulia (tranne la provincia di Gorizia), Liguria, Lombardia, Puglia, Toscana (ad eccezione della provincia di Lucca che già prevedeva esclusivamente una flessibilità in entrata). Mentre poco o niente si muove in Basilicata, Molise, Sardegna (tranne la provincia di Cagliari che, solo per i licei, mantiene il doppio turno di ingresso) e Veneto (ad eccezione della provincia Treviso). Stessa cosa in Piemonte, Marche, Sicilia e Umbria. Le lezioni in presenza però durano poco: la terza ondata di Covid costringe di nuovo le scuole a chiudere in base alle zone di rischio.

Verso il 26 aprile, le parole (vaghe) di Draghi e Bianchi – A parlare per primo di un rientro al 100% per tutti è il presidente del Consiglio Draghi, che il 16 aprile in conferenza stampa annuncia: “Dal 26 aprile tornerà la zona gialla e le scuole riapriranno completamente in presenza nelle zone gialle e arancione”. E sui trasporti aggiunge: “Lo stato ha stanziato 390 milioni per il trasporto pubblico locale, da attuarsi con le regioni, una parte deve essere ancora spesa. Sentiremo le iniziative che le Regioni dovranno prendere al riguardo“. Parole che colgono di sorpresa i governatori, ma anche gli uffici scolastici e i sindacati. Il ministro Patrizio Bianchi non può che essere d’accordo con il premier, ma anche le sue dichiarazioni sono vaghe rispetto ai nodi sul tavolo: “La volontà del premier Draghi di riportare tutti i ragazzi in presenza a scuola vuole essere un segno importante che pone la scuola prima di tutto. Ed è una indicazione politica, nel senso più alto della parola, che diamo al Paese; i problemi li affronteremo, non siamo ciechi, nè distratti, siamo gente che lavora”. Eppure un piano per consentire davvero la ripresa delle lezioni al 100% in presenza sembra non esserci. Da qui l’accordo in conferenza Stato-regioni di consentire una certa gradualità alle singole scuole, su cui ora si sta consumando l’ennesimo scontro tra Roma e i governatori. A trovare una soluzione dovrebbe essere il “tavolo sul trasporto pubblico locale presso la Conferenza unificata con i ministri Giovannini (Trasporti), Bianchi (Istruzione) e Lamorgese (Interno), anche in vista dell’avvio del nuovo anno scolastico a settembre” annunciato dalla ministra Gelmini. L’effetto de-ja-vu è assicurato.

Cosa succede adesso – Diversi direttori degli Usr, contattati dal Fatto.it, ora sperano in un rinvio, o quantomeno nella flessibilità territoriale. In Piemonte il problema trasporti è tutto da risolvere, perché il piano adottato finora era pensato per una scuola non al 100% in presenza. In Friuli Venezia Giulia Daniela Beltrame non vuole mostrarsi preoccupata, ma spiega: “Per ora il quadro non è certo. Aspettiamo notizie chiare. Ormai siamo abituati all’emergenza”. Ma a meno di una settimana dall’avvio proposto da Draghi nessuno degli Usr sentiti ha un piano pronto su trasporti e scaglionamento. In Emilia Romagna, il vice direttore Bruno Di Palma è laconico: “Abbiamo in corso delle interlocuzioni con gli organi competenti. Non sono in grado di dirle nulla”. Stessa storia in Campania: “Avremo a breve – spiega la dirigente Luisa Franzese – una riunione del tavolo tecnico e vedremo le varie situazioni. Ogni realtà è diversa una dall’altra”. Anche in Umbria è tutto rinviato: “Presto ci incontreremo con la Regione. Avevamo già incrementato la flotta degli autobus – spiega la direttrice Antonella Iunti – ma c’era la disponibilità ad aumentare ulteriormente il numero dei bus. Grandi criticità non ne abbiamo. Finora con la presenza al 50% abbiamo adottato il turno unico ma secondo un accordo siglato in caso di aumento al 75% o oltre si prevedono gli scaglionamenti in due turni, alle otto e alle dieci”. Ad avere un po’ più il quadro definito è Rocco Pinneri, a capo dell’ufficio scolastico regionale Lazio: “Da venerdì scorso stiamo lavorando con le Prefetture e la Regione. Non so ancora quale rimodulazione delle corse sarà messa in campo dalle società di trasporti interessate. Mentre sugli scaglionamenti posso escludere fin da ora i turni su mattina e pomeriggio. L’unica strada percorribile è quella di due scaglionamenti: un ingresso alle 8 e uno alle 10”.

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Coronavirus, Gimbe: “La situazione migliora. Riaperture coraggiose, ma se interpretate come un ‘liberi tutti’ si compromette l’estate”

Nell’ultima settimana i nuovi casi di Covid-19 (-7,8%) e i decessi dovuti all’infezione (-17,5%) calano e nel frattempo continua ad alleggerirsi la pressione sugli ospedali, ma rimangono sopra la soglia di saturazione 4 Regioni per i ricoveri in area medica e 12 per le terapie intensive. È la fotografia del monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe nella settimana 14-20 aprile. “La circolazione del virus nel nostro Paese – commenta Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe – rimane ancora sostenuta. Con la progressiva riduzione dei nuovi casi settimanali, gli attualmente positivi, raggiunto il picco della terza ondata il 5 aprile (570.096), sono scesi a 482mila, numero molto elevato e sottostimato dall’insufficiente attività di testing&tracing”. Peraltro, il dato nazionale risente di eterogenee situazioni regionali: la variazione percentuale dei nuovi casi aumenta in 3 Regioni e crescono gli casi attualmente positivi in 6 Regioni, rileva Gimbe.

“Il decreto Riaperture approvato ieri dal Consiglio dei Ministri – sostiene Cartabellotta – è basato su un “rischio ragionato”: è una decisione politica presa sul filo del rasoio se guardiamo ai dati della pandemia e alle coperture vaccinali, ma al tempo stesso un coraggioso atto di responsabilità del governo per rilanciare numerose attività produttive e placare le tensioni sociali che affida ai cittadini una grande responsabilità”.

In sostanza, aggiunge, se le “graduali riaperture saranno interpretate come un “liberi tutti”, una nuova impennata dei contagi rischia di compromettere la stagione estiva”. Al fine di garantire l’irreversibilità delle riaperture, pertanto, la Fondazione esorta governo e Regioni ad elaborare una “strategia esplicita e condivisa” per “arginare la verosimile risalita dei contagi e, soprattutto, un piano di medio-lungo periodo per uscire dalla pandemia che tenga conto, oltre che delle coperture vaccinali, di scenari epidemiologici e criticità mai risolte in 14 mesi di pandemia”.

Nel dettaglio, rispetto alla settimana precedente, dunque, diminuiscono i nuovi casi (90.030 rispetto a 106.326) e i morti (2.545 contro 3.083). In calo anche gli attualmente positivi (482.715 rispetto a 519.220, -7%), le persone in isolamento domiciliare (456.309 contro 488.742), i ricoveati con sintomi (23.255 rispetto 26.952) e le terapie intensive (3.151 contro 3.526, -10,6%). “Gradualmente si allenta anche la pressione sugli ospedali – afferma Renata Gili, responsabile Ricerca sui servizi sanitari della Fondazione – ma il numero di posti letto occupati, sia in area medica che in terapia intensiva è ancora elevato in numerose Regioni”.

Per l’area medica la curva ha raggiunto il picco il 6 aprile (29.337) e iniziato la discesa con una riduzione del 20,7% in 14 giorni, ma i numeri assoluti rimangono elevati (23.255) e l’occupazione da parte dei pazienti Covid supera il 40% in 4 Regioni. Anche la curva delle terapie intensive ha raggiunto il picco il 6 aprile (3.743), ma la discesa è più lenta, con una riduzione del 15,8% in 14 giorni: restano occupati 3.151 posti letto e in 12 Regioni la soglia di saturazione supera il 30%. “Numeri ancora alti anche per i nuovi ingressi giornalieri in terapia intensiva – spiega Marco Mosti, direttore operativo della Fondazione Gimbe – con una media mobile a 7 giorni di 182 ingressi al giorno, seppure in diminuzione da un mese”.

Per quanto riguarda la campagna vaccinale, Gimbe fa notare che nelle ultime due settimane “sono state consegnate circa 5,7 milioni di dosi: numeri in crescita, ma ancora lontani dal garantire le 3,5 milioni di somministrazioni settimanali del Piano Figliuolo”. Al 21 aprile risultano consegnate 17.752.110 dosi, il 25,9% di quelle previste per il primo semestre 2021. Il 18,8% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino (11.240.182) e il 7,8% ha completato il ciclo vaccinale con la seconda dose (4.654.357), con notevoli differenze regionali. Nonostante l’incremento del 35,5% delle dosi inoculate nelle ultime tre settimane, al 20 aprile la media mobile a 7 giorni delle somministrazioni rimane a quota 315.506 al giorno: oltre 180mila in meno delle 500mila previste per metà aprile dal piano del generale dell’Esercito scelto come commissario.

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