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Banchi a rotelle, l’ultima balla di Renzi: “Spesi 461 milioni”. Falso: i dati ufficiali parlano di 119 milioni

“L’Italia ha buttato via 461 milioni di euro per i banchi a rotelle”. Sono le parole pronunciate dal leader di Italia Viva Matteo Renzi poco fa nell’aula del Senato nel corso del dibattito per il voto di fiducia al Governo Conte. Un numero ben diverso dalla realtà. Il politico fiorentino ha fatto confusione nel proprio intervento: 460 milioni sono il budget che il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri aveva a disposizione sul capitolo scuola. Per i 430mila banchi “a rotelle” o meglio con seduta innovativa, sono stati investiti 119 milioni. Mentre 206 milioni sono quelli spesi per i 2,1 milioni di banchi tradizionali, richiesti dalle scuole. Sono questi i dati ufficiali, confermati stasera a ilfattoquotidiano.it, dallo staff del commissario. Dopo le comunicazioni del premier, il senatore Renzi ha voluto mettere l’accento sulla questione dei banchi snocciolando dati ben diversi da quelli più volte precisati da Arcuri: “La scuola è il punto da cui parte il Paese. Ora o mai più perché ora vanno rimandati i ragazzi a scuola, non con i soldi buttati via dei banchi a rotelle ma con i vaccini”.

Renzi ha dimenticato gli interventi del commissario per chiarire i termini della spesa per i banchi. Sui numeri era già intervenuta anche la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, che sempre in Senato nei mesi scorsi aveva detto: “Ho letto diverse corbellerie in queste settimane. Un dibattito quasi surreale sui banchi. Cifre date a caso, anche rispetto ai costi. Credo che ogni singolo euro speso per la scuola non sia perduto ma costituisca, invece, un investimento per il futuro dell’Italia”. Sulla questione dei banchi a rotelle, d’altro canto, non è la prima volta che si fa confusione: in molti hanno parlato delle sedute innovative pensando che sarebbero stati destinati alle scuole primarie e secondarie di primo grado anziché alle superiori. A prendere in giro la ministra era stato per primo il leader della Lega Matteo Salvini che il 6 agosto scorso – come riportato da ilfattoquotidiano.it – diceva: “Questo è un paese che vuole tornare a vivere e a lavorare in serenità, possibilmente mandando a scuola i nostri figli ad Avezzano e in tutta Italia senza i banchi con le rotelle e plexiglas o robe strane di un ministro totalmente incapace. L’unico banco veramente utile è quello da regalare al ministro Azzolina per rimandarla a casa con il suo banco a rotelle perché di danni alla scuola ne sta facendo parecchi”.

Lucia Azzolina è pure stata sottoposta a una “prova live” andata in onda su La7 dove quest’estate aveva precisato: “Penso che su questi banchi sia stata fatta una polemica stucchevole. Permettono agli studenti di lavorare in gruppo e di avere un approccio diverso all’apprendimento”. Ma a Matteo Renzi i banchi a rotelle non sono proprio mai piaciuti. Nello scorso mese di dicembre aveva scritto una missiva a Conte: “Prendiamo atto che servono i tamponi e i vaccini, non i banchi a rotelle e le autocertificazioni”. E sempre il fiorentino a “Mattino Cinque” a settembre aveva attaccato il Governo con queste parole: “Se butti i soldi dell’Europa in banchi a rotelle e reddito di cittadinanza non ce li danno più”.

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Scuola, il Cts: via libera al rientro in aula degli studenti delle superiori. “Le Regioni che li tengono a casa se ne assumono responsabilità”

Gli studenti delle scuole superiori possono tornare in classe in base alle regole previste dall’ultimo dpcm, cioè fino al 75% delle presenze nelle zone gialle e arancioni. È questo il parere degli esperti del Comitato tecnico scientifico che si sono riuniti d’urgenza in mattinata su richiesta del governo per affrontare, ancora una volta, il nodo della riapertura della scuola. Lunedì, infatti, seppure alternati per rispettare la riduzione delle presenze, dovrebbero tornare in classe circa 650mila studenti delle superiori (agli oltre 800mila inizialmente previsti vanno sottratti quelli della Puglia che ha rinviato l’apertura di un’altra settimana). Ma tra ordinanze delle Regioni, ricorsi al Tar e proteste, tutto è ancora in forse. Nel corso dell’incontro, il Cts ha ribadito collettivamente l’importanza della ripresa della scuola in presenza ferma restando l’attenzione alla curva dei contagi. Se qualche governatore volesse comunque tenerle chiuse, “se ne assumerà la responsabilità”. Anche perché, hanno sottolineato gli esperti, “stanno emergendo problematiche legate anche alla sfera psichica nella popolazione giovane in età scolare e anche negli studenti delle università”.

D’altronde negli ultimi mesi gli scienziati avevano indicato più volte la questione scuola come una “priorità” e in diverse occasioni hanno ribadito la necessità del ritorno in classe degli studenti. La richiesta di esprimere un parere su un nuovo rinvio della didattica in presenza per gli studenti della scuola secondaria, secondo quanto si apprende, sarebbe arrivata in mattinata agli scienziati. Ai quali però nei giorni scorsi non era stato chiesto alcun parere sulla questione. Da un report dell’Iss è emerso che nelle classi sono stati rilevati, dal 31 agosto, 3mila focolaio pari al 2% dei contagi, ma più che la diffusione nelle aule quello che preoccupa gli scienziati è il movimento – con i relativi spostamenti – e tutte le attività prima e dopo le lezioni.

Una (ri)partenza, quella delle scuole, tra le polemiche con i governatori che continuano ad andare in ordine sparso e gli studenti che proseguono le proteste, da Milano a Roma. E anche i licei e i tecnici che riapriranno i portoni, lo fanno con condizioni stringenti tra mascherine e orari e giorni differenziati da classe a classe. Se è nella norma che restino ancora chiuse le scuole superiori in Lombardia, Alto Adige e Sicilia, zone rosse, ci sono però altre Regioni che hanno deciso di proseguire sulla strada della prudenza. Come la Puglia, il Friuli Venezia Giulia (entrambe regioni arancioni) e anche la Basilicata che è una delle poche oasi gialle d’Italia. “La scuola non è un posto sicuro, come non è un posto sicuro qualsiasi luogo dove si sta seduti per ore nella stessa stanza“, ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che terrà le superiori ancora al 100 per cento in Dad e offrirà anche per le primarie la didattica integrata digitale alle famiglie che lo chiederanno. “Lunedì le scuole non riapriranno”, ha confermato il Governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, che sta riscrivendo l’ordinanza dopo che il Tar Fvg aveva accolto il ricorso di alcuni genitori contro il provvedimento regionale che disponeva la chiusura delle scuole secondarie di secondo grado fino alla fine di gennaio. Anche Vito Bardi in Basilicata ha firmato una ordinanza che lascia chiuse le scuole superiori fino alla fine del mese. Nello Musumeci in Sicilia annuncia che potrebbe chiudere tutte le scuole, non solo le superiori: “Se fra due settimane i dati non ci dovessero convincere, stabiliremo misure maggiormente restrittive e chiuderò anche le scuole primarie e le prime classi della media”.

Ma l’agitazione maggiore arriva proprio dagli istituti. Se da una parte gli insegnanti manifestano preoccupazione e chiedono di essere vaccinati, dall’altra gli studenti continuano le proteste con occupazioni e scioperi. Continua poi la protesta degli studenti delle scuole superiori a Milano e si allunga la lista degli istituti che vengono occupati dagli studenti. È terminata alle 8 di questa mattina, dopo 21 ore, l’occupazione degli studenti del liceo Vittorio Veneto di Milano in protesta contro la didattica a distanza. Gli studenti, come hanno spiegato loro stessi in un comunicato, hanno dormito all’aperto in cortile tutta la notte attrezzandosi per resistere al freddo con l’aiuto di materiale fornito da genitori, diverse associazioni e collettivi di altre scuole superiori. Anche a Roma lunedì 18 sarà per molti liceali un giorno di “sciopero dalla presenza in sede e, in numerosi istituti, da ogni forma di attività didattica, anche a distanza”. Proteste anche a Trieste dove il comitato ‘Priorità alla scuola’, composto di genitori, insegnati e studenti, è tornato a chiedere il rientro in classe al 100%, perché, spiegano, “con le scuole chiuse non c’è futuro”.

Intanto dal Veneto arriva la notizia che sono circa 200 le classi scolastiche di elementari e medie sottoposte a quarantena per positività di uno o più studenti. Un effetto, si suppone, 10 giorni dopo la ripresa dalle vacanze di Natale, dell’ordinanza della Regione che ha cambiato la gestione dei casi positivi a scuola, obbligando all’isolamento le intere classi in presenza anche di un solo contagio. Gli studenti costretti a casa – riferisce il ‘Corriere del Veneto’ – sono circa 4.000. Con la procedura precedente, in caso di positività tutta la classe veniva sottoposta ai tamponi, e se gli alunni risultavano tutti negativi potevano riprendere le lezioni. La nuova ordinanza è stata spiegata dalla sanità regionale con la necessità di fermare il rischio focolai negli istituti. Ora gli studenti osservano 10 giorni di quarantena, e possono rientrare in classe dopo l’esito negativo del tampone. In Veneto la provincia di Padova è quella con il maggior numero di classi in quarantena, una settantina.

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Scuola, Azzolina: “Comprendo proteste studenti, ma abbiamo fatto il possibile. Vaccini? Subito medici e anziani, poi il personale scolastico”

“Comprendo le recenti manifestazioni studentesche: il diritto all’istruzione è essenziale. Ma io ho il dovere di dire agli studenti e a tutta la comunità scolastica che il governo ha fatto tutto quello che doveva e poteva fare, e continuerà a farlo, per il rientro a scuola“. Questo è quanto dichiarato dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, durante il Question time alla Camera, nel corso del quale ha scaricato sulle Regioni la scelta dello slittamento delle riaperture inizialmente previste per le scuole superiori.
“Per quanto riguarda i vaccini, è chiaro a tutti che la scuola sia un servizio pubblico essenziale. Sin dall’avvio del confronto sull’elaborazione del piano vaccinale ho chiesto e ottenuto di garantire priorità al personale scolastico. Auspico dunque che si proceda speditamente con la vaccinazione degli operatori sanitari e degli anziani, per arrivare subito alla scuola, partendo dal personale fragile e da chi ha una età più avanzata”, ha poi concluso la ministra dell’Istruzione, in merito alle richieste arrivate, sia da parte della politica che dal mondo scolastico, di accelerare la vaccinazione di docenti e personale, rispetto al ‘calendario’ vaccinale previsto.

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Scuola, Azzolina in Aula: “Spiace che gran parte delle Regioni abbiano posticipato il rientro in classe”

“Spiace che gran parte delle Regioni abbiano posticipato il rientro in classe. Tutto ciò con il rischio di causare disorientamento, precarietà, insicurezza e povertà educativa. Rinnovo, anche in questa sede, la mia disponibilità al dialogo, al confronto, con tutti gli attori istituzionali coinvolti, per il bene delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi” Lo ha detto la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, durante il question time alla Camera, sottolineando che “la scuola, lo ribadisco, è pronta e in grado di garantire ambienti controllati e con ridotte percentuali di rischio, come rilevato dai dati e dagli studi sui contagi forniti dalle autorità scientifiche”

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Concorso presidi, il Consiglio di Stato respinge i ricorsi: confermati i 3mila vincitori del 2017. In graduatoria c’è anche Azzolina

Ricorsi respinti. È questa la decisione del Consiglio di Stato sul concorso a dirigente scolastico che si è svolto nel 2017. Gli oltre 3mila docenti vincitori, quindi, possono tirare un sospiro di sollievo. Molti di loro sono già entrati in servizio, mentre altri aspettano ancora il proprio turno. In graduatoria c’è anche l’attuale ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, che tre anni fa partecipò alla selezione in qualità di insegnante.

Una vicenda che l’estate scorsa aveva creato non poche polemiche dopo che il ministero aveva autorizzato l’assunzione di 458 nuovi presidi, attingendo – come prevede la legge – alla graduatoria del 2017. “Vergognoso, Azzolina stabilizza se stessa, cosa sarebbe successo se lo avessi fatto io?”, sentenziò il leader della Lega Matteo Salvini, definendo la circostanza “inopportuna, imbarazzante e vergognosa”, per quanto “legalmente ineccepibile”. Immediata la replica di Azzolina: “Non è certo il ministro che può decidere di bloccare o non bloccare una graduatoria, fortunatamente”. La ministra aveva quindi spiegato di essersi “iscritta alle prove del concorso nel 2017 quando” era” solo una docente“, superandolo regolarmente. “Avevo pienamente il diritto di farlo”.

Politica a parte, la decisione del tribunale amministrativo mette la parola fine alle rimostranze di chi aveva presentato ricorso: c’è chi ha accusato la commissione di aver corretto le prove in modo arbitrario e chi ha denunciato l’assenza di vigilanza durante lo svolgimento dei test. Per il Consiglio di Stato, invece, tutto si è svolto regolarmente.

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Scuola, Azzolina: “Chiederò ristori formativi per fare corsi di recupero e aumentare l’aiuto psicologico. La dad colpisce i più deboli”

La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina intende chiedere al governo di prevedere dei “ristori formativi” nella forma di “apprendimenti potenziati anche nel pomeriggio, educazione all’affettività e incrementare l’aiuto psicologico“. Perché, ha detto a Uno Mattina, “non credo si possa pensare di recuperare d’estate: bisogna recuperare oggi. E’ più facile chiudere la scuola perché la scuola non ha bisogno di ristori. Sarò io oggi a chiedere i ristori formativi”. ”

La didattica a distanza è una misura che ho voluto”, ricorda la ministra, “e in cui credo, ma che non può essere portata troppo alle lunghe, rischia di creare diseguaglianze, colpisce i ragazzi più deboli perché la scuola non è solo luogo di apprendimento è vita, socialità, cura dell’affettività, anche rispetto a situazioni familiari difficili. I ragazzi hanno ragione a dire che vogliono tornare a scuola”.

Quanto al problema del potenziamento del trasporto pubblico, “i fondi per i trasporti sono stati dati, non a caso la Toscana ha comprato molti più mezzi così come anche Regioni che non hanno aperto. Non è un caso che sono stati scritti dei piani con i prefetti città per città dove si sapeva entrare in ogni singola scuola, tutti scaglionati, proprio per organizzare al meglio i trasporti. Il problema non penso sia relativo ai trasporti, il problema oggi è sanitario: la paura che aumentino i contagi e allora si va a colpire la scuola secondaria di secondo grado che di fatto è chiusa da novembre, mentre tutto il resto è aperto”. E la dad non risolve il problema della trasmissione del virus, secondo la ministra: “Non posso pensare di vedere gli studenti fuori nei centri commerciali il pomeriggio, siamo onesti, se fossero chiusi a casa avrebbe un senso ma loro escono perché hanno bisogno di socialità – ribadisce il ministro – E’ come se avessimo fatto un’operazione di blackout, cercano la socialità fuori dalla scuola e così non controlli la curva sanitaria facendoli uscire in luoghi nemmeno protetti come lo è invece la scuola”.

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Governo, ministro D’Incà: “Renzi? Chi dà instabilità non ha molti meriti. Alleanza Pd-M5s per il futuro è una prospettiva interessante”

Non è questione di Conte Ter, dobbiamo andare velocemente e mettere a terra 200 milioni di euro con il Recovery Plan. Occorre cogliere questa occasione il prima possibile. Il Paese ha bisogno di stabilità in questo momento e il governo sta facendo un ottimo lavoro così come siamo. Il M5s crede fermamente nel presidente Conte, vuole andare avanti e fare in fretta. Le scadenze sono così ravvicinate che non possiamo permetterci crisi politiche”. Sono le parole del ministro dei Rapporti col Parlamento, Federico D’Incà, intervistato da Simone Spetia a “24 Mattino”, su Radio 24.

D’Incà sottolinea l’efficacia del piano vaccini anti-covid e si sofferma sull’attuale squadra di governo: “Cambiarla parzialmente? Io non posso parlare per il Pd e per Italia Viva. Noi come M5s siamo contenti del lavoro fatto dai nostri ministri. Siamo particolarmente uniti in questo momento e siamo consapevoli che i nostri obiettivi sono quelli del Paese. Poi se gli altri partiti della maggioranza vorranno modificare qualche elemento della loro squadra, facciano pure. Renzi? Credo che in questo momento stia cercando di portare alla luce problematiche che lui ritiene importanti. Diciamo che noi come M5s siamo abbastanza distanti dalle sue considerazioni – spiega – Il problema di questo Paese è stato per tutti questi anni l’instabilità. Per cui, credo che tutti quelli che diano instabilità al Paese in un momento così difficile non hanno molti meriti. Mi auguro che nelle prossime giornate si possa risolvere questa problematica, anche perché abbiamo sempre lavorato bene nelle Commissioni. La nostra maggioranza è questa e su questa vogliamo andare avanti. Cercare ‘responsabili’ per sostituire Italia Viva nella maggioranza? Non c’è nessuno scouting, rassicuro tutti: la volontà di tutti è andare avanti, mettendo fine alle polemiche e concentrarsi sul prossimo decreto ristori e piano vaccinazioni”.

Il ministro pentastellato, infine, si dice favorevole a una prossima alleanza strutturale col Pd nelle elezioni regionali e amministrative, concordando con le dichiarazioni odierne del ministro per le Politiche giovanili e lo Sport, Vincenzo Spadafora. E sullo scontro tra la ministra Azzolina e i presidenti regionali in merito all’apertura delle scuole, non ha dubbi: “Sto dalla parte della ministra Azzolina: le Regioni dovrebbero seguire gli indirizzi del governo e tenere aperte elementari e medie“.

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Scuola, Regioni in ordine sparso: riaprono solo in 3. Azzolina: “Dad non funziona più, sono preoccupata. Sto con i ragazzi”

I ragazzi delle superiori tornano a scuola in tre regioni. Oggi sarà il primo giorno in presenza al 50% per gli studenti della Toscana (166mila) dell’Abruzzo (56.500) e della Valle d’Aosta, mentre tutte le altre regioni hanno deciso di rinviare la riapertura degli istituti, chi per una settimana (dal 18 gennaio) e chi almeno fino a fine mese, a causa dell’alto numero di contagi e del timore di ripercussioni sulla curva nel periodo post-natalizio e con la campagna vaccinale che sta entrando nel vivo. Da Nord a Sud sono previste proteste e flash mob, con studenti e insegnanti che chiedono di poter tornare alla didattica in presenza e la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, che si schiera dalla loro parte: ” “Ho fatto tutto quello che potevo fare, le scuole sono pronte per ripartire ma le Regioni hanno la possibilità di riaprirle o meno. Chiedo a tutti di trattare la scuola come si trattano le attività produttive. Oggi la didattica a distanza non può più funzionare”.

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Scuola, Azzolina e i 5 stelle contro i governatori sul rinvio alle superiori. Ma una parte del Pd li appoggia: “Dati Covid diversi in ogni Regione”

Tutta colpa delle Regioni? La domanda riassume in quattro parole la querelle sulla scuola che in queste ore si sta consumando tra la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, sostenuta a spada tratta dal suo Movimento 5Stelle, e i governatori, che hanno dalla loro molti membri della segreteria nazionale del Partito Democratico. Il governo ha scelto la data dell’11 gennaio per far tornare in aula anche i ragazzi delle superiori, ma almeno 15 Regioni hanno deciso in modo unilaterale di posticipare tutto. Chi a metà mese, chi a inizio febbraio. In molti, quindi, si sono chiesti perché sul tema della scuola ogni territorio sia andato per conto suo indipendentemente dall’indice Rt e dall’andamento dei contagi. Come il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo, che sabato ha inviato una lettera molto esplicita al Corriere della Sera: “Guardando l’attuale disastrosa situazione dell’universo scolastico, le innumerevoli, diversificate ed improvvisate soluzione decise in piena autonomia dai presidenti delle Regioni (e spesso dagli stessi sindaci) viene spontaneo chiedersi per quale ragione non si mette in atto un meccanismo di decisione centralizzata che superi il potere delle autorità del territorio”. Miozzo parla di “anarchia didattica” e chiede “una centralità decisionale.

La ministra di viale Trastevere, in una lunga intervista apparsa sempre sul Corsera, se l’è presa direttamente con i governatori: “Il 23 dicembre è stata firmata all’unanimità l’intesa con le Regioni che prevedeva il rientro il 7 gennaio. Molti di loro si sono sfilati. I presidenti hanno deciso di prorogare la chiusura delle scuole prima ancora di vedere i risultati del monitoraggio sulle fasce di rischio”. Il problema però resta sul tavolo: le decisioni prese a Roma passano in secondo piano rispetto alle scelte delle Regioni. Una questione politica ma anche costituzionale, secondo il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli che dalle pagine del Sole24Ore ricorda: “La confusione è figlia del modo in cui è stata concepita la riforma del titolo quinto vent’anni fa, con materie concorrenti tra Stato e Regioni”. Tuttavia, aggiunge il costituzionalista, il governo avrebbe potuto sostituirsi alle Regioni “in base all’articolo 120 della Costituzione. Se non è stato fatto è per ragioni politiche”.

D’accordo con Agostino Miozzo è la senatrice dei “5Stelle”, Bianca Laura Granato, membro della Commissione istruzione a palazzo Madama: “Quando manca la chiarezza sui fattori ostativi che hanno impedito di mantenere gli impegni assunti (vedi intesa del 23 dicembre) conviene che lo Stato gestisca questi processi. Le Regioni sulla scuola hanno preso decisioni senza mai giustificare le loro scelte. Tengono in considerazione solo l’Rt, ma che cosa hanno fatto per contenerlo? Qualcuno ha aspettato a braccia conserte per poi rinviare di nuovo l’apertura delle aule”. La senatrice pentastellata ha anche una proposta: “Va fissato un numero di giornate di scuola in presenza obbligatorio per tutti i territori da svolgere nel corso dell’anno scolastico”. Granato non risparmia le critiche nemmeno nei confronti del Partito Democratico: “Non hanno avuto un atteggiamento di leale collaborazione istituzionale. Il partito è spaccato: da una parte il ministro Dario Franceschini che da sempre sostiene la chiusura delle scuola, dall’altra i miei colleghi senatori in Commissione che come noi volevano le aule aperte. Per loro dev’essere imbarazzante fare i conti con la miope visione di Franceschini”. Un’ ultima frecciata va al presidente dell’Emilia Romagna: “Stefano Bonaccini deve spiegare al presidente del Consiglio come mai ha fatto marcia indietro differendo il ritorno in presenza al 25 gennaio”.

A spiegare le posizioni del partito di Nicola Zingaretti, rispetto alla lettera di Miozzo, è la responsabile scuola Camilla Sgambato: “Il Pd è sempre stato convinto che fossero necessarie decisioni nazionali di buon senso che coinvolgessero tutta l’Italia per evitare che le regioni prendessero decisioni diverse, ma, anche a fronte di dati epidemiologici diversi regione per regione e che cambiano continuamente, soluzioni differenti sui vari territori potrebbero consentire, laddove è possibile farlo in sicurezza, il ritorno in presenza di un numero maggiore di alunni. La cosa essenziale ed urgente è avere i dati precisi, che allo stato anche l’Istituto superiore di sanità valuta ancora insufficienti, su cui costruire decisioni politiche”.

Sgambato, senza entrare in polemica con la ministra che ha detto ai suoi di sentirsi “tradita dal Pd”, sta dalla parte dei governatori: “Come bene ha affermato il segretario Zingaretti oggi è sbagliato sottovalutare la pandemia. Noi dobbiamo riportare i ragazzi in classe, ma è indispensabile farlo in sicurezza, sia per evitare di dover richiudere, sia per la salute degli studenti, dei docenti e delle loro famiglie. Chiudere le scuole è una misura dolorosissima, ma la politica deve avere l’autorevolezza di spiegare ai cittadini che, di fronte ad una curva dei contagi che sale anche significativamente, abbassare la guardia è semplicemente sbagliato. Piuttosto dovremmo seguire l’esempio della regione Lazio che ha predisposto un canale preferenziale per i tamponi agli studenti, rendendoli gratuiti e immediatamente effettuabili, senza nemmeno prescrizione medica”.

E in merito alla retromarcia fatta da alcuni presidenti, come Bonaccini, Sgambato chiarisce: “Il governo ha dato ai presidenti di Regione il compito di monitorare la situazione nei territori e adottare le misure più opportune per le loro comunità. Le regioni hanno fatto le loro valutazioni, stando sul campo, avendo ben chiare le necessità ed il polso della situazione. Hanno competenza locale a livello di gestione e prevenzione della pandemia, e dunque, così come è avvenuto negli scorsi mesi, hanno ritenuto di rinviare l’avvio delle lezioni”.

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Educazione civica, una materia vuota

Nella scuola italiana l’insegnamento dell’educazione civica non si è mai seriamente realizzato per l’inadeguatezza dei governi e in particolare dei ministri preposti alla Pubblica Istruzione, che nel corso degli anni, con una serie di riforme contraddittorie, hanno “incasinato” ancora di più la nostra scuola. Essi non hanno mai capito quanto sarebbe utile ed importante una materia che – con pari dignità rispetto a quelle tradizionali – si ponesse l’obiettivo di formare cittadini civili ed informati, con una conoscenza non mnemonica della Costituzione, dei valori che l’hanno ispirata, di come essa trova o non trova attuazione in una società in cambiamento.

Al tempo stesso, l’educazione civica dovrebbe contrastare tutti quei comportamenti che vanno contro i valori su cui deve basarsi una società civile: partendo dalla condanna dell’evasione fiscale – con una chiara illustrazione dei danni che essa (150 miliardi l’anno, 40 in più dei 110 destinati a tutta la Sanità nazionale) arreca al bilancio dello Stato e ai contribuenti onesti – per arrivare ai quotidiani comportamenti incivili che rendono invivibili soprattutto le grandi città (ad esempio, le infinite infrazioni degli automobilisti e il mancato contrasto da parte della Polizia Municipale). Svolgendo quel ruolo che troppe famiglie non sono in grado di assumere.

Mai come nel caso dell’educazione civica vale la denuncia di Dante: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”. Le due leggi sulla educazione civica più recenti – salvo mie omissioni – sono la legge del 2008 di Mariastella Gelmini (Forza Italia, governo Berlusconi IV) e quella firmata dal ministro Marco Bussetti (leghista, membro del governo Conte I) nell’agosto del 2019.

Quest’ultima prevede almeno 33 ore l’anno di educazione civica e la preparazione e la scelta dei docenti, che potrebbero essere reperiti fra i docenti di storia e filosofia. Bussetti tentò anche di forzare i tempi chiedendo che la nuova materia fosse inserita già dall’inizio dell’anno scolastico 2019/2020, ma la sua richiesta fu bocciata dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.

E in questo caso – in una scuola che non è una azienda ipermoderna dalle decisioni lampo (e difficilmente potrebbe esserlo vista la complessità e a che la delicatezza della materia) – si può anche capire il rinvio: che invece non si giustifica un anno dopo, visto che ci sarebbe stato tutto il tempo per mettere a punto l’organizzazione necessaria per svolgere 4 ore al mese della nuova materia.

La realtà è che le due leggi citate (singolare il fatto che i proponenti siano stati una fedelissima di Berlusconi e un esponente della Lega) non sono state sostenute dal Ministero dell’Istruzione con adeguati interventi – anche finanziari – per la definizione dei programmi e la scelta e la formazione dei docenti. Né si sono viste significative campagne di stampa o dotti editoriali (che fine hanno fatto “i grandi laici”?) in favore di questa positiva innovazione. Il risultato è che l’educazione civica, nella scuola italiana, esiste solo sulla carta. E’ una materia vuota, in ogni classe e in ogni scuola si fa quel che si può e si vuole, non esistono i programmi né gli insegnanti.

Ora l’Uaar – Unione degli Atei e Razionalisti Italiani – denuncia un nuovo pericolo, che si è palesato a Roma, al liceo classico “Pilo Albertelli” (socialista e azionista, giustiziato alle Fosse Ardeatine) , dove alcuni insegnanti di religione si sono candidati ad insegnare anche l’educazione civica. L’Uaar ha chiesto l’intervento della ministra Lucia Azzolina perché questo rischio sia evitato.

Più che un rischio, una follia per chi, come me, si è fatto promotore nel recente passato di un appello per la laicità dello Stato e la riduzione dei privilegi economici della Chiesa: un appello promosso, assieme alla Associazione Luca Coscioni – di cui sono un dirigente da 15 anni – dalla stessa Uaar, dalla associazione del “Libero Pensiero Giordano Bruno ” e da “Critica Liberale” , firmato da centinaia di intellettuali e “recepito” in due distinte mozioni parlamentari (primi firmatari: al Senato Riccardo Nencini e alla Camera Riccardo Magi).

Nel nostro appello si chiedeva come prima cosa l’abolizione dell’ora di religione, coerentemente con il Concordato Craxi-Casaroli che aveva abolito il concetto della religione cattolica come religione di Stato (la storia delle religioni sarebbe rientrata – secondo la nostra proposta – nell’insegnamento della storia e della filosofia).

Dopo la protesta e l’iniziativa dell’Uaar, prepariamoci a contrastare tutti insieme questo tentativo e riprendiamo l’iniziativa, volta a riaffermare la laicità dello Stato e a ridurre i privilegi economici della Chiesa. Per farlo concretamente propongo di riprendere, con le associazioni laiche che sostennero il mio appello su questi temi, la nostra battaglia con una iniziativa solo apparentemente “minore”.

Come noto a tutti – ma ricordarlo giova – alla fine del 2018 la Corte Europea di Giustizia ha ingiunto allo Stato italiano di richiedere al Vaticano le somme dovute a titolo di Ici non pagate dalla Chiesa, per un totale che l’Anci stima in 4 o 5 miliardi di euro (e con l’elevato rischio, in caso di inadempienza, di una ennesima procedura di infrazione per l’Italia).

Il 20 settembre ho preso una iniziativa solitaria sostando per alcune ore davanti all’ingresso del Ministero dell’Economia con un cartellone in cui invitavo il ministro Roberto Gualtieri a compiere il proprio dovere reclamando dal Vaticano le somme dovute. Iniziativa – inutile dirlo – senza alcun seguito. Ma che propongo di riprendere “alla grande” l’11 febbraio, quando le massime autorità italiane andranno, come tutti gli anni, a “baciare la pantofola” del Papa, e dei Cardinali al suo seguito, nella sede della Ambasciata Italiana presso la Santa Sede.

Se cercate questa Ambasciata in rete, troverete questa frase, che la dice lunga sul servilismo dello Stato italiano verso la Santa Sede: “Si tratta dell’unico caso di una sede diplomatica distaccata sul territorio dello stesso Paese che rappresenta”.

Per una volta, però, non dovremmo essere “quattro gatti” come in precedenti occasioni. Per favore, non diamogliela vinta anche questa volta. Partecipate e fatelo sapere.

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