Category Archives: Giustizia & Impunità

Csm, al via il procedimento alla pm che accusa il procuratore Creazzo di molestie. Un teste: “Era sconvolta, si sentì tradita”

“Mi raccontò che al ritorno di una cena di lavoro, mentre rientrava nella sua camera, il collega ebbe un approccio fisico intrusivo nei suoi confronti e questa cosa l’aveva turbata molto. Lei era molto sconvolta perché aveva grande fiducia nei confronti del collega e considerò questo episodio come un tradimento non solo sul piano personale”. È il racconto fornito dal neuropsichiatra infantile Francesco Vitrano, convocato come testimone davanti alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, sul caso delle presunte molestie sessuali che la pm di Palermo Alessia Sinatra avrebbe subito nel 2015 dal capo della procura di Firenze Giuseppe Creazzo, che invece nega tutto. Vitrano aveva svolto consulenze tecniche per la procura di Palermo e con la magistrata aveva instaurato un rapporto di confidenza. Per questo lei si sfogò al telefono con lui già subito dopo il presunto episodio. “Si sentiva molto sofferente e violata nella sua intimità e per lei era molto doloroso“, ha riferito il neuropsichiatra che nella sua testimonianza ha descritto “anni di attacchi di panico e crisi d’ansia” vissuti da allora da Sinatra, alla quale sarebbero bastate “scuse che credo non siano mai arrivate”.

L’udienza che si è celebrata a Palazzo dei Marescialli in realtà non riguarda il processo disciplinare a carico del procuratore, che inizierà il 7 luglio, ma il procedimento a carico della vittima di questa presunta violenza, che con Creazzo condivideva la militanza nella corrente della magistratura Unità per la Costituzione (Unicost). Sinatra deve infatti difendersi dall’accusa di aver tenuto nei confronti del procuratore un comportamento “gravemente scorretto” per alcuni messaggi sul suo conto inviati all’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, all’epoca leader di Unicost, (“giurami che il porco cade subito”, “il mio gruppo non lo deve votare”) quando Creazzo concorreva per la nomina a procuratore di Roma che il Csm avrebbe dovuto decidere a breve. Secondo la contestazione della Procura generale della Cassazione che ha dato il via al procedimento, la pm voleva così tentare di condizionare negativamente i consiglieri per una sorta di “rinvincita morale” sul capo dei pm di Firenze.

Quelle chat non possono essere utilizzate, ha sostenuto oggi la sua difesa, affidata al professore Mario Serio: la trascrizione riportata nella contestazione non corrisponderebbe al contenuto dei messaggi nel telefonino di Sinatra, anche di quelli cancellati, recuperati da un consulente di parte. La procura generale della Cassazione che rappresenta l’accusa ha però fatto muro, sostenendo che quella compiuta dal consulente non si può ritenere una perizia: è troppo generica. Il processo riprenderà il 15 luglio con altre due testimonianze: saranno ascoltati Alessandra Sinatra, sorella della pm (era con lei nell’hotel dove sarebbe avvenuta la violenza) e il giudice di Palermo Bruno Fasciana.

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Eboli, sulla casa del Pellegrino indaga anche la Corte dei conti: “Danno da 1,7 milioni”. 22 coinvolti

Come anticipato da Ilfattoquotidiano.it il 22 marzo scorso, l’affaire della Casa del Pellegrino di Eboli ha incuriosito anche la Corte dei conti della Campania. Che nelle scorse ore tramite la Finanza di Salerno ha notificato 22 inviti a dedurre, contestando un danno erariale complessivo di circa 1 milione e 700mila euro. Ne dovrà rispondere per la metà circa, 850mila euro, l’ex sindaco Massimo Cariello, tuttora ai domiciliari per accuse di corruzione relative a concorsi truccati tra Eboli e Cava dei Tirreni. Il resto è spalmato tra ex amministratori del comune della piana del Sele, per i quali si ipotizza la restituzione di circa 40mila euro a testa.

L’indagine dei sostituti procuratori della Corte dei conti Licia Centro e Davide Vitale si è incrociata con quella penale del pm di Salerno Elena Cosentino, culminata nelle scorse settimane con 24 richieste di rinvio a giudizio. Rispetto alle valutazioni della procura ordinaria ci sono due nomi in meno: è stata esclusa la responsabilità erariale del commissario liquidatore e del presidente della vecchia e nuova cooperativa Ises, onlus che mentre era sottoposta a liquidazione coatta amministrativa beneficiò delle delibere poi finite sotto inchiesta.

Secondo la procura contabile, il danno erariale corrisponde all’importo del finanziamento europeo girato nel 2015 al Comune di Eboli dalla Regione Campania per la realizzazione di una struttura di accoglienza religiosa e per famiglie disagiate. Sotto accusa gli atti amministrativi comunali dal 2016 al 2018 che hanno consentito la sua trasformazione in un centro socio sanitario nel quale ha operato Ises. Quel finanziamento europeo però fu erogato – si sottolinea nell’invito a dedurre – “a destinazione vincolata”. Ed infatti revocato nel 2018. Dunque l’aver cambiato in corsa l’uso dell’ex centro polifunzionale di San Cosma e Damiano ha costituito una lesione alle casse pubbliche che va riparata.

I pm contabili Centro e Vitale hanno lavorato sulla base di una delibera dell’Anac del 4 luglio 2018, contenitore e summa di tutte le segnalazioni, gli esposti e denunce pervenute dal sacerdote don Vincenzo Caponigro, fiero oppositore del progetto di Cariello e della sua amministrazione. La palla di neve che diventerà valanga è la delibera di consiglio comunale 99 del 12 dicembre 2016, con oggetto “centro riabilitazione Ises-discussione-indirizzi”.

Una delibera, secondo l’invito a dedurre, “assunta in assenza degli imprescindibili pareri di regolarità tecnica e finanziaria”, che “costituisce il primo atto determinativo dell’illecito processo di cambio di destinazione rivolto, nella sostanza, a favorire un centro privato di riabilitazione (denominato Ises), sfrattato per morosità dalla struttura presso la quale svolgeva la propria (privata) attività di riabilitazione, e finanche privo dell’indefettibile requisito dell’accreditamento istituzionale”.

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Ruby ter, il processo a Berlusconi rinviato per la settima volta. I legali ottengono il legittimo impedimento: “Convalescenza di 2-3 mesi”

Un altro rinvio. Per la settima volta il filone del processo Ruby ter che si sta svolgendo a Siena a carico di Silvio Berlusconi, accusato di corruzione insieme al pianista senese di Arcore Danilo Mariani, è slittato per le condizioni di salute dell’ex premier. I giudici hanno accolto la richiesta dei suoi legali, basata sul legittimo impedimento, perché Berlusconi è ancora ricoverato al San Raffaele di Milano. La nuova udienza è stata fissata per il 13 maggio. Uno degli avvocati, Federico Cecconi, durante l’intervento in aula ha dichiarato che il leader di Forza Italia è ricoverato in condizioni “di stress psicofisico“. A suo parere, bisogna tenere conto delle “univoche prognosi contenute nelle relazioni depositate che indicano 2 o 3 mesi come assolutamente necessari ai fini della convalescenza”.

“Non chiedeteci di più di quanto in realtà vi stiamo dicendo e che invece abbiamo fatto oggetto di rappresentazione esaustiva al tribunale” ha poi aggiunto Cecconi all’uscita dal palazzo di giustizia, rispondendo ai giornalisti che gli domandavano chiarimenti sulle condizioni di salute di Berlusconi e riferendosi alla nuova documentazione medica prodotta oggi. L’ipotesi di un nuovo rinvio era già stata ventilata ieri, quando Cecconi aveva spiegato che “la situazione non è cambiata da quella rappresentata la settimana scorsa. Berlusconi è ancora ospedalizzato, la parola passerà ai medici.

All’ennesimo stop del processo, per cui si attende solo l’annunciata dichiarazione spontanea in aula da parte dell’ex premier, si erano opposti la pubblica accusa rappresentata da Valentina Magnini e la difesa del coimputato, Danilo Mariani, il pianista senese di Arcore. Secondo la pm la nuova documentazione medica prodotta dalla difesa del leader di Fi colloca “la condizione di Berlusconi in una zona grigia tra impedimento o patologia cronica. Incapacità o impossibilità di partecipare al processo? Richiedo nuovamente accertamenti medici”. La difesa del pianista ha invece chiesto uno stralcio perché il suo processo possa andare avanti. Per Berlusconi, che secondo l’accusa avrebbe pagato Mariani per indurlo a testimoniare il falso sul caso olgettine, il pm ha chiesto 4 anni e 2 mesi di reclusione. Per Mariani, a sua volta imputato per corruzione in atti giudiziari oltre che per falsa testimonianza, chiesta una pena a 4 anni e mezzo.

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Ponte Morandi, il procuratore Cozzi: “Onorato di aver coordinato le indagini, lo dovevamo alle vittime”

“Non è stato perso nemmeno un giorno senza lavorare a questa indagine. La complessità della vicenda, due incidenti probatori, hanno portato a questi tempi”. Lo ha detto il procuratore di Genova, Francesco Cozzi, dopo la chiusura delle indagini sul crollo del Morandi. “È stato un lavoro straordinario – ha detto – questo è un passaggio importante ma è il punto di vista della procura, dello Stato. Ora si apre una fase in cui le difese spiegheranno le proprie ragioni. Come servitore dello Stato – ha detto Cozzi – sono onorato di avere coordinato questa indagine. Lo dovevamo alle vittime e per tutelare interessi pubblici e privati. Già nel 1990 e nel 1991 Autostrade Spa sapeva che nella pila 9, quella crollata il 14 agosto 2018, vi erano due trefoli lenti e due cavi scoperti su quattro”.

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Ponte Morandi, le accuse: “Ispezioni degli stralli fatte coi binocoli. Autostrade ha speso solo 488.128 euro di manutenzione in 19 anni”

Mettevano in pericolo la sicurezza dei pubblici trasporti, e cagionavano, “non impedendolo, il crollo della pila 9 e del collegato tratto autostradale di circa 240 metri del viadotto Polcevera (…) in conseguenza del quale trovavano la morte 43 persone”. E in 19 anni avevano speso meno di mezzo milione di euro per interventi manutentivi strutturali. È l’accusa, formalizzata negli avvisi di conclusione indagini recapitati nelle scorse ore dalla Guardia di Finanza, che la procura di Genova muove a 69 tra tecnici e dirigenti di Autostrade e della controllata per le manutenzioni Spea, indagati a vario titolo per il crollo del ponte Morandi. I reati contestati, al termine di quasi tre anni d’inchiesta, sono saliti a dieci: disastro colposo, falso materiale, ideologico e in documenti informatici, crollo doloso, attentato alla sicurezza dei trasporti, omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, omicidio colposo, lesioni personali colpose e infine – novità delle ultime ore – anche l’omicidio stradale, che potrebbe far schizzare verso l’alto il massimo di pena irrogabile in caso di condanne. Gli indagati – scrivono i pm Massimo Terrile e Walter Cotugno – omettevano “di adoperarsi affinché sul viadotto fossero eseguite attività di diagnosi del degrado (…) ed installati impianti idonei a prevenire il cedimento dei tiranti, nonché sistemi di monitoraggio idonei a consentire un costante e adeguato controllo del suo comportamento, e in particolare affinché si procedesse sugli stralli della pila 9 a interventi che, se realizzati, avrebbero impedito con certezza il crollo”.

Gli interventi omessi – In particolare, “dopo che era stata casualmente accertata, nel 1991, l’esistenza di gravissimi fenomeni di corrosione e di difetto di iniezione dei cavi degli stralli” delle pile 10 e 11, da allora e fino al giorno del disastro (14 agosto 2018) “in una sola occasione, nell’ottobre 2015, erano state eseguite osservazioni dirette e ravvicinate dello stato di conservazione dei trefoli” sulla pila 9, quella crollata, l’unica non interessata da interventi di manutenzione. E la conseguente relazione, proseguono i pm, “evidenziava chiarissimi segnali d’allarme sulle condizioni degli stralli, accertando che tutti i trefoli risultavano scarsamente tesati e si muovevano con facilità facendo leva con uno scalpello”. Nonostante ciò, la struttura è stata lasciata ammalorare negli anni fino al cedimento: “Tra l’inaugurazione del 1967 e il crollo – e, quindi, per ben 51 anni – non è stato eseguito il benché minimo intervento manutentivo di rinforzo sugli stralli della pila 9”, scrivono i pm. Il progetto di retrofitting (rafforzamento) presentato nel 2017, infatti, non ha fatto in tempo nemmeno a iniziare. Anzi: proprio in vista di quell’intervento, “il viadotto era stato volontariamente sottratto, grazie all’arbitraria e ingiustificata qualificazione dello stesso come intervento locale (…) non soltanto alla valutazione di sicurezza della sua intera struttura, ma anche alla valutazione limitata agli stralli oggetto dell’intervento, doverosa anche nel caso di intervento locale”.

Le ispezioni inadeguate – C’è spazio anche per una valutazione dell’operato di Spea, la controllata di Autostrade che fino al 2019 si occupava delle ispezioni e delle manutenzioni sulla rete. Società, scrivono i pm, “appartenente al medesimo gruppo imprenditoriale, soggetta alla direzione e al coordinamento di Aspi e, quindi, inevitabilmente condizionata da quel rapporto di dipendenza societaria, economica e contrattuale, tanto da attenuare e ammorbidire sistematicamente i contenuti delle proprie relazioni in modo da renderle gradite alla committente, sottovalutando la rilevanza dei difetti e delle criticità accertate”. I controlli, prosegue l’avviso, erano svolti “con modalità non conformi alla normativa vigente e, comunque, lacunose, inidonee e inadeguate in relazione alle specificità del viadotto Polcevera; in particolare, le ispezioni visive degli stralli venivano sistematicamente eseguite dal basso, mediante binocoli o cannocchiali, anziché essere ravvicinate “a distanza di braccio” e non erano pertanto in grado di fornire alcuna informazione affidabile sulle condizioni dell’opera”. Inoltre, dal 2011, “nessun ispettore era più potuto entrare all’interno dei cassoni sottostanti l’impalcato per verificarne le condizioni, non avendo Aspi e Spea provveduto allo svolgimento delle attività di formazione professionale imposte dalla normativa; ciò nonostante, i report trimestrali continuavano a dare atto, contrariamente al vero, che tutte le parti del viadotto venivano regolarmente ispezionate”.

I report “ammorbiditi” – Non solo. “Spea – si legge ancora – svolgeva la sua attività di ispezione sulla base di un Manuale di sorveglianza e di un Catalogo di difetti approvati da Aspi, del tutto inidonei a fornire una rappresentazione completa e veritiera dei difetti esistenti, e costituenti le espressioni operative della filosofia manutentiva praticata da Aspi, che prevedeva che il degrado non fosse prevenuto o affrontato e risolto sul nascere, ma fosse lasciato avanzare e progredire, nella presunzione, del tutto infondata sotto il profilo tecnico-scientifico, di essere sempre in grado di controllarne l’evoluzione nel tempo, in modo da poter intervenire il più tardi possibile”. Per di più, secondo la Procura, “anche rispetto ai discutibili criteri di attribuzione dei voti indicati nel Manuale”, la controllata “sottostimava sistematicamente i difetti che rilevava”, attribuendo alle strutture ispezionate “voti inferiori a quelli previsti, in modo da non costringere Aspi a procedere a interventi manutentivi in tempi brevi, mantenendo inalterata, attraverso disinvolte operazioni di copia-incolla e contro ogni legge fisica, la descrizione e la valutazione di gravità dei difetti anche per molti anni”. Peraltro, si legge, le due società “non disponevano della documentazione tecnica necessaria per una corretta e adeguata conoscenza del manufatto”, perché non si erano mai preoccupate di ottenere il progetto originale di Morandi, “acquisito presso l’Archivio di Stato soltanto in data 12.4.2017”.

Il “rischio crollo” – “Il fatto che il viadotto Polcevera, almeno sino al completamento dell’intervento di retrofitting, presentasse criticità e problemi – prosegue l’avviso – aveva indotto la stessa concessionaria ad inserire per la prima volta, nel Catalogo dei rischi operativi relativo all’anno 2013, un rischio specifico, autonomo ed unico relativo al viadotto, definendolo “rischio di crollo del viadotto Polcevera per ritardati interventi di manutenzione” (definizione poi modificata in “rischio di perdita di stabilità”, ndr)”, e “a elevare il massimale assicurativo relativo al viadotto Polcevera, a decorrere dal 2016, da 100 a 300 milioni di euro”. Addirittura, gli “imponenti e costosi interventi di manutenzione” necessari per garantirne la sicurezza avevano spinto Aspi “a prendere in considerazione, nel 2003, anche l’ipotesi della demolizione del manufatto”.

I mancati investimenti – Invece nulla venne fatto, né in un senso né nell’altro: e ciò a causa dei quasi nulli investimenti messi in campo da Aspi dopo la privatizzazione del 1999. “Nei 36 anni e 8 mesi intercorsi tra il 1982 e il crollo – argomenta la Procura – gli interventi eseguiti sull’intero viadotto avevano avuto un costo complessivo di 24.578.604 euro; di questi, 24.090.476 euro (cioè il 98,01%) erano stati spesi dal concessionario pubblico e solo 488.128 euro (cioè l’1,99%) dal concessionario privato; la spesa media annua del concessionario pubblico era stata di 1.338.359 euro (3.665 € al giorno), quella del concessionario privato di 26.149 euro (71 € al giorno), con un decremento pari al 98,05%. Situazione non giustificabile – è la conclusione lapidaria – con l’insufficienza delle risorse”, dal momento che Aspi “aveva chiuso tutti i bilanci dal 1999 al 2005 in forte attivo, e che, tra il 2006 e il 2017, l’ammontare degli utili conseguiti da Aspi ha variato tra un minimo di 586 e un massimo di 969 milioni di euro circa, utili distribuiti agli azionisti in una percentuale media attorno all’80%”.

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Gessica Notaro, la Cassazione conferma la sentenza contro l’ex: “Nessuna attenuante per chi sfregia con l’acido”

Non esistono attenuanti generiche per chi organizza un agguato con l’acido. “Nessuna frustrazione amorosa, per quanto dolorosa” può “contribuire” ad “attenuare la gravità della condotta” di chi procura sfregi permanenti – come quelli prodotti dal lancio dell’acido – all’ex partner. Specie se le lesioni gravissime sono frutto di un piano ordito con “lucida preordinazione di mezzi e modi e non soggetta a inscriversi in un contesto emotivo sopraffattorio della emotività”. Con queste motivazioni la Cassazione ha negato la concessione delle attenuanti ad Edson Tavares, il 33enne condannato definitivamente a 15 anni, 5 mesi e 15 giorni di reclusione per aver sfregiato con l’acido l’ex fidanzata Gessica Notaro.

Soffermandosi sulle lesioni gravissime procurate dal lancio con l’acido, gli ermellini hanno rilevato che la “gravità di questa condotta, del resto, ha costituito oggetto di recente attenzione del legislatore che, con la legge n.69/2019 cosiddetto Codice rosso ha previsto un apposito reato per le lesioni aventi tali caratteristiche”. Nel caso di Gessica Notaro, non ha trovato applicazione la nuova norma in quanto l’aggressione da lei subita la sera del 10 gennaio 2017 nel condominio della sua abitazione a Rimini, è avvenuta prima della nuova norma. Lo stesso però tutta la vicenda è stata considerata nella sua gravità e, rileva la Cassazione, risulta pertanto “logica” la scelta di “introdurre e contestare all’imputato l’ulteriore gravissimo reato di lesioni nel processo per stalking, inserendosi tale fatto nella sequenza dell’attività persecutoria del Tavares nei confronti della Notaro, senza alcuna valenza ‘duplicatoria’, non ipotizzabile, peraltro, in considerazione della riunione, pienamente legittima, dei processi in appello”.

Così i giudici hanno risposto alle obiezioni difensive mirate a sostenere che Tavares era stato processato due volte per lo stesso fatto. Inoltre la Cassazione ha dato pienamente credito alla deposizioni di Gessica Notaro “non animate da intento calunnioso o vendicativo” verso il Tavares tanto che la ragazza “non si è mai indotta a querelare o denunciare l’imputato per non rovinarlo” e questo nonostante lui la “costringesse di fatto a condurre una vita limitata, angosciosa e blindata, salvo i rari momenti di esasperazione scatenati dal comportamento contraddittorio ed egoista di lui”.

Nel verdetto, la Corte ricorda che a partire da maggio 2016, dopo che la relazione tra i due era finita, e poi in crescendo fino all’agosto 2016, quando Tavares viene prima colpito da ammonimento e poi dal divieto di avvicinamento alla vittima e di non uscita notturna, si fanno via via sempre più “allarmanti e vendicativi” i messaggi di minaccia che lui invia alla ragazza. La circostanza che Gessica abbia cercato per timore di peggiori conseguenze di “non esasperare ulteriormente l’imputato nelle sue manifestazioni di rabbia e di ira” dimostrando in qualche occasione un atteggiamento compassionevole “non indica certo – spiega il verdetto – che era venuto meno il comportamento persecutorio di Tavares. Tuttavia questo atteggiamento “solidaristico” adottato talvolta dalla Notaro “per non acuire” gli atti violenti dell’ex partner “non è servito ad impedire il precipitare degli eventi con l’aggressione con l’acido”.

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Ponte Morandi, chiusa l’inchiesta: 71 indagati. “Manutenzioni non adeguate. Decisioni operative sulla sicurezza della struttura mai prese”

La procura di Genova ha chiuso le indagini per il crollo del ponte Morandi, il viadotto autostradale della A10 collassato il 14 agosto 2018 causando la morte di 43 persone. In queste ore la Guardia di finanza sta notificando gli avvisi agli indagati, 69 persone fisiche e 2 società, Autostrade per l’Italia e Spea. L’inchiesta è durata quasi tre anni nel corso dei quali sono stati fatti due incidenti probatori, uno sullo stato di salute del viadotto e un secondo sulle cause vere e proprie del crollo che si è chiuso a fine febbraio. Alla base delle accuse la perizia redatta dal professor Pier Giorgio Malerba, docente della Statale di Milano, e l’ingegnere Renato Buratti, scelti come consulenti dai pubblici ministeri Massimo Terrile e Walter Cotugno.

Parlano di “incoscienza”, “immobilismo”, “negligenza” e comunicazioni “incomplete, equivoche, fuorvianti”. Oltre ovviamente alle “manutenzioni inadeguate”. La perizia dei due consulenti è l’architrave delle accuse mosse dalla procura guidata da Francesco Cozzi che, con ogni probabilità, chiederà nei prossimi mesi il rinvio a giudizio per le persone sotto inchiesta, tra le figurano tutti gli ex vertici di Autostrade, dall’ad Giovanni Castellucci al numero due e tre della società, Paolo Berti e Michele Donferri Mitelli. “C’è stata un’incosciente dilazione dei tempi rispetto alle decisioni da assumere ai fini della sicurezza – si legge nella perizia, come riporta il Corriere della Sera – E ciò nonostante si fosse a conoscenza della gravità e della contemporanea evoluzione degli stati di ammaloramento del viadotto”.

Malerba e Buratti sottolineano anche la “confusione e accavallamento di ruoli nella catena di responsabilità dei vari soggetti coinvolti, ovvero Aspi, Spea, Autorità preposte alla vigilanza e al controllo, consulenti e tecnici esterni”. In sostanza: “Non è stata presa alcuna decisione operativa in merito alla sicurezza strutturale”. Perché “tale decisione avrebbe dovuto comportare scelte importanti, quali l’immediata chiusura al traffico del viadotto”. Ma da parte di chi poteva intervenire ci fu, in sostanza, “negligenza nell’ignorare i segnali riscontrati a monte dell’intervento del 1994 e successivamente rilevati nella loro progressione da quella data fino al crollo”. Al quale si arriva, si legge ancora, “nonostante numerosi segni premonitori”, perché “nessuno ha preso decisioni per la messa in sicurezza degli stralli, le parti più critiche del viadotto”. Per 50 anni “i cavi della pila collassata non sono stati oggetto di alcun sostanziale intervento di manutenzione”.

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Renzi e Calenda votano con Forza Italia e Lega: sono a favore di una commissione d’inchiesta sull’uso politico della magistratura

La data precisa ancora non c’è, ma il periodo è stato scelto: i primi di maggio. Tra poco più di un mese, quindi, le Commissioni Giustizia e Affari costituzionali della Camera inizieranno l’esame della proposta di legge voluta da Forza Italia che istituisce una commissione di inchiesta su “l’uso politico della magistratura”. In pratica, il partito di Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale, vuole indagare su chi indaga. Secondo l’Ansa, la decisione è dell’ufficio di presidenza delle due Commissioni ed è arrivata grazie al voto favorevole dei berlusconiani, di Fratelli d’Italia, della Lega, ma anche dei renziani di Italia Viva e di Azione di Carlo Calenda. Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Leu gli unici partiti contrari.

La proposta di legge in questione, che per molti è una sorta di regolamento di conti con i magistrati, è stata firmata – nel 2020 – dai capigruppo del centrodestra Gelmini, Molinari e Lollobrigida; poi ad essa verranno congiunte due altre proposte di legge, una di Fratelli d’Italia ed una della Lega, che propongono una Commissione di inchiesta sul caso Palamara, due pdl che al momento risultano assegnate alla sola Commissione Giustizia. Soddisfatto Emanuele Prisco, capogruppo di Fdi in Commissione Affari costituzionali: “Sono state vinte le resistenze di M5s e sinistra, il Parlamento apre le sue verifiche. L’altro dato politico è che anche sulla Giustizia in maggioranza ci sono visioni opposte. Centrodestra compatto, maggioranza divisa”.

Marco Di Maio, vicecapogruppo di Italia Viva alla Camera, ha spiegato la posizione del suo partito, con distinguo e precisazioni: “Noi non condividiamo i toni e l’impostazione della Gelmini – ha detto il renziano – ma al di là di come è scritta, non vediamo nulla di ostativo al fatto che il Parlamento possa discutere senza timori reverenziali su certi temi. Oltretutto – ha continuato – non stiamo esaminando solo quella proposta di legge, altre verranno congiunte ad essa ed anche si potrà discutere su come definire il perimetro dell’inchiesta. Poi in Commissione si vota ed le singole opinioni emergeranno”. In parte analoga la posizione di Enrico Costa, di Azione, che si è espresso a favore: “Il mio appoggio non riguarda il merito – ha spiegato – il punto è che se dei gruppi parlamentari chiedono la calendarizzazione di una loro proposta, non glielo si può negare. Poi chi non sarà d’accordo voterà contro – ha aggiunto – ma negare la calendarizzazione è inammissibile. Altrimenti si farebbe quello che sta facendo in Senato Ospellari sul ddl Zan sull’omofobia“.

Al netto delle puntualizzazioni, delle questioni di principio, del rispetto per l’autonomia della magistratura e di altre sfaccettature simili, resta il fatto che i partiti di Renzi e Calenda hanno votato con il centrodestra a favore della calendarizzazione della discussione che potrebbe portare alla nascita di un organismo parlamentare che, per dirla semplice, vuole indagare sull’operato dei magistrati. Proprio per questo motivo è stato subito scontro in parlamento tra partiti che sulla carta fanno parte della maggioranza del governo di Mario Draghi. A metà aprile, del resto, favorevoli e contrari alla nascita della commissione non hanno risparmiato attacchi e critiche ai potenziali alleate. La Lega, ad esempio, aveva accusato Pd, Leu e 5 stelle di ostruzionismo: “Spiace che, ancora una volta, non si siano dimostrati collaborativi ma, al contrario, abbiano alzato barricate contro la proposta di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventuali condizionamenti incompatibili con l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, nonostante il tema sia di forte rilevanza visti gli ultimi scandali legati alla magistratura“.

Il Partito democratico, da parte sua, aveva fatto notare che “non si è mai vista una commissione di inchiesta parlamentare con il compito di indagare su un altro potere dello Stato. Il Parlamento non può fare un’indagine sul lavoro fatto dalla magistratura in questi anni. A meno che – era il parere di Michele Bordo – Forza Italia, Lega e FdI non vogliano che deputati e senatori rifacciano i processi dell’ultimo ventennio. Tutte le commissioni di inchiesta parlamentare hanno svolto approfondimenti su avvenimenti o fenomeni specifici, ma mai sull’attività svolta da un altro potere dello Stato. Alle forze di centrodestra – aveva concluso – mi permetto di ricordare, sommessamente, che qua siamo in Italia non in Ungheria. Da noi la magistratura è indipendente dal potere politico”.

Pesantissime, del resto, erano state le critiche dal mondo della magistratura. Per Gian Carlo Caselli la proposta è una sorta di “regolamento di conti” che approfitta di un momento molto difficile vissuto dalla giustizia italiana. Contrario all’ipotesi è anche Antonino Di Matteo, pm molto esperto nella lotta a Cosa nostra e consigliere del Csm: “Continuo a credere che la sede istituzionale propria per individuare, sanzionare e prevenire in futuro le gravi patologie del sistema, sia il Consiglio superiore della magistratura. Per mia formazione non sono mai pregiudizialmente contrario alle inchieste e agli approfondimenti in sede parlamentare – aveva sottolineato – purché non diventino terreno di scontro tra fazioni o, ancor peggio, strumento per limitare le prerogative costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura dal potere politico”.

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Giustizia, la commissione della Camera adotta la legge Bonafede come testo base per la riforma del Csm: ecco che cosa prevede

Sulla riforma del Csm si riparte della legge di Alfonso Bonafede. La commissione giustizia della Camera ha adottato come testo base della riforma dell’ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura. Tra i partiti che sostengono il governo, l’unico a votare contro è stato Enrico Costa di Azione. Al testo della legge saranno ora presentati gli emendamenti. A darne notizia è Mario Perantoni, presidente della commissione e deputato del M5s che spiega: “Si tratta dello stesso testo del disegno di legge già a suo tempo presentato dall’ex ministro Bonafede a cui è stato abbinato il progetto di legge Costa appena presentato sulla stessa materia”. Perantoni spiega che i termini per presentare gli emendamenti avranno “ampio spazio di tempo. Attendiamo inoltre di conoscere il parere del Csm affinché tutti i gruppi abbiano tutti gli strumenti di valutazione”.

Il via libera del Csm – Nelle stesse ore, infatti, il plenum del Csm sta discutendo e votando il proprio parere a quel provvedimento. E ha già espresso il proprio sì allo stop alle porte girevoli, tra politica e magistratura, cancellando anche qualche passaggio critico che era contenuto nella stesura originaria del parere. Nel nuovo testo si dice espressamente che il Csm valuta positivamente l’intervento del legislatore volto a dettare una disciplina organica della materia ed a fissare limiti rigorosi per il passaggio dalla magistratura alla politica, nonché ad introdurre un divieto di riassegnazione a funzioni giudiziarie dei magistrati che abbiano assunto incarichi elettivi o di governo. Il plenum ha approvato all’unanimità anche il parere relativo alle tabelle di organizzazione dei tribunali e corti, progetti organizzativi delle procure della repubblica, programmi di gestione e programmi di smaltimento dell’arretrato. Il parere, relatrice la togata di Magistratura indipendente Loredana Micciché, valuta positivamente la finalità del ddl di “rafforzare la competenza del Csm sulla approvazione dei progetti organizzativi delle procure, nonché l’intento di semplificare e accelerare la procedura di approvazione dei provvedimenti organizzativi da parte del Consiglio”, ha detto Micciché. “Con l’adozione del testo base dell’ex ministro Alfonso Bonafede sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura abbiamo mosso un ulteriore, decisivo passo per una riforma imprescindibile per il settore della giustizia”, dicono i deputati del Movimento 5 Stelle in commissione Giustizia. “L’obiettivo è quello di dare al Paese una riforma capace di offrire alla magistratura italiana maggiori garanzie di indipendenza e di autorevolezza, attraverso una revisione del sistema delle nomine e lo stop definitivo alle ‘porte girevolì per coloro che scelgono di entrare in politica. Si tratta di un tema importante, su cui occorre continuare a lavorare in maniera costruttiva” concludono. abf

Cosa prevede la riforma di Bonafede –Il testo base della riforma Bonafede prevede l’introduzione di sistema maggioritario a doppio turno in 19 collegi per l’elezione dei consiglieri togati del Csm (aumentati a 20, più 10 laici), stop a chi proviene da incarichi di governo, regole rigide per le nomine per arginare il potere delle correnti, quote rosa e sorteggio per la composizione delle Commissioni. Poi vengono introdotti nuovi criteri in ottica di merito e trasparenza per l’assegnazione degli incarichi direttivi e semidirettivi e c’è una riorganizzazione delle procure al fine di ridurre la gerarchizzazione al loro interno. Chiuse definitivamente le cosiddette porte girevoli tra toghe e politica: un magistrato che abbia ricoperto un incarico al parlamento italiano o europeo, o in una Regione per almeno sei mesi, o che abbia avuto incarichi di governo o in Comuni con oltre 100mila abitanti non indosserà più la toga e potrà essere ricollocato come funzionario al ministero della Giustizia o in altri ministeri. Introdotto un argine anche ai cambi di funzione delle toghe: il passaggio da pm a giudice e viceversa potrà avvenire al massimo due volte e non più quattro.

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Padova, morì di leucemia per aver rifiutato le cure da minorenne: genitori condannati anche in appello a due anni

La Corte d’Appello di Venezia ha confermato la condanna dei due genitori padovani accusati di omicidio colposo per la morte della figlia, ammalata di leucemia, che aveva rifiuto le cure con la chemioterapia. Lino Bottaro, di 65 anni, e Rita Benini, di 53 anni, di Bagnoli, si sono visti infliggere due anni di reclusione. La ragazza è deceduta per una leucemia linfoblastica acuta dopo aver rifiutato le cure quando non era ancora maggiorenne. I primi sintomi della malattia si erano manifestati nell’inverno 2015, con febbre alta e astenia. Nel febbraio 2016 la diagnosi infausta, sulla base delle analisi sanguigne. Alla ragazza erano stati prospettati alcuni cicli di chemioterapia. Nel frattempo, infatti, era stata trasferita dall’ospedale di Schiavonia al reparto di Oncoematologia pediatrica di Padova, diretto dal professor Giuseppe Basso (scomparso un paio di mesi fa per covid). Ma la ragazza non volle sottoporsi alla cura, nonostante il primario avesse cercato in tutti i modi di convincerla, spiegandole che soltanto la scienza avrebbe potuto aiutarla ad affrontare la malattia. I genitori avevano sostenuto la volontà di Eleonora.

In quella situazione intervenne il Tribunale dei minori che sospese la responsabilità genitoriale dei coniugi, preludio all’affidamento a un tutore e, quindi, all’avvio delle cure. Ma poco prima della notifica della decisione dei giudici all’Azienda ospedaliera, i genitori firmarono le dimissioni volontarie di Eleonora, che venne trasferita in una struttura sanitaria a Bellinzona, in Svizzera. Si aprì una drammatica vicenda giudiziaria. A metà marzo 2016 venne nominato un tutore. A giugno Eleonora cominciò a sottoporsi ad una serie di trattamenti naturali. Inizialmente manifestò qualche miglioramento, al punto che a Ferragosto riuscì a festeggiare il proprio compleanno. Poi la situazione precipitò e morì il 29 agosto, quando era maggiorenne da un paio di settimane.

La procura di Padova aprì un’inchiesta che si concluse con la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo nei confronti dei genitori con l’accusa di aver rafforzato la volontà di Eleonora nel rifiuto della chemio. Nel dicembre 2017 Lino Bottaro e Rita Benini (assistiti dall’avvocato Raffaella Giacomin) furono prosciolti dal gup Mariella Fino, che ritenne prevalente la libertà di scelta della cura manifestata da Eleonora, considerata in grado di decidere il proprio destino, anche se minorenne. La Procura presentò impugnazione, sostenendo, al contrario, che la volontà della ragazza fosse stata condizionata dalle opinioni dei genitori che non riponevano fiducia nella scienza. Nel giugno 2019 (per decisione della Corte d’Appello di Venezia) i coniugi erano finiti sotto processo davanti a un giudice monocratico. Furono condannati a due anni di reclusione. Adesso il giudizio di secondo grado ha confermato quella sentenza, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore generale Giovanni Valmassoi.

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