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Moby Prince, la storia dei due fratelli avvocati che hanno difeso interessi diversi: uno con la compagnia, l’altro con i familiari delle vittime

A quasi trent’anni dai fatti, l’incidente che coinvolse il Moby Prince continua ancora a riservare novità. L’avvocato difensore degli interessi della compagnia armatoriale del traghetto, Nav.ar.ma spa oggi Moby spa, operava nello studio legale dell’avvocato che curava la difesa degli interessi di 21 familiari delle vittime della strage, Paolo Bassano. Carlo Borghi, questo il nome del legale della compagnia di Vincenzo Onorato, è persino indicato come parte dello Studio legale Bassano nell’intestazione di una lettera indirizzata ai familiari delle vittime proprio da Paolo Bassano, storico legale delle principali parti civili riunite nel Comitato 140 poi divenuto Associazione 140. La questione è emersa ora attraverso il progetto Armadio della Memoria, sostenuto da una recente legge regionale toscana e finalizzato all’archiviazione del materiale documentale sulla strage consumatasi al largo di Livorno.

Carlo Borghi fu da subito il difensore di Nav.ar.ma spa al punto da risultare l’estensore della lettera di accompagnamento con cui il 14 marzo 1992 la compagnia armatoriale fece arrivare alla Procura di Livorno le copie delle polizze assicurative a protezione del Moby Prince. Polizze tra le quali la famosa “rischi guerra”, oggetto di un approfondimento speciale da parte della Commissione d’inchiesta parlamentare che ha consentito di riscrivere larga parte della storia della vicenda. Paolo Bassano, raggiunto da Ilfattoquotidiano.it, ha spiegato il suo legame con Carlo Borghi: “Siamo fratelli, figli della stessa madre, ha 15 anni più di me” ma “ho avuto con lui solo una coabitazione nei locali, pur avendo Studi divisi”. E aggiunge: “Lui non sapeva nulla del mio lavoro, io non sapevo nulla del suo. L’unica informazione che ho è che è stato procuratore di Nav.ar.ma nella fase iniziale di questo giudizio. Carlo ha sempre svolto lavoro procuratorio per studi genovesi in ambito marittimo e quando iniziai ad occuparmi del processo penale la transazione assicurativa cui io credo abbia lavorato era sepolta da anni. I risarcimenti sono stati corrisposti tra 1991 e 1992. Io ho iniziato a lavorare per le parti civili nel 1994”.

L’ultima occasione di incontro tra Borghi e Bassano su Moby Prince fu però nel 2002 in corrispondenza con la conciliazione giudiziale tra le parti curate dai legali – 17 parti civili e Nav.ar.ma spa – insieme a Snam spa. Una conciliazione arrivata dopo l’avvio della causa civile intentata dall’avvocato Bassano verso i responsabili del caso Moby Prince accertati dalla sentenza d’appello, l’ultima ad oggi, sulla vicenda: Valentino Rolla, il terzo ufficiale della petroliera speronata dal Moby Prince, reo di non aver azionato i segnali antinebbia – comunque prescritto – e la sua compagnia armatrice statale, Snam spa. Una condanna con “non luogo a procedere per prescrizione” incentrata tutta sulla nebbia concausa della collisione, benché la relazione finale della Commissione d’inchiesta parlamentare 2018 indichi tale fenomeno atmosferico probabilmente assente quella notte e comunque ininfluente per la dinamica della collisione. “Quella conciliazione giudiziale del 2002 fu fatta con il giudice Martorano con avvocati incaricati dall’assicuratore di Nav.ar.ma, se c’era accordo sottostante, ma io non lo sapevo – precisa Bassano a Ilfattoquotidiano.it – Per me erano legali di Na.var.ma e Snam. E Carlo Borghi non ha avuto parte alla transazione. Era domiciliatario per i legali Na.var.ma nel mio stesso studio, stesso indirizzo in via Pieroni 26, ma non presente alla transazione”.

A prescindere dall’assenza di Carlo Borghi, fu comunque storicamente raggiunto un accordo davanti ad un giudice, per evitare una sentenza dello stesso giudice attestante le responsabilità sia di Snam che di Nav.ar.ma spa, e magari palesare il contratto assicurativo tra queste firmato il 18 giugno 1991. Sul punto l’avvocato Paolo Bassano precisa a Ilfattoquotidiano.it che “al momento della conciliazione davanti al giudice eravamo arrivati avanti nella causa dove si discuteva solo di liquidazione, non di responsabilità già accertate in sede penale. C’era la nebbia e per questo erano responsabili Rolla e Snam, inoltre era responsabile della condotta del traghetto il defunto comandante Chessa e quindi per contratto di servizio Nav.ar.ma.. E posso dirle che per le parti civili fu un’ottima liquidazione anche perché dal 1991 al 2002 erano cambiati i criteri di conteggio dei danni da perdita del rapporto parentale. Il valore della vita umana era cambiato. Per fare un paragone non sul caso specifico da 200mila euro a 2 milioni di euro”.

Il codice deontologico forense vigente all’epoca non vietava esplicitamente questo tipo di rapporto tra i legali Borghi e Bassano, mentre ai giorni nostri lo indica come passibile di una sospensione dell’attività professionale da 1 a 3 anni. Raggiunto da Ilfattoquotidiano.it Loris Rispoli, presidente dell’Associazione 140, commenta così la notizia: “L’avvocato Bassano ci informò ai tempi della questione e si è comportato bene in aula durante il processo. Dopo il 2002 ci disse che non se la sentiva di seguirci se avessimo continuato, ma processualmente parlando è stato l’unico a fare al meglio il suo lavoro”. Luchino Chessa, presidente dell’associazione 10 aprile e figlio del comandante del Moby Prince, sentito da Ilfattoquotidiano.it spiega: “Apprendo oggi questa notizia e rimango particolarmente stupito di quanto accaduto. L’avvocato della parte civile era imparentato dell’avvocato della compagnia armatoriale. Mi lascia stupore una cosa del genere. E probabilmente dovremmo fare una serie di riflessioni alla luce di questo. Comunque non spetta a me fare valutazioni riguardo alla scelta degli avvocati, ma ai familiari che erano seguiti dall’avvocato Bassano”. A processo, bene ricordarlo, né l’armatore del Moby Prince né suoi dipendenti erano sul banco degli imputati.

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Moby Prince, l’ufficiale disse: “Esistono due registrazioni sulle chiamate alla Capitaneria. E c’era anche il mayday”. Ma nessuno le cercò

La strage del Moby Prince è la più grande della storia repubblicana, con le sue centoquaranta vittime, ad oggi ancora impunita. Una commissione d’inchiesta ha riscritto larga parte del racconto di quanto accaduto e ha inviato tutti gli atti alle Procure di Livorno e Roma. Ma l’organismo del Senato ebbe modo di leggere le 55 pagine di un “fascicolo fantasma” rinvenuto a 30 anni dall’incidente del 10 aprile 1991 nell’archivio dell’associazione 140 grazie al progetto “Armadio della Memoria” della Regione Toscana. Come spesso è accaduto in questa storia gli elementi di indagine erano già negli atti delle indagini, ma sono lasciati cadere senza approfondirli.

In questo fascicolo sono inserite le trascrizioni della Procura di testimonianze ma anche nastri audio, il cui contenuto non è mai stato approfondito. In uno di questi per esempio si dà conto di una conversazione a tre in cui si fa riferimento alla possibile presenza di esplosivi della mafia a bordo del Moby Prince (sul quale avvenne un’esplosione nel locale eliche di prua). Si trattò di un colloquio a tre al quale presero parte l’allora presente del Comitato familiari delle vittime, Franco Lazzarini, un avvocato di Viareggio e un tenente della Capitaneria di porto (questi ultimi indicati con un cognome nel documento “riemerso” in questi giorni).

In una seconda parte dello stesso nastro riporta il racconto dettagliato del tenente della Capitaneria sulla presenza di due registrazioni audio delle chiamate avvenute via radio tra la Capitaneria di Porto, istituzione preposta al soccorso in mare – mai coordinato quella notte -, e altri protagonisti della notte della strage. In queste registrazioni sarebbe stato impresso, a detta dell’allora ufficiale, anche il mayday lanciato dal Moby Prince, secondo la ricostruzione della prima inchiesta della Procura “non udito” dalla Capitaneria e quindi per questo “scagionata” dall’aver omesso il soccorso al traghetto per gli 80 minuti successivi alla collisione con la petroliera Agip Abruzzo. La registrazione sarebbe stata obbligatoria dal 1987, sulla base di una decisione del precedente comandante della Capitaneria di Porto, l’ammiraglio Giuseppe Francese, poi divenuto il comandante generale delle Capitanerie di Porto. Naturalmente nelle inchieste e nel processo non è mai entrata alcuna registrazione delle comunicazioni radio della Capitaneria. Quelle arrivate ai giorni nostri sono rimaste per caso perché quella notte Livorno Radio, la stazione costiera, decise di registrare il Canale 16, quello delle comunicazioni d’emergenza.

Ma un qualsiasi accertamento sull’esistenza della registrazione delle comunicazioni della sala operativa della Capitaneria è assente negli atti di tutte le inchieste e di tutti i processi sul Moby Prince e di conseguenza anche da ciò che fu acquisito dalla commissione d’inchiesta. La Procura di Livorno non ha mai indagato su questa rivelazione del tenente della Capitaneria, che non è mai stato interrogato. Né i pm hanno acquisito mai questo presunto nastro che – stando sempre a ciò che diceva il tenente – la guardia costiera doveva conservare proprio in caso di necessità di indagini.

Ma non solo. Lo stesso ufficiale della Capitaneria aggiunge in quella conversazione che esiste anche una seconda registrazione effettuata dall’Avvisatore Marittimo (una sorta di “torre di controllo” del porto) e utilizzata, a suo dire, dall’addetto di turno la sera dell’incidente per ricattare del personale della Capitaneria. Nel racconto trascritto dal perito del magistrato e trasmesso dal pm Luigi De Franco all’allora gip Roberto Urgese tale ricatto sarebbe riuscito con la distruzione di questa registrazione. Ma la Procura non ha mai fatto indagini per verificare questo racconto né il giudice ha chiesto un supplemento d’inchiesta.

A conclusione del suo racconto il tenente della Capitaneria descrive un quadro di connivenze nel porto di Livorno tra controllori e controllati che chiama in causa anche la compagnia armatoriale di bettoline – e poi, dal 1992, di petroliere – D’Alesio Group. Nello D’Alesio e il figlio Francesco furono gli autori del video amatoriale registrato la notte dell’incidente a ridosso della collisione, pervenuto alla magistratura 20 mesi dopo i fatti e soprattutto la messa in onda da parte del Tg1 del 12 aprile 1991. L’unico altro video amatoriale realizzato a poche decine di secondi dalla collisione tra Moby Prince e Agip Abruzzo arriverà alla Procura di Livorno molto tempo dopo: anche in quel caso rimase nell’archivio della tv locale Granducato per 28 anni.

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“Esplosivi della mafia a bordo del Moby Prince, c’è un affiliato disposto a parlare”. Ma la magistratura non ha mai indagato

“La mafia aveva degli esplosivi stoccati a bordo del Moby Prince“. Trent’anni dopo la strage del 10 aprile 1991, in cui morirono 140 persone, c’è ancora, nasconde ancora aspetti inediti, per non dire indicibili. L’ultimo esce fuori da un fascicolo rimasto “fantasma” attraverso i decenni: è riemerso dall’archivio di una delle associazioni dei familiari delle vittime, ma non è mai stato messo a disposizione della commissione d’inchiesta del Senato da parte del tribunale di Livorno. Il presunto coinvolgimento della malavita organizzata nell’incidente avvenuto a poche miglia dal lungomare di Livorno è il centro di una conversazione avvenuta nel novembre 1994 tra Franco Lazzarini (all’epoca presidente di uno dei diversi comitati dei familiari), un avvocato di Viareggio e un allora tenente della Capitaneria di Porto. Una conversazione registrata su un nastro e fatta trascrivere dal pm che aveva appena chiuso l’inchiesta sul disastro navale di Livorno, Luigi De Franco.

Un colloquio a tre tutto da verificare, da capire, da pesare. Nella registrazione l’avvocato viareggino attesta di aver ricevuto la proposta di un “malavitoso” disposto per “2 miliardi di lire” a raccontare una verità a lui nota sulla strage, di cui il legale ha anticipato gli elementi principali ai presenti. Il malavitoso avrebbe riferito la presenza di “molto esplosivo a bordo” del Moby Prince “nascosto da uno della nave” e appartenente alla mafia “con ogni probabilità parte di altri quantitativi”. L’avvocato indica più volte la sua paura di “giocare con la nostra incolumità personale” e cita la possibilità di fare “arrestare” questa fonte. Un colloquio da verificare, appunto: la trascrizione con tali notizie di reato fu trasmessa dal pm De Franco al giudice per le indagini preliminari Roberto Urgese, responsabile della valutazione su archiviazione o richiesta di nuove indagini o rinvio a giudizio degli indagati. Ma né Urgese chiese supplementi di indagini mandando a processo quattro figure legate ai mancati soccorsi (e poi assolte) né la Procura compì ulteriori approfondimenti di quelle informazioni.

La presenza di esplosivo mafioso all’interno dei traghetti non è un aspetto nuovo. Per esempio ne parla il pentito Maurizio Avola in merito alla stagione stragista condotta da Cosa Nostra e ‘Ndrangheta nei primi anni Novanta. Secondo le sue testimonianze rese nel 1995 era intenzione della mafia, per esempio, realizzare attentati a bordo dei traghetti. Tra questi anche quelli della compagnia della famiglia dei Morace, storici co-fondatori di Navarma (antenata di Moby Lines) con Achille Onorato poi rimasta a tutela delle questioni legali del gruppo, e successivamente proprietari di compagnie di navigazione anche in Sicilia.

La vicenda dell’esplosivo nel Moby Prince è sempre stata ricondotta alle tracce di sostanze detonanti rinvenute dalla polizia scientifica nel locale eliche di prua del traghetto. Il locale fu teatro di una indiscutibile esplosione, ricondotta dalla commissione ministeriale del 1991-1992 ad una deflagrazione da gas, secondo la perizia della Mariperman, cioè la commissione permanente per gli esperimenti del materiale da guerra della Marina Militare. Secondo i tecnici di Mariperman le tracce di esplosivo erano residui di quantitativi non esplosi ma andati a fuoco. Nessuno tuttavia indagò mai sul perché, a prescindere, in quel traghetto si fossero trovati degli esplosivi non autorizzati. A quanto pare neanche dopo l’offerta di un malavitoso (sia pure da verificare per intero) di testimoniare la provenienza di quegli esplosivi.

Il fascicolo fantasma rinvenuto solo nei giorni scorsi è quasi integralmente dedicato alla questione “esplosione” a bordo del traghetto. A sostenere la tesi fu soprattutto l’armatore del Moby Prince, Vincenzo Onorato. Anzi Onorato affermò di aver dato 50 milioni a Franco Lazzarini, ex presidente di un comitato dei familiari delle vittime, per aiutarlo a continuare le indagini sul disastro. “Lazzarini – disse l’armatore – mi disse di aver saputo, da fonte certa, che un aereo privato proveniente dalla Corsica avrebbe scaricato il proprio carico di esplosivo sulla Moby. Lazzarini non aveva più soldi e così glieli prestammo noi”. E Onorato ripeté le sue convinzioni anche davanti ai pm, identificando nella concorrente Corsica Ferries il mandante del presunto attentato.

Vale la pena ricordare che la Navarma, la società del Moby Prince, beneficiò di una plusvalenza sul traghetto proprio in forza di un quadro assicurativo emerso grazie al lavoro della commissione d’inchiesta del Senato. L’azienda controllata da Onorato e dalla madre dopo l’incidente incassò un risarcimento del danno a valore di polizza, 20 miliardi, e non di perizia: il valore fu tre volte quello del traghetto. Una delle due polizze assicurative proteggeva il traghetto da “rischi guerra”, includendo nella definizione anche atti terroristici, come appunto l’esplosione di polvere nera o qualsiasi altra sostanza detonante. E nelle copie delle due polizze trasmesse nel 1992 alla Procura di Livorno dal legale della compagnia Carlo Borghi, del foro di Livorno, solo quella “rischi guerra” è firmata.

Quanto all’esplosione nel locale eliche di prua “la commissione d’inchiesta ha solo ribadito un fatto già noto – precisa a ilfattoquotidiano.it Gabriele Bardazza, consulente tecnico dei fratelli Chessa, i figli del comandante del traghetto morto a bordo insieme alla moglie – cioè che non è stata causata da un ordigno militare ovvero ad alto potenziale. Ma nulla dice circa una possibile esplosione causata da un ordigno a basso potenziale come la polvere nera. Il dubbio rimane e per toglierselo basterebbe seguire l’indicazione del maggiore Paride Minervini, esperto esplosivista nominato dalla Commissione d’inchiesta, che nel dicembre 2017 suggeriva nella sua relazione di eseguire opportune analisi di laboratorio sui reperti rinvenuti e conservati nell’archivio del tribunale a Livorno”.

Nella foto in alto: lo squarcio provocato sul ponte di manovra del Moby Prince dall’esplosione avvenuta nel locale eliche di prua.

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Moby Prince, fascicolo fantasma rispunta dopo 30 anni. Cosa c’è dentro: interrogatori e trascrizioni di audio. E molti omissis

A quasi trent’anni dalla strage del Moby Prince il caso del disastro navale in cui morirono 140 persone si arricchisce di un nuovo giallo. Durante il lavoro di ricerca del progetto della Regione Toscana “Armadio della Memoria” è stato rinvenuto un fascicolo di atti giudiziari: dentro ci sono tre verbali di assunzione di informazioni della prima inchiesta della Procura di Livorno sull’incidente della sera del 10 aprile 1991 e la trascrizione di audiocassette consegnate da una delle persone ascoltate in quelle prime indagini.

Il fascicolo si trovava nell’archivio dell’associazione dei familiari delle vittime “140“. Ma non era mai stato fornito dal tribunale di Livorno alla commissione d’inchiesta del Senato durante gli accessi agli atti realizzati tra il 2015 e il 2017 né alle parti civili durante gli accessi agli atti del 2010 e del 2014.

Sia i verbali sia le trascrizioni contenute nel fascicolo fantasma sono focalizzate sul tema dell’eventuale presenza di esplosivi a bordo del traghetto (uno degli aspetti controversi della vicenda è sempre stata un’esplosione nel locale motori di prua del Moby) e citano il possibile coinvolgimento della mafia oltre ad una presunta richiesta estorsiva di 2 miliardi di lire per offrire una testimonianza. Ma quei documenti raccontano anche di due registrazioni audio delle conversazioni radio avvenute quella notte tra personale della Capitaneria e altri protagonisti delle scena – mai acquisite dalla Procura di Livorno – e tratteggiano uno scenario di ricatti e connivenze nel porto toscano.

Il magistrato Luigi De Franco realizzò questi “interrogatori” nel novembre 1994, sette mesi dopo aver chiuso l’indagine con cui ritenne di aver accertato i responsabili della morte delle centoquaranta vittime della strage e quindi dopo aver inviato le sue richieste al gip per gli indagati: rinvio a giudizio di tre figure minori della vicenda – tutti assolti nel processo di primo grado celebrato a Livorno – e archiviazione dei big Achille Onorato, co-amministratore della compagnia noleggiatrice del traghetto indagato erroneamente come armatore, Renato Superina, comandante della petroliera Agip Abruzzo speronata dal Moby Prince, e il vicecomandante della Capitaneria di Porto di Livorno Angelo Cedro poi finito a processo per decisione del gip e assolto.

De Franco decise questo supplemento di indagine del novembre 1994 per via di un articolo del 16 ottobre 1994 uscito sull’Unione Sarda, firmato da Alberto Testa, dove si sostiene l’esistenza di una registrazione in cui il vero armatore del Moby Prince, Vincenzo Onorato, sposa la tesi dell’esplosione a bordo del traghetto chiamando in causa come mandante la concorrente Corsica Ferries. Stando ai documenti presenti nel “fascicolo fantasma” il pm ascoltò e verbalizzò le testimonianze di tre protagonisti di quella conversazione registrata: Onorato stesso, Renato Roffi – citato come “amico dell’armatore” e all’epoca della strage responsabile dell’ufficio di sicurezza della navigazione della Capitaneria di Livorno – e Franco Lazzarini, presidente del Comitato Familiari delle vittime Moby Prince (una delle associazioni nate all’epoca) poi sparito dalla vicenda prima dell’apertura del processo.

Gli incontri tra Onorato, Roffi, Lazzarini ed altre persone citate avvennero due anni prima, nel febbraio 1992. In uno di questi Lazzarini registrò la conversazione consegnata al magistrato nella quale l’armatore del Moby Prince dichiara una serie di incidenti sospetti, da lui attribuiti alla concorrenza, avvenuti prima della strage di Livorno. Stando alla deposizione di Lazzarini, Onorato confessò anche in un secondo colloquio – non registrato per un problema tecnico – la presenza di un “contrasto interno” nella compagnia noleggiatrice del traghetto tra l’armatore reale, interessato ad approfondire la tesi dell’esplosione a bordo, e suo padre Achille – indagato erroneamente come armatore del Moby – supportato in questa linea dall’avvocato Eduardo Morace. Davanti al pm il 4 novembre 1994 Vincenzo Onorato dice tra l’altro che “ogni nave è coperta da polizza assicurativa ad ampio spettro e ciò copre anche i rischi dolosi”. Ma non è vero: la commissione d’inchiesta parlamentare ha accertato che la polizza assicurativa “rischi guerra” con cui era ufficialmente protetto il traghetto era del tutto anomala.

Il “fascicolo fantasma”, con queste diverse informazioni di reato, fu trasmesso al gip Roberto Urgese in due tranche il 25 e 28 novembre 1994, con alcuni omissis – ovvero parti secretate – perché, scrive il pm De Franco “relative ad altra vicenda in relazione alla quale appare opportuno predisporre separato fascicolo e che devono essere omesse per evitarne la diffusione pubblica”. Urgese non chiese supplementi di indagini e meno di un mese dopo archiviò le posizioni di Achille Onorato e Renato Superina, rinviando a giudizio per omicidio colposo il militare di leva che si trovava nella sala operativa della Capitaneria Gianluca Spartano reo di non aver sentito il mayday del Moby Prince, il vicecomandante della Capitaneria Cedro, l’ufficiale di guardia Lorenzo Checcacci e infine il terzo ufficiale della petroliera Agip Valentino Rolla per il mancato azionamento dei segnali antinebbia. Tutti e quattro furono assolti in primo grado a fine 1997 perché “il fatto non sussiste”; solo Rolla fu prescritto nel processo d’appello di Firenze. Nel mentre la Procura di Livorno non avviò alcuna inchiesta parallela per i gravi reati raccontati nel “fascicolo fantasma”. Nessun esponente delle associazioni familiari delle vittime ha mai potuto leggere integralmente i verbali e le trascrizioni di questo fascicolo, senza gli omissis operati dal pm Luigi De Franco.

Il fascicolo fantasma fu infatti acquisito, così com’è stato ritrovato oggi, dall’avvocato di parte civile Paolo Bassano in un momento imprecisato della vicenda e presumibilmente tali documenti furono raccolti in copia anche dal legale che accompagnò Lazzarini a consegnare i nastri audio, Marco Giunti. Tuttavia questo materiale è assente sia nella documentazione prodotta dall’avvocato Carlo Palermo quando presentò un esposto che dette il via all’inchiesta bis della Procura di Livorno tra il 2006 e il 2010, sia dagli atti messi a disposizione delle parti civili dal gip Rinaldo Merani prima che archiviasse quella seconda inchiesta, così come chiesto dalla Procura, sia dagli atti acquisiti in tribunale dalla commissione del Senato che ha concluso i suoi lavori nel 2018 e ha ha ribaltato la ricostruzione della strage offerta finora dalla magistratura italiana.

Loris Rispoli, presidente dell’associazione 140 e custode del “fascicolo fantasma” seppellito nel grande archivio dell’associazione, dice a ilfatto.it di essere stato “a conoscenza delle registrazioni di Lazzarini a Onorato e altri, ne avevo letto le parti non omesse anche perché più volte si dà cenno alla mia persona e alla nostra associazione”. “Ero convinto – aggiunge – che quelle trascrizioni fossero negli atti a disposizione della Procura, mai avrei pensato di tenere a casa questo piccolo tesoro. Di certo sono curioso di poter leggere quelle parti che il p, De Franco ha coperto con omissis e spero la Procura legga quelle pagine. Potrebbero aiutarla a mettere la parola fine a questa vicenda, aprendo finalmente un processo per strage”.

“Con la magistratura noi abbiamo vissuto un muro di gomma peggio di quello di Ustica – sottolinea Angelo Chessa, presidente onorario di un’altra associazione dei familiari, la 10 aprile – Oggi a Livorno c’è un procuratore nuovo, una magistrata nuova su questa inchiesta: spero possano trovare questo fascicolo e ripartire anche da qui per aprire una vera inchiesta penale per strage. C’è già tutto, in atti. Basta la volontà di dare finalmente giustizia ai nostri cari. La chiediamo e attendiamo da trent’anni”.

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Moby Prince sarebbe la peggior ‘strage’ della storia repubblicana. Ma nessuno ne parla

La Repubblica Italiana basa la sua giustizia su leggi. E per la legge italiana devi stare nei patrii centri di rieducazione a tempo indeterminato, dette “case di reclusione”, se, ad esempio, commetti una strage. Spiegare alle persone viventi e/o transitanti in Italia cosa sia una strage è quindi importante. Perché se la fanno o la comandano, dovrebbero finire in un centro di rieducazione a tempo indeterminato. Questo almeno su carta.

La Repubblica Italiana ha descritto cosa sia una “strage” nel suo Codice Penale, articolo 422. Benché spesso le leggi siano scritte in leguleio, il cavilloso linguaggio giuridico, l’articolo 422 lo capisce pure un bambino: “Strage. Chiunque, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità è punito, se dal fatto deriva la morte di più persone, con l’ergastolo”.

Cosa significa “porre in pericolo la pubblica incolumità”? Mettere a rischio la nostra sicurezza come cittadini e cittadine. Tipo: siamo in una stazione dei treni a Bologna o, ad esempio, pigliamo un traghetto a Livorno diretto ad Olbia, o giochiamo a carte in casa di un’amica a Viareggio, e qualcuno mette in pericolo la nostra vita. E, aspetto importante, diventa strage se da quell’atto compiuto da quel qualcuno per uccidere, muoiono anche solo due persone.

Più volte negli ultimi anni ci si è riferiti ad alcuni disastri col termine strage. Esistono addirittura atti istituzionali dove si parla di “strage di Viareggio”, benché mai il reato di strage sia entrato in quel processo penale perché mai nessuno si è sognato di dire che Moretti o chicchessia voleva uccidere quelle 32 persone.

Discorso diverso è invece per la strage di Livorno conosciuta col nome del traghetto in cui fu consumata: il Moby Prince. Negli ultimi due anni ci si è riferiti a questo evento come ad una “strage” e secondo diversi articoli di stampa – inclusi quelli firmati dal sottoscritto – la Procura di Livorno sta conducendo sotto traccia un’indagine per questo particolare delitto. Ora, se una Procura lavora su una “strage”, si intende infatti strage-strage, cioè articolo 422 del Codice Penale, e dovrebbe aprire un’inchiesta per questo, iscrivere qualcuno nel registro degli indagati o aprirla contro ignoti. Invece per ora la Procura di Livorno ha solo un fascicolo aperto per “atti relativi” ovvero – perdonino la semplificazione – “mettiamo dentro un po’ di informazioni nuove su questa storia di cui ci siamo occupati in passato”. Pesante no?

Oggi la Procura di Livorno starebbe ipotizzando che qualcuno, a seguito della collisione tra il traghetto Moby Prince e la petroliera statale Agip Abruzzo, abbia compiuto atti “al fine di uccidere” tali da aver posto in pericolo la pubblica incolumità nel Porto di Livorno – definizione inclusiva dello specchio di mare a lui prossimo – in un momento imprecisato tra l’uscita dal porto del traghetto alle ore 22.14 del 10 aprile 1991 e almeno la mattina successiva, quando dei medici legali accertarono la morte delle prime due vittime delle 140 totali verificate in quella scena del crimine. Parliamo di circa dieci ore.

Una di quelle vittime, Francesco Esposito, fu trovata in mare annegata nella nafta. L’altra, Antonio Rodi, era viva alle 7.20 del mattino, e morì in favore di fotocamera e telecamera, arso vivo sul ponte del traghetto tra le 7.30 e le 9 del mattino, mentre nessuno, né i Carabinieri sorvolanti in elicottero, né la Capitaneria di Porto preposta al salvataggio, né qualsiasi altro soggetto intorno sentì il bisogno o ebbe anche solo il coraggio di salire a bordo e sentire il polso di quell’uomo. L’unico non carbonizzato ma integro, in quel ponte.

Siccome a Livorno si ipotizza trent’anni fa ci sia stata una strage, sarebbe, numeri alla mano, la più grande della storia repubblicana. Sono fatti. Non fantasie. Fatti storici. La più grande strage della storia repubblicana, ad oggi non accertata, sarebbe avvenuta a Livorno, nello specchio di mare davanti alla città toscana definita “rada di Livorno”, e avrebbe fatto 140 morti. Eppure nell’epoca della distrazione di massa messa a sistema, la strage di Livorno sta passando in cavalleria rispetto ad altre inchieste.

Stando ad alcuni articoli pubblicati su Il Tirreno, pare che la Procura di Livorno sia ancora in un limbo di indeterminazione nonostante le rivelazioni di due pentiti di ‘ndrangheta, Francesco Fonti e Filippo Barreca, decine di migliaia di pagine di documentazione in atti studiate da tempo dall’équipe guidata da Gabriele Bardazza, consulente tecnico dei figli del comandante del Moby Prince, e persino oggetto di un progetto normato da una legge regionale toscana chiamata “Armadio della Memoria”.

A quando la strage di Livorno meriterà la sua prima inchiesta penale con pool di magistrati, indagati, perizie, un vero procedimento? Per ora, di fatto, in termini legali l’inchiesta non c’è. E’ solo una “fantasia” giornalistica. Per la magistratura, ad oggi, i 140 sono morti a mezz’ora dalla collisione per il destino cinico e baro.

E mentre la politica si è mossa con più richieste di una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare, a soli 78 giorni dal trentennale della più grande strage della storia repubblicana, ad oggi impunita e misconosciuta dalla magistratura, il sistema mediatico nazionale italiano resta silente. Nessuno parla di Moby Prince. Unica mosca bianca Report (Rai3). Ha annunciato via Facebook il 3 dicembre scorso una inchiesta sul caso a firma Adele Grossi chiamata “Soccorso di Stato” e legata alle concessioni marittime. Doveva andare in onda a dicembre ma pare sarà rimandata alla prossima stagione, stando a quanto annunciato da Sigfrido Ranucci sulle inchieste previste in onda per l’ultima puntata della stagione, lunedì 25 gennaio.

Bene ma non benissimo, direbbe qualcuno. Io ho comunque fiducia. Secondo me a 78 giorni Rai può battere un colpo.

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Moby Prince, identificate altre navi fantasma. Una è una chiatta: “Era in mare quella notte, potrebbe essersi scontrata col traghetto”

Due chiatte nel teatro degli eventi dove si consumò la strage del Moby Prince, il disastro navale che nel mare davanti a Livorno provocò 140 morti, i passeggeri e i membri dell’equipaggio del traghetto diretto ad Olbia la sera del 10 aprile 1991. E’ la ricostruzione che emerge da un’analisi del gruppo di ricerca “#iosono141” coordinato da Gabriele Bardazza, consulente tecnico di alcuni familiari delle vittime, sui registri dell’Avvisatore Marittimo, luogo di osservazione su ingressi e uscite dal porto. Secondo questa ricostruzione si tratta di due chiatte annotate dall’Avvisatore il giorno della tragedia: “In uscita alle 10.15 piene” con destinazione “Cape Flattery”, una nave sotto il comando militare statunitense (era appena finita la guerra del Golfo e a 20 chilometri c’è la base Nato di Camp Darby). Secondo gli stessi registri non c’è traccia del rientro in porto delle due imbarcazioni dopo l’incidente. Il loro traffico diurno di armamenti (autorizzato e regolare) fu raccontato in due occasioni ai magistrati che hanno indagato sull’incidente da un testimone oculare, l’allora tenente della Guardia di Finanza Cesare Gentile, impegnato quella notte anche nei soccorsi in mare. Ilfattoquotidiano.it ha provato a interpellare l’armatore delle due imbarcazioni, Neri Group, senza al momento ricevere riscontro. Qualora le due imbarcazioni fossero davvero rimaste in rada la notte del 10 aprile 1991 tale permanenza di servizio sarebbe stata illegale, stando alle normative al regolamento vigente all’epoca, poiché di notte nella rada del porto non era autorizzata alcuna attività di trasbordo merci.

La presenza di una chiatta nello scenario dell’incidente è stata citata da testimoni, più volte. Ma è stato un punto trascurato finora dalle inchieste giudiziarie, la prima dopo il disastro e la seconda archiviata nel 2010.

Questa scoperta del Gruppo ricerca “#iosono141” completa una porzione delle ricostruzioni raccontate da ilfattoquotidiano.it in merito al ruolo da accertare di una imbarcazione “fantasma” dalla quale, pochi minuti dopo la collisione, qualcuno sollecita con preoccupazione il comandante della nave Gallant 2 (un’altra militarizzata Usa) del fatto che dall’Agip Abruzzo stiano dando “la posizione della nave” (in inglese “bearing vessel position”). La nave fantasma si definisce infatti sul canale radio “America Cargo Vessel” e potrebbe essere proprio una di quelle chiatte (definite anche pontoni quando sono dotate di gru) usate come cargo dagli statunitensi per trasferire armamenti ad altre imbarcazioni. La definizione “vessel” è compatibile con le chiatte o i pontoni. E chi parla dalla “America Cargo Vessel”, pur dialogando in inglese col comandante della Gallant 2, compie un errore “italianizzante” sul verbo receive, trasformato in “riciev“. Molto simile all’italiano “ricevere“. Per contro mentre la Gallant 2 – carica di esplosivi – lascia la scena il suo capitano Mikail Theodossiou dice alla nave “fantasma” di avere cura (“take care ok?“) del fatto che l’Agip Abruzzo sta segnalando la propria posizione ai soccorritori.

Da tempo ci si interroga su una collisione, o una turbativa della navigazione, del Moby Prince precedente a quella con la petroliera Agip Abruzzo che causò l’enorme incendio a bordo del traghetto. E’ la spiegazione data alla dinamica dell’incidente anche dalla commissione d’inchiesta del Senato che però non è stata in grado di mettere meglio a fuoco questa “turbativa”.

L’ipotesi è che una prima collisione sarebbe avvenuta con un natante basso dotato di una gru capace di produrre i due segni sul Moby Prince, le cui cause sono rimaste sempre finora senza spiegazione. Sia la “strisciata” sotto il bottazzo di sinistra del Moby, sia la evidente deformazione delle gruette del ponte imbarcazioni di sinistra potrebbero essere compatibili con una pre-collisione avvenuta tra il traghetto della compagnia Navarma (oggi Moby, sempre di proprietà di Vincenzo Onorato), e un “America Cargo Vessel”, un pontone più o meno prossimo alla petroliera Agip Abruzzo, intento ad attività tutte da capire, ma comunque irregolari perché effettuate di notte e senza la scorta della Guardia di Finanza.

Ma c’è un’altra scoperta dell’équipe coordinata da Bardazza che aggiunge un tassello sulla scena del disastro. Riguarda una seconda nave, anch’essa rimasta non identificata finora nell’ascolto del canale radio 16, usato per le emergenze di quella notte. Di questa nave si sa che lascia la rada di Livorno alle 18 del 10 aprile, cioè poco più di 4 ore prima della collisione tra il Moby Prince e la Agip Abruzzo. Oggi quella nave ha un nome. E’ un’altra petroliera, è la Silver Energy: il suo call sign cioè l’indicativo di chiamata usato nelle comunicazioni radio commerciali è 9HAS3. La petroliera chiede di effettuare una telefonata tramite ponte radio proprio nei minuti più concitati del post collisione tra Moby Prince e Agip Abruzzo. E nel definirsi si qualifica solo col proprio call sign, finora trascritto “9HASX“. Con la corretta identificazione dell’ultima lettera (3 al posto di x) si può ricostruire la presenza effettiva in porto fino alle ore 18 di questa petroliera ormeggiata alla Darsena Petroli, ufficialmente partita e non tornata da quell’ora del 10 aprile 1991. Come è possibile che a 4 ore dalla partenza la Silver Energy sia ancora in rada o in zona per quella chiamata a Livorno Radio è l’ennesimo punto interrogativo di una vicenda comunque sempre più chiara nei suoi elementi di scenario. “La nostra ricerca – commenta Bardazza – è già stata di aiuto per gli accertamenti della commissione d’inchiesta le cui risultanze hanno confermato diversi aspetti tecnici sui quali per anni non era stata fatta chiarezza. Abbiamo continuato a lavorare dalla fine di quel percorso parlamentare e ci auguriamo che quanto prima anche la Procura di Livorno possa trovare utili riscontri alle proprie indagini”.

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Moby Prince, seconda commissione d’inchiesta più vicina: anche il M5s deposita un ddl: “Troppi interrogativi irrisolti”

Una nuova commissione d’inchiesta sulla strage di Livorno del Moby Prince, che il 10 aprile 1991 causò la morte di 140 persone, potrebbe nascere nei prossimi mesi. A dare l’accelerazione è un nuovo disegno di legge a prima firma Gianluca Ferrara, vicecapogruppo del Movimento 5 Stelle in Senato e sottoscritto dal presidente della commissione Antimafia Nicola Morra. A questo punto sono 3 i disegni di legge per l’istituzione di una seconda commissione dopo quella che ha lavorato dal 2015 al 2018 dopo quelli depositati da Andrea Romano (Pd) e da Mario Michele Giarrusso (ex M5s e ora nel gruppo Misto). La strage di Livorno, per i suoi numeri tragici, è la più grave della storia repubblicana. Da un paio d’anni la Procura di Livorno sta indagando con una terza inchiesta dopo quella successiva al disastro navale e una seconda finita con un’archiviazione nel 2010. Negli ultimi mesi al lavoro dei magistrati livornesi si è aggiunta anche la Direzione distrettuale antimafia di Firenze.

“La presentazione della nostra proposta è un segnale politico inequivocabile – dice a Ilfattoquotidiano.it il senatore Ferrara -. Dobbiamo e vogliamo mettere la parola fine su uno dei capitoli più bui della nostra storia contemporanea e ringrazio le associazioni familiari delle vittime e il gruppo M5S di Livorno per averci sollecitato ad una nuova commissione d’inchiesta”. Il senatore sottolinea che “i processi che seguirono l’evento arrivarono all’assoluzione di tutti gli imputati lasciando anche questa strage senza colpevoli. Seguo con fiducia le nuove indagini e sono certo la nostra iniziativa sia di supporto a queste. Dopo la Commissione d’inchiesta della scorsa legislatura erano rimasti infatti troppi punti interrogativi e spetta a noi il compito di accertare la verità storica su quanto accaduto la notte tra il 10 e l’11 aprile 1991 davanti al Porto di Livorno. Una verità che può prescindere dalla componente giudiziaria accertabile a 30 anni di distanza in un’aula di tribunale”.

Il quadro politico rende quindi probabile l’avvio di un accordo politico trainato dal M5s (già motore dell’istituzione della prima commissione) e sorretto dal Pd, partner di governo, oltre ad alcune figure del Misto. Secondo fonti de ilfattoquotidiano.it è possibile una sintesi tra i capogruppo già nelle prossime settimane, cui seguirà l’eventuale armonizzazione del testo prodotto dal M5s, forza politica più numerosa in entrambi i rami del parlamento, con quelli proposti dagli altri gruppi.

Tre i focus principali della nuova inchiesta: le ragioni del mancato coordinamento del soccorso a equipaggio e passeggeri del Moby Prince operato dalla Capitaneria di porto e, sopra di questa, la Marina Militare; i motivi della condotta omissiva di parte della magistratura inquirente e giudicante sull’evento in relazione all’influenza supposta su essa esercitata dall’accordo raggiunto il 18 giugno 1991 tra Navarma (armatore del Moby), Snam, Agip (armatore e proprietario del carico della petroliera) e i loro assicuratori, accordo arrivato tuttavia a protocollo in Procura di Livorno solo nel 2018; e infine le correlazioni tra l’incidente e i possibili traffici illegali di armi, scorie e rifiuti tossici di cui parlò – in relazione al disastro – un documento di una dozzina d’anni dopo dell’allora servizio segreto militare italiano (il Sismi).

Le proposte di Commissione d’inchiesta avanzate da Romano, Ferrara e Giarrusso sono la prima reazione politica all’appello lanciato il 5 dicembre alle massime cariche dello Stato dai presidenti delle associazioni familiari delle vittime 140 e 10 aprile, Loris Rispoli e Luchino Chessa. Appello nato dopo la sentenza del tribunale civile di Firenze con cui le risultanze della commissione d’inchiesta 2015-2018 sono state ricondotte a mero “atto politico” privo di qualsiasi “valore giuridico”.

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Moby Prince, la missione di familiari e partiti: “L’opinione pubblica deve avere una verità. Ora serve una seconda commissione d’inchiesta”

“Estrema amarezza, un fatto gravissimo”. Con queste parole Luchino Chessa, figlio del comandante del Moby Prince, Ugo, e presidente dell’associazione dei familiari delle vittime “10 aprile,” commenta la decisione dello scorso 2 novembre del tribunale civile di Firenze che ha negato il risarcimento dello Stato ai familiari dei 140 che la notte del 10 aprile 1991 persero la vita a bordo del traghetto, in seguito alla collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno. Prescrizione, questo si legge nel provvedimento del giudice che non ha tenuto conto di quanto emerso dalla commissione d’inchiesta parlamentare del Senato, che per due anni ha lavorato per fare luce sulla strage del Moby Prince. Per il giudice della corte fiorentina infatti le conclusioni dell’organo parlamentare sono da ritenersi “un atto politico che non supera quanto è stato già accertato a livello penale”.

Secondo Chessa però “le risultanze della commissione parlamentare d’inchiesta sono state veramente importanti per quanto riguarda la storia del Moby Prince, perché ribaltano completamente le verità processuali“. E continua: “Questo significa vanificare tutte le commissioni parlamentari d’inchiesta. Pensiamo alla commissione Moro, alla commissione Alpi, Ustica. Ce ne sono tante, allora non ha più senso nulla. È davvero molto grave quello che è stato detto e scritto”. Gli fa eco Loris Rispoli, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime “140” e fratello di Liana Rispoli, morta a bordo del traghetto: “Tutte le cose che abbiamo detto e che non sono uscite dal tribunale di Livorno sono state verificate dalla commissione d’inchiesta. Che ci siano responsabilità lo dimostra anche un altro atto trovato dalla commissione e non dalla magistratura del primo processo – sottolinea Rispoli – un documento assicurativo firmato due mesi dopo la tragedia, in cui Navarma e Snam si lavavano le mani l’una con l’altra. Una tragedia come questa, una strage, non può andare in prescrizione perché oggi sappiamo grazie al lavoro della commissione che ci sono delle responsabilità”.

L’appello dei familiari per non far calare il silenzio su quella che resta la più grave strage della marineria italiana in tempo di pace è stato recepito dal Comune di Livorno all’unanimità grazie all’iniziativa di Aurora Trotta, consigliera di Potere al Popolo, la più giovane tra gli eletti: “La trasversalità che si è dimostrata tramite questa comunicazione è stata chiara e questo è stato un segnale importante e deciso che ha anche mobilitato alcuni rappresentanti del Parlamento” spiega Trotta che propone anche la creazione di una commissione specifica consiliare a Livorno “che potrebbe essere un piccolo contributo dal basso a quella già chiesta”.

I deputati del Partito Democratico, Andrea Romano e Andrea Frailis, hanno infatti presentato una proposta di legge per l’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta, questa volta bicamerale: “Non può passare l’idea che nessuno sia colpevole e soprattutto che i familiari delle vittime non possano avere alcuna forma di risarcimento, né che l’opinione pubblica non possa avere alcuna forma di verità”. E per quanto riguarda la sentenza del tribunale di Firenze afferma: “Io trovo molto discutibile l’affermazione secondo cui le conclusioni della prima commissione parlamentare d’inchiesta sono di carattere politico. Il Parlamento, lo sappiamo, con le commissioni d’inchiesta assume poteri analoghi a quelli della magistratura in molti casi e in ogni caso il Parlamento italiano rappresenta la nazione italiana. È necessario avere maggiore rispetto da parte di chiunque, magistratura compresa, nei confronti di tutto il lavoro della commissione”.

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Moby Prince, protezione al pentito e ai pm che indagano: interrogazione al ministro Bonafede

A tre anni dall’ultimo atto parlamentare sulla strage del Moby Prince il tema torna nell’agenda politica nazionale con un’interrogazione rivolta al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. A firmarla la deputata del Misto Gloria Vizzini. L’atto cita il contributo sul caso fornito alla magistratura dal pentito ‘ndranghetista Filippo Barreca, una serie di testimonianze terminate nel giugno 2020. Barreca risulta senza la protezione data ai collaboratori di giustizia dal 2015, benché la relazione della Direzione Nazionale Antimafia del 2016 lo indichi come “nuovo collaboratore di giustizia” con la dicitura “Inizio collaborazione (data rich. Piano Provvisorio) 30/1/2015 (Nuova Proposta)”.

Filippo Barreca è il primo pentito di mafia a fornire testimonianze sul Moby Prince a quasi trent’anni dai fatti. e Vizzini interroga il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per conoscere se nelle sue intenzioni stia il ripristinare la protezione al pentito e, vista la portata dell’indagine penale in corso, ad abbinare un regime di protezione anche per i magistrati al momento al lavoro per trovare mandanti ed esecutori della strage, la più grande della storia repubblicana ad oggi impunita.

Dal ministero fanno sapere a ilfattoquotidiano.it di doversi astenere da commento al momento, per correttezza istituzionale. Ma fonti de ilfattoquotidiano.it assicurano un interessamento del Ministro sul caso, già avviato dopo la sentenza del tribunale di Firenze, che ha negato ai familiari delle vittime il diritto di chiedere il risarcimento del danno allo Stato per il mancato soccorso pubblico accertato dalla Commissione d’inchiesta parlamentare.

L’indagine penale scattata a Livorno dopo il lavoro della commissione e coordinata dal procuratore Ettore Squillace Greco e dalla sostituta procuratrice Sabrina Carmazzi – secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it è centrata sulle anomalie del quadro assicurativo legato alla vicenda e sui riscontri del documento declassificato del Sismi secondo il quale il disastro navale del 1991 potrebbe essere collegato ad una “rete di traffici illegali di scorie, rifiuti tossici e armi” caratterizzante la rada di Livorno a seguito dell’anomalo stazionamento nella rada di Livorno di navi militarizzate americane dalla Guerra del Golfo e altre navi ad oggi non identificate. In parallelo la Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze avrebbe posto la sua attenzione su alcuni indizi della presenza di associazioni di tipo mafioso nella cornice dove si consumò l’evento, con ruoli e responsabilità ancora da accertare.

“Vogliamo sapere e conoscere ciò che un pentito possa aver raccontato su questa strage – sottolinea a ilfattoquotidiano.it Loris Rispoli, storico portavoce dei familiari delle vittime -. In un momento come questo è più che mai necessario avere certezze e testimonianze attendibili che possano aiutare la magistratura a indagare e punire chi si è reso responsabile di questa strage”.

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Moby Prince, il Pd: “Serve nuova commissione d’inchiesta, completare ricerca della verità”. I parenti delle vittime annunciano mobilitazione

A pochi giorni dalla pubblicazione della sentenza con cui il tribunale di Firenze ha negato ai familiari delle 140 vittime della strage del Moby Prince l’immediato risarcimento dello Stato per il mancato soccorso dei loro cari arrivano le prese di posizione politiche sul caso e Andrea Frailis e Andrea Romano, deputati del Partito Democratico, annunciano il prossimo deposito di un testo di legge per istituire una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare. “La tragedia del Moby Prince, che provocò 140 morti la sera del 10 aprile 1991, non ha finito di svelare i suoi misteri – scrivono Frailis e Romano -. La commissione parlamentare d’inchiesta della passata legislatura ha svolto un lavoro importantissimo nell’escludere alcuni elementi che negli anni immediatamente successivi alla tragedia hanno ostacolato le indagini, come ad esempio la presenza della nebbia nella rada di Livorno la sera della tragedia. Quel lavoro va però proseguito e approfondito – concludono i deputati Pd – ecco perché ci facciamo promotori di una proposta di legge che istituisca una nuova commissione parlamentare d’inchiesta, capace di squarciare il velo che ancora avvolge molti aspetti della vicenda e chieda la non più rinviabile riapertura dell’inchiesta della magistratura. Ma abbia anche riguardo delle legittime aspettative dei familiari delle vittime. Su questa proposta di legge auspichiamo ci possa essere il più ampio consenso di tutte le forze politiche”.

Frailis e Romano sembrano aver raccolto l’appello della senatrice Sara Paglini, prima depositaria del ddl istitutivo della commissione nella precedente legislatura, non rieletta in Parlamento nel 2018. “Avevamo chiesto a gran voce che ci fosse anche in questa legislatura la volontà di riaprire una Commissione d’inchiesta ma con rammarico nessuno ha voluto farsi carico di questi 140 morti” ha scritto Paglini il 18 novembre scorso, cui si era unito il collega di commissione Luciano Uras (ex parlamentare della sinistra) “a fianco dei familiari lo Stato non si è visto“. Tra i parlamentari in carica del Movimento 5 Stelle tutto tace mentre si registra al momento solo la dichiarazione pubblica del senatore Gregorio De Falco, gruppo misto, il quale, disaminata tecnicamente la sentenza ha commentato a sostegno della solidità della relazione finale della Commissione d’inchiesta “nemmeno un tribunale può contraddire o sminuire il tenore letterale e la portata storica delle sue conclusioni che hanno fatto luce doverosamente su molti aspetti di rilievo di quella terribile tragedia, che ora ha ottenuto almeno elementi di verità, anche se è ancora priva di una parola di Giustizia, fosse pure soltanto di Giustizia civile”. Nei giorni scorsi proprio dopo la sentenza del giudice di Firenze i familiari delle vittime del Moby avevano scritto alle più alte cariche dello Stato: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i presidenti delle Camere Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Luca Salvetti, sindaco di Livorno, aggiunge che “non si può prescrivere il dolore e non si può prescrivere il percorso di ricerca della verità e della giustizia. Questo per me vale sempre e vale ancora di più quando parliamo della più grande tragedia che abbia colpito la città di Livorno”. Una linea condivisa dal sindaco di Cagliari Paolo Truzzu: “A distanza di trent’anni, e dopo fatti inconfutabili stabiliti anche nelle aule parlamentari, è evidente che giustizia non è stata fatta” dice.

Il consiglio comunale di Livorno, su iniziativa dell’eletta più giovane Aurora Trotta di Potere al Popolo, ha manifestato ieri la volontà di elaborare in sinergia tra tutti i gruppi consiliari un atto di indirizzo rivolto al sindaco su un sostegno tangibile alla battaglia dei familiari delle vittime del disastro del 1991. Il Pd, tra gli altri, ha avanzato anche a livello locale il sostegno ad una nuova commissione d’inchiesta parlamentare. I familiari delle vittime – riuniti in un coordinamento unitario per la prima volta in 30 anni – hanno voluto ringraziare pubblicamente per l’iniziativa politica “Vogliamo ringraziare la consigliera Aurora Trotta per la sua comunicazione in consiglio comunale relativa al nostro appello alle massime cariche istituzionali, perché aiutino l’arrivo di una verità integrale e di una giustizia definitiva attesa da noi da quasi 30 anni – hanno scritto Loris Rispoli, presidente dell’Associazione 140, Luchino Chessa, presidente della Associazione 10 aprile e Marina Caffarata coordinatrice di #iosono141 – Troviamo di buon auspicio il fatto che la consigliera sia la più giovane del consiglio comunale. Ci dà molta speranza sul futuro”.

Gli stessi Rispoli e Chessa hanno annunciato l’avvio di una mobilitazione permanente con la creazione di un coordinamento univoco delle associazioni dei familiari e dell’insieme di persone negli anni unitesi alla loro battaglia per verità e giustizia sulla strage di Livorno, il più grave incidente la più grande della storia repubblica. Nome del coordinamento: #iosono141. Alla guida in assistenza alle Associazioni 140 e 10 aprile: Marina Caffarata, moglie della vittima Lido Giampredoni, e Francesco Sanna, creatore della campagna #iosono141 e co-autore insieme a Gabriele Bardazza de Il caso Moby Prince. La strage Impunita (Chiarelettere, 2019). “#iosono141 ha riunito migliaia di persone in questa battaglia civile e oggi devono moltiplicarsi per permetterci di percorrere l’ultimo miglio finale – sottolineano Caffarata e Sanna – Il traguardo è sempre lo stesso: tutta la verità sulla strage di Livorno, tutti i responsabili sottoposti ad un giusto processo e tutte le familiari e tutti i familiari abbiano i giusti ristori economici. A breve presenteremo il piano operativo della mobilitazione ai rappresentanti delle associazioni familiari delle vittime e saranno loro a dare annuncio della serie importante di iniziative previste da qui al trentennale della strage il 10 aprile 2021″. “Abbiamo voluto organizzarci in maniera diversa perché vogliamo essere più incisivi sulla politica sulla magistratura e sulla società” spiega Loris Rispoli, presidente dell’Associazione 140. “Il coordinamento unico delle associazioni dei familiari delle vittime è un passo epocale e non potrà che portare a importanti risultati – assicura Luchino Chessa, presidente dell’associazione 10 aprile – Uniti si vince sempre“.

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