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Col Covid la scuola si è svecchiata, ma ora rischia di sprecare tutto

“Saremo migliori”. “La pandemia è l’occasione per ripartire”. “Non saremo più gli stessi”. “Impareremo qualcosa”. “Il lavoro cambierà”. “Non sprecheremo questa crisi”. Potrei continuare con la lista degli impegni e degli annunci fatti ai tempi del lockdown da un’innumerevole schiera di persone: psicologi, giornalisti, intellettuali, insegnanti, presidi, rettori, politici e chi più ne ha più ne metta.

Temo che non sarà così. Il mondo della scuola, finita la pandemia, rischia di tornare al passato in fretta e furia facendo ben poco tesoro dell’esperienza del lavoro online.

Premessa: non credo che la lezione in presenza sia uguale a quella a distanza, anche se sono persuaso che un bravo maestro sappia farla bene sia in classe che online. Detto questo il sistema d’istruzione italiano, grazie al Covid, si è finalmente innovato. Dopo oltre 50 anni gli insegnanti hanno capito che le riunioni si possono fare a distanza con risultati più che positivi: meno chiacchiere, più efficienza, più ordine; maggior possibilità di essere multitasking; miglioramento dei tempi di conciliazione lavoro-famiglia, soprattutto in un contesto come quello della scuola dove la maggior parte dei docenti sono donne.

Il rischio che intravedo ora è che i passi avanti a settembre saranno cancellati in nome della tradizione, della ritualità, del fanatismo per il vedersi a quattr’occhi tanto per stare un po’ insieme. Il pericolo è che i collegi docenti tornino ad essere quelle afose assemblee in atrii troppo stretti, in scantinati trasformati in palestra, in oratori e teatri scomodi, dove il dirigente prova a dir qualcosa mentre la maggior parte chatta al marito, all’amante, alla moglie, alla fidanzata oppure chiacchiera con la vicina o il vicino dell’ultimo traguardo universitario raggiunto dal figlio. Il tutto con tanto di microfono gracchiante, pc che non funziona; figli da lasciare alla suocera; mariti impazienti a casa che spadellano; chilometri e chilometri da fare nella nebbia per quei poveri docenti precari che non sempre vivono dove c’è la scuola.

Il rischio è che dopo un anno che i genitori, finalmente, hanno fatto a meno di abbandonare l’ufficio o chiedere un permesso lavorativo per fare i colloqui con gli insegnanti si torni al passato.
Se ora bastava un click per vedere gli insegnanti, l’anno prossimo, a quanto pare, mamme e papà dovranno di nuovo, tra mille bestemmie, correre da una parte all’altra di Milano o della provincia per cinque minuti di incontro con i maestri o i professori.

E così sarà per le pagelle, perché agli insegnanti piace darle a mano, aver il gusto di consegnarla come faceva l’anziana maestra negli anni Settanta quando loro erano bambine. Persino l’Università rischia di fare passi indietro. In quest’anno gli studenti hanno risparmiato gli affitti degli appartamenti; chilometri di pendolarismo riuscendo a fare gli esami e le lezioni da casa. Ora a volere un ritorno in presenza sono i rettori.

Se si andrà in questa direzione avremo sprecato una grande opportunità. La pandemia sarà stata totalmente inutile. Il Paese non avrà speranza nemmeno ora. E i cialtroni continueranno ad averla vinta.

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Piano estate, 1.941 scuole senza fondi. La preside di Tor Bella Monaca: “Noi in periferia e con alunni in difficoltà, ma costretti a chiudere”

Il Piano estate è un buco nell’acqua per molte scuole: su 5.888 istituti che hanno fatto richiesta per avere i finanziamenti del bando Pon (320 milioni di risorse europee), 1.941 scuole non hanno ricevuto nulla da questo capitolo ma si devono accontentare dei circa 18-20 mila euro distribuiti attraverso un decreto ministeriale a tutte le realtà.

Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi a fine aprile, lanciando il “Piano estate” aveva immaginato scuole aperte a giugno, a luglio, agosto e settembre. Aveva parlato di risorse dedicate alle aree più fragili del Paese. Aveva pensato a “una scuola “affettuosa” che sappia stare al fianco dei nostri bambini e ragazzi, che, partendo dai più fragili, sia punto di riferimento per tutta la comunità e le famiglie”. Annunci che non sono diventati concretezza anche per molti casi di scuole situate in aree periferiche della capitale o di alcuni capoluoghi regionali.

I fondi messi a diposizione (150 milioni provengono dal decreto sostegni; altri 320 milioni dal Pon per la scuola e 40 milioni dai finanziamenti per il contrasto delle povertà educative) non sono stati sufficienti per far partire le attività per tre mesi in molte scuole. “Il Fatto Quotidiano” in edicola il 16 giugno già aveva sottolineato il fatto che molte scuole hanno dovuto rinunciare ad aprire a luglio e agosto.

La questione diventa ancora più grave se a non poter accogliere i ragazzi sono soprattutto quelle realtà di periferia o con bisogni speciali che avevano sperato nel “Piano estate”. I criteri del Pon hanno lasciato a bocca asciutta parecchie scuole che pur non essendo collocate al Sud hanno gli stessi problemi. I 320 milioni, infatti, sono andati quasi tutti in Meridione: tutte le domande arrivate da Sicilia, Campania, Calabria, Sardegna, Puglia, Abruzzo, Basilicata e Molise sono state accolte. Al Nord solo le richieste di Friuli Venezia Giulia (71), Province autonome di Trento (23) e Bolzano (14) hanno trovato l’’ok. Nella regione Lazio su 486 richieste solo 175 istituti riceveranno i fondi Pon. In Toscana su 363 domande 148 avranno i finanziamenti. In Umbria 122 presidi si sono mesi al lavoro per il bando ma 72 sono riusciti a raggiungere l’obiettivo. Più a Nord, la Lombardia ha 540 scuole che sono rimaste al palo, il Veneto 142 e la Liguria 56.

Il caso più emblematico ma non è chiaramente l’unico è quello dell’istituto “Francesca Morvillo” a Tor Bella Monaca, una scuola in trincea dove la dirigente Valeria Sentili si fa in quattro per dare un punto di riferimento a dei ragazzi che definisce “meravigliosi” ma che sa provenire da famiglie con difficoltà: “Avevo messo la mano sul fuoco che sarei riuscita ad ottenere i finanziamenti del Pon perché ho, purtroppo, tutte le carte in regola per avere gli indicatori che corrispondono a quelli del Pon sia per quanto riguarda lo status socio economico sia i risultati delle prove Invalsi”.

Valeria Sentili aveva sognato di tenere aperta le aule non solo a giugno ma anche a luglio e agosto proprio come desiderava il ministro, ma non potrà più mettere in pratica la sua idea: “Quando ho visto la graduatoria sono rimasta scioccata. Non solo sono rimasta esclusa, ma son finita in fondo alla classifica. Non prenderò neanche un centesimo nemmeno dei 40 milioni dei finanziamenti per il contrasto delle povertà educative. Devo accontentarmi dei 29 mila euro assegnati dal Mi sulla base del numero di alunni (1300)”. Cosa è successo? La preside del “Morvillo” lo ha chiesto al ministero inviando una lettera: “Mi hanno chiamato manifestando il loro dispiacere, ma mi hanno spiegato la ratio dell’assegnazione: i soldi non sono stati dati prendendo in esame i valori assoluti delle prove Invalsi, ad esempio ma hanno verificato i gup tra il penultimo e l’ultimo anno di riferimento. Avendo avuto un miglioramento non ho avuto diritto ad un punteggio alto. I criteri del Pon sono assurdi. A questo punto avrei dovuto falsificare al ribasso i dati”.

A pagare le conseguenze della burocrazia sono gli alunni della Gentili. Con 29 mila euro la preside ha attivato il “Piano estate” per i 300 ragazzi che hanno aderito ma durerà solo fino a giugno. Faranno laboratori di arte, musica, sport, attività para-olimpiche, teatro e lingua straniera ma per tre settimane. Il rammarico della dirigente è anche per l’assegnazione dei 40 milioni: “Anche in quel caso non prenderò nulla eppure c’è qualcuno che avrà diritto ai fondi Pon e pure a quelli del contrasto per la povertà. Che senso ha lasciare una scuola senza soldi e darne troppi ad altri?”.

C’è anche chi ha persino rinunciato ai fondi Pon ma che non è comunque rientrato nella graduatoria dei 40 milioni e si accontenterà di fare qualche attività ma solo a settembre. E’ il caso di Chiara Simoncini, la preside dell’istituto “Artemisia” di Roma che conta 1.500 alunni. “Aderire ai Pon è troppo complicato. La rendicontazione è macchinosa. Dopo un anno come quello appena trascorso non potevamo imbarcarci in questa nuova impresa. Avevo fatto un progetto per il bando per il contrasto delle povertà educative: volevamo realizzare delle aule destrutturate e mobili ma dovremo rinunciare al nostro sogno”. All’ “Artemisia” metteranno in campo delle attività di robotica e coding a settembre ma ancora non si sa quanti bambini aderiranno.

Tanta l’amarezza e la delusione anche di Isabella Pinto a capo di un istituto davvero speciale, ilh, una scuola per sordi e udenti che ha tre sedi: a Roma, a Padova e a Torino. Nella capitale la preside gestisce infanzia, primaria e secondarie. In Piemonte un professionale con 180 ragazzi e in Veneto un convitto. In tutto aveva 150 alunni, tra quelli di Torino e quelli di Roma, che avrebbero voluto andare a scuola quest’estate. “Siamo rimasti con il cerino in mano. Credevo che una scuola come la mia – spiega Pinto – a avesse sicuramente diritto ai fondi Pon o a quelli del contrasto alla povertà ma nulla. Mi hanno dato solo sette mila euro in base al numero degli alunni. Cosa vuole che faccia con una cifra così?”. Pinto e i suoi docenti avevano già programmato dei corsi di vela e altre iniziative ludiche e non solo ma si sono rassegnati a fare qualche ora di potenziamento a settembre. “Sa dove sono andati i soldi? Ai licei più “in” di Roma. E dire – racconta la preside con l’amaro in bocca – che il “Piano estate” era stato concepito proprio per colmare il divario culturale accresciuto con l’emergenza Covid”.

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Condizione economica delle famiglie, mancanza di strutture e di spazi all’aperto: un bambino su cinque in Italia non fa sport

Lo sport in Italia non è per tutti. Quasi un bambino su cinque non lo pratica. E tra le ragioni della sedentarietà, oltre alla mancanza di tempo e di interesse, c’è la povertà. Per il 30% circa dei bambini dai 6 ai 10 anni la condizione economica del nucleo familiare non permette loro di frequentare alcun corso.

Ma non solo. A limitare l’attività sportiva è la mancanza di spazi all’aperto dedicati al moto e l’assenza di scuole attrezzate: solo il 40,8% degli istituti scolastici è provvisto di palestra o piscina, con Campania, Calabria, ma anche Valle d’Aosta, Emilia-Romagna e Liguria in fondo alla classifica. Infine, una sorpresa: a farla da padrone nel mondo dello sport, perlomeno tra i più piccoli, non è più il calcio. Tra i bambini dai 3 ai 10 anni il nuoto è il più praticato: il primo tra le femmine (48,7% di chi fa sport) e il secondo tra i maschi (39,4%).

A presentare questa fotografia è il rapporto nazionale sui minori e lo sport, realizzato dall’Osservatorio promosso dalla fondazione Con i Bambini e Openpolis nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Un’indagine che fa preoccupare il presidente dell’organizzazione Marco Rossi Doria, maestro di strada ed ex vice ministro dell’Istruzione: “Fare sport ancora oggi è costoso per molte famiglie, sono molti i giovani sedentari, mentre strutture e spazi pubblici sono insufficienti in molte aree del Paese, soprattutto al Sud. Non è un caso che le due regioni in fondo alla classifica delle scuole dotate di palestra, Campania e Calabria, siano anche quelle con meno ragazzi che fanno attività fisica e con più famiglie in disagio sociale. Va incentivata l’attività fisica all’aperto, adesso”.

L’analisi elaborata fa un confronto anche tra la fase pre e post pandemia: prima del Covid i minori praticavano prevalentemente sport in spazi chiusi, meno di un giovane su quattro faceva sport in spazi all’aperto non attrezzati, contro il 41,9% dell’intera popolazione. “È ancora presto – spiegano i ricercatori – per poter disporre di numeri aggiornati sulla pratica sportiva dei più giovani dopo il Covid. Un dato già acquisito però è che le aree dove fare sport all’aperto sono divenute essenziali in quest’emergenza, anche per la pericolosità di farlo in ambienti chiusi. Tali ragioni spingono a interrogarsi sulla possibilità dei territori di rispondere a questa nuova esigenza”.

L’Italia non sembra essere, quindi, un Paese che agevola lo sport. Basta vedere la condizione degli edifici: a livello regionale, solo in due casi gli istituti scolastici dotati di strutture sportive sono più del 50%. Si tratta del Friuli-Venezia Giulia dove a fronte di circa mille scuole presenti quasi seicento sono dotate di palestre (il 57,8%) e del Piemonte dove invece le scuole con palestra sono circa 1.600 su un totale di oltre tre mila(il 51%). Al terzo posto c’è la Toscana con il 48%. Agli ultimi posti, con meno di tre edifici scolastici dotati di impianti su dieci, troviamo invece Calabria (20,5%) e Campania (26,1%).

Un ultimo dato sul quale riflettere: gli sport praticati sono cambiati nel corso degli anni. Tra le bambine con meno di dieci anni è aumentata soprattutto la categoria residuale degli altri sport (comprendente quelli nautici, altri con la palla come rugby e pallamano). Rispetto al passato, i maschi della stesa età praticano di più soprattutto le arti marziali (+3,9 punti), gli altri sport (+2,6), l’atletica leggera (+1,7) e il calcio (+1,4).

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La scuola serale contribuisce ancora oggi alla costituzione di una base culturale comune dell’Italia

Non so se il premier Mario Draghi o il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi abbiano mai visto dal vivo una scuola serale, gli adulti che la frequentano, gli insegnanti che ci lavorano, insomma il mondo che ruota intorno a questo angolo nascosto della scuola italiana. È un’esperienza che dovrebbero fare – il ministro Bianchi più che il premier, visto che è addirittura titolare della cattedra Unesco “Educazione crescita e uguaglianza” –, si accorgerebbero subito che differenza c’è fra addestramento, formazione professionale e istruzione. Forti di questa nuova consapevolezza, maturerebbero certamente una diversa visione del rapporto fra economia, politica e istruzione.

Il fondamento principale della democrazia è la conoscenza: chi vive nell’ignoranza e nella superstizione è manipolabile e controllabile, per partecipare bisogna conoscere. D’altra parte la conoscenza è un processo faticoso per l’individuo, discretamente costoso per la società e rischioso per chi comanda, non sai mai cosa farà l’essere umano quando scopre che la sottomissione in cui è vissuto non è figlia dell’ordine naturale delle cose. Che può riscattarsi, che può liberarsi. Per questo l’alfabetizzazione del popolo è sempre stata una bandiera delle sinistre e per questo ancora oggi nel terzo mondo si lotta perché le donne, tradizionalmente escluse, abbiano pieno accesso all’istruzione; l’emancipazione passa da lì.

Negli ultimi cinquant’anni, la scuola ha funzionato bene come ascensore sociale collettivo in almeno due sue articolazioni: la scuola a tempo pieno per i ragazzi dai 6 ai 14 anni, nel nord Italia anche occasione irripetibile di integrazione accelerata delle famiglie immigrate dal sud del paese, in cui si provò a costruire una nuova didattica per una nuova scuola di massa; poi le 150 ore, lavoratori che tornano a scuola per ottenere la licenza media, con il consenso e qualche volta il contributo dei datori di lavoro.

In entrambi i casi il sindacato ebbe un ruolo di assoluto primato: rappresentare i nuovi bisogni emersi dalla trasformazione del paese da agricolo a industriale con la promozione dell’individuo, il suo riscatto anche sul versante delle capacità di essere produttore di cultura perfino trovandosi in condizioni di sfruttamento e subalternità, a volte proprio in quanto tale.

Così l’istruzione degli adulti diventò parte del sistema scolastico italiano e così diede il suo contributo al superamento del gap di conoscenza e di cittadinanza che gli sconquassi sociali dell’industrializzazione accelerata avevano prodotto. In un arco di tempo relativamente breve, 30 anni circa, scomparsi gli analfabeti (oggi il 4%), i giovani arrivavano quasi tutti almeno alla licenza media, gli adulti che lo desideravano (perfino quelli completamente analfabeti) con le 150 ore anche, magari poi decidendo di continuare gli studi iscrivendosi a qualche corso serale di istituti tecnici e professionali, incentivati dalla possibilità che un titolo di studio “alto” li avrebbe favoriti in azienda.

Un innalzamento poderoso del livello di istruzione della popolazione italiana, un deciso rilancio dei corsi serali delle “scuole tecniche”, certamente per accompagnare industria e servizi nella loro evoluzione tumultuosa, ma anche per integrare, per includere, per costituire quella base culturale comune capace di formare la nazione.

Poi, verso la fine del secolo scorso, cominciarono ad iscriversi persone dai cognomi strani e dalle facce inconfondibili, avamposti di quell’ondata migratoria che compensa solo in parte il calo demografico – prima ai corsi di alfabetizzazione e per il conseguimento della licenza media presso i Cpia (Centri Provinciali per l’Insegnamento agli Adulti), poi ai corsi serali degli istituti tecnici e ai corsi professionali –, che la politica tutta ha continuato a pensare come sottrazione invece che come moltiplicazione. I figli di quelle persone cominciavano a frequentare le scuole materne ed elementari senza troppi scossoni, i Salvini riempivano ancora le ampolle con l’acqua del Po e ce l’avevano coi meridionali. Un’altra epoca.

La scuola è tornata con gli immigrati strumento potente di integrazione, proponendo come poteva agli adulti modelli e saperi certamente utili a trovare lavoro, ma soprattutto a ottenere ascolto e cittadinanza. E lo è anche oggi: i Cpia sono frequentati in prevalenza da stranieri, i cittadini italiani la licenza media ce l’hanno praticamente tutti. Nei corsi dei Cpia sono tantissimi i giovani stranieri, fra loro i minorenni con o senza famiglia, che vanno a scuola almeno 3 o 4 ore al giorno imparando non solo la lingua, ma anche e soprattutto i rudimenti del sapere necessari a operare le scelte buone per loro.

L’onda dei neo-alfabetizzati è arrivata già da tempo anche nei corsi serali delle scuole superiori con un duplice effetto: diminuisce l’età media degli iscritti di origine italiana e aumenta il numero di stranieri adulti. Il primo fenomeno è da correlare all’aumento dell’abbandono scolastico, chi non ha finito gli studi prova a frequentare il serale per riscattare il fallimento (e ci riesce quasi sempre); gli adulti italiani non hanno più molta motivazione a iscriversi perché le carriere nelle aziende si fanno in altro modo o proprio per niente. Gli stranieri più motivati approfittano dell’istruzione gratuita sconosciuta nel loro paese d’origine, vengono a scuola e imparano non come funziona la macchina su cui trascorreranno la giornata lavorativa, ma i fondamenti scientifici e tecnici delle cose che fanno e che vorrebbero fare. Cittadinanza è anche questo.

Dovrebbe tenerlo presente il ministro all’Istruzione che, oltre al resto, non sembra curare troppo la lingua con cui esprime contenuti connessi al suo ruolo. Ecco, dovrebbe cominciare di lì. Se ha bisogno di un aiuto, sappia che una mano possiamo dargliela. Naturalmente gratis.

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Torino, la nuova sperimentazione: nelle mense scolastiche un pasto vegano al mese e anche un piatto ideato da uno chef

Da settembre i 40mila bambini che mangiano nelle mense scolastiche di Torino sperimenteranno il pasto vegano, quello vegetariano e avranno persino la possibilità di godere di un piatto ideato da uno chef famoso o esperto. Sono queste le novità approvate dalla giunta della sindaca Chiara Appendino che ha elaborato le nuove linee guida della ristorazione tra i banchi. Una novità assoluta: il capoluogo piemontese diventa così la città più vegan-friendly d’Europa. Finora avevamo visto i menù differenziati per fascia di età, per stagione, per orientamenti religiosi e culturali (a Torino sono 4mila i menu personalizzati) ma nessuno aveva mai pensato a dare alimenti solo di origine vegetale a dei bambini. La sperimentazione messa in campo dall’assessora all’Istruzione, Antonietta Di Martino, apre un nuovo scenario. Una volta al mese i bambini, dal nido alle medie, mangeranno ceci o lenticchie mentre il pasto vegetariano sarà servito anche più volte.

“Quest’idea – spiega Alberto Ritucci, responsabile della ristorazione scolastica del Comune di Torino – nasce dalla richiesta crescente di un menù a contenuto vegetariano e vegano. Alcuni genitori hanno chiesto di introdurre ogni tanto legumi, per variare l’apporto proteico e abituare il gusto dei bambini a questi cibi. Inoltre anche gli studi della Società italiana di alimentazione confermano che nell’età evolutiva è raccomandato un apporto proteico il più possibile vario”. Si inizierà con un solo pasto vegano al mese ma non è escluso che per alcune fasce d’età possano aumentare i giorni.

L’altra novità nelle 350 scuole della città è quella di arricchire il menù con un “pasto speciale” preparato in collaborazione con un cuoco di riconosciuta professionalità e competenza. Nelle 180 cucine per i nidi e le scuole dell’infanzia e nei quattro centri di cottura per le scuole primarie e secondarie di primo grado, il personale seguirà una volta al mese la ricetta partorita da uno chef. “Stiamo facendo – spiega Ritucci – un sondaggio tra tutti i cuochi disponibili a elaborare un’idea di piatto appetibile, originale, che faccia i conti con il fatto che deve rispettare il nostro capitolato, contenere i costi, avere materie prime di buona qualità preparate in modo che tutti gli addetti lo possano cucinare”.

Infine, un ritorno al passato ovvero alla cuoca che cucina a due passi dalla classe. Sarà avviata una sperimentazione del pasto fresco in almeno due plessi scolastici individuati secondo i criteri di uno studio condotto nel 2017 dalla Città, in collaborazione con l’Università di Torino. Dagli esiti che ne deriveranno si potranno trarre indicazioni utili per poter organizzare ed estendere questo servizio a tutte le scuole. Il tutto senza modificare la tariffa alle famiglie.

Una vera e propria rivoluzione per la ristorazione scolastica torinese che attraverso tre società (Camst, Eutourist, Ladisa) fornisce sette milioni di pasti all’anno, con 3mila tonnellate di alimenti trasformati e serviti e per un valore economico di 40 milioni di euro. Sarà rafforzato anche il sistema di informazione e comunicazione con le famiglie, il cui strumento privilegiato sarà il portale internet della ristorazione integrato, attraverso il sistema della coprogettazione, dai rendiconti degli esiti dei controlli e dalle misure che saranno eventualmente assunte. I genitori potranno fare segnalazioni, osservazioni, proporre suggerimenti e iniziative. Qui sarà visibile il calendario interattivo del menu, accessibile da dispositivi diversi, con il dettaglio dei piatti, le sostituzioni, le informazioni sull’origine del prodotto, del tipo di agricoltura e di allevamento.

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La Link Campus University spicca per vocazione internazionale





L’UNIVERSITÀ


Dall’Italia verso il mondo

La Link Campus University è un Ateneo italiano prestigioso e con forte vocazione internazionale: fornisce la preparazione e le competenze necessarie ad affrontare le sfide del mondo del lavoro a livello globale.
Permette di specializzarsi in campi professionali all’avanguardia, insegna ad applicare le conoscenze teoriche per risolvere problemi concreti nel mondo delle imprese e delle istituzioni pubbliche.

Propone percorsi formativi moderni e competitivi per preparare gli studenti a ricoprire anche i ruoli professionali emergenti.

Un campus prestigioso
L’Università ha sede in un magnifico complesso storico immerso in una grande oasi verde al centro di Roma: il Casale San Pio V. Completato nel 1567, divenne la residenza estiva del neoeletto papa Pio V.
Seguendo il recente piano di espansione, avviato dalla nuova governance subentrata alla guida dell’Ateneo, l’Università ha aperto una sede anche a Napoli.

La didattica
Alla Link Campus l’approccio didattico è integrato e le lezioni frontali sono accompagnate da momenti interattivi come: strategic conversation, discussioni e confronti su tematiche emergenti nel dibattito pubblico; working labs, laboratori tematici; immersion mix, incontri interdisciplinari; learning global journey, preziose opportunità formative utili anche per il futuro professionale degli alunni.

I docenti
Tutti i docenti vantano un curriculum accademico e professionale di eccellenza nelle varie materie di insegnamento. Sono accademici dalla lunga esperienza in ambito nazionale e internazionale, spesso coinvolti in importanti network strategici, come Franco Frattini, Paola Giannetakis, Elisabetta Trenta, Giampiero Massolo, Mario Pescante, Francesco Paolo Tronca.

L’Ateneo ospita anche interventi di autorevoli visiting professor, provenienti da rinomate università. Per l’anno accademico 2020/2021 sono stati pianificati gli interventi di:

  • Jesse Fried, Dane Professor of Law, Harvard Law School
  • Tony M. Fine, Assistant Dean, 13 Fordham Law School
  • Christopher Jenkins, Research Fellow, Claire Hall, University of Cambridge
  • David J. Berger, partner, Wilson & Sonsini, visiting professor NYU Law School
  • Penny Hersher, Chairman of the board (Lumentum), board director (Verint, Faurecia)

Soft skills
Per gli studenti è prevista anche l’acquisizione delle soft skills, importanti competenze trasversali relative a: autonomia, fiducia in se stessi, capacità di adattamento, resistenza allo stress, organizzazione, precisione, disposizione all’apprendimento, determinazione verso gli obiettivi, abilità nel reperimento delle informazioni, intraprendenza, capacità comunicativa, attitudine al problem solving e al team work, leadership.

Esperienze all’estero
Grazie alla vocazione internazionale e ai programmi di collaborazione con altri atenei, come la St. John University di New York e la Lomonosov University di Mosca, gli studenti vivono in un ambiente multiculturale e possono partecipare a periodi di studio all’estero. L’Università propone anche una Summer School a Cambridge (UK) dedicata a Corporate Law and Financial Market.

Dopo la laurea
Il 90% degli studenti trova un’occupazione entro un anno dalla fine del ciclo di studi. L’ufficio Career Service mette in contatto studenti e aziende e offre una serie di servizi per incrementare le opportunità professionali. L’unità Start Up & Spin-Off supporta gli studenti che vogliono trasformare le proprie idee in imprese produttive.

L’accordo Link-CONI
L’Università ha sottoscritto un accordo con il Comitato Olimpico Nazionale Italiano per la progettazione, l’organizzazione e la promozione di programmi dedicati allo sport, con l’obiettivo di favorire la formazione universitaria degli atleti, dei tecnici e dei dirigenti.

L’OFFERTA FORMATIVA


CORSI DI LAUREA TRIENNALI
Economia aziendale internazionale

curriculum

  • Fashion & Luxury
  • Economia e Politiche dello Sport
  • Marketing & Brand Management
  • Financial Management
  • Impresa e Innovazione

Scienza della politica e dei rapporti internazionali

curriculum

  • Politica & Istituzioni
  • Governo e Amministrazione
  • Relazioni Internazionali

Scienze della difesa e della sicurezza

curriculum

  • Sicurezza Interna ed Esterna
  • Sicurezza Economico-Finanziaria

Dams

curriculum

  • FilmMaking
  • Theatre Making

Tecnologie innovative per la comunicazione digitale

curriculum

  • Innovation and Digital
  • Video Games


CORSI DI LAUREA MAGISTRALE

Gestione aziendale

curriculum

  • Sport Business Management
  • Marketing & Brand Management
  • Financial Management
  • Impresa e Innovazione

    Tecnologie e linguaggi della comunicazione

curriculum

  • Interaction Design
  • Game Development, Marketing and Communication

Studi stategici e scienze diplomatiche

curriculum

  • International Relations and Cyber Diplomacy
  • Intelligence e Sicurezza
  • Leadership e Decisione Politica

Consulenza del lavoro e sistemi di workfare


CORSO DI LAUREA A CICLO UNICO
Giurisprudenza

curriculum

  • Giurisprudenza dello Sport
  • Scienze Penali, Criminologiche e Investigative
  • Internazionalistico e Comparatistico
  • Tecnologia, Intelligenza Artificiale e Nuove Frontiere del Diritto

Altre attività formative

  • Corso di specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità
  • Scuola di specializzazione per le professioni legali
  • Dottorati di ricerca

Master di I livello

  • Cybersecurity
  • Smart Public Administration
  • Service Innovation & Digital Transformation
  • Psicologia del Cambiamento
  • MBA dello Sport

Master di II livello

  • Cultura 4.0: valorizzazione, tecnologia, finanza. Gestione del patrimonio nella storia e in futuro
  • Sicurezza ambientale: tecnologie innovative, droni e geomatica per la tutela dell’ambiente e del territorio
  • Governance dei processi di internazionalizzazione e comunicazione del Sistema Paese
  • Anticorruzione. Un nuovo modello di etica pubblica: risposte ordinamentali e nuovi protagonisti
  • Intelligence and Security
  • Crime science and investigation
  • Gestione dei beni culturali
  • Politiche attive, di direzione e gestione delle risorse umane
  • Intelligence specialist
  • Programmazione e progettazione dei finanziamenti europei 2021-2027. Next generation Italia

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Classifica mense scolastiche, effetto Covid sui pasti in classe: cala la qualità, aumentano i cibi processati e l’uso della plastica

“Con la scusa del Covid i genitori non hanno più potuto mettere piede nelle mense impedendo loro di svolgere una necessaria attività di controllo”. A denunciare questa situazione è Claudia Paltrinieri, presidente dell’associazione “Foodinsider” che ieri 16 giugno ha presentato presso la sala stampa della Camera dei Deputati a Roma, il sesto rating dei menu scolastici. La fotografia che emerge è a tinte grigie e il primo dato che balza all’occhio è che solo il 7,9% del panel di genitori ha dichiarato di aver potuto fare ispezioni con regolarità; il 17% solo poche ispezioni e il 75,1% non è stato autorizzato ad entrare a scuola per adempiere all’attività di controllo.

Fuori mamme e papà, tra i banchi, la situazione non è migliorata: i bambini mangiano sempre più cibi processati; più carne rossa e le refezioni sono sempre meno ecologiche perché usano piatti e bicchieri di plastica o da buttare. L’indagine valuta l’equilibrio e l’impatto sull’ambiente di una cinquantina di menu rappresentativi del 28% circa del panorama della ristorazione scolastica a livello nazionale. I numeri attingono da informazioni pubblicate dai Comuni all’interno della tabella dietetica e delle informazioni ricevute via email dal personale amministrativo dei vari Comuni coinvolti. Per quanto riguarda la qualità del cibo si passa dalla percentuale del 75,5% dello scorso anno di cibi processati all’81,5% di quest’anno.

Un dato che va di pari passo con l’aumento della frequenza di carni rosse con la città di Terni che detiene il record di dieci proposte su venti giorni di mensa. Nei piatti degli alunni arrivano sempre più pizza, bastoncini, hamburger, crocchette, formaggio spalmabile yogurt e budino. Si continuano a trovare menu squilibrati con pasti iperproteici dati dalla la somma di più proteine, vegetali e animali come: pasta e fagioli, frittata e piselli (Grosseto) oppure pasta e ceci, tacchino e piselli prosciuttati (Lecce) che propongono un pasto che va ben oltre il valore nutrizionale consigliato per bambini.

“Si allarga la forbice tra la mensa “resiliente” – spiega Claudia Paltrinieri – che nonostante le difficoltà organizzative dovute al consumo del pasto in classe, ha investito per migliorare o mantenere alto lo standard qualitativo del servizio, rispetto a quelle mense dove il servizio è equiparabile ad una sorta “di fast food a scuola”, dove si è approfittato nel cogliere alla lettera l’indicazione di questa estate del Comitato tecnico scientifico di “semplificazione” del pasto, arrivando persino a sospendere la somministrazione dell’acqua”.

Diminuiscono le mense che somministrano il pranzo con stoviglie lavabili, scendendo dal 65% al 59%. Un dato peggiorativo che significa tanto usa e getta sia in refettorio che in classe, soluzione che non va nella direzione della sostenibilità come indicato invece dal ministero dell’Ambiente. Altra questione: la povertà alimentare. Il rating registra qualche nota positiva: Belluno e Latina hanno dirottato la cucina della mensa scolastica per produrre piatti per la mensa dei poveri; mentre Cremona e Bergamo hanno risposto ampliando il numero di gratuità e bonus per consentire l’accesso a tutti al servizio mensa.

Andando a vedere la classifica delle città Fano, Cremona e Parma a pari merito sono al secondo posto tra i virtuosi, a seguire, Jesi. I migliori Comuni si distinguono per la biodiversità dei piatti, per l’equilibrio della dieta, la capacità di elaborare ricette e la qualità delle materie prime, in gran parte biologiche, ma anche per la varietà di pesce, anche fresco come Jesi che propone alici, cefalo, triglia, gallinella sgombro. Sale Bologna che entra nella top ten ma scende Macerata che ha iniziato a chiudere alcune cucine interne alle scuole, suscitando grande disappunto dei genitori, mentre Siracusa, sale di dodici posizioni riscattandosi dalla maglia nera dello scorso anno.

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Maturità, la “signora delle comete” ricorda il suo esame: “Anche noi venivamo da periodo difficile”. E alle ragazze: “Non fatevi limitare dai pregiudizi”

Ricordo l’esame di maturità come uno degli eventi importanti della mia vita“. Comincia così il messaggio di Amalia Ercoli Finzi dedicato ai giovanissimi che in questi giorni stanno affrontando l’esame di Stato. La “signora delle comete”, la prima donna italiana a laurearsi in Ingegneria aerospaziale, per celebrare la ricorrenza del 16 giugno 1963, data in cui Valentina Tereškova divenne la prima donna a viaggiare nello spazi, ha voluto inviare un video ai maturandi e alle maturande, tramite i canali social del ministero dell’Istruzione, descrivendo il suo esame del 1956.

“Uscivamo da una guerra terribile – racconta ancora – Sapevamo noi giovani di avere due compiti importantissimi: la ricostruzione dell’Italia e la riconquista della libertà. Ecco la mia maturità ha in comune con la vostra il fatto che anche voi venite da un periodo difficile, la pandemia”.

La professoressa onoraria del Politecnico di Milano ha poi mandato un messaggio in particolare alle ragazze: “Non lasciatevi limitare dai pregiudizi che vi vogliono soltanto angeli del focolare. Voi siete brave e potete fare tutto quello che volete”.

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Maturità 2021, il videomessaggio del ministro Bianchi agli studenti: “Momento importante, è un esame anche con voi stessi”

“Anche quest’anno, un anno così difficile, siamo arrivati al momento dell’esame. Un momento di passaggio. Ora stiamo andando verso un’altra fase. Farete l’esame e dovrete farlo anche a voi stessi, per capire come siete cambiati”, così il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi in un messaggio inviato ai maturandi per l’esame di Stato pubblicato sul proprio profilo Instagram. “È un momento importante. Forza ragazzi!”, ha proseguito il ministro.

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Maturità, distanziamento e mascherine in aula al Volta di Milano: “C’è un po’ di ansia, ma abbiamo lavorato bene nonostante le lezioni da remoto”

Prendono il via gli esami di maturità anche al liceo scientifico Volta di Milano. Centinaia di ragazzi svolgeranno la prova finale del loro percorso scolastico nel capoluogo lombardo, in un perfetto mix tra preoccupazione per l’esame – rivoluzionato dalle norme anti-Covid – e sollievo per poter finalmente tornare a scuola in presenza.

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