Category Archives: Gomorra

Gomorra 5, il trailer ufficiale dell’ultima stagione in onda dal 19 novembre su Sky

Si avvicina l’uscita dell’ultima stagione di Gomorra, che arriverà a partire dal 19 novembre su Sky e in streaming su Now. Le immagini del trailer mostrano di nuovo sul set Salvatore Esposito nei panni di Genny Savastano, costretto alla latitanza in un bunker, alla fine della quarta stagione, e il grande ritorno di Marco D’Amore, nuovamente protagonista nel ruolo di Ciro Di Marzio, creduto morto alla fine della terza stagione e – come svelato dal film L’immortale – clamorosamente tornato in scena in Lettonia

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Gomorra, in arrivo la stagione finale: il teaser trailer con Ciro protagonista – Video

Con Genny braccato dalla polizia, Ciro redivivo in Lettonia e nuovi, misteriosi personaggi pronti a schierarsi alla vigilia di una guerra imminente, è tutto pronto per il gran finale di una delle più apprezzate serie italiane nel mondo. Si avvicina il debutto della stagione finale di Gomorra, il cult Sky Original prodotto da Cattleya in collaborazione con Beta Film, da un’idea di Roberto Saviano e tratto dal suo omonimo romanzo. A rivelarlo il primo teaser ufficiale rilasciato oggi, che annuncia la messa in onda su Sky e la disponibilità in streaming su NOW dei nuovi episodi a novembre.

Le immagini del teaser mostrano il ritorno sul set degli ormai storici protagonisti della serie Sky: Salvatore Esposito nei panni di Genny Savastano, costretto alla latitanza, in un bunker, alla fine della quarta stagione, Arturo Muselli nei panni di Enzo Sangue Blu e Ivana Lotito in quelli di Azzurra Avitabile, moglie di Genny. Sul set il grande ritorno di Marco D’Amore, nuovamente protagonista nel ruolo di Ciro Di Marzio, creduto morto alla fine della terza stagione e – come svelato sul finale del film L’immortale – clamorosamente tornato in scena in Lettonia.

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Salvatore Esposito chi è: età, peso, fidanzata, figli, Instagram, Genny Savastano, Gomorra

Salvatore Esposito chi è: età, peso, fidanzata dell’attore che ha impersonificato Gennaro “Genny” Savastano, lo spietato figli del bosss Pietro in Gomorra.  Salvatore è ospite a Oggi è un altro giorno, il programma condotto a partire dalle 14, su Rai Uno, da Serena Bortone.  

Dove e quando è nato Salvatore Esposito: la biografia di Salvatore Esposito 

Salvatore Esposito è nato a Mugnano di Napoli, in provincia di Napoli, il 2 febbraio 1986. Ha 35 anni ed è del segno zodiacale dell’Acquario. E’ altro 184 centimetri e pesa circa 80 chili. Ha un tatuaggio sul petto fatto durante una vacanza in Honduras. Nel tatuaggio c’è scritto “No cnfio ni en Dios” che vuol dire ” non mi fico nemmeno di Dio”. Il suo Instagram ufficaile è @salvatoreesposito. I suoi follower sono circ 1,4 milioni. 

Il padre di Salvatore che ha due fratelli fa il barbiere. La passione per la recitazione nasce subito dopo il diploma linguistico. salvatore partecipa giovanissimo a due cortometraggi dal titolo “Il consenso” e “Il principio del terzo escluso”.

Comincia quindi a frequentare l’Accademia di Teatro Beatrice Bracco e successivamente la Scuola di Cinema di Napoli. Dopo una carriera anche come commesso in alcuni locali a Napoli, Salvatore decide di  trasferendosi a Roma. Da qui la sua carriera prende il volo. 

Fidanzata e figli di Salvatore Esposito

Salvatore Esposito è fidanzato con Paola Rossi, una ragazza laureata in Giurisprudenza che di professione fa la screenwriter e Directors agent. Almeno così di definisce lei su Instagram. I due si sono conosciuti nel 2014 in Spagna

Lavoro e Carriera di Salvatore Esposito

Il primo ruolo importante di Salvatore è nel 2013 nel cast della fiction Il clan dei camorristi, fiction in onda su Canale 5 e ispirata alle vicende del famigerato clan dei Casalesi. Da qui arriva il salto e passa a fare uno dei protagonisti di Gomorra. Qui, Salvatore ottiene il ruolo di Gennaro “Genny” Savastano, figlio del boss camorrista Pietro, ragazzo viziato, arrogante e violento che ad un certo punto sarà costretto a fare da solo. Salvatore partecipa a tutte e quattro le stagioni e partecipa anche ad uno dei video ironici dal titolo “Gli effetti di Gomorra sulla gente”.

Il personaggio è volutamente ispirato a Cosimo di Lauro, figlio del boss Paolo. Durante la registrazione della serie, Esposito ha dovuto ancheperdere 20 kg, per mettere in luce il cambiamento del protagonista al ritorno di un viaggio in Honduras.

Nel 2015 partecipa a Lo chiamavano Jeeg Robot con Luca Marinelli e Claudio Santamaria e Puoi baciare lo sposo, film del 2018. Poi entra nel cast della serie tv Fargo.

Da qui partecipa ad altri film: AFMV – Addio fottuti musi verdi ,Taxi 5, L’eroe e L’immortale. 

 

Gomorra 5, “addio Genny”: il videomessaggio di Salvatore Esposito

“Sono tornato a casa da poco, stanco ma felice. E triste. Molto triste per dover dire addio a Genny. In questi casi non è mai facile trovare le parole giuste. Io voglio semplicemente ringraziare tutti coloro che hanno reso 8 anni fa tutto questo possibile. Ora vi toccherà aspettare un po’ per Gomorra 5 ma sappiate che, come sempre, ne varrà la pena”. Sono queste le parole che l’attore Salvatore Esposito, dopo aver girato l’ultima scena di Gomorra 5 nei panni di Genny Savastano, ha affidato a un videomessaggio pubblicato su Twitter con cui dice addio definitivamente al personaggio che l’ha reso celebre.

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Carlo Cuccia, l’attore di Gomorra arrestato per droga: nella serie faceva il “palo”, nella vita vera era un narcos

In “Gomorra” faceva il “palo”, nella vita vera il narcotrafficante. Carlo Cuccia, 40enne di Tradate, in provincia di Varese, dopo aver interpretato il ruolo del “palo” (detto in gergo “specchiettista”) nell’episodio 11 di “Gomorra 2 la serie” è stato arrestato dalla Guardia di Finanza di Napoli (Gico e Nucleo di Polizia Economico Finanziaria) nell’ambito dell’indagine della DDA che ha consentito di sgominare tre gruppi di narcotrafficanti tra Torre Annunziata (Napoli) e nei quartieri napoletani Scampia e Secondigliano. Secondo quanto emerso dalle indagini, Cuccia, era il referente italiano dei fornitori di droga spagnoli per conto della famiglia di narcotrafficanti Dannier di Secondigliano.

Il gruppo per il quale Carlo Cuccia lavorava, quello dei Dannier, si è separato dalla famiglia Manzi, dopo un periodo di collaborazione cessato a causa di un importante sequestro di hashish avvenuto porto di Genova, ben 294 chilogrammi di sostanza stupefacente. Da quel momento le due famiglie, secondo quanto gli investigatori del Gico e del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli (coordinati rispettivamente dal tenente colonnello Danilo Toma e dal colonnello Domenico Napolitano) hanno iniziato a sviluppare rapporti per conto proprio con i narcotrafficanti stranieri.

Armando Manzi (anche lui tra gli arrestati) era in rapporti con i narcos colombiani: ha organizzato il trasferimento di una importante partita di cocaina dal porto di “Buenaventura” (dal quale prende il nome l’operazione) che, stipata in alcuni container, sarebbe dovuta arrivare nel porto spagnolo di Algeciras, dove il gruppo criminale godeva della complicità di alcuni operatori portuali “infedeli”, incaricati di recuperare lo stupefacente. Anche questa operazione però, non andò in porto.

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“Per la Campania ci vogliono dignità e rispetto”, il candidato di De Luca fa il verso a Gomorra. Polemica sullo spot elettorale

Ciro Attanasio è un operatore sanitario di Camposano (Napoli), ex consigliere comunale, una breve esperienza in Fratelli d’Italia, candidato alle elezioni regionali in una delle 15 liste a sostegno della candidatura del governatore Pd uscente in Campania, Vincenzo De Luca.

Attanasio per auto promuoversi ha messo in rete un video in cui cita e parafrasa la nota frase di don Pietro Savastano in Gomorra: “Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost: sanità, rifiuti, ma soprattutto dignità e rispetto”. Una scelta comunicativa, quella di fare il verso a un boss (sia pure finto) che gli ha attirato visibilità, click e un mare di critiche. A cominciare da quelle di uno storico ed esperto di camorra, Marcello Ravveduto, che sottolinea l’incoerenza tra il ‘messaggio’ elettorale e l’appartenenza di Attanasio a +Europa, la lista erede dell’esperienza radicale “pacifista e contraria alla cultura della morte. Come si giustifica – si chiede Ravveduto – questa presenza con il sostegno a campagne come “Nessuno tocchi Caino” o alle attività di Amnesty International? I dirigenti regionali di +Europa si sono distratti o qualcuno ha fatto le liste al loro posto?”. Senza dimenticare, sottolinea Ravveduto, che De Luca è il presidente uscente e quindi sanità e rifiuti sono già ‘sue’.

Il vice segretario nazionale di +Europa Piercamillo Falasca ha provato a minimizzare: “Un nostro candidato ha usato provocatoriamente una battuta di Gomorra: le provocazioni riescono o non riescono, ma tali restano, e Gomorra è solo un film. Dovremmo invece riflettere su cosa fare per battere la camorra, ad esempio legalizzando le droghe leggere, il bancomat delle mafie”. Attanasio poi ha spiegato sulla sua pagina: “Ho giocato con i cliché che ruotano intorno alla serie Gomorra, consapevole che avrebbero scatenato l’inferno, e diviso a metà l’opinione pubblica. Ed è esattamente quello che volevo”. Stamane nuova provocazione di Attanasio sui social: un jpg elettorale con il logo di +Europa, il suo volto e la scritta: “Dell’Utri, Cosentino, Giggin’ a Purpetta… Gomorra è un film, la camorra è reale”.

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I carabienieri di Piacenza parlano come i ‘guappi’ di Gomorra. Ma per me non è così strano

Tra gli imputati delle nefandezze che sarebbero state commesse nella caserma di Piacenza, compresi pestaggi e umiliazioni degradanti, qualcuno si sarebbe compiaciuto del grand guignol allestito con affermazioni quali “Hai presente Gomorra? Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ho dato”. Parole provenienti da animi desiderosi di suggellare un’azione banalmente vessatoria impreziosendola con un pedigree che attinge direttamente dal lessico malavitoso tratto dalla serie Gomorra.

In questa ricerca di riferimenti “dotti” non si nota la repulsione o la presa di distanza da una narrazione criminale, né la condanna implicita della storia romanzata di una famiglia fuorilegge. Al contrario denota ammirazione, vanto. Emulazione. Perché uomini che hanno giurato fedeltà allo Stato dovrebbero avere come esempio le gesta di Savastano? Costoro non provengono dall’humus culturale malavitoso, non ne possiedono i codici, semplicemente si sono serviti di un argot lessicale diventato ormai parte del vocabolario nazional-popolare in quanto utilizzato in una serie tv celebrata, osannata, divenuta un fenomeno commerciale senza pari.

Roberto Saviano, dal cui libro la serie è liberamente tratta, parlando dei carabinieri di Piacenza sostiene che “Gomorra diventa lo specchio in cui si riflettono, addirittura il potere che vorrebbero raggiungere”. Credo piuttosto che le loro parole siano il frutto di un processo di emulazione ascrivibile al mondo della comunicazione di massa attuale, rete in testa, che dimentica spesso i concetti originari di denuncia per riprodurre gli slogan facendoli assurgere a contenuto.

Artisticamente parlando, da semplice spettatore, sono tra quelli, pochi in verità, che non ha mai creduto all’azione preventiva e immunizzante della saga di Gomorra a causa della sua eccessiva ridondanza nel tempo (siamo alla quarta serie). Non le ho mai riconosciuto la capacità di mettere in guardia lo spettatore dal fascino perverso della mala, scorgendo invece il rischio dello sdoganamento mediatico di un lessico prima quasi sconosciuto ora assurto a moda.

Ne ho guardato diverse puntate e nessuno mi potrà convincere che non contengano messaggi che si prestano a interpretazioni quantomeno equivoche. Una sequela ininterrotta di sopraffazioni ripagate col successo, la violenza sulla donna come stile di vita. Ragazzi che deridono la legge regolando i conti con pestaggi e agguati premiati con auto, soldi, bella vita. La cocaina come strumento di riscatto sociale. Il boss di rione come sostituto del padre. Il denaro come fine. La violenza come mezzo per quel fine. Le forze di polizia umiliate, ridicolizzate. Il carcere come luogo per “sfigati” che mancano di coraggio.

Forte è il rischio che da questa serie se ne esca con l’idea che la “guapperia”, alla fine, risulti uno stile di vitavincente. L’azione di denuncia che un’opera artistica racchiude sfuma laddove vince il godimento nella reiterazione infinita che, involontariamente, può mutare guappi e criminali in eroi metropolitani celebrati nelle magliette, nelle tazze da caffè, nelle cover di telefoni, quasi come Luì e Sofì dei Me contro te.

La felpa con una delle frasi cult della serie “Vien, vien’t a piglia’ ‘o perdon” in rete costa poco più di dieci euro, in tre taglie. Le t-shirt con le facce di Ciro e Jenny vanno via a dieci euro l’una. Appena un poco più costosa la cover per telefono con l’immagine di questi due assassini in posa ieratica, ovviamente con revolver in mano.

La vulgata mediatica ha forse fagocitato lo spirito iniziale dell’opera, riproducendone in maniera ridondante e vuota concetti e parole, facendoli involontariamente assurgere ad elemento a sé stante, dimenticando per strada l’originaria radice di denuncia e condanna del crimine. Ricordo che tempo fa, scendendo a Roma Termini, venivano vendute le magliette con impresso il logo “Banda della Magliana”.

Naturalmente gli autori della serie nulla potevano sapere delle sorti dei vocaboli e dei personaggi da loro messi in scena, così come autori e produttori della serie Gomorra sono all’oscuro del fiorire celebrativo dei loro personaggi negativi. Tuttavia, quando un lessico malavitoso viene troppo facilmente sdoganato ed usato in ogni dove, qualche domanda ce la dobbiamo porre tutti quanti.

A tal proposito, suggerisco un film bellissimo e crudele: La terra abbastanza. Narra del drammatico incontro di due ragazzi con la malavita locale. Nessun sogno, nessuna redenzione. Uno schianto che produce sangue, morte e vendetta. Quando l’ultima drammatica scena sfuma, i titoli di coda ricordano allo spettatore che quel mondo è feccia, e come tale va trattato.

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C’era un giudice a Trani – “Qua comandiamo ancora noi”, ovvero la semantica del potere

di Roberto Oliveri del Castillo *

I giorni che accompagnano il 23 maggio di ogni anno, dal 1993 in poi, sono giorni densi di tristezza. Dal 1993 in poi, perché quel giorno del 1992 c’era ben altro che la tristezza: lo sgomento, il vuoto e l’incredulità erano le sensazioni più vicine all’esprimere l’indicibile, l’irraccontabile. Quei giorni eravamo a Roma per le prove scritte del concorso in magistratura, in commissione c’era Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone. Ci apprestavamo a vivere un tranquillo week end a Roma dopo le prove, quando nel pomeriggio ci piomba addosso la notizia dell’attentato, e le nostre vite, i nostri pensieri, non sono stati mai più gli stessi.

Sono passati 28 anni da allora, trascorsi per lo più nelle aule di tribunale e negli uffici Gip di mezzo sud. 28 anni distribuiti tra Napoli, Palmi, Matera, Trani e Bari. E in questi 28 anni abbiamo imparato molto, da ogni realtà giudiziaria e sociale a cui mi sono avvicinato. Ebbene, abbiamo imparato che i territori non sono infestati solo da organizzazioni criminali che si occupano di rapine, estorsioni o traffici di droga, né solo da associazioni di tipo mafioso in senso classico, di quelle che fanno le cerimonie di affiliazione con i santini e i “battesimi”, di tante descrizioni in sentenze e letteratura. Ci sono territori dove le organizzazioni criminali sono occultate nelle pieghe degli uffici pubblici, e allignano all’ombra di pubblici poteri e pubbliche funzioni, e dove il potere conferito dallo Stato per la tutela della legalità viene sviato per ottenere vantaggi personali in termini di potere, prebende e vile denaro, in una logica parassitaria già emersa in passato. E quando i centri criminali coincidono con uffici pubblici destinati alla tutela della legalità, ecco che si realizza quello che la politologia (Schmitt, Agamben) chiama “Stato di eccezione”, e che non è categoria che riguarda solo la politica. Quando la sospensione del diritto avviene non per decisione politica ma per decisione giudiziaria, finalizzata a distorcere le funzioni pubbliche per fini personali, è questione che riguarda anche la giustizia, anzi quel territorio di confine che sta tra giustizia e politica, posto che alla fine è decisione politica mandare un determinato magistrato a dirigere un certo ufficio.

In questi giorni le cronache stanno evidenziando l’esistenza di reticoli di rapporti tra magistrati che rivestono funzioni apicali in ambito associativo e istituzionale, vertici di uffici, vertici dell’autogoverno, che fanno veramente pensare ad una rete clientelare strutturata per la costruzione di carriere in un sistema parallelo non basato su effettivi meriti ma su amicizie e conoscenze politico-associative. E queste cronache si intrecciano con altre cronache di vicende processuali e cautelari, che dimostrano come in questi anni ci siano stati territori dello Stato sottratti alla giurisdizione dello Stato, ma non perché lo Stato fosse incapace di contrastare il contropotere malavitoso, tanto radicato in alcune parti del nostro Paese, ma bensì perché lo Stato, o meglio chi lo rappresentava, “era” il contropotere malavitoso/massonico, con gli organi di polizia chiamati a partecipare, sia in modo colluso, sia inconsapevolmente, a questa gigantesca opera di sviamento di potere. E le collettività, interi circondari, erano ormai ostaggio nelle mani di un manipolo di funzionari infedeli, con e senza toga. Anche la terminologia utilizzata da questi funzionari ricalca schemi malavitosi, rivelando nell’intimità di conversazioni ritenute al riparo da orecchie indiscrete, tutta l’essenza del potere che scaturisce da funzioni pubbliche deviate.

Basta pensare, per averne la riprova, alla frase “Qua comandiamo ancora noi”, apparsa su alcune cronache di questi giorni. Indubbiamente le indagini faranno il loro corso e gli esiti dovranno passare attraverso le garanzie di un giudizio. Tuttavia, una breve analisi della frase in se, può essere interessante, a prescindere da chi l’ha effettivamente pronunciata. Proviamo ad astrarla dal contesto, avrà sempre lo stesso senso. Se, ad esempio, la traduciamo in lingua napoletana (“cca’ cumannamm’ ancor’ nuje”), e le diamo un po’ di enfasi, sembra una frase uscita dalla fiction “Gomorra”. Oppure, al naturale, può inserirsi in un più verosimile contesto politico-amministrativo, tipo “Le mani sulla città” di Francesco Rosi. In ogni caso, è frase che esprime un contesto malavitoso, con o senza colletto bianco. Invece no. Pare, dalle cronache, che sia una frase detta da un innocuo pensionato ex funzionario di Procura. In questo caso forma e sostanza della frase coincidono in un eloquente concetto non proprio lecito, aggravato dall’origine funzionale e dal riferimento giudiziario nel quale si pone.

A ben vedere, in questa frase c’è tutto. In primo luogo, abbiamo una chiara indicazione spaziale. “Qua” è il radicamento nel luogo, dovuto ad una pluriennale presenza in una determinata posizione di potere ed una prolungata attività. Lecita? Illecita? Tutt’e due? Chissà. Come in tutte le attività umane in forma più o meno organizzata, la prima definizione è il recinto operativo, l’al di qua e l’al di là, il confine entro il quale vale il potere che si dispiega. In secondo luogo l’uso del plurale esprime un doppio concetto, ovvero l’esistenza e l’appartenenza, di chi parla, ad un gruppo organizzato, con tutto il suo potenziale operativo nel campo formale della legalità, ma se necessario utilizzabile per altri scopi, la significanza dell’apporto di ciascuno, e non ultimo anche l’eventuale senso intimidatorio di un “Noi” così strutturato. In terzo luogo, l’uso del verbo “comandare”, verbo poco consono ad un ufficio giudiziario, che esprime con forza “militare” il disprezzo per le regole, perché sottintende una capacità di imporre il proprio volere, proprio di un sistema malavitoso e paramilitare organizzato gerarchicamente dove il vertice impone il suo volere, dove il “comandare” è gergo che non si raccorda con un sistema di regole, ma tende a saltarle per puro potere di poterlo fare, in raccordo con il concetto schmittiano di “decisione sovrana”.

In quarto luogo, attraverso l’avverbio “ancora”, si introduce una connotazione temporale, una dimensione di ultrattività temporale, che salta anche le basilari regole formali del tempo corrente. Vuol dire che formalmente costoro non potrebbero più comandare, ma in realtà lo possono ancora fare, e ciò per la presenza di “fedelissimi”, una rete di soggetti istituzionali e non su cui si può contare per “comandare”, e raggiungere gli obiettivi che il gruppo si pone. Ancora il ricorso a termini propri di un contesto malavitoso, ma certo non ad un ufficio giudiziario. Chi siano questi fedelissimi le cronache lo hanno in parte rivelato, in parte lo diranno in futuro. Si vedrà, alla fine, il quadro di insieme che uscirà, e, possiamo scommetterci, sarà devastante. Alla fine, probabilmente, sarà evidente che il reticolo di conoscenze paramassoniche di cui alle prime cronache è alla base del reticolo malavitoso emerso nelle seconde cronache, e che chi ha proceduto a determinate nomine di vertici di uffici travolti dagli scandali ne è il primo responsabile politico e morale. Ne risponderà mai qualcuno? Siamo scettici. Eppure la memoria di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri caduti nell’adempimento del dovere meriterebbe nella nostra categoria una maggiore pulizia morale e una minore vergogna. D’altra parte, secondo una frase attribuita a Giovanni Falcone su chi nominare a capo di una Procura, tra uno bravissimo, uno appoggiato dal governo e un cretino, quello che ha meno chances di farcela, è quello bravissimo.

*attualmente giudice della corte d’Appello di Bari, dal 2000 al 2013 a Trani prima come gup e poi come gip. Nel 2014 ha scritto Frammenti di storie semplici, romanzo che racconta gli intrallazzi e i giochi di potere di una piccola procura del Sud Italia. In molti l’hanno identificata con quella di Trani, circostanza che ha fatto diventare il libro un piccolo caso editoriale. Come persona informata sui fatti in procedimenti per incompatibilità ambientale relativi ad altri magistrati di Trani, Del Castillo è stato chiamato dal Csm a spiegare il contenuto e i riferimenti della sua opera. Nel 2016 – sempre come persona informata sui fatti – è stato ascoltato dai pm di Lecce che avevano scoperchiato il Sistema-Trani, indagine che ha portato all’arresto del pm Savasta e del gip Nardi (indagato l’altro magistrato Scimè) per fatti che a molto sono sembrati simili in tutto e per tutto a quelli raccontati da Oliveri del Castillo.

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L’abbattimento delle Vele di Scampia non è un ‘rito liberatorio’, ma un fallimento

Non si vive solo di Coronavirus. Grasso che cola sull’incapacità di chi ci (s)governa, tanto da farci rimpiangere anche il peggiore dei governi democristiani del passato.

Ventisei milioni di euro. Buttati al vento per abbattere il monumento/simbolo di Gomorra e di tutti i mali del mondo. Ventisei milioni di euro di soldi pubblici che invece potevano essere investiti, chennesò, nella Sanità che mai come in questo momento ne avrebbe giovato. “L’abbattimento delle Vele di Scampia è vissuto come un rito liberatorio che avrebbe messo in fuga tutte le negatività che si sono accumulate negli anni su questo territorio. In realtà esso rappresenta, a mio avviso, soltanto la metafora del fallimento di una città”, scrive Agata Piromallo Gambardella, docente universitaria, sul Riformista-Napoli, coraggioso quotidiano diretto da Marco Demarco (tra le ambizioni ci sarà anche quella di far riaprire qualche edicola che nel frattempo si è chiusa, si augura il neo-direttore. E noi pure).

La demolizione della Vela Verde rientra nel più ampio progetto Re-Start Scampia e prevede, nella prima fase, l’abbattimento delle Vele A (verde), C, D e la rigenerazione della Vela B. Ma era proprio necessaria questa emorragia di soldi?

Negli anni ’60, quando tutto il Paese si era gettato a capofitto nel costruire e nel consumare, le Vele avrebbero dovuto realizzare l’utopia di creare una comunità fuori dai vicoli della città. Divenne invece un non-luogo, regno dei boss e dello spaccio di droga. I napoletani ora battono le mani davanti al crollo delle Vele perché vince la solita retorica per cui dovrebbe seguire a ruota l’altro crollo, quello della piramide del crimine. “Ma, in realtà, sotto le ruspe cade soltanto il tentativo di aver voluto dare a Napoli nuovi spazi di vivibilità. Cade, dunque, un grande progetto abitativo che era iniziato tenendo presente addirittura il modello di Le Corbusier e che poi ha mostrato in maniera inequivocabile come sia facile passare da un progetto di comunità-modello alla realtà del ghetto”, continua la Gambardella.

Rimane in piedi solo l’illusione che dopo questi abbattimenti si ricostruirà una nuova area, questa volta improntata a solidi criteri di vivibilità. Ma quanto dovremmo aspettare? Altri trent’anni? E, nel frattempo, i milioni di euro continueranno a scorrere come un fiume in piena anche nelle tasche dei politici/appaltatori. “L’abbattimento delle Vele non è un tentativo di sconfiggere Gomorra ma è la presa d’atto che in questa città si gioca a fare e a disfare, come farebbe un bambino con il lego, senza una visione d’insieme, senza alcuna spinta ideale verso un diverso modello di società. Solo parole, solo progetti rimandati a un futuro utopico o, meglio, distopico”, conclude.

Una sola Vela, azzurra, resterà lì non solo per servire da fondale alle nostre fiction ormai di successo planetario ma anche per ricordare ai posteri il fallimento di una città e delle classi politiche che l’hanno governata. La figlia dell’architetto Franz Di Salvo, il quale progettò le Vele negli anni ’60, in un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno ricorda come l’intenzione, poi tradita, del padre fosse stata quella di coniugare in maniera armoniosa spazi riservati alla vita comunitaria con le esigenze abitative dei singoli e conclude: “Oggi la città non ha niente da festeggiare”.

L’abbattimento delle Vele, infatti, è solo l’ultimo atto della rappresentazione di una città che nasconde la sua impotenza dietro i soliti rumori da Luna Park.

pagina Facebook di Januaria Piromallo

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Gomorra è tra le migliori serie tv secondo il New York Times: “Brutale, meditabonda, assolutamente avvincente”

“Brutale, meditabonda, assolutamente avvincente”. Nella top 30 del decennio, tra le serie tv non a produzione statunitense il New York Times fa volare alto Gomorra. La serie tratta dal romanzo di Roberto Saviano occupa nientemeno che il quinto posto nella classifica stilata da Mike Hale. Dietro a Gomorra ci sono perfino The Crown e Babylon Berlin, mentre la produzione Cattleya viene sopravanzata soltanto da Prisoners of war, Sherlock, The bureau, ed Happy Valley. Hale segnala che la saga ispirata al libro di Saviano è “un racconto esemplare sul tema della mafia”.

Ma ricorda soprattutto che negli Stati Uniti, per questioni legali, sono arrivate soltanto le prime due stagioni, mentre in Italia siamo già in attesa della quinta. Da Gomorra è stato tratto sia il film diretto da Matteo Garrone, sia uno spin off altamente attinente allo sviluppo della serie tra quarta e quinta stagione intitolato L’immortale e diretto da uno degli interpreti della serie tv, Marco D’Amore, nei panni di Ciro di Marzio. L’altro co-protagonista di Gomorra, Salvatore Esposito, è oggi impegnato negli Stati Uniti per le riprese della nuova stagione di Fargo, altra serie cult, ispirata al film dei fratelli Coen.

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