Category Archives: Giornata della Memoria

“Gli esperimenti di Mengele come la legge sull’aborto”: la frase choc di un prete a Marsala. L’Anpi: “Paragone vergognoso”

Le atrocità compiute da Josef Mengele paragonate al diritto all’aborto. Secondo don Bruno de Cristofaro, sacerdote di origini pugliesi da tre anni in servizio a Marsala, dove guida l’Opera Santuario Nostra Signora di Fatima, tra gli esperimenti condotti dal medico nazista ad Auschwitz e la legge 194 sull’interruzione di gravidanza conquistata nel 1978 dopo anni di battaglie non c’è alcuna differenza. In occasione della Giornata della Memoria, dedicata al ricordo dell’orrore della Shoah, il giovane parroco ha pubblicato su Youtube un video di circa tre minuti (poi rimosso), in cui ammonisce sulla necessità di comprendere il passato per non ripeterne gli errori. Ci si aspetterebbe un parallelismo con i diritti umani violati nei regimi dittatoriali di oggi sparsi per il mondo, ma dopo qualche istante appare evidente che il bersaglio di don Bruno è decisamente diverso.

“Il dottor Mengele, un membro delle SS che conduce regolarmente orrendi esperimenti sugli essere umani e che era conosciuto come ‘l’angelo della morte’, un giorno con un gessetto bianco tracciò una linea su un muro, alta all’incirca un metro e cinquanta, e decretò che tutti quelli che superavano quella linea tra i bambini e i ragazzi potevano vivere, tutti gli altri dovevano andare nelle camere a gas. Che differenza c’è tra il dottor Mengele, che tracciava arbitrariamente quella linea a un metro e cinquanta e una legge che dice che tu meriti la tutela soltanto dal terzo mese di gestazione in poi?”, si chiede. “C’è la stessa arbitrarietà”. Per dare maggiore forza al proprio ragionamento, don Bruno cita addirittura il metodo scientifico galileiano, che a suo parere “dice in maniera inoppugnabile che, al momento del concepimento, l’embrione è un individuo della specie umana”.

Frasi choc che al momento non hanno suscitato alcuna presa di posizione ufficiale da parte del mondo ecclesiastico locale, benché alcuni esponenti abbiano lasciato intendere, tra le righe, che l’intervento del parroco di Birgi sia stato eccessivo e fuori luogo. La notizia però è subito circolata sulle testate locali, scatenando molte reazioni critiche sui social, ma anche tra le associazioni e i partiti. Dura l’Anpi di Trapani, che ha definito “semplicemente vergognoso l’accostamento tra l’olocausto nazista e chi sostiene la civiltà del diritto delle donne ad abortire”. Di paragone “assurdo e ingiusto” hanno parlato sia il nodo palermitano della rete “Non una di meno”, che il circolo “Enrico Berlinguer” di Rifondazione comunista.

Accanto a chi è in prima linea in difesa dei diritti civili e delle donne, però, a Marsala ci sono frange vicine ai pro-Life e ambienti chiusi sul fronte dei diritti civili. La scorsa estate, lo stesso parroco dell’Opera di Fatima era stato tra i promotori di un’iniziativa contro la legge Zan sull’omotransfobia e in quelle settimane il Consiglio comunale aveva approvato una mozione per l’istituzione del registro dei bambini mai nati. Nei mesi scorsi è stata anche messa in circolazione una foto choc che in maniera propagandistica cerca di affermare un ulteriore parallelismo tra chi oggi dice che l’embrione sotto i tre mesi non è una persona e chi lo diceva a proposito degli ebrei nei campi di concentramento o degli schiavi nell’Ottocento. Il post è stato duramente criticato su Facebook dalla presidente dell’assemblea provinciale del Pd, Valentina Villabuona: “Ho deciso di pubblicarla consapevole che è un immagine forte, ma bisogna denunciare cosa succede in certi ambienti e come si prova a orientare l’opinione delle persone. Si può essere certamente contrari all’aborto e si possono portare avanti campagne pro vita, ciò che non si può fare è equiparare una donna che fa una scelta così dolorosa ad un criminale. Personalmente difenderò sempre il diritto delle donne di scegliere, da donna che non ha mai pensato di utilizzare questo diritto essenziale che ci hanno lasciato altre donne con le loro lotte. Credo che la Chiesa dovrebbe intervenire, perché non è consentito a nessuno di offendere con questa violenza le donne, ma anche le vittime dell’Olocausto come sta avvenendo in questo giorni a Marsala”.

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San Lazzaro di Savena, Guccini racconta Auschwitz: “Provo scoramento pensando ai negazionismi di oggi”. La sindaca si commuove

Toccante e profondo. In un incontro online del comune di San Lazzaro di Savena, organizzato in occasione della Giornata della Memoria, Francesco Guccini ha parlato di Auschwitz. Autore del celebre brano che prende il nome proprio dal campo di concentramento, scritto nel 1964, il cantautore ha però visitato il campo molti anni dopo. “Quando penso a quello che è successo mi viene un grande scoramento, soprattutto pensando ai negazionisti, a quelli che dicono che quelle cose non sono mai esistite – ha detto Guccini – E quelli che ancora oggi perseguono in questa teoria, in questo credo nazista e fascista, e ancora oggi ci sono pregiudizi etnici e razziali, questo veramente mi provoca un grande scoramento. Molto spesso quello che è accaduto non insegna nulla”. L’intervento del cantautore ha fatto commuovere la prima cittadina, Isabella Conti.

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Giornata della Memoria, Sami Modiano: “Il Padre eterno ha voluto che io rimanessi in vita per parlare e ricordare tutte le persone uccise”

Riascoltiamo le parole che Sami Modiano ha rivolto ai ragazzi che hanno partecipato alla diretta di presentazione del suo libro Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz – Birkenau e altri esili, ora in edicola con Il Fatto Quotidiano per PaperFirst in una nuova versione con la prefazione di Enrico Mentana e la postfazione di Umberto Gentiloni Silveri.
Sono i ragazzi ad avere il compito di tramandare il ricordo di quanto successo, per fare in modo che una tale atrocità non riaccada.
Rivedi la diretta completa con Marco Lillo e i ragazzi della Rete degli studenti Medi insieme a Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, e al Professor Umberto Gentiloni Silveri.

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Giornata della Memoria, le Pietre d’inciampo di Milano arrivano su instagram. Le storie dei deportati rilanciate dai testimonial, da Sala a Mahmood

L’architetto Stefano Boeri ricorda Gian Luigi Banfi, laureato a 21 anni al Politecnico di Milano e fondatore dello studio BBPRBelgiojoso, Perezzuti e Rogers, riferimento dell’architettura razionalista in Italia, antifascista, fondatore del Partito d’Azione, morto al campo di Gusen a 35 anni. Il sindaco Giuseppe Sala racconta la storia di Violetta Silvera: fu tra le 600 persone che furono deportate sullo stesso treno di Liliana Segre e ad Auschwitz morì a 20 anni. Mahmood sceglie Giuseppe Berna, partigiano della 108esima Brigata Garibaldi e operaio alla Ernesto Breda di Sesto San Giovanni: fu protagonista degli scioperi del 1943 e 1944, nel campo di Mauthausen (dove muore a 41 anni) lo chiamavano “il cantante triste” per la sua esperienza giovanile di corista alla Scala di Milano. Sono le storie raccontate dalle Pietre d’inciampo, che da quest’anno arrivano anche sui social – ricondivise da politici, esponenti della cultura e dello spettacolo, influencer – grazie al progetto Instagram History. Nato grazie alla collaborazione tra il Comitato Pietre d’Inciampo Milano, Imille Agency e Ctrl magazine, ha il patrocinio del Comune di Milano. “L’idea, che abbiamo realizzato pro bono, ha preso corpo l’estate scorsa – spiega Paolo Pascolo, ceo di Imille – ed è stata lanciata dai nostri colleghi Marta Nava e Giovanni Nava. Instagram sta diventando il diario dei ricordi e lo consultiamo sempre più spesso. Ci è sembrato, quindi, il luogo adatto dove trasferire il messaggio delle pietre d’inciampo, in modo da raggiungere anche i più giovani”.

La pagina all’account @milanopietredinciampo riporta così in versione digitale il contenuto dei celebri sampietrini in ottone inventati dall’artista tedesco Gunter Demnig. Ogni post una pietra, ogni pietra una persona: nome, cognome, anno e data di nascita, luogo e anno di cattura (se conosciuti), deportazione e morte. “E poi abbiamo deciso di raccontare qualcosa in più sulla storia di queste vittime. Cosa facevano per vivere, com’era la loro famiglia, le loro passioni. Se ne sono occupati gli studenti di alcuni licei milanesi. A ognuno di loro è stato affidato un profilo”, prosegue Pascolo. In tutto 121, come il (prossimo) numero totale delle pietre disposte a Milano. Ogni anno ne vengono installate circa una trentina, nel 2021 il numero crescerà di 31.

Gunter Demnig le creò nel 1990 chiamandole “Stolpersteine” in risposta ad alcuni episodi di negazionismo avvenuti in Germania. Le pose davanti alle abitazioni delle vittime delle persecuzioni naziste come un monito che ricordasse la veridicità delle vicende subite. Ne è nato quello che viene definito il più grande monumento diffuso d’Europa, con in totale oltre 80mila unità (numero sempre in crescita). “Negli anni Novanta – prosegue Pascolo – era fondamentale rispondere ai casi di revisionismo con oggetti fisici, che dimostrassero l’assurdità del negare. Ora il digitale ha preso sempre più spazio e può essere un’occasione per amplificare e potenziare questo tema. Ecco perché è stato chiesto agli influencer di condividere sui propri social una pietra d’inciampo a testa. Questo è il punto: far ‘inciampare’ gli utenti sulle pietre anche a livello virtuale, fermando questi contenuti fra i tanti di Instagram”.

“Il ricordo più bello che ho di tutto il progetto è stato il mio cambio di prospettiva”, racconta Marco Steiner, presidente del Comitato Pietre d’Inciampo Milano. “Non ero convinto all’inizio, poi ho capito il valore di questa iniziativa. Noi ci occupiamo di tutte le deportazioni che sono avvenute in città, in prevalenza per motivi razziali e politici. Lo facciamo anche per questioni di storia personale. Molti di noi sono figli di sopravvissuti, di vittime. A maggior ragione, è fondamentale cercare di raggiungere anche chi rischia di restare distante da queste storie. Vedere i giovani coinvolti così tanto mi ha fatto sentire bene”.

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La ‘Giornata della Memoria’ del 27 gennaio 2023 con Berlusconi al Quirinale

Il 27 gennaio 2020, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della celebrazione del “Giorno della Memoria”, nel suo discorso ricorda che “le leggi razziali, in Germania – come in Italia – negavano agli ebrei l’istruzione, l’affettività, il lavoro, la proprietà, la casa, la cittadinanza, i diritti. Negare l’umanità per poi sopprimere. E tutto questo avveniva nell’indifferenza di tanti. L’indifferenza: anticamera della barbarie. Un’indifferenza diffusa. Anche in Italia. In Italia, sotto il regime fascista, la persecuzione dei cittadini italiani ebrei non fu, come a qualcuno ancora piace pensare, all’acqua di rose. Fu feroce e spietata. E la metà degli ebrei italiani, deportati nei campi di sterminio, fu catturata e avviata alla deportazione dai fascisti, senza il diretto intervento o specifica richiesta dei soldati tedeschi”.

Grazie a una crisi di governo stravagante, in Italia, in questi giorni, spuntano qua e là proposte politiche altrettanto stravaganti. Prendete quella di Matteo Salvini: “Berlusconi candidato a presidente della Repubblica? Se mi chiede il mio parere personale, le dico di sì: secondo me può ambire al Quirinale“.

Davvero? Provi allora Salvini ad immaginare un discorso del Presidente della Repubblica per le celebrazioni del 27 gennaio del 2023. L’ipotesi è basata su parole pronunciate dal suo candidato nel 2003 e nel 2013 e si sa che le persone, nel corso del tempo possono cambiare idea, soprattutto se conviene, ma per ora questo è quello che abbiamo per lavorare con l’immaginazione.

“Sì, Mussolini, non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino. E’ difficile adesso mettersi nei panni di chi decise allora. Certamente il governo di allora per il timore che la potenza tedesca si concretizzasse in una vittoria generale preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che contrapporvisi e dentro questa alleanza ci fu l’imposizione della lotta e dello sterminio contro gli ebrei, quindi il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa: per tanti altri versi, invece, aveva fatto bene”.

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“Ho visto la porta della camera a gas aprirsi, poi qualcuno mi ha tolto dalla fila”: il racconto del sopravvissuto al campo di Buchenwald – Video

“Lascio questo mazzo di fiori per il nostro compaesano sardo e per tutti quelli che non sono tornati. Io ho avuto la fortuna di tornare anche grazie alle preghiere di mia madre”. Così Gesuino Paba, sopravvissuto al campo di sterminio di Buchenwald, oggi 96enne. “Oltre a lavorare, negli stabilimenti facevo atti di sabotaggio. Mi hanno condannato a Buchenwald per questo. Non si può credere a quello che succedeva lì dentro, è molto difficile da spiegare. Ho visto la porta della camera a gas aprirsi, ma quando è arrivato il turno di entrare mi hanno preso per il braccio e tolto dalla fila”, racconta ancora commosso.

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Segre, Modiano, le sorelle Bucci, Bruck: gli ultimi testimoni della Shoah in Italia. Le storie, dalle deportazioni all’impegno con i giovani

Edith, tornata da lì, ha cominciato a scrivere e non ha più smesso. Ciò che ha visto subito è rimasto cristallizzato nei suoi libri. Sami ha ripercorso i passi che lo avevano fatto uscire vivo da un campo di sterminio. Lo ha fatto con ragazzi di scuole medie e superiori. Tatiana e Andra, imprigionate da bambine, hanno sopportato uno fra i dolori più atroci: vedere la propria madre sfinita dalla fame e dal dolore. E poi c’è Liliana. Rimasta in silenzio per 45 anni, ha deciso di iniziare a raccontare nel 1990, quando è diventata nonna. Lo scorso ottobre, dopo 30 anni di testimonianza, ha tenuto il suo ultimo incontro con le scuole in provincia di Arezzo. Secondo un’analisi svolta dallo storico della Shoah Marcello Pezzetti, gli ebrei italiani sopravvissuti alla deportazione che al momento attuale vivono in Italia sono circa dieci: “Le due sorelle Bucci sono italiane ma vivono una negli Stati Uniti e una a Bruxelles. Edith Bruck vive in Italia ma è ungherese: sono una decina, non di più”, spiega a Ilfattoquotidiano.it. Nedo Fiano, invece, anche lui a lungo testimone della Shoah, è deceduto il 19 dicembre scorso.

Oltre alla decina individuata da Pezzetti, poi ci sono diversi ebrei italiani che vivono al di fuori dei confini nazionali. In questo caso dare delle cifre precise diventa difficile: “Magari sono spostati negli Stati Uniti o in Israele. In questi casi però è veramente complesso reperire informazioni. Quello che abbiamo è una lista di persone nate dopo il 1920 che non ci risultano essere decedute”, spiega Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. “Di loro però non sappiamo nulla, neanche dove abitano”. Comunque sia, è importante riportare le storie dei testimoni ebrei ancora in vita che negli anni passati (o ancora oggi) sono stati o sono fra i più attivi nella trasmissione della memoria.

Edith Bruck – Nasce a Tiszabercel, in Ungheria, il 3 maggio 1932. Nel 1944 viene rinchiusa nel ghetto ungherese di Sátoraljaújhely e da lì deportata ad Auschwitz, a Bergen Belsen e Christianstadt. “Una volta, ci fecero trasportare le uniformi dei soldati tedeschi dicendoci che ci avrebbero dato, poi, una doppia dose di zuppa. Però per me era troppo faticoso, pesavo 25 chili. Lasciai il carico per terra, nella neve: una SS mi colpì alla testa, rompendomi un orecchio. Mia sorella lo aggredì. Pensavamo che saremmo morte lì: invece ci risparmiò, dicendo che se un essere ignobile come un ebreo aveva il coraggio di colpire un tedesco meritava di sopravvivere. La sera, lo stesso soldato non mi fece mangiare”. A guerra conclusa ritorna nel proprio paese natale e in seguito si trasferisce in diverse città europee e in Israele. Nel 1954 si ferma a Roma, dove sposa il regista Nelo Risi. Poco dopo, comincia a scrivere. Il primo libro è Chi ti ama così, autobiografia che riporta la barbarie nazista: “Quando ero nei campi di concentramento e nessuno veniva a liberarmi mi chiedevo: come può il mondo essersi dimenticato di noi?”. Primo Levi definisce il testo “una testimonianza appassionata e indimenticabile della sua discesa agli inferi”. Ne seguono tanti altri: fra gli ultimi, nel 2019, Ti lascio dormire, dedicato al marito scomparso nel 2015, e Il Pane Perduto, uscito nei giorni scorsi a sessant’anni dalla sua prima pubblicazione.

Sami Modiano – Nasce nel 1930 a Rodi, all’epoca provincia italiana. Sempre qui, nel 1944, viene catturato dai nazisti. Nell’agosto dello stesso anno è deportato ad Auschwitz, dove rimane rinchiuso per sei mesi. Nel campo muoiono suo padre e sua sorella. Passano molti anni prima che Modiano decida di raccontare quello che ha vissuto. In seguito, sceglie di farlo tornando sui quei luoghi che sono stati la sua prigione: accompagna i ragazzi di scuole medie e superiori nei Viaggi della memoria: “Qui ho perso tutti. Non dimentico nulla: ho davanti agli occhi, ancora, mio padre che cercava di difendere mia sorella”, dice nel corso di un’intervista rilasciata alla Rai proprio ad Auschwitz. Nel 2013 pubblica Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili, in cui racconta la sua esperienza: “Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo”. La sua storia, oltre a numerosi documentari, è stata raccontata nel docu-film Tutto davanti a questi occhi di Walter Veltroni.

Tatiana Bucci, Andra Bucci – Vengono arrestate a Fiume nel 1944 e poi deportate ad Auschwitz. Hanno rispettivamente sei e quattro anni. A tradire la loro famiglia (e non solo) una persona che lavorava in sinagoga. Nazisti e fascisti portano via tutte le otto persone presenti in casa la mattina del 28 marzo. Una volta al campo di concentramento, non vengono uccise subito perché sono scambiate per gemelle: quindi, potenzialmente utili per gli esperimenti di Mengele, il “dottor Morte” al servizio dell’eugenetica nazista. Si salvano, forse, perché figlie di un padre cattolico, o forse perché una blokova (versione femminile di kapò) si affeziona a loro e decide di proteggerle. “Un simbolo della liberazione, per noi, è il salame che ci ha dato un soldato sovietico. Lo stava tagliando con un coltello a serramanico, seduto su una jeep. Noi bambini eravamo tutti intorno a lui”. Con loro c’è il cugino Sergio, sette anni, che però non sopravvive. Dal 2004 accompagnano le scuole in visita nei luoghi della memoria. Nel gennaio 2019 pubblicano Noi, bambine ad Auschwitz. La loro storia è raccontata anche nel primo corto animato prodotto in Europa dedicato alle vittime dell’Olocausto, ‘La stella di Andra e Tati’, disponibile da fine mese su TimVision.

Liliana Segre – La sua è una famiglia di ebrei non praticanti. Quando ha otto anni, le leggi razziali del 1938 le impediscono di andare a scuola. Nel 1943 l’arresto, dopo un tentativo di fuga in Svizzera, insieme al padre Alberto. Vengono internati entrambi nel campo di Auschwitz-Birkenau: Alberto muore il 27 aprile del 1944. Liliana sopravvive alla Marcia della Morte, la traversata verso la Germania a cui vennero sottoposti i prigionieri del campo per sfuggire all’avanzata dei Sovietici, e trova la libertà il 30 aprile del 1945. Sceglie di restare in silenzio per 45 anni, fino al 1990. Da allora, comincia una lunga serie di incontri con i giovani, nelle scuole di tutta Italia. Le sono state conferite due lauree honoris causa (in Giurisprudenza e in Scienze Pedagogiche) e nel 2004 ha ricevuto il titolo di Commendatore della Repubblica, su iniziativa di Carlo Azeglio Ciampi. Il 19 gennaio 2018, anno in cui ricadeva l’80esimo anniversario delle leggi razziali fasciste, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la nomina senatrice a vita “per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”.

Tra i suoi primi atti la proposta di un’istituzione di una commissione parlamentare controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. Ha scritto numerosi libri sulla sua esperienza: fra i più recenti, Fino a quando la mia stella brillerà ( 2015), Scegliete sempre la vita. La mia storia raccontata ai ragazzi (2020) e La sola colpa di essere nati (2021). La sua storia è stata raccontata in vari documentari tv e opere teatrali. Nel novembre del 2019 le è stata assegnata la scorta, a seguito di alcune minacce ricevute: “Ho capito che per me era un grande regalo di rapporti umani: ho degli amici. Fra loro (gli agenti, ndr) e i miei nipoti non c’è differenza. Sono la nonna della mia scorta” disse qualche tempo fa, ospite da Fabio Fazio. Lo scorso ottobre ha dato la sua ultima testimonianza, in provincia di Arezzo. Tanti i ricordi che ha condiviso, fra cui questo: “Per un attimo vidi una pistola a terra, pensai di raccoglierla. Ma non lo feci. Capii che io non ero come il mio assassino. Da allora sono diventata la donna libera e di pace con cui ho convissuto fino ad adesso”.

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Giornata della Memoria: la storia di Sarina, tra i ragazzi salvati di Villa Emma di Nonantola. “Nel suo diario la speranza vince sulla paura”





Emilio le lascia l’indirizzo di casa, così una volta arrivata sana e salva potrà mandargli una cartolina. Joachim le ricorda di stare attenta, soprattutto a quello che dice. “Il destino ci ha fatto un brutto scherzo”, sottolinea Rakica. Ma Tina aggiunge: “Resisti al presente, dimentica il passato e preparati per il futuro”. Sono alcune delle dediche scritte all’interno del quaderno di Sarina Brodski, una dei 73 ragazzi ebrei che furono nascosti a Villa Emma di Nonantola (Modena) nel 1943 salvandosi così dalla deportazione. A parlarne il libro “Shalom Villa Emma”, realizzato dalla ricerca storica di Matteo Malaguti e pubblicato in occasione della Giornata della Memoria 2021 dal Centro studi storici nonantolani, l’Archivio Abbaziale di Nonantola e l’editore il Fiorino di Modena.

“Abito a Nonantola, sono appassionato di storia locale e da sempre conosco la vicenda di Villa Emma, di come don Arrigo Beccari, parroco di Rubbiara, e il medico Giuseppe Moreali (oggi Giusti delle Nazioni allo Yad Vashem), misero a repentaglio la propria vita per nascondere decine di ragazzi ebrei durante la guerra”, spiega Malaguti. Fu proprio in un viaggio a Gerusalemme che l’autore scoprì il ‘diario delle dediche’, così lo soprannomina, conservato allo Yad Vashem Archives. “Venni così a conoscenza del viaggio di Sarina, dall’ex Jugoslavia alla Svizzera, e decisi di usarlo come spunto per raccontare ancora una volta la storia di Villa Emma ma da un altro punto di vista”.

Il libro, infatti, dopo una prima contestualizzazione storica, racconta la vita della giovane nata a Sarajevo il 1 ottobre 1927. Dopo l’invasione italo-tedesca nella primavera del 1941, Sarina venne incarcerata con la madre e la sorella nel campo di concentramento di Djakovo. La sua famiglia morì, ma la ragazza riuscì a fuggire. Prima trovò rifugio in una piccola comunità ebraica di Spalato, in Croazia, poi grazie alla Delasem, un’organizzazione di resistenza ebraica, il 14 aprile 1943 Sarina arrivò insieme ad altri 32 ragazzi jugoslavi a Nonantola, a Villa Emma, “che aveva già accolto un primo gruppo di giovani ebrei dall’Europa centrale”, sottolinea Malaguti. Sarina però non poté rimanere se non pochi mesi: dopo l’8 settembre 1943 e l’invasione tedesca in Italia, per evitare la cattura da parte delle SS la giovane dovette scappare in Svizzera. Una volta finita la guerra, nel giugno 1945, raggiunse poi la Palestina. Finalmente libera.

È nella seconda parte del libro che si fa riferimento al quaderno ritrovato di Sarina, riportato anche fotograficamente, che “non è altro che una raccolta di dediche, raccomandazioni e saluti che tutti i compagni di Villa Emma e tre giovani nonantolani, suoi amici, le hanno scritto nei giorni prima la partenza verso la Svizzera”, sottolinea l’autore. Un ragazzo le dedica una poesia, un altro le ricorda di non dimenticarsi di quei momenti vissuti insieme, una ragazza le chiede se mai si rivedranno.

“È un documento molto toccante, struggente”, aggiunge Malaguti. Nonostante la paura di poter morire da un momento all’altro, essere catturati e non sapere cosa significa diventare adulti, “quello che traspare dalle parole scritte da quei ragazzi sul diario di Sarina è la speranza”, aggiunge l’autore. La speranza di incontrarsi o semplicemente di poter raccontare un giorno ad altri quegli anni passati insieme. “Per questo motivo il libro è stato intitolato ‘Shalom’ che in ebraico significa ‘pace’ ma anche ‘ciao’ – spiega Malaguti – Perché le parole di quei giovani non vogliono essere un ‘addio’ definitivo, ma solo un ‘arrivederci”.

(Gallery – La prima foto proviene da Yad Vashem Archives, Gerusalemme. La seconda immagine è tratta dal libro “I ragazzi ebrei di Villa Emma a Nonantola” di Ombretta Piccinini e Klaus Voigt. Entrambe sono inserite nel libro “Shalom Villa Emma”. Le altre tre immagini sono foto del quaderno delle dediche conservato sempre allo Yad Vashem Archives).

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Giornata della Memoria, le celebrazioni al Quirinale. Conte: “La conoscenza dei fatti storici unico vaccino contro i complottisti”

Al Palazzo del Quirinale si tengono le celebrazioni ufficiali della Giornata della Memoria, che si celebra oggi, per non dimenticare la Shoah. Alla cerimonia al Colle partecipano il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, insieme alla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, alla presidente dell’Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Noemi Di Segni e a Sami Modiano, sopravvissuto all’Olocausto. Annunciata anche la presenza del premier Giuseppe Conte. Numerose le iniziative promosse per coinvolgere studentesse e studenti nella riflessione sul tema della Shoah, come la premiazione delle scuole che si sono distinte nel concorso ‘I giovani ricordano la Shoah’, giunto alla sua 19esima edizione.

Prima dell’evento al Quirinale, il presidente del Consiglio Conte in un messaggio ricorda le parole di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”. Il premier scrive: “Sfruttando la crisi pandemica, le teorie complottiste, in cui anche gli ebrei sono spesso considerati capri espiatori, si sono rinvigorite e, attraverso l’utilizzo dei social, si sono diffuse in maniera pericolosamente rapida e capillare. L’unico vaccino che abbiamo contro tali fenomeni è quello di promuovere la conoscenza dei fatti storici, di mantenere viva la luce della Memoria della Shoah perché, come ha detto George Santayana, ‘Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo‘.

“Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, viene celebrata la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, paradigma di tutti i campi di sterminio della Germania e dell’Europa dell’Est, costruito da uomini comuni, ‘normalì, per distruggere definitivamente il popolo ebraico, per cancellare ogni traccia della sua presenza nel mondo. Oggi, più che mai, è importante – sottolinea Conte – ricordare la profonda ferita inferta alla comunità ebraica in quella tragica pagina della nostra storia e i pericoli che si nascondono dietro al fenomeno del razzismo e dell’antisemitismo che prolifera nella cultura del complottismo, cultura che riemerge con forza nei periodi di crisi“.

“Tuttavia, per impedire che una tragedia come quella dell’Olocausto si ripeta, non basta ricordare: occorre anche capire. Un modo importante per farlo è quello di prestare attenzione alla viva voce dei testimoni e di chi è stato coinvolto negli avvenimenti. La Giornata della Memoria non serve solo a commemorare quei milioni di esseri umani brutalmente uccisi senza nessuna pietà ormai quasi 80 anni fa. Serve a ricordare che ogni giorno esistono piccole, innumerevoli discriminazioni verso chi ci sembra dissimile da noi, discriminazioni che troppo spesso, purtroppo, passano inosservate nell’indifferenza”, evidenzia Conte. “Per prevenire e contrastare questa ostilità, che a volte si trasforma anche in atti di violenza, la Presidenza del Consiglio intende integrare le politiche contro l’odio antiebraico in una Strategia Nazionale contro l’antisemitismo. Con questi sentimenti rivolgo il mio pensiero alla comunità ebraica, rinnovando l’impegno delle Istituzioni perché la Memoria resti viva nella coscienza personale e collettiva di tutti gli Italiani e si continui a combattere i germi dell’antisemitismo, come ogni altra di forma di razzismo”, conclude Conte.

Anche il Papa all’udienza generale ha parlato del Giorno della Memoria per commemorare le vittime della Shoah: “Ricordare è una espressione di umanità, ricordare è segno di civiltà, ricordare è condizione per un futuro migliore di pace e di fraternità, ricordare è anche stare attenti perché queste cose possono succedere un’altra volta, incominciando dalle proposte ideologiche che vogliono salvare un popolo e finendo a distruggere un popolo e l’umanità”. “State attenti a come è incominciata questa strada di morte, di sterminio, di brutalità”,

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Giornata della Memoria, anche oggi ci si abitua a tutto: bisogna combattere l’indifferenza

In questo Giorno della memoria del 2021, in cui i contagi da Covid-19 nel mondo sono giunti al numero iperbolico di cento milioni, la parola “indifferenza” si staglia davanti ai nostri occhi a lettere cubitali, come la scritta incisa su pietra che Liliana Segre ha voluto all’ingresso del Memoriale Binario 21, nei sotterranei della Stazione centrale di Milano. Nel grande ventre oscuro ora consacrato alla memoria, tra il dicembre 1943 e il gennaio 1945 venivano caricati, piombati e issati sui binari i treni della deportazione, tra cui quello che avrebbe condotto Liliana e suo padre nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Per avere la misura del lavorio dell’indifferenza che si è compiuto in quasi un anno di pandemia, basta riandare per un istante all’immagine del Papa, solo, in una piazza San Pietro deserta, immensa e sferzata dalla pioggia, mentre impartiva l’indulgenza plenaria a chi stava morendo di Covid. Era il 24 marzo 2020, i decessi ufficialmente registrati in Italia erano 9.134, un numero che pareva spaventoso; oggi sono 86.422. Nel mondo, quello stesso giorno, i morti erano 28.396; oggi sono 2.151.248.

Quell’immagine solenne, drammatica, che tutti pensavamo destinata alla storia, non sarebbe più possibile, non avrebbe più forza, nell’impermeabilità ai bollettini quotidiani, alle sirene delle ambulanze, alla notizia della morte di un vicino, di un parente, di un collega, quasi si trattasse di fatalità inevitabili. Ci si abitua a tutto. La capacità di rendere normale l’abnorme, il mostruoso, è alla base della nostra vita. Ma è nell’abitudine, nella normalizzazione, che ci si rende disponibili ad accettare ciò che fino a poco tempo prima sarebbe parso impossibile. La scomparsa silenziosa dei più fragili, la possibilità di vedere come superflue intere categorie di persone.

“Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva”, scriveva Antonio Gramsci nel 1917, nel pieno della Prima guerra mondiale, “e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente”.

Un secolo più tardi, Liliana Segre ha così interpretato la voce Indifferenza per il vocabolario Zingarelli 2020: “L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori”.

La Shoah non è stata un accidente della Storia ma un massacro pienamente politico, annunciato, pianificato e realizzato da un potere statale e dalla sua burocrazia contro innocenti inermi, bambini, vecchi, malati, donne e uomini appartenenti a categorie considerate non desiderabili o improduttive, “bocche inutili da sfamare”, da estirpare come erbe cattive. In una prima fase fucilati in massa e bruciati in fosse comuni, poi rastrellati in tutta Europa, deportati lungo un reticolo ferroviario e mandati in strutture di messa a morte industriali e smaltimento dei cadaveri, dopo essere stati privati di tutti i beni e, in alcuni campi, sfruttati per lavoro schiavo o come cavie per esperimenti. La Shoah ha portato alla luce le radici profonde di una cultura, la nostra, che ha nella selezione tra vite degne e vite di scarto il suo cuore di tenebra, e nella tacita complicità dei più la sua possibilità di ripetersi in ogni epoca.

Se esiste oggi un dovere di memoria, risiede in questa consapevolezza, l’unica che ci possa permettere di attivare per tempo il “freno d’emergenza” che Walter Benjamin figurò nel suo Segnalatore d’incendio. Potremmo allora scorgere le avvisaglie di una china funesta nell’abbandono degli anziani nelle Rsa, e nei protocolli etici di accesso alle terapie intensive che, in numerosi Paesi del mondo, hanno escluso anziani polipatologici, malati psichiatrici, portatori di handicap (Stato di New York e Alabama), e considerato tra i criteri preferenziali d’accesso l’autosufficienza e persino lo status sociale.

Alla vigilia della maturità al tempo del coronavirus, la senatrice Liliana Segre, in una lezione per il programma #maestri di Rai Cultura, parlò agli studenti della nostra Costituzione. “Vi lascio immaginare cosa rappresentarono per me, dopo quello che avevo visto e vissuto, quei veri e propri comandamenti: libertà, uguaglianza, diritti, pari dignità, rispetto, solidarietà… Mi limito a ricordare l’articolo 3, il più bello: ‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua e religione’. La grande novità sta nel compito dello Stato di ‘rimuovere gli ostacoli’ per far sì che quella pari dignità diventi effettiva. Un compito che non potrà mai dirsi concluso. È il contrario dell’indifferenza, perché la Repubblica non è un’identità lontana: siamo noi, tutti noi”.

L’Unione Astronomica Internazionale ha intitolato un asteroide a Liliana Segre, che ha sempre raccontato di aver cercato nel cielo, nelle notti di prigionia ad Auschwitz Birkenau, una piccola stella diventata presenza familiare e promessa di mondo fuori dalle recinzioni. Dal 17 novembre 2020, una stella del nostro firmamento ha il numero 75190, lo stesso che le fu tatuato sul braccio.

L’asteroide 75190 Segreliliana assegna al numero che significava annientamento la possibilità di ricordare che è possibile guardare fuori dalle recinzioni e dal buio. Avremo una stella che brillerà per noi, e dopo di noi.

L’articolo Giornata della Memoria, anche oggi ci si abitua a tutto: bisogna combattere l’indifferenza proviene da Il Fatto Quotidiano.