Category Archives: Magistratura

Basta fare spettacolo sulla cronaca: si parli piuttosto di chi indaga sulle verità scomode

di Alessandra Ungaro*

Da oltre un decennio assistiamo alla spettacolarizzazione di alcuni fatti di cronaca. Intere serate televisive sono dedicate all’informazione minuziosa di notizie e fatti di cronaca, sovente tra le pagine più crude e inverosimili della quotidianità. L’infotainment che coniuga l’informazione con l’intrattenimento risparmia gli scandali giudiziari e politici, nonostante il dibattito venga delegato ad alcuni opinion leader e giornalisti, ospitati in circoscritti palinsesti tv.

Per fortuna un ottimo giornalismo d’inchiesta accompagna questi ultimi anni, generosi di scandali al sole di ogni foggia, ambito e professione, regalandoci spaccati di realtà che in diversi casi superano, e di molto, ogni fantasia. In questo scenario complesso e variegato dell’informazione tv, alcune trasmissioni di qualità resistono, parlano di scandali, facendo scandalo e rischiando la censura. Casi isolati che restano tali: non fanno breccia tra i competitor dell’informazione, non creano un solco in cui altri possano procedere con nuovi approfondimenti.

Due recenti cattivi esempi, inoltre, hanno dimostrato quanto si possa derogare non solo all’etica e alla deontologia ma soprattutto alle norme che presiedono la salvaguardia dello stato di diritto e sulle quali la libertà e la continuità di informazione sconta quasi un declassamento rispetto a diversi, sebbene ugualmente importanti, fatti di cronaca.

Il primo caso, ribattezzato Magistratopoli, ha visto coinvolto l’ex presidente dell’Anm (Associazione Nazionale Magistrati) che ne ha decretato l’espulsione e sospensione dallo stipendio a causa dei condizionamenti nelle nomine dei Procuratori Generali, per i quali pende un processo penale unitamente al procedimento disciplinare dinanzi al Csm che, forse, dovrebbe estendersi anche agli altri magistrati impegnati via chat nella ricerca di nomine e incarichi, in violazione di specifiche norme di condotta e di quelle previste per i concorsi pubblici.

Nonostante il putiferio sollevato, c’è chi invoca la legittimità dei rapporti tra magistrati e politici, caratterizzata da inevitabili spartizioni correntizie, e chi la liquida come attività di autopromozione evidenziando che la sede disciplinare non sarebbe luogo di valutazione di condotte moralmente condannabili, ma solo di quelle sanzionate dalla legge.

Dunque, fa decisamente paura cosa potrebbe emergere dall’analisi delle circa 60.000 chat, estratte dal cellulare del dottor Luca Palamara, al punto che probabilmente null’altro emergerà.

Un altro scandalo, due anni dopo la maxi inchiesta sui fondi dei rimborsi elettorali per 49 milioni di euro, ha reso note le operazioni effettuate da alcuni commercialisti della Lega, coinvolti in operazioni immobiliari a valori gonfiati, probabilmente transitati sui conti di una fiduciaria panamense, con sede in territorio elvetico; tutte attività che – va detto – chiamano in causa diverse e molteplici figure professionali nonché meccanismi della res publica evidentemente inadeguati. Oltre alle operazioni finanziarie, significative sono apparse agli inquirenti le ramificazioni del partito e i numerosi incarichi di rilievo, le parcelle esagerate, il peculato e la sottrazione al pagamento di imposte.

Eppure, anche in questo caso il clamore scema, quasi come se parlare o scrivere di debacle della classe dirigente debba fare meno rumore possibile. Non vi sono trasmissioni speciali sul tema, non c’è sufficiente seduzione dell’audience né l’interesse, a tratti morboso, di alcune forme di infotainment.

Un tronco che cade farà sempre più rumore di una foresta che cresce e forse sarebbe infinitamente più utile intrattenere il pubblico da casa con quell’esercito di persone per bene, magistrati, professionisti, giornalisti e cittadini onesti che, senza ipocrisia, sono i protagonisti sconosciuti (ai più) della ricerca e ricostruzione di quelle verità scomode. E chissà che ciò non porti ad una didattica seduttiva per i giovani e per la società, innescando la moral suasion non più procrastinabile e i suoi attesi frutti.

*Commercialista e Revisore Legale, con esperienza nel Controllo di Gestione, valutazione dei Rischi e modelli di Compliance 231/2001. Consulente tecnico del Tribunale di Milano e della Procura della Repubblica

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In 25 (tra cui Albomonte e Poniz) lasciano Magistratura Democratica: “Luogo escludente che seppellisce nel silenzio il dissenso interno”

“Un luogo escludente, autoreferenziale, assente dal dibattito politico reale, proteso ad una narrazione costantemente autoassolutoria degli eventi, opaco e ambiguo rispetto al progetto politico di Area e che seppellisce nel silenzio il dissenso interno“. Sono queste le dure parole con cui 25 iscritti a Magistratura democratica, tra cui gli ex presidenti dell’Associazione nazionale magistrati Eugenio Albamonte e Luca Poniz, annunciano il loro addio alla corrente di sinistra. Una rottura netta, quella che traspare dal lungo documento firmato dai magistrati che definiscono “dolorosa” la loro scelta di staccarsi da Md.

“E’ ormai compromessa ogni possibilità di continuare a lavorare insieme e a riconoscersi in questa MD, che seppellisce nel silenzio il dissenso interno e a noi appare ormai come un luogo escludente, autoreferenziale, assente dal dibattito politico reale, proteso ad una narrazione costantemente autoassolutoria degli eventi, opaco e ambiguo rispetto al progetto politico di Area”, scrivono i magistrati puntando il dito contro la dirigenza, colpevole a loro dire di aver impresso una “formidabile accelerazione” alla scelta di abbandonare il percorso verso Area, il gruppo comune con il Movimento per la giustizia, che vede unite da tempo le due correnti all’Associazione Nazionale Magistrati e al Consiglio Superiore della Magistratura. Un errore, visto che, specificano i togati, Area rappresenta ” l’unico soggetto politico” all’interno del quale “realisticamente è possibile provare a costruire un progetto di radicale rinnovamento della magistratura” . E “oggi che la questione del correntismo e delle sue degenerazioni è esplosa con tutta la sua violenza, la scelta di impiegare tutte le nostre energie” in questo progetto, scrivono, “è divenuta non più rinviabile”.

La decisione dei 25 di staccarsi da Md non va però intesa come una svolta moderata ai fini del consenso. Al contrario, spiegano, è “una scelta pienamente in linea con le ragioni fondanti del gruppo di Magistratura Democratica, l’ambizione e l’aspirazione di cambiare la magistratura. Per questo non ci sembra più possibile rimanere iscritti a Magistratura Democratica”.

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Magistratura, Luigi de Magistris: “Devi avere l’appoggio delle correnti per diventare capo di un ufficio giudiziario. Inutile nasconderlo”

“Devi avere l’appoggio delle correnti per diventare capo di un ufficio giudiziario, è inutile nasconderlo”. Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris parla di un sistema – quello che denuncia Antonio Massari nel suo libro inchiesta Magistropoli – che non ha nulla a che vedere con il concetto di autonomia e indipendenza della Magistratura.
Riguarda la diretta completa.
Magistropoli. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sul CSM e sul caso Palamara, è in libreria per PaperFirst.

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Magistrati onorari, la legge non è uguale per tutti: il paradosso della giustizia italiana

Immaginatevi 5000 magistrati (onorari) che sono un pilastro (il secondo) fondamentale per l’esercizio della giurisdizione (smaltendo circa il 60% del carico dei processi civili e penali), alcuni dei quali lavorano anche da 20 anni, con gli stessi doveri dei magistrati ordinari ma senza averne gli stessi diritti (niente assistenza e niente previdenza; retribuzione, indennità, pari a circa un sesto di un magistrato ordinario che invece ha uno stipendio tra i 3500 e gli 8000 euro netti a seconda dell’anzianità e delle funzioni).

Immaginatevi poi come nel 2017 il legislatore finalmente abbia deciso di riformare tale sistema; nel 2020 la Corte di Giustizia Europea abbia riconosciuto che i magistrati onorari siano dei lavoratori a tempo determinato con tutte le conseguenze; che nonostante ciò giaccia un Disegno di Legge che non solo non ne prenda atto ma che sia teso a peggiorarne la situazione. Tutto questo è realtà.

E’ lo Stato bipolare (con i suoi negletti servitori politici), quello che con la mano sinistra non paga per anni i propri creditori ma che con la mano destra pretende il rispetto dagli stessi, ove anche debitori, di ogni termine. Quello che da un lato continua a pagare decine di milioni di indennizzi ex lege Pinto per violazione del principio del giusto processo per la durata eccessiva dei processi e dall’altro non riforma il sistema. Quello che da un lato aumenta il debito pubblico a causa della propria mediocre inefficienza e dall’altro introduce nuove subdole tasse ed imposte.

Il magistrato, ordinario o onorario, tiene udienza, gestisce ruoli, studia fascicoli, effettua ricerche giurisprudenziali, redige decreti, ordinanze e sentenze, organizza il proprio lavoro con tempi non individuabili a priori in maniera rigida, poiché dedica tempo in Tribunale anche a jus dicere e molto tempo altrove.

Recentemente il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha risposto ad un’interrogazione parlamentare circa il trattamento dei Magistrati Onorari, anche alla luce della sentenza “UX” della Corte di Giustizia Europea (Corte Ue, sentenza 16 luglio 2020 C-658/18, che ha riconosciuto ai magistrati onorari lo status di Giudici europei e di lavoratori subordinati a tempo determinato), precisando che la loro esistenza “è legata alla finalità di contenere il numero dei togati, pena la perdita di prestigio e la riduzione delle retribuzioni della magistratura professionale”. Parole veramente inopportune. Tant’è che subito due giudici onorarie di Palermo hanno iniziato uno sciopero della fame e rimarranno davanti al tribunale fino a quando la protesta non avrà risposta dal ministro.

Contemporaneamente tutta la magistratura onoraria si sta preparando ad un duro sciopero nazionale. Lo Stato ha finto (e vuole continuare a farlo) di considerare l’onorarietà alla stregua di precarietà priva di tutele. Invece ciò che è certo è che “da quindici anni, a causa della cronica carenza di organico e della sempre crescente domanda di giustizia, i magistrati onorari hanno fornito un contributo significativo alla giurisdizione, in assenza di un’adeguata tutela previdenziale ed assistenziale” (Associazione Nazionale Magistrati, documento GEC 22.4.2017), e che il loro impiego “costituisce una misura apprezzabile nell’ottica di un’efficiente amministrazione della giustizia ex artt. 97 e 111 Cost” (Cass. 4.12.2017, n. 28937, secondo cui “i giudici onorari – sia in qualità di giudici monocratici che di componenti di un collegio – possono decidere ogni processo e pronunciare qualsiasi sentenza per la quale non vi sia espresso divieto di legge, con piena assimilazione dei loro poteri a quelli dei magistrati togati, come si evince dall’art. 106 Cost”).

La riforma organica della magistratura onoraria è avvenuta da ultimo con la cosiddetta Legge Orlando d.lgs. n. 116/2017, con la creazione ambigua dell’Ufficio del Processo e con altre criticità, ma perlomeno con la previsione di una indennità dignitosa (ma assorbente assistenza e previdenza!) per i magistrati onorari. Tuttavia ancora non realizzata. Ciò che è veramente stupefacente è il deposito in commissione giustizia del Senato del ddl Valente-Evangelista S1438, che non solo non elimina alcuna delle criticità (evidenziate anche dai magistrati ordinari) della Legge Orlando, non solo ne peggiora la tutela dei diritti; non solo avrà gravi ricadute sulla organizzazione e sulla funzionalità della giurisdizione, ma addirittura ignora totalmente quanto statuito dalla sentenza della Corte di giustizia.

E’ dunque un ddl assai poco valente. I magistrati ordinari si troverebbero a gestire le intere funzioni giurisdizionali, collassando, ove si pensi che nelle classifiche internazionali sulla efficienza della Giustizia l’Italia è costantemente nelle retrovie.

Dunque sino al chiarimento della Corte di giustizia del 16 luglio scorso, la farsesca pretesa del legislatore, avallata dalla giurisprudenza delle alte Corti nazionali, è stata invece di rendere “invisibile” il profilo della qualificazione giuridica del rapporto di lavoro del magistrato onorario. Ora è chiaro che ha invece pieno diritto a condizioni di impiego (trattamento economico e normativo) ancorché non identiche al magistrato togato ma certo “parametrabili” a quest’ultimo.

Il paradosso è quello di (continuare) a giudicare in udienza le parti processuali col cartello “La legge è uguale per tutti” con l’asterisco “ma non per il magistrato onorario”. Uno sfruttamento per legge. Anzi, dal 16 luglio, fuori legge.

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È fumata nera per l’elezione del presidente dell’Associazione nazionale magistrati: pesa la spaccatura sul documento programmatico

Fumata nera per l’elezione del presidente e la formazione della nuova giunta dell’Associazione nazionale magistrati. Al primo voto del comitato direttivo centrale, chiamato a scegliere il successore di Luca Poniz, sono state 28 le schede bianche e 4 voti ciascuno, quelli dei componenti dei rispettivi gruppi, sono andati agli unici due candidati: Aldo Morgigni per Autonomia e Indipendenza e Andrea Reale per Articolo 101. Il comitato dell’Anm si riunirà di nuovo sabato 5 dicembre, con eventuale prosecuzione il giorno successivo: la decisione è stata presa a maggioranza al termine della riunione, con il voto contrario dei quattro componenti della lista Articolo 101.

Prima del voto odierno, dopo una pausa dei lavori, i gruppi di maggioranza, Area e Magistratura Indipendente, rispettivamente 11 e 10 componenti, e Unicost, che ne ha 7, avevano espresso l’intenzione di votare scheda bianca. La ragione è la spaccatura che si è creata sul documento programmatico, frutto del lavoro di un tavolo al quale hanno partecipato tutti i gruppi tranne Articolo 101 e che doveva essere alla base della formazione di una giunta se non unitaria il più possibile allargata, sul quale Autonomia e Indipendenza, Mi e Articolo 101 si sono astenuti. “Area voterà scheda bianca per la mancata convergenza di Mi e AeI sulla bozza programmatica, alla cui stesura avevano partecipato, che ci fa prevedere che non c’è una maggioranza sufficiente” per l’elezione del presidente, ha spiegato Giovanni Tedesco, ribadendo che il gruppo “è per una giunta maggioritaria, ma al momento non ci sono le condizioni per arrivarci”.

La posizione di Magistratura Indipendente è stata spiegata da Salvatore Casciaro: “In attesa che si superi l’impasse, mancando una coalizione in grado di sostenere una giunta, anche Mi voterà scheda bianca”. Per Unicost Antonio Nicastro ha sottolineato il fatto che il gruppo “ha spinto più di tutti per l’unità, proponendo il tavolo tecnico sul programma. Ma registrando le astensioni sul documento voteremo scheda bianca”. Da Autonomia e Indipendenza invece la proposta di una candidatura, quella di Aldo Morgigni, che lui stesso ha annunciato: “Mi propongo come presidente per uscire dall’impasse garantendo, se eletto, una rotazione: dopo alcuni mesi rimetterei il mandato a favore di altri. Ci offriamo non in contrapposizione a Reale o a chi vota scheda bianca, ma è stato votato un documento con le linee programmatiche che legittimano tutte le liste”.

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L’ex giudice Michele Nardi condannato: 16 anni e 9 mesi per il ‘Sistema Trani’ e le accuse di aver manipolato indagini e processi

Carcere. Sedici anni e 9 mesi. È la pena inflitta dal tribunale di Lecce nei confronti dell’ex gip Michele Nardi, ritenuto uno degli esponenti di spicco del “sistema Trani”, il gruppo di magistrati e avvocati portato alla sbarra dalla procura leccese con l’accusa di aver manipolato procedimenti giudiziari che coinvolgevano imprenditori amici in cambio di denaro, regali e favori. Per Nardi la procura di Lecce aveva chiesto la condanna a ben 19 anni e 10 mesi e il tribunale ne ha stabiliti 16 e 9 mesi.

La condanna si aggiunge a quelle già inflitte agli altri coimputati che avevano scelto di essere giudicati con rito abbreviato. Il 9 luglio scorso infatti il giudice Cinzia Vergine aveva inflitto 10 anni di carcere all’ex pubblico ministero Antonio Savasta, considerato l’organizzatore dell’associazione a delinquere: tra gli episodi raccolti dai pm salentini Roberta Licci e Giovanni Gallone nei confronti di Savasta, anche l’incontro a Palazzo Chigi con Luca Lotti. Fu Tiziano Renzi, padre dell’ex Premier e leader di Italia Viva, secondo quanto dichiarato dall’imprenditore Luigi Dagostino, ex socio di Renzi senior e condannato a 4 anni di reclusione, a fare da tramite per organizzare quell’incontro. E proprio grazie alla mediazione del babbo di Renzi il pm Savasta ottenne quell’incontro con Lotti. E poi altri 4 anni di carcere per l’altro magistrato Luigi Scimè che ha dovuto anche abbandonare la magistratura: nei suoi confronti, infatti, il giudice Vergine aveva disposto anche l’estinzione del rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione. Condanna a 4 anni e 4 mesi di carcere, infine, per Ruggiero Sfrecola e 2 anni e 8 mesi per Giacomo Ragno, i due avvocati che avrebbe in alcuni episodi fornito un importante contributo al sistema.

Nel corso del processo di primo grado giunto ora alla sua conclusione, Michele Nardi si è difeso con tutte le sue forze negando ogni accusa e muovendo a sua volta pesanti invettive nei confronti della procura leccese, degli investigatori che avevano condotto le indagini e persino scaricando la responsabilità sui suoi coimputati. I magistrati leccesi lo hanno accusato di aver costruito un sistema nel quale l’ex gip offriva inizialmente la sua esperienza e la sua competenza a imprenditori in difficoltà per poi millantare la possibilità di avvicinare colleghi per sistemare la questione. In cambio? Regali, favori e denaro.

L’imprenditore Flavio D’Introno, il grande accusatore di Nardi, gli avrebbe donato un Rolex Daytona per ottenere un suo intervento che tuttavia non ci sarebbe mai stato. A raccontarlo, durante le indagini, è stata una donna che poi al processo ha però cambiato versione sostenendo che quell’orologio da oltre 25mila euro era in realtà destinato proprio a lei. Per l’accusa, inoltre, l’ex magistrato avrebbe ottenuto anche i lavori di ristrutturazione della villa a Trani e di una casa a Roma. D’introno, però, non è stato l’unico a puntare il dito con il sistema Trani. Anche altri grandi imprenditori pugliesi hanno ammesso in aula di aver versato fiumi di denaro per uscire dal carcere o sfuggire a indagini della procura di Trani.

Quel “sistema”, però, non si sarebbe limitato al territorio tranese. Secondo le indagini della procura di Potenza di quel sistema avrebbe sostanzialmente fatto parte anche l’ex procuratore di Trani Carlo Maria Capristo, arrestato quando è divenuto capo della procura di Taranto per le pressioni su una giovane pm all’epoca in servizio a Trani affinché velocizzasse un’indagine con esito favorevole a imprenditori ritenuti dall’accusa a lui vicini. Capristo è nel mirino della procura lucana per aver tentato di trasferire a Taranto, e in particolare nell’affare Ilva, il sistema Trani. Dopo il suo arrivo, come raccontato dal Fatto, nel processo Ambiente Svenduto avrebbe fatto la sua comparsa anche l’avvocato Giacomo Ragno, uno dei due avvocati condannati a luglio. Il procuratore di Potenza, Francesco Curcio, ha depositato le dichiarazioni rese da un altro magistrato, in passato in servizio a Trani, che raccontano non solo il rapporto tra Ragno e Capristo, ma anche i tentativi di quest’ultimi di intervenire sui colleghi a favore dell’avvocato.

A raccontarlo ai magistrati di Potenza è stato il giudice Roberto Oliveri Del Castillo, autore del romanzo Frammenti di storie semplici, in cui si racconta la malagiustizia di un piccolo ufficio giudiziario della provincia pugliese che per molti è sembrato essere proprio quello di Trani. Il giudice è stato ascoltato dalla procura lucana come persone informata dei fatti e ha raccontato “di essere stato invitato dal Procuratore ad accogliere ‘velocemente la richiesta di archiviazione perché l’accusa era a suo dire infondata e l’avv. Ragno era un galantuomo vittima di calunnia”. Non solo. Del Castillo, allora gip di Trani, si ritrovò un fascicolo nel quale l’avvocato Ragno, difensore di un indagato, gli aveva spiegato di un “atteggiamento accusatorio ‘benevolo’ del Capristo” che gli aveva fatto intendere “che il procedimento poteva concludersi in fretta con esito positivo per l’assistito”. La condanna di Nardi, insomma, aggiunge un nuovo tassello alla mala giustizia a Trani. Uno nuovo, ma certamente non l’ultimo.

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Dopo il caso Palamara cala l’affluenza alle elezioni dell’Associazione nazionale magistrati

Netto calo nell’affluenza alle elezioni per il rinnovo degli organi dirigenti dell’Associazione nazionale magistrati. Nell’anno del caso di Luca Palamara (l’ex presidente dell’Anm finito sotto inchiesta e nel frattempo espulso dal sindacato delle toghe) il voto per il rinnovo del parlamentino dei magistrati tradisce una sorta di “disaffezione”per il sistema delle correnti. Nonostante per la prima volta si votasse con modalità telematica, infatti, sono stati solo 6.101 magistrati a scegliere i rappresentanti al Comitato direttivo centrale dell’Anm, pari al 85,92% dell’elettorato attivo. Un migliaio in meno (7100) di quelli che si erano registrati nelle scorse settimane e circa duemila in meno rispetto alle elezioni del 2016.

La prima corrente per numero di voti rimane Area, il cartello delle liste di sinista delle toghe. Dietro, di pochi voti, c’è Magistratura Indipendente, la corrente moderata di destra che ha pagato il prezzo più alto al caso “Palamara” con le dimissioni di tre consiglieri del Csm. Terza, ma più distanziata, Unità per la Costituzione, che era la corrente di Palamara, nelle scorse settimane radiato dalla magistratura. Flop invece per per Autonomia e Indipendenza, la corrente fondata da Piercamillo Davigo: arriva ultima in classifica nel giorno del settantesimo compleanno del suo fondatore. Da domani Davigo va in pensione: ieri il Csm ha decretato che dovrà lasciare anche l’incarico di consigliere di Palazzo dei Marescialli. A livello di preferenze, invece, il più votato è Luca Poniz, esponente di Area, presidente uscente del sindacato delle toghe.

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Magistrati, se il diritto è dibattito allora parliamo della mancanza di trasparenza

di Adele Saita

“Dove un superiore, pubblico interesse non imponga un momentaneo segreto, la casa dell’amministrazione dovrebbe essere di vetro” (Filippo Turati, in Atti del Parlamento italiano, Camera dei deputati, sess. 1904-1908, 17 giugno 1908, p. 22962).

Tutti, ad un certo momento della nostra vita, abbiamo scoperto di non vivere e di non fare i conti con il migliore dei mondi possibili. D’altra parte, già Voltaire qualche secolo fa aveva fatto notare che affrontare candidamente la realtà può non essere la via maestra per uscirne vincenti. Ciononostante, vi sono ancora certi ambiti in cui ci sembra naturale che tutto sia come dovrebbe essere. Perché in verità l’uomo in animo conserva ancora quello slancio al giusto e al vero che dovrebbe portare il giusto a prevalere sull’ingiusto, e non solo nei film di Walt Disney.

Crescendo, ci rendiamo conto che il confine fra giusto e ingiusto non è poi così netto. Nella vita reale, non esiste da una parte il principe azzurro e dall’altra Malefica. Esistono invece persone, processi e sistemi sfaccettati che non sono vestiti di nero e non abitano in oscuri castelli diroccati ma stanno in mezzo a noi, molto spesso vestiti addirittura di bianco. E allora, come una società governa questa dicotomia?

C’è stato un tempo, ormai piuttosto lontano, in cui le genti hanno deciso di sacrificare una parte delle proprie libertà per metterle al servizio di un disegno più grande: una società civile, unita nel rispetto di principi e valori condivisi. Un patto sociale, un disegno costruito su valori di libertà, uguaglianza, responsabilità. Per noi italiani, un disegno costruito sui valori costituzionali che, all’indomani di un’esperienza totalitaria e arrogante, saggi giuristi hanno messo nero su bianco. Un disegno che, se colorato entro i margini stabiliti, avrebbe potuto garantire armonia ed equilibrio, governando affinché il giusto prevalga sull’ingiusto.

E chi, nel nostro ordinamento, è chiamato a esercitare questo controllo? L’ordine giudiziario. Ma faremmo un errore a pensare, candidamente, che i magistrati siano solo le funzioni che esercitano. Sono in primo luogo persone. Con un bagaglio tutto umano di luci ed ombre. Ognuno con i propri punti di forza e di debolezza. Ognuno con la propria idea di diritto che anni di studio e ricerche hanno consolidato. Siamo ormai molto più abituati ad ammettere che i virologi possano pensarla diversamente su uno stesso punto ma ci riesce difficile pensare che, essendo il diritto anch’esso una scienza, una disposizione di legge possa essere interpretata in un modo o in un altro, anche diametralmente opposto.

Eppure, è proprio di dibattito fra posizioni che vive il diritto, è lì che trova la sua forza. Cosa sono in fondo i differenti gradi di giudizio se non una formalizzata possibilità di dibattere e argomentare? Possiamo ricondurre l’importanza del dibattito alla più generale contrapposizione fra diritto e giustizia. Tutti sappiamo che diritto e giustizia non sempre vanno a braccetto. Che, sempre in virtù di quel famoso patto di cui sopra, ci siamo detti disposti a rinunciare, in certi casi, alla giustizia in virtù della forza del diritto.

Antigone è morta su questo altare. Una giovane sorella che non voleva lasciare insepolto il corpo del fratello caduto in battaglia, schiacciata fra ciò che il suo cuore (e il coro, cioè la collettività) riteneva giusto e ciò che la legge imponeva. Perché il concetto di giusto è soggettivo, dicono. Il concetto di giusto non garantisce quella certezza e oggettività che invece l’applicazione del diritto è in grado di assicurare.

Ma non è possibile, però, non dar voce a questioni che meriterebbero di essere dibattute in un’ottica di giustizia, prima ancora che di diritto. Questioni che riguardano non solo Antigone, ma il coro tutto. Allora, se è vero che nel nostro animo conserviamo ancora quello slancio al giusto e al vero che il disincanto dell’età adulta non ha del tutto sopito, dibattiamo. Dibattiamo di una questione attuale ora più che mai, viste le sinistre ombre portate alla luce dalle pagine dei giornali e degli interventi della più alta magistratura sugli equilibri della giurisdizione ordinaria.

Dibattiamo l’inaccessibilità dei provvedimenti di archiviazione preliminare dei procedimenti disciplinari avviati nei confronti dei magistrati ordinari.

Dibattiamo il fatto che, fra il 2012 e il 2018, in media sono state iscritte ogni anno 1380 notizie d’illecito disciplinare e che di queste il 91,6%, cioè oltre 1200, è stato archiviato in via preliminare dal Procuratore Generale presso la Suprema Corte e che a tali atti non è possibile accedere. Dibattiamo il fatto che la segretezza di queste archiviazioni non è in linea né con la ratio dei principi di accesso agli atti e di trasparenza del Potere. Dibattiamo il fatto che il Consiglio di Stato questo aprile (sentenza del 6.04.2020 n. 2309) ha definitivamente sancito la loro inaccessibilità, con motivazioni discutibili ma lineari sul piano del diritto che, però, stringono con malcelata violenza il cuore palpitante della giustizia.

Dibattiamo il fatto che la segretezza delle archiviazioni disciplinari del Procuratore Generale è l’ultimo baluardo di un modus operandi volto a garantire la tutela del prestigio di un ordine professionale che dobbiamo ricordare essere fatto di persone, prima ancora che di professionisti. Dibattiamo il perché, se il Procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione Giovanni Salvi ha affermato che “l’esigenza di trasparenza potrebbe, peraltro, essere rafforzata prevedendo l’accessibilità alle massime dei decreti di archiviazione” (discorso di apertura anno giudiziario 2020), dalle parole del Consiglio di Stato di aprile non si intravveda invece alcun tipo di apertura propositiva su questi temi, non una riflessione di più ampio respiro che si interroghi su principi e valori ma un arroccamento su questioni tecniche di diritto d’accesso.

Dibattiamo il fatto che se è vero che non sempre diritto e giustizia vanno a braccetto, questo non significa volerne una scusa per stritolare il cuore della giustizia che, alla luce di quanto succede nel mondo della magistratura attualmente, palpita sempre più debole. Dibattiamo il fatto che le recentissime parole del Presidente della Repubblica devono leggersi come uno stimolo per questo cuore di giustizia che alimenta un corpo complesso e non possono ritenersi limitate ad un solo organo o apparato. In definitiva, dibattiamo il fatto che Antigone è morta e che noi tutti, invece, avremmo voluto che vivesse.

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Csm, per me la ‘Spazzacorrenti’ non risolve: così nessun candidato indipendente riuscirà a entrare

Le sirene della propaganda governativa talvolta raggiungono livelli quasi lirici, perché suggeriscono nomi evocativi a provvedimenti che hanno tutt’altro contenuto. Mi riferisco allo schema di disegno di legge, ribattezzato “Spazza-correnti”, che il 3 agosto scorso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha licenziato anche nella materia “ordinamentale, organizzativa e disciplinare, di eleggibilità, di costituzione e funzionamento del Consiglio Superiore della magistratura”.

La straordinaria occasione generata dalla pubblicità del “sistema delle correnti”, nata dall’indagine pendente a Perugia, avrebbe potuto dare all’esecutivo un assist formidabile – e motivato – per rivoluzionare il sistema di funzionamento dell’organo di governo della magistratura italiana, istituzione di garanzia di fondamentale importanza soprattutto per i cittadini, perché soltanto una giurisdizione davvero indipendente può permettere di tutelare i diritti di ogni singolo membro del consesso civile.

Invece in Italia la scoperta della più purulenta cancrena della quale è affetta la magistratura associata dal dopoguerra ad oggi viene curata con uno spruzzo di acqua ossigenata. Dapprima con decreto legge il governo realizza una vera e propria “amnistia mascherata”, depenalizzando le condotte di abuso di ufficio nei casi di provvedimenti illegittimi, quando essi sono connotati da discrezionalità tecnica, ossia proprio in tutti i casi che le chat captate sul telefono di un ex presidente dell’Anm e componente di punta del precedente Csm documentavano in modo quasi scolastico.

Adesso con lo schema del ddl in questione le intenzioni (e le speranze!) di abbattere la correntocrazia dentro quell’Organo di rilevanza costituzionale vengono definitivamente a tramontare.

Se, in teoria, da un lato si vieta la costituzione di gruppi tra suoi componenti per consentire ad ogni singolo membro togato di esercitare le proprie funzioni in piena indipendenza ed imparzialità, dall’altra, in pratica, la legge elettorale escogitata per fronteggiare la patologia si rivela più una pillola dall’effetto placebo che un vero vaccino. Si vorrebbe introdurre, infatti, un sistema uninominale maggioritario su base territoriale a doppio turno.

Si può essere eletti al primo turno soltanto quando si è capaci di ottenere il 65% delle preferenze in ciascun collegio. La maggioranza “bulgara” è un connotato tipico dei potentati correntizi locali, direi quasi dei “feudi” di certe regioni: soltanto un “boss delle correnti” potrebbe farcela con quei numeri.

Ove non si arrivasse a quelle cifre, però, la competizione sarebbe, udite udite, tra i quattro maggiormente votati al primo turno. Va considerato che ogni elettore potrebbe esprimere fino a quel numero di opzioni. La novità è il voto “tarato” (verrebbe da dire taroccato), ossia la possibilità che le preferenze accordate abbiano pesi specifici diversi (il primo voto varrà uno, gli altri un po’ meno: 0,90, 0,80 e 0,70). Anche al secondo turno, però, il voto potrà essere doppio (da parte di ciascun elettore) con un diverso indice specifico (uno varrà uno; l’altro 0,80).

Si comprende chiaramente come le correnti potranno, dunque, nel rispetto delle quote di genere, spartirsi ogni singolo “feudo” nel modo che più gli aggrada, facendo accordi di desistenza e concordando alleanze per sostenere il candidato “di bandiera”. Come hanno sempre fatto. Altro che depotenziamento! Nulla sarà la possibilità che un candidato indipendente possa riuscire nell’impresa di andare al Csm.

Per dare un contentino a questa minoranza indisciplinata e talvolta rumorosa che chiede al Consiglio di avere una rappresentatività aliena da qualsivoglia dipendenza interna, però, al Ministero della Giustizia hanno pensato bene di introdurre un sistema di preselezione dell’elettorato passivo con sorteggio (ma solo ove in ciascun collegio non si raggiunga il numero di dieci candidati). L’unico metodo idoneo a recidere definitivamente il legame perverso tra i gruppi e il Csm viene relegato soltanto a preliminare meccanismo di arrotondamento delle liste dei candidati individuati dalle correnti more solito, quasi a spolverare la selezione operata da queste ultime di un inconsistente e formalistico velo democratico.

Così accanto ai notabili correntizi prescelti per discendenza e per ceto (definibili “gli optimates”) verranno indicati i nomi di avventizi del popolo magistratuale (i “plebei clientesque”), che verranno premiati, al massimo, con un voto tarato da 0,70.

Se qualche giovane pastore di nome Davide dovesse riuscire nell’impresa di arrivare al secondo turno, però, il ddl consegna l’arma micidiale al Golia tra gli optimates per allearsi insieme e abbattere il nemico con il voto specifico (quello che vale uno) compatto. Insomma la grande riforma del governo guidato dall’Avvocato del popolo, battezzata da qualche entusiasta voce “spazza-correnti”, dovrebbe chiamarsi, al contrario, “salva-correnti” o, al più “spalma-correnti”.

Sì, perché non solo consente ai gruppi associati della magistratura una divisione scientifica del voto per territori, tramite accordi e spartizioni di bassa lega, dando sempre maggior forza ai vivi e vegeti notabilati locali (dove può essere ancor più forte il peso del ras di turno persino sul lavoro dei singoli magistrati), ma si rivela un atto di servile inchino del Ministero al mieloso potere interno della magistratura associata.

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Caso Palamara, sembrava una rivoluzione invece è maquillage. E la sinistra ha avuto le sue nomine

Quella che sembrava la Rivoluzione francese nella storia giudiziaria italiana sembra rivelarsi sempre più come una vera e propria operazione di chirurgia estetica, con tanto di maquillage, condotta a seguito di una scorribanda tra le correnti della magistratura associata.

A distanza di più di un anno dalla scoperta del più grande scandalo che ha coinvolto l’Ordine giudiziario, sembra che la bava collerica dei maggiorenti dei gruppi della cosiddetta sinistra giudiziaria – quelli che più di tutti avevano chiesto, senza alcun contraddittorio con gli interessati, le teste dei consiglieri del Csm coinvolti in un incontro notturno in un hotel romano per pilotare una nomina – si siano trasformati in un afasico e imbarazzato bisbiglio salottiero.

Area democratica per la giustizia – così viene definito il gruppo che accorpa Magistratura democratica e Movimento per la giustizia – ha ottenuto, nel giro di pochi mesi, il ribaltamento delle posizioni di vertice dentro la magistratura associata e dentro il governo autonomo, persino dentro il ministero della Giustizia (dove è giunto un nuovo capo di Gabinetto, di chiara matrice correntizia).

E’ riuscita a nominare un suo esponente con l’unanime voto della componente laica del Csm (per la prima volta durante questa consiliatura) a Procuratore capo di Perugia, ossia presso l’Ufficio titolare dell’esercizio dell’azione penale per i reati commessi dalle toghe della Capitale che deve condurre il processo a carico di Luca Palamara e dei suoi coimputati.

Si tratta dell’Ufficio requirente che più di tutti avrebbe dovuto dimostrare equidistanza e lontananza da qualsiasi gruppo correntizio e da qualsiasi soggetto politico. Tutti potranno rendersi conto di quanto sia controproducente, per la credibilità della giurisdizione, che a dirigere quell’Ufficio sia un magistrato rimasto fuori ruolo per tantissimi anni per un incarico amministrativo di scelta politica ed indicato persino da un ex presidente del Consiglio del Pd come papabile candidato a premier.

La cosiddetta sinistra giudiziaria, quella che ama definirsi “progressista”, si connota anche per la tendenza a bipolarizzare al massimo il confronto interno alla magistratura, proponendo leggi elettorali per la riforma del Csm che possano cristallizzare questa loro volontà, antagonista alla parte “moderata-conservatrice”, in modo da fare scomparire altre entità rappresentative della categoria. L’idea di poter legittimamente fare “politica” dentro la Magistratura è quanto di più esiziale e dannoso possa esistere per l’Ordine giudiziario e per tutti i cittadini in nome dei quali la Giustizia è amministrata.

Il rischio enorme è quello di determinare la massima politicizzazione della magistratura, la cui immagine di imparzialità e di indipendenza è stata enormemente appannata proprio dalle recenti scoperte di intese tra i maggiorenti dei gruppi associati per “attaccare” avversari politici e poter condizionare gli equilibri e le alleanze tra i partiti politici.

La pubblicità delle centinaia di chat, a seguito della conclusione delle indagini del procedimento a carico di Luca Palamara, ha invece evidenziato come anche la cosiddetta sinistra giudiziaria, quella che continua ad accreditarsi come interlocutore e “soggetto politico” all’esterno, sia pienamente addentro al sistema delle correnti da decenni.

Ciò ha indotto, infatti, i vertici della magistratura associata a dimettersi dalla dirigenza ed i gruppi che la rappresentano dentro l’Anm a tacersi, incapaci persino di chiedere le dimissioni degli altri consiglieri coinvolti o di avviare uno scontato procedimento deontologico/disciplinare nei confronti dei suoi attuali o precedenti rappresentanti istituzionali.

Insomma sempre più sembra emergere che Luca Palamara rappresenti davvero il “capro espiatorio” di un sistema che non si vuole affatto modificare, i cui maggiorenti hanno cercato soltanto di approfittare della vicenda per mutare le maggioranze interne, capovoltesi a seguito di nuove alleanze che il gruppo di Palamara stava intessendo con la parte correntizia “moderata”.

Quello su cui, infine, si continua a glissare non è soltanto il doppiopesismo nella persecuzione di condotte del tutto analoghe, se non peggiori, rispetto a quelle venute alla luce un anno fa, ma quel pericolosissimo e deleterio collateralismo politico che gli ambienti della sinistra giudiziaria continuano a mantenere sia con esponenti del Parlamento (si pensi a quanto accaduto ai tempi della dottoressa Ferranti, che da parlamentare si permetteva di farsi da “garante” di nomine apicali con Palamara), sia con esponenti del mondo accademico, sia con giornalisti delle più importanti testate giornalistiche e del mondo massmediatico, sia infine con la loro presenza in posizioni apicali amministrative o consultive nei più importanti Palazzi del potere romano (dal Quirinale in giù).

Insomma pare che si sia arrivati direttamente alla Restaurazione, senza essere neanche passati per una vera Rivoluzione.

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