Category Archives: Femminicidio

Ferrara, fermato compagno della 50enne uccisa a Bondeno. Rossella Placati trovata morta in casa

Il pubblico ministero Stefano Longhi l’ha interrogato fino alle 4 di questa mattina e ha raccolto la sua “versione dei fatti contraddittoria e lacunosa”. In più ci sono gravi indizi a suo carico. Per questo è scattato il fermo per Doriano Saveri, compagno di Rossella Placati, uccisa la notte del 22 febbraio nella propria casa a Bondeno, nel ferrarese. L’uomo è un artigiano edile bolognese di 45 anni, separato. I due erano conviventi. Accompagnato nella casa circondariale di Ferrara, rimarrà a disposizione della Autorità Giudiziaria. Le indagini e gli accertamenti dei carabinieri proseguiranno al fine di raccogliere ogni ulteriore elemento o fonte di prova utile alla risoluzione del caso.

Agli inquirenti Saveri ha detto di essere andato via la sera del 21 febbraio dopo un litigio, di essere tornato ieri mattina e di aver trovato la donna riversa nel bagno. Non ci sono segni di effrazione e si sta cercando l’arma del delitto, un oggetto contundente usato per colpire la vittima alla testa. Rossella Placati aveva 50 anni, era divorziata e faceva l’operaia.

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Trento, uccide l’ex moglie con un’accetta e poi tenta il suicidio. L’uomo era ai domiciliari per maltrattamenti

L’ha colpita alla carotide con un’accetta e poi ha tentato di togliersi la vita. Un imprenditore agricolo di 39 anni, Lorenzo Cattoni, ha ucciso l’ex moglie Deborah Saltori, 42 anni, dalla quale si stava separando, a Cortesano, alle porte di Trento. L’uomo ha colpito la ex alla carotide con un’accetta e ha poi tentato il suicidio nel suo podere alle porte della città. L’allarme è stato lanciato da un passante che ha notato i due corpi a terra. Cattoni, che era ai domiciliari a casa dei genitori per maltrattamenti in famiglia ma poteva uscire per andare a lavorare sul suo terreno, è ricoverato in ospedale a Trento ed è in gravi condizioni.

Cattoni era stato arrestato – Il femminicidio è avvenuto nella campagna in cui l’uomo stava lavorando, non lontano dalla casa in cui la donna, madre di quattro figli dai 4 ai 17 anni, tre dei quali avuti da una precedente relazione, viveva dopo che i due si erano lasciati a causa delle violenze di lui. L’uomo, infatti, era già stato ammonito dal questore di Trento due volte per violenza domestica, anche durante una precedente relazione. L’allarme è stato lanciato da un passante che ha notato il corpo dell’uomo a terra verso le 15.30 di ieri pomeriggio. Solo pochi mesi fa era stato arrestato dalla Squadra Mobile della Questura di Trento perché negli ultimi quattro anni – secondo quanto avevano verificato gli investigatori – aveva più volte malmenato e vessato la compagna, fisicamente e psicologicamente.

Le violenze – Lo scorso novembre la donna si era presentata al pronto soccorso con una frattura composta dell’orbita sinistra, ma non aveva voluto dire ai medici come se la fosse procurata. Sul posto erano però arrivati i poliziotti della Squadra Mobile, allertati dal personale sanitario. Il drammatico racconto della 42enne si era quindi trasformato in una vera e propria denuncia, mai fatta prima per paura di ritorsioni. Gli episodi violenti, aveva raccontato, erano iniziati nel 2016, anche durante la gravidanza. Gli episodi più gravi erano avvenuti nel 2017, quando la donna – aveva raccontato lei alla polizia – era stata colpita al naso con dei pugni, e nel 2019. Ma a novembre 2020 Deborah Saltori aveva deciso di denunciare dopo essere stata colpita con un pugno.

“Rischiamo di non trovare più parole adatte, non scontate, di fronte alle uccisioni di donne. Eppure io credo che dobbiamo fermarci e trovarle. Dobbiamo interrogarci come maschi, come cittadini, come istituzioni. Due donne uccise in meno di due mesi in Trentino. A dicembre Agitu, oggi Deborah. Oggi è successo in un sobborgo di Trento, dentro la nostra comunità, in un luogo che può sembrare più sicuro di altri. E invece no. La strage non si ferma, ogni giorno. Rischiamo di viverla come lontana da noi ma non è così. Dobbiamo fermarci e capire come possiamo curare una società malata di violenza che produce maschi violenti che ammazzano mogli, compagne, fidanzate. Lo dobbiamo ad Agitu, a Deborah e alle loro famiglie“, ha scritto il sindaco di Trento, Franco Ianeselli.

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Torino, accoltella in strada l’ex fidanzata 20enne: arrestato per tentato omicidio

Una ragazza di 20 anni è stata accoltellata in strada dall’ex fidanzato 27enne. L’aggressione è avvenuta a Torino, nel quartiere di San Salvario, la sera del 21 febbraio. La vittima, una studentessa greca, è stata colpita al torace, all’addome e al collo ed è ricoverata in prognosi riservata all’ospedale Mauriziano. L’uomo, ex studente albanese del Politecnico, è stato arrestato dai carabinieri per tentato omicidio.

Il tentato femminicidio è avvenuto vicino a un parcheggio dopo l’uscita della metropolitana, ma non è ancora chiaro se i due si fossero dati un appuntamento oppure l’aggressore stesse pedinando la donna. Sono stati alcuni passanti, che hanno assistito all’aggressione, a dare l’allarme e a consentire ai carabinieri di bloccare l’uomo nelle vicinanze. Il coltello è stato recuperato. L’uomo, difeso dall’avvocato Leonardo Vincenzo Coluccio, dopo l’aggressione ha buttato l’arma in un’aiuola ed ha atteso vicino alla ragazza ferita l’arrivo dei carabinieri, chiamati da alcuni passanti.

Nel 2021 in Italia sono già 11 i casi di femmincidio. L’ultimo episodio solo tre giorni fa: a Genova è stata accoltellata e uccisa Clara Ceccarelli che, due settimane prima dell’aggressione, molto probabilmente già temendo l’aggressione mortale dell’ex, si era pagata il funerale.

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Pavia, il compagno confessa l’omicidio di Lidia Peschechera: “L’ho uccisa io. Ho vegliato il cadavere per tre giorni”

Svolta nel femminicidio di Lidia Peschechera, 49 anni, trovata morta in un appartamento a Pavia nel pomeriggio di ieri. Il suo compagno 28enne, Alessio Nigro, ha confessato di averla uccisa il 12 febbraio. Al culmine dell’ennesimo litigio, ha raccontato ai carabinieri di averla strangolata nella vasca da bagno e di aver coperto il cadavere con un asciugamano. Poi, chiuso nell’appartamento della donna in via Depretis, per tre giorni ha vegliato il cadavere, cercando di prendere tempo ed evitare sospetti. Poi, all’alba del 18 febbraio, i carabinieri hanno rintracciato l’uomo nell’ostello di via Doria a Milano dove aveva cercato di nascondersi. Il corpo di Lidia è stato infatti ritrovato ieri, dopo che un’amica, non avendola sentita per qualche giorno, aveva avvisato l’ex marito che si è rivolto alle forze dell’ordine. Quando gli agenti sono arrivati, la porta di casa era chiusa a chiave e i vigili del fuoco sono dovuti entrare da una finestra.

Il giovane con sé aveva diverse carte bancomat della donna e tessere di supermercati, un cellulare e circa 190 euro in contanti. Nella stanza che aveva preso in affitto sono stati trovati i documenti della donna e un mazzo di chiavi dell’appartamento di via De Pretis. Portato negli uffici del Nucleo investigativo dell’Arma di Pavia, il 28enne è stato interrogato dal procuratore Mario Venditti e dalla sostituta procuratrice Diletta Balduzzi, ai quali ha confessato movente e dinamica dell’omicidio. Nigro, con problemi di alcolismo, anni fa aveva lasciato Lodi, città natale, per trasferirsi in Inghilterra e lavorare come barista. Ma la pandemia lo ha costretto a tornare in Italia, dove però non aveva più una casa. Da qui la convivenza iniziata con la donna. Nelle scorse settimane, però, Peschechera aveva confidato a un’amica che l’uomo era diventato violento e avrebbe voluto interrompere la convivenza.

Anche il datore della donna si è allarmato: da giorni infatti non si presentava al lavoro e non rispondeva al telefono. Nei giorni di assenza, aveva anche ricevuto dei messaggi sospetti, tanto da decidere anche lui di telefonare all’ex marito per capire che cosa fosse accaduto. Insieme le hanno citofonato, senza però ottenere risposta. Quindi la richiesta d’aiuto al 118 e ai vigili del fuoco. Le manette per Alessio Nigro sono scattate in meno di 24 ore. Il 28enne ha ammesso di aver utilizzato lo smartphone della donna per scrivere falsi messaggi al datore di lavoro, con lo scopo di non farlo insospettire per l’assenza della dipendente. L’uomo si trova adesso nel carcere di Pavia, per lui l’accusa è di omicidio volontario aggravato. Lidia Peschechera avrebbe compiuto 50 anni il prossimo luglio. La donna, separata dal marito, viveva da sola nell’appartamento con cinque gatti. Così si presentava nel suo profilo Facebook: “Attivista animalista, convinta vegana, antifascista e sostenitrice delle cause Lgbt”. La sua bacheca è piena di commenti di cordoglio: “Ciao Lidia, amica e volontaria stupenda. Nessuno aveva il diritto di strapparti quel bellissimo sorriso, nessuno avrebbe dovuto”.

Foto di copertina tratta dal profilo Facebook

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In Argentina si marcia contro il ‘femminicidio di Stato’

In questi giorni l’Argentina è attraversata da grandi mobilitazioni spinte dai movimenti femministi che chiedono giustizia per Ursula Bahillo, solo 18 anni, uccisa dal poliziotto Matías Ezequiel Martínez. Al grido di Justicia Por Ursula (“giustizia per Ursula”) migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città argentine (con una marcia nazionale il 17 febbraio) contro quello che definiscono un “femminicidio di Stato”.

Martínez ha ucciso la giovane, originaria della città di Rojas, con 15 pugnalate, un delitto efferato consumato la sera di lunedì 8 febbraio. Il corpo di Ursula è stato trovato in un campo, la stessa notte di lunedì, a 13 km da Rojas (a nord est di Buenos Aires) e subito si è pensato al suo ex ragazzo, il poliziotto di 25 anni che vessava la giovane ormai da tempo. Ursula aveva già fatto denunce alla polizia locale, allegando violenza psicologica, persecuzione e minacce, ma niente di tutto ciò è stato preso in considerazione dalle autorità: neanche la Comisaría de la Mujer y de la Familia (commissariato della Donna e della Famiglia) della città ha prestato ascolto e aiuto alle richieste di Ursula.

Come se non bastasse, gli stessi poliziotti che hanno disatteso le speranza della giovane di uscire da quell’incubo, la stessa notte di lunedì 8 febbraio hanno represso con forza (e con proiettili di gomma) le proteste a caldo dei familiari e amici che si erano riuniti proprio di fronte a quell’edificio per chiedere giustizia per la morte di Ursula. A ragione di tutto ciò il commissariato di polizia locale e il commissariato della donna e della famiglia di Rojas sono stati messi sotto indagine e sotto gestione esterna, per ordine del ministro della Sicurezza della provincia di Buenos Aires, Sergio Berni, e del capo della Polizia Bonaerense, Daniel García.

Questo però non ha placato le proteste, anzi. Proprio Sergio Berni è nell’occhio del ciclone perché tra le file della polizia della provincia di Buenos Aires ci sono altri 5.954 uomini denunciati di violenza machista tra il 2013 e il 2020, secondo dati ufficiali resi noti dal giornale Perycia. Sono, infatti, quasi 6mila i membri della polizia bonaerense denunciati all’Agai (Auditoría General de Asuntos Internos) per aver esercitato violenza di genere, un numero al quale si devono sommare tutte quelle denunce che, per paura e minacce, non sono mai state realizzate. L’impunità è poi l’altra agghiacciante faccia del problema, visto che l’80% degli indagati riceve una breve sospensione e poi torna ad esercitare le proprie funzioni.

Ursula aveva denunciato Martinez ben tre volte, il 9 gennaio, il 28 gennaio e il 5 febbraio. Un quarto tentativo di denuncia, proprio al commissariato della Donna e della Famiglia di Rojas, non è andato a buon fine (racconta la madre) perché era domenica e le è stato risposto di tornare in settimana. I ripetuti messaggi della giovane sulle sue reti sociali sono stati premonitori. “Se un giorno non dovessi tornare, scatenate l’inferno” scriveva su Instagram, mentre soffriva una violenza costante da parte del poliziotto bonaerense.

Il femminicida di Ursula contava, però, già altre denunce realizzate da due donne: in tutto Martínez, che era stato momentaneamente sospeso per disturbi psichiatrici ed era già stato ammonito più volte per il suo comportamento violento dentro il corpo di polizia, aveva sulle spalle 18 denunce per violenza di genere. Ecco, dunque, tutti gli elementi di un femminicidio di Stato, perché quello vissuto da Ursula è solo l’ultimo gradino di una violenza strutturale, volontariamente sminuita da un sistema-Stato che vede e tratta le donne così come gli uomini vedono e trattano le donne (citando Carmen Antony dal suo libro Hacia Una Criminología Feminista: violencia, androcentrismo y Derechos humanos): cioè con discriminazione, esercitando oppressione, come territorio di conquista e di dominio.

La polizia emerge quindi come un branco, che fa scudo e protegge chi usa la sua posizione di potere, le sue armi e la sua uniforme per aggredire, minacciare e abusare una donna, colpevole solo di essere tale.

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Le scarpe rosse al funerale di Ilenia Fabbri raccontano più di mille parole

Lo scorso 6 febbraio la tranquilla realtà di Faenza è stata sconvolta da uno dei casi di cronaca nera più discussi degli ultimi tempi. Erano le sei di mattina quando Ilenia Fabbri, 46 anni, è stata sgozzata da un assassino che l’ha aggredita alle spalle e le ha reciso il collo con quella che, secondo gli inquirenti, potrebbe essere l’arma del delitto: un coltello da cucina grossolanamente ripulito e abbandonato nel lavello del vano cucina in cui è stato ritrovato il cadavere della donna.

I fatti sono ormai noti: in un’altra stanza dell’abitazione si trovava un’amica intima della figlia di Ilenia che quando ha sentito le urla della vittima ha avvertito telefonicamente i familiari pensando all’intrusione di un ladro. La figlia e l’ex marito di Ilenia si trovavano in auto in viaggio verso Milano e, dopo aver dato a loro volta l’allarme alla polizia, sono tornati presso l’abitazione della vittima. Il corpo senza vita di Ilenia è stato rinvenuto dalle forze dell’ordine e gli inquirenti, dopo giorni di perquisizioni nell’abitazione della donna e nell’officina di Claudio Nanni, ex marito della donna, hanno iscritto quest’ultimo nel registro degli indagati, per omicidio volontario pluriaggravato in concorso con persona estranea.

La Procura sta seguendo la pista di un assassinio su commissione che sarebbe stato organizzato dall’ex marito di Ilenia, forse per via dei trascorsi burrascosi della coppia e di un contenzioso economico: la Fabbri aveva intentato una causa civile contro l’ex marito con una richiesta di risarcimento di 100.000 euro per mancati compensi, relativi al periodo in cui aveva lavorato nell’impresa di famiglia. Claudio Nanni si trova attualmente a piede libero, tanto che ha partecipato al funerale dell’ex moglie entrando in chiesa da un ingresso secondario per evitare giornalisti e telecamere, e gli inquirenti stanno completando le indagini per costruire un quadro indiziario che possa portare alla richiesta di una misura cautelare.

L’unica testimone dell’omicidio, l’amica della figlia della vittima, si trova attualmente sotto scorta perché, pur essendosi barricata in camera e non avendo visto in volto l’omicida, ha riferito agli investigatori di aver udito Ilenia gridare: ”Chi sei, cosa vuoi?” e di aver visto la sagoma di un uomo alto e robusto fuggire dall’abitazione.

L’ipotesi dell’omicidio su commissione lascia alquanto sgomenta l’opinione pubblica perché siamo abituati a pensare a questo genere di crimini in ambito mafioso o per regolamenti di conti, ma negli ultimi tempi pare che modalità come queste siano più diffuse di quanto possiamo pensare. Nel caso l’ipotesi del killer prezzolato si dovesse rivelare fondata, non si tratterebbe certo di un professionista ma di una figura poco esperta, un individuo che magari avrebbe accettato di compiere un delitto del genere per una somma di denaro esigua. Una di quelle figure che si muove nel sottobosco del crimine, popolato da balordi disposti a tutto pur di mettersi in tasca poche migliaia di euro.

Se la direzione in cui si sta muovendo la Procura dovesse essere quella giusta, il movente di questo assurdo omicidio non sarebbe quindi passionale ma economico. Tuttavia, stando alle informazioni raccolte dagli inquirenti, si collocherebbe comunque nell’ambito di precedenti maltrattamenti anche psicologici e sfruttamento economico di Ilenia, costretta a lavorare nell’officina dell’ex marito senza percepire adeguata retribuzione, fino alla decisone, nel 2018, di separarsi dal coniuge.

Una delle ultime testimonianze raccolte riguarda una persona vicina a Claudio Nanni che si sarebbe recata in Commissariato e avrebbe deposto, nero su bianco, le parole che l’ex marito di Ilenia avrebbe pronunciato in relazione al contenzioso civile: “Se continua così, prima o poi le mando qualcuno a farle la festa”.

Alcuni commentatori hanno obiettato che, anche qualora fosse provata la colpevolezza dell’ex marito di Ilenia, usare il termine “femminicidio” in questo caso sarebbe inopportuno perché non si tratterebbe di un delitto dettato da gelosia, ossessione o senso del possesso. In realtà le scarpe rosse indossate dalle amiche di Ilenia al suo funerale testimoniano ben altro. Queste donne hanno sicuramene paura perché l’assassino di Ilenia e il suo mandante, oggi, non sono in carcere e l’unico indagato è a piede libero.

Sono donne che hanno raccolto le confidenze della povera Ilenia, quando raccontava di essere pedinata da un detective, quando si sfogava con loro perché pur lavorando tutto il santo giorno nell’officina del marito lui non le avrebbe dato nemmeno un soldo e in qualche occasione l’avrebbe maltrattata e minacciata. Quando aveva deciso di riappropriarsi della propria esistenza chiedendo la separazione, quando si era affacciata nuovamente alla vita innamorandosi del suo nuovo compagno, Stefano, e infine quando aveva trovato il coraggio e l’orgoglio di intentare una causa contro l’ex marito per veder riconosciuti i propri diritti.

Perché violenza non è solo sberle, pugni e calci, ma anche la privazione delle risorse materiali, lo sfruttamento economico, lo svilimento psicologico. E quelle scarpe rosse lo raccontano più di mille parole.

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14 febbraio, sarebbe utile se la Rai riproponesse un documento importante e attualissimo

Il 17 febbraio (invece che l’8 marzo) potremo vedere la puntata di Italiani di Rai Storia dedicata alla figura di Tina Lagostena Bassi, l’avvocata che difese la giovane violentata da quattro uomini – come documentato in Processo per stupro, trasmesso dalla tv di Stato nel 1979. Allora, per la prima volta, le telecamere entravano in un tribunale rendendo pubblico come una donna, nel processo a carico dei suoi aguzzini, diventasse imputata della violenza subita. La sua vita privata si trasformava in motivo di discredito e, in definitiva, giustificazione della violenza subìta, sancendo il noto adagio secondo cui “se ti hanno stuprata te la sei cercata”.

Nella puntata di Rai Storia ci saranno le testimonianze sulla figura straordinaria di Lagostena Bassi (che fu avvocata, politica ma anche femminista e attivista), tra le altre, della magistrata Paola Di Nicola e di Loredana Rotondo, che con Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Roni Daopulo, Paola De Martiis e Annabella Miscuglio ideò e girò quello straordinario documento. Rotondo condivise con Lagostena Bassi molte vicende politiche, tra cui la lunga maratona legislativa che portò l’Italia, dopo 17 anni da allora, ad avere finalmente una legge contro la violenza sessuale.

Quel collettivo Rai non ha però solo regalato Processo per stupro alla memoria storica italiana, un materiale così importante che nel 2019, a 40 anni di distanza, Gian Antonio Stella dalla pagine del Corriere della sera chiese che la Rai lo rimandasse in onda affinché le nuove generazioni lo potessero conoscere. Processo per stupro – è bene ricordarlo – è stato insignito di numerosi premi internazionali tra cui Prix Italia, è stato nella terna finale dell’Emmy Awards, è custodito nell’archivio del MOMA di New York, nonché citato in vari testi di storia. Il giorno dopo la messa in onda sempre il Corriere titolò in prima pagina: “Adesso gli Italiani sanno cosa è un processo per stupro”.

Lo stesso collettivo produsse anche AAA Offresi, inchiesta sulla prostituzione che metteva in luce il mondo opaco dei clienti, documentando la giornata di una prostituta. Il filmato, annunciato per il 7 aprile del 1981, fu bloccato appena prima di andare in onda; le autrici furono denunciate per favoreggiamento, processate per circa 14 anni, e alla fine assolte. La copia del documentario risulta ancora oggi scomparsa, un mistero italiano tra i tanti.

Cosa c’entra tutto questo con San Valentino? Moltissimo, se dal 2012 l’attivista femminista e scrittrice Eve Ensler ha proposto proprio nella data dedicata all’amore non di andare a cena a lume di candela ma di ballare contro la violenza maschile sulle donne con il progetto One billion rising.

Sarebbe importante e significativo se, oltre a fare uscire la puntata di Italiani per ricordare Tina Lagostena Bassi la Rai riproponesse, magari proprio per il 14 febbraio, Processo per stupro: non sarebbe un atto di doveroso tributo al lavoro di inchiesta, ancora attualissimo, che quel filmato rappresenta, soprattutto ora in piena pandemia globale, quando nonostante l’emergenza sanitaria, economica e sociale i femminicidi non solo non si arrestano, ma si moltiplicano?

Vero è, come afferma Loredana Rotondo nel raccontare il clima culturale nella quale Processo per stupro nasce, che “allora c’erano una Università delle donne, un Quotidiano delle donne, un Teatro delle donne, una Casa delle donne a Roma che occupava un intero palazzo a via del Governo Vecchio, centinaia di gruppi e collettivi di donne che si aggregavano in ragione della materia che affrontavano: i diritti, la comunicazione, la psichiatria, la politica. Ci trovavamo alla fine di un decennio nel quale il referendum sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza avevano messo al centro dell’attenzione collettiva i temi del privato, la sessualità, le relazioni umane tra donne e uomini, che normalmente sono sottratti al dibattito politico. In quel momento, invece, la soggettività femminile bucava la storia, e il femminismo italiano poneva con forza questioni ignorate e tabù nel confronto pubblico: la libertà di scelta di maternità, la sessualità, il privato come specchio del politico”.

Quanto bisogno c’è, proprio ora che sono le donne a pagare un prezzo altissimo in termini di perdita di lavoro ed autonomia faticosamente acquisita, di restituire visibilità al fecondo dibattito che quarant’anni fa il femminismo aveva portato al centro non solo della politica, ma anche nelle case e nelle famiglie attraverso il servizio pubblico?

Nella “giornata dell’amore” 2021, secondo anno della pandemia, oltre a ballare dove e come si potrà contro la violenza sulle donne sarebbe importante proporre, dagli schermi dei computer della didattica a distanza come sulle lavagne LIM in presenza nelle scuole quei 64 minuti di realtà, (non di fiction), che hanno svelato verità scomode e connivenze istituzionali sul primario gradino di ogni violenza successiva: quella maschile sulle donne.

Processo per stupro costituì un ribaltamento ottico nello sguardo della tv pubblica: una ricerca di mercato dopo la messa in onda rivelò l’enorme impressione e consenso che il documentario aveva suscitato nel pubblico, perché aveva offerto la possibilità di partecipare a qualcosa di significativo a livello sociale, etico e interessante a livello personale. L’impatto, per indici di ascolto, fu straordinario anche perché, e qui sta una novità assoluta, per la prima volta lo sguardo dietro alle telecamere era quello di sei donne, che osservavano in modo totalmente inedito le drammatiche fasi di un processo che testimoniava il disprezzo per una donna violata e la connivenza con gli stupratori.

Loredana Rotondo, che è stata ospite nel 2018 con Lorella Zanardo di una giornata di formazione ad Altradimora nella quale sono stati mostrati sia Processo per stupro che Il corpo delle donne, ha tra l’altro ricordato: “Ho dovuto far riposare il cuore in diversi momenti di quelle giornate mentre assistevamo al processo, perché le emozioni erano fortissime, tra sgomento, orrore e consapevolezza di ciò che stavamo vedendo”.

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Omicidio Ilenia Fabbri, un testimone: “L’ex marito disse: ‘Prima o poi le mando qualcuno a farle la festa’”

“Se continua così, prima o poi le mando qualcuno ‘a farle le festa’“. Sono queste le parole che un testimone, presentatori spontaneamente in commissariato, ha detto di aver sentito pronunciare dall’ex marito di Ilenia Fabbri, la 46enne trovata sgozzata sabato 6 febbraio nella sua abitazione di via Corbara a Faenza, in provincia di Ravenna. Secondo quanto riferito dai quotidiani locali, il testimone in questione ha spiegato agli inquirenti di aver ricevuto la confidenza direttamente dall’ex marito della defunta – il 53enne Claudio Nanni ora indagato per omicidio volontario pluriaggravato in concorso con persona ignota – quando i due coniugi erano in piena battaglia legale per gli accordi di separazione, conclusi con l’assegnazione della casa di via Corbara alla donna.

Inoltre la 46enne aveva promosso una causa di lavoro contro l’ex lamentando mancati compensi per 100mila euro legati alla sua collaborazione nell’impresa di famiglia. Un’altra novità emersa nelle ultime ore dalle indagini della polizia coordinate dal pm Angela Scorza, è l’immagine di una figura scura captata da una telecamera privata non distante dall’abitazione di via Corbara e in un orario compatibile con quello del delitto avvenuto a cavallo delle 6 del mattino.

Intanto giovedì e venerdì la polizia Scientifica ha compiuto un nuovo sopralluogo nell’appartamento dove è avvenuto il delitto: si tratta del completamento degli accertamenti tecnici irripetibili su tracce biologiche che potrebbero appartenere proprio all’assassino. Nel caso, si potrebbe risalire al dna del killer, inquadrato dagli inquirenti come un possibile sicario presumibilmente mandato dal marito e contro il quale la vittima potrebbe avere reagito riuscendo forse a ferirlo. È inoltre emerso che il marito ha ammesso che non sapeva che nella casa quella notte era rimasta a dormire l’amica della figlia: ed era stata proprio la giovane alle 6.06 a lanciare l’allarme temendo l’intrusione di un ladro per poi riuscire pure a fornire un parziale identikit dell’uomo.

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Piera Napoli uccisa dal marito reo confesso a Palermo. Pm: “Crudeltà ed efferata violenza”

“Ieri sera ho sorpreso mia moglie intenta a mandare messaggi col cellulare. Stamattina le ho chiesto se ieri sera stava mandando messaggi al suo amante e lei mi ha detto di sì e mi ha preso a cattive parole e mi ha detto che era innamorata di lui. Poi è successo quello che ho già detto”. Cioè ha preso il coltello da macellaio che una “volta avevo preso al lavoro”, lui che di mestiere taglia animali e li trasporta nelle macellerie, e lo ha infilzato a ripetizione nel corpo di Piera, mentre lei era in bagno, seduta. L’ha colpita a ripetizione nel volto e nel tronco, finché non è caduta a terra, a quel punto ha preso una coperta per coprirla, perché “non potevo vederla in quelle condizioni”. È questo il racconto di Salvatore Baglione, 37 anni, alla pm Federica Paiola, che ha poi disposto il fermo per omicidio aggravato da futili motivi, “per mera gelosia e con crudeltà”, ha scritto Paiola.

Erano separati in casa da due anni, così hanno riferito i parenti, mentre lui ha raccontato che da quattro mesi litigavano per la nuova relazione di Piera: “La perseguitava”, ha raccontato anche il padre di Piera, Carlo Napoli. E di “spionaggio” parlano anche alcuni post della stessa Piera che su facebook non era “amica” del marito: “È inutile che spii il mio profilo tanto i c…. miei non li scrivo qua”, ha scritto il 16 gennaio, mentre lo scorso 6 febbraio postavo questo messaggio: “Alcune richieste di amicizia non sono richieste di amicizia ma telecamere di sorveglianza”.

Vivevano in una palazzina all’interno di un residence nel quartiere di Cruillas, ai margini di Palermo. Una zona urbana che alterna palazzine fatiscenti a complessi edilizi. Qui, all’interno di un cortile a pian terreno stavano loro con i tre figli, Alessandro, di 14 anni, e i due gemelli, Daniel e Cristian, di 11: “Non abbiamo sentito nulla, neanche un grido”, giurano i vicini. Non ha sentito nulla neanche il figlio più grande, Alessandro, l’unico in casa, perché “dormiva profondamente”, così ha raccontato alla pm, Baglione. Mentre Daniel era fuori a giocare e Cristian era già da qualche giorno dalla nonna. Alessandro era solito dormire con la madre, mentre Salvatore dormiva con Daniel. Due settimane fa però lui aveva dormito in macchina per tre giorni, perché Piera non lo voleva fare più entrare, era anche intervenuta la polizia, ma poi la donna non aveva voluto sporgere querela. Erano separati e lei aveva un’altra relazione che Salvatore non accettava, per questo era andato pure da lui a chiedere di interromperla.

“Non ti amo più, amo lui”, questo avrebbe detto Piera al marito – stando al racconto di lui – e questo avrebbe fatto scattare la crudeltà assassina dell’uomo che ha preso un coltello con lama di 20 centimetri e l’ha infilzato a ripetizione nel corpo della donna finché non è caduta a terra, senza vita. A quel punto ha nascosto il coltello nello sgabuzzino del soppalco, dove lui stesso ha indicato di averlo messo, ritrovato dai militari insanguinato fino alla fine della lama di 20 cm. “Crudeltà” ed “efferata violenza” scrive la pm. Sono le 9.30 circa, stando al racconto di Baglione. Dopo averla uccisa, dunque, ha pubblicato tre post su fb, il primo alle 10.08: “Non permettere a nessuno di rovinare la tua pace perché non trova la sua”. Il secondo alle 10.11: “Non mostrare il tuo mare a chi non sa nuotare”. Il terzo sempre alle 10.11: “Il rispetto, gran bella parola, peccato che non tutti ne conoscano il significato”. A questo punto ha svegliato il figlio più grande, si è preparato una valigia per il carcere, ha cercato Daniel in cortile e ha portato i figli dalla nonna paterna. A quel punto è andato nella caserma Uditore, cioè in quella che fu la casa di Totò Riina, ora confiscata e sede dei carabinieri, e ha detto ai militari di avere ucciso la moglie, poi li ha condotti sul luogo del delitto, rivelando anche dove si trovava l’arma.

Nessuno ha visto e sentito niente: “Non so niente, niente”, così risponde ai giornalisti da un certo momento in poi anche il padre di Piera, che attende i rilievi dei militari fuori dall’abitazione della figlia con altri parenti. Ma quando si chiede se la figlia fosse una brava cantante, la pupilla si ferma, lo sguardo si infiamma: “Certo che lo era, la conoscono tutti”, risponde al presente.

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Femminicidio e cultura mafiosa: quando nel contrasto alla violenza di genere si deve fare i conti anche con l’omertà

Quello che segue è un contributo scritto per ilfattoquotidiano.it da Cinzia Leone, senatrice M5s e vicepresidente della commissione d’inchiesta sul Femminicidio e su ogni forma di violenza di genere. Nel suo intervento la parlamentare parla della necessità della prevenzione dopo l’omicidio della 17enne Roberta Siragusa a Caccamo (Palermo). La gip Angela Lo Piparo, nelle 18 pagine dell’ordinanza con cui ha disposto la custodia cautelare del fidanzato Pietro Morreale, ha descritto il corpo della ragazza come “dilaniato” e parlato di “immagini che lasciano sgomenti” per la brutalità delle violenze.

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La scorsa estate, quando appresi che nella villetta comunale di Caccamo, in provincia di Palermo, era stata vandalizzata la panchina rossa, ho cercato più volte di mettermi in contatto con il sindaco per creare un evento di sensibilizzazione sul tema. La panchina rossa, il colore del sangue, è il simbolo scelto per indicare il posto occupato da una donna che non c’è più, per via della violenza brutale che con cadenza più che settimanale si abbatte su una persona nel nostro paese. L’ultimo è l’episodio di impressionante violenza avvenuto in provincia di Lecce e che ha tolto la vita a Sonia Di Maggio.

Niente, non ho avuto nemmeno una risposta dal sindaco. Ma non si tratta di distrazione, da noi in Sicilia anche il silenzio è una risposta chiara e netta. Purtroppo adesso ci troviamo a riflettere sulla violenza di genere proprio a Caccamo, perché in quel paesino è stata uccisa Roberta Siragusa, la ragazza diciassettenne molto probabilmente vittima di femminicidio.

Poche ore dopo il tragico evento ho appreso che il nome di Roberta è stato scritto sulla ‘panchina rossa’ di Caccamo grazie all’iniziativa di un artista locale: Dario Spatafora. Mi auguro che almeno da questo evento drammatico si possa trarre un insegnamento: la prevenzione, la diffusione della cultura del rispetto e della gestione delle emozioni possono salvare vite umane e far fare un grande passo in avanti alla nostra società. Ho avuto l’onore di inaugurare decine di panchine rosse in paesetti sperduti insieme ai parenti e amici di vittime del femminicidio: si tratta di un simbolo di forte portata comunicativa e per nulla un fatto di folclore, in un mondo come il nostro caratterizzato dal linguaggio iconico.

La mia esperienza, molto formativa, nella commissione d’inchiesta sul Femminicidio del Senato, con tante audizioni qualificate, numerose visite sul territorio e il lungo studio dei documenti di settore, mi porta alla conclusione che c’è ancora molta superficialità nel trattare il tema della violenza domestica e di genere. Purtroppo anche per il caso di Roberta abbiamo dovuto leggere articoli o ascoltare servizi tv in cui si cade nel solito errore di rintracciare “colpe” o “improvvide cause scatenanti” nel comportamento della vittima che avrebbero provocato la reazione del carnefice. Non è mancato il solito sensazionalismo, che ha il solo fine di distrarre il lettore dal focus.

D’altra parte in terre difficili sul piano della legalità come la mia Sicilia, anche nel contrasto alla violenza di genere si sconta un caro prezzo all’omertà, alla mentalità mafiosa che è intrisa di maschilismo. Caccamo si trova in una zona ad alta densità mafiosa, un luogo in cui i boss hanno consacrato le loro leadership con la speculazione edilizia. Giovanni Falcone già negli anni ‘80 aveva definito Caccamo la Svizzera della Sicilia. Quest’espressione dal sapore sciasciano la dobbiamo intendere bene nel suo significato più profondo. Perché se Falcone mette questa ‘nciuria, questo nomignolo, si tratta di una scelta non da poco. La Svizzera (quella vera) negli anni 80/90 era il paese in cui trasmigravano i guadagni illeciti delle cosche. Era il luogo in cui i latitanti mafiosi potevano circolare tranquillamente ed erano svizzeri i due magistrati che Falcone ospitava nella sua villa all’Addaura, dove fu sventato un attentato contro la sua persona. Falcone non dice “Svizzera siciliana”, ma “Svizzera della Sicilia”. Ciò vuol dire che a Caccamo si vive come in Svizzera e per questo il paese diventa un luogo singolare, dove avvengono cose che altrove non possono accadere più. Si pensi all’attentato di Domenico Geraci, il quarantenne ex militante Cisl, ucciso dopo solo due mesi dopo aver presentato la sua candidatura a sindaco nel 1998. Venne ucciso con la lupara nella pubblica piazza sotto gli occhi di tutti. E ciò avveniva proprio quando le mafie avevano deciso di abbandonare la strategia stragista. Domenico Geraci nella sua campagna elettorale denunciava che nel piano regolatore del paese venivano tutelati interessi non legali.

Il contrasto al femminicidio e a ogni forma di violenza di genere ha bisogno di un enorme lavoro sulla prevenzione, la repressione non basta. E per fare prevenzione bisogna anche sconfiggere quella cultura mafiosa e omertosa su cui ancora troppo spesso andiamo a sbattere. Abbiamo fatto grandi progressi con le ultime norme approvate, a partire dal Codice Rosso, dobbiamo fare un ulteriore salto di qualità culturale. Sviluppiamo ovunque l’educazione emozionale, che aiuta giovani e meno giovani a lavorare sulla gestione interiore e sul controllo dei comportamenti. Implementiamo i tanti progetti positivi per il trattamento degli uomini maltrattanti, devono imparare a lavorare su sé stessi. La prevenzione è una cosa seria e costituisce un’arma gentile che può salvare tante vite umane.

L’articolo Femminicidio e cultura mafiosa: quando nel contrasto alla violenza di genere si deve fare i conti anche con l’omertà proviene da Il Fatto Quotidiano.