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Vaccini, la nuova previsione di Figliuolo: “A maggio in arrivo oltre 15 milioni di dosi”

“A parte le dosi in arrivo e già arrivate che sono 1 milione e mezzo di Pfizer e le prime 180 mila Johnson & Johnson, da 27 al 29 arriveranno a livello nazionale oltre 2 milioni e mezzo di dosi e poi dal 30 al 4-5 maggio, ulteriori quasi 2 milioni e 600 mila dosi. E, per maggio, sono molto positivo perché le stime mi danno oltre 15 milioni di dosi“. Così il Commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo, a Matera a margine della visita del punto vaccinale nei pressi dell’ospedale Madonna delle Grazie, assicura nuove imponenti scorte per il prossimo mese.

Secondo il commissario, oggi in visita nella Basilicata anche per verificarne l’efficienza in tema inoculazioni, la Regione “ha retto lo stress test” e “sta andando molto bene con gli over 80”.

Video/Courtesy Trm

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“Sul Moby Prince c’era una bomba”: la verità di Onorato 30 anni dopo. Ma dagli orari dopo l’incidente al valore della nave non tutto torna

Vincenzo Onorato ha rilasciato un’intervista esclusiva su Moby Prince pubblicata oggi su La Nuova Sardegna ad oltre vent’anni dalle ultime dichiarazioni stampa rilasciate sull’argomento. A due settimane dal verdetto del tribunale di Milano sul fallimento della sua azienda, Moby, che rilevò l’ex compagnia pubblica di navigazione Tirrenia, l’armatore del traghetto della strage del 10 e 11 aprile 1991 sui cui misteri stanno indagando trent’anni dopo la Procura di Livorno e la Direzione distrettuale antimafia di Firenze, e presto una nuova inchiesta parlamentare alla Camera, attribuisce la collisione tra il Moby Prince e la petroliera statale Agip Abruzzo ad una “bomba che si trovava nel locale del motore delle eliche di manovra, a prua”. Secondo Onorato la bomba avrebbe fatto “esplodere la prua” dopo l’uscita dal porto di Livorno, causando l’impossibilità per il comandante del traghetto di vedere quanto lo contornava e facendolo pensare “ad una collisione” cui avrebbe reagito “mettendo il timone a dritta” e andando in conseguenza “contro la petroliera”. Onorato aveva già sostenuto la tesi dell’ordigno durante il primo processo sul disastro navale concentrato su tutt’altra tesi, ma in quell’udienza di dibattimento del 22 gennaio 1996 attribuì l’attentato alla concorrenza della Corsica Ferries guidata da Pascal Lotà. Oggi invece, a distanza di 25 anni da quell’udienza, l’armatore della Moby Prince ha cambiato versione: la bomba l’avrebbe messa qualcuno che “doveva conoscere bene la nave, ma non intendeva provocare una strage, altrimenti l’avrebbe messa in una borsa abbandonata nel salone passeggeri” e questo qualcuno sarebbe stato spinto da un movente che chiama in causa scenari geopolitici: “C’era la Guerra del Golfo – ha detto Onorato a La Nuova Sardegna -, la situazione in politica estera era estremamente difficile, c’erano navi sconosciute in rada“.

Bomba o non bomba
Che nel locale eliche di prua avvenne un’esplosione è un dato storico. Così come la presenza in quello spazio di tracce di sette composti esplosivi – di cui “cinque tipici di composizioni esplosive ad uso “civile” denominate “Gelatine-Dinamiti” – attestate dal consulente tecnico della Procura di Livorno (citato anche da Onorato nell’intervista), Alessandro Massari, nel febbraio 1992. A smentire che quelle composizioni fossero esplose e a sostenere fossero solo bruciate arrivò però nell’ottobre 1992 la relazione della commissione ministeriale dalla Marina Militare, in particolare dalla Mariperman, cioè la sua Commissione permanente per gli esperimenti del materiale da guerra Istituto Chimica Esplosivi. Proprio quella Marina Militare identificata oggi come al comando del mancato soccorso pubblico costato la vita alle 140 vittime.

Secondo la Marina Militare l’esplosione nel locale eliche di prua fu una deflagrazione dei gas prodotti dall’incendio successivo alla collisione, usciti dalla cisterna speronata del Moby Prince insieme al combustibile e arrivati in qualche modo solo nel locale eliche di prua del traghetto a soglie di concentrazione e temperatura tali da deflagrare.

Le dichiarazioni di Onorato riaprono dunque un capitolo controverso del caso Moby Prince, toccato dal pm a capo delle indagini fino al 1994 che nel tentativo di tenerlo aperto lo descrisse al giudice Roberto Urgese come “l’ombra inquietante, da più parti affatto inspiegabilmente liquidata come assolutamente fantasiosa, di un evento doloso, concausa nell’andamento della vicenda”. Urgese ignorò quell’indicazione così come gli spunti sulla stessa pista presenti nel “fascicolo fantasma” rinvenuto e raccontato da ilfattoquotidiano.it. Una pista solo sfiorata dall’ultima inchiesta parlamentare e da tre anni all’attenzione della Procura di Livorno, della Dda e della sua polizia giudiziaria, il Gico della Guardia di Finanza.

La pista assicurativa
Nell’intervista Onorato parla per la prima volta anche dello scenario assicurativo, messo sotto accusa dall’inchiesta parlamentare. Dichiara che l’accordo del 18 giugno 1991 siglato con assicuratori e Snam, armatrice statale della petroliera speronata dal Moby Prince, “fu reso noto e non segreto”, benché sia stato acquisito per la prima volta dall’autorità giudiziaria nel 2018, dopo il sequestro di una copia operato dallo Scico della Guardia di Finanza su richiesta della commissione del Senato. Ma soprattutto Onorato segnala che il valore del traghetto Moby Prince era a suo dire di 20 miliardi di lire, importo con cui la compagnia armatrice lo aveva assicurato con ben due polizze, gemelle per importi, di cui una, esclusiva del Moby Prince su tutta la flotta, per “rischi guerra”. E proprio quest’ultima avrebbe protetto il traghetto da eventi come un attentato esplosivo, da lui teorizzato nell’intervista. In realtà a contraddire le dichiarazioni di Onorato sul valore della nave e sulla regolarità del quadro assicurativo è la relazione dei consulenti dell’inchiesta parlamentare 2015-2018 – tra i quali il sostituto procuratore di Roma Francesco Dall’Olio – che hanno rilevato l’anomalia di tale valutazione, 20 miliardi, su un traghetto acquistato sei anni prima a circa la metà del valore: 11 miliardi.

Le coperture dello Stato
Ma Onorato non si è fermato alla tesi bomba, nella sua intervista ha anche definito che l’allora comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Sergio Albanese, e il governo italiano nella persona del ministro della Marina Mercantile, Carlo Vizzini, avrebbero costruito in un colloquio di circa “20 minuti” avvenuto la mattina dopo la strage, quella narrazione poi finita nelle sentenze sulla vicenda e infine smentita dall’ultima inchiesta parlamentare: ovvero l’incidente causato dalla nebbia calata sulla sola petroliera e da un errore umano “banale” del comando del traghetto. “Io la mattina ero lì – dice Onorato – Passai nell’ufficio dell’ammiraglio Albanese. Dopo un po’ arrivò il ministro e mi cacciarono letteralmente fuori. La conversazione durò un quarto d’ora, 20 minuti. Come detto non ho assistito alla stessa, ma ne ho ancora registrata in testa la durata. Appena il ministro andò via – la nave non era neanche tornata in porto – nella loro riunione era già stato stabilito che a causare la strage fosse stata la nebbia, l’errore umano”. Una affermazione che lo stesso Albanese ha ricondotto in commissione d’inchiesta ad un suggerimento da lui offerto al ministro Vizzini, il quale poi riferì questa versione a favore di telecamere senza ulteriori verifiche.

Quando Onorato seppe dell’incidente
Infine l’inchiesta parlamentare 2015-2018 ha accertato che uomini della compagnia armatrice del Moby Prince seppero del coinvolgimento del traghetto nella collisione con l’Agip Abruzzo circa 15 minuti dopo l’evento. Eppure l’armatore del Moby Prince, il loro capo, segnala nell’intervista di essere stato avvisato a “notte inoltrata” dal comandante di armamento, che gli disse dell’incidente “con una petroliera” pur citando solo “una bettolina” e quindi senza che si “avesse alcuna notizia del Moby Prince”. Perché quindi il comandante d’armamento avrebbe chiamato l’armatore se alla fine gli era nota solo una collisione tra una petroliera e una bettolina, resta un dubbio difficile da sanare al pari del come sia possibile che uomini della compagnia armatrice lasciarono ignaro l’armatore del traghetto fino a “notte inoltrata” pur sapendo del coinvolgimento del suo traghetto in un incidente di tale entità. Uomini della compagnia come il capo ispettore tecnico Achille Starace che, come accertato dall’inchiesta parlamentare, evitarono di sollecitare la Capitaneria di Porto su quanto a loro noto durante i fatali 80 minuti in cui il traghetto Moby Prince non fu in alcun modo cercato da chi avrebbe dovuto coordinare il soccorso pubblico.

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Coronavirus, i dati – 16.232 nuovi contagi con 364mila tamponi: il tasso di positività sale al 4,4%. Altre 360 vittime

Crescono nuovamente i nuovi contagi giornalieri da coronavirus in Italia. Secondo i dati diffusi dal ministero della Salute, sono 16.232 le persone risultate positive ai test nelle ultime 24 ore, circa 2.500 in più rispetto ai 13.884 di ieri. Si alza, anche se leggermente, il numero dei tamponi effettuati: sono infatti 364.804 i test processati, contro gli oltre 350mila di ieri, con il tasso di positività che, così, torna ad aumentare sensibilmente e passa dal 3,8% di ieri al 4,4% di oggi. Nell’ultima giornata si sono registrate anche 360 nuove vittime del Covid.

Nonostante l’incremento dei casi registrati, diminuisce il numero degli attualmente positivi che calano di 3.439 rispetto a ieri e globalmente diventano 472.196. Questo grazie all’alto numero di persone guarite e dimesse che anche oggi sfiora le 20mila, per la precisione 19.125. Numeri, questi, che sono alla base anche del calo di pressione sulle strutture ospedaliere italiane. Scendono infatti di 55 unità i letti occupati in terapia intensiva, con il totale che è oggi di 3.021 pazienti, nonostante le 174 entrate. Nei reparti ordinari sono invece ricoverate 22.094 persone, in calo di 690 in 24 ore. Infine, in isolamento domiciliare si trovano 447.081 persone 2.694 in meno rispetto a ieri.

Se si analizzano i dati a livello locale, si nota che la Lombardia rimane anche oggi la regione più colpita dal virus con 2.509 contagi registrati. Seguono la Campania con 1.912, la Puglia con 1.895, il Piemonte con 1.646 e la Sicilia con 1.412.

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Soluzione salina invece del vaccino anti Covid: indagato medico di base a Falconara Marittima

Soluzione salina “spacciata” come vaccino Pfizer-Biontech e iniettata come tale. Se non fosse un’indagine si potrebbe pensare a uno scherzo di cattivo gusto. Ma la storia è vera e coinvolge un medico di base di Falconara Marittima (Ancona). Il camice bianco, stando alle indagini della Squadra Mobile, avrebbe somministrato soluzione fisiologica invece del composto anti-Covid, che comunque aveva a disposizione, ad almeno una trentina di ignari pazienti che pensavano di essere stati immunizzati. Il medico ora è indagato per falso ideologico e lesioni commessi da pubblico ufficiale e il suo studio è stato perquisito a caccia di documentazione e di elementi per stabilire il movente. Il vaccino era stato fornito al medico dalla Asur Marche secondo i protocolli previsti dai recenti Dpcm

Sono stati tre i pazienti che si erano insospettiti dalla riluttanza del medico al rilascio delle attestazioni di vaccinazione e da una serie di inesattezze sul tipo di vaccino inoculato e sulle date di richiamo. Sono trenta invece gli assistiti che potrebbero avere ricevuto acqua e sale invece della protezione dal coronavirus. Parte di questi pazienti sono stati già identificati dagli inquirenti che sospettano però la presenza di ulteriori mutuati ignari di aver ricevuto una vaccinazione fittizia. Dalle testimonianze, il medico avrebbe chiesto a molti pazienti di firmare le liberatorie, non rilasciando poi la ricevuta del vaccino. Un ulteriore motivo che ha indotto alcuni dei pazienti a rivolgersi alla polizia.

Un elemento che la Squadra Mobile, diretta dal vice questore Carlo Pinto, sta cercando di chiarire, è come e quando siano stati utilizzati dal medico i vaccini veri in dotazione e dove siano finiti quelli risparmiati in luogo dei quali sarebbero state fatte vaccinazioni con soluzione fisiologica. Secondo fonti investigative, l’uomo avrebbe detto agli inquirenti di averlo fatto per accontentare i propri mutuati che lo pressavano per essere vaccinati e di non ricordare a quali di loro avesse somministrato il vero vaccino anti-Covid.

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Covid, nullatenente consegnava in Porsche mascherine illegali: 5 milioni di dispositivi sequestrati in un deposito clandestino

La consegna delle mascherine avveniva in Porsche. La postina, una cittadina cinese nullatenente, però non è stato in grado di dimostrare la legittima provenienza dei dispositivi personali che servono per cercare di proteggersi dal coronavirus. Anche la conformità agli standard di sicurezza non è stata provata da alcun certificato. L’indagine della Guardia di Finanza di Milano ha portato al sequestro di 5 milioni di mascherine e 2 milioni di dispositivi medici conservati in un deposito vicino alla stazione Centrale di Milano gestito dalla donna che che ora dovrà rispondere per frode in commercio e ricettazione.
L’operazione, coordinata dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Michela Bordieri, ha portato il Nucleo di polizia economico-finanziaria delle Fiamme gialle Guardia di Finanza a sequestrare i beni. Nel corso delle perquisizioni sono stati trovati anche saturimetri e termometri. La donna nei giorni scorsi non è stata in grado di mostrare la documentazione che comprovava la legittima provenienza della merce, oltre che i certificati di conformità agli standard di sicurezza dei dispositivi di protezione individuale.

All’interno dei locali, affittati in nero da un cittadino italiano, sono state trovate anche delle mascherine “chirurgiche, tipo FFP1, FFP2 e FFP3”. Le indagini hanno permesso di accertare che la donna, “nullatenente e priva di impiego, faceva accedere al magazzino e cedeva scatoloni contenenti mascherine” a molte persone, una delle quali, durante il blitz, “ha esibito ai militari un documento di trasporto recante quale destinataria della merce una società risultata cessata nel 2018”. La donna, poi, curava personalmente le consegne della merce “presso esercizi commerciali compiacenti, a bordo di un’auto di grossa cilindrata“, ossia una Porsche.

L’assenza di documentazione sulla legittima provenienza dei dpi, oltre all’assenza delle certificazioni di conformità agli standard di sicurezza previsti dalla legislazione europea, hanno portato al maxi sequestro di tutto quanto fosse contenuto nel garage. L’operazione, come spiega la Finanza, “rientra nella costante azione di contrasto delle Fiamme Gialle ai traffici illeciti, con particolare riguardo, in questo momento, a quelli legati all’emergenza epidemica in corso, al fine di tutelare sia i consumatori che gli operatori economici onesti, che agiscono nel rispetto delle regole, commercializzando merci dalle caratteristiche qualitative certe e rispondenti alle norme previste a tutela della salute pubblica”.

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La denuncia dell’attivista No Tav dall’ospedale: “Colpita da un lacrimogeno in volto, oggi subirò un intervento”

“Sono stata colpita da un lacrimogeno”. A parlare è Giovanna Saraceno, l’attivista No Tav che da domenica è ricoverata all’ospedale Molinette di Torino con un trauma cranico, due emorragie cerebrali e fratture multiple al volto. “Mi ritrovo in ospedale dopo essere stata in Valle per portare la mia solidarietà, la mia voce e la mia vicinanza alle persone che resistevano sul tetto del presidio di San Didero, perché lotto contro la Tav, opera inutile e dannosa”, racconta la donna che nella giornata di oggi subirà un intervento maxilofacciale. Una ricostruzione che nei giorni scorsi è stata smentita dalla Questura affermando che è “impossibile” che le ferite siano state provocate dal lancio di un lacrimogeno. Sul caso sono stati avviati degli accertamenti da parte della polizia.

Ma nei giorni precedenti alla notte in cui la donna è stata ferita, diversi video tra cui quello del fattoquotidiano.it, hanno testimoniato il lancio di lacrimogeni ad altezza uomo da parte delle forze dell’ordine. “Oltre a Giovanna – attacca il movimento – nel corso degli anni ci sono stati altri No Tav feriti gravemente e scientemente da parte di chi, per difendere un’opera inutile, attua una vera e propria guerra nei nostri confronti, attentando alle nostre stesse vite”.

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Velletri, trovato pirata della strada: “Ha investito e ucciso 68enne senza fissa dimora”

Dovrà rispondere di omicidio stradale il 50enne accusato di aver investito e ucciso Roberto Tesseri, 68enne senza fissa dimora, lo scorso febbraio a Velletri. L’uomo è stato individuato dai carabinieri dopo un lungo lavoro di analisi delle telecamere della zona, che hanno consentito di risalire alla Renault Clio e al suo guidatore. Il 50enne, residente a Velletri, è già stato sentito dagli investigatori e l’auto è stata messa sotto sequestro degli inquirenti.

Era la notte tra il 23 e il 24 febbraio quando il 68enne Tesseri venne travolto dall’auto pirata in via Ariana all’incrocio con via San Biagio, proprio in prossimità del cimitero comunale dove la vittima, conosciuta e benvoluta da tutti, era solita stare. L’uomo alla guida dopo aver investito Tesseri è scappato senza prestare soccorso.

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Coronavirus, Gimbe: “La situazione migliora. Riaperture coraggiose, ma se interpretate come un ‘liberi tutti’ si compromette l’estate”

Nell’ultima settimana i nuovi casi di Covid-19 (-7,8%) e i decessi dovuti all’infezione (-17,5%) calano e nel frattempo continua ad alleggerirsi la pressione sugli ospedali, ma rimangono sopra la soglia di saturazione 4 Regioni per i ricoveri in area medica e 12 per le terapie intensive. È la fotografia del monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe nella settimana 14-20 aprile. “La circolazione del virus nel nostro Paese – commenta Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe – rimane ancora sostenuta. Con la progressiva riduzione dei nuovi casi settimanali, gli attualmente positivi, raggiunto il picco della terza ondata il 5 aprile (570.096), sono scesi a 482mila, numero molto elevato e sottostimato dall’insufficiente attività di testing&tracing”. Peraltro, il dato nazionale risente di eterogenee situazioni regionali: la variazione percentuale dei nuovi casi aumenta in 3 Regioni e crescono gli casi attualmente positivi in 6 Regioni, rileva Gimbe.

“Il decreto Riaperture approvato ieri dal Consiglio dei Ministri – sostiene Cartabellotta – è basato su un “rischio ragionato”: è una decisione politica presa sul filo del rasoio se guardiamo ai dati della pandemia e alle coperture vaccinali, ma al tempo stesso un coraggioso atto di responsabilità del governo per rilanciare numerose attività produttive e placare le tensioni sociali che affida ai cittadini una grande responsabilità”.

In sostanza, aggiunge, se le “graduali riaperture saranno interpretate come un “liberi tutti”, una nuova impennata dei contagi rischia di compromettere la stagione estiva”. Al fine di garantire l’irreversibilità delle riaperture, pertanto, la Fondazione esorta governo e Regioni ad elaborare una “strategia esplicita e condivisa” per “arginare la verosimile risalita dei contagi e, soprattutto, un piano di medio-lungo periodo per uscire dalla pandemia che tenga conto, oltre che delle coperture vaccinali, di scenari epidemiologici e criticità mai risolte in 14 mesi di pandemia”.

Nel dettaglio, rispetto alla settimana precedente, dunque, diminuiscono i nuovi casi (90.030 rispetto a 106.326) e i morti (2.545 contro 3.083). In calo anche gli attualmente positivi (482.715 rispetto a 519.220, -7%), le persone in isolamento domiciliare (456.309 contro 488.742), i ricoveati con sintomi (23.255 rispetto 26.952) e le terapie intensive (3.151 contro 3.526, -10,6%). “Gradualmente si allenta anche la pressione sugli ospedali – afferma Renata Gili, responsabile Ricerca sui servizi sanitari della Fondazione – ma il numero di posti letto occupati, sia in area medica che in terapia intensiva è ancora elevato in numerose Regioni”.

Per l’area medica la curva ha raggiunto il picco il 6 aprile (29.337) e iniziato la discesa con una riduzione del 20,7% in 14 giorni, ma i numeri assoluti rimangono elevati (23.255) e l’occupazione da parte dei pazienti Covid supera il 40% in 4 Regioni. Anche la curva delle terapie intensive ha raggiunto il picco il 6 aprile (3.743), ma la discesa è più lenta, con una riduzione del 15,8% in 14 giorni: restano occupati 3.151 posti letto e in 12 Regioni la soglia di saturazione supera il 30%. “Numeri ancora alti anche per i nuovi ingressi giornalieri in terapia intensiva – spiega Marco Mosti, direttore operativo della Fondazione Gimbe – con una media mobile a 7 giorni di 182 ingressi al giorno, seppure in diminuzione da un mese”.

Per quanto riguarda la campagna vaccinale, Gimbe fa notare che nelle ultime due settimane “sono state consegnate circa 5,7 milioni di dosi: numeri in crescita, ma ancora lontani dal garantire le 3,5 milioni di somministrazioni settimanali del Piano Figliuolo”. Al 21 aprile risultano consegnate 17.752.110 dosi, il 25,9% di quelle previste per il primo semestre 2021. Il 18,8% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino (11.240.182) e il 7,8% ha completato il ciclo vaccinale con la seconda dose (4.654.357), con notevoli differenze regionali. Nonostante l’incremento del 35,5% delle dosi inoculate nelle ultime tre settimane, al 20 aprile la media mobile a 7 giorni delle somministrazioni rimane a quota 315.506 al giorno: oltre 180mila in meno delle 500mila previste per metà aprile dal piano del generale dell’Esercito scelto come commissario.

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Schiaffi, spintoni e maltrattamenti nel centro per disabili di Palermo: arrestati tra operatori

Tre operatori del centro per disabili mentali Ben Haukal, nel quartiere Brancaccio, a Palermo, sono stati arrestati per aver sistematicamente picchiato e maltrattato gli ospiti della struttura. I carabinieri hanno eseguito nei loro confronti un’ordinanza cautelare di arresti domiciliari. Per altri due è scattato l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalle persone offese. Il personale coinvolto in questa vicenda di violenza verso categorie fragili è accusato di maltrattamenti. L’indagine, coordinata dai magistrati della Procura di Palermo, ha svelato che nel centro residenziale per disabili i pazienti venivano picchiati, sottoposti a continue punizioni fisiche e umiliazioni psicologiche.
Le intercettazioni ambientali audio e video, effettuate 24 ore su 24 nella struttura, con la costante presenza a poca distanza di una pattuglia pronta a intervenire, hanno documentato azioni sconcertanti, ben lontane dalla mission del centro assistenziale. Nelle immagini si vede un operatore che sbatte a terra un disabile seduto su una poltrona. E ancora un’altra operatrice che picchia un giovane che non voleva stare seduto, o un dipendente che lancia una sedia contro un ospite. In alcuni casi gli assistiti venivano strattonati, spinti sui divani o colpiti con schiaffi così forti da far loro sbattere la faccia contro il muro. Gli inquirenti, nel corso dell’indagine durata mesi, hanno assistito a un sistematico uso della violenza in una struttura che avrebbe dovuto rappresentare per gli ospiti un luogo di assistenza e cura.

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“Il coprifuoco alle 22 non è destinato a restare fino al 31 luglio”: il governo valuta modifiche graduali sulla base dell’andamento dei dati

Se i dati epidemiologici lo permetteranno il coprifuoco alle 22 non è destinato a restare fino al 31 luglio. È questo, si apprende da fonti di governo, il ragionamento che il premier Mario Draghi e il suo esecutivo hanno fatto confermando nel decreto l’orario del coprifuoco stabilito nella cabina di regia. L’orientamento è di procedere con gradualità ma, già nelle prossime settimane il governo seguirà con la massima attenzione l’andamento dei contagi e, in caso di riscontri positivi, si valuteranno modifiche – mantenendo il criterio dei “colori” – al regime di restrizioni previsto nel decreto approvato mercoledì sera.

Di fatto, il coprifuoco resterà per almeno tutto il mese di maggio poi verrà rivalutato, come probabilmente altre misure introdotte nell’ultimo provvedimento anti-Covid. Di “gradualità” ha infatti parlato anche il Comitato tecnico scientifico che al termine della riunione di mercoledì ha chiarito: “Alla luce delle situazione epidemiologica attuale, il Cts, in una strategia di mitigazione del rischio di ripresa della curva epidemica, ritiene opportuno che venga privilegiata una gradualità e progressività di allentamento delle misure di contenimento, ivi compreso l’orario d’inizio delle restrizioni di movimento”, ha spiegato il portavoce Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità.

A scagliarsi contro la conferma del coprifuoco alle 22, nelle scorse ore, è stata in primis la Lega, ‘sostenuta’ anche dalla Regioni. “Tutte le Regioni, tutte tutte, anche quelle di sinistra, chiedevano di rivedere queste norme, per esempio spostando l’orario del coprifuoco e concedendo alcune aperture in più”, l’attacco del leader Matteo Salvini in un’intervista a Il Giornale. “Hanno prevalso criteri ideologici, non scientifici”, ha aggiunto. La linea di Draghi, in un momento cruciale come l’allentamento delle misure, è stato però improntato alla prudenza e a quella “gradualità” invocata proprio dai criteri degli scienziati. Con l’idea, confermata poi da fonti governative, di valutare nelle prossime settimane come la curva epidemiologica ‘reagirà’ alle riaperture programmate dal 26 aprile.

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