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Milano, il covid hotel chiude per sfratto: proprietà non gradisce la trasformazione “Attività risentono dei portatori di malattia”

Finisce con uno sfratto e a carte bollate l’apertura di un Covid Hotel in centro a Milano. La direzione dell’Ats cittadina, racconta oggi il Corriere nelle pagine milanesi, giovedì si è vista recapitare dalla società proprietaria del prestigioso “King Hotel” di corso Magenta 19 una diffida a interrompere “qualsiasi operazione di trasformazione in “Covid hotel”. La motivazione della proprietà Denas Srl è che “l’hotel si trova in diretta adiacenza ad altre attività e immobili residenziali che potranno risentire negativamente della presenza di soggetti ad alto rischio contagio, ovvero portatori di malattia”.
Ieri sera, è arrivata anche la notificata di sfratto al gestore dell’albergo, il gruppo “King-Mokinba” che affitta la struttura da ben 35 anni e si era resa disponibile a offrire gli spazi come ricovero dei pazienti non gravi da isolare in albergo. La vicenda potrebbe avere un epilogo in tribunale perché il gestore dell’hotel, rappresentato dal legale Pietro Longhini, ha immediatamente risposto alla Regione e all’Ats: “Il supposto consenso della proprietà, al di là di ogni valutazione, che ci asteniamo dallo svolgere, di morale collettiva ed etica sociale, non è richiesto né tantomeno dovuto, né in base alla convenzione, né in base al contratto di locazione”.

Per dare il benservito alla società, la proprietà impugnato il mancato pagamento di una rata che sarebbe però stato sanato nel giro di pochi giorni. Restano dunque le motivazioni legate alla conversione in albergo per malati covid che ha lasciato alquanto perplessa la direzione sanitaria e la stessa Regione Lombardia. L’autorità sanitaria milanese lavora da settimane per allestire nuovi “Covid hotel”, essendosi mossa con grande ritardo come la maggior parte delle regioni. Sono luoghi che possano ospitare medici impegnati in prima linea e malati in convalescenza che non hanno altre possibilità di isolamento. Sono strutture decisive nella gestione della pandemia. Con Milano e l’Italia nel pieno della crisi sanitaria più drammatica dal Dopoguerra, e mentre in primavera i medici erano «eroi» e i malati vittime, oggi (per qualcuno) sono solo appestati da tenere a distanza. Non è il primo niet da parte di una struttura. Clamoroso era stato il caso di Induno Olona, dove una struttura individuata dall’Asst dell’Insubria come covid hotel ha lasciato i cancelli chiusi con grande sorpresa del sindaco di Varese Galimberti che aspettava da mesi un elenco di alberghi.

Chiaro che non piaccia lo stigma dell’hotel dei malati. Anche se le esperienze fatte finora dimostrano il contrario. Sotto il controllo dell’Ats, e con il rispetto strettissimo dei protocolli che la società già applica al «Baviera» con attestazioni di merito, nessuna di quelle strutture di assistenza per medici e convalescenti ha mai provocato contagi. E il coronavirus, come dimostrano migliaia di studi scientifici internazionali, al contrario di quel che sostiene la proprietà non migra nell’aria a centinaia di metri di distanza. Ssecondo l’immobiliare sarebbero invece “a grave rischio contagio” anche l’università Cattolica, la caserma della polizia e il museo archeologico (per altro chiuso in questo periodo). I gestori del “King” riconfermano la loro “candidatura” all’Ats.

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Covid hotel, dopo nove mesi quello di Varese è solo sulla carta. L’albergo indicato al sindaco: “Siamo chiusi, non c’è alcun accordo con Ats”

Per un Covid hotel a Varese ci sono voluti nove mesi, un parto. Alla prima chiamata però, la struttura designata risponde: “Ci spiace, siamo chiusi”. Si presentava benissimo Villa Porro Pirelli, un gioiello del Settecento con parco secolare e grandi stucchi nel comune di Induno Olona. Sul sito pubblicizza già il cenone del Capodanno 2021, non il fatto che sia diventato un albergo per ospitare i positivi che non necessitano cure, anche se questo dice l’Ats Insubria in atti ufficiali. A sciogliere il dubbio è stato il sindaco di Varese in persona, lo stesso Davide Galimberti che già a marzo aveva (inutilmente) chiesto all’Ast di individuare strutture idonee per ospitare i positivi ma che, in mancanza di una risposta per nove lunghi mesi, si era attivato per proporre la riconversione di una ex clinica abbandonata a due passi dall’ospedale cittadino.

Niente ex clinica, che Covid hotel sia. Due giorni fa, l’Ats ha scritto al Comune una pec che indica le strutture convenzionate e le procedure per attivarle. Sono due alberghi per tutta la provincia, due per un’area che era stata risparmiata dalla prima ondata ma travolta dalla seconda, tanto da diventare l’epicentro del contagio al ritmo di 2-3mila nuovi positivi al giorno, poco meno dell’intera città metropolitana di Milano. E delle due, chiamando, si scopre che in realtà sono una e una soltanto. Villa Porro Pirelli infatti, con le sue 60 camere vista parco, è attiva e disponibile solo sulla carta.

Dal racconto di Galimberti trapela l’irritazione per il fatto che le autorità sanitarie abbiano riferito ai Comuni di strutture convenzionate che di fatto non ci sono. Ma la ricostruzione è a suo modo surreale. “Ricevo la richiesta di un cittadino di andare in un Covid hotel”, racconta Galimberti. Si attiva subito, erano le 21.30. “Ero tranquillo, perché l’Ats dopo molti mesi ha appena comunicato ai nostri uffici comunali le strutture convenzionate”. Galimberti gira la chiave della macchina amministrativa: “Seguo la procedura indicata, convoco il centro operativo comunale, i servizi sociali, chiamo l’hotel più vicino tra i due indicati per dire che oggi sarebbe arrivato un cittadino”. E alla fine si sente rispondere: “Scusi sindaco ma noi siamo chiusi”. E la convenzione con Ats che leggo qui? “Con Ats non abbiamo ancora concluso alcun accordo”. Galimberti ovviamente rimane di sasso. E alla fine dirotta il richiedente nell’altro albergo autorizzato, l’hotel Jet di Gallarate, che dista 30 chilometri. L’alternativa, in effetti, era solo sulla carta.

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Covid hotel, il surreale caso di Varese: il sindaco l’aveva chiesto (e trovato) già a marzo. E deve attendere il bando partito il 3 novembre

“Un Covid hotel in ogni provincia” ha scandito il Commissario Arcuri nel giorno in cui il governo gli ha affidato anche la partita degli alberghi per positivi non bisognosi di cure su cui le regioni hanno dimostrato ancora volta di muoversi in ritardo. Perfino dove la struttura già c’è, ed era stata inutilmente richiesta da mesi. Succede a Varese, città risparmiata dalla prima ondata e travolta dalla seconda. Già a marzo, quando il Covid l’aveva solo lambita, il sindaco aveva chiesto da Ats Insubria e a Regione Lombardia di utilizzare questa ex clinica sanitaria abbandonata da tre anni, proprio in centro città e pochi passi dal principale ospedale covid di Varese, per farne un Covid Hotel dove ricoverare 60 pazienti positivi in regime di sorveglianza o in via di guarigione, ed evitare così che rimanessero a intasare gli ospedali o a contagiare i parenti tra le mura di casa.

Esattamente l’operazione che il governo ha appena deciso di affidare al commissario Domenico Arcuri, sul fronte che dovrebbe garantire spazi alternativi agli ospedali, uno in ogni provincia, “in cui sia possibile garantire un tetto a chi è in isolamento domiciliare e non può stare a casa se non rischiando di moltiplicare i contagi nel suo nucleo familiare che è epicentro più alto della seconda ondata o assicurare cure adeguate a chi ha sintomi lievi e non per questo deve essere ricoverato in ospedale in luogo di altri malati con patologie più gravi”. Di fatto è l’ennesimo commissariamento di una competenza che a luglio era stata espressamente affidata alle regioni ma che, rimessa nelle loro mani, ha portato a risultati a dir poco scarsi.

In provincia di Varese, lo può ben testimoniare il sindaco Davide Galimberti. Perché una struttura l’aveva non solo chiesta già a marzo, ma l’aveva pure individuata ottenendo il placet del tribunale. Si tratta dell’ex clinica sanitaria “La Quiete”, abbandonata dal 2017 per fallimento che sta in centro, molto vicino all’ospedale covid della città e dunque anche in posizione strategica. Una serie di oleandri in fila, una villa rosa in stile liberty di quattro piani con annessa palazzina nel cuore della città risparmiata dalla prima ondata e travolta dalla seconda.

“Ats e Regione all’epoca non ritennero necessario procedere. Poi è arrivata la seconda ondata che ci ha travolti e la città oggi, coi pronti soccorso e i reparti in enormi difficoltà, non ha alcun covid hospital nonostante fossero state date tante disponibilità, non solo a Varese ma anche nell’area di Malpensa che ha decine di strutture che sono chiuse da mesi causa Covid”, racconta Galimberti.

Insomma, un ritardo di otto mesi a fronte che ora – in piena emergenza – presenta il conto. Come sia successo è surreale. A metà ottobre (solo a ottobre), la Regione ha fatto una delibera per trovare strutture idonee e incentivare gli albergatori con un contributo a paziente ospitato. Ats Insubria il 3 novembre (solo il 3 novembre) ha emanato una bando per reperire strutture in tutta l’area. Ma il bando sarà chiuso solo il 17 novembre, dopodiché dovranno essere verificate con sopralluoghi, adeguamenti etc. “E’ chiaro che una procedura pubblica garantisce trasparenza ma richiede ben altri tempi. Non vorrei che il covid hotel spuntasse fuori a Natale, magari durante il picco che ci aspetta. Bisogna trovare presto una soluzione”, chiosa Galimberti.

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Cene in hotel con sconti sulle camere: così i ristoratori aggirano obbligo di chiudere alle 18

Fatta la legge trovato l’inganno, si dice alla maniera italiana. Qui però l’inganno in realtà non c’è, c’è solo l’inventiva e un pizzico di coraggio di alcuni imprenditori che provano a fare (onestamente) il loro lavoro in un momento davvero difficile. Per i ristoratori chiudere alle 18 significa non servire la cena, momento che per alcuni rappresenta il maggior incasso. Tempo poche ore dall’uscita dell’ultimo Dpcm firmato da Conte e sul web sono circolate le prime idee. Una su tutte, servire la cena a chi si ferma anche a dormire. Già, perché il provvedimento vieta “il consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici e aperti al pubblico”, ma consente ancora “senza limiti di orario la ristorazione negli alberghi e in altre strutture ricettive limitatamente ai propri clienti, che siano ivi alloggiati”.

Tra i primi a proporre il pacchetto “cena più pernotto” l’Hotel Forum Roma, uscito con un post su Facebook già lunedì, a 24 ore dalla firma del Dpcm. “Noi non chiudiamo, (duri a morire!)”, si legge sulla pagina dell’albergo. “Offerta speciale: Cena sul Roof Garden Restaurant con menù Degustazione di 3 portate a scelta al costo di €90.00 per persona (bevande escluse) e CAMERA INCLUSA Offerta valida dal 2 al 24 Novembre 2020”. Niente inghippi, niente di illegale. Certo, un prezzo decisamente stracciato per una cena e una notte con vista sui Fori romani, ma tant’è.

L’idea però non è rimasta isolata. Anche nel rispettoso Friuli c’è più di qualcuno ad averla pensata allo stesso modo: il primo è stato l’albergo ristorante Costantini di Collalto di Tarcento, nelle colline a nord di Udine: i venerdì, sabato e domenica fino al 24 novembre chi cenerà al ristorante potrà alloggiare in una delle stanze dell’hotel a soli 10 euro. Sempre a Tarcento, in questo caso nella frazione di Segnacco, l’agriturismo Il Falconiere offre addirittura le camere gratis. Al Là di Moret di via Tricesimo a Udine, dove normalmente trovano posto le squadre della serie A di calcio che si scontrano con l’Udinese, hanno previsto il pacchetto “fuga dal Covid”, che per 70 euro prevede cena con menù degustazione e pernottamento.

Anche il ristorante diffuso D.One di Montepagano, frazione di Roseto degli Abruzzi, si affida a una formula con pernottamento gratuito per chiunque scelga di cenare nel ristorante diffuso fino al 24 novembre.

Ad ascoltare i ristoratori non si tratta di gabole per aggirare il sistema, ma di vere e proprie “ultime spiagge” per non fallire. In attesa dei contributi a fondo perduto del governo, che non è detto bastino. Molti dipendenti aspettano ancora la cassa integrazione e i titolari contavano sulla ripartenza per riprendersi dalla chiusura primaverile. In ogni caso gli stratagemmi che permettono ad alcuni di tenere aperto anche per cena non valgono per chi non ha camere d’albergo da affiancare al ristorante.

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Bruno Barbieri e 4 Hotel: “Non immaginate cosa accade nei fuorionda. E quella volta che un albergatore si è portato dei capelli…”

Bruno Barbieri in questi giorni sta girando la decima edizione di “MasterChef Italia”, ma dal primo settembre torna alla guida, per il terzo anno, di “Bruno Barbieri 4 Hotel”, produzione Sky realizzata da Banijay Italia, che andrà in onda dal primo settembre ogni martedì alle 21.15 su Sky Uno, Sky Go e in streaming su Now tv. “Abbiamo finito di girare ‘4 Hotel’ proprio una settimana prima del lockdown”, spiega a FQMagazine Barbieri. Quest’anno, il viaggio di “4 Hotel” toccherà la Versilia, la Penisola Sorrentina, a Garda in Veneto, le zone del Chianti in Toscana, le Marche, la Val Rendena in Trentino, la Tuscia nel viterbese e Palermo. Infine Barbieri è anche un imprenditore e ha investito nella ristorazione, così ci ha illustrato la sua visione e quali i suggerimenti da dare al Governo per sostenere il settore.

Dopo tre anni, cosa ti colpisce ancora come il primo giorno di questo programma?
Tutti i concorrenti, sin dal primo giorno di lavoro, si mostrano amici, sono felicissimi di esserci, si ‘amano’ quasi. Succede anche perché spesso gli albergatori, essendo della stessa città o zona, si conoscono bene. Dopo qualche ora di registrazione poi si rendono conto che comunque vince solo uno e bisogna esprimere al massimo le proprie potenzialità.

E cosa succede?
Escono all’improvviso dalla ‘bolla’ e smettono di essere buoni. In quel momento scattano dei meccanismi che, secondo me, sono bellissimi. Se dovessero montare tutti i fuori onda verrebbero fuori delle puntate strepitose. Succedono cose veramente incredibili. Come quella volta che un albergatore si è portato appresso dei capelli, avvolti all’interno in un tovagliolino di carta, nel momento clou della colazione al mattino, per far vedere che li aveva trovati nella stanza… Potete solo immaginare cosa sia successo dopo.

Il rito appena entri in una stanza d’albergo è fisso: controlli materasso, cuscini, bagno, il frigo bar…
Ed è diventato un must per tutti gli italiani che seguono il programma. Poco tempo fa ho incontrato una signora, al mercato, che mi ha raccontato una storia pazzesca. Il marito si era recato in America e la prima cosa che ha fatto è stato ispezionare da cima a fondo la stanza d’albergo. C’erano delle cose che non andavano bene e si è fatto cambiare la stanza! (ride, ndr).

C’è un errore che fanno spesso gli hotel?
Quest’anno va di moda togliere via tutte le cose importanti come il set bellezza che contiene il cotone, la limetta, i vari shampoo e concentrare tutto in un solo dispenser. Molti non lo fanno per risparmiare, ma perché va di moda. Ma a me fa schifo! Non è pensabile che con un solo prodotto io debba lavarmi tutte le varie parti del mio corpo.

Perché questa soluzione drastica?
C’è chi afferma che, in realtà, è un escamotage per rispettare l’ambiente, ma qui c’è un controsenso perché se fosse così allora bisognerebbe mettere i liquidi in confezioni di bambù o simili. Invece lo stesso dispenser è in plastica, quindi non è che sia proprio tutta questa filosofia “plastic free”.

Da imprenditore, quale sarà la situazione degli albergatori e ristoratori nei prossimi mesi?
Non so se ci sarà un altro lockdown, questo purtroppo non posso prevederlo. Una cosa è certa: il comparto è in grande difficoltà, lo sappiamo tutti. Gli albergatori, come i ristoratori, sono uomini e donne che lavorano sempre, si alzano alle 4 del mattino, ci mettono sempre la faccia sempre e hanno dedicato tutta la vita al mestiere tra mille sforzi.

Qual è la soluzione per uscire da questo momento di crisi?
Il grande problema oggi è che c’è bisogno di aiuti da parte dello Stato, non tanto per il discorso economico, quanto nella burocrazia. Ci sono mille carte da compilare per chiedere una cosa, leggi su leggi. Secondo me deve essere tutto cancellato via, gli albergatori vanno ascoltati, ma non li ascolta nessuno! Invece il Governo dovrebbe farlo perché è una fascia dell’economia italiana molto importante, quindi credo sia necessario snellire la burocrazia. È un piccolo passo e sono convinto che le cose si metteranno a posto subito e da sole.

Nel concreto quali sarebbero le sue proposte al Governo?
Partiamo dalle assunzioni. Si deve dare ad albergatori e ristoratori la possibilità di gestire il personale in un certo modo. Se non ci sono entrate, i clienti non arrivano, è impensabile sostenere 100 dipendenti come se si fosse a pieno regime pre lockdown. Quindi lo Stato dovrebbe aiutare, dando la possibilità di gestire le difficoltà in un certo modo. Poi c’è da lavorare molto anche sul discorso delle tassazioni sui locali. Infine anche per le cose più piccole ci sono troppe complicazioni. Faccio solo un esempio: per richiedere il dispenser con il gel igienizzante, da posizionare all’ingresso del locale come da normativa, bisogna compilare troppi moduli. L’hotellerie e la ristorazione sono parti fondamentali del Pil del nostro Paese ed è importante ascoltare chi ci lavora. Punto.

Siamo ad un punto di non ritorno?
Tutto parte dal turismo: se il turista non si sente tutelato e al sicuro non verrà in Italia. Questo è e sarà un grande problema per tutti.

Sei sul set della nuova edizione di “MasterChef Italia” con Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli, cosa puoi anticiparci?
È la decima edizione quindi possono succedere tantissime belle cose, in nome dello spettacolo. È un programma che, nonostante tutte le difficoltà legate alla pandemia, verrà fuori benissimo. I concorrenti sono molto bravi, è gente non preparata ma di più! Alziamo l’asticella e come giudici è sempre più difficile mettere i concorrenti con le spalle al muro. Abbiamo fatto un grande lavoro quest’anno, stiamo girando le prime puntate proprio adesso e a dicembre ne vedrete delle belle. Noi ce la stiamo mettendo tutta, chi vivrà, vedrà.

Come state gestendo le riprese con le misure di sicurezza anti Covid-19?

Molto bene e senza intoppi. Ogni settimana tutti noi – dai giudici agli operatori, passando per i concorrenti – ci sottoponiamo a controlli serrati ed esami accurati. Un bell’impegno da parte di tutta la produzione e di tutti noi.

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Sorrento, la denuncia di 2 stagionali: “Negli hotel lavoro a tempo pieno ma contratti part time. Rifiutiamo, meglio disoccupati che sfruttati”

“Sono formalità. Cosa sono queste formalità tra noi”? Già. Come si osa pretendere di visionare le condizioni del contratto? Sorrento, anno 2020, in emergenza Covid. Negli uffici dell’amministrazione di un albergo di una piccola catena locale, posizionata in una delle capitali mondiali del turismo, il lavoratore stagionale che chiede di sapere cosa è scritto nel suo contratto – orari, retribuzione, mansioni – ascolta questa risposta. Che risuona come una velata minaccia. Gennaro e Fabio decidono di incontrare ilfattoquotidiano.it di nascosto, in un luogo chiuso al pubblico. “Vi prego, tutelate il nostro anonimato”. Gennaro e Fabio sono due nomi di fantasia. Ma la paura che chi legga l’articolo possa riconoscerli è autentica. Traspare in ogni parola, in ogni gesto. “Il rischio di ritorsioni è altissimo: chi fa una vertenza smette di essere chiamato, gli albergatori si scambiano la voce”.

Gennaro e Fabio hanno 30 e 40 anni circa, sono diplomati all’istituto alberghiero, da tempo ogni estate si rimboccano le maniche in medie e grandi strutture turistiche sorrentine come camerieri o addetti al ricevimento. E non sono qui per descrivere una vertenza, di quelle che intasano i tribunali del lavoro. Vogliono invece raccontare un’altra storia: quella di due padri di famiglia che stavolta hanno preferito rimanere disoccupati piuttosto che farsi sfruttare. E come il coronavirus abbia finito col rafforzare alcune prassi perverse: provare a scaricare sulle fasce deboli le conseguenze della crisi, di una inevitabile contrazione dei volumi d’affari in costiera sorrentina, penalizzata da strategie turistiche consolidate nei decenni precedenti, quelle dei ‘vuoti per pieno’ ceduti ai grandi tour operator anglosassoni. Clienti che quest’anno, coi voli dalla Gran Bretagna fermi fino al 24 agosto, non si vedranno più. Qui a Sorrento gli alberghi hanno aperto in ritardo. Chi ha aperto. Qualcuno è rimasto chiuso.

Quanti lavoratori impiega la piccola catena alberghiera sorrentina dove lavoravate stagionalmente fino all’anno scorso?
Circa 300.

Hanno firmato tutti un contratto?
Il 90% non lo firma. “Sono formalità”, ci hanno risposto dall’amministrazione, dopo aver implorato per avere un incontro. Questo non significa che si lavora in nero, i contratti vengono depositati. Ma non si rilascia la copia, si conoscono le condizioni solo al primo cedolino.

Perché questa prassi?
Copre un’altra prassi: quella di provare a imporre impieghi ‘full time’ coperti da contratti ‘part time’. Ti chiedono di lavorare 9 ore al giorno per sei giorni alla settimana e sul contratto ne risulterebbero solo la metà.

Facciamo un esempio.
Ci hanno proposto a voce, nemmeno in maniera chiara, circa 600-700 euro al mese per fare le stesse cose, con gli stessi orari, dell’anno scorso, quando venivamo pagati circa 1.300 euro. Ci sono alberghi che hanno ridotto le assunzioni full time dei portieri da dieci a tre: fate una moltiplicazione delle loro ore ‘ufficiali’ e vi rendete conto che è impossibile assicurare il servizio 24 ore su 24 come è obbligatorio per gli hotel quattro stelle. Eppure, il portierato h24 c’è. Significa che molte ore sono in nero, o regalate.

A quante persone hanno fatto questo tipo di proposte?
Abbiamo calcolato che a Sorrento lavorano circa 3000 stagionali.

Accettano tutti?
Forse sì. Forse siamo gli unici ad aver rinunciato. Altri non ne conosciamo.

Perché avete rifiutato?
Preferiamo la disoccupazione allo sfruttamento. Non vogliamo creare un pericoloso precedente. Se oggi accettiamo, dovremo lavorare così anche domani, a crisi conclusa. Abbiamo messo qualcosa da parte, ci arrangeremo. Però vogliamo denunciare, far emergere queste storie.

E restare anonimi.
Altrimenti non lavoreremo mai più.

Gli stagionali del turismo non hanno un sindacato?
No. Nessuno ci tutela. Nemmeno i grandi sindacati nazionali. E le misure Cura Italia non ci hanno raggiunto. Da fonti trasversali abbiamo appreso che gli albergatori che volevano sfruttarci hanno ottenuto prestiti milionari garantiti dallo Stato. Quei prestiti dovevano servire anche a pagare il giusto a noi lavoratori. Purtroppo questo non sta avvenendo.

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Usa, le più grandi catene di alberghi sotto accusa: “Hanno ottenuto profitti dallo sfruttamento sessuale”

Le catene alberghiere Hilton, Intercontinental e Best Western, sono accusate di aver ottenuto guadagni dallo sfruttamento della prostituzione. Sono tredici le donne che incolpano le catene di hotel di aver ignorato volontariamente i segnali che lo sfruttamento sessuale stava avvenendo nelle loro stanze. Secondo gli avvocati dell’accusa il caso dimostra il fallimento di tutto il settore nell’impedire il fenomeno. Donne e bambini sarebbero stati tenuti prigionieri, abusati e costretti a prostituirsi nelle stanze di alberghi in tutti gli Stati Uniti.

Il processo è stato avviato questa settimana in una corte federale di Columbus, nell’Ohio, e riunisce tredici cause diverse presentate negli stati di Georgia, Massachusetts, New York, Ohio e Texas. È la prima volta che il settore alberghiero fronteggia un’azione legale. Lo studio di avvocati di New York Weitz & Luxenberg, che ha presentato querela per conto delle donne, ha detto che gli hotel “hanno ottenuto profitti” e “hanno beneficiato finanziariamente” dal fatto di “fornire un mercato per lo sfruttamento della prostituzione“.

Paul Pennock, responsabile delle pratiche per abusi allo studio legale, ha affermato: “A noi sembra chiaro che questi hotel hanno coscientemente messo i loro profitti al di sopra della protezione di bambini, adolescenti e giovani donne che venivano venduti a scopi sessuali nei loro alberghi. Crediamo che abbiano trascurato per decenni il loro dovere di agire per fermare questi crimini odiosi, ed è tempo che siano chiamati a rispondere per ciò che hanno perpetuato attraverso una totale inazione”. Secondo l’accusa, i gruppi alberghieri hanno fallito nell’applicare politiche adeguate e in alcuni casi non hanno adottato alcuna misura. Nelle carte dell’accusa si legge che l’80% di tutti gli arresti per traffico di esseri umani avvengono negli hotel o nei dintorni e che, nel 2014, il 92% delle segnalazioni alla linea telefonica nazionale contro il traffico di esseri umani riguardava episodi avvenuti in alberghi.

Una delle donne che ha presentato la denuncia ha detto di essere stata tenuta prigioniera per sei settimane nel 2012 in vari alberghi Wyndham Hotels, dove ha subito pestaggi che le hanno provocato una frattura al naso, una cicatrice sulle labbra e un’infezione sul viso. La donna, che oggi ha 33 anni, ha dichiarato di sperare che le persone comprendano quanto sfruttamento della prostituzione c’è negli Stati Uniti e che esso avviene in tutti gli hotel, anche quelli migliori.

I gruppi alberghieri citati in causa hanno diffuso comunicati stampa in cui condannano il traffico di esseri umani e ricordano i parametri e i regolamenti che impongono agli hotel affiliati. Ma il processo potrebbe arrecare un grave danno alla credibilità del settore e avere pesanti ripercussioni.

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Gli alberghi sono prestigiosi ma la sicurezza informatica lascia molto a desiderare

I sistemi di sicurezza di prestigiosi hotel negli Stati Uniti, alle Hawaii, Caraibi, Irlanda e Regno Unito potrebbero essere stati esposti a seguito di una falla. La scoperta è degli esperti di vpnMentor e il problema ha come denominatore comune The Pyramid Hotel Group, che fa capo a diversi marchi di catene alberghiere. Ad essere stato esposto è in particolare un database che conteneva i registri di controllo della sicurezza degli hotel gestiti dal gruppo.

La violazione che espone 85,4 GB di registri di controllo, che includono informazioni di identificazione dei dipendenti, pratiche di sicurezza, nomi e indirizzi dei PC e dei server, dettagli sui sistemi operativi, sulle policy di sicurezza informatica e molto altro. I dati risalgono al 19 aprile 2019, che potrebbe essere la data in cui un’installazione, una riconfigurazione o un’attività di manutenzione sui server ha reso vulnerabili le informazioni.

 

Un server non protetto ha consentito l’accesso senza restrizioni alle informazioni sopra elencate, generate dal sistema open source di rilevamento delle intrusioni. Non sono stati esposti i dati degli utenti, ma c’è tutto quello che occorre per mettere nelle mani di potenziali malintenzionati gli strumenti per monitorare la rete degli hotel, e raccogliere informazioni utili a creare un attacco. Gli esperti di vpnMentor hanno individuato dispositivi che controllano le casseforti e serrature elettroniche nelle camere e altri sistemi di gestione della sicurezza fisica.

Foto: Depositphotos

 

L’allarme dovrebbe essere rientrato perché Pyramid ha bloccato il database due giorni dopo la segnalazione di vpnMentor. Al momento però non c’è la certezza assoluta che qualcuno non abbia già preso visione del database.

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Prenotazione dell’hotel online: due siti su tre non proteggono adeguatamente i dati dei clienti

Prenotare la camera d’hotel online è ormai consuetudine: si inseriscono i propri dati (nome, cognome, estremi del documento d’identità, mail, telefono, numero della carta di credito) e quando si arriva a destinazione è tutto a posto. Quasi. Un’indagine condotta dagli esperti di sicurezza di Symantec  ha portato alla luce un possibile effetto collaterale delle prenotazioni online. Due siti su tre di hotel “perdono” i dati dei clienti.

L’indagine ha coinvolto 1.500 alberghi in 54 diversi Paesi del mondo, dalle locande più economiche ai resort extra lusso, ed è emerso che il 67% del campione si è perso involontariamente i dati degli utenti. Gli esperti hanno inoltre controllato cinque motori legati al mondo dei viaggi e dell’accoglienza, rilevando problemi simili. Molti dei siti esaminati, ad esempio, condividono mail di conferma e codici di prenotazione con terze parti (per lo più di inserzionisti e società di analisi), che non sempre hanno elevati standard di sicurezza.

Crediti: Symantec

 

Inoltre, spesso gli hotel non usano la cifratura per i link inviati via email. Per chiarezza, nella maggior parte delle prenotazioni il sistema informatico dell’hotel invia una mail di conferma ai clienti con un link di accesso diretto alla loro prenotazione. È una comodità per il cliente, perché basta fare clic sul link e vedere la prenotazione, senza fare l’accesso alla pagina. Se il link non è protetto, gli hacker potrebbero procurarsi i dati di accesso e, da lì, ottenere tutti gli altri. Per intenderci, è lo stesso problema rilevato tempo fa per alcune compagnie aeree. Analogamente a questo caso, il rischio d’interferenza di un hacker è remoto, ma non nullo.

Altra questione da non sottovalutare è che in molti casi il sistema genera un codice di prenotazione incrementale, ossia aggiungendo un’unità a quello precedente. Questo semplifica eventuali attacchi di brute force (che provano tutte le combinazioni numeriche fino ad “azzeccare” quella corretta). Sorprende il fatto che i problemi elencati violano le regole del GDPR (General Data Protection Regulation) in vigore in Europa, a cui tutti dovrebbero attenersi. Che cosa potrebbe fare un hacker? Ad esempio visualizzare i dati personali dei clienti o cancellare le prenotazioni.

Cosa si può fare per tutelarsi? Symantec suggerisce di fare le prenotazioni collegandosi da reti private protette da password. Se proprio non si può evitare di procedere alla prenotazione da una rete Wi-Fi pubblica (ed esempio in aeroporto), meglio servirsi almeno di una VPN (Virtual Private Network, Rete Privata Virtuale). Prima di cliccare sul link di conferma, poi, è saggio controllare per bene l’indirizzo (https://eccetera): solitamente quelli non sicuri espongono indirizzo mail e codice di prenotazione.

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Lo specchio dell’ascensore mostra meteo e notizie grazie alla tecnologia italiana

L’ascensore è una comodità, ma è noioso aspettare di arrivare al piano. Per rendere utile e produttiva l’attesa, l’azienda italiana LU-VE Gruop ha pensato di far diventare lo specchio una “finestra” multimediale connessa a Internet. Vi si possono leggere le previsioni meteo del giorno, notiziari, informazioni pubblicitarie, vedere foto, video e persino le istruzioni di manutenzione per i tecnici dell’ascensore. All’interno di una struttura alberghiera, lo specchio potrebbe anche essere impiegato per proporre il menù della colazione, invitare all’happy hour al bar o ad eventi.

Gateway, così si chiama questo specchio interattivo, sfrutta le potenzialità dell’Internet degli Oggetti, mediante una tecnologia che è stata battezzata “The IoT Mirror for Lift Cars”. L’interattività è data dal supporto touchscreen, che consente di modificare i contenuti in tempo reale, e anche da remoto sia mediante cavi fisici che sfruttando la rete Wi-Fi dell’edificio.

 

Interessanti sembrano soprattutto le funzionalità che si possono erogare in caso di allarme: grazie alla webcam integrata si potrà comunicare direttamente con il servizio di sicurezza e assistenza, per ricevere le indicazioni sul da farsi e per seguire in tempo reale l’evoluzione dei soccorsi.

Il progetto è di TGD –Thermo Glass Door, un’azienda di Pavia controllata da LU-VE Group, specializzata nella progettazione e nella produzione di porte e sistemi di chiusura in vetro destinate al mercato della refrigerazione.

I primi specchi interattivi sono già disponibili presso il gruppo italo tedesco Wittur, che commercializza appunto componentistica per ascensori. Se siete curiosi di vedere come funziona Gateway, sappiate che il primo in assoluto è stato consegnato nel 2018 presso una struttura alberghiera di prestigio di Montecatini, in Toscana.

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