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Greta Thunberg, non aver dato il Premio Nobel è un’occasione persa. Ma forse è anche un bene

Era data per favorita, forse sulla scia dei successi sempre più grandi riscontrati in questi ultimi mesi: invitata a parlare davanti ai grandi della Terra, ovunque nel mondo. Invece l’Accademia svedese ha deciso di non assegnare il Premio Nobel alla sua connazionale Greta Thunberg, suscitando probabilmente profonda delusione in quei sette milioni di ragazzi che nelle scorse settimane sono scesi in piazza per protestare contro l’inazione dei governi contro il cambiamento climatico.

Anche a mio parere si tratta, in effetti, di un’occasione persa. Anche se ovviamente ci tengo a chiarire che il Primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali, che ha ricevuto il premio, lo meritava parimenti, visto il suo impegno cruciale nella risoluzione di un conflitto ventennale con l’Eritrea. Eppure ritengo la mancata assegnazione a Greta un’occasione persa perché accostare battaglia per il clima e pace del mondo è qualcosa di importantissimo, anche se non tutti, e anzi proprio per questo, riescono a coglierne il nesso.

Infatti, come d’altronde aveva stabilito la stessa Accademia quando nel 2007 assegnò lo stesso premio all’Ipcc, il comitato scientifico dell’Onu che studia il clima, il rapporto tra riscaldamento globale e guerre è diretto. Semplicemente, e linearmente ahimè, se le risorse diminuiranno – come avverrà -, se cioè le persone con accesso all’acqua saranno sempre di meno, se il cibo diventerà più scarso e più caro, se infine le terre abitabili si ridurranno progressivamente in proporzione all’aumento delle temperatura, è ovvio che aumenteranno in proporzione anche i conflitti per accaparrarsi acqua, risorse, terre. Così come aumenteranno le tensioni e gli scontri dovuti alle massicce migrazioni, con centinaia di milioni di persone che si sposteranno nel mondo.

Come ho già avuto modo di scrivere, la questione climatica non è una semplice questione ambientale: va a incidere sulla geopolitica, sconvolgendola; va incidere sull’economia, facendo saltare la stabilità finanziaria; va incidere sulla salute delle persone, sulla giustizia sociale, su ogni ambito della vita sociale e collettiva. Fermare il cambiamento climatico, proteggere l’ambiente, affinché resti il più stabile possibile, significa allo stesso modo contribuire a rendere stabile il mondo. Credo che lo capirebbe anche un bambino.

E tuttavia ci sono altre ragioni per cui la mancata assegnazione è forse un bene. Da un lato, perché questa furia di riconoscimenti a Greta Thunberg da parte soprattutto dei potenti della Terra spesso va di pari passo, come abbiamo visto, con l’inerzia e l’inazione in ambito di politiche anti-emissioni. Celebrare Greta è anche un modo per lavarsi la coscienza, tingere la propria politica di “green” senza poi dare seguito alle promesse (vedi anche il neoapprovato Decreto clima in Italia: altro che “Green New Deal”, si tratta di pochi soldi per misure che non andranno a scalfire in alcun modo le nostre emissioni: a dimostrazione che tutti quelli che esaltavano Greta ben poco hanno capito, o voluto capire, del suo messaggio).

La seconda ragione è che un premio simile avrebbe di nuovo esposto Greta ai detrattori, che negli ultimi mesi, proprio mentre si intensificava la sua visibilità, l’hanno colpita pesantemente con le armi dell’ignoranza e della diffamazione. Arrivando a messaggi violenti, come quelli del fantoccio di Greta impiccato in un cavalcavia a Roma.

Mi immagino la sequela di articoli e commenti di vecchi tromboni che di scienza non sanno nulla pronti a criticare il “radicalscicchismo” dell’Accademia svedese, pronti a scagliare le loro penose frecce comodamente arroccati sulla sedia della loro presunta (ma non tale) scorrettezza politica. Ecco, tutto questo ci è stato risparmiato, anche se per la verità, a parte qualche elemento di satira divertente (Greta con il cartello “la plastica buttatela in Etiopia” o “Come osate rubarmi il Nobel”), non è mancato chi ha commentato esaltato il fallimento della “montatura mediatica dei salotti buoni”.

La questione del Nobel è comunque l’occasione per riflettere su quale dovrebbe essere il ruolo che Greta assumerà nei prossimi mesi: se di maggior basso profilo – ma d’altronde, va detto, sono le istituzioni che la invitano – o di sempre maggior protagonismo. Personalmente, penso che abbiamo ancora bisogno di lei come simbolo e come leader. Ma anche credo che, in un’epoca dove tutto va velocissimo, anche Greta, come ogni leader mediatico – sia pure totalmente autentico -, rischia appunto di bruciarsi. La soluzione però c’è: andare avanti facendo emergere, come d’altronde già è, il movimento dei Fridays for Future, ma anche altri movimenti che indirettamente si riferiscono a lei, come gli Extinction Rebellion.

È giusto che lei continui a svolgere il suo ruolo di influencer sul clima: lo fa egregiamente e, ripeto, ne abbiamo disperatamente bisogno perché della crisi climatica si parla solo grazie a lei. Ma questo insieme ai nuovi movimenti che stanno crescendo come un’onda e stanno prendendo sempre maggior consapevolezza del proprio ruolo e della propria importanza a livello locale. Lo ha capito bene Amnesty International che ha deciso proprio poche settimane fa di assegnare non solo a Greta, ma anche al movimento dei Fridays For future, il premio di “Ambassador of Conscience 2019”.

Un appello, infine, ai detrattori di Greta: siate quanto meno coerenti. Anzitutto, cominciate ad attaccare anche loro, quel milione di ragazzi sceso in oltre duecento piazze italiane. Ma soprattutto, non limitatevi a sterili dibattiti pro e contro di lei, perché si tratta di un ottimo e comodo modo ma parlate del vero problema, sul quale non avete parole: ovvero l’inarrestabile aumento delle temperature. Che sta cambiando e cambierà per sempre la vita di tutti, negazionisti compresi, ovviamente.

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Pietro Leemann, il cuoco anti-Masterchef del primo ristorante stellato vegetariano: “Chi conosce la sofferenza degli animali rinuncia alla carne”

Si parlerà di giovani e alimentazione vegetale, ma anche di emergenza climatica e ambientale. E poi, ovviamente, di cucina vegetariana, con una gara in cui otto finalisti presenteranno le loro creazioni culinarie a una giuria di esperti e giornalisti. Tutto questo durante la sesta edizione di The Vegetarian Chance, Il domani del cibo è oggi, l’evento che si apre a Torino da venerdì 11 fino a domenica 13, curato dal giornalista Gabriele Eschenazi e il cui protagonista è lo chef italo-svizzero Pietro Leemann, proprietario di Joia, del primo ristorante stellato di cucina vegetariana. Moderato ed ecumenico, esattamente come la sua cucina accogliente e riconciliata, Pietro Leemann potrebbe essere definito il cuoco anti-Masterchef, visto che per lui cucinare è l’opposto della competizione forsennata. Ma con la sua consueta capacità di vedere il bene un po’ ovunque – retaggio di una lunga frequentazione del mondo occidentale – con voce tranquilla e pacata dice che, comunque, “anche Masterchef sta cambiando. E ad ogni modo ha portato le persone a conoscere meglio i cibi”. Dal canto suo, Leemann si è inventato un tour per i ristoranti tri-stellati in cui portare il suo decalogo “per una cucina sana e sostenibile”, che prevede, tra l’altro, avere sempre nel menu due piatti vegetariani e due vegani, ma anche evitare cibi che portano a grande sofferenza animale come il foie gras.

Partiamo da “The Vegetarian Chance”: è un modo per rendere popolare la cucina vegetariana?
L’idea di far riflettere i cuochi, perché le ricette sono selezionate non solo in base alla qualità, ma anche alla loro sostenibilità rispetto a salute e equilibrio alimentare. Poi è anche un modo per mettere in contatto i cuochi con il grande pubblico, insieme a conferenze e dibattiti.

Oggi siamo un periodo in cui si parla tantissimo di cibo, i piatti vengono fotografati su Instagram, le persone sono ossessionate dall’alimentazione. Lei come vede il nostro rapporto con ciò che mangiamo?
Senza dubbio, siamo passati da un periodo in cui si mangiava e basta, senza pensare a nulla, all’estremo opposto e forse eccessivo dove si pensa troppo al cibo e a che effetto fa su di noi: probabilmente, il passo successivo sarà verso un nuovo equilibrio. Di sicuro, è positivo che le persone conoscano meglio ciò che è utile mangiare, cosa fa meglio o no. E quelle che oggi estremizzano magari domani mangeranno in modo sano, ma senza gli estremismi di adesso.

Sono sempre più diffuse “mode” come il “no glutine”, il “senza lattosio” etc: cosa ne pensa?
È vero, le allergie sono aumentate, ed è una cosa da considerare, siamo più sensibili agli alimenti anche perché gli alimenti stessi nel tempo si sono modificati, hanno acquisito valenze meno naturali e l’organismo ne può risentire. Il passaggio successivo, anche qui, è scegliere cibi salubri e più vicini alla natura.

I giovani sono sempre più sensibili all’alimentazione su base vegetale. Eppure l’Italia resta un paese tradizionale, dove la carne ha soprattutto un ruolo culturale.
Io noto che il consumo di carne si riduce non appena le persone riflettono su cosa significhi mangiare carne in termini di impatto ambientale, di sofferenza animale. Tuttavia, forse il problema è che la carne è un cibo che costa ancora troppo poco, cosa che spinge le persone ad acquistarne di bassa qualità, con conseguenze negative sulla propria salute.

Purtroppo il dibattito ideologico veganesimo sì/no è ancora acceso. Come si può uscire da questa trappola?
Io sono vegetariano e non impongo a nessuno di esserlo. Non solo: preferisco interagire con persone moderate. Nel mio ristorante uso il formaggio, ma il punto di partenza sono sempre le verdure di stagione. D’altronde quando si costruisce un pasto si parte sempre dalle verdure, no? Il resto è facile. Io penso che anche gli italiani ragionino un po’ così, e infatti non ho mai visto un paese con così tante verdure. Il che vuol dire che gli italiani ne mangiano molte.

Perché i grandi chef fanno ancora fatica ad abbandonare le proteine animali?
Da un lato, è vero che la cucina si sta standardizzando, ci sono locali molto belli ma con poca sostanza, si comprano persino cose già pronte. Dall’altro, però, le cose stanno cambiando, ci sono sempre più colleghi che stanno mettendo l’accento sul mondo vegetale e su prodotti comprati dal contadino. E per questo ho creato questo decalogo da portare in giro proprio nei ristoranti attraverso il mio “The Vegetarian Tour”. In generale, riscontro grande interesse, perché tutti stanno pensando a come migliorarsi. Rispetto al cibo, ma anche rispetto ai temi della plastica e dello spreco alimentare.

Cosa pensa della carne “finta”, cioè dei prodotti vegetali che simulano proteine animali? Secondo lei possono aiutare le persone a cambiare?
Rispetto alla carne “finta”, ammetto, trovo più interessanti i burger e polpette fatti con ceci e legumi. Comunque sono utili, poi nel passaggio successivo il vegetariano, che di fondo si nutre della vitalità della natura, rimetterà al centro le verdure.

Venendo al tema angoscioso del cambiamento climatico. Come vede una persona che si occupa di cucina il tema dei cibi che potrebbero scomparire, la perdita della biodiversità vegetale, le possibili crisi alimentari future?
Io naturalmente lotto fermamente per migliorare lo stato delle cose, anche attraverso la mia cucina. Credo tuttavia che né il lassismo e il negazionismo, né la paura e la disperazione aiutino: l’importante è che ci si tiri su le maniche e si agisca nel nostro piccolo. Io sono ascoltato da molti, ho più responsabilità quindi devo fare attenzione a cosa dico, tutto è importante.

C’è una riforma normativa del suo settore che vorrebbe proporre ai politici?
Dovrebbe essere obbligatoria la trasparenza alimentare: l’ospite che mangia dovrebbe sapere da dove proviene esattamente il cibo, insomma deve essere messo di fronte alla possibilità di capire cosa sta mangiando. Ovviamente, andrebbero favoriti i prodotti italiani, ma questa per fortuna è una cosa che succede da tanti anni, penso ad esempio a Slow Food.

Ci sono ingredienti a cui è particolarmente affezionato?
Avendo vissuto in oriente, sono molto legato allo zenzero, che trovo sia un bel ponte tra culture, e il riso. Davvero, le idee dividono, la cucina unisce.

Lei vive tra l’Italia e la Svizzera. Una cosa buona del nostro paese?
In Italia si mangia davvero bene, la media della qualità del cibo è altissima, e il biologico è molto popolare, tanto che ci sono ben 35mila produttori di bio. Tra l’altro, il cibo comprato dal contadino che produce bio vicino a te costa veramente lo stesso. Sì, la grande sfida è unire chi produce e chi mangia.

E dell’abitudine di farsi venire cibo a casa pronto, tramite i famosi rider cosa pensa?
L’importante è non farlo sempre, però può essere un’apertura a culture diverse. L’importante è che si faccia con un senso e che ci sia qualità. Anche in questo modo, comunque, le persone acquisiscono cultura alimentare.

Una curiosità: anche le sue figlie sono vegetariane?
No. Ma per fortuna, comunque, mangiano in maniera sana.

Tassa sulle merendine sì o no?
Assolutamente sì, è importante che tutte le aziende si spostino verso il cibo sano.

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Fridays For Future, i giovani si radicalizzano: contro “i potenti della terra” e le grandi opere, attenti a temi del lavoro e “giustizia sociale”

Sempre più vicini ai lavoratori, sempre più intrecciati con antirazzismo, femminismo e antifascismo, contrari alle grandi opere, a partire dal Tav in Val di Susa e al metanodotto in Sardegna. I Fridays for Future si radicalizzano e lanciano, dalla seconda Assemblea nazionale appena chiusa, il quarto sciopero globale per il clima il prossimo 29 novembre, a ridosso della COP25 in Cile (2-12 dicembre). Lo fanno, questa volta, proponendolo a livello internazionale sotto lo slogan “block the planet”. “Sarà una giornata di manifestazione”, spiega Edoardo Sturniolo dei Fridays di Torino, “nella quale sperimenteranno pratiche, sempre non violente, di blocco e di disobbedienza civile”.

E proprio quella di mettere in atto azioni pacifiche, ma volte a ostacolare attività aziende ritenute inquinanti – come hanno fatto proprio sabato scorso, bloccando l’ingresso del deposito Q8 di San Giovanni a Tediuccio alla periferia est di Napoli – è una delle decisione prese dagli oltre 500 ragazzi, dai 15 ai 30 anni, riunitisi a Napoli il 5 e il 6 ottobre scorso. “Siamo contro i potenti della terra, le multinazionali e chi detiene il potere economico e politico”, hanno scritto nel report conclusivo dell’incontro (pur avendo, dopo un’accesa discussione, deciso di non definire il movimento “anticapitalista”, definizione ritenuta forse troppo divisiva).

“L’unica grande opera è la messa in sicurezza del territorio”
Tema chiave dell’Assemblea è stato proprio quello della giustizia climatica e la relativa “necessità che a pagare il prezzo della riconversione ecologica e sistemica sia chi fino ad oggi ha speculato sull’inquinamento della terra, sulle devastazioni ambientali”. La giustizia climatica “è giustizia sociale” e la transizione ecologica “deve essere accompagnata dalla redistribuzione delle ricchezze”. Il movimento ecologista si intreccia con il femminismo, l’antirazzismo e le battaglie legate ai temi del lavoro, così come a una critica al “sistema patriarcale, sessista, razzista, colonialista, machista”. “Siamo la resistenza”, scrivono sempre gli attivisti.

Venendo alle richieste concrete, i Fridays For Future chiedono fermamente: stop ai sussidi ai combustibili fossili, con decarbonizzazione totale entro il 2025, tassazione che colpisca i profitti della produzione, emissioni zero entro il 2030, un investimento nazionale su un trasporto pubblico sostenibile e per tutti. Il movimento si dichiara contrario anche al metanodotto in Sardegna – “in generale siamo contrari al metano come energia di transizione”, spiega Edoardo Sturniolo dei Fridays Torino – e chiede “la dismissione rapida di ogni impianto inquinante, come l’Ilva”. Totale è il sostegno ai No Tav per Val di Susa, No-Grandi navi per Venezia, No Tap per Lecce. Lotta, invece, all’Enel per Civitavecchia e alla Snam per l’Abruzzo. “L’unica grande opera è la bonifica e la messa in sicurezza dei territori”, affermano.

“No a compromessi con la politica”
Ma non è tutto: i Fridays chiedono anche un “nuovo approccio ecologista alla didattica”, mentre rifiutano operazioni di greenwashing da parte del Miur e ogni accordo con aziende inquinanti. Vogliono inoltre che venga dichiarata l’emergenza climatica ed ecologica nazionale, anche se rispetto al governo e alle istituzioni netta è la volontà di non scendere a compromessi o contrattazioni di alcun tipo. “Non siamo un sindacato, le soluzioni sono chiare ed evidenti, sono loro che devono agire”, spiega sempre Sturniolo.

Un altro, e cruciale, tema affrontato è quello della partecipazione dei territori e della traduzione della rivendicazione globale a livello locale. “Noi stiamo cercando di costruire rapporti con i cittadini, lavorando ad esempio con i comitati ambientalisti, dove certo non ci sono solo giovani, e con le associazioni”, conclude Sturniolo.

La chiusura dell’Assemblea Nazionale dei Fridays For Future arriva alla vigilia della grande mobilitazione mondiale annunciata per questa settimana dagli attivisti di Extinction Rebellion in più di 60 città in tutto il mondo. E che proprio oggi sono scesi in piazza Montecitorio, a Roma. Sempre nella Capitale un manichino di Greta Thunberg è stato trovato impiccato su un cavalcavia. Immediata la condanna della sindaca Virginia Raggi – che ha definito l’atto “vergognoso” – e del segretario del Pd Nicola Zingaretti.

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La mia ombra è la tua, il premio Strega Nesi romanza la riconciliazione mancata tra due generazioni

Le amicizie vere sono quelle che nascono quando due disperazioni si incontrano, anche quando quelli che la vivono sono persone lontanissime per età e ceto sociale. Come i due protagonisti dell’ultimo romanzo del premio Strega Edoardo Nesi, La mia ombra è tua (La Nave di Teseo editore) che sarà presentato martedì 8 ottobre alle 18.30 a laFeltrinelli di Piazza Duomo a Milano (con l’autore, Fabio Genovesi e Silvia Truzzi): da un lato, lo scrittore ultracinquantenne ricco e apparentemente annoiato Vittorio Vezzosi, dall’altro un giovane ventenne laureato in lettere, disoccupato e senza prospettive, Emiliano De Vito.

Un editore e un professore universitario affamati di soldi li fanno incontrare con lo scopo di spingere il ragazzo a spiare i progressi di un libro annunciato, ma mai arrivato, dello scrittore, diventato famoso in tutto il paese con un solo romanzo scritto un quarto di secolo prima. Lo scontro di Emiliano De Vito con la vita borghese e dissoluta di Vittorio Vezzosi provoca subito una reazione violenta nel ragazzo pieno di passione e di rabbia per un mondo devastato (“Siete il male assoluto, cazzo, voi che avete cinquant’anni! Avete dimenticato Dio, e ci avete preso ogni cosa! Avete consumato tutto quello che potevate consumare, ci avete lasciato nella merda, e ora ci vorreste insegnare a vivere?”).

Ma proprio la rivolta del giovane – secondo cui Vezzosi è “il simbolo di tutto ciò che non andava nel mondo”- sarà per lo scrittore un segnale di autenticità e dunque un barlume di speranza a cui aggrapparsi in una vita, la sua, segnata da un dolore mai elaborato e vissuta in perenne difesa. Così, dallo scontro, nasce un’intesa ironica e un po’ folle, che si concreta in un viaggio di una jeep del 1979 sgangherata con l’obiettivo, per il professore, di riprendersi quella vita mai vissuta; e per il ragazzo, invece, di abbandonare le sue difese e lasciare andare, almeno un po’, rigidità e moralismi.

Lo sviluppo degli eventi è inaspettato e pure il finale, anche se certamente il romanzo prova a mettere in scena la riconciliazione tra due generazioni i cui valori sembrano drasticamente in contrasto. Ma dietro l’ironia dei dialoghi – il libro potrebbe diventare una sceneggiatura perfetta – e l’accadere rocambolesco e divertente degli eventi trapela, forse, alla fine, una più tragica verità. I due sembrano essere diventati complementari (“la mia ombra è tua”, appunto), ma lo scambio rimarrà non equo e la generazione più anziana in qualche modo, ancora una volta, egoista e predatrice rispetto alla precedente, pure lobotomizzata dai social network e da una cultura dell’apparenza.

Il vecchio professore infatti, pur rompendo finalmente il muro psicologico che gli impediva di vivere, non uscirà dal suo individualismo generazionale, né accenna ad alcun pentimento rispetto a una vita vissuta, in fondo, si direbbe oggi, in maniera non sostenibile (non a caso si abbuffa di costoso pesce crudo). Il ragazzo, invece, gli regala davvero ciò che più ha di prezioso, la sua autenticità, ma in cambio non riceverà granché. Se non un consiglio che forse non è più neanche tanto vero. Perché, nella situazione in cui siamo – e in fondo la storia si svolge proprio nel 2019 – non poi è tanto sicuro che i libri salveranno il mondo. Almeno, non tutti i libri. Sicuramente, non solo i libri.

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Italia indietro su povertà, ambiente ed energia, ma migliora per salute, uguaglianza di genere e innovazione: il rapporto dell’ASviS

Italia indietro – almeno su alcuni temi chiave come povertà, ambiente, energia – nella transizione verso un modello sostenibile sul piano economico, sociale e ambientale. E con forti disuguaglianze, anche territoriali. L’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile, un programma di azione sottoscritto nel 2015 dai governi dei 193 paesi Onu, con diciassette obiettivi per lo Sviluppo sostenibile (i cosiddetti SDGs), resta dunque ancora lontana, anche se ci sono segnali incoraggianti, che vanno però sostenuti e implementati. È questa l’estrema sintesi del nuovo Rapporto 2019 dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS, la più grande rete di organizzazioni della società civile in Italia), “L’Italia e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile“, presentato a Roma alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del presidente della Camera Roberto Fico, del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e del commissario Ue agli Affari Economici Paolo Gentiloni. Nel ritardo, però, ritardo l’Italia non è sola, visto che, nonostante i progressi compiuti dai singoli governi, la maggior parte dei paesi è lontana nel raggiungimento degli scopi previsti, come gli stessi paesi hanno ammesso durante l’Assemblea Generale dell’Onu, dedicata proprio all’Agenda 2030, del settembre scorso. “Il mondo non si trova su un sentiero di sviluppo sostenibile. Il degrado ambientale prosegue e il riscaldamento globale sta accelerando. Le preoccupazioni per una nuova crisi economica si moltiplicano, crescono le tensioni commerciali, si diffondono risposte nazionalistiche e protezioniste ai problemi nazionali e globali, le disuguaglianze restano altissime”, si legge nell’introduzione del Rapporto, redatto grazie al contributo dei 600 esperti e delle 220 organizzazioni aderenti all’ASviS.

Italia avanti su istruzione, salute, riciclo – In realtà, a vederlo più in dettaglio e rispetto al nostro paese, il quadro presenta anche alcuni aspetti positivi. Tra il 2016 e il 2017, in Italia si sono registrati miglioramenti in nove aree: salute, uguaglianza di genere, condizione economica e occupazionale, innovazione, disuguaglianze, condizioni delle città, modelli sostenibili di produzione e consumo, qualità della governance e pace, giustizia e istituzioni, cooperazione internazionale. Per fare alcuni esempi, si riduce la probabilità di morte sotto i 5 anni e aumentano adolescenti che fanno sport (nonostante aumenti anche il tasso di lesività grave per incidente stradale). Aumentano diplomati e laureati, anche se peggiora l’abbandono scolastico. Aumentano le donne negli organi decisionali, diminuisce l’intensità di emissione di CO2 dell’industria manifatturiera, ci sono progressi importanti per l’indice di circolarità della materia e la percentuale di riciclo dei rifiuti, vicina al target europeo del 50% per il 2020. Migliora l’occupazione e la sostenibilità delle città, in particolare rispetto all’inquinamento. Infine, calano gli omicidi.

Povertà, consumo del suolo, mare e acqua: i problemi da risolvere – E tuttavia, mentre resta stabile la situazione dell’educazione e della lotta al cambiamento climatico, ci sono sei aree cruciali che registrano un peggioramento: povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri. Per fare alcuni esempi, dopo il boom del biologico, aumenta l’uso di fertilizzanti in agricoltura; si riduce la produzione di energia da fonti rinnovabili. Male anche le emissioni di gas serra, in ripresa dal 2014 e causate per il 75% dal settore produttivo, mentre aumenta l’indice di diseguaglianza del reddito disponibile e quello relativo al rischio povertà, in particolare dei giovani. Peggiora la situazione del mare a causa dell’aumento dell’attività della pesce e del sovra sfruttamento degli stock ittici e peggiora gravemente anche il degrado del suolo, così come l’erogazione dell’acqua, sempre più irregolare, e l’efficienza delle reti di distribuzione.

ASviS: “Bene i nuovi obiettivi di governo e Commissione, ora misure concrete” – Rispetto all’anno scorso, quando il Rapporto era ancora più pessimistico, sia il presidente dell’ASvis Pierluigi Stefanini che il portavoce Enrico Giovannini salutano con favore le politiche annunciate del nuove governo – ad esempio il taglio ai sussidi dannosi all’ambiente e l’inserimento in Costituzione del principio dello sviluppo sostenibile – e, anche, della nuova Commissione Europea, che intende mettere l’Agenda 2030 al centro della propria azione. Bene la prospettiva, dunque, ma servono misure concrete, che ASviS propone con chiarezza. Sul piano nazionale, si raccomanda che il presidente del Consiglio invii ai ministri un atto di indirizzo che indichi la loro responsabilità per conseguire gli SDGs; che si rafforzi il ruolo della cabina di regia “Benessere Italia” costituita a Palazzo Chigi; che si sostenga l’introduzione di una valutazione ex-ante della legislazione alla luce degli SDGs. Inoltre, ASviS chiede che il Governo dichiari lo “Stato di emergenza climatica”, trasformi il CIPE in Comitato Interministeriale per lo Sviluppo Sostenibile, aggiorni la Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile e presenti un rapporto sul suo stato di attuazione; individui politiche per conseguire i 21 Target in scadenza nel 2020; prepari una legge annuale sullo sviluppo sostenibile, che intervenga sulla normativa con un’ottica ‘sistemica’; realizzi un vasto piano di informazione e comunicazione sul tema dello sviluppo sostenibile diretto all’intera popolazione.

Via le misure per il clima dal Patto di Stabilità – Sul piano dei singoli obiettivi, ASviS avanza una serie proposte ancora più specifiche. Corpose quelle che riguardano clima e ambiente: il nostro paese dovrebbe votare a favore del nuovo programma di finanziamenti della BEI, che esclude dal 2020 ogni nuovo finanziamento a progetti per combustibili fossili. Fondamentale anche che le spese per la riduzione alle emissioni, l’adattamento al cambiamento climatico e la messa in sicurezza del territorio contro il rischio idrogeologico siano esclusi dai vincoli del Patto di Stabilità e Crescita. Occorre poi l’eliminazione dei sussidi danno per l’ambiente, l’introduzione di forme di “carbon tax”, una sostanziale revisione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) che porti al taglio di gas serra al 55% al 2030, con azzeramento delle emissioni al 2050, il rafforzamento di azioni per la decarbonizzazione del settore dei trasporti. Sempre sul tema della sostenibilità ambientale, bisognerebbe – sempre secondo ASviS – incoraggiare le aziende a misurare e comunicare l’impatto socio-ambientale dei propri prodotti, ridurre gli sprechi nella filiera alimentare, rivisitare il funzionamento del sistema di ristorazione collettiva per migliorare le diete di larga parte della popolazione. Il sistema fiscale deve essere ridisegnato per ridurre le pressioni sul Capitale Naturale (CN) e sui Servizi Ecosistemici (SE) delle attività economiche. Urgente anche l’approvazione del DDL “Salvamare” per il recupero dei rifiuti in mare, l’introduzione di un limite per le vendite ad auto a combustione interna, il potenziamento del trasporto ferroviario. Nel settore agroalimentare, ASviS auspica un cambio di paradigma sostenuto da incentivi, ma soprattutto una legge nazionale per azzerare il consumo del suolo e il degrado del territorio. Ultimo, ma non per importanza, l’invito ad approvare una legge che recepisca l’esito del referendum del 2011 per l’acqua pubblica come bene comune.

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Bologna, la città dichiara “stato di emergenza climatica”. E lo fa accettando il manifesto degli attivisti di Extinction Rebellion

Anche la città di Bologna ha dichiarato, oggi, lo “stato di emergenza climatica, ambientale ed ecologica”. Non è la prima città farlo, ma è la prima che arriva a questo risultato andando incontro alle richieste avanzate dal movimento Extinction Rebellion: il gruppo di attivisti per il clima e contro l’estinzione umana ormai noto nel mondo e che si sta facendo lentamente conoscere anche in Italia, grazie a flash mob molto radicali e al coinvolgimento di lavoratori e adulti, a differenza dei Fridays for Future. Coi quali, pure, Extinction Rebellion collabora in vista di identici obiettivi, tanto che erano in piazza insieme lo scorso venerdì 27 per lo Sciopero Globale per il clima.

Da zero emissioni nel 2030 alle Assemblee Cittadine: gli obiettivi della mozione
“Una giornata storica per Bologna, che ha spezzato un silenzio istituzionale, riconosciuta un’emergenza, e manifestata l’intenzione di rendere Bologna parte del cambiamento globale”, scrivono sulla propria pagina Facebook bolognese gli attivisti del movimento. L’ordine del giorno del consiglio comunale bolognese è stato approvato da Pd, Città comune, Coalizione civica, M5s, misto e Insieme Bologna e ricalca il documento proposto dal movimento: come hanno spiegato Emily Clancy e Federico Martelloni di Coalizione civica – che gli attivisti hanno ringraziato esplicitamente sulla loro pagina, insieme ai consiglieri Andrea Colombo e a Dora Palumbo – c’è stato un lavoro affinché il Consiglio “assumesse unitariamente e integralmente la dichiarazione”.

Radicali gli obiettivi messi nero su bianco nella mozione approvata: impegno a dire la verità sui numeri; obiettivo zero emissioni nel 2025, con l’obiettivo intermedio di ridurre del 50% entro il 2025; disincentivi per le aziende che non si adeguano agli obiettivi di riduzione dei gas serra; introduzione di una road map da produrre entro 100 giorni con le misure da intraprendere; azioni di vero e proprio rimboschimento e non semplice tutela del verde; messa in discussione di un paradigma di crescita e sviluppo indiscriminati e ormai incompatibili con la sostenibilità; costituzione di Assemblee Cittadine, strumento chiave per ripensare una politica diversa. E proprio in merito alla partecipazione dei cittadini, in Aula è stato approvato un odg del dem Andrea Colombo per chiedere al governo di valutare l’istituzione di un “Commissario straordinario per l’emergenza climatica” e a la “creazione a livello locale di una assemblea cittadina per il clima”.

Trasparenza sui numeri, giustizia climatica, non violenza: i valori di Extinction Rebellion
Il percorso attraverso cui si è arrivati a questo risultato storico lo spiega spiega Pasquale, 28 anni, lavoratore e attivista di Extinction Rebellion Bologna: “Il movimento è nato a maggio scorso su aggregazione spontanea di pochi cittadini”, racconta. “Durante la prima presentazione sono arrivate quaranta persone e da lì siamo partiti, con divisione dei gruppi di lavoro e calendario delle azioni a bassa intensità (come i die-in, stendersi a terra fingendosi morti). Per la stesura della bozza, invece, siamo stati aiutati anche da alcuni consiglieri scientifici del CNR di Bologna che si occupano di clima”.

Le altre tappe sono state l’organizzazione di una serie di iniziative – come ‘Nessun Dorma’, proiezione del documentario Antropocene in Piazza Maggiore -, uno sciopero della fame di una settimana, dibattiti, laboratori e assemblee; infine l’incontro con Assessore all’Ambiente e poi, a metà settembre, la seduta alla Commissione Ambiente. Ma perché questa mozione è più radicale di altre? “Non si parla solo di crisi climatica, ma anche ecologica, perché si riconosce l’impatto antropico sulle specie viventi e gli ecosistemi”, precisa l’attivista. “Si pretende trasparenza sui numeri della crisi rispetto ai cittadini. Inoltre, un altro aspetto fondamentale per il nostro movimento è, in un’ottica di democrazia deliberativa, l’importanza di impegnarsi sulla costruzione di un meccanismo che consenta ai cittadini di partecipare alle tematiche ambientali. Infine, sempre importantissimo per noi, è il principio della giustizia climatica: non vogliamo che paghino i cittadini, ma chi ha avuto i margini profitti più alti e per questo, ad esempio siamo contro la carbon tax. Giustizia climatica è anche non cedere al ricatto occupazionale: laddove si ridimensiona una azienda inquinante i lavoratori devono essere trasferiti”. Proprio per questo, il movimento di Extinction Rebellion di Bologna ha commentato sulla propria pagina Facebook quanto avvenuto durante il consiglio comunale, durante il quale alcuni lavoratori hanno rivendicato la loro “emergenza lavorativa”. “La scena è stata emblematica di una narrazione che contrappone le lotte sociali all’emergenza per la salvaguardia del pianeta. Ma non può esserci giustizia ecologica senza giustizia sociale”.

Il prossimo appuntamento di questo movimento di disobbedienza civile radicale ma non violento, e caratterizzato anche da una certa creatività e fantasia, non è locale ma globale: dal 7 al 13 ottobre, a Roma, dove avrà luogo la settimana della Ribellione Internazionale. All’insegna dei valori ben raccontati anche nel sito: “Siamo una rete non violenta, evitiamo di biasimare e di incolpare, accogliamo tutti e ogni parte di ciascuno, abbiamo una visione condivisa del cambiamento”.

L’articolo Bologna, la città dichiara “stato di emergenza climatica”. E lo fa accettando il manifesto degli attivisti di Extinction Rebellion proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cari politici: date subito il voto ai 16enni

L’idea l’ha lanciata l’altro ieri Enrico Letta dalle pagine di Repubblica, ma nelle ore scorse ci sono state entusiaste aperture di vari esponenti politici, da Luigi Di Maio a Nicola Zingaretti: dare il voto ai sedicenni, quelli che in tanti hanno affollato le piazze venerdì scorso per lo sciopero globale del clima. L’idea è giusta, anzi sacrosanta. Abbassare la soglia del diritto di voto è un modo diretto e immediato di spingere la classe politica verso posizioni molto più ecologiste e consapevoli del riscaldamento climatico di quanto non sia ora.

Il motivo è semplice: i sedicenni di oggi non avranno le idee chiare su destra e sinistra, né sulla politica in generale, di cui si interessano poco. Ma hanno una visione assolutamente concreta delle cose e delle emergenze a cui bisogna porre rimedio: la prima, appunto, il riscaldamento globale.

Perché a 16 anni hai tutta la vita davanti e se questa vita, come raccontano i giornali on line che questi ragazzi leggono, sarà segnata da scarsità idrica, desertificazione, migrazioni di massa e probabili conflitti per le risorse, è ovvio che spingerai il più possibile per votare partiti con forti programmi ambientalisti. Partiti che al momento in Italia non ci sono ma che potrebbero senz’altro crescere, così come potrebbero diventare più verdi i partiti esistenti, qualora sapessero che c’è una platea di giovani molto più ampia interessata a questi temi.

Nonostante questo sembri del tutto ovvio, è meglio essere scettici di fronte all’entusiasmo generalizzato e al fatto che questa proposta di legge diventerà realtà. Primo, perché i politici non percepiscono ancora in maniera drammatica, così come invece i giovani, l’urgenza della questione climatica. Secondo perché il richiamo ai giovani dei politici è inversamente proporzionale alla conoscenza che ne hanno, così come alla capacità di parlare alle nuove generazioni. Alcuni politici sono vecchi anagraficamente; altri lo sono meno, ma sembrano precocemente invecchiati quando a slogan e anche riforme scelte a cui dare la priorità: basti pensare a un “giovane” Matteo Salvini, che ha scelto di dare le preferenza a una riforma sciagurata e “senile” come quota 100.

In questo senso dare il diritto di voto ai sedicenni – attivo, ma anche “passivo”: nel nostro paese si può essere eletti solo a 25 anni alla Camera e a 40 al Senato, qualcosa di veramente assurdo e ormai fuori tempo – significherebbe non solo rendere automaticamente il paese più spostato verso tematiche ecologiche, il che già di per sé è importantissimo, ma sposterebbe anche l’agenda verso temi più legati alle esigenze di quei giovani tanto invocati quanto ignorati, in uno dei paesi più vecchi e gerontocratici del mondo.

Infine, questa riforma avrebbe anche un altro effetto rispetto alla nostra percezione dei giovani e al modo in cui stiamo crescendo i nostri figli, ovvero considerandoli come inetti, incapaci di fare qualsiasi cosa senza il nostro aiuto fino a tarda età. I ragazzi di oggi hanno un deficit di autonomia, e questo è colpa senz’altro di un’educazione sbagliata: e allora appunto dare loro il diritto di votare significa responsabilizzarli, farli uscire da quella comfort zone passiva in cui si aspettano che tutto sia dovuto.

Anzi, visto che parliamo di cambiare normative legate all’età, bisognerebbe lanciare anche un altro piccolo appello: dare la patente ai sedicenni. Non perché i genitori ansiosi potrebbero comprargli un’antiecologica macchina prima, ma perché sarebbero, di nuovo, responsabilizzati. E potrebbero rappresentare un aiuto concreto a genitori affaticati e schiacciati dalla cura dei figli e dei propri genitori, portando ad esempio il nonno molto anziano a fare una visita o accompagnando un fratello piccolo a fare sport. Sembra poco, invece è tantissimo, credetemi.

Tornando al voto ai sedicenni. Cari politici al governo: dateglielo, e dateglielo subito. Per favore, non ci esponete all’ascolto delle vostre dichiarazioni entusiaste salvo poi affossare l’idea. Lasciate da parte doppi pensieri, calcoli politici – quelli che invece state facendo per l’ottima idea dello ius culturae, che andrebbe promossa perché giusta e non fermata perché “le persone non capirebbero”, come ha detto Alessia Morani del Pd -, date un segno di intelligenza e soprattutto date credito a questi giovani che hanno il diritto di dire la loro.

Sarebbe anche una riforma a costo zero: dunque, davvero non ci sono scuse. La politica cambierebbe volto, e sarebbe di sicuro, e senza retorica, un volto migliore.

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Sciopero per il clima, “Daje Greta salviamo sto pianeta” – Gli striscioni più creativi fatti dai ragazzi al corteo di Roma (Fotogallery)

Alle nove di mattina Piazza della Repubblica, luogo di inizio dello sciopero dei ragazzi romani, era già gremita all’inverosimile. Una folla di ragazzini e ragazzi, pochi gli adulti, arrivati a gruppetti quasi tutti con i mezzi pubblici. Alcuni giustificati dalla scuola, altri no: dai racconti si capisce che la circolare del ministro Fioramonti è stata recepita a macchia di leopardo; ma non importa, loro sono lì. Il fiume di studenti percorre via Cavour per arrivare a piazza Venezia. Il clima è allegro, gruppi di ragazzini saltano al grido di “Siamo più felici, prendiamo la bici”, ma anche “Più benzina, la fine si avvicina”. Nei cartelli si scatena l’ilarità, declinata in romanesco: “Vacce te su Marte”, “Daje Greta”, “Ahò, ma lo volemo salvà ‘sto pianeta?”, “Sta a schiumà”, “Stò a fa la colla”, “Sciopero dei taxi, annamo a fette”.














Altri giocano con ironia sul sesso: “I want a hot boyfriend not a hot planet”, ma anche “Più sesso orale meno riscaldamento globale” , “Fuck me, not the planet”. A intervistarli, in realtà, si scopre che sono spaventati, anche se spesso non sanno dire esattamente di cosa o quali siano le conseguenze del riscaldamento globale che più temono. Avvertono una minaccia vicina, e insieme, quasi tutti, sono angosciati dal fatto che del tema si parli poco e che gli adulti non lo considerino nella sua urgenza. Difendono Greta da ogni critica con parole semplici – “Ha detto cose ovvie, sensate, come si fa a criticarla?” e di politica non sanno, né voglio sapere, quasi nulla. Qui, almeno a Roma, in piazza c’è la sensazione che il problema del riscaldamento globale sia enorme ma che serva ancora urlare per cambiare la testa dei legislatori. Eppure il cambiamento è già qui e ora: fine settembre, trenta gradi, stare al sole è temerario. Ma come dice una giovane ragazza: “Io non posso votare, posso solo sfilare”.

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Clima e giornalismo, quanto è difficile per i media raccontare la crisi globale

Oggi sarò in piazza con i Fridays for Future. Ci sarò come semplice cittadina preoccupata per la sopravvivenza della specie umana (non del pianeta); ci sarò perché faccio parte dei Parents For Future, i genitori di tutto il mondo angosciati per la sorte dei propri figli. Ci sarò, infine, come giornalista che ha capito, con colpevole ritardo, che raccontare il cambiamento climatico è la cosa più urgente che ci sia, ma anche, al tempo stesso, una sfida ostica e per niente facile.

Come ha detto benissimo lo scrittore Jonathan Safran Foer nel suo ultimo libro, quella del cambiamento climatico non è una narrativa accattivante. Per alcuni aspetti è noiosa, per altri terrificante; soprattutto ci restituisce emozioni di angoscia e impotenza che sono tra le più difficili da gestire per un essere umano.

E per questo motivo, anche, i primi ad aver fallito, finora, al compito di spiegare come il clima sta cambiando per sempre le nostre esistenze sono soprattutto i giornalisti, come ha raccontato di recente un lungo reportage de Internazionale sui sette errori capitali del giornalismo rispetto al tema clima.

Per un mix di ignoranza scientifica, eccesso di vecchia cultura umanistica e paura di un fenomeno sempre snobbato, il cambiamento climatico è stato letteralmente dimenticato dai giornali, relegato negli inserti di scienza o nelle ultime pagine. Poi, piano piano, mentre la gravità della situazione cresceva e grazie anche a Greta Thunberg e ai Fridays For Future, la questione ha scalato le pagine fino arrivare alle prime.

Ma senza, ancora, avere la dignità di una vera apertura. Restano indietro le radio, resta indietro ancora la tv. Lentamente anche qui si comincia a parlarne, ma sempre poco. Sempre come tema secondario. Di fatto, l’informazione italiana, tra cui tutti i tg – anche quelli di “sinistra” -, in questi anni non ha svolto il suo compito. Semplicemente, non ha informato. Non ha dato le notizie, che pure c’erano ed erano enormi.

Ma allora come comunicare il riscaldamento globale? Quello che ho imparato in questi mesi è che, se si assumono toni troppo apocalittici, le persone tendono a non leggere, a girare la testa dall’altra parte perché non sostengono l’eccesso di tragicità. Lo stesso avviene sui social network, dove troppo dramma fa sì che chi in qualche modo capisce il problema taccia e si ritiri, lasciando campo libero invece ad attacchi ed insulti di gente che da un lato è priva di qualsiasi cultura scientifica, dall’altro, semplicemente, col suo attacco dimostra la sua profonda paura. Eppure, ovviamente, il problema non può essere negato, oppure trattato in maniera fredda e asettica, perché di asettico non ha nulla, avendo a che fare con la possibilità o meno della nostra stessa sopravvivenza.

Come per tutti gli argomenti, anche il racconto del clima funziona meglio quando si danno notizie che aprono alla speranza – ad esempio facendo vedere quante persone, aziende, leader si stiano attivando per fare qualcosa – oppure, anche, quando si danno indicazioni concrete su cosa fare per cambiare le cose, con esempi e consigli molto pratici su risparmio dell’acqua, riciclo, trasporto sostenibile e così via.

Ma a differenza di altri argomenti, il cambiamento climatico resta un tema su cui, a volte, è necessario dare informazioni tragiche su fatti ed eventi a cui, tra l’altro, in molti casi è tardi per porre rimedio. Così è necessario ricordare, rischiando però di aumentare lo scetticismo, che la messa in atto di comportamenti individuali sostenibili è cruciale, ma non serve senza l’adozione di misure politiche internazionali e cambiamenti a livelli più alti.

L’unica strada per un racconto giornalistico che funzioni, allora, è alternare notizie di registro diverso, cercando di creare un mix credibile e realistico, né apocalittico né negazionista. Dobbiamo alternare paura e speranza, riflessione spesso malinconica su ciò che sta accadendo, con relativi e corretti sentimenti di tristezza, e incitamento ad agire e a non lasciarsi scoraggiare.

Emotivamente non è per nulla facile, neanche per noi, avere a che fare con dati che raccontano di un futuro drasticamente diverso, e in negativo, da come ce lo siamo immaginato, specie avendo dei figli piccoli. La tentazione sarebbe quella di dire “mi occupo di altro, basta, non posso sopportare questo livello di drammaticità”.

Eppure, chi fa il giornalista ha il dovere di dare le notizie e quelle climatiche ormai hanno una rilevanza assoluta. Sta a noi cercare un equilibrio interno tra spazi di piacere o di lavoro su temi più lievi e l’importanza di esserci su questo tema. Sta a noi capire che, se perdiamo la speranza o ci scoraggiamo – e non è facile -, non saremo buoni giornalisti.

Più equilibrio riusciremo a trovare nelle nostre vite private e lavorative, maggiore sarà l’obiettività e insieme la leggibilità degli articoli che faremo. E maggiore la nostra capacità di non far fuggire chi legge, né di ridurlo all’impotenza, ma informarlo incoraggiandolo ad agire. Questa, a mio avviso, è la sfida più grande del giornalismo di oggi.

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Clima, la Cgil aderisce allo sciopero globale. Un passo importante, ma non è abbastanza

Mentre scrivo arrivano le immagini dello sciopero globale del clima di venerdì 20 marzo. Decine di migliaia di persone, in migliaia di città. Berlino straripa di ragazzi, ma anche fuori dall’Europa, dall’Australia al Bangladesh, i giovani dei Fridays For Future scendono in piazza per gridare la loro paura di un futuro devastato e senza risorse. E la partecipazione sarà ancora più eclatante venerdì 27 prossimo, se si pensa che oltre un milione di studenti di New York hanno avuto dal sindaco l’autorizzazione per scioperare.

Insomma, se la mia generazione, e forse ancora più la precedente, protestava per la giustizia sociale e la lotta alle diseguaglianze, i nati nel duemila sembrano avere una sola causa: l’ambientalismo e la lotta al cambiamento climatico. Eppure, a ben guardare si tratta di uno stesso obiettivo. Lo ha spiegato bene Carola Rackete nell’intervista, bellissima e anche commovente, che ha rilasciato a Piazza Pulita su La7 giovedì scorso.

Anzitutto perché a causare i disastri ambientali sono stati, e sono tuttora, i paesi più ricchi, che producono quelle emissioni inquinanti che poi causano devastanti siccità in paesi come l’Africa, costringendo le persone a muoversi (anche se, come ha ricordato la Rackete, chi si sposta è una percentuale minuscola: la stragrande maggioranza non ha soldi per salire sui barconi). In secondo luogo, perché le conseguenze del cambiamento climatico colpiscono i più deboli: i poveri, i malati, gli anziani. Basti pensare a chi oggi non ha la possibilità di allontanarsi dalle città bollenti a causa delle ondate di calore e deve restare o per una malattia cronica o perché, appunto, è povero e non possiede seconde case o soldi per andare in vacanza.

Per questi motivi, oggi la lotta per la giustizia sociale e quella per il cambiamento climatico – e insieme la difesa dei diritti umani e sociali – sono intrecciate e lo saranno sempre di più perché, se è vero che la crisi ambientale colpirà tutti, è vero che chi ha più soldi può comunque proteggersi di più, o migrare in un posto migliore. E non è un caso, allora, che nel mondo al movimento creatosi grazie a Greta Thunberg si stanno unendo anche i sindacati, con la conseguenza importantissima di coinvolgere nella battaglia per il clima milioni di lavoratori.

Cosa succede in Italia? In questi mesi la Cgil si è progressivamente avvicinata alla causa climatica. A marzo scorso, la vicesegretaria Gianna Fracassi ha appoggiato lo sciopero globale del clima degli studenti, parlando della centralità della decarbonizzazione e del tema della “giustizia climatica”. Un mese dopo la Cgil ha consegnato a Greta Thunberg la tessera onoraria della Cgil. Pochi giorni fa, la Flc Cgil ha aderito al global strike del 27, promuovendo un grande evento pubblico al Cnr di Roma nel quale si parlerà della crisi climatica.

Sono passi importanti, ma non è abbastanza. E per capirlo basta ascoltare il segretario generale Maurizio Landini, che nella sue dichiarazioni e interviste quasi mai parla di crisi climatica e ambiente, focalizzandosi sempre sugli stessi punti: difesa dei salari, (sacrosanta) lotta agli incidenti sul lavoro, meno tasse per pensionati e dipendenti, lotta alla legge Fornero. Non c’è ancora, in altri termini, la percezione che l’ambiente sia letteralmente un valore, equivalga cioè a moneta contante. Manca ancora la decisione di lottare dentro le aziende per renderle più sostenibili, proprio come si lotta per renderle più eque.

È assente, ancora, l’idea che la lotta climatica deve precedere e inglobare tutte le altre, per cui prima di ridurre le tasse o mandare in pensione in anticipo le persone sarebbe opportuno pensare se quegli stessi soldi non possano essere usati per rendere l’ambiente in cui i lavoratori vivono, e i loro figli, più vivibile e meno soggetto a crisi ambientali e relativi rischi. Si è ancora ancorati, seppure per difendere i più deboli, al paradigma della crescita.

E infatti la Cgil non ha mai dichiarato uno sciopero generale per il clima: si è limitata a dare la sua adesione simbolica, il suo sostegno morale alla causa. Mentre uno sciopero vero di milioni di lavoratori italiani avrebbe reso la protesta davvero visibile a tutti nel nostro paese. Il problema è questo: ai sindacati serve lo stesso cambiamento radicale di paradigma che serve alla politica, ovvero capire che la crisi climatica non è un problema in più, è la precondizione della nostra stessa sussistenza. Combattere il riscaldamento globale, in altre parole, è ciò che rende possibile di affrontare anche le altre cause.

In più, appunto, battersi per proteggere il luogo in cui viviamo significa battersi per coloro che hanno meno strumenti per difendersi. Precari, sfruttati, sottopagati, anziani con una pensione bassa, disoccupati, malati. Banalmente, senza voler semplificare, è meglio vivere con una pensione da 500 euro, ma con ondate di calore meno violente, che con una da 600, ma non sapere dove ripararsi perché le temperature sono troppo elevate. I sindacati dovrebbero trovare modo di tradurre questo concetto nelle loro richieste e nelle loro contrattazioni collettive. E, soprattutto, farsi davvero carico del problema climatico; non limitarsi ad adesioni simboliche per poi continuare nello stesso identico modo di sempre. Che oggi, purtroppo, non funziona più.

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