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Giornata mondiale sull’ambiente, possiamo fare tantissimo per il clima. Purché lo si conosca e se ne parli

Se dovessimo contare tutti gli articoli che i giornali hanno dedicato alla meraviglia delle città vuote durante il lockdown, alla pulizia dell’aria causata dalla pandemia, al risveglio della natura con specie animali di ogni tipo che si sono “riprese i loro spazi” invadendo persino le città dovremmo dedurre che l’idea di una connessione tra ambiente e pandemia i mezzi di informazione l’hanno data. Si è capito in qualche modo, lo hanno capito gli italiani, che la presenza aggressiva dell’essere umano, legata al nostro modo “normale” di vivere, produce conseguenze sull’ambiente.

Si tratta senz’altro di un nesso importante, che ha risvegliato una certa coscienza ecologica delle persone, forse già pronta per essere smossa. Non è un caso che, se si calcolassero le immagini più ricorrenti della pandemia, probabilmente le frequentissime foto di dolci e pane fatti in casa sarebbero superate da quelle di fiori e piante cresciuti in casa, nelle terrazze, nei giardini, un’esplosione di verde e di foto di natura che raccontano di un grande desiderio di tutti noi di tornare a fare una vita più a contatto con la “materia” che ci circonda e ci consente di vivere. Un desiderio reale, concreto, non retorico.

A dimostrazione di questa nuova passione ci sono alcuni dati: il boom di acquisti di biciclette, che fa sperare che i fondi che il governo ha messo a disposizione per comprare bici, monapattini o usare il car sharing non siano i pochi milioni, poco più di cento, indicati. E che non ci sia cioè un click day con la corsa a chiedere il bonus bici e la concreta possibilità che tantissimi restino fuori.

Così non funziona, se c’è un desiderio di mobilità sostenibile è fondamentale che sia sostenuto e incoraggiato. C’è chi ha scritto che il bonus biciclette sarebbe un contentino che il governo ci dà visto che mancano i contributi sostanziosi per vivere. È vero, ci sono ancora settori scoperti dagli aiuti e tantissime persone in condizioni drammatiche, ma è vero anche che non solo sono stati erogati miliardi per aiuti a fondo perduto ma che, ripeto, incentivare la mobilità sostenibile è fondamentale per il nostro benessere e direi la nostra sopravvivenza.

Altri dati che raccontano di un interesse crescente degli italiani verso la natura e l’ambiente sono le prenotazioni turistiche, con un boom della montagna e un calo drastico delle città d’arte. Si è capito che la natura è un vero e proprio bisogno per grandi e piccoli e che non ne possiamo fare a meno. E dunque, se dovessimo fare un bilancio di questa pandemia, possiamo dire che sicuramente ha messo l’ambiente al centro dei nostri interessi.

Tuttavia, ci fermiamo qui. Il bilancio, alla fine, non è poi così ottimistico, perché purtroppo, a causa dei mezzi di informazioni e della politica, schiacciati sulla cronaca della pandemia, non si è fatto un salto ulteriore. Quello che porta dal problema dell’inquinamento – quello legato alla nota canzone di Adriano Celentano, Il ragazzo della via Gluck -, della cementificazione, della pessima qualità dell’aria alla questione della crisi climatica. Che è un tema molto più ampio, complesso e drammatico.

Purtroppo, nel dibattito pubblico di questi mesi, il tema non è stato per nulla toccato. Anzi, gli articoli speranzosi nel caldo per sconfiggere il virus lasciavano chiaramente trapelare l’assoluta non conoscenza del problema dell’aumento delle temperature, e lo stesso per tutti gli articoli legati alla ripartenza, al ritorno alla “normalità”, agli aeroporti finalmente affollati. Tutti chiaramente non consapevoli di quanto il nostro stile di vita precedente la pandemia abbi inciso sulla stessa.

Di crisi climatica, di negoziazioni per il clima, di accordi fra stati per impedire che la temperatura salga di 1,5 o 2 gradi nei prossimi decenni non c’è alcuna consapevolezza tra gli italiani. D’altronde, perché dovrebbero averla, se i giornali non ne parlano e se la politica pure non se ne occupa come questione preminente? Gli italiani hanno seguito in maniera obbediente ciò che veniva loro detto di fare. Ma nessuno gli ha spiegato qual è il problema del cambiamento climatico.

E dunque, in conclusione, potremmo dire che se da un lato finalmente la pandemia ci ha fatto parlare anche di ambiente e ci ha fatto riscoprire quanto amiamo fiori, piante, parchi, trekking e quanto tutto ciò ci dia vita e piacere, dall’altro non è stato fatto quel passaggio fondamentale che avrebbe potuto far capire agli italiani il senso della crisi climatica. Sono abbondati i virologi nei talk show, ma i climatologi sono rimasti al loro posto, non invitati. A loro non è stata data voce.

Eppure solo di questo dovremmo discutere oggi, di come evitare una nuova pandemia, del legame tra pandemia e distruzione ambientale, delle conseguenze del cambiamento climatico sulla nostra salute e di come potremmo almeno in parte mitigarle. Soprattutto, di quale modello di sviluppo è sostenibile, del fatto se esista o meno una crescita realmente verde, o se invece dovremmo, in parte, decrescere. E di come farlo.

Ora speriamo che i giornali facciano un passo in più e che l’ambiente dagli inserti, spesso ottimi, sulla natura e il clima diventi cronaca quotidiana e affronti anche il problema di come dobbiamo vivere per non morire. Siamo stati capaci di fermare una pandemia con razionalità, informazione e azione possiamo fare tantissimo anche sul fronte climatico e ambientale. Purché lo si conosca, purché se ne parli.

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Virginia Raggi è una brava amministratrice. Ma ora bisogna cambiare nome

Si discute in questi giorni della possibilità di stralciare il divieto di più mandati e ricandidare, per Roma, Virginia Raggi. Spaccato il Movimento 5 Stelle, contrario il Pd. Al di là delle beghe interne, forse sarebbe il caso di ascoltare quello che pensano i cittadini romani, che pure la sindaca l’hanno votata in massa, con un plebiscito che però rischia non solo di non essere doppiato, ma di finire in una sconfitta, specie se il centro-destra candiderà un nome forte (vedi Giorgia Meloni). E nonostante Roma sia una città fondamentalmente di sinistra, come dimostrano i voti presi dai vari sindaci – Gianni Alemanno unica eccezione e non per suoi meriti.

Vivo a Roma da sempre e seguo la sindaca abbastanza attentamente, sia da giornalista che da cittadina. E il sentimento che provo in questi giorni è contrastante: perché se da un lato ho potuto vedere, anche grazie a un’efficiente pagina Facebook aggiornata più volte al giorno, l’immenso lavoro fatto dalla sua amministrazione, dall’altro se dovessi esprimere un parere sul Raggi bis direi, pur con cautela, no. E questo nonostante gli immensi meriti di questa giovane sindaca, catapultata su una delle poltrone più scomode, forse la più scomoda, d’Italia.

Quello che posso dire è che, a mio parere, Raggi è una buona amministratrice. Di più, un’amministratrice onesta, trasparente, non solo non corrotta ma apertamente schierata contro mafie di ogni tipo, che infatti l’hanno contrastata con tutti i mezzi a disposizione, roghi dolosi compresi.

Ha rifatto centinaia di strade rimaste per anni senza alcuna manutenzione, ha rimesso mano ad appalti gestiti da mano mafiosa, rendendo trasparenti gare e concorsi, ha ridato un volto pienamente democratico a Roma, contro ogni rigurgito fascista. Di tutto questo Roma aveva disperatamente bisogno, visto che la prima emergenza di questa città è senz’altro la legalità.

E tuttavia questo non basta. C’è un secondo fronte, fondamentale per la stessa sopravvivenza della città e dei suoi abitanti, sulla quale la sindaca è stata troppo debole, come d’altronde è stato il suo partito, cioè Movimento, ormai al governo da un po’. E questo fronte implica una visione politica più forte, un disegno più chiaro per la città, una visione lunga, insomma un’utopia più forte. Incentrata su due temi, ovvero ambiente e sostenibilità, quelli che avevano caratterizzato la nascita dei Cinque Stelle e che poi questi ultimi si sono persi per strada.

Ci sono piccole cose che però dicono molto: ad esempio la scarsa cura del verde della città, tanto che i romani si sono ritrovati dopo due mesi di chiusura con parchi parzialmente chiusi oppure con l’erba altissima e non falciata. Ovviamente, spesso per sbloccare qualsiasi appalto ci vuole tempo, le procedure burocratiche richiedono appunto tempo.

Ma non si ha mai avuto l’impressione che la Raggi facesse del verde la sua priorità. Così come non ha mai avuto le idee chiare su come pedonalizzare alcune aree cruciali della città: ci sono progetti mai avviati, anche perché spesso mal fatti e senza consultare i residenti, vedi quello del quartiere Monti; né ad esempio sulle regole che avrebbero dovuto essere fermissime rispetto all’invadenza dei ristoratori e al tavolino selvaggio: su questi temi il Movimento a Roma oscilla tra la vecchia impronta legalitaria e ecologista e invece una sostanziale resa alle richieste di ristoratori e di quelli che vivono sul turismo selvaggio, quello che, insieme ad altro, impedisce il decoro della città.

Per non parlare del tema, talmente grave che per i romani si è passati dalla rabbia a una sorta di rassegnazione disperata, dei rifiuti. Sono ancora ovunque, e nonostante la Raggi abbia avuto dure prese di posizioni contro Ama di fatto la responsabilità della catastrofe è anche sua. Oggi addirittura si parla di eliminare il porta a porta in molte zone della città per tornare ai cassonetti, qualcosa di inimmaginabile in qualsiasi città del mondo.

Ci sono state misure importanti, da non sottovalutare. L’amministrazione Raggi, ad esempio, è riuscita, unica, a togliere i bus turistici dal centro, liberandolo da migliaia di torpedoni che ogni giorno distruggevano le fragili strade millenarie, mettendo a rischio la vita di molti pedoni, uccisi dai pullman. Ma ad esempio sul tema della mobilità sostenibile la città è ancora indietro anni luce, come dimostrano i drammatici incidenti stradali che catapultano la città in cima alle classifiche dei decessi.

Ora si stanno facendo piste ciclabili provvisorie per la fase due del Covid, ma appunto se non ci fosse stata la pandemia quanto avremmo dovuto aspettare? Per non parlare del tema cambiamento climatico: la sindaca ha partecipato a incontri internazionali, Roma ha dichiarato l’emergenza climatica ma tutto questo solo a parole, perché sul tema praticamente nulla è stato fatto e purtroppo non si tratta di un tema secondario. Penso, ad esempio, alla qualità dell’aria, che resta gravemente inquinata.

Insomma, se dovessimo confrontarla a sindaci precedenti, non solo la gestione Alemanno, che ha fatto precipitare la città in un baratro quasi senza ritorno di clientelismo e corruzione, la Raggi ce la dovremmo tenere stretta. Ma se guardiamo ad altre emergenze drammatiche del nostro tempo, la salute e l’ambiente, con inquinamento e cambiamenti climatici in primo piano, si avverte il bisogno di un nome più forte.

Forte, attenzione, non nel senso populista. Ciò che serve è una persona, uomo o donna che sia, che, oltre ad avere maggior carisma, che non guasterebbe, mettesse la questione della sostenibilità e dell’ambiente in assoluto primo piano, con tutto ciò che ne consegue, in primo luogo una lotta senza quartiere per avere un turismo umano e contro quello che ogni giorno deturpa la città, per una migliore qualità dell’aria, per una vera mobilità sostenibile, per una battaglia contro i cambiamenti climatici.

Agli oppositori di Raggi l’onere di trovare questa figura e che non sia, appunto, una figurina “verde” utile per fare poi i propri interessi, perché Roma veramente non può permetterselo. Troppo gravi i problemi di vivibilità della città, divenuta ostile per anziani, bambini e altre categorie fragili. Insomma, noi cittadini vorremmo ringraziare Raggi per tutto ciò che ha fatto, ma andare oltre. Bene cambiare nome, allora, ma per favore non costringeteci a rimpiangere tutto quello che, ripeto, di buono ha fatto.

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Emergenza caldo: bisogna prepararsi fin da ora o l’impatto sarà pesante

In questi mesi di pandemia, ho sentito più volte invocare il caldo come possibile aiuto per il contrasto della pandemia, quasi una soluzione “magica” che avrebbe ucciso il virus finalmente liberandocene. Al tempo stesso, in questi mesi mai ho sentito parlare del rischio concreto di avere un’estate torrida dalle temperature ingestibili, quale è stata annunciata da alcuni siti meteo, discutibili nel modo in cui danno i dati e nelle pittoresche interpretazioni ma non sui dati, purtroppo realistici.

D’altronde, ben poco è stato fatto, anche dai media, il collegamento tra distruzione ambientale, deforestazione, cambiamento climatico e pandemia, che invece è stata raccontata come un fenomeno dalle origini sconosciute, tanto che ci si è concentrati unicamente sui sintomi, cioè sulle conseguenze. Lasciando aperto l’immenso problema di quali siano i reali motivi che l’hanno scatenata e come fare per evitare che altri virus si ripresentino.

È stato un inverno caldo, con temperature più alte della media, specie in alcune zone del mondo. Vere e proprie anomalie termiche, che i climatologi hanno denunciato. Ma naturalmente le emergenze erano altre, e tutto sommato il fatto di vivere la chiusura obbligata in un periodo in cui non faceva troppo caldo, da marzo a maggio, ci ha consentito non solo di focalizzarci su altro, ma anzi invocare l’arrivo del sole per poter finalmente uscire.

Ma già è facile intuire, specie per chi ha fatto la quarantena in città, che il sole sarà terapeutico fino a un certo punto, perché il caldo già è insopportabile durante le ore centrali. E sempre i siti meteo prevedono l’arrivo di temperature molto elevate tra pochi giorni, con punte di 34 gradi. A maggio. Qualcosa di veramente preoccupante, perché maggio dovrebbe essere un mese caldo ma di un caldo mite, primaverile, sopportabile. Niente di tutto questo, ormai. E le temperature sono destinate a salire nei mesi di luglio e agosto.

Si è parlato, anche se poco, del problema dei condizionatori, che è un vero e proprio dilemma. Ho letto pareri contrari, gli esperti sono divisi, in realtà non ci sono evidenze scientifiche ma è facilmente intuibile che un virus si combatte soprattutto con l’aria aperta, il vento, lo spazio fisico, il verde, non con un apparecchio che rimette in circolo in continuazione la stessa aria. Eppure di condizionatori non possiamo fare più a meno, specie nelle città, specie d’estate.

Abbiamo cercato la soluzione dei problemi climatici mettendo apparecchi che raffreddino l’aria, qualcosa di abbastanza contro-natura, invece di cambiare il modo di vita, distanziarci, evitare di assembrarci in megalopoli. Sono diventati, in fondo, i nostri polmoni artificiali, senza i quali non potremmo sopravvivere. A pensarci, qualcosa di inquietante.

Il caldo dei prossimi mesi non sarà terapeutico. Al contrario, rappresenterà una vera emergenza, che come al solito colpirà i più fragili. Quelli che non possono partire, le famiglie costrette ancora negli appartamenti. Sono tantissimi, in Italia, ogni anno, ma quest’anno ce ne saranno ancora di più.

E dopo due mesi di lockdown vivere un’estate torrida in città può essere drammatico. Il governo dovrebbe stanziare, ancora nulla di concreto, 500 euro per le vacanze di chi ha redditi bassi. Una buona cosa, anche se l’importo è molto basso e consente giusto pochissimi giorni fuori. Ma l’estate dura molto, molto di più.

Il caldo africano, insopportabile, sarà il segno di questa estate, come delle prossime. E sarà la nuova emergenza, alla quale dovremmo già prepararci per tempo, alla quale dovrebbe prepararsi il governo, ad esempio rafforzando il corpo dei vigili del fuoco in vista di possibili incendi, viste anche le scarse piogge (ricordiamo quanto successo in Australia).

Invece ancora non si parla di questo e probabilmente nulla si sta facendo su questo fronte. Così l’impatto sarà pesante, e passeremo dall’emergenza Covid a quella caldo, non meno grave della prima. L’unico aspetto “positivo”, visto che ormai reagiamo solo alle crisi drammatiche mentre siamo incapaci di fare prevenzione e anticipare le crisi, è che forse saremo costretti, proprio come per il virus, a ragionare con urgenza su cosa fare. Su come convivere con temperature elevate, su come proteggere i più deboli.

E possibilmente, se siamo lungimiranti, anche su come avviare misure drastiche per una svolta veramente radicale che ci porti a uno stile di vita diverso e a politiche per il clima non solo annunciate ma concretamente realizzate. È un crinale difficile, perché “far tornare indietro” il caldo è praticamente impossibile. Ma almeno si può evitare che aumenti, almeno si possono immaginare città più vivibili.

E non si metta avanti il problema dei soldi, perché il Coronavirus ci ha dimostrato che ignorando gli ammonimenti di esperti, siano virologi che climatologi, si va dritti verso una crisi economica devastante e globale. Speriamo di aver appreso l’amara lezione.

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Coronavirus, la lettera di esperti e attivisti: “Decrescita contro la crisi e per una società sostenibile”

Sostengono che la crisi abbia messo in luce le strutturali debolezze di un’economia capitalistica “ossessionata dalla crescita”, di un sistema sanitario paralizzato da anni di austerità, di una filosofia che credeva nella crescita verde e nel “decoupling”, nella possibilità illusoria di uno sviluppo illimitato senza degrado ecologico. Preoccupati di una fase due in cui si tenta di ritornare a una normalità che in realtà era già una crisi, mille esperti e attivisti di oltre 66 organizzazioni di diversi paesi, tra cui la capitana Carola Rackete, ma anche George Monbiot, Jason Hickel, Ugo Bardi, Paolo Cacciari, Mauro Bonaiuti, hanno pubblicato una lettera aperta – che si può firmare qui – in cui si chiede di adottare il paradigma della decrescita per far fronte alla crisi indotta dal virus e costruire una società più giusta e sostenibile.

“Il coronavirus è stato solo un acceleratore di un momento di crisi sistemica, che è ecologica, sociale, di giustizia globale e transgenerazionale”, spiega Michel Cardito, giovane medico e co-presidente del Movimento italiano per la decrescita felice. “È vero, ha consentito una riflessione ampia da parte di alcune fette della popolazione e una piccola parte dell’establishment politico sulla necessità di un nuovo approccio, ma purtroppo quello che stiamo vedendo in queste settimane è un invito a riprendere al più presto la situazione precedente, che era di crisi, di aumentare la produzione e il pil, dimenticando di nuovo che la salute viene prima di tutto”.

Cinque sono i punti che la lettera mette in luce, al fine di reimmaginare il futuro dopo la crisi del coronavirus e avviare una transizione verso una società radicalmente diversa, dove al centro ci siano le persone e il pianeta prima delle imprese. Primo punto: mettere la vita al centro dei nostri sistemi economici: “Combustibili fossili, esercito, pubblicità sono settori che vanno abbandonati, a favore di sanità, istruzione, energie rinnovabili, agricoltura ecologica”. Poi rivalutare quanto e quale lavoro è necessario per una buona vita per tutti: “Occorre dare più enfasi al lavoro di cura e consentire ai lavoratori delle industrie distruttive di accedere alla formazione per nuovi tipi di lavoro rigenerativo e pulito”. Nel complesso, occorre “ridurre l’orario di lavoro”.

Terzo punto: organizzare la società intorno alla fornitura di beni e servizi essenziali. “Se da un lato dobbiamo ridurre gli sprechi e gli spostamenti, i bisogni umani primari – diritto al cibo, alloggio, istruzione – vanno garantiti a tutti attraverso servizi di base universali o schemi di reddito di base universali”. E ancora, democratizzare la società: “Permettere a tutte le persone di partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita, in particolare i gruppi emarginati dalla società. I settori legati ai bisogni di base vanno demercificati e definanzializzati, mentre va ridotto il potere delle multinazionali globali e del settore finanziario”. Infine, ultimo punto: basare i sistemi politici ed economici sul principio di solidarietà. “La redistribuzione e la giustizia deve essere la base per la riconciliazione tra generazioni attuali e future, gruppi sociali tra i paesi e tra i paesi del sud e del nord del mondo. La giustizia climatica deve essere il principio che guida una rapida trasformazione socio-ecologica”.

“Per dirlo in sintesi, dovremmo ripartire lavorando sul concetto di “humus”, terra, che è tutto ciò che può rafforzare le radici affinché al primo temporale la pianta non crolli”, commenta Lucia Cuffaro, l’altra co-fondatrice del Movimento, esperta di autoproduzione e scrittrice. “Ci siamo resi conto di avere radici fragili, lo stesso sistema economico ha radici fragili, per questo occorre ripartire da cosa ci può dare solidità. Ad esempio migliorare la propria autosufficienza a livello alimentare, lavorare sulla prevenzione, mangiare cibo non frutto di allevamenti e agricoltura intensivi. D’altronde anche chi ha soldi oggi ha capito che il benessere delle relazioni è prioritario all’accumulazione”. “La pandemia, per quanto dolorosa, è solo un sintomo di un sistema malato, basti pensare alla molto più grave crisi climatica e ambientale. Per questo la crisi attuale è un’occasione che non va sprecata, per avere un futuro migliore e più equo”, conclude Karl Krähmer, componente del direttivo del Movimento per la decrescita felice italiano.

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Yoga, col Piccolo libro di Francesca Senette lezioni su Instagram gratis tre volte a settimana

“All’inizio ero titubante, facendo lezioni solo faccia a faccia, calibrate sulla persona che avevo davanti, mi sembrava impossibile insegnare yoga online. Poi ho provato e ora per tre volte a settimana regalo lezioni di yoga sul mio profilo Instagram e i feedback che ricevo sono eccezionali”. Francesca Senette, 44 anni, giornalista tv nella prima vita, oggi una figlia adolescente e un bimbo in prima elementare, ha incontrato lo yoga per caso, un giorno, in una palestra dove faceva fitness e zumba. Di lì è iniziato un percorso che in pochi anni l’ha portata a diventare lei stessa insegnante, con un duro corso teorico e pratico di due anni.

Oggi, oltre ad essere co-conduttrice di YoYoga su Sky-DeA junior e insegnante di Hatha yoga, Pranayama e Yoga Nidra a Milano, ha scritto un libro edito da Sonda, editore attento all’ambiente, Il piccolo libro dello yoga. Un volume agile per rispondere alle domande che l’autrice si sente spesso porre da chi pratica: “Cosa si intende per karma?”, “Chi pratica yoga è anche vegano?”, “Perché si canta l’Om”?. “Ho cercato di rendere comprensibili concetti complessi, senza banalizzare”, spiega. “Ma sono contenta se chi legge sarà spinto ad approfondire, io per la mai formazione ho passato mesi a studiare sanscrito, filosofia, anatomia”. Si parte dunque dalla parola “Yoga” per finire con il saluto “Namaste”.

Yoga – La tradizione più accreditata è quella di “unire-unione”, mente e corpo, anima e spirito. Il termine, ricorda l’autrice, viene dalla radice “yui”, che sta per “aggiogare” e indica ciò che noi potremmo fare attraverso lo strumento della pratica, intesa come metodo. Ma quanti tipi di yoga esistono? L’Ashtanga sono “una serie immodificabile di asana”, intensa e faticosa, poi c’è l’Hatha – asana mantenute a lungo attingendo ai grandi gruppi di posizioni – , infine il Vinyasa flow, pratica “morbida e dinamica”, ritmata dal respiro e con tra transizione dinamica tra le posture.

Asana – Sono la base della pratica, indispensabile per passare agli stadi più elevati. In altre parole, “sono posizioni meditative che consentono l’illuminazione, l’armonia di anima e corpo”. Albero, cane, bastone, guerriere, arco, bambino, gru: gli asana, scrive l’autrice, ricordano elementi naturali, forme o oggetti, ma non sono esercizi ginnici.

Yama e Niyama – Yama significa “controllare” e indica “i principi etici e morali dell’individuo”. Si dividono in “Ahimsa” –non violenza -, “Satya” – verità, essere sinceri in pensieri, parole e opere -, “Asteya” – non rubare -, “Brahmacharya” – continenza, purezza -, “Aparigraha” – evitare l’attaccamento alle cose. I “Niyama” sono restrizioni della vita individuale, “la disciplinano dandole ordine, ritmo, armonia”. “Osservare questi principi significa non poter fare più tardi la sera, fare un aperitivo, diventare asceti”, precisa l’autrice. “Né tanto meno giudicare, anzi. Penso ad esempio al fatto di essere vegetariani. Io lo sono, evito di comprare proteine animali per i miei figli, ma non critico chi fa altrimenti”.

Saucha – È un concetto che riguarda la pulizia del corpo attraverso la pratica regolare dello yoga e della respirazione, una dieta sana e pratiche di purificazione interna. Indica anche la pulizia mentale, “ad esempio dalla rabbia”.

Santosha – È “l’appagamento, l’essere contenti di ciò che si ha”.

Tapas – Indica “il fuoco interiore, l’austerità, la forza di volontà”.

Svadhyaya – È lo studio di sé, della nostra vera natura e quindi anche “lo studio dei testi sacri e dei maestri”.

Ishvara Pranidhana – Il significato è “devozione continuativa” e “abbandono verso Dio”.

Om – È un mantra, “una sillaba sacra che dà origine a una vibrazione di energia spirituale”. Non è una preghiera, ma un suono primordiale, la prima vibrazione emanata dall’Assoluto per la creazione. È quindi la vibrazione che più si avvicina a Dio. “La prima volta che l’ho sentito mi sono sentita quasi violata, da cattolica”, racconta Senette, “in realtà lo yoga, alla fine, mi ha riavvicinato al cattolicesimo, ho capito che il divino è uno solo”.

Pranyama – È un insieme di tecniche per controllare ed espandere la nostra capacità di respirare. Nello yoga infatti la bocca è del tutto inutilizzata. Controllando inspirazione ed espirazione “impariamo a controllare anche il nostro stato emotivo”.

Meditazione – Come indica la radice comune a “medicina”, scopo della meditazione è curare, ma anche “misurare con la mente”, distogliendola dai sensi esterni. Nel libro si trovano indicazioni su come farla, ad esempio usando un mantra e facendola con frequenza quotidiana.

Karma – Significa “agire”, “azione”, è la legge sovrana del cosmo interiore e implica che ogni nostra azione abbia delle conseguenze (causa-effetto). Il karma è anche un “destino” ma che “noi possiamo migliorare e affrontare, praticando la meditazione e osservando i precetti yama e niyama”.

Chakra – Secondo le Upanisad, nel nostro secondo corpo, “pranico, energetico, astrale”, diverso da quello fisico e quello spirituale, si trovano i sette chakra, “ruote” attraverso cui passa l’energia. Si va dal chakra più basso, alla base della spina dorsale, rosso – “Muladhara chakra” – che indica forza e passione, ma anche radicamento e stabilità, al “Svadhsthana chakra”, arancione, a livello della vescica e degli organi genitali, centro della sessualità e della gioia di vivere, rappresentato dall’elemento dell’acqua. Nel centro dell’ombelico troviamo i “Manipua chakua”, giallo, è la regione dello stomaco, centro di accumulo dell’energia vitale. Salendo c’è la zona del cuore, “Anhata chakra”, che rappresenta l’aria ed è legato alle emozioni. In prossimità della gola incontriamo “Vishuddha chakra”, blu, connessa all’etere e alla purezza, quindi c’è l’occhio spirituale, “Ajna chakra”, colore indaco, e ha sede nel cervello. Questo chakra è il centro della spiritualità, favorisce l’intuizione e la consapevolezza, mentre sulla sommità della testa c’è “Sahasrara chakra”, dal colore viola o bianco perché comprende tutti i colori. Rappresenta “la connessione con l’Infinito” o con la Coscienza cosmica e uno dei suoi simboli è il loto dai mille petali.

Namaste – È il gesto delle mani giunte è chiamato “anjali” (radice anj, che significa celebrare, onorare) e rappresenta l’unione dello spirito (mano destra) e materia (sinistra). Questo saluto si può tradurre come “il divino che in me riconosce e si prostra al divino che c’è in te”. È una forma di ringraziamento elevata, che il maestro rivolge ai suoi allievi, i quali contraccambiano, esprimendo anch’essi gratitudine. “E come dicevo, proprio in questo momento di quarantena”, conclude Senette, “sto ricevendo tantissimo in cambio delle mie lezioni; c’è chi mi chiede l’indirizzo per mandarmi cose, chi mi scrive. Tanta gratitudine, appunto”.

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Giornata delle ostetriche, “noi in prima linea nonostante il covid-19 tra poche protezioni e rischi per le nostre famiglie. Ma dimenticate dal governo: non siamo citate tra i professionisti sanitari per gli aiuti”

“Lo sa che il primo professionista sanitario non medico in Italia a morire di coronavirus è stata una collega ostetrica? Ad oggi sono decedute due ostetriche e tante altre sono state contagiate, casistica elevata se si considera che in Italia siamo circa 22mila ostetriche, un numero piccolo in confronto ad altri professionisti sanitari. E questo perché le ostetriche hanno continuato a garantire una assistenza qualificata alle donne, sia asintomatiche che con diagnosi di COVID-19, in tutte le fasi del percorso nascita”. La dott.ssa ostetrica Nadia Rovelli è Presidente dell’Ordine della professione Ostetrica/o interprovinciale di Bergamo, Cremona, Lodi, Milano, Monza Brianza, l’area più colpita dalla pandemia. In occasione della Giornata Mondiale dell’Ostetrica, oggi 5 maggio, racconta a ilfattoquotidiano.it la situazione per molti versi critica in cui versa la sua categoria. “Il governo nel decreto Cura Italia, ci ha dimenticato, e i familiari delle ostetriche decedute da coronavirus, se non ci sono rettifiche, non potranno accedere al fondo di solidarietà previsto solo per alcuni professionisti sanitari. Non ci è stato riconosciuto neanche il bonus baby sitter maggiorato e tanti altri riconoscimenti economici o facilitazioni previste per i professionisti sul fronte Codiv-19”.

A denunciare questa situazione è la stessa Federazione degli Ordini della Professione di Ostetricia che proprio oggi ha lanciato il “Manifesto per la professione ostetrica e per la tutela della salute della donna e della famiglia”: “La nostra professionalità”, spiega Silvia Vaccari, vicepresidente della Federazione, “ha una resilienza fortissima rispetto a questa pandemia, ha lavorato con pochissimi presidi, è sempre stata in servizio, ha dato il massimo, a volte anche svolgendo attività non specifiche e rischiando la vita e quella dei propri congiunti. Per questo la Federazione si è schierata a sostegno della categoria, per riaffermare il ruolo dell’ostetrica e il valore di questa professione che è stata disconosciuta con grande miopia politica in un momento di massima criticità sanitaria”.

E la pandemia non ha colpito solo le ostetriche, ma anche le donne. “Il virus”, continua Revelli, “ha fatto emergere una carenza di risorse ostetriche e servizi alla maternità che tutelano la salute materno neonatale. È emerso quanto sono stati deficitari e limitati gli investimenti per lo sviluppo dell’assistenza territoriale del percorso nascita con la presenza e presa in carico della donna dall’ostetrica di famiglia, come definito da numerose delibere regionali e raccomandazioni nazionali dell’Istituto Superiore della Sanità”.

Mai in posizioni dirigenziali
Nell’ambito del percorso nascita e della tutela della salute materno neonatale, infatti, il problema di fondo è soprattutto il contrasto tra le normative e quanto concretizzato nella realtà. Vi sono infatti delibere e decreti attuativi, ad esempio quello della Regione Lombardia (Delibera n. 268 del 28 giugno 2018), in cui la scelta socio-sanitaria è stata quella di un nuovo modello organizzativo/assistenziale del Percorso Nascita fisiologico che si basa sulla figura professionale dell’ostetrica di riferimento. Inoltre ci sono le linee di indirizzo del Comitato Percorso Nascita Nazionale, che integrano le raccomandazioni delle Linee guida dell’Istituto superiore di sanità e dell’Oms, in cui è raccomandato che alle donne con gravidanza fisiologica deve essere offerto il modello assistenziale basato sulla presa in carico da parte dell’ostetrica/o ed assicurati i migliori esiti di salute materno neonatali anche in termini di soddisfazione. Ma la realtà, appunto, è diversa, come si riscontra attraverso l’interpretazione dei dati del rapporto CeDAP (Certificato di Assistenza al Parto, ministero della Salute), che mostrano l’elevata disomogeneità a livello regionale e nazionale nell’implementazione delle normative e linee guida: ne sono indicatori, ad esempio, le differenti percentuali nazionali di parti cesarei, tassi di allattamento, e i troppi e diversi modelli organizzativi adottati sul territorio nazionale.

Sarebbe dunque sempre più necessario individuare per la professione ostetrica posizioni dirigenziali e organizzative dell’area propria di attività. E invece, continua Rovelli, “siamo di fronte a un paradosso, visto che, nonostante l’importanza che riveste la salute materna neonatale, in Lombardia nessuna ostetrica ha una posizione dirigenziale, pochissime altrove, eppure sono centinaia le ostetriche che hanno conseguito la laurea specialistica in Scienze infermieristiche e ostetriche, necessaria appunto per tale riconoscimento professionale”.

Un’ostetrica per ogni donna, un diritto ignorato
L’altro problema è che le ostetriche sono poche, molte meno di quelle che servirebbero. In teoria, infatti, nelle sale travaglio e parto le donne avrebbero diritto ad avere un’ostetrica dedicata. “In realtà in alcuni reparti di ostetricia vi è un numero di ostetriche insufficiente o addirittura assente, e la donna non riceve una assistenza ostetrica appropriata. La dotazione organica delle ostetriche è sottodimensionata, nei periodi estivi e anche in questo momento di emergenza sanitaria, tale criticità ha determinato la chiusura dei servizi alla maternità soprattutto territoriali’’, spiega sempre Rovelli.

Altra indicazione del Comitato Percorso Nascita nazionale, che è ancora disattesa, è la suddivisione dei percorsi assistenziali ostetrici per le donne con normale evoluzione della gravidanza e del parto e le donne che presentano dei fattori di rischio, attraverso l’istituzione di aree funzionali a gestione ostetrica distinte dalla ‘sala parto’ tradizionale. Questa realtà in Lombardia ad oggi è presente solo nell’ASST di Brescia.

Ma il problema della presenza delle ostetriche non esiste solo durante l’evento nascita. Ciò che rivendicano da tempo è, infatti, che si rispetti anche il diritto della donna, come deliberato anche da Lombardia sempre dalla delibera 268/2018, di avere un’assistenza ostetrica offerta dall’ostetrica di Famiglia e di comunità di riferimento che inizia già nella fase preconcezionale e continua per tutto il periodo gravidanza sino alle prime otto settimane dopo parto. “Oggi è noto che gli interventi di prevenzione dei rischi ostetrici spesso associati a scorretti stili di vita devono essere attuati prima che inizi la gravidanza, ad esempio l’assunzione di acido folico”, precisa Rovelli. Eppure dai dati raccolti si evidenzia che solo il 30 per cento delle donne assume correttamente l’acido folico, il che significa che il 70% delle donne non ha l’opportunità di accedere ad un ambulatorio ostetrico per ricevere un counseling ostetrico adeguato fornito appunto da un ostetrica. “Le donne ne hanno diritto, ma non lo chiedono, ecco perché è importante che comincino a segnalare le lacune dei servizi deputati alle cure primarie, alla maternità e alla tutela della salute di genere, unendosi alla nostra voce di ostetriche”.

La voce delle libere professioniste
Non va dimenticata, infine, la situazione delle libere professioniste, che accompagnano la donna durante la gravidanza e che la assistono al parto in ospedale o, spesso, a domicilio. Queste ostetriche chiedono che ci sia un’equiparazione economica tra parto in ospedale e parto a domicilio. “Non è giusto”, dice Ivana Arena, romana, “che una donna debba pagarselo, invece bisognerebbe andare verso l’equiparazione che oggi c’è solo in alcune regioni”. “Vorremmo anche”, continua Arena, “che le donne possano smettere di doversi nascondere o di essere additate come folli, se scelgono il parto extraospedaliero, tanti studi indicano che il parto in casa è sicuro. Infine, vorremmo anche noi che ogni donna avesse un’ostetrica al suo fianco per tutto il percorso e per questo vorremmo essere ammesse anche in ospedale, a seguire la donna che abbiamo accompagnato per nove mesi, mentre spesso non ci fanno accedere”. Tra precarietà e tasse, però, queste libere professioniste vivono spesso sulla soglia della sopravvivenza. “Io ci ho messo dieci anni per guadagnare abbastanza per poter pagare quello che ci chiedono in tasse e contributi, solo di Inps sono 3000 euro all’anno, per chi inizia è durissima e ormai sempre di più le ostetriche aprono la partita Iva, visto che non ci sono assunzioni. E poi l’altro assurdo è che siamo assimilate alla casse commercianti, senza alcun riconoscimento della nostra specificità professionale”, conclude Arena.

E proprio in occasione della celebrazione della professione ostetrica in tutto il mondo, sul gruppo Facebook “Ostetriche per le donne” l’ostetrica Daiana Foppa ha lanciato una campagna social per “festeggiare” le ostetriche e gli ostetrici maschi (sono circa 300) italiani. L’invito è a tutti, ed è quello di postare una foto, magari con i propri bimbi, con gli hashtag #ostetricheperledonneorapiuchemai, #IDM2020 e #ioringraziolamiaostetrica (tag con il nome dell’ostetrica). “Il momento attuale ci dimostra che l’assistenza ospedaliera è insufficiente e che è da implementare, non solo in tale ambito, ma anche attraverso un servizio territoriale che porti l’ostetrica sin dentro le case delle donne che assistono e dei loro neonati”, si legge nella pagina. “Vogliamo così cogliere l’occasione della Giornata Internazionale dell’Ostetrica, proprio per promuovere tale implementazione, al fine di offrire una migliore qualità di cure, come chiede l’OMS e come auspicano società scientifiche come SYRIO e SISOGN, nonché associazioni quali OVO Italia, Ciao Lapo e La Goccia Magica.

L’articolo Giornata delle ostetriche, “noi in prima linea nonostante il covid-19 tra poche protezioni e rischi per le nostre famiglie. Ma dimenticate dal governo: non siamo citate tra i professionisti sanitari per gli aiuti” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Fase 2, più auto e ztl aperte? Una scelta devastante per le città

È iniziata la cosiddetta “fase due”, per certi versi molto più complicata e difficile, e irta di ostacoli, della fase uno, in cui l’emergenza era così grave che le misure erano (relativamente) chiare e condivise. È ovvio che tutte le istituzioni si trovino in difficoltà, specie quelle locali, come ad esempio i comuni. Uno degli aspetti più complicati è, senza dubbio, ripensare la mobilità, visto che i mezzi pubblici dovranno essere occupati per meno della metà delle persone che li usavano prima della pandemia. Non c’è dubbio allora che le azioni dei comuni vadano giudicate entro questo quadro di complessità del tutto nuova.

Tuttavia, se da un lato ci sono segnali incoraggianti, dall’altro ce ne sono altri molto più negativi. Perché su una cosa non ci possono essere dubbi: non si può tornare alla situazione prepandemica. Al contrario, questa pandemia doveva e deve essere l’occasione per ripensare completamente la mobilità. Specie in città dove eravamo al collasso, come Roma. Una città diventata ormai luogo di tragedie quotidiane, quelle di pedoni, ciclisti, scooteristi uccisi. Una scia di sangue senza fine, con centinaia di vittime e che porta Roma in cima alle classifiche delle città più pericolose.

Per non parlare, ovviamente di smog e polveri sottili, e altri fattori inquinanti, ma anche di un traffico ormai insostenibile a fronte di mezzi pubblici carenti e anzi spesso talmente esausti da prendere fuoco (anche se va detto che sui roghi degli autobus – e altro – si allunga l’ombra della malavita che non ama di sicuro questa amministrazione).

Virginia Raggi, non potrò stancarmi di ripeterlo, ha fatto tantissimo. La sua è stata un’amministrazione trasparente, cosa di cui aveva disperatamente bisogno, che ha agito abbastanza correttamente laddove c’era bisogno e nonostante le poche risorse disponibili. Essere sindaco a Roma un compito quasi impossibile e non lo augurerei al mio peggior nemico. Su un fronte, però, è stata carente. Ed è proprio quello ecologico. In fatto di ambiente, raramente si è pronunciata. Ha fatto vaghi proclami sul cambiamento climatico, senza poi dar seguito a quanto detto anche in contesti internazionali. A livello di cambiamento in senso ecologico e di contrasto al climate change a Roma si è fatto poco, per non dire nulla. E questa è la cosa che rammarica di più, perché nonostante le difficoltà la direzione doveva essere tracciata in maniera più netta.

Il messaggio che si dà con la riapertura della ztl a Roma (ma lo stesso ha deciso Sala a Milano) da questo punto di vista è devastante. Da un punto di vista pratico, potrebbe essere anche una cosa sensata, per favorire una circolazione più omogenea. Ma se si ripercorre la fatica per arrivare finalmente a zone a traffico limitato a Roma, ci sono voluti anni, se si ricorda quante pressioni, specie dai commercianti, sono state fatte e continuano ad essere fatte perché vengano ridotte o abolite, ci si rende conto dell’enorme passo indietro. Il messaggio che si dà ai cittadini totalmente sbagliato, ovvero quello di un via libera, la possibilità d attraversare il centro di Roma con qualunque mezzo, anche inquinante. Proprio dopo che avevamo ammirato le nostre città vuote, tanto decantate da tutti, istituzioni comprese.

Certo, nel piano di Roma si parla anche di nuove piste ciclabili, 150 km, ma per ora resta un piano, dunque sulla carta (tra l’altro si dice che saranno “reversibili”); si parla di potenziamento del car sharing e dello scooter sharing, anche in periferia, benissimo, ma se uno che ha un mezzo può prenderlo perché dovrebbe prendere lo sharing? Infine si parla si un vago Smart Moving con il coinvolgimento dei mobility manager, per ripensare lo smartworking delle società pubbliche e private, amministrazione capitolina compresa. Insomma, mi sembra molte cose teoriche e poche cose pratiche. La più pratica di tutte, e la già facile, riaprire la ztl, anche se giurano che per ora si tratterà di un mese.

Concludo ripetendo quello che può sembrare retorico ma non è: la pandemia ci ha chiaramente detto che con il modello precedente di vita e sviluppo moriamo. E uno dei settori che più producono inquinamento ed emissioni è proprio il trasporto urbano. Le nostre città vanno ripensate completamente, lo diciamo tutti da anni, ambientalisti e non. E dunque la pandemia, e questo momento prezioso in cui gli alunni sono a casa, malgrado loro, e molti restano in smart working andrebbe usato per sperimentare un modello di mobilità a tutto tondo sostenibile, quello di cui la Raggi ha parlato salvo poi annunciare misure che di sostenibile non hanno nulla.

Di nuovo: se non si ha il coraggio di pensare misure radicali lo si dica, se non ci si riesce per i più svariati motivi lo si dica. Ma inserire la riapertura delle ztl dentro un pacchetto di “mobilità sostenibile” è semplicemente ridicolo.

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Fase 2, bambini e famiglie ancora dimenticati. Non può bastare un bonus baby sitter

Siamo ancora in una fase di emergenza, certo. È la prima volta che ci troviamo in condizioni sanitarie così gravi, per cui capire come ripartire dopo una vera e propria pandemia è complicatissimo. Dunque i governi hanno dalla loro il fatto di trovarsi in un momento in cui governare, appunto, è logorante, difficile e faticosissimo. Detto questo, però, le critiche che si possono fare al modo in cui Giuseppe Conte si sta muovendo nella fase due sono tantissime. E la mia punta sempre sullo stesso tema, che mi sta ovviamente a cuore: aver dimenticato bambini e famiglie.

Nell’ultimo discorso al paese, il governo non ha minimamente citato, come sempre, i bambini. Per noi genitori resta assolutamente confuso, come al solito, capire come e quando poterli fare uscire. Si possono portare dai nonni? Sembra di sì. Si può uscire in famiglia per andare al parco, cioè tutti insieme o bisogna andare ridicolmente solo in due, quando magari la famiglia è composta da due o tre figli? Perché non si può andare nelle seconde case quelle che, per chi ce l’ha, rappresentano uno sfogo proprio per i bambini dopo due mesi di chiusura? E molti altri dubbi.

Ma il punto dolente è un altro, cioè la contraddizione tra riapertura economica e chiusura delle scuole. Su questo punto si è letto e ascoltato tantissimo. Il presidente della repubblica Mattarella si è detto addolorato per la chiusura delle scuole, per carità, meglio di niente, è apprezzabile, la ministra Azzolina pure si è detta addoloratissima e questo è un po’ più grave perché invece che esprimere dolore lei dovrebbe trovare soluzioni. Specie a fronte di scuole che riaprono in tutta Europa tranne che da noi.

Se alcuni tra gli esperti – alcuni non tutti – dicono che riaprire le scuole potrebbe potrebbe essere rischioso, la politica dovrebbe avere il coraggio di trovare un compromesso tra rispetto della scienza e conseguenze devastanti – in termini di mancato apprendimento, di isolamento sociale, di regressione, di aumento delle disuguaglianze – di sei mesi di assenza scolastica. Ci vuole coraggio, ci vuole immaginazione, ci vogliono soprattutto un mucchio di fondi che ovviamente nessuno per la scuola vuole spendere.

Come faranno le famiglie con figli? L’interrogativo ormai attraversa tutti i social network, è arrivato su quasi tutti i giornali, che hanno girato, senza risposte, la domanda al governo, che chiaramente non ha nessun piano per noi. Con tutta evidenza non può bastare un aumento dei congedi di quindici giorni, né un bonus baby sitter di 600€, un importo che ricorda i miseri stipendi delle donne italiane ma che in teoria non può certo coprire un mese di lavoro full time. Il rischio che tantissime donne lascino il lavoro è drammatico e concreto.

La “soluzione” che sembra profilarsi all’orizzonte è quella di usare le scuole come centri estivi, ma in una fase molto avanzata, ad esempio luglio. Questo era quello che si leggeva almeno oggi sui giornali e la cosa farebbe sorridere se non facesse anche rabbia, visto che 1) il problema sono i mesi che ci separano da luglio, ben due; 2) non si può non considerare l’aspetto climatico, luglio può essere un mese caldissimo e sarà difficile tenere a scuola bambini con quaranta gradi e probabile umidità alle stelle.

Come ho scritto e riscritto, quello che sconcerta di più, però, è la cattiva comunicazione del governo verso le famiglie. Frammentata, sbagliata, manchevole. I bambini non sono mai stati considerati persone, individui, con diritti ben precisi, le famiglie pure non sono state mai considerate come nuclei che non possono essere separati e che hanno, anch’essi, diritti ben precisi. È come se il governo si rivolgesse a un paese fatto unicamente da singoli, adulti. Come se la famiglia fosse, una visione veramente ottocentesca, qualcosa che esiste nell’ombra, che non ha visibilità pubblica. Bambini e donne nell’ombra, fuori solo il capofamiglia.

A questo punto appare quasi un limite culturale, direi. Forse peggiore di tutti, perché possiamo far sentire la nostra voce, spiegare, chiedere, gridare ma se i minori non vengono presi in considerazione come cittadini, se la difficoltà estrema delle donne nel conciliare non viene capita nella sua estrema drammaticità, non avremo mai le risposte che cerchiamo. Per bambini e famiglie la fase due è come la prima. Ma noi non abbiamo nessun piano B. Come, dunque, faremo?

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Sciopero per il clima, dalla manifestazione in una piazza virtuale al Cameretta Tour: il Covid non ferma i giovani dei Fridays For Future

Si sciopera lo stesso, proprio davanti a Palazzo Chigi, a Roma. Con la differenza, però, che la presenza sarà virtuale: basta accedere accedere al sito e geolocalizzarsi. Il quinto sciopero globale per il clima, venerdì 24 aprile, sarà dunque interamente digitale, ma non per questo meno vivo. Oltre alla partecipazione “in piazza”, gli attivisti dei Fridays For Future suggeriscono di appendere un oggetto verde alle finestre, di creare, come sempre, un proprio cartello e farsi un selfie con gli hashtag #24A e #FFF, #RitornoAlFuturo, #GlobalStrikeForClimate (e “taggando” le pagine dei Fridays), di pubblicare un contenuto artistico – canzone, ballo o disegno – in tema, infine, se si vuole, di piantare simbolicamente un seme. Partecipano allo sciopero anche i “Teachers For Future”, che propongono un’ora di disconnessione dalla didattica digitale alle 10 e la presenza poi davanti a Palazzo Chigi. Sempre per la scuola, i Fridays For Future propongono che si parli del tema climatico, eventualmente invitando un attivista a parlare alle classi.

Dalla piazza virtuale al “Cameretta Tour” – Ma la giornata di venerdì è densa di appuntamenti: si parte alle 11, sulla pagina Facebook e You Tube dei Fridays For Future Italia con un webinar, in cui gli attivisti discuteranno con la climatologa Elisa Palazzi e lo scienziato Giorgio Vacchiano, per poi proseguire con un appuntamento dell’ormai quotidiano “Cameretta Tour”: una stanza virtuale in cui i Fridays dall’inizio della quarantena incontrano, alternandosi, esperti ma anche artisti, cantanti, scrittori (sono venuti, tra i tanti, Elisa, Roberto Saviano e la stessa Greta Thunberg, qui il link): venerdì 24 gli ospiti saranno il cantautore Mannarino e l’attore Roberto Mercadini. Infine, dalle 14 ci sarà il collegamento con tutte le città italiane, ciascuna delle quali organizza una propria attività. Molte sono incentrate proprio sul tema del post-covid e della mobilità sostenibile. Ad esempio a Milano, i Fridays For Future, insieme a Extinction Rebellion, hanno focalizzato da qualche settimana la loro battaglia per chiedere che la ripartenza non avvenga con l’incoraggiamento a prendere il mezzo privato, ma incentivando l’uso della bicicletta, potenziando il servizio di trasporti cittadini e ferroviario, incentivando lo smartworking. Alle 18 ci sarà infine una Live Strike su Instagram organizzata dai Fridays For future Roma per parlare insieme di futuro.

“Cara Italia”: una lettera al paese – Già la settimana scorsa i ragazzi dei Fridays for Future avevano lanciato un appello sulla rinascita post-coronavirus, sotto forma di una lettera all’Italia, scritta da fisici, climatologi, ricercatori ed esperti. “Sappiamo con certezza che questa sarà la prima di tante altre crisi dovute al cambiamento climatico”, recita il documento, ma la soluzione esiste: “La transizione ecologica”, in particolare “un colossale, storico, piano di investimenti pubblici sostenibili che porterà benessere e lavoro per tutti”, “una riconversione delle nostre aziende inquinanti”, “un grande piano nazionale per rinnovare edifici pubblici e privati”, per restituire dignità alla bellezza dell’Italia. Una lettera simile è stata rivolta alle istituzioni anche dai “Parents For Future”, proprio alla vigilia dello sciopero, dove si chiedono al governo una serie di misure, partendo dall’ascolto della scienza e dal mettere al centro dell’agenda politica clima e biodiversità. “Il nostro messaggio al Governo”, sostengono i “genitori per il futuro”, “è quello di non perdere il treno della ripartenza per tornare a una normalità che, a causa dei cambiamenti climatici, non esiste più. È il momento giusto per tenere conto anche della sostenibilità, dell’azzeramento delle emissioni, della preparazione di un futuro che permetta alle prossime generazioni di vivere su un pianeta sano e giusto”.

Sette punti per ripartire dal mondo green – L’altra iniziativa importante, legata sempre allo sciopero globale del 24 aprile, è il lancio della campagna che i Fridays For Future hanno pensato insieme alle principali associazioni ambientaliste italiane, Wwf, Legambiente, Greenpeace, Stop Ttip, Slow Food, ma anche la Cgil. Sette, in particolare, gli obiettivi messi nero su bianco nel documento: rilanciare l’economia investendo nella riconversione ecologica (conversione industrie inquinanti, efficientamento energetico degli edifici, infrastrutture per le energie rinnovabili, economia circolare e mobilità sostenibile); riaffermare il ruolo pubblico nell’economia, in modo che “gli enormi pacchetti di stimolo ecologico che verranno varati siano garantiti solo a seguito di impegni verso la riconversione ecologica”; realizzare la giustizia climatica e sociale, predisponendo un piano di aiuti per le persone e i territori che subiscono direttamente le conseguenze degli stravolgimenti climatici; ripensare il sistema agroalimentare, trasferendo i sussidi agricoli per finanziare lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile e combattendo lo spreco alimentare; tutelare la salute, il territorio e la comunità, garantendo a tutti aria e acqua pulite e combattendo dissesto idrogeologico, abuso edilizio, consumo del suolo e deforestazione; promuovere la democrazia, l’istruzione e la ricerca, integrando l’ecologia negli insegnamenti; infine costruire l’Europa della riconversione dei popoli, “aumentando la portata del Green Deal europeo e superando il paradigma cieco dell’austerità”.

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Scuole chiuse, troppe domande senza risposta: serve riaprire subito un dibattito pubblico

Mentre in altri Paesi le scuole stanno riaprendo, ad esempio in Francia e in Germania, in Italia sulla data dell’apertura delle scuole c’è ancora un silenzio assordante, che solo vari scoop di giornali hanno colmato, gettando le famiglie nell’incertezza e nell’ansia. Ad oggi non sappiamo neanche cosa accadrà a settembre.

Parliamo di 12 milioni di famiglie con figli, delle quali il governo, nelle vesti della ministra della Pubblica Istruzione soprattutto, non sembra volersi occupare, almeno nei termini di una comunicazione chiara ed efficace, mentre tutto si concentra sul tema della riapertura economica.

Decidere di lasciare le scuole chiuse, tutte le scuole, senza distinzioni, è una soluzione davvero troppo facile. La prima domanda che, come genitori, ci facciamo è che tipo di lettura scientifica c’è alla base di questa scelta e se, soprattutto, tale scelta abbia ragioni cliniche oppure meramente, o soprattutto, organizzative. In altre parole i motivi sono solo di salute oppure le scuole italiane non sono semplicemente pronte?

Se è vera la prima, come mai le altre scuole sanno riaprendo? Sulla base di altri dati? Se è vera la seconda, va fatta un’operazione di sincerità e dire che, più che un problema di sicurezza oppure oltre, c’è anche un problema legato alla scuola italiana. Ma anche qui: perché non riaprire le scuole in alcune regioni? Oppure i nidi e le scuole per l’infanzia, visto che i bambini piccoli sono più difficili da tenere e soprattutto hanno ripercussioni linguistiche, cognitive, emotive e sociali assai maggiori dalla interruzione scolastica, che sarà di sei mesi almeno?

La seconda domanda è: se le aziende riaprono, chi terrà i nostri figli? Pensiamoci bene. I nonni, pilastro del welfare e dell’aiuto, sono fuori gioco. Affidargli i bambini mentre si va al lavoro significa esporli a rischio certo. E allora? Davvero pensiamo di coprire oltre 40 ore di lavoro settimanale con i voucher baby sitter? E dove si trovano tutte queste baby sitter? E chi ha i soldi per pagarle così a lungo? Si parla di estensione di congedi parentali. E anche qui: quanti lavoratori ci rientreranno? I soliti dipendenti? E tutti i precari, autonomi, intermittenti? E quanti mesi si pensa di coprire?

Bisogna ricordare anche che se le scuole resteranno chiusi anche i centri estivi, che per settimane coprono i genitori d’estate. E pure i centri diurni per disabili, e pure tutti i centri sportivi, con danno enorme sia per i ragazzi disabili, per i quali lo sport è fondamentale, sia per tutti gli altri. Il paradosso è che, mentre da noi la ministra per la Famiglia annuncia pomposamente di voler riaprire i parchi, altrove si discute di come sistemare i banchi. Ma a noi non servono parchi aperti, serve la scuola. E lo sport, specie per i più fragili.

L’errore più grande, tuttavia, rispetto al tema famiglie e scuola, questo governo lo sta facendo – ripeto – sul piano comunicativo, come già era successo nel caso dei goffi chiarimenti sul decreto che consentiva ai bambini di uscire. Ma qui la posta in gioco è ben più fondamentale.

E allora altro che silenzio, occorre riaprire presto e subito un dibattito pubblico sul tema della scuola, sulle conseguenze di una chiusura prolungata, sulla possibilità di differenziare regioni e istituti (ma dove è finita l’autonomia scolastica? Se io, preside, magari di una regione con pochissimi contagi, ho un cortile enorme e un giardino e posso fare lezioni all’aperto perché non posso farle?). Non possiamo continuare a ricevere informazioni dai giornali, l’effetto è veramente allucinante (notizie che la ministra poi non smentisce né conferma).

Si sono fatte milioni di conferenze stampa per comunicare dati, decreti e qualsiasi cosa. Una conferenza stampa dedicata alle famiglie, con tutte le informazioni che meritano, la vogliamo fare?

Ecco perché ho scritto questa petizione che, se credi, ti invito a leggere e condividere (clicca qui)

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