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Pavia, “Siete gay, non vi affitto casa mia” dopo aver accettato 1.200 euro di caparra. Coppia fa causa a proprietaria

Li aveva conosciuti personalmente. E si era anche già intascata i 1200 euro di caparra in contanti. Ma non appena ha scoperto che Fabio e Stefano erano una coppia omosessuale, ha deciso che nel suo appartamento non potevano stare: “Siete gay, non vi affitto casa mia”, gli ha urlato in faccia raggiungendoli direttamente sul posto di lavoro, in una sorta di spedizione punitiva a cui hanno preso parte anche la madre e la persona che aveva mostrato ai due l’abitazione. Poi ha restituito i soldi, come per gentile concessione: “Sembrava fossimo noi in torto per aver nascosto qualcosa di illegale, come succedeva con gli ebrei”, raccontano Fabio e Stefano, che sicuri di aver trovato un nuovo posto in cui vivere, più vicino al centro di Pavia, avevano già dato la disdetta per la loro attuale sistemazione e si sono ritrovati da un giorno all’altro senza casa.

Ma non è per questo che hanno deciso di andare fino in fondo contro la donna che li ha discriminati: “Non deve passare il concetto che nei nostri confronti si può agire come si vuole, anche con violenza, senza pagarne le conseguenze, come se tutto fosse lecito. Noi camminiamo a testa alta per Pavia, dove viviamo felici delle nostre scelte e non abbiamo mai avuto problemi. Ma sappiamo che c’è chi non è fortunato come noi, magari non ha nemmeno l’appoggio della famiglia ed è portato a nascondersi. È anche per loro che andiamo avanti e vogliamo ristabilire un principio di giustizia”.

Fabio ha 37 anni ed è nato e cresciuto a Firenze. Lì ha conosciuto Stefano, 35 anni, di Pavia, con cui dopo qualche anno ha deciso di sposarsi e trasferirsi in Lombardia. “Qui ci siamo sempre trovati benissimo, la gente ci conosce e ci ferma per strada. Viviamo tranquillamente la nostra omosessualità, come tanti in città”. Da qualche settimana erano in cerca di un appartamento più vicino al centro e pensavano di aver trovato quello perfetto. A mostrarglielo non era stata la proprietaria, ma un parente che la aiuta nella gestione degli affitti. Loro, entusiasti, dopo la visita contattano subito la donna chiedendo un incontro, che avviene il giorno dopo. “Abbiamo parlato della casa, i soliti chiarimenti: i lavori da fare, le spese da sostenere ogni mese. Eravamo d’accordo su tutto e le abbiamo consegnato la cauzione in contanti. E lei ha preso subito i nostri soldi, tra l’altro senza rilasciarci nessun tipo di impegno ad affittarci la casa”. Si lasciano però con la promessa di rivedersi entro pochi giorni per la firma del contratto e la consegna delle chiavi.

Ma è a quel punto che iniziano le telefonate da parte della persona che gli aveva mostrato la casa: “Ci continuava a chiamare e ogni volta voleva un’informazione diversa”, racconta Fabio. “Mi ha chiesto dove avevo la residenza e come mai l’avevo mantenuta a Firenze. Poi è passato alla denuncia dei redditi che avevo consegnato per dimostrare che avevo un lavoro ed ero in grado di pagare l’affitto richiesto”. Ma l’obiettivo era un altro: “Voleva sapere con chi ero sposato, dicendo che erano domande di routine. Ho iniziato ad avere qualche dubbio, perché sembrava un’indagine, ma ovviamente ho detto la verità. Non ero obbligato, ma perché avrei dovuto nasconderlo? È la mia vita privata e sono libero di fare ciò che che voglio”.

Stefano allora chiama la proprietaria e scopre che quelle preoccupazioni erano fondate: “Le ho chiesto il perché di tutte quelle domande e lei mi ha aggredito, iniziando a urlare e dicendo che non ci avrebbe mai affittato la casa perché siamo due uomini sposati”. Poi li avvisa: “domattina vengo da voi”. E così fa. Insieme alla madre e all’altra persona della famiglia li raggiunge sul posto di lavoro, dove spiega senza timore che non gli avrebbe affittato la casa “perché siete gay. Siete fortunati a riavere la caparra, avrei potuto anche non restituirla”.

Fabio e Stefano, fidandosi della parola della donna, avevano già dato la disdetta per l’alloggio in cui vivevano e da qualche giorno sono ospiti di un’amica, in attesa di trovare un altro appartamento. Ma hanno deciso che non lasceranno cadere questa storia: “È vero che ognuno in casa sua può metterci chi vuole, però una volta che chiedi tutto quello che vuoi sapere e accetti anche dei soldi, vuol dire che hai deciso”. E l’avvocato a cui si sono rivolti farà leva proprio sul fatto che tra la parti era già stato concluso un contratto, anche se solo oralmente. “Quello che non è ammissibile è che queste persone abbiano agito come se avessero la ragione dalla loro parte. Non so cosa sia scattato nella testa della proprietaria, forse la paura di essere etichettata come quella che affitta la casa ai gay. Che si tenga pure questi ragionamenti da Medioevo, noi andiamo avanti per i tanti Fabio e Stefano che non hanno la forza di denunciare”.

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Forza Italia, i dissidenti del Piemonte: “Toti-Carfagna? Speriamo non sia presa in giro. Basta persone calate dall’alto”

Ci sono i nomi, ma non bastano. In attesa della storica svolta congressuale, promessa dal presidente Silvio Berlusconi dopo l’ennesimo emorragia di voti alle Europee, che ha portato Forza Italia sotto la soglia psicologica del 10 per cento, tra gli azzurri continuano le tensioni. E questo anche dopo la nomina di Giovanni Toti e Mara Carfagna come coordinatori nazionali, due figure richieste a gran voce e molto gradite ai militanti che da tempo chiedono un cambio dei vertici: “Ci sta bene ma solo come primo passo, non vorremmo fosse l’ennesima presa in giro: già in passato si fingeva di cambiare tutto per poi non cambiare nulla”, dice Fabio Sanfilippo, un dirigente degli “anziani” di Fi in Piemonte, che ha già iniziato a raccogliere adesioni per una nuova protesta ad Arcore. In maggio, prima delle elezioni, aveva guidato una cinquantina di militanti storici davanti a Villa San Martino “per mettere al corrente il presidente Berlusconi di quello che poi sarebbe accaduto”. Nel mirino, adesso come prima del voto, il cerchio magico che ancora circonda il Cavaliere e che secondo Sanfilippo sarebbe responsabile della rovina di Forza Italia: “Vogliamo dialogare direttamente con Silvio Berlusconi, non con i dirigenti disfattisti che lo circondano. Ogni giorno, in tutta Italia, validi esponenti abbandonano il partito perché non esiste più alcuna possibilità di comunicare con il presidente”.

Il dato rilevante, secondo Sanfilippo è che “siamo ancora in molti a votare Forza Italia ed è imprescindibile seguire le linee guida dello statuto per organizzarne l’attività politica”. Questa volta però, anche la fiducia in Berlusconi sembra essersi incrinata. Le primarie, programmate in autunno, appaiono già in bilico e salterebbero sicuramente in caso di voto anticipato. Una prospettiva che potrebbe scrivere definitivamente la parola fine per il movimento fondato dal Cavaliere 25 anni fa, che ora rischia di rimanere tagliato fuori da un’eventuale alleanza sovranista tra Lega e Fratelli d’Italia. Nonostante la nomina di Toti e Carfagna, che a breve verranno affiancati da tre commissari per traghettare il partito al congresso riscrivendo lo statuto, la paura dei militanti è che nei fatti non cambi nulla: “Cosa ci assicura che non avremo ancora delle persone calate dall’alto invece che una selezione fatta sul merito, con un ricambio generazionale? Parliamoci chiaro: un partito arrivato all’8 per cento non lo fai tornare al 20. Noi vogliamo un percorso costruttivo per fare in modo che Forza Italia abbia un seguito e Silvio Berlusconi un’eredità politica, sennò non ha senso neanche andare avanti”. Insomma, Forza Italia sta scomparendo ma lo spazio politico rimane e tutti vogliono giocarsi la partita.

In questo quadro sono da leggere i veleni che ormai da tempo caratterizzano i rapporti interni, con Sanfilippo che punta il dito in particolare contro la senatrice Licia Ronzulli, fedelissima del Cavaliere: “Ha creato una sorta di filtro delle comunicazioni che arrivano a Berlusconi: non vuole che venga a conoscenza di certi meccanismi e organizza la rassegna stampa nascondendo le notizie indesiderate. Un modo per evitare che lui sappia cosa accade davvero”. Sanfilippo lamenta anche un blocco della casella mail che utilizzava per comunicare con l’ex premier, critiche che la Ronzulli, contattata da ilFattoQuotidiano.it, rispedisce al mittente: “Il presidente è assolutamente in grado di informarsi per conto suo e legge e sente tutto. Non c’è nessuna barriera e non c’è stato nessun blocco delle comunicazioni o delle mail”, risponde l’ex europarlamentare di Forza Italia. Tra i due è in corso anche una battaglia legale: Sanfilippo ha querelato la senatrice per un messaggio da lui ritenuto minaccioso che la Ronzulli gli aveva mandato nei giorni in cui Berlusconi era stato operato d’urgenza al San Raffaele, dove lo invitava a non diffondere notizie false sullo stato di salute del Cavaliere.

Rimane comunque l’intenzione di organizzare una manifestazione di protesta ad Arcore entro l’estate. Oltre alla dirigenza, i militanti chiedono di affrontare la questione morale dopo i gli arresti per corruzione che hanno coinvolto diversi esponenti di Forza Italia, in particolare in Lombardia: “Questo è il segno della superficialità con cui è stata effettuata la scelta dei dirigenti. Bisogna cambiare l’assetto e la composizione di Forza Italia al più presto: per questo chiediamo al Presidente Berlusconi di farsi parte attiva nel condurre il suo partito alla svolta decisiva”.

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Migranti, proteste per la chiusura dell’Hub di via Mattei a Bologna. E dei 144 da trasferire in Sicilia ne restano 20

Solo una ventina dei 183 migranti ospiti dell’hub di via Mattei di Bologna andranno a Caltanissetta. Questa è infatti la destinazione scelta dalla Prefettura, che venerdì 7 aveva annunciato la chiusura del centro per permettere alcuni lavori di ristrutturazione considerati necessari. L’obiettivo era svuotare una struttura, unica in italia, nata per accogliere i richiedenti in quell’arco di tempo che va dall’identificazione alla formalizzazione della domanda d’asilo. Un periodo che dovrebbe durare al massimo un mese, mentre molti erano dentro anche da un anno. Il centro, proprio per le sue condizioni interne, era stato più volte messo sotto accusa nel corso degli anni e da diverse parti politiche. Il piano di chiusura temporanea, annunciato nelle scorse ore, prevedeva di: portare i 144 uomini in Sicilia; trasferire sei donne, due nuclei familiari e 5 ospiti dotati di protezione internazionale in altri centri dell’Emilia Romagna. Il risultato della decisione improvvisa però è che alcuni ospiti hanno preferito allontanarsi dal centro già lunedì notte, alla vigilia dell’arrivo dei pullman che li avrebbero portati in Sicilia, mettendosi così in una situazione a rischio irregolarità. “La loro preoccupazione è che dire no a un trasferimento imposto dal Viminale equivalga a interrompere l’iter della richiesta d’asilo, invece non è così e il nostro lavoro in queste ore è stato proprio quello di informarli sulla loro situazione. In tanti si sono convinti e hanno deciso di fare richiesta di trasferimento”, spiega il direttore dell’hub Giacomo Rossi.

La decisione della Prefettura ha aperto anche uno scontro con il Comune, che è stato avvisato a cose ormai fatte: “Non c’è stato modo di concertare: il Viminale ha assunto questa decisione senza alcuna consultazione preventiva”, ha detto l’assessore al Welfare Giuliano Barigazzi, replicando alla prefetta Patrizia Impresa, che sosteneva di aver messo al corrente la giunta senza ricevere obiezioni. “Sono costretto a mettere in fila i tempi di alcune comunicazioni: venerdì pomeriggio, di fronte alle voci che circolavano di una eventuale chiusura dell’hub – ha spiegato Barigazzi -, ho telefonato alla prefetta per avere conferma. In serata lei ha quindi messo al corrente il sindaco. Non abbiamo mai dichiarato di non essere stato informati”.  Tra le righe c’è la sfida a distanza iniziata già da settimane da parte del comune con Matteo Salvini sulle conseguenze del decreto sicurezza: “Questo provvedimento scarica i suoi effetti sulle città e sui suoi cittadini. Il problema degli eventuali migranti che non accetteranno il trasferimento in Sicilia è una questione del quale lo Stato non intende farsi carico, lasciandola interamente sulle spalle della comunità bolognese”, attacca Barigazzi.

La problematica che devono affrontare i richiedenti asilo, rinunciando a spostarsi in Sicilia, è quella di trovare una soluzione di accoglienza alternativa. E appena saputo dell’emergenza in città è iniziata la raccolta di disponibilità di posti letto. Ad ospitarli saranno altri punti di accoglienza, associazioni, privati e parrocchie, in una gara di solidarietà avvenuta al termine di una giornata di tensioni davanti al centro, dove fino a tarda sera sono state in corso le operazioni per svuotare la struttura, avvenute senza violenza. Questo anche grazie ai 35 operatori delle cooperative che ha lavorato in questi giorni, ma da domani si troverà senza un impiego. “È necessario un intervento dei sindaci e degli amministratori del territorio affinché si trovi una soluzione di ricollocazione dignitosa per i migranti e una soluzione ai problemi occupazionali che si aprono”, ha detto il segretario regionale delle Cgil, Luigi Giove. Critiche sono arrivate anche dal segretario regionale della Cisl, Filippo Pieri: “I migranti vengono spostati come pacchi a discapito di un percorso di accoglienza dignitosa e i lavoratori si ritrovano senza occupazione. Tutto questo è inaccettabile e non degno di un paese democratico che affronta le questioni in modo concertativo, rispettando i diritti delle persone e dei lavoratori”.

Il sindaco Virginio Merola, più volte attaccato in questi anni per la gestione della struttura di via Mattei, questa volta scarica le responsabilità interamente sul Viminale: “Non è responsabilità del Comune di Bologna, siamo di nuovo di fronte a una iniziativa di Matteo Salvini. Si è voluta inutilmente creare tensione quando le cose potevano essere governate diversamente”, ha detto in un videomessaggio postato su Facebook. “Incontrerò volentieri i rappresentanti dei sindacati confederali, ma credo sia altrettanto necessario ripetere con forza che non si può contrapporre a Salvini una logica che chiede al Comune di fare atti illegali, perché questo è proprio ciò che vuole Salvini”. Il sindaco ha poi annunciato l’attivazione di un tavolo di salvaguardia per l’occupazione in Città metropolitana per gli operatori dell’hub che il 30 giugno perderanno il posto e un incontro in Prefettura per definire i tempi e le modalità della ristrutturazione della struttura di via Mattei.

Infine, secondo Nazzarena Zorzella, avvocato della rete Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, la situazione di tensione e incertezza è stata creata di proposito: “Quei ragazzi che sono fuggiti, spaventati, dal centro, sono destinati a diventare irregolari: ora, ad esempio, non avranno un domicilio e quindi non riceveranno le comunicazioni e le convocazioni delle commissioni territoriali che devono decidere delle loro richieste di asilo. Così si crea disordine sociale”. L’hub di via Mattei rappresentava da tempo un problema da risolvere, ma rimangono i dubbi sulla destinazione scelta dal Viminale: “Inspiegabile mandarli a Caltanissetta. L’obiettivo del centro di Bologna è accogliere momentaneamente i migranti per poi spostarli in strutture regionali. E neanche i numeri lo giustificano: dai dati forniti dallo stesso ministero dell’Interno, in Emilia Romagna risultano esserci duemila posti vuoti per quanto riguarda l’accoglienza”.

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C’era una volta un clandestino, storia di Eltjon Bida: dal barcone al primo romanzo. “Ma ora l’Italia è arrabbiata”

Era il 9 febbraio del 1991. Il crollo della statua di Enver Hoxha segnava l’inizio della caduta del regime comunista in Albania e dava il via alla grande fuga verso l’Italia. Fu il primo arrivo di massa di immigrati nel nostro paese: il 7 marzo in 27mila raggiunsero Brindisi, l’8 agosto il mercantile Vlora approdò a Bari con altre 20mila persone. Viaggi della speranza ai quali si affidò anche Eltjon Bida, arrivato in Italia nel 1995, a soli 17 anni. In Albania non poteva curarsi, ma soprattutto non aveva un futuro diverso dalla semplice sopravvivenza. E così anche lui si mise su un gommone, “con il terrore di finire sotto l’acqua come un topo, se arriva un’onda alta”, racconta al FattoQuotidiano.it. Oggi, 41 anni, una moglie e due figli, può dire di avercela fatto, ma non smette di sognare, e di rischiare: da poco ha lasciato il posto di receptionist in un albergo di Milano, dove lavorava da più di dieci anni, per dedicarsi alla scrittura. E nel libro d’esordio il protagonista è lui: “C’era una volta un clandestino” è un romanzo autobiografico dove Eltjon racconta i suoi primi anni nel nostro paese, dalla paura di annegare in mare al periodo vissuto nell’illegalità, dai mesi trascorsi tra i vagoni del treno in disuso e la Caritas di Milano fino al primo lavoro, inizio della nuova vita. Un futuro che augura anche a chi oggi attraversa l’Africa e il Mediterraneo, “perché l’integrazione è una ricchezza e va agevolata. Ma rispetto a 25 anni fa, questo paese è più arrabbiato. Forse gli italiani sono diventati un po’ razzisti”.

Eltjon è partito da Bashkim, un paesino di 600 abitanti in provincia di Fier. In famiglia lavoravano, ma non bastava: “I miei genitori erano tra i pochi ad avere un mestiere non legato alla terra: mio padre insegnante e mia madre infermiera, ma si guadagnava pochissimo, duemila lire al giorno, mentre i prezzi erano altissimi perché l’Albania importava tutto”. L’unico modo per trovare velocemente del denaro era vendere gli animali e la poca terra che quasi tutto possedevano. Ed è quello che fa anche il padre di Eltjon, perché suo figlio deve curarsi: “Avevo un calcolo renale, ma i medici delle cliniche private chiedevano cifre altissime anche solo per visitarmi. La lista d’attesa negli ospedali statali invece era di un anno”. Con quel tesoretto cerca di partire, la prima volta imbarcandosi su una nave per Brindisi: paga un milione e 200mila lire per un permesso di soggiorno e un passaporto falso, ma una spia parla e arrivato in Italia viene scoperto e rimandato indietro. A quel punto decide di affidarsi agli scafisti e salire su un gommone: partivano continuamente, a volte lo stesso faceva addirittura due giri in una notte, se il mare era abbastanza calmo. “Eravamo in 26 su un gommone per 6, schiacciati l’uno contro l’altro. Prima hai in testa solo la tua nuova vita in Italia, ma quando sei in mezzo al mare ti chiedi chi te l’ha fatto fare: non vedi la terra, basta un’onda grande e tu affoghi”.

Eltjon raggiunge Pescara, dove c’è un amico di famiglia che lo aiuta: vitto, alloggio e 600mila lire per lavorare nei campi. “A me andava più che bene. Ero tranquillo anche se irregolare, perché stavo in campagna e nessuno mi dava fastidio. Lavoravo e mi ero convinto che così mi sarei conquistato un posto in Italia”. Dopo il primo mese, ricominciano le coliche renali: “Ero a pezzi e questa famiglia mi ha aiutato mandandomi in un ospedale privato e anticipando quello che c’era da pagare”. Grazie ad una sanatoria ottiene il permesso di soggiorno, ma è costretto ad abbandonare la nuova sistemazione a causa del fratello, che seguendo il suo esempio era partito con dei documenti falsi per Brindisi: fermato anche lui, al momento del rimpatrio era scappato e tutti lo credevano morto. Eltjon riesce a ritrovarlo a Milano e da quel momento inizia un periodo difficile: “Lui viveva tra i vagoni dei treni abbandonati e la Caritas e anche io ho iniziato a farlo, perché non volevo lasciarlo. Ma cercavo di spingerlo a fare qualcosa per integrarsi e uscire da quello stato, perché io volevo una vita onesta. L’unica cosa illegale che ho fatto, una volta arrivato in Italia, è stato entrare una volta senza biglietto a San Siro”, ricorda con ironia.

Finalmente, dopo diversi mesi, Eltjon trova lavoro come venditore porta a porta. Qua inizia la sua nuova vita e finisce il libro, ma il secondo volume è già in cantiere e conterrà la parte migliore del sogno italiano: frequentando una scuola serale ottiene un diploma che lo porterà a fare il receptionist in un albergo di Milano per 13 anni. È il lavoro che rappresenta il salto di qualità, ma ancora non gli basta: “Anche grazie alla spinta di mia moglie, conosciuta a scuola, ho iniziato a leggere un libro dietro l’altro e ho capito che avrei dovuto scrivere la mia storia”. Parte del ricavato del romanzo andrà alla Caritas, che per diversi mesi è stata la casa di Eltjon a Milano. E questo, nei suoi piani, è solo l’inizio: oltre al secondo capitolo dell’autobiografia, sta già pensando a una raccolta di aneddoti vissuti durante i tanti anni di lavoro negli alberghi di Milano. “Voglio provare a far diventare la scrittura un lavoro. So che è difficile, ma per ora sono riuscito a realizzare tutto quello che volevo in Italia, e ci proverò anche con questa avventura”.

Impossibile non chiedergli cosa pensa dei migranti di oggi: “Ogni volta che vedo i barconi del Mediterraneo ripenso al mio viaggio, che è stato molto meno difficile e pericoloso. Mi dispiace per come se ne parla, perché come era per noi, anche la stragrande maggioranza di loro ha buone intenzioni. È giusto essere duri con chi non sta alle regole, ma sono più lontani alle abitudini e agli usi italiani e devono essere aiutati a integrarsi”. E lui, che ha vissuto questa situazione da entrambe le parti, non ha dubbi: “Quando sono arrivato qua, gli albanesi non erano ben visti. Se ne parlava male, anche giustamente a volte, perché tanti non cercavano davvero di lavorare, ma comunque non ho mai pensato che gli italiani fossero razzisti. Ora però c’è più rabbia, le persone si sono incattivite. Un po’ la televisione, un po’ la propaganda politica, hanno creato un clima di odio che io non ricordo quando sono arrivato. Gli italiani adesso ce l’hanno di più con gli stranieri”.

Foto di Damiano Tasco

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Rider, a Bologna l’incidente che costa la vita al 51enne Mario: postino di giorno e fattorino nel weekend

Era costretto a fare un secondo lavoro, come lo sono in molti nell’era del precariato e degli stipendi troppo bassi rispetto al costo della vita. Postino durante la settimana, fattorino nei weekend. Alla fine, per riuscire a mettere insieme uno stipendio adeguato, tante ore passate su uno scooter, per portare a domicilio una raccomandata o una pizza, ma sempre in pericolo nel traffico di Bologna. Ed è sulla strada, mentre tornava alla base dopo l’ennesima consegna, che ha perso la vita Mario Ferrara, 51 anni, in un incidente che ha ancora molti punti da chiarire. Quello che è certo è che lo scontro è avvenuto con una volante della Polizia, appena uscita per un allarme scattato in un negozio della zona. L’uomo è stato sbalzato dallo scooter e ha fatto un volo di diverse decine di metri, raccontano i testimoni. Soccorso dal 118 con un lungo intervento di rianimazione, è morto poco dopo l’arrivo all’ospedale Maggiore. 

L’episodio è avvenuto domenica intorno alle 22 nel quartiere San Donato, a pochi passi dalla pizzeria Pantera Rosa, dove Ferrara lavorava, e ha scatenato la protesta dei Riders Union Bologna, la rappresentanza autonoma territoriale dei fattorini. Le loro battaglie sono da sempre quelle di chi lavora per i grandi nomi del food delivery, ma poco importa: “Anche se con una formula diversa, Mario rimane un precario del lavoro, proprio come chi consegna per Glovo, Deliveroo o UberEats”, spiega al FattoQuotidiano.it Tommaso Flachi, uno dei promotori del presidio di protesta indetto per lunedì alle 18 in Piazza del Nettuno. “Non è una fatalità. L’assenza di diritti e tutele, la mancanza di un’assicurazione, l’invisibilità cui ci vorrebbero costringere gridano vendetta”. 

LA DINAMICA – La cosa certa, per il momento, è che la volante si trovava su via del Lavoro quando si è scontrata con lo scooter di Ferrara, che proveniva da una laterale, all’incrocio con via Luigi Vestri. Gli accertamenti sono ancora in corso, con la polizia che sta ascoltando i presenti e visionando filmati di telecamere della zona. I due agenti sono rimasti lievemente feriti e sono stati visitati anche per lo stato di choc in cui li hanno trovati i soccorritori. 

I COLLEGHI – I colleghi di Ferrara, ancora scossi, ne parlano come una persona tranquilla e riservata: “Uno che lavora e non da problemi. Era con noi da circa due anni, faceva qualche fine settimana ogni tanto”, racconta Filomena Stasi. Ferrara, che non aveva figli, viveva con la sua compagna a Bologna già da qualche anno, lontano da gran parte della famiglia che invece abita in Puglia. Al lavoro settimanale alle Poste aveva affiancato quello di fattorino il sabato e la domenica, ma solo ogni tanto. I turni, come in ogni pizzeria, vanno dalle 19 alle 22 e 30, orario di punta delle consegne. “Erano circa le 10. Io ero in cassa, c’era tanta confusione e non mi sono accorta di nulla, ma chi stava in cucina, che affaccia sulla strada, ha sentito un rumore fortissimo, così come chi sta al piano di sopra. Abbiamo visto le luci della polizia e poco dopo qualcuno ci ha detto che il nostro fattorino aveva fatto un incidente”. Lo scontro, in realtà, è avvenuto molto prima lungo quella via, ma questo conferma il racconto di chi dice di aver visto il motorino di Ferrara a trenta metri dall’incrocio e lui sbalzato ancora più lontano.

I PRECEDENTI – La morte di Ferrara avviene in una città, Bologna, che nell’ultimo periodo ha visto incrementare gli incidenti con i fattorini coinvolti, così come accade a Milano, dove giovedì scorso sono finiti a terra quattro rider. In Italia i precedenti ufficiali sono due: Maurizio Cammillini, rider pisano di 29 anni che lo scorso che settembre si è schiantato per evitare di consegnare in ritardo due panini e un fritto, e Alberto Pollini, travolto il 1 dicembre a Bari da un’auto mentre con il suo scooter stava portando a un cliente la sua cena. Francesco Iennaco, 28 anni, invece ha perso una gamba a Milano dopo essere finito sotto un tram, in maggio.  “Non può essere un caso che Mario sia l’ultimo di una lunga serie di lavoratori che perdono la vita per consegnare una pizza o un panino in un contesto di peggioramento delle condizioni lavorative”, attacca Riders Union Bologna. “È arrivato il momento che le aziende e le istituzioni si facciano carico delle responsabilità che hanno portato all’ennesimo tragico epilogo. Lo ripetiamo da mesi: la parte datoriale deve ascoltarci e sedersi con le rappresentanze dei riders auto organizzati che chiedono i giusti riconoscimenti”. 

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Reggio Emilia, ballottaggio per la città di Delrio: è la prima volta dal dopoguerra. Sfida Pd-Lega con l’incognita M5s

Al secondo turno per la prima volta dal dopoguerra per 711 preferenze mancate. Rischia di cadere così una delle ultime roccaforti rosse dell’Emilia Romagna. A Reggio Emilia, dal 1945 a oggi, sono passati quattro sindaci comunisti, uno del Pds-Ds e due, gli ultimi, della nuova era del Partito democratico. Il primo, l’ex ministro dei Trasporti Graziano Delrio, primo dei renziani in terra emiliana, fu capace di costruirsi una brillante carriera politica dopo 10 anni alla guida della Città del Tricolore. Ora invece il suo successore e delfino Luca Vecchi, a caccia del secondo mandato, è appeso alla lotteria del ballottaggio. Al primo turno ha mancato l’elezione per poche centinaia di voti, fermandosi al 49,13%, e adesso la città rischia un clamoroso ribaltone. Il distacco con il candidato del centrodestra, il leghista Roberto Salati, è ancora netto, segno di un profilo debole e poco gradito dagli stessi elettori della sua area. Ma la vera incognita in vista del secondo turno sono i 14mila voti raccolti dai 5 stelle, decisivi per scegliere il sindaco di una città ricca e aperta, che però si è scoperta terra di infiltrazione della ‘ndrangheta con il maxi-processo Aemilia. Proprio la moglie del primo cittadino uscente, Maria Sergio (che non è mai stata coinvolta nel processo), è stata chiamata in causa in alcune udienze per le parentele con uno degli imputati.

I numeri dicono che per il Comune il Pd, da solo, ha ottenuto quasi il 40%. Un risultato significativo, se confrontato con quello nazionale e locale: in Emilia Romagna, per le Europee, Zingaretti e compagni hanno ottenuto il 31%, superati per la prima volta dalla Lega, che è diventato il primo partito e alle regionali di novembre punta forte alla presidenza. Ma in questa città, dove il Partito comunista è stato maggioranza assoluta per decenni, il centrosinistra sotto la soglia psicologica del 50% è qualcosa di allarmante per molti. Il risultato arriva dopo anni difficili per il sindaco: oltre all’inchiesta Aemilia, l’amministrazione ha dovuto affrontare i segni profondi della crisi economica, che ha colpito e costretto alla chiusura decine di piccole aziende del territorio e amplificato la precarietà del lavoro, nonostante le esportazione e i risparmi siano aumentati in termini assoluti dal 2009 al 2018. La campagna elettorale è stata fatta con il simbolo del Partito democratico quasi nascosto, a favore di una immagine più civica che ha messo in mostra gli innegabili successi amministrativi: l’apertura di un nuovo centro oncoematologico, il recupero della grande area industriale dismessa delle ex Officine Reggiane e l’uso della stazione Mediopadana, unica fermata dell’Alta velocità fra Bologna e Milano, eredità delle giunte Delrio. Una strategia che però non ha impedito l’emorragia di voti: rispetto al 2014 il Pd ne ha persi quasi 10mila, solo in parte assorbiti dalle liste che appoggiavano Vecchi e che gli hanno portato il 10% dei consensi. Poco o niente è andato alla sinistra radicale, ridotta al 2,5%, mentre sembra essersi fermato qual travaso di consenso verso i Cinquestelle, che alle solite difficoltà locali hanno unito un pessimo trend nazionale e sono scesi al 14,7%.

Quello che potrebbe avere inciso è l’affluenza, calata del 3,5% rispetto al 2014. Una perdita di affetto politico che il Pd ha pagato solo in parte: la coalizione di centrodestra, nonostante il clima favorevole in tutto il paese, si è fermata al 28%. Anche qui il traino è tutto della Lega (21), che a Reggio aveva avuto un exploit già nel 2009, quando aveva ancora il Nord nel nome e raggiunse da sola il 16%. Ma il risultato questa volta poteva essere decisamente migliore: in cabina, al momento di mettere il segno sulla scheda per l’elezione degli eurodeputati, i reggiani che hanno scelto Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sono stati il 35%. Una discrepanza riconducibile soprattutto alla scelta del candidato sindaco, Roberto Salati, piccolo imprenditore totalmente estraneo alla politica, voluto personalmente dal deputato reggiano del Carroccio Gianluca Vinci. Salati non è emerso come un candidato forte in grado di sfruttare la scia del grande consenso di cui gode quasi ovunque in questo momento la Lega e in particolare Matteo Salvini, accolto trionfalmente a Reggio due settimane prima del voto. Il centrodestra ha puntato la campagna elettorale locale sui temi della sicurezza e dei problemi del centro storico utilizzando le stesse ricette di sempre, riuscendo in realtà a intercettare consensi sul tema di un cambiamento in consiglio comunale che dopo 75 anni sembra aver fatto presa sui reggiani.

Nonostante gli errori e la mancanza di una classe dirigente locale, il centrodestra è riuscito a raggiungere il suo obiettivo minimo: giocarsi al ballottaggio la guida di una delle ultime città rosse d’Italia. Per farlo dovrà innanzitutto convincere quei 5600 reggiani che alle Europee lo hanno scelto e per il Comune no. Salati poi può sicuramente contare su quel 5,5% ottenuto al primo turno dalla lista civica di Cinzia Rubertelli, che raccoglie anche ex esponenti della Lega Nord locale. Già con questi due pacchetti di voti, la distanza con Vecchi sarebbe ridotta a una manciata di punti percentuali. Al sindaco uscente, per essere rieletto, potrebbero anche bastare le poche preferenze che al primo turno sono andate alla sinistra, ma molto dipenderà dall’affluenza. Anche il Pd dovrà infatti riportare ai seggi tutti i suoi elettori in questo ballottaggio storico e probabilmente lo farà senza una chiamata alle armi contro la destra, che non è nelle corde dell’attuale amministrazione. Rimane l’incognita decisiva dei Cinquestelle, con la candidata sindaco Rossella Ognibene che ha già fatto sapere di non voler dare indicazioni di voto. Di certo non una dichiarazione che avrebbe fatto chi vede il nemico alle porte, e che rende ancora più credibile l’ipotesi di un testa a testa per la conquista di Reggio.

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Immigrati, Regione Friuli-Venezia Giulia vuole finanziare rimpatri e assunzioni solo per residenti. Asgi: ‘Incostituzionale’

Un doppio colpo all’immigrazione che, però, rischia di essere tale solo sulla carta. E che, per assurdo, potrebbero subire gli stessi italiani. Da una parte, il Friuli-Venezia Giulia, come scritto nel disegno di legge approvato il 9 maggio dalla giunta guidata da Massimiliano Fedriga, fedelissimo di Matteo Salvini, mette sul piatto soldi per i rimpatri forzati, quando questi sono competenza esclusiva dello Stato. Dall’altra, offre incentivi solo a chi assume lavoratori che risiedono in Regione da almeno cinque anni, con buona pace dei friulani che si sono trasferiti oltre il confine per questioni economiche, e in contrasto con le norme italiane ed europee di libera circolazione. Due provvedimenti dal forte odore di propaganda e ad alto rischio di illegittimità.

Come scritto nel disegno di legge, consultato da Ilfattoquotidiano.it, la Regione intende sostenere economicamente gli interventi per il rimpatrio degli immigrati colpiti da provvedimenti di espulsione. Una misura, spiega Walter Citti dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che violerebbe in maniera evidente l’articolo 117 della Costituzione, quello che riguarda le competenze di Stato e Regioni: “La condizione giuridica dello straniero, e quindi tutto ciò che riguarda l’ingresso, il soggiorno, l’allontanamento e l’espulsione, sono materia di competenza esclusiva dello Stato. Le regioni hanno competenze solo per gli aspetti delle politiche sociali e dell’integrazione”. Una critica rispedita al mittente dall’assessore regionale alla Sicurezza e all’Immigrazione in quota Lega, Pierpaolo Roberti: “Mi sembra una fesseria. È ovvio che la competenza rimane dello Stato. Noi non facciamo i rimpatri, ma siamo disponibili a fare la nostra parte affinché queste persone lascino il nostro territorio”.

Ma il punto non è solo giuridico. La giunta intende finanziare questi rimpatri con parte dei 350mila euro precedentemente stanziati per i ritorni volontari che prevedono un reinserimento sociale nel Paese di destinazione e derivano dalla legge regionale del 2015 approvata dalla precedente giunta di centrosinistra: “Questo è un aspetto tutto politico. Si decide di non occuparsi dell’inclusione sociale, ma ci si concentra sull’aspetto repressivo del fenomeno migratorio”, dice Citti. E Roberti rivendica la scelta: “Lo diciamo con forza, è la nostra politica. Il Pd usava i fondi regionali per i corsi di danza e calcio ai richiedenti asilo, noi preferiamo metterli per rimpatriarli in modo forzato, se ce ne fosse bisogno”.

La strategia della giunta a guida leghista, del tutto in linea con quella del ministro Salvini, è chiara, mentre lo è meno l’utilità di questa norma: per il rimpatrio forzato è necessario un accordo con lo Stato di destinazione, e da quando il leader della Lega è al Viminale non c’è stato nessun progresso in questo senso. I numeri dicono che nel 2018 i rimpatri sono stati 6.398, in lieve calo rispetto al 2017 (6514). Un dato che sembra ripetersi, in proiezione, anche quest’anno, con 2.179 rimpatri dal 1 gennaio al 5 maggio 2019 (dati del Viminale). “Siamo al delirio della propaganda”, attacca Cristiano Shaurli, consigliere regionale del Partito democratico. “Salvini non riesce a mantenere le sparate elettorali e spendere i soldi del Ministero per i suoi rimpatri forzati e Fedriga offre in più i soldi dei cittadini del Friuli-Venezia Giulia. A parte l’assoluta inutilità di questa gentile offerta al Viminale, c’è da chiedersi se i cittadini del Friuli-Venezia Giulia apprezzino questo modo di regalare risorse della Regione per far fronte a competenze che sono chiaramente dello Stato”. Roberti ammette il problema degli accordi bilaterali con i Paesi che devono accogliere i migranti espulsi, ma rilancia: “Questo è solo un primo aggiustamento, noi siamo contrari anche ai ritorni volontari e modificheremo la norma in questo senso”. Per il momento, però, rimane solo l’annuncio sui rimpatri forzati, bloccati non dai fondi ma dalla diplomazia.

Nello stesso disegno di legge, la giunta ha infilato un altro provvedimento che rischia di essere illegittimo. L’articolo 50 prevede infatti che d’ora in avanti gli incentivi occupazionali regionali saranno rivolti esclusivamente alle assunzioni di lavoratori con almeno cinque anni di residenza nel territorio regionale. “Sarebbe una discriminazione indiretta a danno dei lavoratori stranieri. L’incentivo, come ricordato dalla Corte di giustizia europea nel 2012 per una controversia di questo tipo, si riflette sulle possibilità di accesso al lavoro e, dunque, deve necessariamente rispondere ai criteri di parità di trattamento e non discriminazione previsti dalle norme dell’Unione europea”, ricorda Citti. Ma il requisito rischia di discriminare anche i friulani che la giunta intende difendere dalla concorrenza in arrivo da oltre confine: non sono pochi infatti quelli che si sono trasferiti in Slovenia per ragioni economiche, ma che continuano a gravitare sul mercato del lavoro del Friuli Venezia Giulia. Anche loro sarebbero colpiti da questa norma. E, di nuovo, c’è un ostacolo chiamato Costituzione: l’articolo 120 vieta alle Regioni di adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e di limitare il diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale.

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Bologna, il Pd in Emilia si spacca e fa due Feste dell’Unità. I dissidenti: “Da loro la Boschi, da noi i temi sociali”

Come se non bastassero le divisioni interne, la crisi dei tesserati e il calo dei consensi, il Partito democratico a Bologna si spacca e fa due Festa dell’Unità. Nella città che per anni è stata simbolo della sinistra infatti, quest’anno ci saranno due manifestazioni: due rassegne fotocopia (o quasi) con stand, concerti e gnocco fritto. Solo che da una parte ci saranno le bandiere del partito e dall’altra rigorosamente “nessun riferimento alla politica”. La festa ufficiale ha infatti traslocato dopo più di 40 anni dalla storica sede del Parco Nord per finire nell’anonima sede della Fiera (spazio al chiuso dove si fanno congressi ed eventi commerciali), mentre là dove tutti erano abituati ad andare a sentire dibattiti e incontrare i rappresentanti in Parlamento, ci sarà la contro-festa dal nome “Made in Parco Nord“. Un colpo duro in terra emiliana che uno del leader dei dissidenti, Said Amini Navai, a ilfattoquotidiano.it, ha spiegato così: “Noi vogliamo attirare quelli che non sono più convinti dal Pd. Daremo spazio ai temi sociali, loro vogliono chiamare Maria Elena Boschi, ma non so quanta gente vorrà sentirla”. E non è solo, anzi si è portato dietro due colossi dell’ambiente, capaci di smuovere sponsor e presenze: l’organizzatore storico delle feste dell’Unità a Bologna Fabio Querci e il gestore dello spazio Red Matteo Cavalieri nonché membro della direzione Pd a Bologna.  Il partito, contattato ripetutamente da ilfattoquotidiano.it, non ha voluto commentare o rilasciare dichiarazioni sull’argomento.

Insomma quest’anno la kermesse organizzata dal Pd dovrà contendersi il pubblico con un rivale “interno” e molto agguerrito. Non solo perché si svolgerà in un luogo storicamente legato agli ambienti della sinistra in città, ma anche perché ad animarla saranno persone che hanno fatto parte della galassia Pd fino a ieri. Su tutti appunto Said Amini Navai, amministratore delegato della società che gestisce l’area e per tanti anni regista della festa dell’Unità bolognese. Lui, originario dell’Iran, ha la tessera di partito, ma assicura che nel suo “Made in Parco Nord” (in programma dal 18 agosto al 16 settembre) la politica non ci sarà: “Quella la lascio a loro: so che vogliono invitare l’ex ministra Maria Elena Boschi, ma non so quanta gente vorrà andarla a sentire. Noi daremo voce ai temi sociali: sono in contatto con due realtà di educatori di carceri minorili per fare una serata con loro, mentre ci sarà uno spazio interamente dedicato al mondo gay”. Molti degli appuntamenti infatti in programma alla contro-festa rivelano l’impronta di Red, lo spazio gestito storicamente da Cavalieri alla Festa dell’Unità e che fa riferimento al locale punto di riferimento della scena Lgbti a Bologna. La sfida a distanza non sarà però solo sui dibattiti, ma anche sui nomi degli artisti: il partito (la festa ufficiale sarà dal 23 agosto al 10 settembre) si è aggiudicato le esibizioni di Ermal Meta, Fabrizio Moro e la Bandabardò, mentre i “dissidenti” hanno ottenuto la partecipazione di Cristiano De Andrè, Loredana Bertè e Orietta Berti.

Lo sdoppiamento della festa è stato accolto con stupore misto a imbarazzo negli ambienti democratici a Bologna. L’elettorato in città ha dovuto digerire negli ultimi mesi non poche decisioni centrali che hanno ammaccato la compattezza del gruppo: dalla svolta renziana in terra che era da sempre vicino ai Ds alla candidatura del centrista Pier Ferdinando Casini nel collegio locale in quota centrosinistra. Ma non solo: alle porte ci sono le elezioni Regionali che, alla luce dell’exploit elettorale di Lega e M5s alle scorse nazionali, ora fanno temere che possano esserci sorprese anche in Emilia.

Insomma, in un momento così delicato per i democratici ci mancava solo la contro-festa a Bologna che si rivolge a un elettorato democratico: “Noi puntiamo ad attrarre quelli che non sono più convinti dal Pd e dalla loro programmazione”, ha continuato Navai. Quello che preoccupa il partito sono i numeri: nel 2017 la kermesse, da sempre considerata entrata sicura per le casse del partito, ha fatto segnare perdite per circa 700mila euro. Al trend negativo quest’anno si aggiunge anche la competizione di un evento organizzato nella storica casa della sinistra bolognese “Era dagli anni ‘70 che la festa si teneva a Parco Nord, una zona della città allora molto legata al Partito Comunista: quelli che non erano del Pci qua non ci mettevano piede”, ha raccontato Navai. “Poi con il tempo questa cosa è cambiata e anche la Festa dell’Unità è diventato un festival di fine estate bolognese, dove le persone vanno per divertirsi e non perché sono comunisti o del Pd”. Ma secondo Navai il trasferimento potrebbe essere un ulteriore problema anche per le casse dei dem: “L’anno scorso a Parco Nord hanno speso circa 600mila euro per l’affitto. Alle Fiere, dove pagheranno anche per l’allestimento, penso supereranno gli 800mila. Erano anni che il Pd diceva di volersene andare. Per me non c’è nessun problema, farò la mia festa, ma secondo me saranno le loro sabbie mobili”.

In giugno, dopo l’annuncio dell’evento di Parco Nord, il Comune aveva fatto sapere di voler indagare: “Se questa doppia festa dell’Unità ha la stessa fortuna dell’altra festa (la ProBo) nata il mese scorso e chiusa dopo una settimana direi che non dovrebbe destare preoccupazioni”, aveva dichiarato l’assessore al Patrimonio Matteo Lepore. “Di sicuro approfondirò questa strana presenza nel Parco Nord di alcune manifestazioni che poi ad un certo punto scompaiono”. Navai intanto continua a lavorare per mettere in piedi il suo evento, che prenderà il via il 18 agosto, ma non nasconde di sentire la pressione dell’amministrazione e del Pd: “Abbiamo avuto e avremo attacchi da parte delle autorità. Io a Bologna non posso fare determinate cose mentre loro sì, a loro è concesso tutto”.

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