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Furbetti della cig, “ero in cassa ma l’azienda mi ha chiesto di lavorare. Pagato dall’Inps”. Sindacati: “Centinaia di frodi allo Stato”

“Da marzo a maggio avrei dovuto fare sei settimane di cassa integrazione, ma in realtà ho lavorato tutti i giorni, anche se a stipendio ridotto”. Perché l’ha versato l’Inps. Luca, nome di fantasia, è dipendente di una delle più importanti agenzie per il lavoro che operano in Italia. E chiede il totale anonimato per denunciare una situazione molto diffusa in questi mesi, ma che fatica a emergere per il ricatto implicito dei datori di lavoro: “Non ho mai detto ‘No, oggi sono in cassa’ perché non ero nelle condizioni di poterlo fare. Potete immaginare cosa significhi rifiutarsi di partecipare a una chiamata di lavoro dopo la richiesta diretta di un superiore. Alla terza volta che lo fai, in modo corretto dato che saresti in cassa, diventa un elemento di cui l’azienda terrà conto quando si parlerà di contratti. E allora ci sei la prima, la seconda, la terza volta, e così alla fine non stacchi mai, lavori come sempre”. In questo modo però l’azienda sta usando soldi pubblici per pagare i lavoratori: “Una frode allo Stato”, commenta Andrea Lovisetto, segretario generale della Filcams Cgil Verona.

L’azienda di Luca ha fatto ampio ricorso al Fis, il Fondo di integrazione salariale, che permette di usufruire dell’ammortizzatore sociale per un massimo di nove settimane non continuative. Questi strumenti, se da un lato hanno evitato migliaia di licenziamenti, dall’altro hanno mostrato limiti nei tempi di erogazione e sollevato dubbi sull’utilizzo: secondo un rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio un quarto delle ore di cassa integrazione usate in questi mesi sono andate ad aziende che non hanno avuto nessuna riduzione di fatturato. Non a caso il governo, nel decreto Agosto, intende mettere paletti chiedendo alle imprese in quella situazione di contribuire versando il 18% della retribuzione che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate.

Per Luca quello che è certo è che il lavoro per lui e i suoi colleghi non è affatto diminuito. Anzi: “Tra videochiamate e webinar ho passato molto più tempo al computer, e la difficile gestione dei contratti nel periodo dell’emergenza ha aumentato il carico di lavoro”. Così le sei settimane di cassa integrazione, e le altre due previste per giugno e luglio, sono rimaste solo sulla carta: “Per l’azienda dovevamo lavorare perché eravamo chiusi in casa con il lockdown e non avevamo nulla da fare. Ma intanto io ho guadagnato molto meno”. E soprattutto – leggendo la sua storia dal punto di vista delle casse dello Stato – a pagarlo non è stata l’azienda, ma l’istituto di previdenza. Si pensi che ogni mese di Cig per Covid è costato fino a 5 miliardi, coperti a suon di maggior deficit chiesto dal governo e approvato dal Parlamento. Risorse aggiuntive rispetto a quelle già necessarie per garantire gli ammortizzatori ordinari alle aziende in crisi già prima dell’emergenza coronavirus.

E la questione non riguarda solo le grandi aziende. Simone, anche questo nome di fantasia a tutela dell’anonimato, lavora come cuoco in un ristorante del centro di Verona che conta 11 dipendenti, tutti in cassa integrazione da marzo. Ma a maggio, quando l’attività ha riaperto con i soliti orari, l’utilizzo della cassa non è venuto meno: “Il proprietario ci paga per le 20 ore a settimana che dichiara, ma io ne sto lavorando anche 60. Il resto invece arriva dall’Inps”. O meglio dovrebbe arrivare, perché per maggio e giugno Simone non ha ancora ricevuto nulla. In ogni caso, “sarebbe il titolare a doverci pagare dal momento che noi lavoriamo per far guadagnare la sua azienda. Sta sfruttando la cassa integrazione per pagarci di meno. E mi ha addirittura chiesto di non andare in ferie in agosto perché, dice, c’è troppo lavoro, anche se poi non ha soldi per pagarmi regolarmente. Qualcosa non torna”.

Il timore di perdere il lavoro in un momento così complicato frena le denunce, ma i sindacati a Verona parlano di un fenomeno molto diffuso: “Abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni di questo tipo nel settore della ristorazione”, racconta Andrea Lovisetto, segretario locale della Filcams Cgil. Lo schema è lo stesso, con il titolare che fa ricorso alla cassa integrazione ma chiede ai dipendenti di lavorare a pieno regime. “Usano soldi pubblici per pagare i lavoratori, è una frode allo Stato che colpisce anche gli imprenditori onesti che retribuiscono correttamente i dipendenti”. Per Lovisetto, più che ispezioni sui luoghi di lavoro, servirebbero controlli incrociati: “Basta guardare il fatturato: come può essere uguale a prima se sulla carta la metà dei dipendenti erano in cassa integrazione?”. Per intervenire è necessaria la denuncia del lavoratore, ma uscire allo scoperto è molto complicato: “Qui a Verona ristoratori e dipendenti si conoscono tutti tra loro. Chi denuncia sa che non ha finito di lavorare solo in quel ristorante, ma in tutti i locali della città”.

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Badanti, il nodo della quarantena per quelle che rientrano da Bulgaria e Romania: “Non hanno un posto dove stare, usiamo gli hotel”

In marzo, allarmate dalla crescita esponenziale dei contagi in Italia, migliaia di badanti e colf straniere erano rientrate nei paesi d’origine. Su tutti quelli dell’est Europa, da cui proviene il 40% di chi è impiegato in questo settore in Italia. Ma ora che il virus colpisce duro nei Balcani è iniziato il percorso inverso. Con un problema da risolvere: dove può trascorrere la quarantena obbligatoria, imposta la settimana scorsa anche a chi arriva da Romania e Bulgaria, chi di solito convive con la persona che assiste?

“Per ora si è mosso circa il 20% di chi era tornato in patria a causa della pandemia, ma da qui a fine agosto, al termine delle ferie, saranno migliaia a rientrare in Italia”, racconta Lorenzo Gasparrini, segretario generale di Domina, l’Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico. Un contro esodo che viaggia in gran parte su autobus e minivan, dove i controlli sono più complicati, e che ha portato il ministro della Salute Roberto Speranza a disporre appunto la quarantena di 15 giorni per chi abbia soggiornato, nelle ultime due settimane, nei due Paesi balcanici. Il problema però ora è rendere efficace questa misura: “Bisogna informare le persone che tornano e trovare strutture in grado di accoglierle – continua Gasparrini -. Tante badanti, penso a quelle conviventi e che sono in Italia senza famiglia, non hanno un posto alternativo in cui stare in isolamento”.

La proposta dell’associazione è quella di utilizzare gli alberghi, come già successo durante i mesi dell’emergenza sanitaria: “A Roma ci sono tanti hotel che in questo periodo sono vuoti o addirittura chiusi per mancanza di turisti, se ne potrebbero individuare alcuni per ospitare chi torna dai paesi a rischio, dando un certificato al termine della quarantena. Solo così le famiglie potranno stare tranquille”. Anche per Assindatcolf l’ordinanza è solo un primo passo: “La quarantena non basta – dice la segreteria nazionale, Teresa Benvenuto – sappiamo che ci sono tante persone asintomatiche, ci vogliono tamponi per chi torna e un monitoraggio costante. Per evitare nuovi focolai è necessario un controllo sistematico”.

Ogni anno in agosto, secondo stime Domina, 250mila tra badanti e colf dell’est Europa tornano nei loro paesi d’origine, un dato al ribasso dato che non tiene conto degli irregolari. “Circa la metà di queste persone è rientrata a causa della pandemia e si muoverà dopo l’estate”, è la previsione di Gasparrini. Nel prossimo mese dunque l’Italia dovrà gestire numeri ben superiori rispetto a quelli attuali. “Le famiglie hanno paura perché queste lavoratrici sono a contatto ogni giorno con anziani e persone immunodepresse”.

La preoccupazione è aumentata dopo i casi di contagio emersi negli ultimi giorni in Lazio e Campania tra alcune badanti di ritorno da Romania e Bulgaria, ma il primo allarme era scattato in giugno, quando nel padovano si era sviluppato un focolaio a partire da una badante rientrata dalla Moldavia e risultata positiva al test. Il presidente del Veneto Luca Zaia aveva reagito emanando un’ordinanza che rendeva obbligatori e gratuiti i test per le badanti di rientro dai paesi extra Ue, e che dunque non riguardava la Romania. Da lì arrivano oltre 300mila badanti che prestano servizio in Italia: “Le famiglie hanno bisogno di loro, ma anche di sapere che non metteranno a rischio la salute delle persone che assistono”, dice Benvenuto. “Ad oggi molti datori di lavoro non sanno come muoversi e ci sono troppe differenze tra le Regioni: per rendere effettiva l’ordinanza bisogna affrontare la questione in modo organico”.

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5G, governo contro gli enti locali: oltre 200 sindaci fermano l’installazione delle antenne, ma il dl Semplificazioni vieta le ordinanze

L’ultimo comune in ordine di tempo è stato Reggio Calabria. Con una delibera dello scorso 6 luglio il sindaco del Partito democratico Giuseppe Falcomatà ha sospeso l’installazione delle antenne 5G in città. Prima di lui oltre 200 amministratori locali avevano firmato provvedimenti simili per interrompere le attivazioni delle reti di nuova generazione, quelle che apriranno la strada al cosiddetto “Internet delle Cose”, in cui sono i vari dispositivi a comunicare direttamente tra loro. Alla base un presunto rischio per la salute, anche se in una recente audizione in Parlamento l’Istituto superiore di sanità ha escluso che le antenne possano causare effetti negativi. La lista di questi comuni si è allungata a dismisura nell’ultimo anno e in particolare durante la pandemia, ma ora è destinata a interrompersi: con un emendamento inserito nel decreto Semplificazioni il governo ha di fatto tolto ai primi cittadini la possibilità di bloccare le installazioni in maniera generalizzata.

La norma va a modificare l’articolo 8 della legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici. Da una parte viene meno la possibilità di introdurre limitazioni alla localizzazione di stazioni radio in aree generalizzate del territorio, dall’altra si vieta “di incidere sui limiti di esposizione, sui valori di attenzione e sugli obiettivi di qualità con provvedimenti contingibili e urgenti”. Come, appunto, le ordinanze. La decisione ha spiazzato i sindaci e lasciato senza risposte i tanti cittadini che avevano espresso preoccupazione per i possibili danni per la salute. In realtà l’Istituto Superiore di Sanità ha una sua posizione sul tema. Lo scorso 26 febbraio, in audizione alla Commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera, il maggior esperto dell’Iss per quanto riguarda gli effetti dei campi elettromagnetici sulla salute, Alessandro Polichetti, ha affermato che “le nuove tecnologie di telecomunicazione 5G non porranno prevedibilmente nessun problema di salute”.

Un margine di incertezza però rimane ed è a quello che si erano appellati i sindaci che hanno prodotto le ordinanze. I primi provvedimenti risalgono alla primavera del 2019, dopo il meeting nazionale organizzato dal comitato ‘Alleanza italiana stop 5G’. Subito si sono attivati i piccoli centri, poi sono arrivati anche i primi capoluoghi di provincia: “Non sono mai stato contrario a prescindere all’innovazione tecnologica del 5G, la mia non è una battaglia ideologica”, ci tiene a precisare Francesco Cucco, sindaco di Vicenza a capo di una giunta di centrodestra. “Avevamo solo chiesto alle autorità sanitarie di darci risposte su eventuali effetti negativi sulla salute, e in attesa di un chiarimento abbiamo preferito applicare un’ordinanza che vieta l’attivazione di reti 5G”. La situazione di Vicenza è complicata dal ricorso al Tar di WindTre e Telecom: “Di fatto ora il nostro provvedimento è inefficace e quindi probabilmente sarò costretto a revocarlo, ma il governo deve assumersi le sue responsabilità”.

Le richieste di maggior chiarezza dal punto di vista sanitario infatti rimangono sul tavolo: “Le persone sono ancora allarmate e io devo tenerne conto”, racconta Pietro Fontanini, sindaco leghista di Udine. “Vediamo cosa faranno le aziende che installano le antenne ma alla fine credo dovremo soccombere, anche se questo non rappresenta la volontà dei cittadini”. Tra i sindaci che hanno emesso ordinanze di questo tipo c’è anche chi è d’accordo con la scelta del governo: “È giusto centralizzare queste decisioni, ma poi si dovrebbe investire per informare i cittadini su un tema così delicato”, dice il sindaco di Siracusa Francesco Italia, di Azione, il partito di Carlo Calenda. Italia, come tanti sindaci, ha firmato il provvedimento nei giorni convulsi della pandemia: “L’installazione delle antenne stava creando ulteriore allarme sociale in una parte della popolazione già molto spaventata. L’ordinanza verrà meno con la fine dello stato di emergenza e anche se questo verrà prorogato io intendo comunque revocarla, perché non ci sarebbe più quell’allarme sociale che abbiamo vissuto in primavera”.

Per ora però nessuno sa davvero come muoversi: “Voglio resistere il più possibile, ma devo capire cosa comporta”, dice il sindaco di Chioggia in quota Movimento 5 stelle, Alessandro Ferro, che in aprile aveva deciso per una sospensione delle installazioni. “Non posso creare un danno al mio comune e se ci fossero conseguenze legali sarei costretto a revocarla”. Ma le perplessità degli amministratori locali riguardano anche l’organizzazione dell’intero sistema: “Il governo deve assumersi la responsabilità di controllare le installazioni in modo efficace”, sostiene Alessandro Tomasi, sindaco di Pistoia in quota Fratelli d’Italia. “Ad oggi i controlli sono pochi e le procedure per ottenere un’autorizzazione irrisorie. Io non voglio sostituirmi agli istituti di ricerca o agli scienziati, ma rimango il massimo responsabile della salute dei cittadini. L’obiettivo di questo emendamento non era disciplinare la materia, ma soltanto colpire in modo mirato i sindaci”.

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Bonus professionisti, il nodo delle risorse e dei requisiti. Casse previdenziali private in attesa del decreto interministeriale

È il contributo economico pensato per sostenere i lavoratori autonomi nel mese di maggio, ma con ogni probabilità non arriverà prima di agosto. E in mancanza del decreto interministeriale che deve definirne i requisiti e le modalità di erogazione, ci sono circa 500mila professionisti che attendono di sapere quale sarà il loro destino. Tante sono le richieste arrivate alle Casse di previdenza private per le indennità da 600 euro relative ai mesi di marzo e aprile, erogate dagli stessi enti per conto dello Stato. “In questi giorni le casse stanno ricevendo il rimborso delle quote erogate in marzo, e di questo va dato atto al governo”, sottolinea Alberto Oliveti, presidente dell’Adepp, l’Associazione degli enti previdenziali privati. “Per la terza tranche invece neanche noi sappiamo nulla: speriamo si decida a breve, perché parlare ancora di maggio significa parlare del passato”.

Il decreto Rilancio aveva stanziato 650 milioni di euro per i bonus di aprile e maggio riservati ai professionisti iscritti alle casse private. Per il primo mese sono stati utilizzati circa 300 milioni. Ma se a maggio, come confermato anche dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, il contributo salirà a 1.000 euro, le risorse non saranno sufficienti. Per garantire i soldi a tutti gli iscritti che hanno ricevuto il bonus di marzo servirebbero circa 150 milioni in più. Il decreto interministeriale potrebbe intervenire per aumentare i fondi, ma c’è anche la possibilità di una riduzione della platea dei beneficiari con l’inserimento di clausole restrittive.

Il rischio è che si allunghi la lista degli esclusi, come già successo in questi mesi ai giovani professionisti. Il decreto interministeriale del 29 maggio, relativo al bonus di aprile, stabiliva l’erogazione automatica a chi ne aveva già beneficiato a marzo, ma allo stesso tempo escludeva una parte di quella platea, specificando che l’indennità sarebbe stata riconosciuta solo ai professionisti iscritti alle casse di previdenza obbligatoria entro il 23 febbraio 2020. Una clausola non presente nel decreto che regolava il bonus di marzo e sulla quale anche l’Adepp “ha chiesto un chiarimento al Ministero del Lavoro, ma senza ottenere risposta”, racconta Oliveti.

“Iscriversi a un ordine professionale, e quindi alla rispettiva Cassa di previdenza, non è immediato come aprire una partita iva”, spiega Mario Nobile, avvocato di Foggia e capofila di un gruppo di giovani legali che si è fatto portavoce di questa problematica a livello nazionale. “È irrazionale stabilire questo limite per un iter che richiede la riunione di un organo collegiale, il Consiglio dell’Ordine territoriale, e che per questo può avere tempi lunghi”. Quest’anno ancora di più, complice lo stop delle attività amministrative causato dell’emergenza che ha bloccato le pratiche, e così molti neo professionisti già in possesso da alcuni mesi dei requisiti necessari risultano iscritti alla Cassa di riferimento solo a partire da marzo o aprile. “Dopo un lungo percorso di studi e il superamento di un esame difficile e da riformare con urgenza, oltre alla sfortuna di iniziare l’attività nel mezzo di una pandemia, molti colleghi sono stati esclusi dagli aiuti per il mese di aprile, e rischiano lo stesso anche per maggio”.

La loro richiesta, diretta al governo e in particolare ai ministeri dell’Economia e del Lavoro che stanno lavorando al decreto, è di intervenire per sanare questa situazione. Lo stesso vale per i professionisti che oltre alla rispettiva cassa di previdenza privata risultano iscritti anche alla gestione separata dell’Inps. Il decreto Liquidità, pubblicato un mese dopo il Cura Italia, aveva infatti aggiunto un ulteriore requisito necessario per ottenere il bonus di marzo, ovvero essere iscritti alla cassa di previdenza privata in via esclusiva. La doppia posizione contributiva diventava così motivo di esclusione. Dopo le proteste l’esecutivo è corso ai ripari abrogando quell’articolo con il decreto Rilancio, ma senza rimediare a quello che è stato di fatto riconosciuto come un errore, e che ha impedito a molti professionisti di ottenere i 600 euro relativi al mese di marzo.

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Reggiolo, famiglia sfrattata durante il Covid: sgombero dall’azienda agricola rimandato a settembre. “Vinta una piccola battaglia”

Niente sgombero, almeno per ora. La famiglia di Cristina Valenza, l’imprenditrice agricola che ha visto la sua azienda messa all’asta e pignorata al termine di un lungo percorso burocratico, potrà rimanere all’interno della proprietà almeno fino a settembre. Nell’acceso confronto con l’ufficiale giudiziario avvenuto questa mattina davanti alla tenuta agricola di Reggiolo, in provincia di Reggio Emilia, è emerso che al momento non sarebbe ancora stato emesso il decreto di trasferimento dell’immobile. Questo è uno dei punti più contestati dalla famiglia, perché sarebbe in violazione dell’articolo 560 del codice civile, secondo cui il debitore ha 60-120 giorni a partire dall’emissione del decreto di trasferimento per uscire di casa. È la cosiddetta legge Bramini, l’imprenditore di Monza sfrattato da casa nel 2018 nonostante un credito di quattro milioni di euro con lo Stato. Proprio Bramini nelle ultime settimane ha seguito in prima persona la vicenda e oggi era a Reggiolo per difendere le ragioni dei Valenza.

L’ufficiale giudiziario accompagnato dai carabinieri si è presentato intorno alle 10 davanti ai cancelli della proprietà per eseguire lo sfratto, ma ha dovuto fare i conti con la netta opposizione della famiglia, supportata anche dal senatore del Movimento 5 stelle Daniele Pesco. Le parti si sono confrontate duramente per diversi minuti, con gli avvocati della famiglia che hanno anche ricordato la violazione dell’ordinanza con cui lo scorso 19 giugno il Tribunale di Reggio Emilia stabiliva la sospensione degli sloggi fino al primo settembre. Alla fine, anche grazie alla mediazione del senatore, la Prefettura ha dato ordine di bloccare l’operazione e rimandare lo sgombero.

“La strada è ancora lunga e oggi abbiamo vinto solo una piccola battaglia, ma è stato fondamentale impedire una palese violazione della legge”, ha detto Valenza. Nella vicenda si intrecciano diverse questioni, dalla mancata sospensione del mutuo negli anni che seguirono il terremoto del 2012 al problema legato proprio ai fondi per la ricostruzione, un milione e 700mila euro che l’azienda di Valenza ha ottenuto e già utilizzato. La famiglia ha poi denunciato diverse irregolarità nella perizia che avrebbero portato a una valutazione dell’immobile molto inferiore rispetto al valore di mercato, e nelle prossime settimane sono fissate le udienze per annullare l’asta e la relativa vendita.

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Reggiolo, “io mamma con 5 figli sfrattata da azienda agricola e casa nonostante la Regione abbia sospeso gli sgomberi per il covid”

“Mi sembra un incubo, ma non mollerò. Io da qua non mi muovo”. Trattiene a stento le lacrime Cristina Valenza mentre al telefono riavvolge il filo della storia che rischia di concludersi con uno sfratto che le porterebbe via in un attimo il lavoro di una vita. La sua azienda agricola e la casa dove vive con il marito e i cinque figli a Reggiolo, in provincia di Reggio Emilia, sono finite all’asta nonostante il coinvolgimento nelle agevolazioni per la ricostruzione post-terremoto in Emilia del 2012. Il mutuo che pur con tutte le difficoltà economiche la famiglia stava continuando a onorare è stato ceduto a una finanziaria che ha messo in vendita l’immobile. E ora, nonostante le norme relative alla sospensione delle aste e delle attività correlate contenute nei decreti Covid, l’iter si è concluso con l’acquisto da parte di un importante imprenditore della zona che si è aggiudicato l’intera proprietà per 430mila euro, a fronte di un valore di mercato di due milioni di euro. Nonostante le denunce per false perizie e le indagini in corso, la famiglia sarà costretta ad andarsene il 10 luglio: “Pensavo che la giustizia arrivasse in tempo, mi sbagliavo: siamo considerati colpevoli fino a prova contraria. Stiamo subendo una violenza inaudita”. Venerdì 10 luglio è in programma un sit-in di protesta a Reggiolo.

La vicenda inizia nel 2005, quando la famiglia stipula un mutuo da 700mila euro per comprare un complesso che comprende una casa colonica su tre piani, una grande stalla, un capannone da 1.000 metri quadri e circa dieci ettari di terreno. Stima della banca: un milione e 100mila euro. Tutto procede bene fino al terremoto, che rende inagibili le strutture e provoca gravi perdite economiche all’azienda. La famiglia continua a onorare il debito ma a febbraio del 2017 la banca comunica di aver ceduto il credito a una finanziaria, che subito richiede una cifra superiore a quella residua e poi stabilisce la loro incapacità a pagare. In agosto arriva il pignoramento: “Abbiamo cercato di trovare un accordo, ma l’unica cosa che ci hanno offerto è stato di pagare quella somma in contanti”, ricorda Valenza. “Stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro, una richiesta folle”.

Le perplessità maggiori della famiglia però sono legate alla modalità della vendita all’asta: “Nella perizia il consulente tecnico del Tribunale scrive che all’interno della proprietà non erano in corso lavori di ricostruzione, mentre i cantieri erano perfettamente operativi e visibili. Per rendere più appetibile l’affare si è cercato di far credere che fosse ancora possibile ottenere i fondi regionali”. La valutazione finale fatta dalla finanziaria arriva poco oltre i 700mila euro, mentre il valore di mercato secondo la famiglia si aggira sui due milioni.

Alla vicenda dell’asta, come detto, è strettamente legata quella dei fondi per la ricostruzione concessi della regione Emilia-Romagna. La famiglia ha ottenuto in totale un milione e 700mila euro. I lavori sono conclusi, ma rimangono i vincoli stabiliti dalla Regione: lavorare all’interno dell’azienda per due anni e per due anni avere coma abitazione principale la casa oggetto della ristrutturazione. Di fatto la famiglia non potrebbe vendere la proprietà, o solo una parte, per far fronte al debito, ma ora è a un passo dal perdere tutto e rischia anche di dover restituire i soldi ottenuti dalla Regione per il mancato rispetto dei vincoli.

A Valenza e alla sua famiglia è arrivato anche l’appoggio di Sergio Bramini, l’imprenditore di Monza sfrattato da casa e dichiarato fallito nonostante un credito di 4 milioni di euro nei confronti dello Stato. La sua battaglia portò nel 2019 alla modifica dell’articolo 560 del codice civile, relativo al pignoramento, che ora rende possibile la permanenza del debitore nella casa pignorata per un periodo che va dai 60 ai 120 giorni dalla notifica del decreto di trasferimento dell’immobile al nuovo proprietario. A livello locale, come riportato dalla Gazzetta di Reggio, il sindaco di Reggiolo Roberto Angeli si è detto disponibile a fare da mediatore tra la famiglia e il nuovo acquirente, mentre ora la questione è arrivata a Roma grazie a un’interrogazione parlamentare presentata dalla deputata del Movimento Cinquestelle Stefania Ascari. I tempi però sono molto stretti: stando all’ultima notifica di sloggio la famiglia dovrebbe lasciare il 10 luglio la casa in cui era tornata a dormire da poche settimane, al termine dei lavori di ristrutturazione. “Il terremoto ci ha provati a livello economico e psicologico, poi è arrivato il Covid, e adesso rischiamo di perdere casa e azienda per un prezzo molto più basso rispetto al loro valore, con il rischio di dover restituire i fondi per la ristrutturazione. Siamo disperati”.

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Coronavirus, il giudice di pace: “Durante il lockdown con i tribunali chiusi ho preso meno del reddito di cittadinanza”

“Siamo chiamati a garantire giustizia ai cittadini e firmiamo sentenze in nome del popolo italiano, ma in cambio riceviamo compensi da fame. Durante il lockdown, con i tribunali chiusi, ho guadagnato meno di chi percepisce il reddito di cittadinanza”. Lo sfogo di Agostino Colucci, 51 anni, giudice di pace in servizio al tribunale di Avezzano, è quello di chi lavora per conto dello Stato in un ambito delicatissimo ma senza nessuna tutela, e con un riconoscimento economico che raggiunge a fatica i tre zeri, soprattutto in provincia.

Sono i precari della giustizia, i giudici di pace, e come i precari di tutti settori sono stati travolti dalla crisi economica scatenata dall’emergenza sanitaria: “In marzo avevo ancora del lavoro arretrato, ma dal mese di aprile, con i tribunali chiusi e tutte le udienze rinviate, la situazione è precipitata”, spiega Colucci. “Io personalmente ho guadagnato 451 euro lordi in un mese. Il governo lo sa con quanti soldi è costretto a vivere chi manda avanti la giustizia italiana e prende decisioni che hanno un impatto sulla vita dei cittadini?”.

Nell’ordinamento italiano quello del giudice di pace è considerato lavoro autonomo e volontario, dunque niente ferie nè giorni di malattia e nessun tipo di trattamento previdenziale. “Siamo pagati in base alle sentenze che depositiamo. Per guadagnare 1000 euro al mese bisogna arrivare almeno a 20, e questo comporta un carico di lavoro importante. Quando un cittadino chiede giustizia davanti al giudice di pace, vuole che il processo sia all’altezza, regolare e veloce. Ecco, sappiate che a giudicare ci sono professionisti laureati in legge che dopo aver studiato e letto faldoni di carte e documentazioni guadagnano 43 euro per ogni sentenza che scrivono”. Questa giustizia a cottimo doveva essere in parte modificata dal decreto approvato nel 2017, che prevedeva per loro un’indennità fissa, ma l’entrata in vigore è slittata fino al 2021.

Il tribunale di Avezzano, dove Colucci presta servizio, ha ripreso a funzionare in maggio, ma con una serie di misure anti-contagio che ne hanno ridotto sensibilmente i ritmi di lavoro. Ad esempio, ad ogni giudice è permesso fare solo un’udienza a settimana. “Pochissimi procedimenti sono andati a sentenza e sarà così anche nei prossimi mesi, almeno fino a quando saranno in vigore queste misure”. E ora arriva l’estate, un periodo in cui anche prima della pandemia i giudici di pace non raggiungevano uno stipendio dignitoso: “Ad agosto 2019 ho guadagnato meno di 700 euro lordi. Se tutto va bene una minima ripresa ci sarà in settembre, quando saremo alla fame”.

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Turismo, i gestori delle case in affitto: “Bonus proposto da noi ma siamo gli unici a non poterne beneficiare. Rischiamo di chiudere”

Tra mascherine in spiaggia e lettini da prenotare online, l’estate 2020 sarà segnata dalle norme anti contagio mandate a memoria in questi mesi. Su tutte quella del distanziamento fisico, che potrebbe portare gli italiani a preferire la casa in affitto, dove il rispetto delle regole è sicuramente più facile. Dopo i mesi dell’incertezza, con il crollo delle richieste e migliaia di cancellazioni, i telefoni dei gestori di immobili destinati all’affitto turistico hanno ripreso a squillare, ma gli effetti della crisi si fanno sentire: “Spesso il cliente cerca di negoziare il prezzo, in queste settimane passiamo molto tempo a fare lunghe trattative che non portano a nulla”, racconta Angelo Zazzera di HelloGroup, società che gestisce 100 immobili in Puglia, tra Monopoli, Ostuni e Alberobello. E in tanti chiedono informazioni sul bonus vacanze, previsto dal decreto Rilancio, che però per il settore delle locazioni turistiche si è trasformato in una beffa: “Eravamo stati noi a proporlo durante il tavolo convocato dal Ministero lo scorso 4 marzo, poi abbiamo scoperto di essere gli unici a non poterne beneficiare”, spiega Stefano Bettanin, presidente di Property Managers Italia, associazione del turismo residenziale che rappresenta più di 600 aziende per un totale di oltre 50mila alloggi dislocati in tutta Italia.

L’esclusione deriva da una lacuna normativa: le locazioni turistiche, come attività di gestione e affitto di immobili senza servizi aggiuntivi, sono considerate strutture extra ricettive, ma a differenza di case vacanze e bed and breakfast non fanno riferimento a un codice Ateco specifico, perché non esiste ancora una disciplina nazionale per il settore. “Il governo è stato molto rapido a prenderci in considerazione per farci agire come sostituti d’imposta e pagare tasse maggiorate – continua Bettanin – ma non si è mai preoccupato di prevedere un codice Ateco e identificare in maniera univoca le aziende che operano professionalmente”. Il settore rappresenta il 55% dell’intera offerta dell’ospitalità in Italia e coinvolge, secondo le stime di Property Managers, circa 400mila persone. “Chiediamo al governo di includere nelle misure tutte le società che raccolgono e versano l’imposta di soggiorno, perché ci sono migliaia di posti di lavoro a rischio”.

“Le previsioni per il 2020 erano ottime”, ricorda Zazzera di HelloGroup. In febbraio le prenotazioni degli appartamenti gestiti dal gruppo pugliese erano cresciute del 20% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Poi il coronavirus ha bloccato tutto: “Da marzo abbiamo avuto più di 200 cancellazioni, una valanga di rimborsi e richieste di risarcimento”. Il calo drastico ha portato alla cassa integrazione per i 12 dipendenti, ma le ricadute saranno pesanti per tutto il territorio: “Per l’economia della Puglia il turismo è una risorsa fondamentale. Escludendoci dagli aiuti il governo sta ignorando una categoria che muove una filiera articolata di attività, dall’autonoleggio alla ristorazione, dai servizi alle gite organizzate”.

In Toscana il bilancio della pandemia per Apartments Florence, agenzia che gestisce 500 appartamenti nel capoluogo, è di 20 persone in cassa integrazione e fatturato a picco: “Siamo a meno 95%”, spiega il titolare Lorenzo Fagnoni. “Per fortuna abbiamo un’azienda sana e ci siamo potuti permettere di anticipare la cassa integrazione ai nostri collaboratori, ma ora tante persone che ruotano attorno alla nostra attività sono in difficoltà: le tre imprese di pulizie che collaboravano con noi, ad esempio, sono ferme, e una è già fallita”. Dalla Sicilia a lanciare l’allarme è Adolfo Fiorini, proprietario a Cefalù di una struttura che a fine maggio è ancora chiusa: “Sono rimaste solo due prenotazioni, una per agosto e una per settembre. Tutti gli altri ospiti hanno spostato all’anno prossimo il soggiorno già fissato da mesi o cancellato le vacanze”. Così i due appartamenti, dal tutto esaurito, ora rischiano di rimanere vuoti a lungo: “Negli ultimi anni qui il turismo è cresciuto tantissimo, ma ora si è spento l‘interruttore. La Sicilia, quest’anno e probabilmente anche il prossimo, vedrà momenti bui”.

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Buoni spesa, dal bonifico diretto al filtro del colloquio: come i Comuni hanno distribuito gli aiuti. “L’assenza di criteri uniformi ha aumentato il rischio di tagliare fuori chi ha più bisogno”

C’è chi ha concesso il buono spesa in modo automatico a chi lo ha richiesto, e chi invece lo ho fatto dopo un colloquio. In alcuni Comuni sono state individuate delle fasce di priorità, in altri è stato chiesto agli assistenti sociali di valutare i bisogni dei richiedenti. E ancora: qualcuno ha scelto il bonifico diretto sul conto corrente, molti si sono affidati ai classici buoni pasto, altri hanno utilizzato i fondi per comprare beni alimentari da consegnare personalmente ai beneficiari. Tra migliaia di regolamenti, bandi e istruttorie differenti, la distribuzione delle risorse destinate a chi non riusciva a fare la spesa a causa dell’emergenza coronavirus si è trasformata in un caos normativo. Ma non solo: “Con questa misura si sono create 7908 disuguaglianze”. Il numero a cui fa riferimento Gianluca Budano, Consigliere nazionale Acli con delega alle politiche della famiglia e della salute, non è casuale: ricalca quello dei comuni italiani, che senza regole precise hanno agito ognuno per conto proprio.

“L’assenza di criteri a livello nazionale aumenta il rischio di tagliare fuori chi è più in difficoltà”, ricorda Gianmario Gazzi, presidente dell’Ordine degli assistenti sociali. “Alcuni Comuni, ad esempio, hanno escluso chi non è residente. Ma anche chi è bloccato nel territorio in cui vive, o chi è irregolare, ha bisogno di mangiare. Il diritto sociale non può essere garantito a seconda delle regole applicate nel territorio in cui ci si trova in quel momento”. E anche i giudici italiani sembrano pensarla così. Il tribunale civile di Roma ha accolto il ricorso di un immigrato filippino senza permesso di soggiorno che contestava la delibera del comune guidato da Virginia Raggi, in cui si chiedeva la residenza anagrafica come requisito per il buono spesa. Sulla stessa linea il tribunale amministrativo dell’Abruzzo, che ha accolto il ricorso di un lavoratore stagionale pugliese domiciliato a L’Aquila, altro Comune che ha inserito la residenza come requisito per l’accesso ai buoni spesa. E pochi giorni fa anche il tribunale di Ferrara ha bollato come discriminatoria la decisione del sindaco leghista Alan Fabbri di erogare i buoni dando priorità a chi ha la cittadinanza italiana.

Dai bonifici ai buoni sulle carte prepagate o sulla tessera sanitaria: come si sono organizzati i Comuni – Roma è la città che ha ricevuto il contributo più sostanzioso, 15 milioni di euro. L’importo va dai 300 euro per i nuclei composti da una o due persone ai 500 per quelli più numerosi. Le somme sono distribuite tramite buoni spesa consegnati a domicilio, ma c’è anche la possibilità di utilizzare un’applicazione per smartphone. A Milano, che ha ricevuto 5,8 milioni, le risorse vengono assegnate sulla base di una graduatoria che tiene conto di una serie di parametri tra cui il numero di minori o di over 65, la presenza di disabili e il patrimonio immobiliare delle famiglie. I buoni sono erogati in un’unica tranche tramite una carta prepagata consegnata a domicilio oppure utilizzando Satispay, un’applicazione di pagamenti via smartphone. A Napoli il bonus è suddiviso in 100 euro a settimana per quattro settimane, 120 euro nel caso di famiglie con neonati. Per l’erogazione il Comune ha scelto il buono spesa, ma senza la consegna fisica: il relativo Pin viene inviato ai beneficiari tramite email o sms ogni settimana, e si può utilizzare per fare la spesa solo nei supermercati indicati dal Comune.

La Provincia di Trento ha invece deciso di erogare il bonus con un accredito diretto sul conto corrente. I requisiti fondamentali sono la residenza in Provincia e l’assenza di qualsiasi fonte di reddito nei due mesi antecedenti la presentazione della domanda, con la verifica delle autocertificazioni, a campione, affidata ai servizi sociali. Seguendo l’esempio di Cesena, anche Cagliari ha scelto di accreditare il buono sulla tessera sanitaria, mentre a Bergamo, dove l’erogazione avviene dopo una breve valutazione da parte dei servizi sociali, il Comune ha scelto un sistema misto, dalle carte prepagate ai buoni pasto fino alla spesa consegnata a domicilio ai soggetti più fragili. In alcuni Comuni infine, come a Fiumicino, nel Lazio, e a Brugherio, in Brianza, si è deciso di acquistare direttamente gli alimenti e distribuirli a chi ne ha diritto, una soluzione rapida scelta da molte piccole e medie realtà dove è più semplice utilizzare la filiera corta, rivolgendosi direttamente ai produttori del territorio.

Anci: “Eravamo impreparati e senza riferimenti nazionali” – Il 28 marzo scorso il presidente del consiglio Giuseppe Conte annunciava il buono spesa e un impegno economico di 400 milioni di euro, ripartiti seguendo il criterio demografico e quello del divario sociale. Una cifra importante, considerando che in condizioni normali i Comuni italiani ricevono, in un intero anno, poco più di 500 milioni di euro per i contributi agli indigenti, ma che è stata messa nelle mani dei sindaci senza indicazioni: “È una misura che ci è piovuta addosso in maniera improvvisa e ci ha trovati impreparati”, dice Edi Cicchi, presidente della Commissione welfare dell’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, e assessore del comune di Perugia. “Non avendo un riferimento nazionale, ognuno ha fatto un’analisi del proprio territorio in grande velocità”. Complice l’assenza di requisiti generali, ai comuni italiani, secondo una prima stima, è arrivata una quantità di domande doppia rispetto alle aspettative: “A Perugia ci aspettavamo poco più di 2000 richieste: ne sono arrivate 4300. Questo ha complicato il nostro lavoro e ha allungato i tempi”.

Ordine assistenti sociali: “Risposta alla povertà, ma senza intercettare i bisogni” – Molti comuni hanno scelto di erogare il contributo sulla base di una semplice domanda, senza valutazione e senza contatto, con l’obiettivo di assicurare un intervento tempestivo. “Questo ha permesso di rispondere velocemente alla situazione d’emergenza, ma non di intercettare la povertà e leggere i bisogni emergenti”, spiega Gazzi. “Badanti, giovani donne con lavoro precario, situazioni di violenza domestica, anziani senza figli o ancora persone disabili rimaste sole hanno bisogno di supporto subito: accanto a ogni intervento economico serve una rete di professionisti pronti a intervenire nella complessità delle storie di ognuno”. Altre amministrazioni hanno messo in piedi in pochi giorni un sistema in cui agli assistenti sociali, oltre alla valutazione dei requisiti, spettava anche la decisione finale. “Così si è sprecato tempo a riempire moduli, prendendo decisioni sulla base di una valutazione costruita in emergenza, quando invece si dovrebbe pensare ai bisogni primari”. La soluzione migliore, secondo Gazzi, sarebbe stata quella di erogare il sostegno dopo una valutazione non vincolante da parte degli assistenti sociali: “Oltre a stabilire criteri di accesso più chiari, è necessario farsi carico delle persone per intercettare i bisogni reali. Pensiamo ai senza fissa dimora, o a chi vive in uno stato di grave marginalità sociale nelle periferie della nostre città, o ancora all’anziano isolato sull’Appennino che ha poca dimestichezza con gli strumenti tecnologici: non possiamo permettere che le persone più in difficoltà, che non hanno competenze e possibilità, rimangano escluse e perdano occasioni come questa”.

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25 aprile, “attaccate sotto i portici una vostra fotografia”. Così a Bologna il quartiere del Pratello si popola di facce nonostante il lockdown








Il coronavirus impedisce di organizzare i classici cortei per la festa della Liberazione, ma qualcuno il 25 aprile sarà comunque in strada. A Bologna i portici del Pratello, quartiere dove ogni anno si tiene una delle manifestazioni più partecipate della città, si stanno affollando di fotografie in vista del 75esimo anniversario della liberazione dell’Italia dal nazifascismo. “La festa non si può fare, ma se avreste voluto esserci mandateci una vostra foto e ne faremo buon uso, esponendola in strada a testimonianza della vostra partecipazione alla ricorrenza che ogni anno celebriamo”, hanno scritto pochi giorni fa sulla loro pagina Facebook gli organizzatori di Pratello R’Esiste. E in centinaia hanno aderito: “Per ora abbiamo ricevuto 650 immagini, e continuano ad arrivarcene. Finché saremo in grado le stamperemo e le attaccheremo noi, ma invitiamo anche chi si trova in zona a farlo personalmente”.

“Il Pratello non può rimanere vuoto per il 25 aprile”, si dicevano gli organizzatori. E così è nata l’iniziativa che porterà idealmente in piazza Bologna, nonostante il lockdown: non con il corpo, ma attraverso i volti dei tantissimi che hanno risposto. “L’idea ci è venuta guardando in televisione i funerali cinesi, dove vengono esposte le foto dei parenti delle vittime che non possono partecipare. È un modo per dire che anche se non puoi esserci fisicamente, sei presente con il cuore”. Sarà quindi una partecipazione simbolica alla festa della Liberazione nel rispetto dei divieti anti contagio, estesi anche alle cerimonie pubbliche per il 25 aprile, tanto che a livello nazionale in un primo momento era stata consentita solamente la partecipazione dell’autorità preposta alla deposizione dei fiori per i caduti. Poi, dopo le polemiche, il Viminale ha autorizzato anche la presenza di associazioni partigiane e combattentistiche. Al Pratello invece ci saranno le centinaia di persone che in questi giorni hanno mandato una fotografia, o che sono andate personalmente ad attaccarla. E in tanti hanno scelto uno scatto relativo a una delle passate edizioni della manifestazione che anima lo storico quartiere di Bologna nella giornata del 25 aprile.

*Foto di Achille Serrao

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