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Ex Ilva, “io licenziato per aver leso l’immagine dell’azienda. La verità è che mi hanno cacciato per le mie denunce sull’amianto”

Ci sono i cinquemila posti di lavoro a rischio. E poi c’è chi il lavoro, all’ex Ilva di Taranto, lo ha perso appena dopo l’annuncio del disimpegno da parte di ArcelorMittal. “Mi hanno fatto fuori per le mie denunce sull’amianto. E poi dicono che i miei problemi respiratori non sono riconducibili all’esposizione sul lavoro”. Lui è Pasquale Maggi, da lunedì un ex dipendente dell’impianto siderurgico di Taranto. ArcelorMittal dice di averlo licenziato per giusta causa per il suo comportamento lesivo dell’immagine dell’azienda, che sarebbe riconducibile, in particolare, a una discussione avuta con un medico della struttura: “Io ho fornito la documentazione dei miei problemi respiratori e il medico ha valutato il mio stato di salute come inidoneo al lavoro, ma non ha riconosciuto la correlazione con il lavoro stesso: secondo lui mi sono ammalato con lo smog della città”. La visita risale al 30 ottobre, e proprio il giorno successivo ArcelorMittal fa partire la lettera di licenziamento, che a Pasquale è arrivata solo giovedì 7 novembre, poche ore dopo il vertice a Palazzo Chigi tra il governo italiano e la proprietà indiana. “Quella discussione è solo una scusa: negli anni ho ricevuto almeno 15 contestazioni disciplinari”, dice. “È una chiara ritorsione per il mio lavoro di denuncia dell’amianto non segnalato, e perché mi sono rifiutato di starci vicino, in quanto esposto. E per questo, da anni, subisco ogni tipo di discriminazione: nessuno ha fatto tanta cassa integrazione come me, là dentro”.

Pasquale ha 42 anni e lavora all’ex Ilva da 20, come elettricista. “Nel 2000, quando sono arrivato qui, ero contento: trovare un posto di lavoro al Sud non è facile”. Poi, la scoperta che il materiale con cui lavorava a stretto contatto, ogni giorno, era amianto: “Loro vogliono nascondere la realtà: qui dentro non ci sono quattromila, ma magari centomila tonnellate di amianto. Questo potrebbe creare un altro allarme sanitario e sociale, con la gente che già ora è preoccupata dal fatto di lavorare in mezzo all’amianto e portarsi a casa delle fibre, ogni giorno”. E allora Pasquale inizia la sua attività, solitaria, di denuncia: “Sono diventato un segugio dell’amianto, lo trovo ovunque”, trova il modo di riderci su. “Secondo l’azienda le quattromila tonnellate di amianto all’interno della fabbrica sono in sicurezza e non creano problemi, ma non è così. Io ho iniziato a denunciare la presenza di amianto dove non era rilevata, e durante le ispezioni sanitarie ero sempre l’unico a segnalare del materiale come sospetto”. Da qui la convinzione che la quantità censita sia in realtà molto inferiore rispetto a quella realmente presente: “Dopo le mie denunce, fatte anche all’autorità giudiziaria, sono state bonificate alcune aree e sostituiti materiali pericolosi. Tutte cose che però hanno comportato un costo per l’azienda, che ha deciso di farmela pagare”.

E lo ha fatto lasciandolo a casa, da un giorno all’altro: “Hanno giustificato il licenziamento con una serie di contestazioni disciplinari fatte a casaccio. Ne ho ricevute circa 15 negli ultimi anni, due di queste sono state anche annullate in sede di arbitrato, ma era soltanto un modo per farmi pressione”. L’ultima, appunto, riguarda una discussione avuta con un medico dell’azienda sull’applicazione di una sorveglianza idonea a chi è esposto all’amianto: “Tutto quello che ho fatto è stato ricordare a Mittal e al medico cosa prevede la legge sulle attività in presenza di amianto e sulla sorveglianza sanitaria”. Secondo l’azienda, nel farlo, ha però “riferito fatti e circostanze lesivi della reputazione” del medico e che hanno portato a “pregiudicare l’immagine aziendale”. Ma la motivazione, dice lui, è un’altra: “Mittal ha solo trovato il momento più opportuno per liberarsi di un lavoratore che invece di abbassare la testa ha deciso di denunciare la pessima gestione dell’amianto all’interno dell’azienda”, dice l’ex operaio, che sta preparando il suo ricorso nel pieno della crisi aziendale. Un momento nel quale la battaglia per la salute sembra passare del tutto inosservata.

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Vigili del fuoco, “la politica ci fa promesse dopo ogni tragedia”. Ma gli stipendi restano inferiori alle altre forze (e ai colleghi europei)

Non ci sono solo incendi da spegnere. Terremoti, alluvioni, crolli. Quando c’è un’emergenza, i vigili del fuoco sono i primi ad arrivare e lavorare nel pericolo, e anche per questo sono forse il corpo più amato dagli italiani. La politica, invece, sembra ricordarsene solo quando qualcuno di loro rimane vittima del proprio senso del dovere, ucciso mentre svolge un lavoro in cui si rischia la vita ogni giorno. Morti, come quelle dei tre pompieri di Quargnento, che non rientreranno neanche nel conteggio dell’Inail, dato che i vigili del fuoco sono assicurati in maniera diversa, tramite il ministero dell’Interno.

Per Matteo Gastaldo, Marco Triches e Antonino Candido, si sta attivando la solita catena di solidarietà che fa seguito a ogni tragico incidente: “Con piccole donazioni sosteniamo le famiglie delle vittime”, dice Costantino Saporito, segretario generale dell’Usb. Ma il vero problema è lo stipendio che queste persone ricevono per lavorare in prima linea durante disastri di ogni tipo: “Rischiamo la vita per 1300 euro al mese. Nessuno ci paga per il rischio che corriamo, nessuno va dove andiamo noi. I vigili del fuoco fanno interventi non convenzionali ma il rischio non è contemplato”, continua Saporito. E il paradosso lo si nota quando si fa il confronto con altri corpi di sicurezza pubblica: “Rispetto alla Polizia, in proporzione, i vigili del fuoco, tra stipendi e indennità, ricevono ogni anno 216 milioni di euro in meno”, spiega Antonio Brizzi, segretario generale del sindacato autonomo Conapo. Di fatto, significa guadagnare mediamente il 20% in meno degli altri addetti alla sicurezza, circa 400 euro di differenza al mese. E la politica? “A ogni tragedia, una promessa. Dopo Genova, ci dissero che avrebbero stanziato fondi per colmare il divario. Quattro mesi fa il governo gialloverde ci promise 200 milioni di euro e l’assicurazione tramite l’Inail”, ricorda Saporito. “Ma dall’ultimo incontro con il presidente Conte, abbiamo saputo che in manovra saranno inseriti solo 20 milioni”.

La principale richiesta che arriva dal mondo dei vigili del fuoco è quella di un’armonizzazione con altri corpi dello Stato, dal punto di vista del trattamento economico e previdenziale: “Noi svolgiamo funzioni di soccorso pubblico, ma non abbiamo lo stesso trattamento di forze che come noi sono esposte in prima persona al pericolo”, dice Alessandro Paola, dirigente della Direzione centrale per l’emergenza. La questione deriva dalla storia dei contratti stipulati da ogni singolo corpo: nel corso del tempo si sono create diseguaglianze, mai sanate, che non riconoscono la specializzazione ai vigili del fuoco. “Noi non abbiamo alcun riconoscimento professionale”, sostiene Saporito. “Non ci viene riconosciuta l’esposizione all’amianto, per fare un esempio. Siamo lavoratori a cui è richiesta una specifica preparazione e formazione, oltre al fatto di essere sempre in prima linea, ma senza nulla che ci tuteli”. Il problema ha anche radici legislative: “Il decreto che ci darebbe il riconoscimento professionale, un inquadramento vero e proprio come per le altre forze di polizia, è fermo perché mancano i decreti attuativi. Ed è un provvedimento di cui si parla dal 2004”.

A pesare sono soprattutto i soldi, promessi a più riprese, ma mai effettivamente stanziati: “Gli stipendi sono bloccati dal 2004: da lì nessun rinnovo”, continua Saporito. “Ci sono stati solo degli interventi sugli straordinari, che sono sovvenzioni e alla fine il risultato è che siamo obbligati a lavorare di più”. E così, alla fine, si fa tutto per 1300 euro al mese: “Non è ingiusto solo per il paragone con gli altri corpi: anche i nostri colleghi europei guadagnano centinaia di euro in più al mese”. Per equiparare i vigili del fuoco alla Polizia di Stato, ad esempio, servono 216 milioni di euro: “Il presidente Conte ha parlato di 20 milioni: con quella cifra si copre soltanto il riordino delle carriere”, spiega Brizzi. “Il divario enorme sta nei circa 400 euro di differenza che ci sono per le qualifiche più basse, ma che possono arrivare anche a 700 per i gradi più alti”. Anche dal punto di vista pensionistico, nonostante sia un lavoro che richiede un enorme impegno fisico, quello del vigile del fuoco non gode degli stessi diritti: “Non abbiamo i benefici economici degli altri corpi, come i sei scatti all’ultimo stipendio, che portano a una maggiorazione del lordo del 15%. E mentre alle altre forze, ogni 5 anni, viene riconosciuto un anno aggiuntivo di pensione, per noi non è così”.

E così si passa la giornata a fare soccorso sui camion fino a 62 anni. Nella consapevolezza che le persone impiegate sono comunque troppo poche: “In Italia il rapporto è di un vigile del fuoco ogni 16mila abitanti. Lo capisce chiunque che non è sufficiente”, dice Brizzi. “C’è una carenza di 4mila persone a livello di organico, e mancano in media tre direttivi per ogni comando. Senza contare i quasi mille dirigenti che andranno in pensione in tutta Italia. Tra poco saremo senza comandanti”. Qualcosa, da questo punti di vista, si è mosso recentemente: “Negli ultimi governi è stato decretato un aumento delle assunzioni straordinarie per 1500 unità, portando così a un aumento dell’organico effettivo”, spiega Paola. “Entro i primi mesi del 2020 arriveranno 1000 persone, mentre circa 500 sono entrate quest’anno. Ma per avere maggiore capacità operativa bisognerebbe aumentare le tabelle organiche del Ministero dell’Interno”.

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Affidi, giudici minorili: “Indagine interna del Tribunale dimostra che non esiste un ‘sistema emiliano’. Ma speculazioni in malafede”

Sugli affidi “non esiste un sistema emiliano”. L’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia difende l’operato dei colleghi del Tribunale dei minori di Bologna, finiti al centro delle polemiche legate all’inchiesta Angeli e Demoni in quanto competenti a decidere sulle richieste di allontanamento avanzate dai servizi sociali di Bibbiano. Il parere dell’Aimmf si basa sui risultati di un controllo interno effettuato dallo stesso Tribunale dei minori di Bologna, di cui ha dato conto Repubblica nei giorni scorsi: “Dopo una scrupolosa verifica interna e una riunione con i responsabili dei servizi sociali e con la nuova dirigente della Val d’Enza, è stato accertato che in 85 procedimenti su 100, avviati su richiesta della Procura minorile, era stata respinta la proposta di allontanamento dei minori dalla famiglia d’origine e il collocamento presso terzi suggerito dai detti servizi”, scrive l’Aimff in una nota firmata dalla presidente Maria Francesca Pricoco e dalla segretaria generale Susanna Galli.

Secondo i giudici minorili, questi accertamenti “smentiscono l’esistenza di un ‘sistema emiliano’ fondato su una gestione di assoluto potere da parte dei servizi sociali in assenza di un approccio critico e valutativo degli altri operatori istituzionali”. L’Aimmf ha poi ribadito “l’esigenza di salvaguardare con forza l’indispensabilità di un sistema di giustizia minorile e familiare” che dopo l’inchiesta sugli affidi nella Val d’Enza reggiana “è stato enormemente esposto alle speculazioni” e, si legge ancora nella nota, “in qualche ipotesi, anche a comportamenti rivendicativi di soggetti in malafede, catalizzando le istanze ‘di pancia’ degli ‘scontenti’ e amplificando l’inutile logica del sospetto su tutto e su tutti, anziché proporre quella saggia del dubbio e dell’attesa, pur nel rispetto di un equilibrato dovere di cronaca”.

L’esame dei fascicoli è stato svolto durante l’estate dai magistrati bolognesi, che hanno esaminato le richieste di allontanamento di minori arrivate negli ultimi due anni al Tribunale di via del Pratello. E in particolare le segnalazioni provenienti dai servizi sociali di Bibbiano, accusati dalla procura di Reggio Emilia di aver falsificato le relazioni sulle famiglie di origine per favorire l’affidamento coatto, congeniale al business delle sedute di psicoterapia praticate dagli operatori della onlus Hansel e Gretel. L’accusa è che siano state gonfiate le richieste provenienti dalla Val d’Enza, arrivate a un centinaio, stando al risultato dell’esame dei giudici di Bologna, che si sono focalizzati sull’esito di quelle domande per vedere se sono stati fatti eventuali errori o forzature nei provvedimenti giudiziari.

I risultati dell’indagine interna, come riferito da Repubblica, sono stati presentati il 13 settembre dal presidente del Tribunale dei minori di Bologna Giuseppe Spadaro, durante una riunione con i nuovi dirigenti dei servizi sociali della Val d’Enza. Dallo studio è emerso che il Tribunale dei minori si è opposto alle richieste dei servizi sociali di Bibbiano nella gran parte dei casi, respingendo 85 segnalazioni su 100. Per le 15 sentenze di allontanamento, invece, solo sette genitori hanno deciso di fare ricorso, tutti poi respinti dalla sezione minori della Corte d’Appello. Segno di un sistema giudiziario “che ha fatto il suo dovere e ha dimostrato di essere sano”, secondo Spadaro, che però non ha mancato di fare riferimento a “mele marce che hanno tentato di frodarci processualmente e che devono essere giudicate dalla magistratura e punite in maniera severa”.

Prosegue intanto l’inchiesta della Procura di Reggio Emilia, che vede 29 persone iscritte nel registro degli indagati. Tra loro anche il sindaco Pd di Bibbiano, Andrea Carletti, accusato di abuso d’ufficio e falso ideologico, a cui è stato concesso l’obbligo di dimora. Il Tribunale del Riesame ha riformulato in questo modo la misura cautelare anche per Claudio Foti, presidente della onlus Hansel e Gretel, mentre sono ancora ai domiciliari Nadia Bolognini, psicoterapeuta e moglie di Foti, e Federica Anghinolfi, responsabile dei servizi sociali della Val d’Enza e secondo l’accusa figura chiave dei sistema dei presunti affidi illeciti. È stata invece archiviata la posizione dell’avvocato Marco Scarpati, inizialmente indagato per concorso estraneo in abuso d’ufficio in relazione agli incarichi legali sui minori seguiti dai servizi sociali della Val d’Enza.

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Carcere, Antigone e 4 garanti contro l’Inps: “Anche i detenuti che lavorano hanno diritto all’indennità di disoccupazione”

Le case di detenzione non potrebbero andare avanti senza di loro. Barbieri, cuochi, bibliotecari, addetti alla lavanderia e alle pulizie: nelle carceri italiane, stando ai dati del 2017, lavorano 18.404 detenuti, il 31,95% del totale. Sono dipendenti a tutti gli effetti dell’amministrazione penitenziaria, quindi dello Stato italiano, che nella Costituzione riconosce il fondamentale ruolo del lavoro per la rieducazione del condannato, ma che nei fatti produce discriminazioni: secondo l’Inps, ad esempio, chi ha dovuto interrompere il proprio periodo di lavoro quando era in carcere non ha diritto a ricevere l’indennità di disoccupazione. “Quello all’interno del carcere è qualificato come lavoro e va trattato come tale in tutti suoi aspetti, altrimenti stiamo creando un mondo differente”, dice Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, che ha promosso un ricorso per impugnare il rifiuto a veder riconosciuto il diritto alla Naspi. “Ricordiamoci sempre che la pena, nel nostro ordinamento, è privazione della libertà di movimento: tutto il resto è afflizione. Se non ci abituiamo a riconoscere tutti i diritti a chi lavora in carcere, comprese le prerogative del welfare, stiamo solo facendo del paternalismo”. E proprio riguardo a un altro strumento di welfare, il reddito di cittadinanza, è scoppiata di recente la polemica legata all’ex brigatista Federica Saraceni, che percepisce l’assegno mensile mentre si trova ai domiciliari per scontare una condanna a 21 anni e 6 mesi per l’omicidio del giuslavorista Massimo D’Antona: “Il principio giuridico è lo stesso: il reddito di cittadinanza è una misura di sicurezza sociale, che potrebbe avere effetti positivi anche sulla riduzione della criminalità, e non deve avere eccezioni nella sua possibilità di fruizione. Alle vittime dobbiamo garantire tutto il riconoscimento necessario nel processo e attraverso i risarcimenti, ma non possiamo dare loro anche il peso morale di decidere dei diritti di tutti gli altri. È una questione di carattere universale ed è lo Stato che deve assumersi questa responsabilità”.

La prassi del mancato riconoscimento della Naspi a detenuti ed ex detenuti che abbiano lavorato per l’amministrazione penitenziaria è stata instaurata dall’Inps con il messaggio n.909 del 5 marzo 2019. “Il lavoro penitenziario è peculiare: già a partire dal nome della retribuzione, chiamata ancora mercede, c’è una differenziazione”, spiega Gennaro Santoro, avvocato dell’Associazione Antigone. “Il lavoro è pagato di meno e la capacità produttiva può essere diversa, ma la giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Cassazione ha ormai sancito da anni diritti come quello al riposo settimanale e annuale, ai benefici previdenziali e in generale a un trattamento che deve essere mutuato su quello della società libera. Anche la Naspi quindi, nel momento in cui c’è uno stato di disoccupazione involontaria, deve essere riconosciuta al detenuto”. Da qui la decisione dell’Associazione Antigone, che ha inviato all’Inps una lettera di protesta e insieme ai garanti regionali di Lazio, Umbria, Emilia Romagna e Toscana si è mossa per contestare una prassi ritenuta illegittima, elaborando un modello di ricorso gerarchico, a disposizione di tutti, per impugnare il rifiuto a veder riconosciuto il diritto alla Naspi.

Il rapporto tra lavoro e detenzione, oltre che nella Costituzione, che all’articolo 27 prevede come finalità della pena la rieducazione, è trattato dalla legge 354 del 1975 sull’ordinamento penitenziario. Lì si specifica che quello del lavoro in carcere è un diritto-dovere che deve essere privo di carattere afflittivo e svolgersi con modalità il più possibile analoghe a quelle utilizzate all’esterno del carcere. “ll punto fondamentale è considerare come primo elemento di qualificazione la condizione di lavoratore e di persona bisognosa di reddito, e non di detenuto”, ribadisce Gonnella. “Trattare i detenuti al pari delle persone libere dal punto di vista dei diritti fondamentali è un principio di carattere universale che può anche avere un effetto positivo sul loro percorso rieducativo: in questo modo infatti li sottraiamo a quella sindrome di vittimizzazione con cui possono giustificare i loro comportamenti illegali, per il fatto di essere trattati in maniera diversa. Non gli diamo albi, ma offriamo a tutti gli stessi diritti”. E tra questi diritti c’è anche quello di avere a disposizione un reddito, o un sussidio quando questo viene a mancare: “Escludere quote di persone da misure anche minime di reddito significa dire che il loro destino è essere povere. E chi non ha alle spalle una famiglia in grado di aiutare, tornerà con ogni probabilità a commettere reati una volta uscito dal carcere. Le leggi non si valutano ascoltando il parere di chi si sente offeso perché vittima, è lo Stato che deve assumersi la responsabilità della rieducazione”.

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Migranti: secondo gli italiani rappresentano il 31% della popolazione, in realtà sono il 9%. Sei su dieci favorevoli allo ius soli

In Italia, al 1 gennaio del 2019, l’Istituto nazionale di statistica contava 5.255.503 stranieri residenti. Si tratta del 9% della popolazione totale, ma se si chiede agli italiani quale pensano sia questa percentuale, il numero triplica e arriva al 31%. Una percezione falsata, segno di un’esagerata attenzione sul tema che però non torna quando si tratta di mettere in fila la priorità del Paese: il problema dell’immigrazione è in realtà solo al quarto posto. Un italiano su due è più preoccupato dalla disoccupazione, il 38% vede nella delicata situazione economica la principale sfida mentre il 34% cita le tasse. Quello su cui quasi tutti sono d’accordo è l’impatto del fenomeno migratorio, positivo solo per il 12%, negativo per quasi sei italiani su dieci, ma anche il colpevole, individuato all’esterno: l’85% degli italiani crede che l’Unione europea debba fare di più per supportare il nostro paese nella gestione dei movimenti migratori.

Sono queste le tendenze principali emerse dal sondaggio sulla percezione del fenomeno migratorio in Italia condotto da Ipsos per l’organizzazione WeWorld Onlus e presentato giovedì 10 ottobre a Bologna, in occasione della 13esima edizione di Terra di Tutti Film Festival. Un’indagine che restituisce l’immagine di un’opinione pubblica italiana caratterizzata da un’elevatissima sovra-rappresentazione del fenomeno migratorio: “Nonostante per gli italiani l’immigrazione sia solo al quarto posto nella classifica dei problemi del nostro Paese, è estremamente significativo che la percezione del fenomeno migratorio sia così falsata rispetto alla realtà”, dice Marco Chiesara, presidente di WeWorld Onlus. “Questi dati mostrano come il clima d’odio costruito e promosso negli ultimi anni abbia generato percezioni distorte, che alimentano paure infondate verso chi arriva in Italia in cerca di accoglienza. Paure che diventano prioritarie rispetto a problemi più concreti e reali”.

Il sondaggio condotto dall’istituto guidato da Nando Pagnoncelli mostra che gli italiani sono preoccupati dal fenomeno migratorio ma non per forza contrari, se governato con la collaborazione dell’Unione europea. Rappresenta la maggioranza, il 59%, chi ritiene molto importante il rispetto per le tradizioni e le abitudini dei migranti, anche se solo un quarto degli italiani ritiene che l’immigrazione abbia un effetto positivo sulla vita culturale del Paese. Sei intervistati su dieci dichiarano poi che chi è nato in Italia deve essere considerato un vero italiano, indipendentemente dalla nazionalità dei propri genitori, in adesione alla contestatissima disciplina dello ius soli.

Sul tema della sicurezza, gli italiani sembrano gradire posizioni forti: il 40% degli intervistati si dichiara d’accordo con la gestione dei respingimenti del governo e la metà è convinta che l’Italia abbia bisogno di maggiore protezione dal mondo esterno rispetto al passato, mentre il 44% si dice preoccupato dalla possibile presenza di terroristi tra i migranti. L’aspetto che più alimenta le paure degli italiani nei confronti dei migranti sembra però essere quello del lavoro: se da un lato è ampiamente condivisa l’idea che i migranti siano vittime, spesso sfruttate dal mercato del lavoro (75%), la metà degli intervistati è convinta che le aziende dovrebbero dare la precedenza nelle assunzioni ai lavoratori italiani e un terzo è convinto che i migranti abbiano reso più difficile trovare lavoro per gli italiani (38%).

La copertura mediatica del tema, secondo un italiano su due, è eccessiva, ma quando si tratta del linguaggio, si assiste a una spaccatura emblematica: il 30% crede che i media abbiano “timore di descrivere negativamente i migranti”, mentre il 34% è all’estremo opposto, dichiarando che “esagerano nel descrivere negativamente i migranti”. In generale, la credibilità è poca: solo il 16% ha giudizi positivi sull’accuratezza nel riportare notizie sui migranti, mentre due italiani su tre dichiarano di essere stati esposti a fake news riguardo al tema dell’immigrazione.

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Legalizzazione cannabis a San Marino, blitz in Parlamento: primo sì a richiesta cittadini. “Far partire la sperimentazione qui è più semplice”

San Marino come una piccola Amsterdam nel cuore dell’Italia. Abbandonata la pratica del paradiso fiscale, e con un debito pubblico triplicato in pochi anni, la Repubblica di San Marino potrebbe puntare sulla cannabis. La proposta di legge presentata da un gruppo di cittadini, che chiedevano di regolamentare il consumo, la produzione e la vendita a scopo ricreativo, senza limiti nei livelli di cannabinoidi, ha ottenuto il via libera del Parlamento sammarinese, in maniera rocambolesca: mercoledì 18 settembre, complice la crisi di governo che si sarebbe poi risolta a notte fonda, e le frenetiche riunioni in corso, al momento della votazione in aula erano presenti solo 33 consiglieri sui 58 previsti. Risultato: la mozione è passata con 18 voti favorevoli (13 i contrari e 2 gli astenuti), innescando così un percorso parlamentare che potrebbe portare, in pochi mesi, a cambiare il volto di “uno degli stati con le politiche più proibizionistiche in Europa in materia di cannabis”, come hanno scritto i cittadini firmatari dell’Istanza d’Arengo, istituto di democrazia diretta previsto dalla costituzione sammarinese. Un documento in cui si fa riferimento al “modello dei coffeeshops olandesi” e si immagina la creazione di associazioni per la coltivazione collettiva della cannabis, “sulla falsariga dei Cannabis Social Club spagnoli”.

Per la piccola Repubblica sarebbe una vera rivoluzione: la legislazione attuale infatti non distingue neanche tra droghe leggere e droghe pesanti, così come non fa differenza tra uso personale e spaccio. Ora, con il voto dell’aula, questa proposta di legalizzazione richiede una risposta dell’esecutivo, che a causa dello scioglimento del Consiglio cambierà volto dopo le elezioni dell’8 dicembre, ma che avrà comunque l’obbligo di rendere attuativa l’Istanza. Il nuovo ministro competente, quello della Sanità, avrà sei mesi per presentare una proposta in commissione: “Non sempre all’approvazione di un’Istanza ha fatto seguito la sua attuazione”, spiega Roberto Ciavatta, consigliere del Movimento Rete, che ha appoggiato la richiesta. “Se il nuovo governo si metterà di traverso ci saranno difficoltà maggiori, perché l’indirizzo del ministro della Sanità sarà decisivo. Noi speriamo di essere presenti nel nuovo esecutivo per dare alla luce questa legge di civiltà, di cui San Marino ha bisogno anche economicamente, e per cui la società civile ha dimostrato di essere pronta”.

La presentazione dell’Istanza e il voto favorevole del parlamento sammarinese sono segno di un dibattito in corso da tempo. In dicembre lo stesso Movimento Rete aveva presentato un emendamento alla legge di bilancio, poi bocciato, in cui si chiedeva di consentire in via sperimentale il possesso di marijuana per uso ricreativo fino a 20 grammi a testa e consentirne la coltivazione su licenza. Dopo il via libera del Parlamento all’uso terepeutico della cannabis, nel 2016, il governo aveva formato un gruppo di lavoro per impostare una legge in questo senso: “L’obiettivo – spiega il ministro della Sanità uscente, Franco Santi – era quello di regolamentare la coltivazione e la commercializzazione dei derivati della pianta, con il limite della bassa concentrazione di thc, e modificare di conseguenza il nostro codice penale, molto stringente in materia. Con questa richiesta i cittadini hanno superato la nostra discussione: passare dal proibizionismo assoluto alla legalizzazione totale non è semplice, ma se c’è una spinta dal basso, il nuovo esecutivo dovrà tenerne conto”.

Nelle premesse dell’Istanza, oltre a riportare studi che dimostrano come il consumo di cannabis sia meno dannoso rispetto a quello di alcol e tabacco, i proponenti parlano di “fallimento delle politiche di repressione”, citando una relazione del 2015 della Direzione Nazionale Antimafia, e sottolineando che “non hanno fatto altro che spostare il mercato delle sostanze stupefacenti nelle mani delle organizzazioni criminali ed impegnare, ben oltre il necessario, le forze di polizia”. Nel documento si propone di permettere il possesso della cannabis per uso personale fino ai 30 grammi e di consentirne la produzione, la lavorazione e la trasformazione, oltre che l’autoproduzione all’interno della propria residenza, fino a quattro piante. Per la vendita, vengono previsti dei negozi dedicati, “sul modello dei cannabis dispensaries statunitensi”, e locali destinati alla vendita ed al consumo sul posto, come nei coffeeshops olandesi.

L’aspetto economico sarà decisivo nel dibattito che si svilupperà sulla questione: “Sono interventi che possono cambiare il volto del nostro paese”, sostiene Ciavatta. “Molti oppositori, al paragone con Amsterdam, ne parlano come fosse un modello da evitare: io il benessere di Amsterdam lo prenderei molto volentieri. La nostra situazione finanziaria è disastrosa, ben vengano sperimentazioni in grado di portare lavoro e crescita”. E San Marino, secondo Ciavatta, è il luogo perfetto per iniziare: “È vero, siamo uno dei paesi occidentali con le norme più stringenti in materia, ma la nostra struttura rende semplice anche cambiamenti legislativi così radicali. A San Marino vivono 33mila persone: con questi numeri, dare il via a una sperimentazione qui è più semplice rispetto ai grandi paesi, e se qualcosa non funziona un’interruzione sarebbe meno dannosa”. Sul tema sarà necessario un confronto con l’Italia: “Non possiamo fare i banditi come in passato. C’è un reciproco interesse a collaborare: dall’Italia arriverebbe ovviamente la maggioranza dei consumatori, e nell’indotto creato dal nuovo settore troverebbero lavoro anche tantissimi italiani”.

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Fondi Ue, Trentino vuole restituire un milione di euro destinati a integrazione. Cgil: “Così si rifiuta un regalo”

Samba ha 21 anni ed è nato in Gambia. In Italia è arrivato appena maggiorenne, nel 2016, seguendo il percorso di migliaia di connazionali: a piedi attraverso l’Africa, detenuto nei campi in Libia, poi liberato grazie al riscatto che i suoi genitori hanno pagato vendendo la casa per salvargli la vita. Dopo l’incubo del Mediterraneo, la girandola dell’accoglienza lo ha portato in provincia di Trento, dove ora può “dire di avercela fatta”. Da qualche settimana è in prova come panettiere, e in attesa del suo primo contratto. Un risultato ottenuto perché è riuscito a imparare la nostra lingua, “e a quel livello – dice – non sono arrivato da solo”. Negli ultimi due anni, Samba ha partecipato ai tanti corsi promossi sul territorio dal Cinformi, il Dipartimento di accoglienza della Provincia autonoma di Trento, molti dei quali finanziati dal Fami, un fondo stanziato dall’Unione europea per favorire l’integrazione. Fondi di cui, fino ad ora, ha sempre beneficiato anche il Trentino, ma che ora la nuova giunta leghista vorrebbe addirittura restituire: “Sono soldi inutili, non mi interessano”, ha detto il presidente della Provincia Maurizio Fugatti, confermando la notizia, riportata da Dolomiti.it, di una nota di rinuncia inviata al ministero competente, quello dell’Interno, rispetto all’attuazione di due progetti, dal valore totale di un milione di euro.

Il Fondo Asilo Migrazione e Integrazione è stato creato dall’Unione Europea per sostenere tutti gli aspetti del fenomeno migratorio: asilo, rimpatrio e integrazione. All’Italia, nel complesso, sono andati 394.185.470 milioni di euro, che vengono gestiti dal Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno, e a cui va aggiunta una somma dello stesso importo di risorse nazionali, per quasi 800 milioni di euro totali. Come tutte le altre regioni, negli ultimi anni anche la provincia di Trento aveva avuto accesso a questo tesoretto, presentando progetti che riguardavano l’inclusione scolastica, l’accesso ai servizi per gli stranieri, la partecipazione sociale.

Prima delle elezioni provinciali dello scorso 26 maggio, con lo storico boom della Lega, la giunta guidata dal Partito democratico si era portata avanti con i lavori, ottenendo il via libera per due diverse finanziamenti, uno da 491.130 euro e l’altro da 538.000 euro. Per il primo però manca ancora la delibera esecutiva che la vecchia giunta non aveva avuto il tempo di fare e che, a sentire Fugatti, la nuova non ha intenzione di firmare. E per il secondo pacchetto, come spiega l’ex assessore alle Politiche sociali Luca Zeni, parte dei soldi potrebbero essere già arrivati: “Noi avevamo fatto la delibera di conversione in ottobre, ma la nuova giunta non ha messo in atto le procedure amministrative necessarie per far partire i progetti, anche se una percentuale dei fondi dovrebbe già essere in cassa”.

Non solo una rinuncia a risorse acquisite sulla carta, ma anche la restituzione di somme già incassate. Scelta forte, per un amministratore locale, ma in continuità con la linea politica del ‘prima i trentini’ che ha portato al successo la Lega nell’estremo nord. “È una scelta surreale”, dice Franco Ianeselli, segretario della Cgil trentina. “Qui si parla di risorse aggiuntive, è un regalo che si sta rifiutando. E infatti Fugatti non ha saputo argomentare questa scelta, ma è evidente che per loro non integrare queste persone è un vantaggio, su questo basano il loro consenso politico. Non credo che la vecchia Lega Nord, pragmatica e concreta, avrebbe rinunciato a questi soldi”. Perché dietro ai progetti finanziati con il Fami, se da una parte ci sono storie di riscatto e integrazione come quelle di Samba, dall’altro ci sono i posti di lavori di chi si occupa di accoglienza e formazione: “È un settore molto importante in Trentino, intorno al quale gravitano tantissime persone. La Lega dovrà spiegare questa scelta ai trentini, che dice di voler mettere prima di tutti, e che adesso perderanno il lavoro”.

La forza dei tanti progetti realizzati con i fondi Fami è quella di raggiungere anche i piccoli paesi delle valli trentine: “Eravamo pronti ad essere di supporto per organizzare la nuova sessione di corsi di italiano“, dice Roberto Caliari, assessore alle politiche sociali del comune di Mori. “Se davvero, come sembra, questi soldi non arriveranno, stiamo pensando di organizzarci da soli, sull’esperienza degli anni precedenti”. La proposta dell’assessore ha il sostegno dei cittadini: “Tutti hanno visto gli effetti positivi per la collettività. Si pensa solo ai richiedenti asilo, ma in realtà l’integrazione è ancora un problema anche per gli stranieri che vivono qua da anni e sono regolarmente residenti”. Lo era, ad esempio, per Atiqa, 35enne marocchina arrivata in italia 12 anni fa. La lingua era un ostacolo che non le consentiva neanche di capire le pagelle dei figli o seguire i consigli del medico: “Tutti i suoi movimenti erano legati a quelli del marito e i suoi rapporti sociali erano limitatissimi”, spiega Marina Togni, una delle operatrici che l’ha seguita nei corsi di italiano. “Ora è lei che si presenta da sola ai colloqui con gli insegnanti ed è diventata un appoggio per le connazionali”. Fouzia invece è nata in una famiglia povera del Marocco e quando a 22 anni è arrivata a Brentonico, paesino di 4mila abitanti poco distante dal lago di Garda, era totalmente analfabeta. “Ora l’italiano è la sua prima lingua ed è il marito che non può fare a meno di lei quando deve muoversi tra un ufficio comunale e l’altro”. Le due donne, insieme a una decina di connazionali, hanno anche partecipato a un corso di preparazione all’esame per la patente di guida: “Mi incontrano per strada e mi chiedono quando inizierà il prossimo: si aspettano una continuità, perché hanno iniziato un percorso che le ha migliorate, e con loro tutte le comunità in cui vivono”.

Uno dei più importanti progetti di formazione civica e linguistica organizzati grazie ai fondi Fami è il Ccili, che fino a questo momento ha coinvolto circa 400 persone ogni anno: “I destinatari delle iniziative sono stati immigrati di prima generazione, tra cui prevalentemente donne in situazione di isolamento sociale”, spiega Claudio Bassetti, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca). “Queste persone hanno usufruito di competenze linguistiche e di cittadinanza preziose, mirate alla socializzazione e all’inserimento nella vita sociale della comunità”. Cnca, sindacati e associazioni del territorio hanno subito fatto fronte comune contro la decisione ventilata dalla giunta Fugatti di rinunciare ai finanziamenti già previsti: “È inconcepibile. Non si tratta di utilizzare risorse esistenti in altro modo, ma di rinunciare in toto a fondi già stanziati che non verranno erogati. Questo solo per pregiudizio, paura elettorale, tornaconto localistico, che non rendono certo un servizio al nostro territorio”.

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Morti su lavoro, in Italia aumentano: sono 3 al giorno. Strage negli ultimi 7 mesi: 599 vittime. “Le leggi ci sono. Ma mancano i controlli”

Precipitati dai tetti di un capannone, incastrati tra i rulli di un macchinario, folgorati da scariche elettriche. Oppure, come nell’ultimo caso dell’azienda agricola di Arena Po, in provincia di Pavia, annegati dopo essere caduti in una vasca agricola. Sono tantissime le dinamiche di quella che i sindacati hanno iniziato a chiamare la “strage inaccettabile”. Ed è difficile dar loro torto sull’utilizzo del termine, guardando ai numeri: da gennaio a luglio del 2019, in Italia, 599 persone sono morte mentre si trovavano sul posto di lavoro. “Non è uno scherzo, sono tre vittime al giorno, senza considerare gli incidenti gravi”, commenta Rossana Dettori, responsabile nazionale della sicurezza sul lavoro per la Cgil. “La situazione è drammatica, ci vuole subito un piano nazionale per la prevenzione. Formare il lavoratore e i piccoli imprenditori è importante tanto quanto mettere in sicurezza le strutture”.

L’ultimo rapporto Inail, pubblicato in agosto, dice che le vittime nei primi sette mesi del 2019 sono state 12 in più rispetto allo stesso periodo del 2018, con un aumento del 2 percento. “Sono dati che tra l’altro vanno considerati al ribasso: in questo conteggio non rientrano i milioni di lavoratori di categorie non coperte da assicurazione Inail, come i vigili del fuoco. E bisogna ricordare che tantissimi lavoratori stranieri, poco informati sui loro diritti, spesso non denunciano, e sono impiegati in settori molto a rischio, come l’agroalimentare e l’edilizia”. L’analisi dell’Inail mostra come sia proprio l’agricoltura il settore che ha visto aumentare più di tutti il numero di denunce nel 2019: +22 (da 56 a 78) a fronte di 10 casi in meno nell’industria e servizi (da 522 a 512). Ad aumentare, pur rimanendo molto basse, sono anche le denunce di infortuni mortali per lavoratori comunitari (da 29 a 40) ed extracomunitari (da 64 a 71), mentre tra gli italiani si registrano sei casi in meno. “La sicurezza è vissuta sempre più come un costo, ma è esattamente il contrario, anche i termini economici: rappresenta un investimento, se si considerano i costi enormi degli incidenti gravi per il nostro sistema sanitario nazionale”. Dettori chiede subito un confronto con il nuovo governo e chiede, come prima cosa, una marcia indietro: “Questo fenomeno è legato alla crisi economica: le morti sul lavoro sono conseguenza ovvia di lavori precari e riduzione delle tutele. Ma con lo sblocca cantieri la situazione è peggiorata: è diventato molto più semplice fare lavori in subappalto, dove è più difficile fare verifiche, il lavoro nero è molto diffuso e le aziende investono meno in sicurezza e formazione”.

“Ma oltre ai numeri, il problema è culturale”, dice Claudio Bazzoni, operaio metalmeccanico e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. “Io vorrei innanzitutto che smettessimo di chiamarle ‘morti bianche’: così sembra che non ci siano responsabili, quando invece sono perfettamente riconoscibili. E non sono neanche eventi casuali: dipendono solo dal fatto che nelle aziende ormai non si rispettano neanche le norme più basilari di sicurezza”. Secondo Bazzoni, non è un problema di legislazione, ma di volontà politica: “Se un governo dimostra di disinteressarsi alla sicurezza sul lavoro, qualcuno si sente più libero di fare come gli pare. Le leggi ci sono, bisogna renderle efficaci. Prendiamo il numero dei controlli: in Italia ci sono 4 milioni e mezzo di imprese, ma i tecnici della prevenzione delle Asl sono meno di 2000. Significa in media un controllo ogni 20 anni. Questa è questione di volontà politica”.

L’analisi per classi di età dell’Inail mostra un aumento delle vittime tra i 45 e i 54 anni (+43 casi) e in quella 20-34 anni (+19), mentre ci sono stati nove decessi in meno per i lavoratori tra i 35-44 anni e 39 in meno per quelli tra i 55 e i 69 anni. Dal punto di vista territoriale emerge invece un aumento dei casi mortali solo nell’Italia al Centro (10 in più, a 110 a 120) e al Sud (da 119 a 134), mentre al Nord c’è una diminuzione di 25 casi. A livello regionale, spiccano le 16 vittime in più della Puglia e le 17 in meno del Veneto. In termini assoluti, la Lombardia continua a essere la regione più colpita: 103 persone morte sul lavoro da inizio anno. “Una situazione inaccettabile”, secondo Cgil, Cisl e Uil regionali, che chiedono alla Lombardia di “rafforzare un’attività ispettiva palesemente insufficiente, inadeguata, rispetto al grave peggioramento degli accadimenti infortunistici, e in particolare di quelli mortali.

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Governo Conte 2, la scout cattolica che chiedeva di riconoscere le unioni gay: chi è Elena Bonetti, nuova ministra della Famiglia

Il biglietto da visita di Elena Bonetti è una lettera scritta nel 2014 e firmata insieme a Don Gallo: nella “Carta del Coraggio”, questo il titolo, chiedeva apertamente allo Stato di riconoscere le unioni gay e alla Chiesa di rivedere le proprie posizioni su omosessuali e divorziati. Lo faceva in qualità di responsabile nazionale dell’Agesci, l’associazione degli scout cattolici in cui è impegnata da sempre, e tutto lascia pensare che si muoverà in questo senso anche ora, alla guida del Ministero della Famiglia e delle Pari Opportunità, imponendo una netta retromarcia alla linea del suo predecessore Lorenzo Fontana: “Le famiglie gay? Per la legge non esistono”, aveva dichiarato il leghista poche ore dopo l’insediamento. Nel governo Conte bis Elena Bonetti entra in quota Matteo Renzi, anche se con fama di apprezzata voce critica. Fu proprio l’ex premier a nominarla a sorpresa, anche sua, nella Segreteria nazionale del Partito democratico dopo la vittoria alle primarie del 2017: “Mi è sembrata una proposta sproporzionata, ma ha prevalso la voglia di provare”, commentò lei.

Da quel momento la Bonetti, senza esperienza politica diretta ma con un passato di grande impegno civile e trascorsi simili a quelli del senatore di Scandicci, anche lui capo scout Agesci, ha scalato molto rapidamente la classifica di gradimento dell’ex premier, che le ha assegnato incarichi sempre più importanti, in particolare quelli a stretto contatto con i giovani. A lei erano stati affidati i famosi 20 Millennials, i ragazzi nati tra i primi anni Ottanta e la fine degli anni Novanta che Renzi volle nella direzione del partito, così come sempre la Bonetti, oltre ad aver partecipato attivamente a diverse edizioni della Leopolda di Firenze, è stata di recente tra gli organizzatori di “Meritare l’Italia’, la scuola di formazione politica dell’ex segretario del Pd, che si è svolta a Lucca proprio nei giorni delle trattative per la formazione del governo giallorosso.

Elena Bonetti, 45 anni, è nata ad Asola, in provincia di Mantova, e nella vita è professoressa di Analisi matematica all’Università Statale di Milano. Sposata e madre di due figli, si è laureata con lode nel 1997 all’Università di Pavia prima del dottorato di ricerca conseguito nel 2002 a Milano, dove insegna dal 2016. “Nella ricerca ho imparato che si cresce se si gioca in squadra”, scrive di sé nella breve biografia sul sito del Partito democratico, al quale si è iscritta poco prima della nomina in segreteria nazionale. “La passione educativa e il desiderio di accompagnare le giovani generazioni ad essere buoni cittadini, capaci di contribuire a scrivere una storia bella e generativa per la nostra comunità, trovano le radici nel mio cammino scout”. Un’educatrice, anche in politica: così la descrive chi la conosce e ha potuto lavorare con lei in questi anni di attività, svolta soprattutto negli ambienti milanesi del Partito democratico. In Lombardia è presenza fissa e spesso promotrice degli eventi legati al mondo renziano, dove è una voce molto ascoltata, e ha sostenuto la mozione di Anna Ascani e Roberto Giachetti alle ultime primarie, mentre a livello nazionale ha ottimi rapporti con Ettore Rosato.

Nonostante la sua recentissima carriera politica dipenda in gran parte dalla stima e dalla fiducia di Matteo Renzi, Elena Bonetti non è una da “cerchio magico”: l’avvicinamento non è arrivato durante una campagna elettorale, ma sulla scia di valori comuni, lo scoutismo cattolico e l’apertura sul tema delle unioni civili su tutti, e della scelta dell’ex premier di aprire le porte del Pd alla cosiddetta società civile. E infatti, anche tra le altre correnti del partito, la Bonetti è considerata “una renziana che pensa con la propria testa”, con grande capacità di lavorare e formare i giovani.

In attesa di imprimere una nuova linea a un Ministero che solo pochi mesi fa fu sostenitore deciso del Congresso della Famiglie di Verona, la scelta della Bonetti ha già suscitato le critiche del senatore pro vita Simone Pillon: “La lobby Lgbt festeggia la nomina di Elena Bonetti al ministero della famiglia, rievocandola tra gli autori della “carta del coraggio” che nel 2014 consegnò una parte significativa dello scoutismo cattolico italiano alle posizioni LGBT friendly di Renzi e delle sue unioni civili”, ha attaccato il leghista su Facebook. “Gli attivisti già chiedono la legge sull’omofobia per chiudere definitivamente la bocca a chi vorrebbe fermare la dittatura gender. E questo, onestamente, mi pare un pessimo inizio”, conclude il senatore, già promotore del discusso progetto di legge su separazione e affido condiviso e convinto oppositore della legge 194 sull’aborto.

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Stretta sui trasporti speciali, il caso del trasformatore a Modena: “9 mesi di attesa e costi enormi per l’azienda”

Nove mesi di attesa e centinaia di migliaia di euro di costi aggiuntivi. L’impresa della ditta Tironi di Modena non è stata quella costruire uno dei più grandi trasformatori di energia elettrica mai realizzati in Italia, con una potenza di 300mva per 350 tonnellate di peso, ma di riuscire a consegnarlo. Una commessa da 2,5 milioni di euro, che rappresenta il 10% del fatturato annuale della società, rimasta ferma da marzo fino alla metà di luglio in un capannone in via Emilia Est, sede dell’azienda, in attesa di ottenere i permessi per il trasporto fino al porto di Marghera, per poi essere imbarcata verso la destinazione finale, in Norvegia: “Abbiamo fatto le prime richieste a settembre, muovendoci con largo anticipo”, spiega Matteo Tironi, responsabile commerciale. “Normalmente per i trasporti speciali i tempi non superano mai i 90 giorni, anche se in media l’attesa è di circa un mese”. Questo prima di due eventi che hanno messo in allarme il paese sullo stato delle infrastrutture italiane: “La stretta sui permessi è iniziata il crollo del viadotto di Annone di Brianza, poi si è accentuata con la tragedia del ponte Morandi. E così hanno portato gli enti che controllano le strade italiane a irrigidirsi sul rilascio delle autorizzazioni”, spiega Luca Innamorato della Fagioli, la ditta che si è occupata del trasporto del maxi trasformatore.

“Se prima le verifiche per il passaggio su un ponte venivano chieste solo in casi particolarmente critici, come è giusto che sia, ora è quasi scontato dover fare controlli su ogni struttura elevata”. E questi controlli, con relativi costi, spettano all’azienda di trasporti e quindi, indirettamente, ricadono su chi deve spedire un prodotto entro certi tempi: “Il nostro ingegnere, tra Modena e Mantova, ha dovuto verificare 140 strutture. Si pensa sempre e solo al superamento del fiume Po, ma ci si dimentica che per arrivarci bisogna attraversare decine di piccoli canali”, continua Tironi. E adesso, nel terrore che si possa verificare un’altra tragedia come quella di Genova, si chiede senza distinzione una verifica ogni volta che c’è una struttura rialzata: “Questo aumenta i costi ma soprattutto non permette di avere certezze sui tempi”. Un bel problema per un comparto industriale che vende all’estero più del 75% della produzione: “Se passa un messaggio del genere, i nostri concorrenti fuori dall’Italia faranno i salti di gioia sapendo di questi problemi e lungaggini”, è l’allarme lanciato da Tironi.

Anche in passato, come prevede il codice della strada, chi effettuava trasporti speciali doveva fornire tutta la documentazione relativa al mezzo utilizzato e al percorso scelto nel dettaglio. A quel punto, però, era l’ente con la competenza sul tratto di strada in questione a fare le verifiche per il rilascio dei permessi: “Ora l’onere ricade sulle aziende: cioè io chiedo a te di verificare se puoi passare su una mia struttura. E avendo anche abbassato di molto le soglie massime, non c’è più la certezza di poter passare in punti che davamo per scontati”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il crollo del Ponte Morandi: “Dopo quella tragedia c’è stato un allineamento nazionale di tutti gli enti che gestiscono delle strade in Italia”, spiega Innamorato. “Il nostro lavoro preliminare, quando riceviamo un mandato di trasporto da un’azienda, è rimasto lo stesso: studiare il percorso più adatto per far arrivare a destinazione il prodotto, compatibilmente con le infrastrutture da utilizzare”. A quel punto partono le richieste di autorizzazione per il passaggio agli enti che controllano le strade, da Autostrade ad Anas, ma soprattutto comuni e province, che hanno il controllo di gran parte della rete italiana: “A differenza di prima, quando a noi arrivava direttamente il via libera, o la comunicazione dei lavori di adeguamento ritenuti necessari, ora la domanda ci torna indietro con una richiesta di verifica su quasi tutti i ponti da attraversare”. E così iniziano le lunghe e costose operazioni di verifica sul campo, affidate a studi di ingegneria di alto livello: “Per ognuna di questa operazioni, uno strutturista con una competenza di un certo tipo deve andare sul posto di persona a fare un sopralluogo e delle prove statiche. Alla fine diventa un servizio fatto all’ente stesso da parte nostra: per tutto questo tempo cinque persone della nostra azienda se ne sono dovute occupare”.

Il problema non è la necessità di verifiche, ma la totale mancanza di distinzione tra un caso e l’altro: “È giusto fare controlli, le infrastrutture italiane hanno enormi criticità e se quei ponti sono caduti significa che un problema c’è. Ma non deve finire per essere considerata una questione burocratica, perché si tratta in realtà di un fondamentale passaggio tecnico: la responsabilità di passare su un ponte è nostra, e su quel camion, come sulle strade in generale, ci passano ogni giorno persone a cui deve essere garantita sicurezza. Questo però non giustifica la richiesta di verifiche per ogni singola struttura”. E dal punto di vista della aziende produttrici, c’è l’amarezza di dover pagare per un lavoro che spetterebbe a chi controlla le strade: “Credo che sia il proprietario del ponte a dover decidere se quella struttura è a rischio e se sono necessari degli interventi di manutenzione”, è la posizione di Tironi. “Noi ci siamo adeguati e abbiamo fatto tutte le verifiche richieste, perché non riteniamo corretto risparmiare sulla sicurezza, ma c’è il rischio che con questo sistema qualcuno cerchi delle scorciatoie”.

Una soluzione proposta dalle associazioni di trasportatori e dalle aziende che realizzano prodotti di grandi dimensioni è quella di creare dei corridoi di collegamento, individuando ad esempio le strade che possano garantire un accesso continuativo ai principali porti d’imbarco, come quello di Marghera: “Siamo d’accordo sul fare studi e verifiche, ma una volta fatti, quel percorso deve essere considerato agibile. Ora viviamo alla giornata, ogni giorno salta fuori una limitazione nuova e quello che vale oggi magari domani cambia ancora”, dice Tironi. Un danno enorme, soprattutto per imprese che producono componenti per i quali sono necessari mesi per la progettazione e la realizzazione, e che ora arrivano al punto di temere che tutto quel lavoro vada buttato: “Se per il trasformatore ci sono voluti nove mesi, in questo momento abbiamo ancora sei macchinari già collaudati e pronti per la spedizione che sono fermi nei nostri depositi, sempre in attesa di permessi e autorizzazioni. Sono unità che servono alla rete elettrica italiana, non certo un uso secondario”.

(screenshot tratto da Youtube)

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