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Covid, sul tavolo del ministero della Salute il caso dei reparti d’urgenza degli ospedali Santi Paolo e Carlo di Milano. La Regione? Voleva dirottare 13 sanitari alla Fiera

“Né eroi né codardi”, l’urlo dei medici dei Santi Paolo e Carlo di Milano è arrivato fino a Roma. Il viceministro Pierpaolo Sileri, a quanto si apprende, si sta interessando personalmente alla vicenda dell’implosione dei reparti d’urgenza dei due ospedali milanesi emersa una settimana fa, grazie alla lettera-denuncia di 50 medici e infermieri rivelata dal Fatto.it. Il viceministro mette così il timbro: anche il Ministero della Salute vigilerà sul caso, non solo Regione Lombardia. Nel frattempo emerge di tutto. Si scopre, ad esempio, che mentre i medici d’urgenza, rianimatori e infermieri dei due ospedali annaspavano dietro a 350 pazienti Covid (altrettanti non covid) e 150 accessi al giorno in pronto soccorso, la Regione pianificava come dirottare una parte del personale sanitario all’Ospedale della Fiera, che di pazienti ne ha 64. Dall’assessore Gallera arriva intanto una prima, timida, presa d’atto del problema. L’opposizione attacca e chiede con una voce sola di fare chiarezza e tutelare da possibili ritorsioni il personale sanitario che aveva denunciato di dover fare “intollerabili scelte sull’accesso alle cure”.

Il timore delle rappresaglie. L’opposizione fa scudo
In seguito alla divulgazione delle lettera, datata 17 novembre e protocollata tre giorni dopo, l’Asst aveva diramato una nota durissima contro i firmatari. Annunciando una verifica interna, li sconfessava pubblicamente accusandoli di dire cose “false” (scarica il documento). Procedeva poi alla rimozione del loro primario Francesca Cortellaro (scarica l’atto di revoca), che sebbene in una mail precedente avesse espresso al direttore anologhe criticità, arrivando a chiedere la chiusura del pronto soccorso, si era prestata a difendere l’Asst. Forse non abbastanza per restare al suo posto. In ultimo, l’azienda sanitaria promuoveva l’iniziativa di una contro-raccolta firme di dissociazione dei medici e sostengo alla direzione (scarica il documento),trasformato di fatto un problema di salute pubblica in una sorta di referendum interno sul direttore generale. In calce, le firme dei capi dipartimento fiduciari di Stocco. Al sesto posto, quella di Davide Chiumello, primario della rianimazione del San Paolo ora nominato direttore ad interim dell’urgenza e dell’area critica del San Carlo, al posto della Cortellaro (scarica).

Una reazione di contrapposizione totale della dirigenza ai medici che, anziché ricomporre il conflitto, “rischia di divampare in tutta la Regione, con conseguenze nefaste per i cittadini”, scrivono i consiglieri di opposizione che – vista la gravità della situazione – hanno firmato insieme una lettera aperta, pubblicata oggi dal Manifesto, nella quale invitano la direzione a ricomporre la frattura coi medici e il duo Gallera-Fontana a fare chiarezza. Martedì faranno un question time in Regione che promette scintille.

Il momento del grande collasso
Nel giro di un mese, l’ospedale era arrivato a ospitare 350 positivi nei reparti Covid e altrettanti negli altri reparti, con punte di 150 accessi al giorno nell’area del soccorso. Il 26 ottobre la primaria Francesca Cortellaro aveva scritto una drammatica mail al direttore Stocco nella quale chiedeva di dichiara “la non ricettività dei pronto soccorso per almeno 24 ore”, dove la situazione ormai era divenuta “esplosiva”, coi pazienti che venivano portati lì dalle ambulanze “senza alcuna possibilità di ricovero per almeno 24 ore”, e “il personale medico-infermieristico allo stremo”, fino all’ammissione che “in tale contesto, non siamo più in grado di garantire cure adeguate ai pazienti”. Che è, ne più né meno, quel che hanno scritto venti giorni dopo i medici allo stesso direttore. Il problema negato dall’Asst è però emerso solo quando la lettera interna è uscita dal cassetto e diventata di pubblico dominio. Quando la situazione, segnalata in ogni modo da chi la stava vivendo dentro la trincea dell’urgenza e delle rianimazioni, era ormai sfuggita di mano.

Gallera ecumenico (in bilico)
A fronte di tutto questo, Regione Lombardia è rimasta silente. Dagli uffici di Fontana e Gallera in una settimana non è trapelata una nota, una presa di posizione o anche un segnale di attenzione alla vicenda. Solo ieri sera, il direttore generale Matteo Stocco è stato convocato dall’assessore e dal direttore della sanità Marco Trivelli per fornire chiarimenti. “Ho chiesto una relazione, domani sentirò la primaria rimossa e i primari, quando avremo capito cosa è successo faremo le nostre scelte, ma sempre tenendo conto dell’autonomia dell’azienda e della direzione”, si è limitato a dire Gallera, prendendo atto dell’indagine interna annunciata dall’Asst. Non un parola per i medici che rischiano di essere sottoposti a sanzioni per aver messo nero su bianco come stavano le cose. Dietro il silenzio ci sono anche motivazioni politiche: a nominare Stocco direttore nel 2018 era stato proprio Gallera, dato in via di sostituzione dopo Natale su richiesta della Lega. Il caso Santi Paolo e Carlo, così mal gestito da richiede un intervento del viceministro, potrebbe essere il colpo di grazia.

La Regione chiede 13 medici per la Fiera
Forse però – il condizionale è d’obbligo – la gravità della situazione non era stata ben rappresentata da Stocco ai piani alti di Palazzo Lombardia, dove arrivava giusto la eco dei giornali, dei comunicati sindacali e delle reazioni dell’opposizione. Lo dimostra il fatto che, proprio mentre i reparti d’urgenza degli ospedali Santi e Paolo collassavano per carenza di personale e saturazione delle terapie intensive, la Regione pianificava addirittura di sottrargli medici e infermieri da destinare a quello in Fiera, ad oggi occupato da 65 pazienti. Nei giorni più drammatici per i due nosocomi milanesi, la direzione sanitaria di Ats Lombardia predisponeva una nota (scarica), a firma del direttore Marco Trivelli, per dirottare sul Portello 3 medici e 9 infermieri attingendoli proprio dai Santi Carlo e Paolo, in vista dell’attivazione di un ulteriore modulo (il settimo) al Portello. Come se davvero nessuno in Regione avesse idea delle reali condizioni in cui era costretto a operare il personale sanitario dei due ospedali travolto dalla seconda ondata.

Tutti sapevano. Le denunce inascoltate
Le carenze di organico nell’area dell’urgenza dei due ospedali però erano note da tempo, anche prima dell’arrivo del Coronavirus . Di anno in anno sono state (inutilmente) segnalate ai vertici dell’Asst. Il 12 novembre 2018, il coordinamento infermieristico aveva chiesto alla direzione (all’epoca in mano a Marco Salmoiraghi, oggi vicedirettore della sanità lombarda) di colmare le criticità in Pronto Soccorso sotto organico di 23 infermieri. Richiesta ribadita un anno dopo, il 18 ottobre 2019. Un anno dopo ancora, il 30 dicembre 2019, le Rsu arrivano a depositare un esposto in Procura e all’Ispettorato del lavoro proprio per segnalare la carenza di personale infermieristico, insieme all’inidoneità degli spazi e dell’organizzazione interna. E’ in questo quadro che arriva il Covid-19.

Cronaca di un’emergenza nell’emergenza
La prima ondata fa emergere il problema. Il 26 giugno sotto il Pirellone sventagliavano le bandiere della Confederazione Unitaria di base. Ma non viene risolto a cavallo dell’estate, in previsione della seconda ondata. Tanto che il 12 ottobre 2020 – vale a dire otto giorni prima della famosa “lettera” dei medici – la Fp Cgil di Milano invia a Stocco (e per conoscenza a il dg di Regione Trivelli) una nota sulla gestione “Area Critica” – Asst San Paolo e Carlo dove riferiva segnalazioni di “crescenti difficoltà degli operatori di Ps” dovuta all’afflusso di pazienti e alla carenza di organico “per la mancata sostituzione dei colleghi cessati per pensionamento, mobilità e maternità”, compresa la “forse precoce riapertura di tutti i reparti nel periodo estivo” (scarica).

Il 26 ottobre ci prova la primaria poi defenestrata dal direttore cui aveva segnalato la situazione. Non viene ascoltata, tanto che un mese dopo, sempre più disperati, 50 medici prendono l’iniziativa della lettera interna che fa deflagrare il caso, con tanto di firme e matricole. L’inerzia della direzione porta allo stato di agitazione del comparto il 10 novembre (con sciopero indetto per il 14 dicembre), con tanto di infermiere che sale sul tetto del San Carlo con uno striscione “Né eroi, né codardi! Personale in stato di agitazione”.

Assunzioni a “somma zero”. I bandi per il personale a fine ottobre
La nota con cui Asst Santi Paolo e Carlo sconfessava i firmatari della lettera fa riferimento all’assunzione, da febbraio ad oggi, di 97 medici e 94 infermieri. Ma senza fornire il saldo reale, cioé il personale aggiuntivo al netto delle cessazioni e dei pensionamenti. Il Fatto.it ha posto questa e altre domande al direttore Stocco e all’ente. La risposta è stata: “al momento non è possibile esaudire la Sua richiesta“. Nella lettera i medici – coi reparti d’urgenza ormai prossimi al collasso – denunciavano l’insufficienza di “personale medico, infermieristico e ausiliario, specialmente di area critica, neppure lontanamente colmata da personale assunto ad hoc, introdotto in reparti altamente specializzati con una formazione sempre più spesso frettolosa e sommaria”. Ed era, secondo la denuncia, una carenza “gravissima e nota ben prima della pandemia”. Tale ormai che “in assenza di queste risorse critiche, ci vediamo costretti a operare scelte relative alla possibilità di accesso alle cure, che non sono né clinicamente né eticamente tollerabili. Contro la nostra volontà e, soprattutto, contro la nostra coscienza umana e professionale”. Il sito dell’Asst però pullula ora di bandi e avvisi. E’ ancora aperto quello per il “reclutamento straordinario di personale sanitario del comparto per l’emergenza epidemiologica da covid-19“. Data di emissione: 2o ottobre 2020 . Il collasso dei reparti d’urgenza, ormai, era avvenuto.

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Coronavirus, Piemonte e Umbria ci ripensano. Sì ai bandi per medici e infermieri stranieri: “Conquistiamo diritti affermando i doveri”

Alla fine il Piemonte ci ha ripensato: sì ai medici stranieri per fermare il Covid. Dopo averli esclusi in una decina di bandi che richiedevano come requisito la cittadinanza italiana, la regione di Cirio ha cambiato idea e ha pubblicato una manifestazione di interesse rivolta anche a personale sanitario extracomunitario in regola con il permesso di soggiorno. L’esclusione aveva provocato critiche e polemiche per la manifesta irragionevolezza, posto che i reparti piemontesi erano prossimi al collasso e che una specifica deroga del “Cura Italia” aveva già superato lo steccato normativo, consentendo in via straordinaria l’assunzione con il solo permesso di soggiorno. “E’ un vittoria, dimostra come gli stranieri debbano lottare per affermare perfino i loro doveri anche quando si limitano a chidere di fare la loro parte accanto ai medici italiani”, dice il presidente Foad Aodi, presidente associazione medici di origine straniera in Italia( Amsi).

Era stata l’associazione a porre il problema fin dalla prima emergenza, rilevando che mentre le regioni andavano a cercare medici cubani, romeni e siriani, in Italia miglia di medici stranieri iscritti ai relativi ordini professionali erano impossibilitati a lavorare direttamente per il pubblico. Questo esercito di migliaia di medici e infermieri (oltre 77mila secondo le stime), rimaneva appannaggio della sanità privata, delle cooperative o impiegato a chiamata come partita Iva. Lo steccato della cittadinanza è stato alzato anche da altre regioni, in alcune poi è caduto, dando finalmente seguito alle disposizioni del governo ignorate per mesi.

Un esempio è l’Umbria, dove i bandi escludevano il personale straniero. L’azienda ospedaliera di Perugia alla fine ne ha emesso uno (scade il 25 novembre) che non preclude l’accesso in base alla cittadinanza. “Il fatto che Piemonte e Umbria ci abbiano ripensato è importante”, evidenzia Foad Aodi. “Sono due regione governate da forze di centrodestra e questo fa ben sperare, perché significa che il pregiudizio ideologico e politico verso gli stranieri non ha retto alla prova dell’emergenza sanitaria che ci rende uguali nei diritti e nei doveri”.

La strada per l’integrazione (anche) professionale però è ancora lunga. “C’è stato un percorso e un confronto che ha permesso di rimuovere la barriera della cittadinanza, e per questo ringrazio il Vice Ministro della Salute Pierpaolo Sileri che ha sostenuto pubblicamente la causa a favore della possibilità di coinvolgere tutti i medici nella stessa maniera, compreso i medici gli infermieri stranieri senza muri burocratici e calcoli politici senza dividerli di serie A e seria B. Ma ora serve un ragionamento che vada anche oltre l’emergenza e punti a rende disponibile questo esercito bianco di medici stranieri per il futuro. Una soluzione transitoria, in attesa di una modifica di legge, potrebbe essere di supportare la richiesta di cittadinanza di chi risiede da cinque anni e sta rischiando del suo per aiutare questo Paese a uscire dalla pandemia”.

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Ospedali San Paolo e Carlo, parla un medico: ‘Inumano, noi e i pazienti abbandonati in una vera bolgia, ammassati come carne da macello’

“Vuole che lo dica bene? Se prendo una pianta che ho scordato di annaffiare e la annego, quando ormai è quasi morta, il risultato è che la pianta muore”. Il clima da caccia alle streghe dentro gli ospedali San Paolo e Carlo di Milano impone l’anonimato al personale sanitario che lavora nei reparti d’urgenza, che 50 colleghi medici e rianimatori hanno definiti al collasso, con 350 posti letto già occupati, le barelle che si trasformano in letti e le sale di attesa in reparti, coi medici costretti “a fare scelte né clinicamente né eticamente tollerabili” e forzati a dilazionare l’accesso a terapie e tecniche. L’Asst si è mossa per sconfessare quella denuncia, arrivando a rimuovere la primaria che l’aveva anche anticipata, in termini non meno diretti, al direttore meno di un mese prima che i colleghi prendessero l’iniziativa, convinti di doverlo fare a tutela dei loro pazienti e di se stessi.

Lei che opera in quei reparti, conferma o smentisce quanto riportato nella lettera?
Lo confermo punto per punto. Io non l’ho firmata perché non c’ero in quei giorni, ma lo farei oggi stesso, perché quello che ho letto sul vostro giornale, che l’ha riportata, è né più né meno di quanto accade. Nonostante la mancanza di risorse fosse nota a tutti da tempo, ci siamo trovati di fronte a scelte eticamente difficili verso i nostri pazienti. Lavorare in quella bolgia in questo momento è difficilissimo, inumano. Siamo tutti ammassati come carne da macello. E vale per i pazienti come per i medici, gli infermieri e le OSS. Lavoriamo in condizioni che un dispensario del Ruanda è meglio.

Nello specifico, a lei è successo?
Più volte, purtroppo. Mi sono trovata che non avevo a disposizione un’anestesista per una sedazione per un paziente particolarmente compromesso che necessitava di una cura particolarmente invasiva. Poi il collega si è reso disponibile, ma dopo due ore e mezza.

Ci spiega esattamente il problema?
Tecnicamente si chiama “timing”. Significa che in medicina fare la cosa giusta nel tempo sbagliato equivale a fare quella sbagliata. Punto. I colleghi, e questo le persone lo devono capire bene, non hanno detto che non hanno curato i pazienti, ma che si sono trovati a dilazionare le prestazioni per mancanza di personale. Quando una persona va intubata va fatto subito. Quell’intervento veniva poi fatto appena possibile, ma dilazionato. Ricorda il discorso della pianta?

Ma alla radice di tutto questo cosa c’è?
Le risorse di personale che mancano. Mancavano da anni, sono mancate anche nell’emergenza. Ho letto il comunicato dell’Asst che parla di 97 medici assunti e 94 infermieri da febbraio. Quello che non si dice è che la maggior parte di quelle posizioni è andata a integrare i pensionamenti, e che molti contratti attivati erano a termine e a settembre sono cessati. Quando è arrivata la seconda ondata ci siamo ritrovati ancora più in sofferenza di prima, in tutti i reparti. Poi hanno tentato di tamponare con i neolaureati che il giovedì sono usciti dall’università e il sabato sono stati sbattuti in pronto soccorso Covid. Senza una formazione specifica degna di questo nome che consentisse loro di muoversi agilmente in corsia.

E quale è stato il risultato?
Che erano più d’impiccio che altro perché questi giovani colleghi rallentavano l’attività in un contesto dove il minuto fa la differenza. Capiamoci, non per colpa di questi ragazzi che hanno l’ardore dei vent’anni che ti porta a voler salvare il mondo, e io posso dirlo hanno dato tutto, non si sono mai risparmiati. Il problema è che la direzione ha sottovalutato l’impatto di una seconda ondata ben sapendo che già alla prima eravamo in enormi difficoltà. E poi ci sono le strutture in cui ci siamo trovati a operare, a dir poco di fortuna.

In che senso?
E’ verissimo quanto scritto nella lettera: la mancata pianificazione di aree attrezzate per la seconda ondata ha fatto sì che si usassero spazi diversi da quelli idonei per visitare, trattare e monitorare i pazienti. Perfino le sale d’attesa. Ora, dico io da cittadino lombardo che paga le tasse: se mi capitasse un qualche accidente, posso dire che non voglio essere intubata, anche se siamo in una pandemia, in mezzo al corridoio?

A pagare per ora è stata la primaria d’urgenza, rimossa notte tempo nonostante avesse segnalato alla direzione un mese prima il collasso dei reparti
Guardi le posso dire che Francesca Cortellaro è solo il primo capro espiatorio. Non ora, perché i riflettori dei giornali sono puntati lì, ma presto i 50 colleghi che hanno firmato la lettera pagheranno un prezzo, in termini di carriera, di conferma etc.

Ma la responsabilità del collasso è della primaria rimossa?
Macché, si era spesa in prima persona perché la direzione reclutasse il personale necessario a sostenere l’urto dei coronavirus, nella prima e nella seconda ondata. La Cortellaro viene sacrificata per dare un segnale a tutto il personale. Ma è una di quelle che alle 7:30 era lì e alle otto di sera era ancora lì. Se salta un turno per qualsiasi motivo e c’è un turno scoperto lo fa lei, notti incluse. E’ una di quelle che s’è presa il Covid lì dentro, e appena ha potuto è rientrata a lavorare. Incarna quello spirito di abnegazione che è valsa a tutti noi la patente di “eroi” sui giornali. Che tutti i giorni vengono mandati al macello.

Perché la primaria ha pubblicamente sconfessato i cinquanta colleghi?
Non lo so. In un primo momento forse ha ritenuto di fare quadrato attorno alla struttura e dunque alla direzione. Anche questo è abnegazione, ma non posso perdonarle il fatto che nel far questo ha esposto 50 colleghi al rischio di rappresaglie da parte della direzione. La sua condotta su questo è stata indicibile.

Di cosa avete paura?
Prima la paura era il Covid e di non riuscire a fare tutto quel che è necessario per i pazienti. Ora che questa vicenda è esplosa temiamo tutti di finire stritolati in una guerra interna che fa scivolare i problemi sullo sfondo perché le energie sono concentrate sul regolamento di conti contro chi ha segnalato la situazione. Ai colleghi che hanno firmato mi viene da dire che è stato un errore, in questo frangente, non coinvolgere i sindacati. Ma è anche vero che le denunce degli anni passati fatte anche tramite loro non sono bastate. Qui il grande assente è Regione Lombardia, perché il direttore generale ha certo le sue responsabilità, ma ce ne sono anche a livello più alto.

Cosa intende?
Tutti, a partire dalla direzione sanitaria, dalla stessa Cortellaro, dicono “succede in ogni ospedale”. Ma questo è il problema, si fa sempre conto sulla buona volontà e lo spirito di sacrificio degli operatori sanitari che ci sono dentro. In Lombardia, fuori di qui, crede che si sia lavorato per aiutarci? Mi riferisco alle delibere di Gallera e Fontana che in estate hanno dato per passata l’emergenza facendoci ripiombare in una situazione più grave in autunno.

Quale in particolare?
Ad esempio quella che alla fine della prima ondata ha riformulato gli obiettivi delle iso-risorse. In pratica attribuiva ai dirigenti un premio di risultato del 25% qualora fossero riusciti a recuperare almeno il 95% delle prestazioni ambulatoriali del 2019. L’obiettivo era recuperare l’arretrato delle prestazioni ordinarie, ma di fatto è stato un incentivo a smantellare i reparti Covid. E questo lo abbiamo pagato nella seconda ondata, quando nei reparti d’urgenza finiva di tutto perché quelli Covid della prima ondata non c’erano già più. Per non parlare dei materiali protettivi che ci ha visto nudi davanti al Covid.

In che senso?
Sa che qui ci sono stati 300 contagi tra il personale sanitario e amministrativo? Sa che dovevano farci i tamponi e non c’erano? Noi ci contendevamo anche le mascherine e i guanti. Tutti a chiedersi perché. Poi salta fuori che a fine maggio una delibera della giunta regionale ha aumentato gli incentivi economici ai direttori generali che riducevano le scorte di magazzino, compresi i reagenti che servivano per fare i tamponi. E’ questo che fa rabbia, questo trovarsi nudi e soli davanti al Covid che vale per i medici come per i pazienti. Mentre politici e dirigenza sanitaria, lontani dall’inferno, giocano a fare Dio e distribuiscono ricchi premi.

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Covid hotel, dopo nove mesi quello di Varese è solo sulla carta. L’albergo indicato al sindaco: “Siamo chiusi, non c’è alcun accordo con Ats”

Per un Covid hotel a Varese ci sono voluti nove mesi, un parto. Alla prima chiamata però, la struttura designata risponde: “Ci spiace, siamo chiusi”. Si presentava benissimo Villa Porro Pirelli, un gioiello del Settecento con parco secolare e grandi stucchi nel comune di Induno Olona. Sul sito pubblicizza già il cenone del Capodanno 2021, non il fatto che sia diventato un albergo per ospitare i positivi che non necessitano cure, anche se questo dice l’Ats Insubria in atti ufficiali. A sciogliere il dubbio è stato il sindaco di Varese in persona, lo stesso Davide Galimberti che già a marzo aveva (inutilmente) chiesto all’Ast di individuare strutture idonee per ospitare i positivi ma che, in mancanza di una risposta per nove lunghi mesi, si era attivato per proporre la riconversione di una ex clinica abbandonata a due passi dall’ospedale cittadino.

Niente ex clinica, che Covid hotel sia. Due giorni fa, l’Ats ha scritto al Comune una pec che indica le strutture convenzionate e le procedure per attivarle. Sono due alberghi per tutta la provincia, due per un’area che era stata risparmiata dalla prima ondata ma travolta dalla seconda, tanto da diventare l’epicentro del contagio al ritmo di 2-3mila nuovi positivi al giorno, poco meno dell’intera città metropolitana di Milano. E delle due, chiamando, si scopre che in realtà sono una e una soltanto. Villa Porro Pirelli infatti, con le sue 60 camere vista parco, è attiva e disponibile solo sulla carta.

Dal racconto di Galimberti trapela l’irritazione per il fatto che le autorità sanitarie abbiano riferito ai Comuni di strutture convenzionate che di fatto non ci sono. Ma la ricostruzione è a suo modo surreale. “Ricevo la richiesta di un cittadino di andare in un Covid hotel”, racconta Galimberti. Si attiva subito, erano le 21.30. “Ero tranquillo, perché l’Ats dopo molti mesi ha appena comunicato ai nostri uffici comunali le strutture convenzionate”. Galimberti gira la chiave della macchina amministrativa: “Seguo la procedura indicata, convoco il centro operativo comunale, i servizi sociali, chiamo l’hotel più vicino tra i due indicati per dire che oggi sarebbe arrivato un cittadino”. E alla fine si sente rispondere: “Scusi sindaco ma noi siamo chiusi”. E la convenzione con Ats che leggo qui? “Con Ats non abbiamo ancora concluso alcun accordo”. Galimberti ovviamente rimane di sasso. E alla fine dirotta il richiedente nell’altro albergo autorizzato, l’hotel Jet di Gallarate, che dista 30 chilometri. L’alternativa, in effetti, era solo sulla carta.

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Denunce, siluramenti, veleni: l’allarme dei 50 medici costretti a decidere chi salvare dal Covid diventa una faida interna agli ospedali San Paolo e Carlo di Milano

“Né eroi né codardi”. Un infermiere sale sul tetto del Dipartimento emergenza-urgenza del San Carlo per appendere uno striscione e urlare la sua verità alzando le braccia, altri manifestano e protestano. È ciò che si vede fuori dal Santi Paolo e Carlo, i due ospedali milanesi dove giovedì è esploso il caso della lettera di 50 medici che denuncia la carenza di mezzi e di personale e racconta di scelte “né clinicamente né eticamente tollerabili” e di camici bianchi “forzati a dilazionare l’accesso a terapie e tecniche“. In pratica, a negare l’intubazione a pazienti che ne avrebbero avuto bisogno. I professionisti coinvolti sono quelli del sindacato Usi, che ha proclamato uno stato d’agitazione che culminerà in uno sciopero il 14 dicembre. Ma anche dentro gli ospedali, a partire dai piani alti dell’Asst, c’è parecchia agitazione.

Dopo aver ridimensionato il problema, annunciato un audit interno e chiesto tutte le cartelle cliniche, il direttore generale Matteo Stocco nella notte ha rimosso il suo dirigente apicale dell’Unità Operativa Complessa DEA, il Dipartimento di Emergenza. La dottoressa Francesca Cortellaro da ieri non è più il direttore del dipartimento che si occupa della degenza breve e dei pronto soccorso, proprio le aree dove si è arrivati al collasso denunciato dai medici. Il tutto a emergenza ancora in corso, con 350 pazienti Covid da gestire.

La defenestrazione della primaria è un fatto grave e sorprendente anche per un altro motivo. Lo stesso direttore le aveva affidato una prima difesa d’ufficio dell’Asst e la Cortellaro non si era tirata indietro. Insieme al primario di rianimazione Stefano Muttini, aveva infatti sottoscritto una nota nella quale si dissociava dalle affermazioni dei colleghi rianimatori e infermieri, abbandonandoli così al timore di subire rappresaglie per l’iniziativa. L’indomani, replicava anche su Repubblica, bollando la loro lettera come “vergognosa”: “E’ falso quello che hanno scritto, al Pronto soccorso non sono mai state negate cure necessarie a salvare i pazienti Covid”.

Ma un documento che il Fatto.it ha potuto leggere dimostra il contrario. Il 26 ottobre, quasi un mese prima della lettera dei medici e rianimatori, la Cortellaro scriveva la stessa cosa in una mail inviata al direttore generale Stocco e in copia al direttore sanitario Nicola Vincenzo Orfeo: “Gent.mi, la situazione in entrambi i PS è esplosiva. Al San Paolo ci sono 40 pazienti in attesa di ricovero, su un totale di 77 pazienti presenti. Al San Carlo ci sono 77 pazienti dei quali 40 in attesa di ricovero in area Covid, senza alcuna possibilità di ricovero per almeno 24 ore. (…) In tale contesto non siamo in grado di garantire le cure ed assistenza adeguate ai pazienti”. La mail si conclude con una serie di richieste organizzative sul fronte del personale, tra cui quella di utilizzare un’area ex 118 per l’osservazione dei pazienti non Covid “al momento inutilizzata per mancanza di unità infermieristiche e di personale OSS dedicato”. Ultimo step, la non ricettività di entrambi i pronto soccorso per “almeno 24 ore”.

È un documento importante non solo perché fa della primaria defenestrata un capro espiatorio. La vicenda dei due ospedali milanesi sta assumendo connotati di rilevanza sanitaria e di salute pubblica in una Regione che si è presentata impreparata alla prova della seconda ondata tra tamponi, tracciamento, e vaccini. L’Asst dei Santi da due giorni tenta di ridimensionarla ma si scopre ora che il collasso era stato denunciato internamente da quasi un mese ai massimi i livelli. Le contromisure assunte dalla direzione non devono aver cambiato il quadro, se 23 giorni dopo la mail del primario 50 medici sono arrivati a firmare, col proprio numero di matricola, un documento che la inchioda alle sue responsabilità (e in qualche modo li solleva dalle loro). Non cercavano certo pubblicità. La lettera è stata mandata all’Asst come documento interno, non ai giornali. Al tempo stesso non era neppure clandestina, perché è stata affissa in guardiola per consentire a quanti lo ritenessero di firmarla. Diceva l’indicibile, questo è il punto. Ma solo una volta uscita dal cassetto e divenuta di pubblico dominio.

Nell’ingombrante silenzio di Regione Lombardia, la ricerca di una difesa d’ufficio ai piani alti dell’Asst non si mai è fermata. Da ieri tra i medici dei due ospedali gira una contro-lettera da firmare per sconfessare ulteriormente i colleghi e la loro denuncia. I primi firmatati sono i capi dipartimento, che sono i fiduciari del direttore Stocco. Tutti pronti a giurare che “le affermazioni (della lettera dei 50 colleghi, ndr) sono totalmente destituite da ogni fondamento” e “gravemente lesive della professionalità e dell’impegno” di tutti i medici dei due ospedali. E dunque la “massima solidarietà alla Direzione Strategica della ASST che si è sempre sforzata di organizzare al meglio i percorsi assistenziali e gestionali possibili senza mai far mancare al personale sanitario il supporto necessario in termini di attrezzature biomedicali, DPI, presidi terapeutici, sostegno logistico e reperimento delle risorse umane pur nelle attuali difficilissime contingenze”.

Tutte dichiarazioni che contrastano con una lunga serie di denunce, esposti, segnalazioni all’Ats di Regione Lombardia sulla carenza di personale e strumentazione nei reparti di PS che si sono susseguite negli ultimi due anni, senza trovare risposte. Tra le tante, la mancata convocazione del Comitato Aziendale sulla sicurezza, previsto dal decreto di aprile per la verifica dei protocolli di sicurezza a fronte di oltre 300 contagi tra i lavoratori dell’Asst. Tentativi di salvare se stessi e i pazienti che, all’apice della seconda ondata, sono culminati nella famosa lettera dei 50 medici. Forse chi ha firmato per sconfessare la loro denuncia non sapeva che quelle parole erano state anticipate, quasi un mese prima, proprio da chi gestiva le urgenze. A riprova dell’assoluta “spontaneità” dell’iniziativa, la contro-lettera viene anche diffusa dall’ufficio stampa dell’Asst che ha assecondato il tentativo di annegare la vicenda. Trasformandola in una sorta di referendum interno, con tanto di raccolta firme, sul potente direttore. E là fuori la scritta: “Né eroi né codardi”.

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Bruxelles, Sassoli riapre (in anticipo) l’ufficio presenze. Gli eurodeputati tornano a incassare la diaria con una settimana di anticipo

E’ durata 21 giorni esatti, non uno di più ma sette meno del previsto, la “dieta” degli eurodeputati che a fine ottobre avevano protestato alla notizia dell’improvvida chiusura dell’ufficio che registra le presenze a Bruxelles garantendo 323 euro di diaria al giorno, oltre lo stipendio di 6.600 euro. La chiusura era stata avvallata dal presidente David Sassoli a partire dal 2 novembre e la decisione gli costò vibranti mail di disapprovazione, nonostante lo scopo fosse frenare i contagi che galoppavano in Parlamento tra deputati, collaboratori, staff degli uffici.

La serrata doveva valere fino al 30 novembre, ma gli euroeletti non hanno resistito tanto: già il 18 novembre, alla conferenza dei presidenti, la maggior parte dei gruppi politici ha chiesto la riapertura a partire dal 23 e così è stato, in ragione del fatto che “le misure adottate congiuntamente dal Presidente, dall’Ufficio di presidenza e dal Segretario generale, in linea con quelle prese dalle autorità nazionali e regionali, hanno comportato una significativa diminuzione dei nuovi casi al Parlamento a partire dalla fine di ottobre, con una costante tendenza al ribasso nelle prime settimane di novembre, il che offre attualmente nuove possibilità”. Quella, nello specifico, di tornare a incassare la vecchia diaria.

E così l’ufficio dei registri riapre come una credenza, e tutti i deputati possono tornare a rifornirsi sereni in vista del Natale. La nota della Presidenza precisa che la decisione di accondiscendere le richieste “tiene conto del recente miglioramento della situazione pandemica, comunicato dal Presidente a tutti i deputati il 18 novembre 2020 sulla base del rapporto del Servizio medico, l’Ufficio di presidenza, mediante procedura scritta il 19 novembre 2020”.

Così le plenarie potranno essere fatte in presenza passando all’incasso nell’ufficio della discordia. La pressione esercitata deve essere stata forte perché a nulla è valso il principio di prudenza legato al fatto che appena fuori dal palazzo di vetro le misure restrittive sono state prorogate fino al 13 dicembre. In Belgio, infatti, la curva giornaliera dei nuovi contagi giornalieri è scesa significativamente da inizio mese, passando da 20mila a 4.500. Ma i positivi sono 554mila, la maggior parte proprio a Bruxelles.privilegi

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Milano, indagini al San Carlo e al San Paolo dopo la lettera-denuncia di 50 medici. La direzione si difende, i dottori temono rappresaglie. E il caso diventa politico

“La Direzione sanitaria degli Ospedali San Carlo e San Paolo di Milano ha immediatamente avviato indagini interne ed esterne all’Asst, al fine di effettuare tutte le verifiche necessarie nella più totale trasparenza nei confronti dei pazienti assistiti e dei loro familiari”. In tre righe, i vertici dei due ospedali promettono chiarezza su come è stata gestita l’emergenza nella seconda ondata. Il caso è emerso ieri, dopo che il fattoquotidiano.it ha rivelato i contenuti di una lettera pesantissima che 50 medici, tra anestesisti e rianimatori, hanno scritto alla propria direzione per rappresentare le estreme difficoltà in cui si sono trovati ad operare, con 350 posti letto già occupati, il Pronto Soccorso preso d’assalto, le barelle che si trasformano in letti e le sale di attesa in reparti, coi medici costretti “a fare scelte né clinicamente né eticamente tollerabili” e di essere “stati forzati a dilazionare l’accesso a terapie e tecniche“.

Il resto della nota (scarica il testo integrale) è una difesa d’ufficio che enumera i “rinforzi” reclutati dalla struttura da gennaio, nella misura di 97 medici e 94 infermieri, mentre il direttore generale Matteo Stocco assicura (a verifica appena annunciata) che “tutti i pazienti assistiti presso gli Ospedali San Carlo e San Paolo hanno avuto accesso alle cure intensive se bisognosi di tali cure e mai è stata negata ai pazienti le migliori cure possibili”. Proprio oggi è partita la richiesta di acquisire tutte le cartelle cliniche.

Diramata per raffreddare il caso, la nota non placa però le polemiche politiche, con diverse forze di opposizione che chiedono alla Regione e all’Ast di concentrarsi sul merito della denuncia e non dar corso a una “caccia alle streghe”. I Cinque Stelle chiedono che il caso sia tra i primi sulla scrivania della Commissione d’inchiesta Covid. Sul fronte Regione Lombardia non si registrano ancora reazioni alla vicenda, non ne parla l’assessore alla salute Giulio Gallera. Il rischio è che l’ente alla fine controlli se stesso. Il Pd chiede allora “a Fontana e Gallera di fare subito le dovute verifiche e di intervenire”.

Negli ospedali intanto succede altro. Da ieri i medici che hanno testimoniato quella situazione temono rappresaglie e hanno paura di parlare. Se lo fanno, è dietro assoluta garanzia di anonimato. “Non ci possono licenziare – ragiona uno di loro – ma da ieri qui si respira un’aria di terrore, mi è giunta voce della richiesta di verificare tutte le firme per identificare i medici uno per uno”. Qualcuno, teme la cacciata. “Se non succede, è perché abbiamo 350 ricoverati Covid e altrettanti non Covid da salvare”, è l’unica sicurezza, che non cancella però la paura di future iniziative sul fronte disciplinare. Nessuno parla coi giornali, anche perché su questo l’Ats dei due ospedali era già intervenuta nella prima ondata, su richiesta di Regione Lombardia, intimando i propri medici a non rilasciare interviste o interventi “in relazione all’emergenza Coronavirus”, se non preventivamente autorizzati.

Le lettera infatti nasceva come comunicazione interna per fornire alla direzione un circostanziato resoconto delle difficoltà in cui i medici si trovano a operare per le carenze di organico. Ma ai piani alti dell’Ats non è stata presa come una legittima richiesta di aiuto e confronto con la direzione, ma come un gesto sconsiderato e irresponsabile che mette in cattiva luce gli ospedali e la loro direzione perché insinua nei pazienti e nei loro congiunti il dubbio sulle cure ricevute. Foriero dunque di possibili conseguenze per chi l’ha firmata. Il documento non era destinato ai giornali. Finché era in un cassetto non disturbava nessuno. Il direttore Stocco, prima della pubblicazione, era stato intervistato proprio per parlare dei problemi dell’area critica. Pur ammettendo le difficoltà, non ha fatto alcun cenno alla lettera che era stata trasmessa e protocollata proprio il giorno prima.

Solo quando è diventata di pubblico dominio, la temperatura nei corridoi del San Paolo e San Carlo si è fatta rovente. I primari dei reparti emergenza e rianimazione Francesca Cortellaro e Stefano Stocchi sono stati convocati d’urgenza per chiarimenti e in serata hanno preso posizione dissociandosi pubblicamente dai colleghi. Su Repubblica, la Cortellaro ha poi parlato di “lettera vergognosa”, bollando come “falso quello che hanno scritto, al Pronto soccorso non sono mai state negate cure necessarie a salvare pazienti Covid”. Insomma, i colleghi avrebbero mentito. Ma non erano uno o cinque: erano cinquanta. E tutti operativi nell’area critica.

Se la lettera che scotta internamente viene trattata con piglio quasi militare, all’esterno è diventata un caso politico, sia per il clamore della denuncia che per il particolare momento che vede Fontana e la maggioranza in Regione impegnati da tempo a rivendicare la zona arancione per la Lombardia, anche sulla base della diminuzione della pressione negli ospedali negli ultimi giorni. La lettera racconta però cosa succedeva al loro interno. L’opposizione attacca. “Mentre Fontana si lamenta e parla di zona arancione, i suoi medici dagli Ospedali San Carlo e San Paolo scrivono una lettera che è un pugno nello stomaco”, dichiara il consigliere regionale Pietro Bussolati (Pd). “Fatti gravissimi che in questi mesi abbiamo denunciato con interrogazioni ed evidenziando la situazione, con forza e senza sosta, ricevendo risposte elusive e arroganti (anche dalla dirigenza sanitaria)”. L’auspicio è che “la direzione dell’ospedale prenda coscienza costruttivamente di queste grida per cercare di risolvere i problemi, e non intraprenda invece l’ennesima caccia alle streghe nei confronti di chi lotta giorno e notte in prima linea”. Rincara la dose il vicepresidente del Consiglio regionale Carlo Borghetti: “E’ comunque certo che quei medici hanno bisogno d’aiuto, così come tutti quelli in trincea negli altri ospedali dell’area metropolitana, e non vorremmo proprio che la Regione pensasse solo al reparto in Fiera”

Si muovono anche i Cinque Stelle. “Ho letto gli estratti della lettera, denuncia cose gravissime. Stavo giusto scrivendo una lettera al presidente della Commissione Covid perché su questa vicenda, gravissima, deve fare luce fino in fondo e senza condizionamenti”, dice il consigliere M5S Gregorio Mammì. “Una notizia del genere deve essere approfondita in quella sede, che è anche un modo per confrontare le diverse versioni dando ai medici che ha ritenuto di segnalare le inefficienze una sede e la copertura per farlo senza condizionamenti o rappresaglie. Ma posso dire che anche solo un richiamo scritto sarebbe inaccettabile”.

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Il direttore degli ospedali milanesi sotto accusa: “Abbiamo assunto tutto il personale possibile per garantire ai pazienti dignità e cure”

“E’ inutile negare l’evidenza. La seconda ondata ci ha travolti peggio della prima. Sono state settimane difficilissime, ma le contromisure che abbiamo messo in campo hanno consentito agli ospedali di tenere e non chiudere i pazienti nei ripostigli”. Matteo Stocco è il direttore generale degli Ospedali San Paolo e San Carlo di Milano, sul cui tavolo si materializza la lettera dei medici d’urgenza e dei rianimatori che denunciano il collasso dei reparti, tale che – si legge – “ci vediamo costretti a operare scelte relative alla possibilità di accesso alle cure, che non sono né clinicamente né eticamente tollerabili. Contro la nostra volontà e, soprattutto, contro la nostra coscienza umana e professionale, ci vediamo forzati a dilazionare l’accesso a terapie e tecniche potenzialmente curative e non poter trattare tempestivamente, con adeguata assistenza e in ambiente appropriato tutti i pazienti che ne potrebbero beneficiare”. La lettera è stata protocollata ieri ma Stocco – che ha una lunga carriera come manager della sanità lombarda e da due anni guida i due ospedali milanesi – non ne parla e prova a ridimensionare la denuncia, sostenendo che “quello che si poteva fare lo abbiamo fatto, è chiaro che il personale ha vissuto una pressione straordinaria”.

Partiamo dai dati sugli accessi, forse l’unica buona notizia
“Nelle scorse settimane abbiamo avuto punte di 130 accessi covid al giorno in contemporanea nei due pronti soccorso. Da qualche giorno, per fortuna, osserviamo una forte riduzione. Mentre le parlo ne abbiamo 46 covid e 38 non covid. Certo continuiamo ad avere 350 posti letto covid occupati e altrettanti in degenza ospedaliera. Eravamo arrivati ad avere il 54% di covid, e questo ovviamente ha avuto effetti su tutti i reparti”.

Medici e anestesisti dicono che manca personale per garantire cure a tutti. E sono costretti a scegliere
“Guardi io vado spesso nei reparti, sento l’aria che tira. E’ chiaro che l’ondata li ha messi sotto pressione, ma non siamo rimasti con le mani in mano. Da febbraio abbiamo assunto 28 tra anestesisti, pneumologi e infettivologi grazie alla deroga del governo sulle specialità, garantendo la copertura dei turni. Abbiamo anche aumentato gli infermieri di 14 unità, più altri 47 che abbiamo reclutato tramite un’agenzia interinale.

Non si poteva fare di più?
Guardi, probabilmente non riusciremo a spendere le risorse che la Regione ci ha messo a disposizione perché il problema è proprio trovare il personale. Nella prima ondata era coinvolto solo il Nord e si trovavano medici e infermieri dal Sud, ma ora l’emergenza è in tutta Italia e tutti cercano le stesse professionalità. Non a caso per gli infermieri ci siamo dovuti rivolgere all’interinale.

Le foto che pubblichiamo mostrano pazienti in barella che vengono visitati nella sala d’attesa
“Non sto a negare che abbiamo avuto giornate durissime, so che il discorso barelle fa effetto ma sono comunque letti che consentono agli operatori di lavorare, e sono serviti soprattutto per i pazienti in osservazione, molti dei quali – una volta stabilizzati – effettivamente sono stati dimessi nel giro di due o tre giorni e mandati a casa con la terapia. Ecco, questo ci tengo a dirlo: nonostante questa situazione, la dignità l’abbiamo garantita, non abbiamo messo la gente nei ripostigli o a dormire per terra. Al massimo erano in corridoio”.

Ma come è possibile, visto che la seconda ondata era ampiamente annunciata?
“Dall’esperienza fatta nella prima, abbiamo garantito delle prese accessorie d’ossigeno anche lungo i corridoi perché sapevamo che potevamo andare incontro a un’emergenza e i locali sarebbero finiti. Non abbiamo sbarellato la gente e tolto le barelle dalle ambulanze. Ripeto, non c’era gente per terra”.

Sa che ci sono stati 300 dipendenti contagiati da inizio emergenza, quanto sono “stressati” gli operatori dei suoi ospedali?
“Il problema dello stress lo sentiamo, ma abbiamo sempre garantito i minutaggi assistenziali in tutti i reparti. Sono perfettamente consapevole che con questi numeri abbiamo avuto giorni difficilissimi. Non abbiamo ancora smaltito le tossine della prima ondata e ci siamo ritrovati immersi nella seconda che è ben più potente, coi numeri che le ho dato. Nei reparti ci vado, sento l’aria che tira. Abbiamo istituto un servizio di supporto psicologico, si chiama “Camera di decompressione” che supporta chi ne ha bisogno. E funziona”.

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Milano, il grido dei medici del San Paolo e del San Carlo costretti a decidere chi salvare: “Le carenze erano ben note, ora ci troviamo a fare intollerabili scelte sull’accesso alle cure”

“In assenza di queste risorse critiche, ci vediamo costretti a operare scelte relative alla possibilità di accesso alle cure, che non sono né clinicamente né eticamente tollerabili. Contro la nostra volontà e, soprattutto, contro la nostra coscienza umana e professionale”. E’ un passaggio della lettera che una cinquantina tra medici d’urgenza e rianimatori degli ospedali San Carlo e San Paolo di Milano hanno consegnato alla loro direzione sanitaria. Ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere questo grido di aiuto che sembra arrivare dalla pagina più nera della pandemia, mentre il presidente della Regione Fontana dà per raggiunto il “picco” dei contagi, profetizza la discesa, parla del Natale e chiede che la Lombardia “rientri in zona arancione” prima possibile.

Tra gli ospedali in sofferenza a Milano ci sono anche i Santi Paolo e Carlo. I pronti soccorso, riuniti sotto un’unica Asst, nelle scorse settimane sono tra i più sovraffollati della città, con punte di accesso da 130 pazienti covid al giorno a fronte di 350 posti letto covid occupati. Da febbraio la direzione ha assunto 22 medici per l’emergenza e ha aumentato gli infermieri di 17 unità, ma evidentemente, non sono bastati a evitare il collasso che è testimoniato anche dalle foto di pazienti (scattate la scorsa settimana) che stazionano nelle sale d’attesa trasformate in sale di visita improvvisate perché quelle fisse erano piene.

Dal punto di vista di chi lavora in trincea la situazione non è cambiata, nonostante negli ultimi giorni siano calati gli accessi ai pronti soccorso. Tanto che, scrivono medici e rianimatori firmatari della lettera “ci vediamo forzati a dilazionare l’accesso a terapie e tecniche potenzialmente curative (intubazione orotracheale e ventilazione non invasiva) e non poter trattare tempestivamente, con adeguata assistenza e in ambiente appropriato tutti i pazienti che ne potrebbero beneficiare”.

La lettera va dritto al punto. “Egregi direttori, siamo professionisti impegnati nella gestione dell’emergenza Covid (emergenza prevista, attesa e che, ciononostante, vede la nostra struttura largamente impreparata), Vi scriviamo per esprimere la nostra grande preoccupazione per la situazione che si è creata in ospedale e il nostro fermo dissenso verso una politica che ci impedisce di esercitare la nostra professione in scienza e coscienza, soprattutto a causa della carenza di mezzi tecnici e umani indispensabili nel frangente in cui ci troviamo ad operare”.

I rianimatori si riferiscono “innanzitutto alla drammatica, e purtroppo ben nota, carenza di posti letto, non solo in terapia intensiva, ma anche nei reparti di degenza ordinaria e nei reparti con possibilità di monitoraggio, dove ricoverare pazienti candidati a trattamenti subintensivi, indispensabili per la cura di gran parte dei pazienti Covid”. Un’emergenza che in realtà non nasce col Coronavirus. “Prevedendo opportune implementazioni tecniche e la presenza di un adeguato numero di Professionisti, formati secondo standard internazionalmente validi e riconosciuti, molti pazienti affetti da polmonite da covid, in particolare quelli non candidabili a terapia intensiva, potrebbero essere adeguatamente trattati anche in aree di degenza medica, come avviene in molti altri ospedali”.

Il riferimento è all’insufficienza di personale medico, infermieristico e ausiliario, “specialmente di area critica, neppure lontanamente colmata da personale assunto ad hoc, introdotto in reparti altamente specializzati con una formazione sempre più spesso frettolosa e sommaria”. Ed era, secondo la denuncia, una carenza “gravissima e nota ben prima della pandemia”.

Qui il passaggio più drammatico del testo: “Purtroppo, in assenza di queste risorse critiche, ci vediamo costretti a operare scelte relative alla possibilità di accesso alle cure, che non sono né clinicamenteeticamente tollerabili. Contro la nostra volontà e, soprattutto, contro la nostra coscienza umana e professionale, ci vediamo forzati a dilazionare l’accesso a terapie e tecniche potenzialmente curative (intubazione orotracheale e ventilazione non invasiva) e non poter trattare tempestivamente, con adeguata assistenza e in ambiente appropriato tutti i pazienti che ne potrebbero beneficiare”.

L’accusa alla direzione sanitaria è diretta. “Di queste “scelte”, anche se dettate da decisioni politiche apicali miopi, noi avvertiamo il peso; di queste responsabilità morali, di nuovo, noi avvertiamo il peso. Scelte di chi avrebbe potuto decidere, e non ha deciso per tempo, anzi, con dovuto anticipo, di riorganizzare, di richiamare più personale formato, di aprire più posti letto monitorati per pazienti affetti da covid”.

Con grande fatica, si legge ancora nella denuncia “cerchiamo, tuttavia, di offrire i migliori trattamenti a tutti i nostri pazienti, qualunque sia la loro gravità, gestendo per molti giorni in Pronto Soccorso il maggior numero possibile di pazienti, finché non riusciamo a offrire loro un posto letto. E anche quando non siamo in grado di guarire, cerchiamo energie e risorse per garantire sollievo e dignità nelle fasi finali della malattia, tanto nei reparti quanto sulle barelle del PS”.

I camici bianchi si sentono “abbandonati nella cura dei nostri malati e non percepiamo né una radicale presa di posizione a loro favore, né alcuna tutela nei nostri confronti da parte dei vertici aziendali. Per questo chiedono ancora “più attenzione alle necessità di ricovero urgente dei pazienti critici e una maggiore tutela qualora ci vedessimo costretti ad operare scelte dettate da condizioni che trascendono la cura dei malati stessi. Chiediamo, inoltre, un’urgente e sostanziale implementazione dell’organico di Pronto Soccorso e dei reparti di Area Critica, che da troppo tempo lavorano in condizioni di costante sovraccarico, ulteriormente aggravato dall’attuale emergenza.
Chiediamo, infine, più attenzione alle esigenze di cura e di ricovero per tutti i pazienti che accompagniamo nelle fasi ultime di malattia e che hanno diritto di ricevere una ancor più doverosa e dignitosa assistenza nel fine vita”.

L’auspicio finale: “Speriamo che questa lettera riceva la dovuta attenzione e smuova un sistema di emergenza sanitaria intra ospedaliera che sta collassando e che sta determinando gravi ripercussioni per i pazienti e per noi operatori. Per parte nostra non siamo disponibili a fare da sponda a carenze tecniche e di organico che sono note da tempo e che abbiamo denunciato. Ogni scelta dettata non da necessità cliniche, ma da carenze di sistema (mancanza di posti letto, mancanza di presidi, carenza di assistenza ai pazienti per mancanza di personale), e che pertanto si contrappone alla nostra volontà di operare sempre secondo scienza e coscienza, non verrà in alcun modo avallata”.

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Medici, le Regioni li cercano anche all’estero ma ignorano quelli stranieri che sono già qui: “Bandi Ats ci tagliano fuori per la cittadinanza”

“Sono un medico iscritto all’Ordine, da tre anni lavoro all’emergenza-urgenza in Veneto. Ogni giorno porto malati Covid al pronto soccorso, ma lì mi devo fermare: per lo Stato, purtroppo, non posso lavorare direttamente”. Artes Mameli, dottoressa albanese di 28 anni, è coordinatrice dei giovani medici per l’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi). Anche lei fa parte di un grande “esercito bianco” di medici e infermieri che restano fuori dalle corsie, anche se sulla porta-vetri degli ospedali sbattono le raffiche della seconda ondata, e ogni regione ne lamenta la disperata mancanza. “In realtà ci lavoriamo, ma restando sempre ai margini, tramite cooperative o nel privato, sempre a partita Iva. E come me, migliaia di altri medici”.

Ed ecco servito il paradosso: da inizio emergenza le Regioni lamentano la mancanza di personale sanitario, ma nulla fanno per usare quello straniero che già hanno. Piuttosto che impiegarlo, lo vanno a cercare all’estero. Parlano italiano, sono iscritti ai rispettivi albi professionali e sono medici e infermieri a tutti gli effetti. Sono meno capaci di quelli italiani? Sono meno volenterosi? Hanno lauree e abilitazioni di serie C? Nulla di tutto questo, l’esclusione dei medici stranieri si deve a un pezzo di carta: il requisito della cittadinanza italiana. “E’ surreale ma è così – denuncia Artes – . Regioni e Ats escludono sistematicamente i professionisti stranieri, nonostante il Governo abbia disposto una deroga fin dalla prima ondata. La verità? In Italia, purtroppo, sono ancora burocrazia e discriminazione a dettar legge”.

Il nostro Paese scopre così, nella stagione più drammatica dal suo dopoguerra, il prezzo delle scelte xenofobe degli ultimi 20 anni e della mancate politiche di immigrazione e integrazione qualificata. Miopia, burocrazia e pregiudizio stanno impedendo anche oggi, con gli ospedali prossimi al collasso, di reclutare nel pubblico una forza lavoro che sarebbe pronta a entrare in reparto. A sbattergli la porta in faccia sono proprio le amministrazioni delle Asl e degli ospedali che ne avvertono la mancanza. Sono loro a bandire concorsi con il requisito ad excludendum della cittadinanza italiana o europea e lo fanno pure contra legem, perché il Cura Italia aveva aperto le porte del Servizio sanitario nazionale ai professionisti stranieri.

L’articolo 13 del decreto di marzo consente l’assunzione temporanea – fino a fine emergenza – di personale sanitario non appartenente all’Unione Europea, purché titolare di permesso di soggiorno che “consente di lavorare, fermo ogni altro limite”. Dalle regioni e dalle loro emanazioni sanitarie territoriali si è però levato un muro di gomma. Succede ovunque servirebbero rinforzi: a Bergamo, Civitavecchia, a Matera (il bando è ancora in corso), in Umbria. Fino al caso del Piemonte che, con 10 bandi tutti per medici di cittadinanza italiana, ha spinto tre associazioni mediche a denunciare pubblicamente il mancato rispetto della norma. Tra queste proprio l’Amsi, il cui presidente è il fisiatra israeliano Foad Aodi, e dal 2002 è consigliere dell’ Ordine dei Medici di Roma. “Stiamo vivendo una pagina nera. I medici stranieri in Italia che potrebbero aiutare i loro colleghi sono un esercito di invisibili che trova spazio solo nel privato o ai margini del sistema. Succede da sempre, ma che succeda mentre la gente muore è inaccettabile”. Anche perché all’estero, Berlino e Parigi in testa, si lavora nella direzione opposta.

I numeri
Sul territorio nazionale sono 77.500, tra cui 22 mila medici e 38 mila infermieri. Tra i medici, solo 5 mila lavorano nel pubblico, oltre 15 mila sono assunti nel privato (e, nelle cliniche, spesso sottopagati) e circa 2 mila lavorano da liberi professionisti. Quasi il 60% di loro, dunque, lavora fuori dalla sanità pubblica. Questa la fotografia, questo il problema. “Ad aprile il governo aveva approvato una deroga che avrebbe consentito di impiegare i medici stranieri ma è rimasta sulla carta. Le regioni fanno come vogliono, la maggior parte l’ha interpretata a piacimento. Il Veneto, ad esempio, ha preferito cercare sanitari in Romania piuttosto che impiegare quelli sul suo suolo. E ancora non bastano, perché ne va cercando 1300. Perfino il Piemonte lo ha fatto. E noi giustamente lo abbiamo denunciato”.

Il caso Piemonte, il contro-caso Emilia Romagna
La regione di Cirio è emblematica. Venerdì è rimasta con 10 posti di terapia intensiva nei suoi reparti. Lunedì, per tutta risposta, annuncia una “task force” per aumentarle. Ma contestualmente ammette la mancanza di personale per attivarle, e apre alla possibilità di impiegare gli specializzandi in rianimazione. Eppure è la stessa che con una delibera ha escluso tutti i medici extracomunitari, anche se sono in regola e pagano le tasse ed esercitano la professione medica. “E’ una cosa francamente inaccettabile ma deve essere risolta una volta per tutte spazzando via la discriminazione”. Che dietro l’esclusione non si celino ragioni insormontabili lo dimostra il caso opposto dell’Emilia Romagna. Fin da subito la regione di Bonaccini ha scommesso sull’apporto dei medici stranieri. L’indomani della deroga inserita nel Cura Italia ha emanato bandi ad hoc per il loro reclutamento: Manifestazione di interesse per esercizio temporaneo professione sanitaria conseguita all’estero e regolata da specifiche direttive dell’Unione Europea (in attuazione dell’art. 13 del Decreto-Legge del 17 marzo 2020 n. 18.).

La proposta: “Cittadinanza dopo 5 anni”
L’associazione aveva avanzato una proposta. “I medici stranieri possono fare la differenza nell’emergenza Covid. Per consentire il loro apporto abbiamo chiesto che chi ha un’esperienza lavorativa di almeno 5 anni in Italia sia ammesso ai concorsi pubblici – afferma il presidente Amsi – e che, dopo averlo passato, possa iniziare il suo percorso verso la cittadinanza. E’ una soluzione che non trova ostilità da parte dei colleghi italiani perché siamo tutti allineati sulla necessità di tutelare le qualifiche dei medici al di là della provenienza o del colore della pelle. Non c’è concorrenza al ribasso, non c’è competizione tra medici. Siamo tutti allineati sul pagarli di più e anche quelli italiani sono d’accordo nel trattare gli stranieri non come medici di serie B, che vergono utilizzati per tappare i buchi nei tempi normali, perfino ignorati nell’emergenza piuttosto che riconosciuti. C’è solo una cosa ci allontana, ed è la politica discriminatoria. Gli stessi italiani dicano “basta”.

Germania e Francia, cittadinanza per meriti di servizio
E’ esattamente quel che stanno facendo i nostri vicini d’Oltralpe, Germania e Francia in testa. Proprio oggi il governo francese ha annunciato l’intenzione di accelerare la “naturalizzazione degli stranieri in prima linea che hanno dato un contributo fondamentale nell’emergenza”. Medici e infermieri ma non solo, anche netturbini, cassiere. Il ministro dell’Interno anticipando un vademecum per le prefetture. Anche la Germania chiede anche ai medici migranti di aiutare a combattere il coronavirus. La Sassonia, dove più forte picchiano i dati, ha aperto il dibattito avviando una campagna che invita i medici stranieri, a partire dalle migliaia di rifugiati siriani approdati dal 2015, a farsi avanti. “Chiunque sia in grado di aiutare si metta in contatto”, recita lo slogan dell’associazione medica di Lipsia.

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