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Final Fantasy VII Remake: con grafica al top ed una trama curata, il ritorno di uno dei classici più amati non delude











1997, una copertina completamente bianca con solo un logo e tre cd, un’enormità per i lontani tempi della Playstation. 2020, una nuova versione di Final Fantasy 7 esce per PlayStation 4, su due dischi, due Blu Ray che contengono un ammontare di dati dieci volte più maggiore rispetto al gioco originale, e che allo stesso tempo ne sfiora solo la superficie, prendendosi del tempo per raccontare una storia, dividendola in più capitoli, portando quello che forse è stato uno dei videogiochi più importanti della storia a un nuovo livello, ma anche a qualcosa di diverso, un ponte tra le generazioni di giocatori, da attraversare assolutamente.

Midgar, la città da cui tutto ha avuto inizio è lo scenario di questo primo capitolo, immensa, nella sua nuova veste grafica lascia intravedere fin dal filmato iniziale la bellezza e la potenza visiva di cui questo Remake è capace; visivamente il gioco di Square Enix è veramente immenso, probabilmente una delle vette più alte mai raggiunte sulla console di Sony, gli effetti di luce e quelli particellari, le ombre, le espressioni facciali dei personaggi, è tutto studiato per sorprendere il giocatore, per attirare la sua attenzione, per emozionarlo, difficilmente rimarrete impassibili davanti a un sorriso di Tifa o a una smorfia di Barret, il tutto nelle prime ore di gioco, portandovi a volere andare avanti, senza esitazione.

Se al primo impatto è la grafica a lasciare disarmati, la trama è quella che da il colpo di grazia al giocatore, mettendo in scena qualcosa di classico, e riempiendolo di sfumature, di tanti particolari che nel gioco originale venivano solo accennati, dimostrando non solo amore per la storia originale ma anche per i giocatori, andando a toccare le corde di chi lo aveva amato in origine e anche di chi, per la prima volta si immergerà nel mondo di Final Fantasy 7. Per quanto possa sembrare strana questa affermazione, il lavoro di Square Enix nel cercare di accontentare due generazioni cosi diverse di giocatori è stato esemplare, dando la possibilità a chiunque di avvicinarsi a un mondo complesso ed estremamente vivo, come quello del settimo capitolo della saga.

L’inserimento delle sottotrame permette al giocatore di vedere con occhi nuovi vari personaggi che nell’originale venivano relegati al semplice ruolo di comparsa, donando cosi uno spessore raro di questi tempi in qualsiasi produzione videoludica; Jessie ne è l’esempio più lampante, nel gioco originale compariva soltanto all’inizio, e ci si dimenticava praticamente subito della sua esistenza, in questa nuova versione diventa una presenza importante per il plot narrativo, capace di far riflettere il giocatore su quello che rappresenta un gesto estremo come far esplodere il reattore nel primo capitolo di gioco, non solo buoni contro cattivi, ma molte sfumature di grigio, che fanno riflettere.

Il gameplay presenta un combat-system bilanciato tra il passato e il presente della serie, la pausa tattica è un’ottima interpretazione del vecchio combattimento a turni: un equilibrio fra azione e strategia, profondo e che regala emozioni fino alla fine del gioco; uno dei punti di forza è la grande diversità dei singoli personaggi, che coprendo ruoli complementari, vengono in contro ad ogni tipo di esigenza bellica del giocatore; ad esempio Cloud è un personaggio bilanciato e ottimo per la gran parte delle situazioni, Tifa è una scheggia negli spostamenti e non lascia possibilità di scampo a corto raggio, mentre Barret è perfetto per affrontare le situazioni che devono essere affrontate dalla distanza.

Ovviamente oltre alle peculiarità base dei personaggi troviamo le immancabili magie, ma anche abilità uniche per ognuno di loro, che permettono una costruzione strategica accurata, atta ad abbattere qualsiasi nemico si pari davanti al nostro gruppo. Nel complesso dunque il combat system di Final Fantasy 7 è profondo ed estremamente stratificato, ma anche dinamico e tattico, senza contare la gestione delle risorse e delle materia, insomma tutto quello che un fan di vecchia data poteva volere, ma che sicuramente impegnerà in maniera positiva anche i nuovi arrivati.

Gli innumerevoli boss fight rappresentano poi rappresentano l’apice dei combattimenti, molti boss possono essere indeboliti colpendo gli arti, o imparandone le meccaniche e colpendo con la magia adatta al loro punto debole regalando momenti di un epicità unica, il tutto fino alla fine del gioco, il che non è una cosa da poco.

Il comparto sonoro è di altissimo livello, con le classiche musiche di Final Fantasy 7 reinterpretate in modo da potersi adattare alla situazione che viviamo, pronte a cambiare di intensità su un combattimento e a tornare più leggere nei momenti rilassati, un sistema splendido che rapisce il giocatore anche dal punto di vista sonoro, come se quello visivo e di gameplay non bastassero; ovviamente per rendere meno pesante l’attesa al secondo capitolo esiste un endgame, compreso di new game plus che vi permetterà di recuperare le missioni secondarie lasciate indietro, e di sbloccare armi e boss fight segrete, insomma, anche finendolo una volta avrete voglia di un secondo giro, anche solo per platinarlo.

In definitiva Square Enix forgia un gioiello che rimarrà nel cuore di qualsiasi giocatore, riuscendo nell’intento di equilibrare vecchio e nuovo, in quella che sarà davvero una attesa spasmodica per il nuovo capitolo, che speriamo tutti arrivi presto.

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Resident Evil 3, nel remake ottima la grafica ma la svolta action potrebbe far storcere il naso ai puristi della saga









Il ritorno di Resident Evil 3 è un sogno per tutti quegli appassionati della serie che, per molto tempo, hanno sperato di sentire nuovamente il terrificante urlo di Nemesis; a differenza del suo predecessore però, il “nuovo” Resident Evil 3 è una reinterpretazione del titolo classico, una scelta quella di Capcom che comporta dei pro ma anche dei contro.

Durante l’invasione zombie che attanaglia Racoon City, troviamo una Jill Valentine pesantemente provata dagli eventi di Villa Spencer – set del primo capitolo della saga – che si prepara a fuggire, facendo appello a quel briciolo di sanità mentale che le rimane, trovandosi contro una città che non la vuole lasciare andare ed il Nemesis, potente arma di morte programmata dalla Umbrella Corp al solo scopo di uccidere i membri S.T.A.R.S. rimasti, tra cui proprio la protagonista.

Un introduzione adrenalinica da’ il via a Resident Evil 3 Remake che in parte abbandona la sua connotazione da survival horror per assumere invece caratteristiche decisamente più action, e perdendo in questa trasformazione delle aree iconiche della versione originale, ottenendo un tragitto più lineare ma sicuramente meno frammentario rispetto alle sue origini, con quel sapore di film d’azione che ben si sposa con l’ambientazione del gioco. La presenza di file e documenti di vario genere, permettono al giocatore non solo di trovare utili indizi per poter aprire gli armadietti che custodiscono svariati bonus, ma aggiungeranno anche tasselli al mosaico della storia, sicuramente ricco nonostante la natura del gioco.

Tornando a Jill e al suo compagno di fuga Carlos, entrambi hanno subito non solo un restyle puramente grafico ma anche per quanto riguarda l’approfondimento generale dei personaggi, portando ad avere due protagonisti sicuramente carismatici e dei comprimari che non sono solo semplice macchiette, dando ancora di più a trama e ambientazione uno spessore che nell’originale non era presente.

L’inserimento della schivata è un ulteriore passo fatto verso una versione molto più action di Resident Evil 3, dando la possibilità al giocatore di uscire da situazioni molto complicate, che avrebbero altrimenti richiesto un dispendioso uso di preziosi proiettili; di contro, proprio questa svolta dedita all’azione priva i giocatori storici di una sezione particolarmente ricca di enigmi, ma allo stesso tempo rende finalmente la trama più snella, collegandosi perfettamente al capitolo precedente. Se graficamente Racoon city e i suoi mostri si rivelano in ottima salute e il Nemesis in tutto il suo splendore e cattiveria è determinato a costringerci a battaglie sempre più adrenaliniche, dove si trovano i difetti del titolo?

Purtroppo qualche sbavatura è presente, a partire dalla facilità del gioco, che a livello normale richiede poche ore per essere finito, anche se promette ricompense per i temerari che si cimenteranno ai livello di difficoltà più elevati; l’altro difetto, se cosi vogliamo chiamarlo è l’esiguo numero di enigmi, che potrebbe far storcere il naso ai puristi della saga, trovando un gioco davvero troppo votato all’azione e non più il Resident Evil che conoscevano. Tutto sommato problematiche che però non vanno a minare la bontà della produzione generale che si assesta su ottimi livelli e che sicuramente farà saltare dalla sedia più di un giocatore, almeno fino al prossimo remake, sempre se Capcom vorrà continuare a percorrere questa strada.

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PC Engine Core Grafx Mini, la retroconsole di Konami porta sul mercato europeo un pezzo della storia videoludica giapponese – la nostra prova









PC Engine Core Grafx Mini è il nome della piccola console, prodotta da Konami, che arriverà sul mercato a fine mese, mettendo a disposizione anche dei giocatori europei un pezzo di storia videoludica giapponese, quella che negli anni 80 e 90 vedeva la console di NEC essere una delle più vendute in assoluto su territorio nipponico.

Il gioiello di casa Nec era già in origine di dimensioni contenute, ma questa versione “mini” riduce ancora di più le sue grazie, custodendo al suo interno ben 57 giochi; avrete letteralmente sul palmo della mano il meglio che il Pc Engine/Turbografx offrisse in quegli anni, permettendovi cosi di mettere le mani su alcuni titoli, che per rarità e prezzo, sono diventati solo per una nicchia di collezionisti.

Nella confezione troverete, oltre ai classici cavi per il collegamento alla tv ( HDMI ) ed alimentazione (microUSB), un Pad con fattezze e soprattutto feeling identico a quello originale, che si rivela essere una delle qualità più importanti del prodotto di Konami, visto che ciò permette al giocatore di rivivere un esperienza unica tramite un controller che forse ha visto solo in una fotografia. Il feeling dato dai piccoli tasti concavi e dalla croce direzionale è unico in più, sulla la versione europea da noi recensita, il pad è fornito di Autofire, funzione che da la possibilità di affrontare con maggiore facilità l’osticità di alcuni degli shooter presenti, cosa non da poco rispetto alla versione giapponese della console, dove il joypad fornito ne è privo.

L’enorme parco titoli presente all’interno del Core Grafx Mini porta sicuramente a paragonarlo ad altre rivisitazioni “mini” di console del passato uscite sul mercato negli ultimi anni, dimostrando la buona volontà da parte di Konami di dare accesso a quanti più giochi possibili, riunendo davvero il meglio che nel corso degli anni e delle sue varie revisioni questa console ha saputo dare, dalle splendide conversioni di titoli da sala giochi come Ghouls and Ghost e R-type, a titoli esclusivi del calibro di Castlevania: Rondo of Blood e Snatcher, quest’ultimo uno dei primi giochi creati da quell’Hideo Kojima che darà vita alla saga di Metal Gear Solid. Se da un lato la grande abbondanza di titoli è un vero e proprio tesoro da riscoprire, dall’altra la mancanza almeno della lingua inglese su alcuni titoli ne mina la giocabilità, come per i pochi giochi di ruolo o lo stesso Snatcher sopra citato; secondo alcune voci, in un futuro è possibile che venga rilasciato un aggiornamento contenente la traduzione per quei giochi rimasti esclusivamente in giapponese, ma per ora tocca armarsi di pazienza e di traduttore per poterne usufruire.

I menù della console, fin dalla scelta della lingua sono a dir poco meravigliosi, con la piccola mascotte di Nec che si aggira per le finestre di selezione, o che si addormenta in un angolo, mentre noi scegliamo in che modo visualizzare su schermo i giochi, con una buona varietà di combinazioni visive tra 4:3, pixel perfect, wide e stretched mode; immancabile la possibiltà di inserire le scanlines ( linee verticali tipiche degli schermi a tubo catodico) che tendono ad addolcire le forme dei giochi, soprattutto su schermi molto grandi come quelli usati in questa generazione.

Molto bella scelta di rappresentare l’inserimento della cartuccia o del CD del gioco selezionato tramite un animazione in pixel art che non può che sottolineare nuovamente tutta l’attenzione per i dettagli che è stata usata durante la produzione del Pc Engine Mini, segno del grande affetto che in terrà nipponica si ha ancora per questa piccola macchina delle meraviglie.

Attualmente il Pc Engine Mini è in preorder su Amazon, unica piattaforma ufficiale di distribuzione e potrà essere acquistato a fine mese, con la possibilità se si vorrà, di aggiungere un secondo pad, per una sfida con gli amici, a cui far conoscere un pezzo di storia del videogioco, cosi lontano nel tempo eppure ancora cosi divertente.

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Animal Crossing: New Horizon, un’esperienza rilassante senza obiettivi e limiti di tempo – la nostra prova





Animal Crossing: New Horizon, nuovo capitolo dello storico social simulator di casa Nintendo arriva su Switch e promette di portare i giocatori su un isola deserta, per vivere un esperienza rilassante e votata al giocatore stesso, togliendolo dalla gestione di un intera città e mettendolo alle prese con una vera e propria colonizzazione dell’isola, dandogli tutto il tempo necessario per decidere come svilupparla in tutta calma.

Animal Crossing è un gioco controcorrente: niente obbiettivi, niente limiti di tempo, l’unico vero compito che dà è quello di abitare spiritualmente l’isola e soprattutto di viverla, senza nessuna fretta. Un elemento che contraddistingue questo nuovo capitolo rispetto ai suoi predecessori è il crafting, molto più accentuato rispetto ai precedenti e che da al player la possibilità di costruire gli oggetti necessari per le proprie attività, senza dover investire un cospicuo numero di stelline per l’acquisto, ovviamente questi oggetti si rovinano con l’utilizzo, e starà al giocatore usarli al meglio e produrli al bisogno.

Ovviamente col passare del tempo si avranno a disposizione sempre nuovi progetti per la costruzione, andando ad ampliare guardaroba, mobilio e tutto quello che può essere utile per la vita sull’isola; allo stesso tempo, mentre si esplora il territorio e si rende sempre più unica la propria tra isola, si potrà tramite una speciale valuta comprare dei biglietti per visitare altre isole a sorpresa, dove sarà possibile trovare oggetti rari e conoscere viaggiatori da poter invitare nel proprio piccolo villaggio, popolandolo piano piano, come una piccola oasi lontana nel tempo.

Ancora sono tanti i piccoli ritocchi che New Horizons incorpora e cambia dal precedente capitolo, ma scoprire poco a poco le gioie della propria isola è parte del divertimento, e non vogliamo raccontarvi tutto quello che potrete trovare; di sicuro, Animal Crossing: New Horizons è una piccola gemma che sulla portatile di Nintendo vi saprà tenere per mano diverse ore, complice le sue musiche orecchiabili, lo stile semplice e colorato e l’assoluta certezza di un momento di svago, su un isola dedicata solo a voi.

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Doom Eternal: il nuovo capitolo è ancora più brutale ed estremo del predecessore, accompagnato da una cura maniacale per grafica ed effetti sonori














Dopo il rilancio di Doom del 2016, id Software ritorna su uno dei franchise più famosi di sempre per dare ai giocatori un seguito ancora più brutale, estremo e aggressivo che supera su tutti i fronti il suo predecessore.

Doom Eternal è ambientato otto mesi dopo il capitolo precedente, con un pianeta terra totalmente assogettato dalle forze demoniache, tentando il tutto per tutto, il Doom Slayer ritorna con una missione estrema, nel cuore del male per liberare l’umanità una volta per tutti.

Al di la della trama da film d’azione che spiega tutto nel finale, obbligando il giocatore a leggere parecchi file testuali, è veramente difficile trovare difetti nella produzione id Software che fortifica il concept del capitolo precedente portando all’estremo la frenesia, la tecnica e la qualità globale; In una festa di esplosioni, proiettili e sangue Doom Eternal diventa un nuovo termine di paragone per gli FPS story driven, la maggiore velocità di movimento del protagonista e dei nemici, assieme alla possibilità di eseguire un doppio scatto, moltiplica notevolmente la mobilità, finalizzata a spostamenti rapidi e costringendo il giocatore a diventare una macchina perfetta.

Mescolate tutti questi nuovi ingredienti e aggiungete le funzionalità delle armi, i moveset e gli attacchi diversificati dei nemici, la densità folle delle arene, una maggiore verticalità degli spostamenti e del raggio d’azione, e avrete una chiara idea di quanto idSoftware abbia riempito di steroidi la sua creatura. Ma non basta, perché la tronfia ipertrofia del gameplay prevede che ogni arma abbia due moduli intercambiabili, dei potenziamenti extra che ne cambiano le funzionalità, le rune che indirizzano con più precisione lo stile di gioco, e delle abilità passive che possono ulteriormente velocizzare le uccisioni epiche e la ricarica di armi, granate e scatto.

L’integrazione delle sezioni a piattaforme è indolore, se pur con qualche punta particolarmente impegnativa non viene snaturato il fulcro della serie, capiterà di esibirsi in salti acrobatici per poter recuperare alcuni potenziamenti altrimenti imprendibili, ma ripagandoci con bonus che possono renderci la vita più facile contro le forze demoniache. I tanti bonus e perk sbloccabili per il Doom Slayer si trasformano in una varietà di gioco elevata, che unita alle 15 ore di campagna si trasformano un’ottima rigiocabilità soprattutto ai livelli di difficoltà più elevati.

Nei granitici 60fps a cui gira, che sia console o Pc, Doom Eternal dimostra muscoli grafici impressionanti, con effetti di luce e particellari che lasciano a bocca aperta, mentre ci dirigiamo a tutta velocità contro un demone alto tre metri, scaricandogli addosso tutto il piombo di cui siamo armati; anche le musica dice la sua con pezzi che variano dal metal alla musica elettronica fino ad arrivare alla musica orchestrale rivelando una cura dei particolari per il gioco di id Software maniacale, che tra grafica e sonoro non si risparmia regalando un esperienza adrenalinica e unica nel suo genere.

In definitiva, Doom Eternal è un gioco di una potenza visiva incredibile, dalla giocabilità sopraffina e che promette scintille anche nel multiplayer, attivo dalla data di uscita, un must have per chi ama gli fps!

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Ori and the Will of the Wisp, il secondo capitolo del platformer per PC ed Xbox colpisce con la sua atmosfera fiabesca








Ori and the Will of the Wisps arriva dopo cinque anni dal primo apprezzato capitolo Ori and the Blind Forest, un Action /Platformer Metroidvania dai colori sgargianti e dalle ambientazioni fiabesche che ha portato gli esordienti di Moon Studios sulla vetta dell’olimpo Microsoft, donando alla console della grande X una delle sue esclusive più importanti.

In linea col suo predecessore, Ori nuovamente è capace di risvegliare nel giocatore sensazioni forti come stupore, malinconia e amicizia, mentre il giocatore affronta ancora una volta un male antico, nascosto dietro quella grafica cosi bella e delicata da ricordare un prodotto di animazione, più che un videogioco.

L’aspetto grafico di Will of the Wisps è sicuramente imponente, con colori e effetti di luci incredibili, che catturano il giocatore durante il suo viaggio onirico, tra un bosco dai toni scuri, attraversato da qualche flebile raggio di sole, ai laghi, fino ad arrivare ad ambientazioni che sono un vero e proprio tripudio di colori ed effetti particellari. Inutile ripeterlo, ma Ori and the Will of the Wisps in 4k è qualcosa di maestoso da vedere, e allo stesso tempo la colonna sonora, a dir poco magistrale non fa altro che sottolineare quella che sembra a tutti gli effetti una splendida fiaba, una fiaba che dura la bellezza di quindici ore.

I ragazzi di Moon studios hanno apportato miglioramenti anche al gameplay, cancellando completamente l’albero dei talenti a favore di amuleti e potenziamenti da scovare all’interno del mondo di gioco, dando un bellissimo senso di appagamento sia dal punto di vista dell’esplorazione che della progressione del personaggio, spronando il giocatore a scavare in ogni angolo anche solo per trovare quel frammento in più che gli consentirà di avere una porzione di energia addizionale; anche il sistema di combattimento trova una sua evoluzione nella combinazioni di armi diverse, permettendo al giocatore di scegliere stile e approccio durante le proprie battaglie, che diventano estremamente scenografico nelle boss fight.

Per quanto riguarda il lato prettamente tecnico, Ori and the Will of the Wisps si è dimostrato perfettamente ottimizzato su entrambi i PC utilizzati per la nostra prova, ovviamente una macchina dedicata permette di godere al massimo i dettagli che Moon Studios ha racchiuso in questo piccolo gioiello, ma anche un portatile di fascia media a risoluzioni più basse non ha problematiche, soprattutto dopo la patch del day one che ha risolto i piccoli bug che affliggevano il gioco.

Un titolo unico, capace di rapire il giocatore e portarlo in un mondo onirico, un acquisto quasi obbligato per chi possiede un PC od una Xbox One.

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Dreams, il nuovo titolo di Media Molecule dà libertà alla creatività dei player su PlayStation

Dreams, ultima fatica dello studio Media Molecule – autori di Little Big Planet e Tearaway -, è un progetto complesso che si fa carico di essere qualcosa di più di un semplice gioco, si evolve nel passo successivo, mettendo a disposizione di tutti i possessori di PS4 un “tool” estremamente potente che permetterà la creazione dei vostri sogni videoludici.

Dreams si divide in due parti il Viaggio tra i Sogni e la Creazione Onirica, la prima vi permette di esplorare tutto quello che la community di Dreams ha creato durante questo anno di Early Access, mettendo a vostra disposizione un numero sconfinato di mondi e livelli da provare, tutti diversi tra loro, non solo per le meccaniche ma anche per la grafica scelta o per l’ambientazione, offrendo la possibilità di giocare livelli ispirati a qualsivoglia film, anime, videogioco oppure di imbattersi in sogni totalmente unici, che riflettono la voglia di creare di una community sconfinata, attiva e estremamente prolifica; abbiamo provato a cercare qualunque parola ci venisse in mente per più di un ora e la ricerca di Dreams ci restituiva sempre qualcosa, da Evangelion a Twin Peaks fino ad arrivare a Metal Gear Solid, i sogni erano presenti e vivissimi nel motore di ricerca interno.

La seconda fase, quella della Creazione Onirica è la naturale evoluzione della prima, perché dopo aver navigato per cosi tanto tempo nei sogni degli altri giocatori viene voglia di crearne uno proprio, e tramite una serie di meccaniche perfettamente spiegate da vari tutorial potrete mettere le mani sulla creazione di piccole scene animate fino alla creazione di veri e propri giochi, con la modellazione di ambienti, di personaggi, di musica e quindi di colonne sonore, per quello che sarà il VOSTRO sogno; data vita alla propria creatura si può condividerla sulla Community mettendola a disposizione di tutti i giocatori, decidendo se modificabile o meno e come in un qualsiasi social ricevere follow e like.

L’idea della condivisione attraverso una community porta con se non solo lo scambio di idee tra giocatori ma anche eventi a tema, che premiano gli artisti più bravi e impegnati durante quel lasso di tempo, insomma Dreams tende a dare sempre nuovi spunti di creazione a chi gli concedere più di qualche ora, dando un assaggio di cosa significhi essere un modellatore 3D, un game designer, un programmatore.

Siamo assolutamente certi che la strada tracciata da Media Molecule sia quella giusta per dare una boccata di aria fresca a un mercato che troppo spesso si perde nel suo ripetere, e chissà se tra questi sogni non ci sia il vero futuro dei videogiochi?

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Dragon Ball Z: Kakarot, l’action RPG che ripercorre le avventure di Goku e compagni soddisfa graficamente ma soffre di alcune meccaniche ripetitive











Dragon Ball Z: Kakarot è un action rpg pubblicato da Bandai Namco e sviluppato da Cyberconnect2, che vede la storia ripercorrere fedelmente il celebre manga di Toriyama, dall’arrivo dei Sayan sulla terra fino alla saga di Majin Bu, permettendo dunque ai player di rivivere le avventure di Goku e degli altri guerrieri Z. Forte di una grafica in cell shading, che si adatta perfettamente a questo tipo di produzioni, DBZ: Kakarot è sicuramente splendido visivamente, dimostrandosi quasi più cartone animato che videogioco.

Il sistema di combattimento risulta divertente, capace di emulare gli scontri che siamo abituati a vedere in televisione e lo fa molto meglio di altri titoli usciti negli ultimi anni; purtroppo però, con il passare delle ore, il gioco mostra i limiti di un sistema semplificato, dando spazio a meccanismi che tendono a ripetersi troppo anche a causa di una difficoltà indirizzata forse troppo il basso. Infatti, a parte qualche raro caso, è praticamente impossibile non finire gli scontri con il grado S – il più alto – se si è imparato un minimo il sistema di combattimento.

I personaggi utilizzabili seguono la trama, con la gran parte degli alleati che rimarrà solo tale supportando il giocatore nelle battaglie utilizzando delle loro tecniche speciali, anche se si è scelto di riciclarne le animazioni, rendendo meno spettacolare la storia che andiamo a rivivere; parlando invece delle meccaniche RPG la loro presenza è quasi inesistente, nonostante gli sviluppatori abbiano lavorato per creare un ecosistema e differenziare il gameplay, molto spesso è la noia a prevalere sulle meccaniche portandoci a cercare di velocizzare il tutto solo per poter arrivare prima ai successivi scontri; al contrario l’idea delle comunità è simpatica, con una serie di campi che influenzano l’esperienza di gioco e i bonus ottenuti, mettendo cosi in relazione i vari personaggi dell’universo di dragonball.

Dragon Ball Z: Kakarot è sicuramente uno dei giochi più fedeli alla storia che tratta, ma l’operazione di snellimento soprattutto nei punti salienti e la presenza di meccaniche da RPG poco incisive ha portato il titolo a non essere il titolo che forse i fan si aspettavano.

Nonostante ciò, per i fan del brand – escludendo Dragon Ball FighterZ ,che però puntava a un target molto diverso – probabilmente questo sarà il miglior titolo uscito sul mercato ad oggi, ma il suo vero problema è che, al di là di tutto il fanservice, la sua struttura offre poco o nulla, rendendolo inadatto a chi non è già un appassionato dell’opera di Toriyama; tirando le somme finali, Kakarot è sicuramente un buon gioco, ma che manca di mordente, proprio nella cosa più importante, il cuore.

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Monster Hunter World: Iceborne, l’espansione migliora su PC il titolo di Capcom sia dal punto di vista grafico che del gameplay









Dopo svariati mesi dalla sua uscita su console, la grande espansione delle lande ghiacciate di Monster Hunter: World arriva anche sui computer, offrendo nuove avventure a quei giocatori che aspettavano di poter tornare a cacciare dentro il titolo Capcom.

Seliana la nuova base dei cacciatori è il centro delle vicende che compongono la storia di Monster Hunter World: Iceborne e che ruotano attorno alla figura di Velkhana, un antichissimo drago capace di mutare l’ambiente in cui risiede, responsabile della creazione delle lande ghiacciate. La nuova zona diventa giocabile una volta raggiunto il Grado Cacciatore 16, dando accesso alle missioni di Grado Maestro, presentando una serie di nuovi mostri, nuove varianti dell’Odogaron e del Tobi-Kadachi, e mostri ripescati da altri episodi, come lo Zinogre e il Tigrex. Tra i mostri totalmente nuovi alcuni esempi sono il Banbaro, il Beotodus o lo stesso Velkhana.

Se a prima vista si può pensare che l’espansione porti solo nuovi mostri e nuove armature, in realtà la profondità di Iceborne è in un rinnovamento di tutte quelle parti del gioco che fino a pochi mesi fa sembravano quasi marginali, come un hub centrale completamente rinnovato nella città di Seliana, o come fionda e rampino che da semplici comprimari diventano oggetti importanti, entrando in sinergia col combattimento potendone, se utilizzati nel modo giusto, cambiare le sorti.

Parlando di grafica, la versione su PC è finalmente ottimizzata sia su sistemi meno performanti che per i computer di fascia alta, a cui va aggiunta la possibilità di utilizzare le mod grafiche create dalla comunità dei cacciatori, offrendo dunque un gioco visivamente magnifico e che rischia di inchiodarvi al pc per molti mesi, soprattutto se affronterete la caccia con una compagnia di amici.

In definitiva Iceborne non solo migliora un gioco già ottimo, ma elimina alcuni dei problemi che affliggevano la versione “liscia”, regalando un endgame granitico e meno ripetitivo del passato, capace di appagare ogni cacciatore arrivato fin qui, contro mostri che garantiscono una sfida vera per qualsiasi livello di giocatore; almeno fino alla prossima espansione, che si spera Capcom annunci presto dato il grande successo che Monster Hunter, soprattutto su computer, sta riscuotendo in questi anni come Re di questo genere.

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Mario & Sonic ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020, le mascotte di Nintendo e SEGA preparano la strada alle olimpiadi – la nostra prova

A cavallo degli anni ’80 e ’90 la console war ha visto contrapporsi per anni SEGA e Nintendo, immaginare le iconiche mascotte delle case nipponiche insieme, in uno stesso gioco, era allora un’idea folle, idea che invece negli ultimi anni, in seguito al ritiro di Sega dal mercato console per concentrarsi solo sullo sviluppo dei giochi, si è trasformata in realtà; Mario & Sonic ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 non è il primo gioco dove il riccio e l’idraulico si incrociano, ma è l’ultimo di un filone che le due case nipponiche han iniziato a rilasciare in corrispondenza dei giochi olimpici, a partire da Pechino 2008 (allora su Wii e DS), e che per la prima volta arriva su Switch.

Questa nuova edizione, oltre ai classici eventi, introduce una story mode particolarmente riuscita, che fa da scusa per mostrare al giocatore una bellissima versione a 8 bit dello stesso gioco, ispirato ai classici del passato come track and field, rubando la scena al gioco vero e proprio e rendendo sicuramente interessante quello che probabilmente sarebbe semplicemente uno dei tanti capitoli fin qui usciti. All’interno del nuovo titolo, che celebra i prossimi giochi olimpici del 2020, dunque si trovano ventiquattro giochi con una grafica tridimensionale, gradevole ma un po’ sottotono, e dieci giochi con una grafica vintage, per un totale di trentaquattro minigiochi con cui affrontare i propri amici fino all’ultimo respiro.

Ovviamente un gioco del genere da il suo meglio in multiplayer portando le sfide olimpiche fino a quattro giocatori e risultando sempre gradevole e divertente, anche se i comandi impostati per la parte “realistica” risultano a volte poco precisi; al contrario i giochi vintage, che restituiscono un ottimo feeling e sembrano davvero usciti dal passato, riempiranno le serate con i vostri amici online o sullo stesso divano, ricreando quell’effetto nostalgia che solo gli ormai antichi cabinati da bar possono restituire.

Nel complesso Mario & Sonic ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 funziona bene, anche se rimane un gioco che non osa fare di più di quello per cui è stato creato, riproponendosi ogni quattro anni proprio come le olimpiadi citate nel titolo, ed è un peccato perché su switch, console regina per questa tipologia di giochi, sarebbe davvero bastato poco per fare la differenza, trasformandolo da gioco piacevole a must have.

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