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Figlio di Salvini su moto d’acqua, indagati e interrogati tre poliziotti

Sono stati interrogati ieri in Procura a Ravenna alle presenza dei loro avvocati, da indagati, tre poliziotti della scorta dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sull’episodio verificatosi a Milano Marittima, il 30 luglio quando il figlio del leader del Carroccio fece un giro in mare su una moto d’acqua della Polizia pilotata da un agente.

I tre sono stati formalmente identificati, dopo richiesta al Viminale, per ciò che segui l’episodio, quando un giornalista di Repubblica cercò di riprendere la scena. I tre hanno risposto fornendo la loro versione dell’accaduto. Sulla vicenda, la Questura di Ravenna nelle settimane scorse aveva concluso l’accertamento interno scattato sin da subito, inviando per competenza gli atti alle Questure di Roma e di Livorno alle quali appartengono rispettivamente i tre agenti della scorta e i due poliziotti incaricati della moto d’acqua. A quel punto la Procura ravennate aveva già aperto un fascicolo sull’accaduto: due i reati ipotizzabili, violenza privata, tentata o consumata e peculato d’uso.

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C’era una volta a… Hollywood, usciti dalla sala ti sembra di aver assaporato il gusto di un cinema primario, basico, profondo

Si può attendere per oltre due ore di film, carrellate di piedi e stivaletti, inquadrature clonate da Sergio Leone, sfiancante chiacchiericcio su pronunce dei nomi propri (DeCatou che finisce Dakota), perfino un Roman Polanski che sembra Austin Power, e poi spellarsi le mani negli ultimi quindici minuti? Con Tarantino si può. Al Tarantino di C’era una volta a… Hollywood si concede tutto. Dal clamoroso cazzeggio sulla propria cinefilia (qui addirittura la macchina da presa del regista diventa quella che crea cinema e serie tv di fine anni sessanta), ai movimenti di macchina articolati che spesso si arenano apparentemente fine a se stessi (tanto esasperato dolly come allora e chissà forse perfino la louma che usava Polanski ne L’inquilino del terzo piano…), passando per un abbozzo spurio di tematica (l’amicizia virile, diremmo così a spanne).

Il cinema di Tarantino non va gustato per sapere “chi sarà l’assassino”, quanto per osservare la mai scontata volontà dell’autore di riempire il quadro, di ricostruire un mondo (i poster dei film italiani di genere sono una meraviglia), di mostrarne i meccanismi nascosti (il set dell’attore DiCaprio nel set di C’era una volta… come fosse un unico spazio/tempo), di rimanere sorpresi dalle sgargianti e significanti tonalità di abiti e scene (la camicia hawaiana di Brad Pitt, per dirne una, vale l’intero film), di un lavoro sulla profondità di campo per motivare una giocosa, spaccona, vitale ricostruzione di un’atmosfera. Tutti conoscono già la lineetta sottile di trama per immergere lo spettatore nel mondo Tarantino.

Siamo nel 1969 nei sobborghi di Hollywood. L’attorucolo di serie tv e cinema di genere Rick Dalton (DiCaprio) è parecchio esaurito e nervoso perché seppur giovane teme di essere già agli sgoccioli di una carriera media ma non da star. Al suo fianco la silenziosa e saggia sua controfigura/stuntman (Brad Pitt) sui set, che gli guida l’auto, lo scarrozza ovunque, gli aggiusta pure l’antenna di casa. Dalton abita in una villa di Cielo Drive a Los Angeles. I suoi vicini di casa sono Roman Polanski e Sharon Tate (ma anche Jay Sebring). Chi conosce la storia sa che nell’agosto del 1969 proprio a casa Polanski dovrebbe avvenire un efferato omicidio da parte della Manson family. Appunto, dovrebbe. Questa l’esile struttura che non consente mai un vero e proprio appiglio classico narrativo. Tarantino divaga, devia, apre enormi infinite parentesi sui dettagli privati più infinitesimali e follicolari dei protagonisti. Insomma un Tarantino in purezza, quintessenza dei dialoghi Travolta/Jackson in Pulp Fiction. Poi, una volta che tutto questo magma di particolari grezzi si condensa, che Cliff si avvicina per caso alla setta di Charles Manson, che Rick riesce almeno per un attimo a diventare eroe degli spaghetti western, C’era una volta a… Hollywood prende finalmente la forma definitiva di un diamante.

Le linee convergono verso un finale clamoroso e devastante. Un grand guignol purificatore storicamente revisionista che necessita, almeno per chi non conosce bene la “storia” di quella notte del ’69, di un ripassino. C’era una volta a… Hollywood è, oltretutto, un omaggio all’atto del guardare, del godere di immagini in movimento dentro una sala cinematografica. La dolcezza di questa sequenza frammentata e reiterata in cui Sharon Tate/Margot Robbie, illuminata dalla luce che viene dal grande schermo del cinema, segue coi piedini scalzi appoggiati sullo schienale della poltroncina davanti la sua interpretazione in The wrecking crew confondendosi con la folla, è un vero e proprio gesto d’amore che Tarantino cesella ammirato verso la propria passione cinefila che, nei suoi film, tenta sempre la via dell’universalità.

Poi è chiaro, dopo quasi trent’anni di carriera continuare a valutare Tarantino come un salvatore eccentrico e cool del cinema statunitense, un po’ come sono cool i suoi eroi di C’era una volta… nello sconfiggere l’allegoria fantasiosa della Manson family zombie, è posizione critica molto ammuffita. Tarantino si autocelebra di continuo. È un difetto di presunzione palese. Solo che usciti da questo film ti sembra di aver assaporato il gusto di un cinema primario, basico, profondo. Qualcosa di ancorato follemente alla materia di cui sono fatti i sogni. Infine, una considerazione e un consiglio. Brad Pitt è più in palla di DiCaprio. Cercate di vedere il film in lingua originale e possibilmente, come abbiamo fatto noi (grazie Cineteca di Bologna), proiettato in pellicola.

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Padre e figlia morti in incidente, auto d’epoca in fiamme dopo tamponamento

Un papà e la sua bimba di sei anni sono morti, domenica mattina poco prima delle 9, in una Mini Cooper che ha preso fuoco. Giuseppe Pennacchio, 42 anni, e la figlia Nicole, erano in una utilitaria d’epoca quando è avvenuto un incidente sull’autostrada Torino-Pinerolo. L’uomo e la piccola sono rimasti intrappolati nell’auto che ha preso fuoco dopo un tamponamento con una Toyota Verso guidata da un uomo di 55 anni ora ricoverato all’ospedale di Pinerolo. Anche la Toyota è stata avvolta dalle fiamme.

Il rogo davanti agli occhi della moglie e madre delle due vittime. La donna viaggiava su un’altra Mini Cooper insieme alla figlia più piccola, di soli 4 mesi. Ha cercato di avvicinarsi, nel tentativo di salvare il marito e la bambina. Ma l’incendio non glielo ha permesso e la donna non ha potuto fare altro che chiamare i soccorsi.

All’altezza dell’uscita per Riva di Pinerolo, Giuseppe si è fermato con l’auto sulla corsia d’emergenza. Nell’immettersi nella carreggiata, è stato tamponato dalla Toyota. Il serbatoio è scoppiato e la Mini su cui viaggiava si è trasformata in una trappola mortale. L’esatta dinamica dell’accaduto, e le eventuali responsabilità, sono ora al vaglio della polizia stradale che, per effettuare i rilievi e consentire i passaggi dei mezzi di soccorso, ha chiuso l’autostrada all’altezza di Riva di Pinerolo. La famigliola avrebbe avrebbe dovuto partecipare a un raduno al castello di Macello, comune di circa 1.600 abitanti nel pinerolese.

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Juventus, ricatto allo società: 12 arrestati. Tra loro i capi ultrà di Drughi, Viking e Nucleo 1985

Ricattavano la Juventus che gli aveva sottratto alcuni privilegi. Ma, proprio dopo la denuncia della società bianconera, è scattata l’operazione che questa mattina ha portato all’arresto di 12 persone. Gli uomini della Digos di Torino hanno notificato i provvedimenti a capi ultrà della curva. L’operazione “Last banner”, coordinata dal gruppo criminalità organizzata della procura torinese, ha portato in carcere i capi dei Drughi, dei Tradizione, dei “Viking” e del “Nucleo 1985”. La contestazione è che ci fosse un accordo tra gli ultrà per mantenere il “controllo militare” della curva bianconera.

Secondo il pm Chiara Maina e il procuratore aggiunto Patrizia Caputo i capi di questi gruppi avevano costituito un’associazione a delinquere che ricattava esponenti della società per cercare di continuare ad avere biglietti agevolati per le partite all’Allianz Stadium e gestire così il bagarinaggio.

Tra gli arrestati il capo assoluto dei Drughi, Dino Mocciola, già finito in carcere all’inizio degli anni Novanta per aver ucciso durante una rapina un carabiniere e considerato uno dei responsabili delle infiltrazioni della ‘ndrangheta in curva, il suo braccio destro Salvatore Cava, il leader dei Tradizione Umberto Toia. In manette anche un altro volto storico del tifo, Beppe Franzo, presidente dell’associazione “Quelli di via Filadelfia”. Altre otto persone sono state arrestate: per tutti le accuse sono a vario titolo di associazione a delinquere, estorsione aggravata, autoriciclaggio e violenza privata.

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Fondi Lega, la Cassazione: “Per Umberto e Renzo Bossi nessun nuovo processo”. Confermata condanna a ex tesoriere Belsito

È arrivato anche l’ultimo verdetto sui fondi della Lega. La Cassazione ha confermato la sentenza di non luogo a procedere per l’ex leader della Lega, Umberto Bossi, e per suo figlio Renzo nell’ambito del filone milanese del procedimento. Per il senatur e suo figlio non ci sarà dunque alcun nuovo processo, dopo che la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura di Milano, che chiedeva di estendere anche ai due Bossi la querela presentata dal leader della Lega Matteo Salvini nei confronti del solo ex tesoriere Belsito, accusato di appropriazione indebita in merito alla vicenda della truffa elettorale. La Suprema corte, inoltre, ha respinto il ricorso e confermato la pena in Appello a Belsito, condannato a un anno e otto mesi di reclusione, con pena sospesa, dalla Corte di Appello di Milano il 23 gennaio scorso.

Le accuse al Senatur e all’ex tesoriere – I tre erano tutti imputati per appropriazione indebita: secondo l’accusa hanno usato soldi pubblici per spese personali: dalle multe, alla biancheria, dal dentista alla laurea. In secondo grado solo l’ex amministratore era stato condannato a un anno e otto mesi, con pena sospesa, dalla Corte d’appello di Milano, che il 23 gennaio scorso aveva invece pronunciato sentenza di non luogo a procedere per Umberto Bossi e il figlio Renzo. Questo perché l’ex ministro dell’Interno e segretario del Carroccio, Matteo Salvini. aveva presentato una querela ad personam, nei soli confronti di Belsito salvando di fatto dalla condanna i due Bossi. Le nuove norme sull’appropriazione indebita approvate dal governo del Pd – nel frattempo modificate su input del guardasigilli Alfonso Bonafede – prevedevano infatti la necessaria querela di parte per perseguire quel tipo di reato.

Nei confronti del fondatore del partito e del Trota aveva fatto ricorso in Cassazione la procura generale di Milano, mentre Belsito aveva impugnato la sua condanna e ricusato gli ermellini. La presidente della II sezione Mirella Cervadoro oggi ha comunicato ai legali di parte la bocciatura dell’istanza di ricusazione fatta da Belsito e così i giudici sono entrati in camera di consiglio. Secondo la procura generale di Milano la querela presentata dal segretario del Carroccio andava estesa anche al fondatore del partito e al figlio. Mentre a luglio l’accusa, sostenuta dal procuratore generale della Cassazione Assunta Cocomello, aveva chiesto la conferma del verdetto di secondo grado di non luogo a procedere. Nelle motivazioni i giudici avevano scritto che Bossi non poteva disporre dei fondi a suo piacimento.

Il patto che aveva salvato i due Bossi dalla condanna – Come aveva raccontato Ilfattoquotidiano.it, quindi, il Carroccio aveva graziato i Bossi, rispettando il patto firmato quattro anni fa: una scrittura privata impegnava infatti l’ex vicepremier a tutelare il padre della Lega. Un impegno messo nero su bianco il 26 febbraio del 2014 e sottoscritto da Salvini, dall’allora segretario amministrativo Stefano Stefani, da Bossi e dallo storico avvocato del Senatùr, Matteo Brigandì. In quattro fogli si firmava la pace tra vecchia e nuova Lega: Brigandì rinunciava a rivendicare una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario sottoscriveva – tra le altre cose – il seguente impegn : “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà, da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”.

Le motivazioni dei giudici di primo grado: “Bossi consapevole concorrente” Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i giudici bollarono Bossi come “consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro” della Lega Nord, che era proveniente “dalle casse dello Stato”. Appropriazioni “per coprire spese di esclusivo interesse personale” suo e della sua “famiglia”. Condotte portate avanti “nell’ambito di un movimento” cresciuto – scrivono i giudici nelle motivazioni della condanna a 2 anni e 3 mesi – “raccogliendo consensi” come opposizione “al malcostume dei partiti tradizionali“. Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, la corte d’Appello ribadisce che il segretario di un partito non può disporre “a suo piacimento” dei fondi versati dagli associati o erogati dai presidenti di Camera o Senato come “rimborso delle spese elettorali”.

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Mostra del Cinema di Venezia, Waiting for the barbarians: come annullare due attori Johnny Depp e Mark Rylance (già premio Oscar)

Prendi due attori di peso come Johnny Depp e Mark Rylance. Annullali appiattendoli come figurine in un’atmosfera meditabonda di un impalpabile altrove della storia. Poi condisci il tutto con una pesante metafora sull’invasione barbarica dello straniero. Il risultato, ai limiti del vorrei ma certo che posso, è Waiting for the barbarians, il film diretto dal colombiano Ciro Guerra che chiude il Concorso di Venezia 76. Con un’allusione piuttosto manifesta e improbabile a Il Deserto dei Tartari (libro di Dino Buzzati e film di Valerio Zurlini), tratto invece da uno dei romanzi ci J. M. Coetzee del 1980 (Coetzee ha anche scritto la sceneggiatura del film) Waiting for the barbarians è proprio quel cinema cotto e stracotto, qualcosa che si poteva girare davvero negli anni ottanta o primi novanta, con messaggio politico fermoposta in evidenza fin dalle prime battute di dialogo.

Ai confini dell’ “impero”, in una fortezza assolata contornata da una sorta di Deserto dei Gobi (le riprese si sono svolte in Marocco ndr), vive e amministra il manipolo di guardie un saggio magistrato (Rylance) che ammonisce cordialmente un po’ tutti gli occupanti del fortilizio, perfino alcuni autoctoni, sul gonfiato pericolo dell’invasione dei barbari. L’arrivo del perfido colonnello Joll (Depp), spedito dal “centro” per ribaltare l’assunto, cioè per dimostrare una imminente violenta invasione dall’esterno, sarà la morte civile e fisica del magistrato che dapprima tenta di salvare una torturata straniera facendola convivere con lui e fornendole parecchi agi materiali (si accoccola su di lei dopo averle cristologicamente lavato i piedi), poi viene a sua volta incolpato di tramare contro l’ “impero” e di non approvare le misure necessarie per contrastare i barbari. Sappiate che nel film non c’è molto altro, se non qualche sevizia e diverse bastonate a Rylance. La metafora deve risultare diretta e poco mediata. Va compresa da chiunque. Meglio non costruire sottotrame o evoluzioni di scrittura più articolate. Anzi, visto che sottolineare le crudeltà del colonnello può aiutare ad ottenere il risultato, meglio aggiungere un po’ di note stridule di violini e violoncelli composte da Giampiero Ambrosi e qualche solenne occhiata degli attori nel vuoto per lunghi interminabili secondi. E comunque tanto Rylance è in sahariana sbottonata, modello vita in vacanza; quanto speculare è l’impettito Depp con uniforme stirata e inamidata più occhiali da sole stilosissimi pensati da qualche stilista anni duemila. Guerra poi scodinzolando dietro al testo di Coetzee compie il peccato più grave. Quello insito nella metafora attualizzata con prosopopea (“il film è un’allegoria forte che somiglia sempre più al mondo di oggi”).

I terrificanti danni del colonialismo attivo, delle invasioni militari di morte tra ‘800 e ‘900 da parte delle potenze occidentali è causa alla lontana rispetto alle migrazioni disperate della contemporaneità, estrema conseguenza più che altro delle sciagurate applicazioni del colonizzante neoliberismo monetario e industriale nei paesi meno sviluppati economicamente. Scostamento di significato non da poco che ammanta tutto di posticcio e di inutilmente pomposo. Di rilevante, invece, oltre a un Depp presente e presentabile al Lido con giacca blu mare, fazzoletto bianco nel taschino, tre larghi orecchini sul lobo destro, e denti ancora giallo-marroni, il ragionamento “vegano” di Rylance – ricordiamo Oscar come attore non protagonista ne Il ponte delle spie di Spielberg – in conferenza stampa: “C’è inconsapevolezza di quello che le potenze imperialiste come la Gran Bretagna dove vivo compiono ancora oggi. Magari sono contro la natura che ci circonda o ad esempio nell’ambito alimentare: siamo infatti inconsapevoli di quanto vengono torturati gli animali che vengono uccisi per produrre la pancetta che mangiamo”. Il film batte produttivamente bandiera italiana grazie alla Iervolino Entertainment.

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Mostra del Cinema di Venezia, tutti i candidati alla vittoria del Leone d’oro. E il giurato Virzì disegna la giuria

Il J’Accuse di Polanski, Joker, Martin Eden o l’assoluta sorpresa Babyteeth. Noi il nostro podio allargato di Venezia 76 ce l’abbiamo già. Ma dalla giuria presieduta, non senza polemiche, da Lucrecia Martel non sono trapelati ancora nitidi squilli di palmares. Segno che tra i titoli in Concorso non brilla un vero e proprio capolavoro come accadde l’anno scorso per Roma di Cuaron o nel 2017 per La forma dell’acqua di Guillermo del Toro. E ad ogni modo, almeno dalle testimonianze social in forma di disegno di Paolo Virzì, uno dei sette membri di giuria, l’atmosfera tra Martel&co. sembra distesa.

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E adesso consultiamo la piattaforma Rousseau #venezia76 #giuria #venicefilmfestival

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Nella vignetta pubblicata due giorni fa addirittura Virzì ha tratteggiato la presidentessa sorniona come una gattona distesa su un divano/sofà ad ascoltare le ragioni di un’altra componente di giuria, Stacy Martin. Virzì aggiunge anche una didascalia peregrina, “E adesso consultiamo la piattaforma Rousseau”, possibile segnale di un verdetto già pronto. Allora proviamo a capire chi potrebbe vincere un premio importante. Difficile che la Martel voglia concedere il Leone d’Oro al J’Accuse di Polanski, anche se tra pubblico e critica questo è il film che ha messo d’accordo tutti. Probabile che sbuchi un riconoscimento collaterale con specifiche motivazioni scritte in modo da distinguere “l’artista dall’uomo” per superare in cavalleria la polemica più eclatante del festival 2019.

Sull’australiano Babyteeth, che noi abbiamo amato follemente, registriamo dopo la proiezione in Sala Grande con presente la giuria, la sorpresa proprio del nostro Virzì, come l’attesa di Shinya Tsukamoto e signora fino alla fine dei minuti di applausi che hanno visto uscire il team artistico/produttivo capitanato dalla regista Shannon Murphy. Tra gli italiani Mario Martone, Pietro Marcello e Franco Maresco non si capisce bene se ci sia spazio sugli alti gradini del podio. Pur con la nostra convinta predilezione per il Martin Eden di Pietro Marcello il rischio che anche quest’anno i film italiani rimangano a bocca asciutta è elevato. La soluzione che invece come sempre ci inquieta è il titolo che non divide, l’outsider che mette tutti d’accordo al ribasso.

Tra questi film inseriamo gli insidiosi: Waiting for barbarians del colombiano Ciro Guerra (c’è un embargo che va rispettato ma ne parleremo diffusamente nelle prossime ore con una recensione ad hoc), oppure The Laundromat di Steven Soderbergh (non il suo film più riuscito, anzi) ma molto applaudito, con un messaggio politico barricadero e una Streep sempre più esuberante; o ancora un colpo di coda sul finto realismo storico e l’artificiosa impostazione da film d’arte del terribile The Painted Bird di Vaclav Marhoul che per molta critica non italiana è addirittura un capolavoro. Tra gli attori se la giocano: Joaquin Phoenix con la sua disperata e ghignante maschera del Joker di Todd Phillips; Adam Driver, con un’interpretazione superlativa da padre bastonato nel Marriage Story di Baumbach; e anche Albano Jeronimo, protagonista di A Herdade, nei panni di un silenzioso e magniloquente proprietario terriero che attraversa cinquant’anni di storia del novecento portoghese.

Tra le donne non c’è grande scelta perché le uniche ad aver un ruolo completo e sfaccettato rimangono la Streep; la cinese Gong Li (spia in Saturday Fiction, film in bianco e nero che lascia alquanto a desiderare oltre la trama di spionaggio); Catherine Deneuve (austera e godibilissima ne La Verité); Mariana De Girolamo, bionda ballerina sessualmente iperattiva in Ema di Larrain; e infine proprio la 20enne Eliza Scanlen, interprete intensa e solare proprio di Babyteeth.

Fuori completamente dai giochi Ad Astra, la fantascienza di James Gray con Brad Pitt. Infine qualche briciola come un’Osella allo script, ad esempio, per Kore-eda Hirokazu e il suo La Verité o il Leone alla regia per Pablo Larrain di Ema. Infine i voti della stampa. Per quella italiana, che vota sul Ciak Daily della Mostra del Cinema, Polanski stacca nettamente tutti, con Martin Eden di Marcello in seconda posizione, e terzi pari merito The Laundromat e Marriage Story. La stampa straniera invece incorona Marriage Story, al secondo posto J’accuse di Polanski e terzo About endlessness di Roy Andersson.

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Manager russo arrestato a Napoli per cospirazione, coinvolto un italiano. Mosca: “Usa ritirino la richiesta di estradizione”

È nello spazio aereo e diplomatico tra Mosca-Washington-Napoli che viaggia una storia che sembra avere i soliti ingredienti della trita spy story, ma che invece rivela una partita economica rilevantissima per la Russia e per il settore aereo, all’indomani della crisi della Boeing innescata dagli incidenti dei 737 Max. La prima mossa è stata giocata venerdì 30 agosto quando Alexander Korshunov è sbarcato a Capodichino con la moglie per una asserita vacanza ed è stato arrestato perché su di lui pendeva un ordine di cattura internazionale.

La reazione di Mosca – L’uomo, 57 anni, è alto dirigente della società statale russa per la produzione di motori Odk e il suo fermo ha provocato la minacciosa reazione di Vladimir Putin. Si è trattato del prologo della risposta di Mosca che oggi ha chiesto “il ritiro immediato della richiesta di estradizione”. Mentre l’ambasciata russa, citata da Interfax, ha fatto sapere è stata espressa “una decisa protesta contro queste azioni illegittime“, sono state invocate “spiegazioni sui motivi del suo arresto” ed è stato “preteso il ritiro immediato della richiesta di estradizione del nostro connazionale. Abbiamo fatto presente che la pratica delle autorità statunitensi di dare la caccia ai cittadini russi in tutto il mondo è inaccettabile: va contro il diritto internazionale e porta anche a un ulteriore degrado e imprevedibilità delle relazioni Russia-Stati Uniti”.

Le accuse riguardano anche un italiano – Di cosa è accusato il manager russo da sei giorni nel carcere di Poggioreale tra criminali comuni suoi concittadini? Di aver “rubato” le informazioni su un riduttore a ingranaggi per accessori di propulsori a reazione che Avio Aero progetta e produce per conto di General Electric Aviation System. Avio Aero ha circa 4mila addetti nelle sedi di Torino, Brindisi e Pomigliano d’Arco, collegio elettorale del neo ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che dovrebbe occuparsi personalmente di questa vicenda. Korshunov avrebbe pagato dipendenti e un ex dipendente di Avio Aero, negli incontri da lui organizzati nel giugno del 2013 al Paris Air Show a Le-Bourget, in Francia, e poi nel 2014 a Milano, per discutere le relazioni tecniche.

Con il manager russo, come ha fatto sapere il Dipartimento di Giustizia americano, è stato incriminato anche un cittadino italiano, il 59enne Maurizio Paolo Bianchi. Per entrambi l’accusa di cospirazione per il furto di segreti commerciali ad una società americana nel settore dell’aviazione. Accuse formalizzate il 21 agosto scorso e trasformatesi in un ordine di cattura internazionale notificato il 30 agosto. Bianchi, ex direttore della controllata italiana di GE Aviation, come sostiene il Dipartimento di Giustizia, è stato responsabile del business in Cina, Russia e Asia. Dopo aver lasciato la società, è andato a lavorare per Aernova, a Forlì. Il manager russo ha lavorato all’United Engine Corp (Uec), che comprende la controllata Aviadvigatel, inserita nel settembre del 2018 dal dipartimento del Commercio americano nella lista delle entità che agiscono contro gli interessi di sicurezza nazionale e politica estera degli Stati Uniti. Tra Aernova e Aviadvigatel, ricostruiscono gli americani, esisteva un contratto.

Secondo le accuse del dipartimento di Giustizia americano, si ritiene che tra il 2013 ed il 2018 Bianchi, per conto di Korshunov, abbia assoldato ex dipendenti o attuali della controllata italiana di GE Aviation per portare a termine lavori di consulenza sui riduttori dei motori degli aerei. Ed è così che sarebbero stati usati segreti commerciali di proprietà della GE Aviaton per compilare rapporti tecnici. In particolare gli sforzi sarebbero stati concentrati sui riduttori prodotti da Avio Aero. Korshunov avrebbe pagato i dipendenti ed ex di Avio Aero negli incontri da lui organizzati nel giugno del 2013 al Paris Air Show a Le-Bourget, in Francia, e poi nel 2014 a Milano, per discutere le relazioni tecniche. Rischiano fino a 10 anni di carcere.

Il motore da completare e le sanzioni – Ma perché sono così importanti queste rapporti? Le informazioni che sarebbero state sottratte sono necessarie a realizzare un riduttore a ingranaggi per accessori di propulsori a reazione che Avio Aero progetta e produce per conto di General Electric Aviation System. Il riduttore è un componente necessario al progetto PD-14 ed è un propulsore a getto di tipo Turbofan da 12-15 tonnellate di spinta (in base alle diverse configurazioni) sviluppato dalla società russa Aviadvigatel, specializzata nella realizzazione di motori aeronautici per uso civile. Il PD-14 dovrà alimentare il velivolo bimotore da trasporto commerciale Irkut MC-21. A bordo dei velivoli Irkut MC-21 i nuovi motori PD-14 devono sostituire gli americani Pratt & Whitney che sono sottoposti a sanzioni commerciali. Nel progetto erano infatti originariamente previsti i propulsori Pratt & Whitney PW1431G. La prima consegna del velivolo è o era prevista entro il 2020. Il primo volo sperimentale è avvenuto nel maggio 2017. Caratteristica principale del velivolo sarà la realizzazione di diversi componenti in fibra di carbonio, con una riduzione del peso e dei consumi di circa il 25%. Il costo dell’intero progetto è stimato intorno ai 164 miliardi di rubli, ovvero circa 3,4 miliardi di euro.

La crisi di Boeing – L’Irkut MC-21 ha l’obiettivo di sostituire i vecchi modelli Tupolev Tu-154 e Tupolev Tu-204/214 nella produzione aeronautica russa e di porsi in concorrenza con Airbus e Boeing nel mercato dei velivoli a fusoliera stretta, ovvero gli aerei di linea a corridoio singolo, che hanno diametro della fusoliera che va dai 3 ai 4 metri, con 5 o 6 posti adiacenti per ogni fila in classe economica. I velivoli comparabili in termini di dimensioni e prestazioni con L’Irkut MC-21 sono l’Airbus A320 ed il Boeing 737, anche lo sfortunato 737 Max i cui incidenti, a causa di errori nel software, hanno indebolito l’azienda americana.

Basti pensare che la crisi del 737 Max tra aprile-giugno ha portato a un calo del 35% dei ricavi: si è passati da 24,5 miliardi ai 15,7 miliardi di dollari a fronte dello stesso periodo dello scorso anno. Uno scarto accompagnato da un rosso trimestrale record, 2,94 miliardi di dollari rispetto a un utile di 2,2 miliardi nel 2018. E con conti così deludenti hanno portato il colosso ad avvertire che la produzione del velivolo potrebbe essere sospesa in caso di ritardi significativi nel suo ritorno a volare. Va da sé che avere un aereo che si inserisce proprio in quella fascia è una questione che può riguardare da vicino anche il presidente della Russia.

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Mostra del Cinema di Venezia, Martone mette in scena Il sindaco del Rione Sanità e cambia il finale

Eduardo De Filippo secondo Mario Martone. Prima o poi il trapasso tra palco e schermo doveva avvenire. Ed è meglio che a trattare Il sindaco del rione Sanità, in Concorso a Venezia 76, stesso titolo, stessa identica trama con “qualche piccolo taglio”, sia stato uno dei più importanti e lucidi registi italiani contemporanei. Un signor artista che a chi gli chiede perché ha usato, in parte, attori teatrali per questo film risponde: “Per me ci sono attori e basta”. Martone ha la straordinaria capacità creativa (e qui hanno contribuito molto la co-sceneggiatrice e moglie Ippolita Di Majo e l’attore protagonista Francesco Di Leva) di trasporre con garbo e risolutezza una pièce teatrale ben definita del 1960, tra quelle più amare di Eduardo, zeppa di allusioni e riferimenti alla camorra e alla violenza.

Niente spettacolarizzazioni alla Gomorra per carità. Eduardo nemmeno si sognava l’esibizione sguaiata della criminalità organizzata. Il suo “sindaco”, da lui ideato e interpretato, signore rispettabile piazzato dalla camorra a tenere in ordine le beghe di quartiere, vedeva sfumati diversi aspetti tra i più crudi senza però mai perdere aderenza al reale. Lo stesso fa Martone con una marcia in più: prende la compagnia teatrale Nest (teatro civile nato non molti anni fa in una palestra occupata da 100 posti nella Napoli Est ndr) con cui ha portato in scena il testo nel 2017, e rende il protagonista Antonio Barracano da anziano 70enne a ragazzo di nemmeno quarant’anni, giovani come i boss di quartiere oggi, grazie ad una perfomance nervosa e inquieta proprio di Di Leva.

Martone gli instilla piglio decisionista, sguardo ferino, esibizionismo di potere e ricchezza consumistica, consentendogli di far vibrare in maniera più prorompente le battute di Edoardo. Barracano è il classico uomo d’onore che sa distinguere la gente perbene da quella che non lo è. Dalle larghe stanze della propria casa costruita abusivamente alle pendici del Vesuvio, assieme al dottore, alla moglie e ad un microcosmo casalingo, qui sì in giubbotto di pelle gomorresco, traccia ogni giorno le coordinate personalissime della giustizia, oltre la legge e lo stato, tra concittadini del rione. Tutti vanno a chiedere qualcosa a Don Antonio che a sua volta riesce perfino a dirimere questioni di debiti senza che nessuno si faccia male. Tra i questuanti c’è il giovane e disperato Rafiluccio, figlio disconosciuto del panettiere Arturo Santaniello che ha fatto fortuna aprendo ben tre negozi, giunto agitato e risoluto con la fidanzata incinta al cospetto del “sindaco”. Se Don Antonio non lo ferma ucciderà l’indomani il padre. Con radici ben salde nelle basi classiche della tragedia, Martone ricostruisce lo spazio scenico in due ambienti, giocandosi una forte dialettica cinematografica tra esterni e interni (un po’ come nei suoi migliori e recenti Noi credevamo, Il giovane favoloso e Capri Revolution), riportando a più riprese dense dosi di ironia (la scena di Barracano che fa contare banconote inesistenti è insuperabile), e attualizzando in modo più aspro la conflittualità etica tra bene e male nello stesso personaggio come il sempiterno confronto eduardiano tra padre e figlio.

“Ho riportato Eduardo alla comunicazione di oggi spogliandolo di ogni artificio retorico – ha spiegato il regista napoletano – e poi ho fatto un piccolo cambiamento sul finale strappando quel velo che Eduardo adoperava per far apprezzare Barracano al grande pubblico che aveva in tutta Italia: nel mio film nel futuro non ci sarà un mondo migliore, una Napoli pacifica”. “Quello che ci frega nei nostri quartieri è l’ironia che hanno questi boss – ha aggiunto Di Leva, in scena di una intensità ed energia travolgenti – ci sembrano dei buoni ma non lo sono affatto. Usano l’ironia per farsi amare dal popolo che a sua volta li chiama “personaggi” proprio perché recitano come attori. Stanno dalla parte del popolo perché un domani di fronte ad una retata, a una sparatoria, a un fuga, il popolo ti salverà. Comunque basta con i criminali che non hanno paura: il compito dell’arte è quello di essere una lente d’ingrandimento su come questi personaggi sono dei perdenti”. Il sindaco del rione Sanità uscirà solo per tre giorni (30 settembre, 1-2 ottobre) con Nexo.

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Cervello, “ringiovanite cellule progenitrici” in un esperimento su topi

La maturazione delle cellule cerebrali potrebbe non essere un processo irreversibile. Lo dimostra un esperimento in cui le cellule progenitrici del cervello sono “ringiovanite”. Prelevate dalla corteccia di un embrione di topo e trasferite in quella di un embrione più giovane, sono riuscite a ‘ricordare’ e rimettere in pratica le loro abilità più primitive.

L’esperimento, pubblicato su Nature dai ricercatori dell’Università di Ginevra, rappresenta una prova di principio della possibilità (ancora remota) di rigenerare la corteccia cerebrale danneggiata da incidenti o malattie.
Questo obiettivo viene inseguito da decenni, tanto che già negli anni Novanta alcuni ricercatori avevano tentato un simile trasferimento di cellule progenitrici nel cervello dei topi: quei primi esperimenti però, meno raffinati dell’attuale, avevano portato a conclusioni diametralmente opposte.

“Grazie a tecniche di isolamento cellulare più precise, noi invece siamo stati in grado di identificare cellule progenitrici che si comportano come vere staminali“, rivendica il neuroscienziato Denis Jabaudon. “Una volta trapiantate nel loro nuovo ambiente, sono ringiovanite diventando praticamente identiche agli altri progenitori non trapiantati. L’ambiente agisce dunque come una vera e propria cura ringiovanente”. Il segreto per riportare indietro le lancette dell’orologio è la proteina Wnt. “Sapevamo che fosse importante per mantenere le staminali in una condizione indifferenziata, ma da questo studio – aggiunge Jabaudon – emerge che può fare anche di più, rendendo reversibile il processo di maturazione cellulare”. In un secondo esperimento, il suo team ha provato anche ad accelerare la maturazione dei progenitori, trasferendoli da un embrione più giovane a uno più grande, ma contro ogni previsione non ci sono riusciti.

L’abstract su Nature

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