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Torino Film Festival all’insegna dell’horror, Asia Argento presenterà un doc su Frida Kahlo

Un’edizione all’insegna dell’horror, a partire dalla sigla rosso sangue che inneggia al cinema della paura. Così si presenta il 37° Torino Film Festival (22-30 novembre). Horror a tutto spiano, si diceva. E non solo perché il Gran Premio Torino 2019 andrà all’attrice icona di questo genere par excellance, Barbara Steele, oggi splendida 83enne che “nutre di memoria vivida ogni suo film interpretato e ci regalerà aneddoti imperdibili” ma anche perché ben due sezioni sono dedicate al cinema del terrore, o quanto meno del thriller: la retrospettiva Si può fare! L’horror classico, 1919-1969 composta da 35 titoli volta all’horror classico dal 1920 col Gabinetto del dottor Caligari di Weise al 1971con Dr Jekyll & Sister Hyde di R. W. Baker e la tradizionale sezione Afterhours, “quest’anno un po’ meno horror ma sempre stupefacente..”, a cui va aggiunta la Notte Horror fissata per sabato 23 novembre, anche questo un appuntamento ormai attesissimo dai fan del genere.

Ma naturalmente non solo di suspence e dintorni si animerà la “torinese” 2019: con 197 opere complessive in programma (di cui 142 lungometraggi 15 dei quali nel concorso internazionale fatto di opere prime e seconde) si conferma il grande evento cinematografico italiano di fine stagione.

A presenziare – fra i nomi più attesi – il Guest Director Carlo Verdone che porterà una mini-rassegna di cinque film da lui stesso introdotti “Cinque grandi emozioni”, ma anche la presidente di giuria Cristina Comencini, Abel Ferrara con ben due film in programma (Tommaso e The Projectionist), Asia Argento che presenterà con una performance il doc su Frida Kahlo, Viva la vida, Alejandro Amenabar col suo ultimo film (“molto politico”) Mientras dura la guerra, e ancora Gianni Di Gregorio il cui Lontano lontano nella sezione Festa Mobile è l’ultimo lavoro interpretato dal compianto Ennio Fantastichini. Il suo è tra i titoli nazionali certamente più attesi, ad esso si affiancano fra gli altri l’unico concorrente Il grande passo, opera seconda di Antonio Padovan (Finché c’è prosecco c’è speranza) con l’accoppiata “gemellare” Battiston-Fresi, l’esordio in regia di Ginevra Elkann Magari (applaudito in Piazza Grande a Locarno), Nour di Maurizio Zaccaro sulle gesta del medico di Lampedusa, il dr Bartolo, interpretato da Sergio Castellitto, Simple Women di Chiara Malta con Jasmine Trinca.

Con opere da tutto il mondo, e italiani prodotti negli States come Spinotti e De Amicis per il loro Now Is Everything, e da diversi periodi della storia del cinema, Torino si muove nello spazio e nel tempo, omaggiando “il passato” di Mario Soldati ma anche “il presente” della giovane cineasta macedone Teona Strugar Mitevska di cui sono presentati tutti i cinque film, incluso l’ultimo che concorreva a Berlino (e presto in uscita italiana) Dio c’è e si chiama Petrunija. Come di consueto, il TFF si compone anche delle sezioni documentarie (internazionale e italiana), di cortometraggi curate da Davide Oberto, di Onde & Onde Artrum curate da Massimo Causo (a tal proposito da segnalare in programma l’Orso d’oro di Berlino 2019 Synonyms di Nadav Lapid), e del Torino Film Lab. Il già annunciato JoJo Rabbit di Taika Waititi alzerà il sipario inaugurale che sarà chiuso dall’esilarante giallo-in-comedy corale Knives Out di Rian Johnson, che uscirà in Italia col titolo Cena con delitto il 5 dicembre.

Il festival è guidato da Emanuela Martini in scadenza di mandato ma – per meriti acquisiti sul campo e ineluttabili capacità – in probabilità di conferma da parte del Museo Nazionale del Cinema dotato di un nuovo direttore, Domenico De Gaetano. “Con 1 milione e 900 mila euro di budget complessivo – includendo dunque affitti, bollette e stipendi per tutto l’anno e non solo per il periodo festivaliero – siamo riusciti negli ultimi anni a consolidare un marchio che, a quanto pare, è ancora in crescita. Se mi daranno la possibilità di continuare ad accompagnare questa crescita, io sono disponibile a proseguire il mio lavoro al TFF” ha dichiarato Martini alla conferenza stampa romana di presentazione.

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Gaza, in raid israeliani morti 22 palestinesi. La Jihah islamica lancia 20 razzi contro Ashkelon e Sderot

È sempre più alta la tensione tra israeliani e palestinesi. È salito a 22 il numero dei morti e a 70 quello dei feriti negli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza dopo un lancio di razzi secondo il ministero della sanità dell’enclave palestinese. Per i media, almeno 10 degli uccisi sono membri delle fazioni armate della Striscia. Le sirene di allarme anti missili stanno risuonando in tutto il sud di Israele nelle zone attorno a Gaza, soprattutto ad Ashkelon, lungo la costa, e a Sderot. La Jihad Islamica ha sparato stamani 20 razzi Grad, come ha reso noto un portavoce delle Brigate al-Quds. “La campagna militare contro il nemico prosegue”, ha aggiunto il portavoce.

A innescare la tensioni l’uccisione ieri mattina da parte di Israele del comandante militare della Jihad Islamica a Gaza, Baha Abu al-Ata, responsabile di lanci ripetuti di razzi le passate settimane verso lo Stato ebraico. Subito dopo, e per tutta la giornata, oltre 200 razzi sono piovuti su Israele, con le sirene di allarme risuonate anche a Tel Aviv e nel centro del Paese, aeroporto compreso. “Sarebbe meglio per la Jihad capire ora, credo che il messaggio stia cominciando a passare. Devono comprendere che noi continueremo a colpire senza pietà. Siamo determinati a combattere e a proteggere noi stessi” ha detto il premier Benyamin Netanyahu all’inizio di una riunione straordinaria del governo. Dopo aver ribadito che Israele non è interessato ad una escalation, Netanyahu ha aggiunto: se la Jihad “pensa che le salve di razzi o i colpi ci indeboliscano, sbaglia”.

In Israele, dove circa il 90% dei missili è stato intercettato dal sistema di difesa Iron Dome, si contano decine di feriti per le cadute mentre la gente correva nei rifugi. Lo scontro in atto – la Jihad è appoggiata dall’Iran – è il più grave da mesi e gli esiti non sono prevedibili. Da segnalare infatti che due notti fa, quasi in contemporanea con i fatti di Gaza, un altro comandante della Jihad Islamica, Akram Ajuri, è stato oggetto a Damasco di un attacco che la stampa siriana ha attribuito agli israeliani. “Israele – aveva detto il premier Benyamin Netanyahu al termine di una riunione del Consiglio di difesa – non vuole un’escalation ma farà tutto il necessario per difendersi. Occorre avere pazienza e freddezza”. Poi ha denunciato che “Baha Abu al-Ata era il principale organizzatore di terrorismo a Gaza. Stava per organizzare nuovi attentati. Era una bomba in procinto di esplodere“.

Da parte sua la Jihad, subito dopo l’uccisione di Al-Ata, aveva annunciato che la sua reazione “farà tremare l’entità sionista”. “Israele – aveva accusato Ziad Nahale, uno dei leader della fazione – ha oltrepassato tutte le linee rosse. Reagiremo con forza”. Mentre da Ramallah, in Cisgiordania, il presidente palestinese Abu Mazen aveva bollato l’azione come “un crimine israeliano contro il nostro popolo a Gaza”.
Israele – che ha inviato al confine con la Striscia rinforzi di mezzi blindati, di unità di fanteria e anche ufficiali della riserva – al momento sembra voler tenere fuori dallo scontro Hamas, che pure governa l’enclave palestinese. Per questo ha fatto sapere ai suoi comandanti che se non si unirà al fuoco della Jihad, non colpirà i suoi obiettivi. Ma il leader Ismail Haniyeh ha garantito che “la politica israeliana delle esecuzioni mirate non avrà successo”.

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Suicidio assistito, “Non è vero che è una via di uscita comoda”. Marco Gentili racconta dolore e fatica della Sla: “Vivere non è solo respirare”

Come un paguro alla sua conchiglia. La Sclerosi Laterale Amiotrofica ha lasciato a Marco Gentili, 30 anni compiuti il mese scorso, il solo uso di un dito. Eppure chi conosce questo giovane uomo, dottore con lode in Relazioni internazionali, sa che è enormemente attaccato alla vita. Un attaccamento che non gli ha impedito di impegnarsi in politica con il Pd e nell’associazione Luca Coscioni e battersi. Come per la legge sul Biotestamento: “Una conquista di civiltà che dovrebbe essere divulgata in modo orizzontale tra i cittadini e non verticalmente, ci sono troppi interessi politici, economici e soprattutto etici. Vorrei sottolineare che non è un atto finale, ma far conoscere le proprie idee in un determinato momento della vita che può essere cambiato in qualsiasi altro momento dell’esistenza in cui la situazione è mutata. Far applicare la legge risulta difficile perché se anche lo Stato italiano risulta essere laico, siamo indietro di qualche secolo”. In attesa che la Consulta depositi le motivazioni della decisione sul fine vita, innescata dal processo a Marco Cappato per il caso di Dj Fabo, ilfattoquotidiano.it gli ha chiesto di raccontare alla politica e a noi perché è necessaria una buona legge.

Cosa racconterebbe ai politici della sua vita?
La vita di una persona disabile può essere capita solo in parte da chi non vive giorno per giorno i problemi che un disabile sopporta. La legge deve esser il più possibile fruibile da tutti, senza distinzione di idee politiche o finanziarie, secondo un’etica che possa risolvere i problemi di tutti, credenti e non credenti.

Lo Stato quanto è distante da lei e dagli altri malati?
Come ho già detto, lo Stato – che altro non siamo che noi cittadini – non conosce in pieno le esigenze di quelle persone che vivono in prima persona i problemi quotidiani delle disabilità. Venite qui una settimana e troverete la risposta!

In un intervento lei ha parlato della fatica di stare dietro le quinte di una associazione come l’associazione Luca Coscioni. Ce ne può parlare?
Sono più di dieci anni che seguo l’associazione Coscioni, ero ancora uno studente liceale, quando mi avvicinai comprendendo personalmente quale scopo voleva raggiungere. Mi sono speso per aiutare a divulgare nei migliori dei modi i suoi obiettivi. Non è facile per chi come me fa tutto dietro un computer, parla tramite una con una voce sintetizzata, ma la forza di intraprendenza mi ha aiutato e tuttora mi aiuta a non uscire di scena. È la forza dentro di me che fa in modo che possa divulgare le esigenze delle persone meno fortunate.

In un blog citando l’invocazione di Davide Trentini: “Basta dolore” lei scrive bisogna focalizzarsi sulla parola dolore. Ci aiuti.
Il dolore è una parola comune semplice, provare dolore è una situazione personale che può mutare da persona a persona, c’è chi dice che l’uomo è nato per soffrire, ma si può anche essere nati per non soffrire. Provare dolore è qualcosa di negativo, lo dice la parola stessa, se questo può essere sollevato perché non provarci e dare a tutti la possibilità di scegliere tra soffrire e non soffrire.

Quanto è difficile vivere e impegnarsi dietro una tastiera e un monitor?
Non è faticoso è di più, però ci si abitua.

Prima e dopo la decisione della Corte costituzionale l’ordine dei medici e l’associazione dei medici cattolici hanno subito innalzato la barriera dell’obiezione di coscienza. Cosa ne pensa?
L’obiezione di coscienza da parte dei medici per quanto concerne il suicidio assistito si può paragonare all’obiezione per l’aborto. Chi è deciso a fare l’uno o l’altro non si fermerà fino a quando non ha raggiunto il suo scopo, incappare in un obiettore è solo complicare la vita (già complicata) di coloro che fanno questa scelta. Un medico secondo me, per quanto abile nel suo lavoro, non riuscirà mai a capire quello che porta un individuo ad un certo comportamento, il medico deve curare e quando non può farlo deve rinunciare.

In Vaticano pensano che il suicidio assistito sia una via di “uscita di comodo”. Cosa vorrebbe dire al Papa per fargli cambiare idea?
Il suicidio assistito non è la via di uscita più comoda, sarebbe meglio un infarto, la morte dei giusti, ma già Santo Agostino e San Tommaso parlavano di libero arbitrio, libertà di scelta, di volontà, di sofferenza. Auguro al Santo Padre di non dover scegliere.

Chi la conosce la descrive come una persona enormemente attaccata alla vita. Come si pone rispetto alla sofferenza?
Chi mi conosce sa che io non voglio morire, sono attaccato alla vita come il paguro Bernardo alla sua conchiglia, ma vivere non è solo respirare, magari attaccato a un respiratore, mangiare magari con una sonda; vivere è un insieme di momenti, circostanze, amicizie, sorrisi, divertimenti, magari anche dispiaceri, quelli non mancano mai. Vivere è confrontarsi con gli altri, discutere, anche arrabbiarsi ma VIVERE.

In una intervista, sua madre ha detto che lei e suo fratello avete lasciato chiare disposizioni in proposito sulla vostra condizione di malati di Sla e che lei gli darà seguito. Ci vuole spiegare?
Mia madre in quella intervista ha voluto sottolineare la facoltà mia e di mio fratello di voler dare seguito alle nostre volontà, come lei ha detto non è una gita in Svizzera, ma dare seguito alle nostre decisioni. È molto più difficile fare quell’atto di amore che delegare una terza persona. Fare quel gesto è qualcosa da cui non si ritorna, non ci si può ripensare. È difficile e irreparabile.

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Mondo di mezzo, al via in Cassazione il processo per stabilire se fu Mafia capitale: tre procuratori per tre giorni di requisitoria

Sarà la Cassazione a decidere se fu mafia capitale. Ha preso avvio davanti alla VI sezione penale presieduta da Giorgio Fidelbo il processo a 35 imputati già condannati in appello nell’ambito del procedimento che squassò Roma nel dicembre del 2014 con una serie di arresti bipartisan.

I giudici di secondo grado hanno condannato Salvatore Buzzi, Massimo Carminati e altri 16 imputati per associazione mafiosa, una sentenza che l’11 settembre 2018 ha ribaltato il primo grado che non aveva riconosciuto il 416 bis. L’imprenditore è stato condannato a 18 anni e quattro mesi, l’ex Nar a 14 anni e mezzo, e l’ammontare complessivo delle pene per i 43 imputati, otto dei quali assolti, ha raggiunto quasi i 200 anni di carcere. Sono tre i rappresentanti della Procura della Cassazione per tre giorni di dibattimento, eventualmente con coda a sabato. Due i consiglieri relatori che svolgono l’introduzione del caso.

Secondo la III Corte d’appello di Roma, presieduta da Claudio Tortora, il ‘mondo di mezzo’, ovvero l’intreccio tra politica e imprenditoria ‘del sopra’ e l’illegalità ‘del sotto’, non solo è esistito, ma era fatto di mafia: un’associazione di stampo mafioso quella costruita negli anni da Buzzi e Carminati e comportamenti mafiosi, oltre a legami stretti con politica e imprenditoria, quelli assunti dai membri del gruppo.

Sono stati condannati, a vario titolo, tra gli altri, l’ex amministratore delegato di Ama Franco Panzironi (8 anni e 7 mesi), Emanuela Bugitti (3 anni e 8 mesi), Claudio Caldarelli (9 anni e 4 mesi), Paolo Di Ninno (6 anni e tre mesi), Agostino Gaglianone (4 anni e 10 mesi), Alessandra Garrone (6 anni e 6 mesi), Carlo Maria Guarany (4 anni e 10 mesi), Roberto e Giovanni Lacopo ( 8 anni e 5 anni e quattro mesi di carcere), Michele Nacamulli (3 anni e 11 mesi), Carlo Pucci (7 anni e 8 mesi) e Claudio Bolla (4 anni e 5 mesi). Tra i 13 imputati condannati a vario titolo per reati di corruzione e turbativa d’asta ci sono l’ex presidente dell’assemblea Capitolina, Mirko Coratti (4 anni e sei mesi) e gli ex consiglieri comunali Pierpaolo Pedetti del Pd (3 anni e 2 mesi) e Giordano Tredicine del Pdl (2 anni e 6 mesi). In uno stralcio del processo l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, era stato condannato a 6 anni per corruzione.

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Sentenza su ergastolo, Salvatore Borsellino: “Un regalo alla mafia”. Il legale di Provenzano: “Decisione giusta”

La decisione della Grande Chambre sull’ergastolo ostativo non poteva che scatenare commenti durissimi se si pensa che le mafie hanno ucciso migliaia di volte e in ogni modo, hanno infiltrato le istituzioni. I fratelli dei magistrati uccisi nelle stragi del 1992 si dicono preoccupati insieme a un lungo elenco di persone che hanno fatto della lotta alla mafia un impegno civile e professionale.

Desta preoccupazione la sentenza della Grande Chambre… Le mafie italiane hanno peculiarità tali da aver indotto il legislatore ad adottare normative come quella che nega i benefici agli ergastolani per reati di mafia che non collaborino con la giustizia. Un automatismo che – dice Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a Capaci dalla mafia e presidente della fondazione che del magistrato porta il nome – deriva proprio dalla natura del tutto singolare della criminalità organizzata nel nostro Paese, una singolarità che purtroppo abbiamo imparato a conoscere in anni di violenze, morti, terrore e sopraffazione. La parola – aggiunge – passa ora al legislatore italiano che dovrà adeguarsi alle indicazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Alla politica tutta, senza distinzioni di colore, rivolgo un appello a trovare una soluzione che non vanifichi anni di lotta alla mafia e che sappia contemperare i diritti con la sicurezza dei cittadini. Legare la concessione dei benefici carcerari a un generico ravvedimento, indipendente dalla collaborazione con la Giustizia del detenuto, è un concetto molto rischioso. – conclude Maria Falcone – Come pericoloso è concedere premialità che possono vanificare gli effetti del carcere duro, una misura nata dopo le stragi del ’92 che ha consentito di spezzare i legami tra i boss detenuti e i clan”.

Un regalo che neanche l’Italia aveva mai fatto alla mafia – commenta Salvatore Borsellino – Era una richiesta che la mafia aveva fatto col papello ma non era riuscita ad ottenerla, ora ci sono riusciti con l’Europa. Falcone e Borsellino hanno fortemente voluto il carcere a vita per i mafiosi perché conoscevano bene la criminalità organizzata e i suoi meccanismi – aggiunge – . L’Europa non ha leggi avanzate come quelle italiane su questo tema e legifera su cose che non conosce, su cui non ha abbastanza esperienza. Purtroppo questa era una sentenza attesa e mi darebbe amarezza se non fosse che in 27 anni ne ho ingoiate tante di amarezze”. Magistrati come Nino Di Matteo, politici come Alfonso Bonafede e Nicola Morra, ex presidenti del Senato ed ex procuratore capo di Palermo come Piero Grasso hanno manifestato tutta la loro preoccupazione per il verdetto.

Dall’altra parte c’è chi, come lo storico avvocato del boss Bernardo Provenzano, accoglie con soddisfazione la decisione: “Meno male che c’è la Cedu” dice Rosalba Di Gregorio all’Adnkronos. “Per Provenzano – ricorda il legale – la Cedu ha riconosciuto una parziale responsabilità dell’Italia. Se la Corte europea fosse intervenuta prima della sua morte, quanto meno l’ultimo periodo di sofferenza disumana Provenzano se lo sarebbe evitato probabilmente. Certo, a morire, moriva lo stesso… ma almeno l’Italia avrebbe evitato una figuraccia”. Quella della Corte europea dei diritti dell’uomo, dunque, secondo l’avvocato Di Gregorio, è “una decisione senza dubbio giusta, anche perché non mi risulta che, nonostante il governo nuovo, abbiano abrogato la funzione rieducativa della pena dalla Costituzione. E se non l’hanno abrogata – conclude – vuol dire che siamo tutti incostituzionali”.

“Con questa ultima pronuncia viene nuovamente ribadito il concetto che per la nostra Costituzione in Italia non si marcisce in galera e che l’ergastolo è ammissibile nella misura in cui è consentito al detenuto, se meritevole, l’accesso ai benefici previsti dall’ordinamento penitenziario, nessuno escluso” dichiara all’Ansa l’avvocato Davide Steccanella, difensore sia di Renato Vallanzasca sia di Cesare Battisti, l’ex terrorista. Nei confronti di Battisti, lo scorso maggio, la Corte d’Assise d’appello di Milano, nel respingere la richiesta del legale di commutare la pena definitiva del carcere a vita in 30 anni, ha ribadito che nel caso dell’ex Pac, condannato per quattro omicidi commessi alla fine degli anni ’70 e arrestato dopo 37 anni di latitanza lo scorso gennaio in Bolivia, l’ergastolo non era ostativo alla richiesta dei benefici.

La normativa sull’ergastolo ostativo è “incostituzionale” e ora dopo la sentenza della Corte di Strasburgo il legislatore deve modificarla. Se non lo facesse rischierebbe “nuove condanne”, ma “penso che il problema sarà risolto dalla Corte costituzionale”, che sulla questione si pronuncerà a breve dice all’Ansa il presidente emerito della Consulta Valerio Onida, che ha fatto parte del collegio di difesa di Marcello Viola, l’ergastolano che con il suo ricorso ha portato alla pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo.

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Tangenti Lombardia, l’imprenditore svela come pagò 10mila euro al deputato Sozzani: “Modalità indicate da Caianiello”

Il 18 settembre scorso la Camera ha detto no all’arresto del deputato di Forza Italia, Diego Sozzani, ma dalle carte dell’inchiesta continuano ad arrivare conferme sull’ipotizzato pagamento di una mazzetta di 10mila euro. Così l’imprenditore della Ecol service Daniele D’Alfonso, quello che chiamava “semina” la distribuzione delle mazzette ai politici, ha svelato che il “pagamento” della bustarella per l’azzurro “avvenne attraverso l’emissione della falsa fattura” e le “modalità di pagamento mi vennero indicate prima” da Nino Caianiello, considerato il dominus del sistema di tangenti in Lombardia dalla procura di Milano, “poi da Sozzani che mi mise in contatto con Mauro Tolbar”, presunto collettore delle tangenti. Tra gli atti dei pm quel bonifico allegato c’è.

Il caso Sozzani ha il suo inizio il 29 gennaio 2018. Le elezioni politiche sono alle porte e Sozzani parla al telefono con l’imprenditore per accaparrarsi appalti nel settore dei rifiuti e delle bonifiche ambientali. Spiega di essersi candidato “in un seggio sicuro”. Pochi giorni dopo, il 6 febbraio, il forzista chiama l’imprenditore e gli domanda fuori dai denti: “L’eventuale tuo aiuto quanto potrebbe essere? Perché devo fare il … la cifra finale”. A occuparsi della questione, secondo i magistrati, sarà appunto Mauro Tolbar, collaboratore dello studio tecnico di cui Sozzani è titolare. Sozzani viene eletto, il 5 marzo Tolbar chiama l’imprenditore: “Siamo dentro… Diego è passato…”. Quattro giorni dopo Tolbar alza di nuovo il telefono e illustra il modo in cui, secondo i pm, i soldi vengono versati. Lo hanno fatto attraverso l’amministratore della Estro Ingegneria di Milano, “il quale invierà via mail una fattura per operazioni inesistenti a D’Alfonso – che quest’ultimo pagherà come concordato con bonifico bancario – proprio al preciso fine di celare l’illecito finanziamento promesso al neo parlamentare”.

La fattura è datata 8 marzo. Il bonifico, eseguito da D’Alfonso, ammonta a 12.688 euro parte il 22 marzo. La dazione di denaro è di 10mila euro, annotano i magistrati, mentre i 2.500 costituiscono la quota concordata dal titolare della per la sua mediazione, “pari al 25% della somma complessiva”. I rimanenti 188 euro? “Aggiunti per non indicare una cifra tonda e rendere credibile il pagamento”. A quel punto il titolare di E.s.t.r.o, Alessandro Beniamino Crescenti, secondo la ricostruzione della procura, “monetizza l’incasso e lo consegna, in contanti ed in diverse tranche, a Tolbar che provvederà alla consegna al destinatario finale”. Ovvero Sozzani. Il 23 marzo Tolbar invia una mail al titolare della E.s.t.r.o. in cui scrive: “Ciao, in allegato il pagamento della fattura” ovvero, annotano i pm, “la contabile del bonifico bancario dell’importo di 12.688,00 euro”. Un documento finito nella richiesta di custodia cautelare: “Il P.M. nella propria richiesta ha riportato la scannerizzazione del documento relativo ai movimenti del conto corrente n. xxxxxxxxxxxx della Banca Popolare di Sondrio, intestato alla E.S.TR.O. Ingegeria Srl. (…) – scrive il gip nell’ordinanza – da cui si evince l’accredito di 12.688,00 euro a fronte di pagamento della sopra citata fattura da parte della Ecol Service Srl”.

È il passaggio di denaro che per la procura è alla base del reato contestato in concorso a D’Alfonso, Sozzani e Crescenti: il titolare della Ecol Service lo effettua “in assenza della prescritta delibera da parte dell’organo sociale competente e senza annotare l’elargizione stessa nel bilancio di esercizio“. In pratica, spiegano ancora i magistrati, “l’occulta erogazione di utilità a favore del pubblico ufficiale è stata dissimulata attraverso accordi con società di comodo formalmente giustificativi del pagamento”. Di qui la contestazione del finanziamento illecito. Che trova nella confessione di D’Alfonso un’altra conferma nell’ipotesi dell’accusa.

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Regione Piemonte, la Lega vuole il crocifisso nell’aula del consiglio e citano il tortellino ripieno di pollo

Non vogliono solo difendere il crocifisso, ma addirittura aggiungerlo lì dove manca. Ad esempio, nell’aula del consiglio regionale del Piemonte. È la proposta di tredici consiglieri regionali della Lega, guidati in questa iniziativa dal collega Andrea Cane, a cui si sono aggiunti anche Maurizio Marrone di Fratelli d’Italia e Francesco Graglia di Forza Italia. Dopo la proposta dal ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti di rimuovere la croce dalle classi, i quindici politici piemontesi hanno firmato un documento per chiedere che si proceda ad appendere un crocifisso “dietro i banchi della presidenza in posizione ben visibile”.

L’ordine del giorno sarà discusso oggi, martedì 8 ottobre. Nell’argomentare la loro presa di posizione, i consiglieri del centrodestra citano sentenze della giustizia amministrativa e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Si richiamano anche a un articolo di Natalia Ginzburg pubblicato sull’Unità nel 1988, un articolo nel quale la scrittrice di origine ebraica sosteneva che “il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente”. Poi vanno oltre. Per sostenere le loro argomentazioni ricordano anche la discussione intorno il tortellino col ripieno al pollo: “Recentemente le seguenti parole ‘La convivenza si fa in due con reciprocità e rispetto senza imposizioni’ sono state pronunciate dalle Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) e le Associazioni medici di origine straniera in Italia (Amsi) in merito alle polemiche sollevate dalla decisione della Diocesi di Bologna di servire, in occasione della festa del santo patrono, un ‘tortellino accogliente’ fatto con carne di pollo e quindi anche accessibile a chi, per motivi religiosi, non può mangiare la carne di maiale”.

Poi passano all’affondo chiedendo al consiglio e alla giunta regionale di difendere il crocifisso combattendo “ogni forma di sopruso e proposta di eliminazione che sia intesa nei confronti dei crocifissi apposti all’interno delle scuole e degli edifici pubblici”. Non solo. Vogliono “procedere all’affissione di un crocifisso nell’aula del Consiglio regionale, dietro i banchi della Presidenza in posizione ben visibile – perché -: è da ritenersi infatti che come Regione Piemonte non si debba proporre di togliere, bensì di aggiungere il simbolo che in modo più inequivocabile rappresenta la nostra tradizione storica, culturale e cristiana”.

A denunciare questa iniziativa è il capogruppo di Liberi Uguali Verdi, Marco Grimaldi: “Ma davvero i piemontesi hanno votato Cirio perché, a cinque mesi abbondanti dalla sua elezione, ci trascinasse in consiglio regionale a discutere di appendere un crocifisso sulle pareti di Palazzo Lascaris?”, si chiedere retoricamente. “Mi sembra di essere intrappolato nella serie televisiva 1994 – aggiunge -. Le destre non riescono proprio a resistere alle battaglie di retroguardia”. Con questa discussione l’assemblea piemontese torna a essere ancora una volta lo scenario di dibattiti molto cari alla Lega: la scorsa settimana, ad esempio, il via libera alla commissione permanente antimafia è stato condizionato all’appoggio alla commissione permanente per l’autonomia regionale, mentre prima ancora i consiglieri sono stati impegnati nella votazione a sostegno del referendum per modificare la legge elettorale.

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Caso Force Blue, prescrizione per Flavio Briatore e altri tre imputati. Yacht confiscato

Prescrizione del reato, ma confisca della barca. Si conclude così in appello a Genova il caso, passato anche da un verdetto della Cassazione, dello yacht Force Blue. L’imprenditore Flavio Briatore e altre tre persone sono state prosciolte per “intervenuta prescrizione”. Il processo in secondo grado, con la condanna a 18 mesi per Briatore, era stato celebrato dopo che la Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza. I giudici del processo bis – come riporta l’Ansa – hanno anche confermato la confisca, in solido, di 3 milioni e 600 mila euro ai quattro imputati. Una sentenza che “verrà impugnata – ha spiegato uno dei legali – soprattutto nella parte che prevede la confisca”.

Il dibattimento bis in appello riguardava le accuse sull’omesso versamento Iva all’importazione, mentre gli ermellini avevano già fatto decadere con un’assoluzione quelle relative alle fatture inesistenti. Lo yacht fu sequestrato dalla Guardia di finanza nel maggio 2010 al largo di La Spezia mentre a bordo c’erano Elisabetta Gregoraci, col figlioletto, e una ventina di membri dell’equipaggio.

Secondo l’imputazione originaria, Briatore e gli altri avrebbero simulato un’attività commerciale di noleggio che avrebbe consentito di utilizzare il Force Blue per uso diportistico in acque territoriali italiane dal luglio 2006 al maggio 2010 senza versare la dovuta Iva all’importazione per 3,6 milioni di euro. In primo grado il manager era stato condannato un anno e 11 mesi; pena poi ridotta in appello. Da quella inchiesta era nato un filone per corruzione nel quale era indagato lo stesso Briatore. L’indagine dovrebbe chiudersi nelle prossime settimane.

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Dazi, la mannaia degli Usa su parmigiano, pecorino, prosciutto e provolone: tariffa del 25%. Salvi prosecco e olio

Salvi il prosecco e l’olio di oliva, ma giù all’inferno dei dazi: parmigiano, pecorino, provolone e prosciutto. La mannaia commerciale Usa si abbatte sul Made in Italy, colpendo con una tariffa del 25% su prodotti di eccellenza. La conferma – dopo l’annuncio del Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo – è arrivata dalla lista dei prodotti pubblicata dalle autorità americane dopo il via libera del Wto agli Stati Uniti.

I dazi dovrebbero scattare dal 18 ottobre. Nell’elenco figurano anche il whisky scozzese, i vini francesi, l’Emmental svizzero e la groviera. Dazi del 10% sugli aerei commerciali. “I dazi scatteranno il 18 ottobre”, ha confermato il responsabile Usa per il commercio Robert Lightizer, aggiungendo che l’amministrazione Trump auspica di trattare con l’Unione europea per risolvere i nodi sul tavolo. Gli Usa inoltre hanno chiesto alla Wto un meeting il 14 ottobre per avere l’approvazione sulle contromisure contro la Ue.

A far scattare la scure delle tariffe è stato il tanto atteso verdetto del Wto, l’organizzazione mondiale per il commercio, per cui agli Stati Uniti è stato dato il via libera per imporre dazi sui prodotti provenienti dall’Europa per un ammontare annuo fino a 7,5 miliardi di dollari, quasi sette miliardi di euro. Un conto salatissimo, inferiore a quanto stimato alcuni mesi fa ma comunque in grado di scatenare una guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, frenare ulteriormente una crescita economica già stentata e dare un duro colpo all’export italiano.

La decisione del Wto è legata a quella con cui a suo tempo sono stati giudicati illegali alcuni aiuti pubblici destinati al consorzio Airbus e la cifra indicata dall’organismo che ha base a Ginevra è destinata a compensare il danno (stimato) subito dal sistema economico statunitense. Ma lo stesso Wto ha anche ritenuto illegali alcuni aiuti forniti dall’amministrazione di Washington alla Boeing e nei prossimi mesi dovrebbe emanare un verdetto analogo a quello odierno, stavolta per quotare il valore delle misure compensative che potrà adottare l’Ue.

Sul punto la commissaria europea al Commercio uscente, la svedese Cecilia Malmstroem ha dichiarato: “Anche se gli Stati Uniti hanno avuto l’autorizzazione dal Wto – ha sottolineato – scegliere di applicare le contromisure adesso sarebbe miope e controproducente. Restiamo pronti a trovare una soluzione equa, ma se gli Usa decidono di imporre le contromisure autorizzate dal Wto, l’Ue non potrà che fare la stessa cosa“. Con il rischio di alimentare un clima già teso tra le due sponde dell’Atlantico e arrivare ad una guerra commerciale che, come già indicano l’andamento degli scambi mondiali e le reazioni dei mercati azionari avrebbe un effetto decisamente recessivo. “L’imposizione reciproca di contromisure – ha avvertito la commissaria – avrebbe solo effetti negativi per tutti”.

L’Italia e l’Europa rischiano di andare in recessione con “i mercati globali che rallenteranno ancora di più”, ha messo in guardia ier il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. “I dazi non sono mai una bella notizia”. E secondo le organizzazioni agricole nazionali – Coldiretti, Confagri, Cia e vari Consorzio in seguito all’aumento delle tariffe doganali vedrebbero schizzare i prezzi negli Usa con inevitabili, pesanti perdite di quote di mercato. La lista dei prodotti americani passibili di rappresaglia è già pronta: dai vini californiani alle noccioline, dai chewing gum al tabacco per un totale di ben 11 pagine.

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Trattativa Stato mafia, Berlusconi indagato a Firenze. La moglie di Dell’Utri: “Perché non testimonia? È in gioco la vita di Marcello”

Come noto da due anni Silvio Berlusconi è indagato a Firenze insieme all’ex senatore Marcello Dell’Utri come possibile mandanti occulti degli attentati a Firenze, Roma e Milano. La procura toscana aveva ottenuto dal gip la riapertura del fascicolo dopo aver ricevuto la registrazione dei colloqui in carcere del boss, di cui Sekret, il format di inchiesta di Marco Lillo, aveva diffuso l’audio sul sito del Fattoquotidiano.it e il legale Nicolò Ghedini, aveva parlato di “notizie infamanti prima del voto”.

Ieri però difensori del leader di Forza Italia hanno comunicato che l’ex premier per impegni istituzionali dovuti alla carica di eurodeputato. Silvio Berlusconi, il 3 ottobre prossimo, non andrà a Palermo per deporre al processo d’appello sulla trattativa Stato mafia. E oggi hanno depositato il documento che certifica che l’ex premier è ancora indagato. L’ex Cavaliere è stato citato dalla difesa di uno degli imputati, l’ex senatore azzurro Marcello dell’Utri, condannato in primo grado a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Ed è per questo che ieri, nella nota depositata alla Corte d’assise d’appello di Palermo, i legali di Berlusconi avevano chiesto ai giudici di chiarire preliminarmente in quale veste giuridica verrebbe sentito. Una volta che la procura generale di Palermo ha accertato ufficialmente l’iscrizione, l’audizione di Berlusconi potrebbe trasformarsi in un braccio di ferro tra le parti. I giudici potrebbero sentirlo appunto come indagato di reato connesso in presenza dell’avvocato, anche perché la veste di teste “puro” gli consentirebbe di non rispondere.

Una scelta criticata dall’entourage della famiglia Dell’Utri che, stando all’Adnkronos, esprime “sorpresa, rabbia, incredulità. E una grandissima amarezza” contava sulla deposizione di Berlusconi che sarebbe stata fondamentale sulle minacce allo stesso ex premier. “È meglio che non parli, meglio che non dico quello che penso. Ricordo solo che – dice Miranda Dell’Utri – la testimonianza di Berlusconi era stata ritenuta decisiva persino dalla Corte di Assise d’Appello di Palermo. Qui c’è la vita di Marcello in gioco

Berlusconi, che come si legge nelle nelle motivazioni pagò Cosa nostra fino al 1994, “vittima” della minaccia stragista rivolta da Cosa nostra allo Stato per il tramite di Dell’Utri non è mai stato sentito in aula, né in fase d’indagine. Una circostanza che, secondo il legale dell’ex senatore e fondatore di Publitalia, andava sanata essendo l’esame di Berlusconi “una logica conseguenza dalla qualifica di persona offesa attribuita al medesimo nella sentenza impugnata in quanto destinatario finale della ‘pressione o dei tentativi di pressione’ di Cosa nostra”. “Se pure non vi è prova diretta dell’inoltro della minaccia mafiosa da Dell’Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano“, si leggeva nella motivazione della sentenza di primo grado.

L’ex senatore azzurro, secondo i giudici, avrebbe svolto con continuità almeno fino al 1994 il ruolo di intermediario tra interessi di Cosa nostra e quelli di Berlusconi e ciò sarebbe dimostrato dall’esborso di ingenti somme di denaro da parte delle società di Berlusconi poi versate o fatte arrivare a Cosa nostra. “Si ha la conferma – prosegue la sentenza – che sino alla predetta data Dell’Utri, che faceva da intermediario di cosa nostra per i pagamenti, riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti coi mafiosi ottenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versarle a cosa nostra“. (Leggi le motivazioni della sentenza)

La corte concludeva che “vi è la prova che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche al riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Mangano (mafioso che lavorò come stalliere per Berlusconi ndr) per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo”. “Ciò dimostra – proseguiva la corte – che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori“. In realtà l’ex premier non si è fatto mai interrogare – se non una volta dal pm Antonino Ingroia nel 2012 come testimone sulla questione dei soldi elargiti a Dell’Utri – ed è appunto indagato a Firenze.

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