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Verbali desecretati, ora il governo renda pubblici tutti gli altri (ed eviti un’altra brutta figura)

Diciamolo chiaramente. Con la desecretazione dei cinque verbali del comitato tecnico scientifico, richiamati nei decreti del premier Giuseppe Conte per arginare l’emergenza sanitaria provocata da Covid, il governo ha evitato in extremis una brutta figura. Anche perché bastava leggere le tre pagine con cui il presidente della III sezione del Consiglio di Stato, Franco Frattini, concedeva una sospensione tecnica della sentenza del Tar (che aveva deciso che quei documenti dovevano essere accessibili) per capire quale sarebbe stata la decisione.

Scriveva il 31 luglio l’alto magistrato: “…Non si comprende, proprio per la assoluta eccezionalità di tali atti, perché debbano essere inclusi nel novero di quelli sottratti alla generale regola di trasparenza e conoscibilità da parte dei cittadini, giacché la recente normativa – ribattezzata Freedom of information act sul modello americano – prevede come regola l’accesso civico”. Quei provvedimenti “hanno costituito il presupposto per l’adozione di misure volte a comprimere fortemente diritti individuali dei cittadini, costituzionalmente tutelati, ma non contengono elementi o dati che la stessa appellante abbia motivatamente indicato come segreti”, “le valutazioni tecnico-scientifiche si riferiscono a periodi temporali pressoché del tutto superati” e “la stessa Amministrazione, riservandosi una volontaria ostensione, fa comprendere di non ritenere in esse insiti elementi di speciale segretezza da opporre agli stessi cittadini”.

Ebbene i verbali, “gentilmente” liberati dal segreto da Palazzo Chigi grazie alla battaglia legale della Fondazione Einuadi, che prima ne ha chiesto l’accesso e poi ha fatto ricorso al Tar, non sono solo quei cinque. Ma ovviamente molti di più: leggendo la numerazione di quelli che sono stati pubblicati si comprende che il verbale del 9 aprile era il numero 49 e da quanto abbiamo saputo si tratta a oggi di 98-99 documenti. Ebbene: il governo come vero atto di trasparenza, non forzato da un verdetto che l’avrebbe visto certamente soccombere, pubblichi tutti gli altri. Magari sul sito della Protezione Civile, in modo che tutti possano leggere i suggerimenti, le ipotesi, gli scenari degli scienziati che sono stati chiamati ad aiutare l’esecutivo nel difficile compito di gestire un Paese nel mezzo della più grave epidemia dal 1918. Ci facciano leggere gli altri verbali: tutti, dal primo all’ultimo.

Privare i cittadini della possibilità di giudicare fino in fondo le scelte probabilmente necessitate, ma che sono di natura comunque politica, potrebbe essere interpretato come un atto in contrasto con il diritto a essere informati e con il dovere della trasparenza che ogni istituzione, e a maggior ragione le più importanti in un Paese, democratico devono onorare.

Ognuno in cuor suo e al momento di votare deciderà se quello che è stato fatto dal governo era giusto oppure no. Ma non era e non è accettabile che si opponesse il segreto – adducendo come motivazione un danno concreto all’ordine pubblico e la sicurezza – su documenti che hanno inciso pesantemente sulla vita dei cittadini, sulla salute di molti e sull’economia di tutto il Paese.

Ma le mancanze dell’esecutivo, sotto pressione evidente con i numeri di contagi, morti e ricoverati che cresceva in progressione geometrica, sono disturbanti tanto quanto l’assenza della voce di deputati e senatori. Come sottolinea l’avvocato Rocco Todero, legale della Fondazione Einaudi, in un intervento a sua firma sulle pagine de Il Foglio, “è stato del tutto assente il Parlamento nazionale, il quale, nella sua veste di massimo rappresentante della sovranità popolare, non ha mai dato segno di volere esercitare la funzione di controllo nei confronti del Governo”.

Solo a ricorso innescato dalla onlus sono comparsi i primi commenti e le dichiarazioni, ma più che un’esigenza di trasparenza e una richiesta di esercizio pieno della democrazia è sembrato il solito gioco vuoto di opposizioni demagogiche. Vale la pena ricordare che la desecretazione è avvenuta il giorno dopo la richiesta del Copasir di accedere a quegli atti e dopo un’audizione della ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese. E a chiunque ci legge ricordiamo che, per Costituzione, “La sovranità appartiene al popolo”. Ci facciano leggere i verbali e nessuno ne potrà dubitare.

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Verbali del comitato scientifico pubblicati sul sito della Fondazione Einaudi, ecco cosa c’è scritto negli atti che erano segreti

Dalle raccomandazioni sull‘istituzione delle zone rosse al divieto di abbracci, dal suggerimento di chiudere le scuole alle indicazioni alla sospensione di tutti gli eventi pubblici. Sono online i cinque verbali del comitato tecnico scientifico richiamati nei decreti del presidente del Consiglio Giuseppe Conte su cui era stato posto il segreto. I documenti sono stati pubblicati dalla Fondazione Einaudi che aveva chiesto l’accesso ai documenti ad aprile. Accesso negato che ha scatenato una battaglia legale finita davanti ai giudici del Consiglio di Stato. Ieri anche il Copasir aveva chiesto i verbali e a questo punto Palazzo Chigi ha dato il via libera e i verbali sono stati consegnati alla onlus. “Per noi è importante sottolineare l’approccio non partigiano alla questione. Si trattava di una battaglia di trasparenza e non giudichiamo nel merito le scelte. C’è stata – dice l’avvocato Rocco Todero che ha seguito tutto l’iter legale – la più grande limitazione delle libertà individuali durante un lungo periodo ed è giusto che i cittadini sappiano quali erano le ragioni scientifiche, oggettive ed epidemiologiche alla base”. L’onlus aveva chiesto, il 14 e il 18 aprile, l’accesso ai documenti degli scienziati che sono stati richiamati in tutti i Dpcm emanati per la gestione dell’emergenza sanitaria, compreso il lockdown. Questi verbali, datati 28 febbraio, 1 marzo, 7 marzo, 30 marzo e 9 aprile 2020, vengono citati nelle premesse dei decreti del presidente del Consiglio, e il loro contenuto era sconosciuto fino alle 12 di oggi. Si tratta di circa 200 pagine.

Il verbale del 28 febbraio – I primi due verbali sono brevi e non riportano la dicitura riservato. Nel primo quello del 28 febbraio il team di scienziati reputava “complessa” la situazione epidemiologica in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, a differenza di Friuli-Venezia Giulia, Liguria e Piemonte dove non si era verificati casi “con modalità di trasmissione non note”. Per queste ultime quindi la raccomandazione era quella di adottare l’ordinanza tipo del ministero della Salute. “Le Regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto presentano, invece, una situazione epidemiologica complessa attesa la circolazione del virus – si legge nel verbale – tale da richiedere la prosecuzione di tutte le misure di contenimento già adottate, opportunamente riviste come segue: sospensione di tutte le manifestazioni organizzate, di carattere non ordinario e di eventi in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo o religioso, anche se svolti in luoghi chiusi, ma aperti al pubblico (es: grandi eventi, cinema, teatri, discoteche, cerimonie religiose). Si propone che tale misura sia prorogata sino all’8 marzo 2020″. Tra le misure, anche la “sospensione degli eventi e delle competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, in luoghi pubblici o privati e “il divieto di trasferta organizzata dei tifosi residenti nelle tre regioni per la partecipazione ad eventi e competizioni sportive che si svolgono nelle restanti regioni”. È in questo verbale che compare la conferma di “tutte le misure previste per la cosiddetta ‘zona rossa’, ovvero per gli undici comuni di Lombardia e Veneto dove si stava maggiormente diffondendo la pandemia da coronavirus. Gli undici comuni, indicati dal dpcm del 23 febbraio precedente, erano Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini in Lombardia e Vò Euganeo in Veneto.

Il verbale del 1 marzo e il divieto degli abbracci – Nel verbale successivo è arrivata la raccomandazione che più ha colpito all’inizio l’immaginario collettivo con la “la raccomandazione generale che la popolazione, per tutta la durata dell’emergenza, debba evitare, nei rapporti interpersonali, strette di mano e abbracci”. Il 9 marzo, poi, il premier avrebbe annunciato il lockdown. Nel verbale c’è il riferimento alle strutture private: “L’utilizzo delle strutture private accreditate dovrà essere valutato prioritariamente per ridurre la pressione sulle strutture pubbliche mediante trasferimento e presa in carico di pazienti non affetti da Covid 19″. Erano i giorni in cui gli ospedali ricevevano malati, anche già gravissimi, e stavano esaurendo i posti nelle terapie intensive.

Il braccio di ferro tra Fondazione e governo – La questione giuridica era delicatissima perché il centro di ricerca torinese, che ha come mission promuove la conoscenza e la diffusione del pensiero politico liberale, ritiene che le misure del governo abbiamo compresso diritti e libertà di rango costituzionale e che quindi quei verbali con i pareri degli scienziati debbano essere noti. La onlus aveva presentato la richiesta fatta alla Protezione civile, ma con due comunicazioni, del 4 e del 13 maggio, la risposta è stata negativa. Quindi il 26 maggio è stato presentato il ricorso al Tribunale amministrativo che ha accolto le ragioni della Fondazione. Contro il verdetto del Tar (22 luglio) il governo ha presentato ricorso (28 luglio) opponendo di fatto il segreto perché si tratta di atti amministrativi e perché devono essere tutelati “la sicurezza pubblica” e “l’ordine pubblico”. Il confronto fino a ieri pendeva davanti ai giudici del Consiglio di Stato che il 10 settembre avrebbe deciso se i verbali dovevano essere pubblici oppure no.

La sospensiva del Consiglio di Stato e la citazione del reedom of information act – Ma nelle sospensiva tecnica firmata dal presidente della III sezione, Franco Frattini, si intuiva in quale direzione sarebbe andato il verdetto. Per il giudice i decreti e di conseguenza i verbali “sono caratterizzati da assoluta eccezionalità, e auspicabilmente, e unicità”. Ma per il magistrato “non si comprende, proprio per la assoluta eccezionalità di tali atti perché debbano essere inclusi “nel novero di quelli sottratti alla generale regola di trasparenza e conoscibilità da parte dei cittadini, giacché la recente normativa – ribattezzata freedom of information act sul modello americano – prevede come regola l’accesso civico” e come eccezione la non accessibilità. Quei provvedimenti “hanno costituito il presupposto per l’adozione di misure volte a comprimere fortemente diritti individuali dei cittadini, costituzionalmente tutelati ma non contengono elementi o dati che la stessa appellante abbia motivatamente indicato come segreti”, “le valutazioni tecnico-scientifiche si riferiscono a periodi temporali pressocché del tutto superati” e”la stessa Amministrazione, riservandosi una volontaria ostensione fa comprendere di non ritenere in esse insiti elementi di speciale segretezza da opporre agli stessi cittadini”. Quindi era concessa la sospensiva perché fosse un collegio a decidere nel merito. Ma a questo punto l’udienza non sarà più necessaria. “La trasparenza è un principio imprescindibile delle liberal-democrazie, che impone la pubblicazione di tutti gli atti riguardanti la compressione, più o meno incisiva, di diritti e libertà di rango costituzionale – si legge in una nota – In tal senso, la Fondazione Luigi Einaudi auspica che il governo compia l’ulteriore passo sulla strada della trasparenza e pubblichi autonomamente tutti gli altri verbali del comitato tecnico scientifico, utilizzati a supporto dei vari Ddpcm adottati dal Presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, nel corso della pandemia da Covid 19″.

ARTICOLO IN AGGIORNAMENTO

Il link ai verbali sul sito della Fondazione Einaudi

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Segreto sui verbali del comitato scientifico, anche il Copasir li chiede al governo. Attesa per la decisione del Consiglio di Stato

Anche il Copasir vuole i cinque verbali del comitato tecnico scientifico diventati oggetto di un braccio di ferro giuridico tra governo e la Fondazione Einaudi. L’onlus aveva chiesto, il 14 e il 18 aprile, l’accesso ai documenti degli scienziati che sono stati richiamati in tutti i Dpcm emanati per la gestione dell’emergenza sanitaria, compreso il lockdown. Il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Raffaele Volpi, dopo la seduta di ieri in cui è stata ascoltata la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha deciso di “richiedere alla Presidenza del Consiglio la documentazione del Comitato Tecnico Scientifico relativa al coronavirus”. Questi verbali, datati 28 febbraio, 1 marzo, 7 marzo, 30 marzo e 9 aprile 2020, vengono citati nelle premesse dei decreti del presidente del Consiglio, e il loro contenuto al momento è sconosciuto. Nei giorni cui sono tante le perplessità sulla proroga dello stato di emergenza il tema comincia a diventare anche politico.

La questione giuridica è delicatissima perché il centro di ricerca torinese, che ha come mission promuove la conoscenza e la diffusione del pensiero politico liberale, ritiene che le misure del governo abbiamo compresso diritti e libertà di rango costituzionale e che quindi quei verbali con i pareri degli scienziati debbano essere noti. La onlus aveva presentato la richiesta fatta alla Protezione civile, ma con due comunicazioni, del 4 e del 13 maggio, la risposta è stata negativa. Quindi il 26 maggio è stato presentato il ricorso al Tribunale amministrativo che ha accolto le ragioni della Fondazione. Contro il verdetto del Tar (22 luglio) il governo ha presentato ricorso (28 luglio) opponendo di fatto il segreto perché si tratta di atti amministrativi e perché devono essere tutelati “la sicurezza pubblica” e “l’ordine pubblico”. Il confronto ora pende davanti ai giudici del Consiglio di Stato che il 10 settembre decideranno se i verbali devono essere pubblici come invoca la Fondazione oppure no come ritiene l’esecutivo, guidato da Giuseppe Conte, dopo che il Tar aveva invece deciso che quei verbali dovevano invece essere accessibili.

La richiesta della Fondazione Einaudi e la motivazione del Tar – La squadra di avvocati della Fondazione, Rocco Mauro Todero, Andrea Pruiti Ciarello e Palumbo, ha “ritenuto necessario chiedere la copia di quei verbali, attraverso l’accesso generalizzato agli atti amministrativi, al fine di consentire agli italiani di conoscere le vere motivazioni per le quali, durante l’epidemia da Covid 19 sono stati costretti in casa, anche in quelle regioni o in quei territori dove non si sono registrati casi di infezione ma il Governo, e per esso il Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, si è rifiutato di consegnare quei verbali”. I giudici del Tar hanno accolto la richiesta ritenendo che “se l’ordinamento giuridico riconosce, ormai, la più ampia trasparenza alla conoscibilità anche di tutti gli atti presupposti all’adozione di provvedimenti individuali o atti caratterizzati da un ben minore impatto sociale, a maggior ragione deve essere consentito l’accesso ad atti, come i verbali in esame, che indicando i presupposti fattuali per l’adozione dei descritti Dpcm, si connotano per un particolare impatto sociale, sui territori e sulla collettività“.

La conoscenza di quei verbali, questa la posizione della onlus, deve essere garantita a tutti i cittadini, perché necessaria all’esercizio dell’ordinario controllo politico-democratico. E il Tar ha stabilito che l’accesso agli atti richiesto dai ricorrenti “oltre a favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche, ha anche la finalità di promuovere, come nel caso in esame, la partecipazione al dibattito pubblico“. I legali avevano esultato: “Siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto perché adesso possiamo, come cittadini italiani, conoscere le motivazioni in base alle quali il presidente del Consiglio ha così fortemente compresso i diritti costituzionali di milioni di persone. Non appena il governo ci consegnerà quei documenti, li renderemo pubblici, perché’ in una matura democrazia liberale i cittadini hanno il diritto di conoscere gli atti dei loro governanti e il diritto/dovere di giudicarli politicamente. Solo chi ha paura del giudizio dei cittadini si può opporre a che questi siamo informati e consapevoli”.

Il ricorso del governo al Consiglio di Stato – Ma il governo, tramite l’avvocatura generale dello Stato, ha presentato 25 pagine di ricorso sostenendo che quella del Tar sembrava una “pronuncia di superficie“, che non era stata “compresa a fondo la complessità e l’assoluta novità della questione” e che l’ostensione dei verbali poteva provocare un “danno concreto all’ordine pubblico e la sicurezza“. È stata anche chiesta, dall’avvocato dello Stato Salvatore Faraci, la sospensione del verdetto del Tar perché nel caso di una decisione opposta ci sarebbe stata una “lesione irreparabile e non sanabile della posizione giuridica dell’Amministrazione”. Nel documento si richiama poi, a titolo esemplificativo, “quanto avvenuto nel recente passato nel corso dell’emergenza epidemiologica in atto, in riferimento all’allarme sociale ingenerato dall’allora paventata chiusura delle scuole e previsione di limiti ai trasferimenti nel territorio nazionale ed alle problematiche, in alcuni casi anche di ordine pubblico, verificatesi nell’imminenza della decisione di creare una “zona rossa” in alcune regioni del nord Italia, a seguito della diffusione di notizie in ordine alle valutazioni effettuate dal Comitato Tecnico Scientifico”. Per questo secondo il governo “appare evidente che anche sotto il profilo dell’opportunità (…) sia legittimo confermare quanto meno il differimento dell’ostensione dei verbali in parola, al termine dell’emergenza in atto, vale a dire ad un momento nel quale possibili implicazioni derivanti dai medesimi verbali in parola, consentano una lettura più oggettiva rispetto all’attuale fase storica di emergenza e di allarme”. L’esecutivo quindi chiede di attendere almeno il 15 ottobre, quando scadrà la proroga dello stato di emergenza.

Il Consiglio di Stato sospende sentenza del Tar ma cita il freedon of information act- Il 31 luglio è arrivata la decisione del Consiglio di Stato. Il Presidente della III sezione del Consiglio di Stato, Franco Frattini, ha ritenuto opportuno che a decidere fosse un collegio di giudici per non pregiudicare definitivamente l’interesse dell’amministrazione vista la materia “meritevole di approfondimento” giuridico. Per il giudice i decreti e di conseguenza i verbali “sono caratterizzati da assoluta eccezionalità, e auspicabilmente, e unicità”. Ma per il giudice “non si comprende, proprio per la assoluta eccezionalità di tali atti perché debbano essere inclusi “nel novero di quelli sottratti alla generale regola di trasparenza e conoscibilità da parte dei cittadini, giacché la recente normativa – ribattezzata freedom of information act sul modello americano – prevede come regola l’accesso civico” e come eccezione la non accessibilità. Quei provvedimenti “hanno costituito il presupposto per l’adozione di misure volte a comprimere fortemente diritti individuali dei cittadini, costituzionalmente tutelati ma non contengono elementi o dati che la stessa appellante abbia motivatamente indicato come segreti”, “le valutazioni tecnico-scientifiche si riferiscono a periodi temporali pressocché del tutto superati” e”la stessa Amministrazione, riservandosi una volontaria ostensione fa comprendere di non ritenere in esse insiti elementi di speciale segretezza da opporre agli stessi cittadini”. Quindi concessa la sospensiva sarà un collegio ad valutare le ragioni.

The Good Lobby: “Trasparenza legittima le scelte” – Il Consiglio di Stato ha ritenuto nel suo decreto monocratico, che gli atti del comitato tecnico-scientifico sulla base dei quali il Governo ha deciso di mettere in campo il segreto di Stato, non dovrebbero essere secretati anche per le implicazioni in termini di limitazione delle libertà individuali per ciascuno di noi – sostiene Federico Anghelé Direttore di The Good Lobby Italia – La trasparenza contribuisce a legittimare le scelte compiute dai decisori pubblici; è proprio nell’oscurità informativa che si annidano sospetti, paure, complottismi e negazionismi. Nei mesi scorsi, assieme a Transparency International e altre organizzazioni della società civile abbiamo scritto a tutte le regioni per chiedere di rendere accessibili in formato leggibile tutti i dati relativi ai tamponi effettuati, ottenendo pochissime risposte positive. Troppo spesso vige ancora una mentalità secondo la quale la trasparenza sarebbe un inciampo, una limitazione all’azione rapida e tempestiva della pubblica amministrazione. Ma in realtà è vero il contrario: tanto più abbiamo accesso alle informazioni utili, e tanto più giudichiamo giusta, coerente, opportuna una scelta praticata dai decisori pubblici”.

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Bologna, a 40 anni dalla strage “la luce in fondo al tunnel della verità. Dopo i mandanti ed esecutori bisognerà individuare gli ispiratori politici”. L’inchiesta sui mandanti massoni della P2 apre nuovi scenari

“Una luce in fondo al tunnel della verità ora c’è. Sarà un processo durissimo. Noi chiediamo ancora completa verità e dopo i mandanti, non più presunti perché ci sono i conti e non lo dico io mai i giudici, bisognerà individuare gli ispiratori politici. Tutti i capi dei servizi erano appartenenti alla loggia massonica P2 e li nomina il presidente del Consiglio. La strage è stata preordinata e calibrata un anno e mezzo prima del 2 agosto 1980″. Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione 2 agosto, non fa nomi ma è facile verificare che dal 30 luglio 1976 e fino a un anno prima dell’eccidio il premier fosse Giulio Andreotti (al suo quinto mandato) e fino al 18 ottobre 1980 a guidare il governo fosse Francesco Cossiga. Che da presidente emerito – come rivelato da MillenniuM – avrebbe raccontato al faccendiere Francesco Pazienza, una vita nei servizi segreti, che l’ordigno “era un transito. Una bomba esplosa per sbaglio. Io volevo dirlo ai giudici dell’ultimo processo ma non mi hanno voluto sentire…”.

La nuova inchiesta e i vecchi depistaggi – Ma Pazienza – insieme ai dirigenti del Sismi, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte, e Licio Gelli – è stato però condannato per aver depistato le indagini e aveva recentemente dichiarato che la strage era responsabilità di Gheddafi. E per questo la corte ha ritenuto quindi la sua testimonianza “inutile” o “addirittura fuorviante”. I giudici hanno respinto al mittente anche la proposta di Ilich Ramirez Sanchez, meglio conosciuto come Carlos lo Sciacallo, il terrorista venezuelano detenuto in Francia. Carlos sarebbe stato testimone della difesa di Gilberto Cavallini, il quarto Nar condannato all’ergastolo in primo grado, il 9 gennaio scorso. Mentre per Giusva Fioravanti e Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, sentiti come testimoni, il verdetto di responsabilità è definitivo.

La “pista palestinese” è stata archiviata nel 2015 e per i giudici dell’Assise di Bologna non solo l’indagine, durata nove anni, ha esplorato ogni possibilità ma Carlos non è stato mai considerato credibile o attendibile, anzi valutato come reticente. La nuova indagine, quella sui mandanti, chiarisce che quella suggestione e la figura di Carlos “sono stati introdotti preventivamente alla perpetrazione della strage”, ricorda l’avvocato di parte civile, Andrea Speranzoni.

Le motivazioni dei giudici saranno depositate il 7 settembre. E sapremo perché i giudici, presieduti da Michele Leoni, per Cavallini hanno riqualificato il reato escludendo che avesse come finalità di attentare alla sicurezza dello Stato. E se è definitivamente chiusa l’era dei depistatori di professione e non. In attesa dell’individuazione degli “ispiratori politici“, a 40 anni dalla strage gli inquirenti di Bologna hanno ottenuto il fine pena mai e individuato il filo nero che dal Maestro Venerabile della P2 passa dal cuore dello Stato e finisce agli estremisti di destra. Seguendo la traccia dei soldi incassati per quella mattanza.

Cavallini, il quarto Nar che si dichiara innocente (come tutti gli altri)“Di quello che non ho fatto non mi posso pentire. Dico anche a nome dei miei compagni di gruppo che non abbiamo da chiedere perdono a nessuno per quanto successo il 2 agosto 1980. Non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi a Bologna”. Cavallini, come gli altri Nar, si è sempre dichiarato innocente. Per i magistrati che hanno condotto il processo, durato due anni, quaranta udienze e ascoltato oltre cinquanta testimoni, è lui il quarto uomo. Infanzia a Milano, padre fascista, madre che gli insegna “l’amore per il vangelo”, poi fondatore dei “Boys San” dell’Inter, picchiatore affascinato dalla Repubblica di Salò, assassino di rossi, poliziotti e giudici, come Mario Amato, reati sempre rivendicati, ma stragista “no”, Bologna “no”. Come del resto hanno sempre detto anche gli altri con Ciavardini che, sentito al processo, a un familiare ha detto di essere l’86esima vittima suscitando indignazione universale. Il nucleo storico dei Nar – senza dimenticare gli altri camerati come Walter Sordi (poi pentito) e Fabrizio Zani, anche loro di nuovo in aula chiamati a testimoniare – a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 ha insanguinato le strade. “Spontaneisti” per Fioravanti e Cavallini, “carne da macello che doveva difendersi” per Mambro, “manovrati” da P2 e servizi segreti deviati per il collegio di parte civile e per i familiari delle vittime della strage, che non hanno perso una sola udienza, come fecero nei processi passati. In due anni c’è stato spazio anche per un accertamento genetico che ha visto la riesumazione della bara di una vittima, Maria Fresu, scoprendo che il Dna dei resti contenuti nel feretro non era quello della giovane donna morta.

Da Licio Gelli mandante – Per anni i familiari delle vittime hanno chiesto di conoscere i mandanti dell’attentato come ora chiedono di conoscere gli “ispiratori politici”. Era uno dei tasselli mancanti nel grande mosaico storico giudiziario che gli inquirenti stanno cercando di mettere insieme per cercare una ragione alla bomba fatta esplodere nella sala d’aspetto della stazione. Quest’anno ci sono quattro nomi, anche se rimarranno sulla carta: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato, Mario Tedeschi. Tutti e quattro sono morti e non potrà mai esserci un processo, né una sentenza di condanna o di assoluzione. Ma non tutti i protagonisti di questo nuovo capitolo sono usciti di scena. Ci sono Paolo Bellini, l’ex terrorista di Avanguardia Nazionale, per concorso in strage; l’ex generale dei servizi oggi 90enne Quintino Spella e l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, per depistaggio; e l’amministratore del condominio di via Gradoli a Roma, Domenico Catracchia, per false informazioni al pm al fine di sviare le indagini. Via Gradoli, la strada romana dove le Brigate rosse avevano allestito il carcere di Aldo Moro nel 1978, era emersa anche nel processo a Cavallini grazie ad alcuni documenti prodotti dalle parti civili. Nella stessa via, infatti, anche i Nar avevano due covi, nel 1981. E gli appartamenti in uso ai terroristi di estrema destra, così come quello delle Br, erano riconducibili a società immobiliari e a personaggi legati al Sisde.

La Procura generale, che nel 2017 ha avocato a sé l’indagine innescata dalla meticolosa analisi dei documenti da parte dell’Associazione 2 agosto, è arrivata alla conclusione che dietro alla bomba alla stazione c’erano quattro menti nere: quelle di Licio Gelli, del suo braccio destro Umberto Ortolani, del potentissimo capo dell’ufficio Affari riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato, e del piduista senatore del Msi, Mario Tedeschi. Gelli era stato già condannato come depistatore dell’attentato, mentre il suo braccio destro Ortolani era stato prosciolto. Accusato di essere stato al centro degli intrighi finanziari della loggia, Ortolani era sparito per sottrarsi a due mandati di cattura internazionali. Rifugiatosi a San Paolo, il Brasile si era sempre rifiutato di arrestarlo perché cittadino brasiliano. Nel 1996, nel processo sulla loggia P2, venne assolto dall’accusa di cospirazione politica contro i poteri dello Stato. Nel 1998 la Cassazione lo ha condannato in via definitiva a 12 anni per il crac del Banco Ambrosiano. Gelli e Ortolani vengono considerati mandanti-finanziatori della strage. Il potentissimo D’Amato, ex agente anglo americano, regista delle principali trame occulte italiane, è invece accusato di essere mandante-organizzatore della bomba: uomo dei mille misteri, anche D’Amato era iscritto alla P2. Faceva parte della loggia di Gelli – tessera numero 1.643 – anche Tedeschi, storico direttore de Il Borghese e senatore del Movimento sociale: per gli inquirenti ha aiutato D’Amato nella gestione mediatica degli eventi preparatori e successivi alla strage, ma anche delle attività di depistaggio.

Paolo Bellini tra gli esecutori – È Paolo Bellini l’uomo con i baffi e capelli ricci, che si aggirava alla stazione di Bologna poco prima della disintegrazione della sala d’aspetto. Ex estremista nero protagonista di una vita spericolata, per la strage di Bologna era già stato indagato e prosciolto il 28 aprile del 1992: negò la sua presenza, indicata da due testimoni, in città la mattina del 2 agosto e fornì un alibi ottenendo il proscioglimento, annullato solo qualche mese fa dalla giudice Francesca Zavaglia. Una revoca che era stata richiesta dalla Procura generale e legata a tre nuovi elementi raccolti. Tra questi c’è il fotogramma che compare in un filmato amatoriale Super 8 girato da un turista tedesco negli attimi immediatamente precedenti alla strage. A recuperarlo nell’archivio di Stato i difensori dei familiari delle vittime, gli avvocati Andrea Speranzoni, Giuseppe Giampaolo, Nicola Brigida e Roberto Nasci, che lo hanno poi depositato alla procura generale. A differenza di quello che avviene oggi con gli smartphone, infatti, nel 1980 le riprese amatoriali erano realizzate solo da pochi appassionati in possesso di videocamere. Il turista filmò dal treno l’arrivo in stazione sul primo binario, alle 10.13, 12 minuti prima dello scoppio. E riprese anche quell’uomo che per la sua ex moglie è proprio Bellini.

Il secondo elemento che “inguaia” Bellini è rappresentato da un’intercettazione ambientale del 1996: Carlo Maria Maggi, ex capo di Ordine Nuovo, condannato per la strage di Brescia e ora deceduto, parlando con il figlio disse di essere a conoscenza della riconducibilità della strage di Bologna alla banda Fioravanti (“Sì sicuramente…sono stati loro… Eh, intanto lui ha i soldi”) e che all’evento partecipò un “aviere“, che portò la bomba. Proprio Bellini era infatti conosciuto nell’ambiente dell’estrema destra per la passione per il volo tanto che conseguì il brevetto da pilota. Per collegare mandanti ed esecutori, i magistrati e la Guardia di Finanza hanno seguito il flusso di denaro. Circa cinque milioni di dollari partiti da conti svizzeri riconducibili a Gelli e Ortolani e alla fine arrivati al gruppo dei Nar, con una consegna in contanti di un milione, il 30 luglio, e non solo. Circa 850mila dollari, per gli inquirenti, furono intascati da D’Amato che secondo l’ipotesi investigativa teneva i contatti con la destra eversiva tramite Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia nazionale. E ancora un’altra fetta di quel denaro sarebbe servita invece a finanziare il depistaggio a mezzo stampa. In particolare, la Procura generale ritiene che una somma andò a Tedeschi perché portasse avanti una campagna sul suo giornale avallando l’ipotesi della “pista internazionale”.

Il flusso di denaro, i documenti “Bologna” e “artigli” – Il prezzo della strage, secondo gli accertamenti, fu pagato tra il 16 febbraio 1979 e il 30 luglio 1980, anche se il saldo economico inizia a sedimentarsi a partire dal 22 agosto 1980. La chiave di volta è stato il lavoro fatto sugli atti del crac del Banco Ambrosiano e sul documento Bologna, sequestrato nel 1982 al massone Gelli ma “fatto inabissare”. Il foglietto, il cui originale è stato scovato all’archivio di Stato di Milano nel portafogli sequestrato allo stesso Venerabile, aveva l’intestazione ‘Bologna – 525779 – X.S.’, con il numero di un conto corrente aperto alla Ubs di Ginevra dal capo della P2. Al documento Bologna c’è un riferimento in uno degli atti considerati più importanti dagli investigatori, il documento artigli. Un appunto per il ministro dell’Interno, all’epoca Amintore Fanfani, classificato come riservatissimo, datato 15 ottobre 1987 e firmato dall’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. Il documento mai protocollato è stato scovato tra le carte del cosiddetto deposito della via Appia: un archivio segreto dell’Ufficio Affari riservati, scoperto solo nel 1996, dopo la morte di Federico Umberto D’Amato. In quel documento top secret si ricostruiva il colloquio tra il legale di Gelli, Fabio Dean, ricevuto nell’ufficio del direttore centrale della polizia di prevenzione Umberto Pierantoni. L’avvocato non è certo sibillino nel suo discorso, sostiene che la polizia “può fare molto” per “ridimensionare il tutto”. Sostiene che il capo della P2 ha già “contattato” altri politici “del Psi e della Dc” e invita “il ministro” a “prendere in mano la situazione”. “Se la vicenda viene esasperata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha, li tirerà fuori tutti”, disse Dean, parlando del suo assistito, in quel momento in carcere e di lì a poco interrogato, anche sul 2 agosto 1980. “Tra i documenti sequestrati a Gelli nel 1982 vi sono degli appunti con notizie riservate, che spetterà, poi, a Gelli avallare o meno, sulla base di come gli verranno poste le domande stesse”. Una minaccia allo Stato. Di cui ancora non si conosce origine, movente e appunto ispirazione. Ma proprio questi documenti inabissati stanno stanno introducendo gli inquirenti verso nuovi percorsi investigativi. Giovedì il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Bologna, ha chiesto di continuare nel percorso della ricerca della verità. Quella “completa” che invocano i familiari delle vittime che bollano come “depistaggio mediatico” la frase di Carlo Maria Maggi che, intercettato, dice che l’eccidio di Bologna “è stato un tentativo di confondere le acque, capisci?! Per far dimenticare Ustica”. La cui storia giudiziaria, nei soli processi civili, ha individuato però e per ora nello Stato l’unico responsabile.

L’articolo Bologna, a 40 anni dalla strage “la luce in fondo al tunnel della verità. Dopo i mandanti ed esecutori bisognerà individuare gli ispiratori politici”. L’inchiesta sui mandanti massoni della P2 apre nuovi scenari proviene da Il Fatto Quotidiano.

Coronavirus, il convegno dei negazionisti in Senato. Il presidente del comitato delle vittime: “Sfregio ai morti e schiaffo ai parenti”

La prima reazione è stata “risata” perché dire che “veramente il Covid non è una emergenza è una frase… Non so che da dove venga questo onorevole Siri, non ho idea da che parte venga…”. Luca Fusco è il presidente del Comitato Noi denunceremo, i familiari delle vittime di Bergamo (oltre 6700 compresa la provincia), ed è incredulo. Poi però pensando che il convegno dei “negazionisti” si sia svolto in Senato parte l’affondo: “I media e soprattutto i politici vengano soprattutto nella provincia di Bergamo e vedano che nonostante la Lombardia abbia tolto l’obbligo della mascherina nei luoghi aperti, tutti i bergamaschi portano la mascherina. E se non la tolgono ci sarà un perché. Facciamo una domanda e diamoci una risposta. Forse perché hanno visto cose che altri non hanno visto? Forse perché la paura è ancora tanta? Questa cosa andrebbe riferita a coloro che dicono che il Covid non è emergenza, che ormai è passato ma l’ormai è passato forse è in un prossimo futuro. Lo spero, ma non non sicuramente adesso”.

Eppure al Senato qualcuno lo ha detto eccome. Al convegno, indetto per scongiurare la proroga dello Stato di emergenza, è arrivato anche Matteo Salvini: “Il saluto con il gomito è la fine della specie umana, io mi sono rifiutato, piuttosto non saluto” ha detto senza mascherina. Propaganda a parte, quello che fa più male è che certe tesi vengano proposte in una sede istituzionale: “Non è che mi indigni, cioè la politica italiana ci sta abituando a tutto e di più. Che si faccia un convegno di questo tipo in un luogo istituzionale è un ulteriore sfregio a tutti i morti che ci sono stati e un ulteriore schiaffo a tutti i parenti delle vittime che stanno chiedendo verità”. Poi Fusco pensa alla strana giornata di oggi in un’altra sede istituzionale, quel consiglio regionale dove il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha parlato per spiegare il caso dei camici.”Tante parole vuote, non dico una ammissione di colpa ma il dubbio che qualcosa siano andato storto. Solo numeri e poi a abbiamo fatto e detto, siamo intervenuti, la Lombardia è forte è grande è bella. Sono rimasto amareggiato e deluso che un presidente di regione, della mia regione sia cosi arrogante e abbia occupato un intervento per una difesa personale che non interessava a nessuno … Siamo amareggiati da questa situazione, non comprendiamo come non capiscano che ogni volta che fanno una cosa del genere danno una coltellata a chi nell’epidemia ci è passato davvero”.

Consuelo Locati, avvocato che ha perso il padre e che fa arte del Comitato, è senza parole: “Mi limito a dire questo: credo che i dati della regione Lombardia (16.801 decessi a oggi, ndr) siano sufficienti come risposta a questo convegno. Basta solo questo. Potrei definirla sceneggiata, ma non lo farò. La risposta è data dai numeri dei decessi, dei ricoveri, è data dal fatto che le terapie intensive come hanno detto i medici erano al collasso in quel periodo e se qualcuno poi ha avuto la fortuna di non avere nessun in terapia intensiva buon per lui, io ho perso un padre in un ospedale so come erano gli ospedali durante l’emergenza Covid. Non faccio commenti e vorrei che citasse quello che abbiamo scritto nel comunicato per l’intervento di Fontana da parte di Luca Fusco”. Eccole: “Ho assistito a sessantacinque minuti di difesa su accadimenti personali espressi in un luogo non certo deputato a questo. Ho ascoltato un lungo elenco di cose fatte e di numeri che nulla avevano a che fare con il dolore e l’amarezza provata dai parenti delle vittime della pandemia. Sono stanco di sentire parole vuote piene di numeri e dati; rappresento i parenti di tantissime vittime della pandemia ed è mio dovere chiedere a voce alta la verità. Oggi non ne ho sentito nemmeno un granello“. E neanche altrove.

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Fca, pm Francoforte: “Installati dispositivi per manipolare controllo emissioni”. 5 manager “coinvolti”, almeno 6 i modelli su cui si indaga

Motori manipolati per avere alte prestazioni e con emissioni che rispettino le ormai rigide norme europee sull’inquinamento. Assomiglia al Dieselgate, che per un periodo ha travolto Volkswagen, l’inchiesta della Procura di Francoforte sul Meno (Germania) che ha chiesto agli inquirenti di Torino una valanga di documentazione da sequestrare e da far consegnare per l’indagine sulla presunta frode in commercio commessa da Fca. E così il 22 luglio gli uomini della Guardia di finanza si sono presentati in più sedi per raccogliere tutto il materiale. I pm tedeschi – a quanto apprende ilfattoquotidiano.it – ritengono coinvolte almeno sei persone nell’indagine: si tratta di Vittorio Antonio Tucci (ingegnere capo del Gobal eMobility propulsion system di Fca), Luca La Sala (principal engineer cordinator di Fca), Ugo Pozzi (manager alla Cnh industrial), Aldo Brucato (manager alla Fpt industrial de gruppo Cnh), Ferruccio Tonello (anche quest’ultimo manager che si occupa dello sviluppo di motori alla Fpt) e di Anna Chiara Palmisano, ricercatrice, che nel 2011 ha presentato una domanda di brevetto per un’unità di controllo elettronica di ricircolo dei gas di scarico. Ed è per questo che sono stati invitati dalla Procura di Torino, con provvedimenti a firma dell’aggiunto Vincenzo Pacileo, a nominare un avvocato. L’input alle indagini tedesche però è arrivato dagli Usa che hanno chiesto tramite rogatoria assistenza giudiziaria. A Torino invece l’inchiesta per frode in commercio, aperta tre anni, è al momento contro ignoti. Forse le perquisizioni potranno permettere agli inquirenti di fare un passo in avanti. Nel mirino ci sono i dispositivi di controllo che sarebbero stati montati su alcuni modelli ben precisi. Nella fattispecie si tratta dei motori della cosiddetta “Family B” nelle dimensioni 1.3; 1.6 (Doblò) e 2.0 (500 e Jeep Renegade); sugli “Heavy Duty”, noti come 120, 130 e 150 Multijet con cilindrata 2.3 (Ducato EU6), 2.8, e 3.0 (montati su Ducato e Iveco Daily). L’ipotesi degli inquirenti tedeschi è che siano stati “installati dispositivi idonei a manipolare l’efficacia dei sistemi di controllo delle emissioni inquinanti“.

Ai finanzieri è stato chiesto di acquisire le email tra il 2014 e il 2019 di una sessantina di dipendenti, i software dei dispositivi di controllo dei cicli dei motori, incluse le versioni di prova e gli aggiornamenti. Quindi hanno perquisito Fca, il Centro ricerche Fiat, Fiat Powertrain Technologies industrial, Fca N. V., Fca Services spa, Cnh industrial e Iveco. Le perquisizioni sono avvenute in altre località europee: anche nel Baden-Württemberg e in Assia (Germania) e nel Canton Turgovia (Svizzera). Alle società è stato poi notificato una lunga richiesta di consegna di documenti entro il 15 settembre: i nomi di chi ha progettato i software, i documenti che riguardano la divisione di competenze tra le società del gruppo FCA quanto allo sviluppo e alla calibrazione dei software dei motori diesel, con indicazione degli eventuali fornitori esterni (extra gruppo) che vi hanno contribuito (in particolare quanto alla tecnologia applicata ai gas di scarico e ai dispositivi di controllo del motore). E ancora: documenti che riguardano la divisione delle competenze tra le società oggetto del provvedimento quanto allo sviluppo, omologazione e commercializzazione dei motori diesel e dei veicoli, oltre a documenti relativi alle modifiche di software di motori diesel e modifiche di calibrazione nell’ambito delle misure Fieldfix. Oltre a ciò sono stati richiesti i provvedimenti adottati per ripristinare l’omologabilità dei veicoli o l’eliminazione di componenti del software a seguito di eventuali contestazioni, la corrispondenza con lo studio legale Hengeler Mueller Partnerschaft nell’ambito dei controlli commissionati da Robert Bosch. E anche la documentazione relativa a informazioni inoltrate dal settore vendite riguardo al funzionamento del sistema di controllo delle emissioni, la documentazione relativa alla attività pubblicitaria inerente il sistema di controllo delle emissioni e il rispetto delle norme sui limiti delle emissioni di gas di scarico, con indicazione delle agenzie pubblicitarie incaricate per concessionari e venditori. Infine è stata richiesta la documentazione relativa all’esercizio di regresso o richieste di risarcimento danni relative a contestazioni degli acquirenti sulle emissioni dei gas di scarico.

Al momento, come scritto dal Fatto Quotidiano, il procuratore Pacileo ha sulla scrivania una consulenza tecnica, eseguita tra il 2017 e il 2019, dalla quale emergerebbe che nell’unità di controllo di alcuni motori sarebbe stato installato un software in grado di distinguere tra una situazione di test in fase di omologazione – in cui le emissioni risulterebbero sempre basse – e una fase post vendita, in cui il motore è più inquinante. Il problema ora, per la Procura, riguarda la progettazione del software: capire chi lo ha ideato e su richiesta di chi ed è per questo che è così imponente la richiesta di documentazione. L’inchiesta quindi punta a stabilire se il controllo delle emissioni siano frutto di un escamotage. L’ipotesi dei pm di Francoforte erano state respinte dalla Commissione europea e dal ministero dei Trasporti italiani. L’analisi dell’Istituto Motori del Cnr, chiesta tre anni fa dal governo, non riuscì a dimostrare la presenza (ma nemmeno l’assenza) di defeat device nei motori Fca analizzati. L’azienda, che a gennaio 2019 negli Stati Uniti ha sborsato circa 800 milioni di dollari per lasciarsi alle spalle una vicenda analoga, pur sostenendo di non avere compiuto alcuna azione illegale, si dice pronta a “chiarire ogni eventuale richiesta da parte della magistratura“. E, per questo motivo, “si è subito messa a disposizione degli inquirenti“. Per i magistrati tedeschi soltanto in Germania i veicoli interessati sarebbero oltre 200mila, tra cui alcuni camper. Questi mezzi, precisa la Procura di Francoforte, “non possono circolare nel mercato comune” e “i proprietari rischiano di essere bloccati“. Le persone che dal 2014 hanno acquistato i modelli Fca sotto inchiesta possono “testimoniare presso la loro stazione di polizia locale”, è l’invito della procura di Francoforte, che ricorda però come “la presunzione di innocenza si applica fino alla conclusione legale della procedura“. E precisa che “nessun risultato intermedio verrà comunicato durante la misura in corso”.

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Carabinieri Piacenza, il maresciallo al comandante: “Si sono allargati un po’ troppo”. Il gip: “Ufficiali disposti a chiudere un occhio per avere arresti”

Pensavano di essere “irraggiungibili”. E a leggere le 326 pagine dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Piacenza, Luca Milani, il motivo della presunzione di impunità è nell’atmosfera che si era creata dentro, intorno e fuori la caserma di via Caccialupo. Dove un maresciallo, appena arrivato e unico non indagato, faceva buon viso a cattivo gioco dei comportamenti “sopra le righe” dei colleghi, lamentandosi con il padre carabiniere in pensione delle coperture di cui godeva il gruppo, guidato dall’appuntato Giuseppe Montella, che con la sua villetta con piscina e la sua Audi, viveva bene al di sopra delle sue possibilità economiche senza che nessuno lo notasse. Un particolare che fa chiedere al giudice come sia stato possibile.

“Se lo possono permettere perché portano i risultati” – È il 4 maggio scorso. Riccardo Beatrice parla con il padre Giuseppe al telefono. È a disagio con i colleghi perché nota troppe sbavature e imperfezioni nei loro comportamenti, “cose fatte aumma aumma che non mi piacciono“. Il carabiniere fa riferimento a “orari”, “cose” e anche al fatto che assegnato al compito di carabiniere di quartiere gli è stato detto di lasciar perdere, ma lui non intende fare un falso. L’uomo sconsolato dice: “Non c’è più l’Arma dei Carabinieri, purtroppo” e aggiunge: “Lo sai perché se lo possono permettere, perché portano gli arresti...”, ovvero “i risultati” come risponde il figlio che continua: “… io a te colonnello ti faccio fare una bella figura e ti porto un sacco di arresti all’anno… Lavorano assai, ma perché? C’hanno i ganci”. Parole che per il gip mettono in luce “lo sfondo cupo e inquietante” della vicenda e cioè che “in presenza di risultati in termini di arresti eseguiti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai militari loro sottoposti”. Beatrice dice anche che avrebbe resistito a lungo: “Ma adesso mi faccio i cazzi miei perché non voglio rimanere qua! … ma se dovessi rimanere qua, no! … ecco perché ti dico, adesso .. si, ok, bel reparto, uniti .. si, è vero, però guardando tutte le facce di questo prisma … no! … cioè … qua, capito? .. Fa male!“.

Il gip:” L’esecuzione degli arresti: un obiettivo a ogni costo” – Intemperanze e irregolarità di cui era a conoscenza il maggiore Stefano Bezzeccheri, comandante della Compagnia di Piacenza sottoposto alla misura dell’obbligo di dimora nella provincia per due episodi in cui era stata omessa la segnalazione alla prefettura di due acquirenti di droga, graziati perché erano stati arrestati gli spacciatori. L’ufficiale, che non stima il comandante Marco Orlando (ai domiciliari), si rivolge direttamente al Montella per chiedere l’incremento degli arresti. Chiede un incontro urgente: “Vediamoci quanto prima a quattr’ occhi, in borghese, al di fuori del servizio… “. Eseguire gli arresti appare “un obiettivo a ogni costo” al gip che cita anche un’altra intercettazione in cui il maggiore dice all’appuntato: “No, io devo parlare urgentemente con te perché dobbiamo parlare di. .. attività operativa, dobbiamo parlare del rapporto che ho avuto stasera con il Colonnello Savo, con tutti gli altri Ufficiali, dobbiamo parlare di cose che avete fatto già in passato e … e di quello che mi piacerebbe fare a me visto che quest ‘anno, comunque, io non andrò via, molto probabilmente resto, e quindi c’ho un altro anno e mezzo per potermi divertire qui su Piacenza, poi non so dove andrò a finire. Intanto garantisce che parlerà con il comandante di stazione ” … io voglio parlare direttamente con voi, poi Orlando lo metto a posto io; così come l’anno scorso io ho disposto, dicevo: ‘Alla Levante non gli dovete rompere i coglioni coi servizi, ordine pubblico, scorte eccetera eccetera’ perché dovevate fare un certo tipo di lavoro e effettivamente.. . diciamo, i numeri parlano ma anche i fatti perché poi … al quartiere Roma, lì… non c ‘è stato più nessuno , si so spostati a via Calciati e pure lì li avete bastonati””. Ma non solo l’ufficiale sprona Montella e gli dice di agire per ottenere “il massimo risultato con il minimo sforzo”.

L’altro maresciallo: “I ragazzi si sono allargati” – Anche un altro carabiniere sapeva che i militari della Levante superavano i limiti. Parlando proprio con Bezzeccheri, il maresciallo Pietro Semeraro, che era stato in servizio alla Levante fino al 31 luglio 2018 e non è indagato, il 22 febbraio dice: “Vabbè, comunque i ragazzi della Levante, più che gestiti devono essere ridimensionati, perché, forse, si sono allargati un po’ troppo .. E poi è anche come testa di quiz … gli fa fare quello che dicono loro, insomma”. Per il giudice Milani c’è stato una sorta di combinato disposto: “In forza di una peculiare congiuntura, nello stesso momento storico si sono trovati a operare, nella medesima Compagnia Carabinieri di una piccola città come Piacenza, un militare incline a sfruttare il proprio ruolo per accrescere i profitti delle attività illecite svolte nel contempo (Montella) e un comandante (Bezzeccheri) che non solo non operava alcuna attività di vigilanza per rendersi conto di tali scenari, ma anzi finiva per assecondarli, spronando l’appuntato a rivolgere il suo servizio verso il ‘massimo risultato” da conseguire con il minimo sforzo. Si auspica che l’attività di indagine svolta all’interno del presente procedimento possa conseguire il “risultato”, quanto meno, di far risaltare come questi non siano certo esempi onorevoli e costruttivi di svolgimento del servizio nell’Arma dei Carabinieri” conclude il giudice.

Il maggiore che non denuncia e fa ascoltare gli audio alla polizia locale – L’indagine è partita da una segnalazione di un altro maggiore che in passato era stato in servizio a Piacenza. Convocato in procura per un’altra inchiesta, l’ufficiale ha infatti raccontato di aver ricevuto una serie di messaggi da un cittadino marocchino che diceva di essere un informatore, che le sue notizie venivano ricompensate la cessione di droga in un contenitore chiamato “scatola della terapia”, ma se le soffiate non bastavano era guai. In più aveva aggiunto che i militari “tenevano comportamenti sopra le righe, come organizzare festini a base di stupefacenti ai quali partecipavano diverse prostitute tra le quali un transessuale”. Un racconto che poi è stato riscontrato. Al termine della deposizione il carabiniere ha poi spiegato agli inquirenti di non aver mai riferito nulla di quanto appreso poiché “non si fidava degli attuali dirigenti” ma riteneva che le dichiarazioni potessero essere vere per l’alto tenore di vita di Montella, che andava in giro in Porsche e Audi e aveva moto di grossa cilindrata: “Ci si chiede come mai – scrive il gip nell’ordinanza – in un piccolo ambiente come la Stazione Carabinieri Piacenza Levante o, comunque, all’interno della Compagnia Carabinieri Piacenza, nessun membro dell’Arma abbia mai sollevato un dubbio sulle reali capacità economiche di un militare di grado inferiore”. La risposta potrà arrivare dal seguito dell’inchiesta.

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Carabinieri arrestati a Piacenza, l’orgia con le escort in caserma e la scatola della terapia per la droga. Il Gip: “Come un romanzo noir”

Atti di indagini o le pagine di “romanzo noir“? Il giudice per le indagini preliminari di Piacenza, Luca Milani, a un certo punto dell’inchiesta che ha portato a scoprire l’esistenza a Piacenza di una caserma che potrebbe essere considerata a tutti gli effetti un covo di criminali, se l’è chiesto. Troppo lungo e così documentato l’elenco dei reati da credere di essere piombati nella fantasia di uno scrittore. E invece no: gli arresti illegali, le torture, la droga rubata agli spacciatori per fornirla ai pusher loro informatori durante il lockdown, la consegna e il trasporto di sostanze in divisa e sull’auto di servizio, contestati a vario titolo, era “tutto vero”. E se questi “reati gravissimi”, come li ha definiti la procuratrice capo di Piacenza Grazia Pradella, non fossero bastati a intessere la sceneggiatura, dove si davano “schiaffoni come in Gomorra“, leggendo le 326 pagine di ordinanza cautelare suddivise in capitoli con titoli come se fosse un libro, si viene a sapere che nella caserma di via Caccialupo almeno un carabiniere ha fatto sesso con le escort e secondo un teste anche festini a base di droga.

L’appuntato con la villa con piscina e 24 conti correnti – Ma non solo: i carabinieri avrebbero approntato, secondo le indagini, una sorta di nascondiglio dove pusher che li informavano potevano approvviggionarsi di droga: la “scatola della terapia” come la definisce lo spacciatore e informatore marocchino che ha cominciato a raccontare i comportamenti “sopra le righe” dei militari dell’Arma. Carabinieri, capeggiati da Giuseppe Montella, classe 1983, appuntato, che aveva un tenore di vita molto più alto di quanto permettesse il suo stipendio. Il nordafricano era stato convocato dalla polizia municipale di Piacenza dopo che un maggiore chiamato per una testimonianza aveva fatto ascoltare alcuni audio ai poliziotti che gli erano stati inviati dal pusher. L’ufficiale ha dichiarato agli inquirenti di non aver denunciato perché “non sfidava degli attuali dirigenti” ma riteneva che le dichiarazioni del marocchino potessero essere vere proprio per l’Audi sfoggiata dall’appuntato e la villetta in campagna con piscina rappresentavano un tenore di vita “ben al di sopra di quanto ordinariamente possibile per un militare dell’Arma del suo grado”. Il giudice ha disposto il sequestro dei beni e di 24 conti correnti.

L’incredulità del gip: “Tutto vero e reso più palpabile grazie al trojan”- Le indagini, coordinate dai pm Antonio Colonna e Matteo Centini, hanno rivelato fin dall’inizio “uno scenario estremamente preoccupante … Non è stato semplice rendersi conto, settimana dopo settimana, che dietro i volti sempre cordiali e sorridenti di presunti servitori dello Stato, incrociati più volte nei corridoi e nelle aule del Tribunale di Piacenza mentre svolgevano attività istituzionali, potessero celarsi gli autori di reati gravissimi – ragiona il giudice – è capitato spesso di alzare lo sguardo per capire se non ci si stesse trovando di fronte alle pagine di qualche romanzo noir riguardante militari infedeli. Tutto vero, invece, e reso ancor più palpabile e concreto grazie all’impiego di uno strumento investigativo inedito e potentissimo come il captatore informatico”, il trojan. Le intercettazioni ha restituito in diretta anche gli abusi commessi nella caserma: le botte, le lacrime del fermato, i colpi di tosse (qui l’audio dell’intercettazione). Nella stazione carabinieri Piacenza Levante sono state messe in atto “condotte poco trasparenti e gravemente scorrette” sia nei confronti dell’autorità giudiziaria sia e soprattutto nei confronti di chi “ingiustamente” era stato arrestato: condotte “illecite” che vanno viste “nell’ambito di un generale atteggiamento di totale illeiceità e disprezzo per i valori incarnati dalla divisa indossata“.

L’orgia con le prostitute in caserma e l’estorsione dell’auto – Montella, che aveva l’abitudine di nascondere i soldi illeciti nella cassaforte della caserma, racconta un episodio che dimostra per il giudice quanto fosse profondo quel disprezzo. È il 3 maggio quando l’appuntato parlando con un altro carabiniere, Salvatore Cappellano, che per il collega Giacamo Falanga, anche loro arrestati, avevano organizzato una serata per festeggiare una ricorrenza. “Quella sera due gliene ho fatte trombare” racconta Montella, “Lo scenario è quello di un’orgia” scrive il gip all’interno della stanza del comandante Marco Orlando (domiciliari) dove si era creato tale scompiglio che le pratiche sulla scrivania erano finite sparpagliate, come il cappello e la giaccia. Ma non solo le urla delle due donne, “presumibilmente escort” anche se un teste aveva parlato anche di una transessuale, avevano infastidito qualcuno che si era lamentato. Un comportamento in cui “forse” non sono ravvisabili reati ma che per il gip sono la metafora di quel disprezzo. È invece contestata l’estorsione per un altro episodio (4 febbraio) descritto dal giudice. In questo caso ci sono state minacce con l’arma d’ordinanza, botte ai dipendenti di una concessionaria e computer danneggiati per concludere la vendita di un’Audi A4 alle condizioni economiche da lui imposte: 10mila euro a fronte di un valore di 21.500 euro. Tra i reati contestati c’è anche il peculato. Con l’autovettura di servizio Fiat Punto i carabinieri della Stazione Levante di Piacenza andavano anche al ristorante, al bar, in negozi a Piacenza e addirittura a casa di uno di loro dove ad attenderli, a metà pomeriggio, c’era la mamma per la merenda da consumare prima di far definitivamente rientro in caserma. Gli altri militari arrestati sono Angelo Esposito e Daniele Spagnolo.

Sei mesi indagini, la scoperta delle cimici – In sei mesi di indagini – dal 20 gennaio e fino a pochi giorni fa – sono stati 53 i “target” delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Sono state 75mila le intercettazioni telefoniche e ambientali. Per tre mesi gli indagati sono stati intercettati e per tre mesi è stato un trojan a far emergere i comportamenti inimmaginabili. Questo perché a un certo punto il carabiniere insospettito dal rumore proveniente dalla sua auto l’aveva portata dal meccanico e aveva scoperto di essere intercettato. Impossibile dire quindi quante violazioni sarebbero state svelate se anche le altre cimici non fossero saltate fuori. L’ordinanza è stata divisa in capitoli: “la droga ai temi del coronvirus” che tratta della droga e dei rapporti illeciti con i pusher, “disciplina e onore” che racconta degli arresti illegali ma anche le scampagnate con l’auto di servizio o dell’orgia caserma, “la legge sono io” con l’episodio dell’estorsione, l’acquisto di anabolizzanti e la grigliata il giorno di Pasqua, “la paura” con la scoperta delle cimici e infine “la risposta dello Stato”. Capitolo che chiude il provvedimento, firmato il 19 luglio, definito “atto di giustizia” e dedicato a chi 28 anni fa, in via D’Amelio a Palermo perse la vita. Nell’attentato morirono Paolo Borsellino e gli uomini della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina morti “compiendo il loro dovere” e “servitori dello Stato di tutt’altro spessore rispetto agli odierni indagati.

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Berlusconi e la sentenza che (secondo il Riformista) dimostrerebbe la “condanna sbagliata” per frode. Ecco i “fatti già accertati in modo incontrovertibile” di cui l’articolo non parla

“Ci sono le prove che la sentenza che condannò Berlusconi al carcere, nel 2013, e che diede il via al declino precipitoso di Forza Italia, era una sentenza clamorosamente sbagliata”. Questo l’incipit di un articolo del Il Riformista, a firma di Piero Sansonetti, che ha scatenato un fiume in piena di reazioni di esponenti azzurri che – da Antonio Tajani a Licia Ronzulli, dalla Gelmini a Brunetta, in alcuni casi parlano di “esecuzione politica” e “colpo di stato giudiziario”. Ebbene qual è questa incredibile sentenza che smentirebbe il verdetto della Cassazione che ha condannato per frode fiscale in via definitiva Silvio Berlusconi il 1 agosto del 2013? Un verdetto del Tribunale civile di Milano – di cui il Corriere della Sera ha scritto il 1 febbraio di quest’anno – che ha negato a Rti e Mediaset di ottenere dal produttore americano Frank Agrama, coimputato del leader di Forza Italia ma prescritto per il reato di appropriazione indebita, un tesoro da 113 milioni di euro. Il motivo è che Agrama lavorava come intermediatore. Il magistrato civile, Damiano Spera presidente della X civile, non smentisce affatto il verdetto degli ermellini ma ritiene di avere il diritto esercitare “il potere/dovere di rivalutare criticamente (alla luce anche del contraddittorio) i fatti già accertati in modo incontrovertibile in sede penale“.

Agrama era un vero intermediario, i contratti erano effettivi, ma questo fa parte esplicitamente del processo penale, e dunque “l’interposizione fittizia contestata nei capi di imputazione non sussiste”. Quei soldi – circa 150 milioni di euro – giacciono su conti svizzeri dal 2005 e potranno tornare in possesso del produttore. Nessun riferimento alla frode fiscale contestata all’ex senatore ed ex presidente del Consiglio, legata all’acquisto dei film americani con “perdurante lievitazione – scriveva la Cassazione – dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale”. Senza dimenticare che tra le prove documentate che portarono alla condanna definitiva di Berlusconi c’era proprio una lettera-confessione con data 29 ottobre 2003, diretta all’avvocato Aldo Bonomo, all’epoca Presidente di Fininvest e ad Alfredo Messina, direttore di Fininvest, in cui Agrama dichiara di aver lavorato per le società del gruppo fin dal 1976 e di aver interloquito con Silvio Berlusconi anche in assenza di un contratto, che poi ha cominciato a chiedere quando la sua interfaccia non era più il presidente o Carlo Bernasconi. Nessun ribaltamento di sentenze quindi, semplicemente la risposta del giudice civile a una istanza in ambito civile. Che poi questo verdetto sia un supplemento di ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo presentato legittimamente dagli avvocati, vale la pena ricordare che la Cedu ha già archiviato il ricorso perché ritirato dai legali che sostenevano che, data la riabilitazione del leader di Forza Italia da parte del tribunale di Milano, Berlusconi non aveva più interesse ad avere un pronunciamento perché “non avrebbe prodotto alcun effetto positivo” per lui. È stato l’ex Cavaliere a non volere sapere alla fine se i suoi diritti fossero stati violati.

L’audio del relatore della sentenza di condanna – L’articolo del Riformista fa riferimento a un audio del relatore del verdetto di condanna emesso dalla Cassazione, Amedeo Franco. Probabilmente il magistrato, che è morto un anno fa e che quindi volendo non può più parlare, non ne era consapevole. “Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone! Questa è la realtà… a mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia… l’impressione che tutta questa vicenda sia stata guidata dall’alto… In effetti hanno fatto una porcheria perché che senso ha mandarla alla sezione feriale? … Voglio per sgravarmi la coscienza, perché mi porto questo peso del… ci continuo a pensare. Non mi libero… Io gli stavo dicendo che la sentenza faceva schifo…”.​ Altro stralcio in cui il giudice diceva che “sussiste una malafede del presidente del Collegio, sicuramente…”. E riferiva voci secondo le quali il presidente Antonio Esposito sarebbe stato “pressato” per il fatto che il figlio, anch’egli magistrato, era indagato dalla Procura di Milano. E poi diceva ancora: “I pregiudizi per forza che ci stavano… si potesse fare…si potesse scegliere… si potesse… si poteva cercare di evitare che andasse a finire in mano a questo plotone di esecuzione, come è capitato, perché di peggio non poteva capitare…Questo mi ha deluso profondamente, questo… perché ho trascorso tutta la mia vita in questo ambiente e mi ha fatto… schifo, le dico la verità, perché non… non… non è questo, perché io … allora facevo il concorso universitario, vincevo il concorso e continuavo a fare il professore. Non mi mettevo a fare il magistrato se questo è il modo di fare, per… colpire le persone, gli avversari politici. Non è così. Io ho opinioni diverse della… della giustizia giuridica. Quindi… va a quel paese…”. ​Ebbene Amedeo Franco, magistrato per 20 anni in Cassazione fino al 1994, competente per i reati tributari, ha scritto personalmente e di suo pugno le motivazioni proprio in virtù della sua competenza in cui si diceva che Berlusconi era “l’ideatore del sistema illecito. Dominus indiscusso” del sistema illecito dei diritti gonfiati. Se non fosse stato d’accordo avrebbe avuto la possibilità, essendo in minoranza rispetto al collegio, di scrivere il suo dissenso e custodirlo. I magistrati ne hanno facoltà e già in passato e successo. Per esempio proprio con Berlusconi, imputato nel processo Ruby,Enrico Tranfa presidente della Corte d’appello di Milano, che assolse l’imputato, dopo il verdetto a cui era contrario ritenendo l’ex premier colpevole, si dimise. Ma Franco non ha fatto nulla di tutto questo. Di più. Davanti al Csm, che giudicava disciplinarmente il presidente Antonio Esposito per aver rilasciato un’intervista, aveva detto di non essersi sentito né condizionato né influenzato nel lavoro di redazione delle motivazioni della sentenza su Berlusconi. Se avesse avuto dubbi, se avesse temuto che quella sentenza fosse stata pilotata perché invece ha dichiarato il contrario? Dichiarazioni simili – nessun condizionamento nessuna influenza – erano arrivate anche dagli altri componenti del collegio, Claudio d’Isa e Giuseppe Di Marzo.

Il caso del giudice Antonio Esposito assolto dal Csm
Un altro magistrato viene tirato in ballo dal Riformista. Antonio Esposito, presidente del collegio della Cassazione che condannò Berlusconi e dopo la pensione collaboratore del Fatto Quotidiano. Ebbene il giudice, finito sotto procedimento disciplinare per dichiarazioni finite sulle pagine de Il Mattino, il 15 dicembre 2014 era stato assolto
essere risultati esclusi gli addebiti. Anche in virtù delle dichiarazioni di Amedeo Franco. A far finire Esposito davanti al tribunale delle toghe con l’accusa di violazione del riserbo era stata un colloquio pubblicato dal giornale napoletano qualche giorno dopo la sentenza su Berlusconi e prima del deposito delle motivazioni che sarebbero state scritte da Amedeo. Un articolo che provocò uno tsunami di polemiche anche per il titolo vistoso: “Berlusconi condannato perché sapeva, non perché non poteva non sapere”. Il giudice accusò subito il giornale – contro il quale aveva intentato una causa civile – di aver manipolato l’intervista. Una tesi che aveva ribadito durante il processo disciplinare (e la cui fondatezza è stata riconosciuta dalla stessa Procura generale della Cassazione) spiegando di non aver “mai parlato degli esiti del processo Mediaset”, ma che al testo venne aggiunta una domanda su quel procedimento che in realtà non gli era mai stata formulata.

Nella sua lunga e appassionata autodifesa Esposito spiegò che, se parlò effettivamente con il giornalista fu perché ritenne suo “dovere ristabilire la verità’”, dopo aver subito “il più infame linciaggio mediatico della storia”, con l’accusa esplicita di “aver emesso un provvedimento anomalo con lo scopo di colpire Berlusconi”. Esposito aveva poi escluso di aver lui stesso sollecitato l’intervista: “Non avevo alcun motivo di farmi pubblicità attraverso un giornale a bassa tiratura, quando il mio nome era apparso su tutti i giornali italiani e stranieri e io avevo rifiutato di dare un’intervista alla Cnn“.

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Cina, lo studio: “Scoperto un virus nei maiali che ha il potenziale per diventare pandemico”

Potenzialmente. È importante soffermarsi su questo avverbio mentre l’epidemia di coronavirus sta continuando a contagiare e uccidere ovunque. Gli scienziati continuano ad assicurare che quella legata a Sars Cov 2 non sarà l’ultima pandemia e un nuovo virus, ancora una volta arriva dalla Cina, potrebbe scatenare una epidemia. Un nuovo ceppo di influenza che ha il “potenziale” per scatenare una pandemia è stato identificato da un team di scienziati cinesi e britannici. La notizia è riportata dalla Bbc. Il virus è emerso di recente ed è veicolato dai maiali, ma può infettare l’uomo, dicono i ricercatori. Il timore è che possa mutare ulteriormente in modo da diffondersi facilmente da persona a persona.

Sebbene non sia un problema immediato, secondo il team questo virus ha “tutte le caratteristiche” per adattarsi e infettare gli esseri umani, dunque necessita di un “attento monitoraggio“. Essendo nuovo, la popolazione potrebbe non avere sufficienti difese immunitarie. Ecco perché i ricercatori sottolineano sulla statunitense Proceedings of National Academy of Sciences (Pnas) la necessità di implementare rapidamente le misure per controllare il virus nei suini e un attento monitoraggio dei lavoratori del settore. L’ultima influenza pandemica – la suina del 2009 – è stata meno letale di quanto inizialmente si era temuto, soprattutto perché molte persone anziane avevano una forma di immunità al virus, probabilmente a causa della sua somiglianza con altri patogeni influenzali circolati in precedenza. Quel virus, chiamato A/H1N1pdm09, è fra quelli presenti ancora oggi nel vaccino antinfluenzale annuale.

Il nuovo ceppo influenzale identificato in Cina è simile all’influenza suina del 2009, ma con alcune differenze. Finora, non ha rappresentato una grande minaccia, ma secondo il gruppo di Kin-Chow Chang è fra quelli da tenere d’occhio. Il nuovo virus, che i ricercatori chiamano G4 EA H1N1, può crescere e moltiplicarsi nelle cellule che rivestono le vie aeree umane. I ricercatori hanno trovato prove di una recente infezione in persone che lavoravano nei macelli e nell’industria dei suini in Cina. Gli attuali vaccini antinfluenzali non sembrano proteggere contro questo virus, sebbene possano essere adattati per farlo, se necessario. Kin-Chow Chang, che lavora alla Nottingham University nel Regno Unito, alla Bbbc online ha spiegato che “in questo momento siamo distratti dal coronavirus, e giustamente. Ma non dobbiamo perdere di vista nuovi virus potenzialmente pericolosi”. Se questo patogeno non è un problema immediato, secondo l’esperto comunque “non dovremmo ignorarlo”.
Secondo James Wood, a capo del Dipartimento di medicina veterinaria dell’Università di Cambridge, questo studio “arriva come un promemoria salutare” del fatto che siamo costantemente a rischio di nuovi agenti patogeni e che gli animali da allevamento, con i quali gli esseri umani hanno un contatto maggiore rispetto alla fauna selvatica, possono veicolare questi microrganismi.

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