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I giovani millennials non sono quella ‘generazione perduta’ di cui spesso si parla. Marco lo dimostra

La nuova crisi in arrivo colpirà, stando a differenti analisi, con maggior violenza i millennials. In vero non è certo un segreto. Questo gruppo demografico (i nati dal 1980-2000) sono, senza voler offendere nessuno, una delle generazioni dell’epoca moderna, tra le più sfortunate.

Sono nati coccolati dai genitori Gen-X negli anni ’90. Hanno visto o assorbito per osmosi tutto il mondo “Yuppies”. Nel 2001 appena 20enni (quelli più vecchi) han percepito la crisi delle dot.com. Nel 2008-10 affacciatesi timidamente al mondo del lavoro… Sbam! Badilata in faccia con il crollo immobiliare Usa e la conseguente crisi che ha colpito tutta l’Europa. Nel 2014-5 quando la crisi si stava attenuando, e i posti di lavoro cominciavano a riapparire (parlo dei posti lavoro pagati con un contratto serio, la Gig economy lasciamola stare per favore!), molti millennials si muovevano per l’Europa.

Oggi 2020 altra tempesta perfetta tutt’ora in divenire: il peggio arriverà tra ottobre e gennaio, se parliamo dell’Italia. Di fatto i nati di questa generazione sono divenuti, in ordine sparso: causa di tutti i mali, dissoluti che spendono ogni euro, senza testa perché non risparmiano, sciagura immobiliare perché non prendono casa, sfruttati perché non sanno trovare un lavoro serio, peso per la società perché vivono ancora coi genitori, sfruttatori perché usano la paghetta estratta dalla pensione dei nonni. Io, in passato, ho cercato di spiegare che sono una generazione che ha molte sfide davanti a se e poche sicurezze. Ho pensato di approfondire, facendo due chiacchiere con un millennials.

Trentasette anni, il più giovane amministratore delegato italiano di una società quotata al Mta di Borsa in Italia. L’azienda di famiglia lasciata da papà è stata tutt’altro che un regalo dato che ha dovuta chiuderla con suo fratello e pagare i debiti con gli immobili di famiglia e da lì in, poi, si è fatto strada da solo. Capire che aria tira nei millennials da fuori è facile, da dentro è più complesso.

“Sicuramente siamo una generazione che sta affrontando molte sfide che le precedenti generazioni non hanno visto. Penso alla genX o ai boomers: mi piace pensare che ci stiamo costruendo quegli anticorpi che ci permettono di sopravvivere a scenari violenti, come quelle delle due crisi”, mi spiega Marco Belloni, Ceo di Giglio Group Spa. Con la premessa che non c’è una “ricetta” per il successo due o tre buoni esempi da Marco li ho estratti.

Prima di tutto prepararsi e studiare. Marco spiega che studiare non si riferisce al semplice corso di studi. Essere curiosi, continuare a leggere, aggiornarsi tramite, articoli, newsletter, blog di settore (il settore che ci interessa ovvio) leggere libri (quella cosa di carta spessa che, in Italia, si compra su Amazon per fare la cifra e non pagare il costo di spedizione). “Mediamente studio almeno 1-2 ore al giorno. Non è facile con il lavoro e la famiglia ma me lo impongo soprattutto alla mattina presto, come consigliato da un amico”.

Secondo passo sapersi promuovere in modo affidabile. E’ un concetto più complesso del personal branding: far sapere al mondo che si esiste privilegiando la qualità di un contenuto scritto oppure detto di persona, rispetto alla quantità. “Essere influencer è un lavoro, essere credibile è un dovere professionale”. Soprattutto se parliamo del mondo business.

La credibilità di un individuo, quanto meno in Italia, passa da 3 principali canali. Mantenimento degli impegni presi perché ormai siamo tutti soggetti pubblici con migliaia di relazioni, pubblicazioni su riviste di settore, esposizioni pubbliche come lezioni in Università, conferenze e convegni. E’ un’attività che richiede tempo e il ritorno di investimento non è immediato.

“Ritengo molto utile partecipare a differenti conferenze, perché mi danno la possibilità di creare un dialogo e di tradurre un argomento nel linguaggio efficace ad imprenditori o aziende. In aggiunta sono docente a contratto al Politecnico di Milano. L’essere preparati è molto importante, ma condividerlo con gli altri e continuare ad alimentare il dialogo è la base per essere proattivi”, conclude Marco.

Ultimo ma non per questo meno importante, soprattutto per i millennials, è fare network. In questo ci aiuta Linkedin: se usato bene permette di contribuire al personal branding ma, in parallelo, di riattivare contatti professionali passati o di crearne di nuovi. In tal senso un ottimo strumento per capire quanto noi siamo connessi alla nostra rete è il Social Selling Index. È gratis e vi permette di comprendere quanto la rete di cui voi fate parte vi vede, valuta e dialoga con voi.

Sicuramente il mondo dei prossimo decennio sarà sfidante per i millennials e la prossima gen Z. Tuttavia ho cercato di dimostrare, nel mio piccolo, che i millennials, se ci si mettono di impegno, non sono quella “generazione perduta” di cui spesso si parla con compassione e perplessità.

@enricoverga

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Jerusalema, perché multare l’ufficiale? Non prendiamoci in giro, quel balletto è un successo

In queste ultime ore grande scandalo perché i cadetti di una scuola di marina italiana hanno ballato, di fronte al pubblico, schierati e in divisa, la canzone Jerusalema. Per fare il punto. La canzone è nata da un Dj (Master KG) e cantata da Nomcebo. In parte cantata in inglese in parte nella lingua locale, il Khelobedu, parlato dalla tribù Balobedu, parte del gruppo etnico del nord Sotho.

È nata in Sud Africa una nazione che ha una fusione di razze, etnie, Dna importante: almeno 13 nazioni pre-occidentali. A cui poi si sono spalmate e integrate boeri, francesi ugonotti, inglesi, indiani e molti altri. Se a qualcuno questa sonorità può sembrare familiare è forse perché gli ricorda il famoso Waka Waka. Il ritmo era africano, cantato da un gruppo locale, venne poi “rubato” da Shakira che ne fece una hit. Questa volta è tutto made in Africa, il che dimostra che anche questa nazione, per chi non lo avesse compreso, può sfornare delle hit e ha una cultura locale fervida e creativa (Nollywood macina più blockbuster di Bollywood, fatte le proporzioni!).

La canzone è stata registrata fine 2019, divenuta virale su Youtube e poi giunta anche alle orecchie dei cadetti della marina italiana. Oltraggio nazionale (quanto meno presso l’ammiragliato) che vuole multare l’ufficiale che l’ha ballata, legittimando l’intera squadra schierata a fare lo stesso. La smettiamo di prenderci in giro? A mio avviso questo è un successo e mi voglio spiegare bene.

I soldati di tutto il mondo, quando schierati sui campi di battaglia, rischiano la pelle. Non sono calciatori strapagati il cui massimo rischio per la vita è prendersi un calcio sugli stinchi, non sono attori che si lamentano perché la loro candela la profumo di vagina non è stata capita dal pubblico, non sono influencer che mostrano come fare (in modo vergognoso) una pizza e ricevono migliaia di like.

I soldati, qualunque esercito moderno o passato, sono gente che per spirito di patria si schierano a difesa degli interessi nazionali (definizione amplia, non siamo naive). Ovvio le missioni all’estero son pagate piuttosto bene. Bene, se paragonate alla paga da fame di tutti coloro che sono schierati a svolgere le mansioni più importanti e meno valutate (polizia, pompieri, infermieri, militari etc..) ricevono a fine mese.

Perché rischiare la vita, prendersi una manganellata, prendersi un virus mortale o bruciare vivo in un incendio e portare a casa poco meno di 1500 euro io non lo considero una paga bastante per sacrificare, in uno scenario estremo, la propria vita.

E torniamo ai nostri cadetti. Hanno fatto una cosa veramente così orribile? No, sono militari, giovani, forse in un futuro schierati in missioni anti-pirateria in Somalia, per difendere i carichi di merci che noi compriamo su Amazon (e ci vengono spediti dalla Cina via nave!), o per salvare vite nel mare. Rischieranno la propria vita, come i colleghi che li hanno preceduti.

Sono gli unici ad aver osato scaricare la tensione presente ballando? Nemmeno per sogno. I più ballerini sono forse i soldati americani. Dall’Afghanistan all’Iraq i balli dei marines e dei fanti vanno da What is love a Call me Maybe, con la gentile partecipazione delle Miami dolphin girl (le cheerleader della omonima squadra). I russi non sono niente male, un po’ classici forse. Ovviamente non potevano mancare i soldati africani (Ghanesi) che danzano la stessa Jerusalema. La lista sarebbe infinita ma mi fermo qui.

Sarebbe bello che l’Ammiragliato comprendesse, invece di dare una multa a questo ufficiale, che i soldati di ogni armata e nazione rischiano la vita, e, spesso, sono anche sinonimo di supporto e aiuto presso i civili. Comprendere questo e far si che possano dimostrarsi “più umani” non credo sia un errore anzi. Diversamente mandiamo i robot in guerra, così non sono umani ed eseguono gli ordini senza porre domande e senza manifestare pietà.

Ricordo, in ultima istanza, che, tra gli eserciti, gli italiani, per le missioni di pace, sono sempre i più richiesti. Quella normalità, umanità e senso di “casa” che i nostri militari riescono a infondere nelle popolazioni straniere che stanno proteggendo (dalla distribuzione di cibo e la creazione di improvvisati ristoranti locali per la popolazione) è qualcosa di impagabile. E tutto nasce dall’essere umani, e se ogni tanto si balla, capita… di essere umani.

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Milano, spesso mi chiedo come sia vista da fuori. E grazie a ‘Girl in Milan’ ho trovato risposte interessanti

Come è vista la capitale economica d’Italia, Milano, e il resto della nazione? È una domanda che mi pongo spesso. Non mi riferisco alla semplice sfilza di statistiche: Ocse, Fmi, Banca Mondiale, Fao, Banca Europea etc… tutte quelle statistiche dipingono uno scenario numerico. Citando un grande politico, che ha avuto un incidente con dei proiettili vaganti (ma tanti proiettili vaganti!), quando parlava del Pil: “Il Pil dice tutto dell’America, tranne cosa significa essere americani (traduzione libera, nda)”. Ora il ragionamento di Kennedy vale anche per l’Italia.

Per questa ragione ho voluto scovare una studentessa nigeriana, Hellen Akinsiku, che con il suo blog racconta Milano e l’Italia. È un po’ la differenza che intercorre quando ci si guarda allo specchio o si sente la propria voce nell’orecchio interno rispetto a quando ci vediamo ripresi in una telecamera mentre parliamo.

Sono solo io a pensare che le due percezioni siano differenti? Di qui la mia scelta di leggere il blog di Hellen per qualche tempo. Girl in Milan è una pagina semplice, base WordPress. Nulla di tecnologico. Scritto in inglese, in questo blog si possono trovare differenti post: informazioni utili di tutti i tipi, come per esempio l’utilizzo dei mezzi di trasporto o una richiesta di permesso di soggiorno per studenti, e cose più personali come esplorazioni culinarie o come organizzare un appuntamento con un ragazzo italiano (in gergo inglese “dating”).

Il fatto che Hellen abbia studiato economia del turismo con un master nel settore dell’accoglienza è sicuramente un’aggiunta. Come dire, non sarà un’esperta ma ha un approccio critico sul tema alimentare. “Una volta arrivata in Italia, tramite una visa per studenti, ho compreso che molte domande che si pone una studentessa, anche le più semplici, non trovavano risposta, oppure erano disponibili ma in modo complesso”, spiega Hellen.

Intendiamoci, qui la battuta (razzista, aggiungo io) me la immagino subito, stile: “eh beh, viene dall’Africa, mica ci sono abituati a Milano”. Ecco, tralasciando la battuta razzista e piuttosto ignorante, sorprenderà il lettore scoprire che il resto del mondo non è Milano, né tanto meno Londra o New York. Il resto del mondo, circa due terzi, non vive in metropoli o in megalopoli. Abita in contesti microurbani o agrari.

E anche quando parliamo di cittadini vi sono sempre differenze. E per la cronaca Hellen viene da Lagos, una città da circa 16 milioni di abitanti. Quindi possiamo definirla tranquillamente più cittadina di noi, se consideriamo che Milano non arriva a due milioni di abitanti.

Ogni città ha le sue peculiarità. Bangalore, tanto per fare un esempio, ha oltre 10 milioni di abitanti ma nessuna metro in grado di soddisfare la necessità di trasporto pubblico. Mentre a Stoccolma sino a pochi anni fa gli alcolici li compravi solo nei negozi specializzati e autorizzati dal governo. Ogni nazione ha le sue specificità, e noi italiani, visti da fuori, non siamo differenti.

“A Lagos quando prendi un autobus è una soluzione pay as you go (‘paghi per quel che usi’), qui invece si compra un biglietto singola corsa o corse multiple. Sembra una cosa scontata, ma sono differenti metodi di pagamento”, spiega Hellen. Il blog tratta di tutto questo ginepraio sociale, economico e psicologico che noi, comunemente, chiamiamo Milano.

Altre volte fa scorribande in altre città e affronta temi leggeri come il dating. Quello che mi fa piacere, discutendo con lei, è che il tema razzismo non è mai stato toccato. “La barriera linguistica è un elemento complesso, ma quando gli italiani vedono che parli un po’ della loro lingua sono molto socievoli e disponibili, in aggiunta molti italiani parlano inglese. Non mi son mai sentita discriminata”, conclude Hellen.

Leggendo questo blog, per quanto non te lo aspetti, da italiano, puoi scoprire cose nuove, magari di nicchia sulla nostra nazione, che ti permettono di vederla con gli occhi di qualcun altro. Senza ambizioni di essere la guida di Lonely planet né una rivista patinata, è una lettura divertente che ci permette di osservarci da fuori. Per gli stranieri, invece, è uno strumento utile per capire usi e costumi di una nazione variegata, a volte un poco incasinata, come l’Italia. Tanto bella quanto complessa da capire per uno che “viene da fuori”.

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Università, niente di buono all’orizzonte. Per questo uno sconto sulla retta è un’opportunità

Ogni industria è stata colpita dal Covid. Con l’october suprise in arrivo in autunno i danni effettivi alla società civile sono ancora ben lungi dal poter essere stimati (malgrado ogni 2 settimane qualcuno ci provi). Le ultime stime parlano di una ripresa nel 2021 lenta. È tutto da vedere se le stime 2021 avranno ragione. Di certo il 2020 sarà un anno sfidante per molti: le stime per l’Italia parlano di un crollo del Pil tra il 12% e il 13%.

Se il settore aziendale non va bene, niente di buono si prospetta per le università. Diamo un occhiata prima di tutto agli Usa. Il collasso del sistema scolastico superiore americano è già in atto. Le università americane sono in crisi. La ragione immediata è piuttosto facile da comprendere: il lockdown attivato negli atenei ha di fatto chiuso ogni facoltà. Ogni attività di formazione ha avuto luogo solo in forma telematica-remota. La domanda che molti studenti si sono posti è semplice: conviene ancora pagare le rette universitarie dai prezzi stratosferici?

Che il sistema universitario americano sia malato non è cosa nuova. Per diritto di cronaca devo riportare che le università anglo-americane (che condividono molti modelli di business e sistemi di finanziamento) avevano già problemi finanziari prima della crisi Covid, come spiega bene il Guardian. E per gli studenti universitari le cose non vanno meglio: il debito scolastico a stelle e strisce è triplicato negli ultimi 10 anni, raggiungendo la ragguardevole cifra di 1,5 trilioni di dollari.

Se gli “anglo” non stanno bene noi italiani non siamo così lontani. Esiste un sentimento diffuso che si sta manifestando tra tutti gli studenti universitari: la paura di ritrovarsi laureati e disoccupati.

Il 2008 colpì seriamente anche il mercato dei neolaureati. Le aspettative di assunzione post 2008 hanno spaventato molti laureandi e matricole; ancora oggi si parla della generazione 2009-2010 come una generazione di “perduti”. Negli ultimi giorni si parla di un rischio di 10mila immatricolazioni in meno. Ovviamente i timori per i neo diplomati sono comprensibili. Il rischio di ritrovarsi senza lavoro una volta laureati è palese e i costi universitari sono un investimento importante.

Ai costi universitari diretti si aggiungono i costi indiretti. Molti universitari di Milano, Bologna e Roma (giusto per citare le grandi città universitarie) devono affrontare gli oneri economici del vivere fuori casa. Se in America stanno cominciando a valutare piani di scholarship (borse di studio) l’Italia si è già mossa.

“Il problema dei costi universitari italiani, se paragonato a quello americano, è tutto sommato moderato” mi spiega la professoressa Azzurra Rinaldi, cattedra in Economia alla Sapienza e fondatrice del movimento femminile #datecivoce. “Come Unitelma, l’unità universitaria telematica della Sapienza, abbiamo attivi corsi a distanza. Sono un grande vantaggio per i nostri alunni. È tuttavia con grande piacere che anche l’università telematica di Sapienza ha deciso di varare un programma di borse di studio. Permetteranno a molti alunni che vogliono vivere l’esperienza universitaria in persona di assistere ai corsi” conclude Rinaldi.

Nello specifico su impulso del Rettore prof. Antonello Folco Biagini saranno mille, per cominciare, i neodiplomati che potranno accedere alla borsa di studio che coprirà una parte dei costi dell’università.

Ovviamente lo scenario crisi post Covid è ancora in via di sviluppo; tuttavia, se consideriamo che stiamo andando verso un periodo dove la formazione universitaria sarà sempre più importante, il poter avere uno “sconto” sui corsi è sicuramente un’opportunità per molti studenti meritevoli.

@enricoverga

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Lo smartworking può essere il futuro se si rinuncia al ‘potere della scrivania’

Lo smartworking (SW) attuale è frutto di un’esperienza improvvisata, figlia di un’emergenza mondiale. Ritengo tuttavia che sia destinato a restare, come elemento integrato, in tutti i processi aziendali. Il tema è rilevante soprattutto per le grandi compagnie, con migliaia di dipendenti.

Diamo per assunto che entro i prossimi 5 anni le aziende di servizi adotteranno (in una quota sino al 50%) lo SW. Quando parlo di “servizi” mi riferisco a tutte quelle aziende che hanno la maggioranza dei loro dipendenti operativi di fronte a una scrivania/computer: compagnie elettriche, telefoniche, assicurative, bancarie etc..

Vi sono alcune ovvie ragioni per cui ritengo che questo tipo di aziende saranno le prime ad adottare in massa lo SW: risparmio dei costi per postazioni di lavoro in ufficio, maggior produttività-lavoro da casa, migliore rapporto vita-lavoro e vita-familiare.

Per questo ho fatto quattro chiacchiere con Giovanni Casto di Softlab. La maggioranza dei clienti di questa azienda sono grandi compagnie di servizi: assicurazioni, distribuzione di energia, organizzazioni governative etc.. per questo può offrire una visione sul futuro di questo segmento aziendale che in Italia occupa circa il 30% della forza lavoro (gli altri sono agricoltura e manufatturiero). Tre sono le voci del futuro dello SW. Sicurezza, produttività ed umanità.

“Ci siamo trovati tirati dentro lo SW quasi per sbaglio” mi spiega Casto. “Molti clienti ci hanno chiesto dei protocolli base per operare immediatamente: software antivirus, soluzioni di conference call e relativi piani di adozione immediata. Ora che l’emergenza sembra sotto controllo, siamo in grado di dialogare con i nostri clienti su una base di proiezione e pianificazione strutturata. Ritengo che il futuro dello SW deve passare per la sicurezza e protocolli condivisi. Le statistiche di cyber-crime causa SW sono in aumento.”

A pensarci è un evento logico: a casa vi sono minor attenzioni, lo stesso computer può essere usato da differenti membri della famiglia, con l’aggiunta di effettori esterni (hard disk, chiavette usb etc..). Lo scenario hacking è preoccupante e dovrà essere monitorato: un dipendente (dal manager sino all’ultimo stagista) che non “vive” in un ambiente cybernetico sicuro è, potenzialmente, un rischio per l’intera azienda. Lo sforzo, in tal senso, che dovranno fare le aziende di servizi e i loro fornitori, è immenso.

Se la sicurezza informatica è importante la produttività è vitale. Se tu dipendente non produci, non fai delivery, non chiudi i progetti, lavorare da casa è inutile. Il tema di mantenere o aumentare produttività in SW (da casa, dal parco, da un co-working etc..) è un passaggio essenziale perché questa modalità di lavoro possa divenire una soluzione percorribile, per aziende e i loro dipendenti.

Esiste una percezione e un modo di fare, purtroppo, tra molti manager “da scrivania”, che è diretto nemico dello SW. Il “potere della scrivania” è qualcosa di pericolosamente radicato nella testa di molti manager occidentali. In Italia, a mio avviso, questa sindrome di potere è ancora più manifesta, soprattutto in un range di età tra i 40 ai 60 anni.

Il fenomeno ha luogo anche tra molti imprenditori vecchio stile. Si può riassumere questo “se non ti vedo lavorare allora non lavori”. È una visione che più o meno corrisponde a un modello di operatività del 1800 (senza frustate che non van più di moda). Il mondo degli uffici non morirà mai ma la sua concezione come locus laboris è ormai passata. Resta però la necessità di monitorare, in senso benigno senza frusta, l’efficienza dei lavoratori.

“Pur dando per assunto che vi sia completa fiducia nel dipendente, comprendere come supportarlo nel suo lavoro è vitale”, continua Casto. “I dati di queste ultime settimane confermano un’accresciuta efficienza nel lavorare da casa. La vera rivoluzione è la rielaborazione del ruolo del dipendente e delle sue funzioni: considerare il dipendente come una figura che porta valore e opera su obbiettivi.

Proprio per sostenere la produttività delle nostre persone e per far sentire l’azienda vicina e attenta ai loro bisogni, in queste settimane di lockdown abbiamo organizzato diverse iniziative che rendessero più distensive le giornate da casa: un Fitness Bootcamp con personal trainer da remoto per curare mente e corpo, colloqui psicologici a distanza per sostenere le persone più fragili e tour virtuali della Capitale come momento di svago e relax”.

Ora resta il terzo aspetto del futuro SW, quello che, a molti, è mancato in queste settimane: il lato umano. Per noi italiani l’umanità, la convivialità è un aspetto fondamentale del nostro modo di vivere: dal caffè la mattina con i colleghi, il pranzo insieme, l’aperitivo post lavoro. Ad essere onesti negli ultimi anni alcune di queste abitudini si sono ridotte. Spesso la pausa pranzo diviene un momento per consumare il cibo di fronte al computer, lo stesso per la pausa caffè.

In futuro saranno gli stessi dipendenti a rimodulare la loro vita sociale. Se ragioniamo in termini di obiettivi e non tempo “passato in ufficio”, una serie di dinamiche, cristallizzate nel vivere comune, vengono meno. Consideriamo una donna che lavora e ha un figlio/a. La sua socialità, in passato, era limitata a dover scegliere se lavorare o fare la madre. Oggi potrà dedicare tempo a curare i figli, portarli ai corsi di nuoto, tennis etc. e a coltivare i suoi interessi. Il tutto alternandosi con il partner.

Una coppia di lavoratori SW potranno gestire la loro socialità di adulti e genitori e in parallelo lavorare. Pensiamo solo al tempo speso su mezzi di trasporto per raggiungere il proprio lavoro. Ovviamente non è tutto perfetto e le dinamiche di SW e la loro integrazione nella routine giornaliera dei dipendenti dovrà essere calibrata.

Sia le aziende che lo Stato dovranno investire per far evolvere questo tipo di somministrazione di lavoro. È indubbio, tuttavia, che i vantaggi in termini di risparmio di tempo, soldi e stress saranno importanti sia per le aziende che per i propri dipendenti.

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Coronavirus, non solo app anti-contagio: esistono altre soluzioni per i meno tecnologici

A rischio di sembrare esagerato il Coronavirus sta tirando fuori il meglio di noi. Intendiamoci, non sono certo un supporter de “la crisi è un opportunità” oppure “andrà tutto bene”, non è nel mio modo di vedere. Una Crisi è una crisi: una cosa pericolosa, che crea danni immediati e ricadute durante gli anni. Tuttavia c’è da osservare, tutti i giorni, quanto singoli individui e aziende stiano cercando di fare il massimo per dare supporto agli altri. Dagli artisti che improvvisano live session (come quello di venerdì 17 della talentuosa violinista asiatica Lena Yokoyama) a corsi on line gratuiti che fanno manager per supportare le aziende.

E le aziende non sono da meno. Qualche settimana fa ho intervistato Armani Group e Lisanza per comprendere la loro riconversione (temporanea, si intende) per produrre camici ospedalieri e mascherine. Un tema, quello della riconversione manufatturiera, molto più complesso di quello che si pensa. Dimostra la resilienza e la flessibilità delle nostre aziende: una cosa che ci tornerà molto utile nei prossimi mesi.

Anche la tecnologia italiana si è schierata a supporto della guerra contro il virus. Una guerra che la tecnologia può sicuramente aiutare a vincere. Il caso di Bending Spoons è da manuale, nel mondo della tecnologia: nata come startup in pochi anni arriva a superare quota 40 milioni di fatturato nel 2018 (dopo 5 anni dalla fondazione). Oggi è la SpA che ha donato la sua applicazione per tracciare, per chi vorrà scaricarla, i cittadini e aiutare il governo a controllare i contagi monitorando gli spostamenti in remoto.

La dinamica di monitoraggio remoto è legata ad un applicativo sul cellulare. Essendo il cellulare uno strumento che la maggioranza degli italiani possiede, di solito vecchio 3-4 anni, la app funziona da Dio. Ma per gli italiani che sono meno tecnologici? Che usano apparati mobili desueti? Oppure coloro che decideranno di non scaricare la app (come detto, scelta volontaria) o lasciano apposta a casa il cell (spero quest’ultima una eventualità remota!)? In questo caso arriva un dispositivo multimediale, adattando tecnologie già esistenti. A mio avviso s’integra perfettamente con la app di Bending spoons, ma che io sappia le due realtà si muovono autonomamente.

Una realtà più “anziana” di Bending spoons che nasce nel mondo della musica degli amplificatori compatti energicamente efficienti e di alta potenza per il settore audio professionale: Deva, creata da Powersoft Spa, è un dispositivo multimediale compatto capace di rilevare assembramenti in aree pubbliche e private. Per di più lo strumento, per darvi un’idea grande quanto una telecamera di sicurezza, in applicazioni particolari funziona anche con l’elettricità prodotta da un mini pannello fotovoltaico. Questa indipendenza dalla rete elettrica permette un’installazione più facile ovunque all’aperto. In mancanza del pannello solare oppure dell’alimentazione esterna ha comunque una sua autonomia di funzionamento grazie ad una batteria interna ricaricabile.

Funziona attraverso 3G, 4G, Lan, Wifi, Wan, Bt ed è localizzabile tramite Gps (fosse mai che qualche genio non se lo rubi…). Grazie alla tecnologia per il riconoscimento di immagini è in grado di identificare il numero di persone in una determinata area, di misurare la lunghezza di una coda e le distanze tra le persone della stessa, di generare allarmi nel caso di accesso non autorizzato ad aree riservate. In caso del non rispetto delle regole, può fare richiami e dare avvisi localmente e inviare le informazioni in remoto ad una centrale operativa sia wifi che via rete cellulare 4G.

Può essere abbinato anche ad un sistema di misurazione della temperatura per il controllo all’accesso di aree di visitatori e dipendenti per verificare la temperatura corporea e dare avviso nel caso di valori oltre quello normale, dando automaticamente evidenza all’ospite, bloccare l’accesso e informare chi di dovere da remoto. Combinato con le app che si stanno valutando o attivando (sia a livello nazionale che regionale) può essere un altro elemento per integrare la strategia di controllo e prevenzione da Covid-19.

Tecnologie a fruizione dei cittadini e dello stato: un altro passo avanti per contrastare l’evoluzione di questa crisi.

@enricoverga

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Coronavirus, altro che Manzoni e la peste: i media dovrebbero parlare di più di Boccaccio

Mi ero ripromesso di non parlarne apertamente e terrò fede alla mia promessa. Non metto naso per suggerire cosa fare o non fare, ma vorrei spezzare una lancia in favore del Boccaccio.

In questi giorni i media, quelli che vogliono fare i colti, si spellano i polpastrelli citando a destra e manca il Manzoni. Il Manzoni che descrisse la peste a Milano, gli untori, etc. Ricordiamoci una cosa: il Manzoni la peste non l’ha vista manco con lo specchietto retrovisore. Ne scrisse in una sua famosa opera: i Promessi sposi.

Ne scrisse perché, dopo tutto, era un colpaccio di scena (per l’epoca): una bella tragedia, sullo sfondo c’è la travagliata ricerca di Tramaglino, ci stava bene. C’era una sorta di catarsi duplice per il lettore: il povero Tramaglino e poi la peste. E il lettore medio del Manzoni riusciva a “spurgare” i suoi mali, le sue sofferenze (fisiche o psicologiche) leggendo che “bè dai in passato anche loro tenevano un poco di sfortuna”.

Parzialmente passata l’isteria di massa dei media, che in precedenza si eran dati alla pazza gioia mettendo “Coronavirus” praticamente ovunque, passato il momento del “moriremo tutti” (qualcuno è morto purtroppo), i giornali – ora forse redarguiti a dovere – si son messi a parlare di rinascita di Milano.

E’ venuto fuori anche un bel video. Tra un super proclama e l’altro di rinascita almeno un’iniziativa di ristorazione pratica l’ho vista: un singolo pizzaiolo ci si è messo di impegno e offre pizze gratis a infermieri e dottori. Spero che i ristoratori che inneggiano alla rinascita di Milano, con slogan più o meno mediatici, facciano lo stesso. Però l’ombra del Manzoni ancora aleggia tra noi, con la sua pedante visione degli untori.

Allora perché invece di citare il Manzoni, che come detto la peste non l’ha mai vista nemmeno per sbaglio, non andiamo a prenderci il Boccaccio? Un autore ahimè spesso trascurato nell’insegnamento scolastico. Perché mentre il Manzoni ci dava giù con lo stile “romanzo di formazione”, a modo suo il Boccaccio parlava di sesso e di leggerezza.

Quando nel 1347 (giorno più giorno meno) la peste bubbonica giunse dall’Oriente il Boccaccio stava a Firenze (quanto meno di passaggio, in merito le cronache non sono precisissime) e diciamolo, vedersi gente che stramazzava per strada, il puzzo dei cadaveri putrescenti, l’estetica stessa dei cadaveri non erano certo un bello spettacolo. Boccaccio era, per gli standard di oggi, un figlio di papà che dedicava parte del suo tempo agli affari di famiglia (commercio e relativa finanza) e parte alla letteratura.

Scrisse il Decamerone, un’opera leggera piena di sesso, scherzi volgarotti e ironia. Un’opera che nelle scuole italiane viene trattata quasi con dispetto dai docenti. Dopo tutto immaginatevelo voi, un docente di liceo parlare di sesso ad adolescenti in overdose da ormone pazzo.

Quindi sul Decamerone c’è sempre uno slalom. Meglio trattare la peste l’anno successivo, se proprio dobbiamo parlare di malattie, di calcare la mano con un bel romanzo di formazione come i Promessi sposi.

Ecco forse, penso io, senza nulla togliere alle scelte di ogni governo nazionale di creare zone di quarantena e altre soluzioni che io trovo sacrosante e doverose, il mondo dei media potrebbe cominciare a parlare di più del Boccaccio e del Decamerone. Almeno lui sì che l’ha vissuta, la peste, e ha cercato di porvi rimedio, a modo suo, da artista: scherzando e rendendo più leggera la sofferenza fisica e psicologica di tutti i giorni.

@enricoverga

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Jack è saltato incontro a Elisa quando si sono incontrati. E ora si prende cura del suo diabete




Qualche tempo fa è uscito Alpha: un film che, ammetto, mi ha commosso. Mi piace pensare che l’incontro tra uomini e lupi sia avvenuto in un modo simile.

La razza umana, si voglia ammetterlo o meno, deve molto ai cani. L’umanità, quantomeno all’inizio della sua avventura, si è trovata spesso in situazioni in cui il lupo (addomesticato e divenuto cane) è stato un elemento vitale. Dalle prime tribù nomadiche che usavano il cane per la caccia e per proteggere l’insediamento di notte, al suo ruolo di guardia del gregge, di fidata spalla nei combattimenti – e non dimentichiamo la compagnia che, nei millenni, questo stupendo animale ci ha donato.

Di qui arrivo alla storia di Jack, un cane che, con la sua “mamma” Elisa (so che sul termine mamma ci scapperà qualche commento acido) si sta dando da fare per contribuire ad aiutare la razza umana. Jack è un meticcio, metà labrador e metà golden retriever di due anni e mezzo. Un manzetto di 27 kg, adorabile (sono di parte: adoro cani e gatti). Dato che Jack non era disponibile per raccontarmi la sua storia, ho chiesto a Elisa.

Facciamo un passo indietro. Elisa Dal Bosco è una pr con un’esperienza di circa due decadi e clienti importanti. Negli ultimi anni ha creato, in aggiunta alla sua attività di pr (settore hotelier di lusso e lifestyle), l’associazione dei maggiordomi. Un progetto che forma ogni anno, grazie a corsi privati e attivati con i contributi di varie regioni tra cui Lombardia, Veneto e Toscana, una ventina di assistenti personali e maggiordomi. Elisa mi spiega che vanno a ruba. Contesi dalle migliori famiglie occidentali.

Tuttavia con Jack Elisa ha dovuto fare una scelta: lavoro d’ufficio standard oppure un approccio al lavoro più flessibile, potremmo dire frazionale? Elisa ha deciso di dedicare tempo al suo Jack. Ci tengo a ricordare che un cane, o un qualunque animale domestico, è una responsabilità per la vita, meglio saperlo prima di adottarne uno! Da quando Jack arriva nella vita di Elisa ecco un’altra novità, la pet therapy: Jack ed Elisa hanno studiato e ora aiutano gli altri.

Elisa tuttavia soffre di diabete mellito di tipo 1 da quando aveva 9 anni. Il diabete mellito insulino-dipendente, mi ha spiegato Elisa, può portare a gravi problemi di salute se non seguito bene e se non si vive una vita tranquilla, con orari regolari e un’alimentazione equilibrata. Può portare a cecità e altre patologie gravi. Ora Elisa sta bene (è diabetica da quasi 34 anni) e segue ciò che i suoi medici le consigliano, si tiene monitorata e con Jack sa in anticipo quando la sua glicemia diventa troppo bassa.

Elisa non si dà per vinta e decide di fare un percorso con Jack legato al diabete. Anzi è Jack a fare il percorso, lei si limita a guidarlo. Non è un segreto che i cani abbiano un ottimo fiuto. I cani molecolari sono ormai un’istituzione consolidata tra le forze dell’ordine e le squadre di soccorso. Jack, insieme ad altri suoi simili, ha fatto un passo in più. Sta studiando come diabetic-alert dog (cane sentinella): segnala quando Elisa ha variazione importanti di glicemia. Per una persona che vive sola e lavora spesso senza orari, un cane come Jack è di grande aiuto.

“Ho scelto Jack da una cucciolata di amici di Roma: lui ha scelto me in verità, perché quando ci siamo incontrati mi è salito in braccio scansando i fratelli! Ho avuto due episodi di grave ipoglicemia quando Jack aveva quattro o cinque mesi e quando ha compiuto i dieci mesi: la mia diabetologa e la veterinaria di Jack mi hanno consigliato Progetto Serena, e da allora seguiamo il loro addestramento una volta a settimana. Siamo ora a metà percorso” mi spiega Elisa, parlando di come ha incontrato Jack.

Ora lui fa il cane alert-diabete. Per essere precisi, non lo previene. Ma nella prassi della diagnosi lui è un cane dottore (si scherza ma fino ad un certo punto). Il corso di Progetto Serena Onlus sta ottenendo la certificazione scientifica. I fattori in gioco sono molteplici, ma l’olfatto resta comunque uno strumento potentissimo che permette al cane di rilevare le emissioni molecolari (Voc – composti organici volatili) rilasciate dai tessuti o dai sistemi affetti da patologie.

Gli istruttori lavorano direttamente a casa delle persone e si opera nel pieno rispetto del cane, andando a favorire tutto ciò che valorizzi il rapporto e l’empatia nel binomio cane-proprietario. Ora Jack ha una duplice attività. Quello di farsi coccolare da Elisa (e invero da chiunque lo conosca) e di tenerla d’occhio. Il diabete non è mortale, ma deve essere seguito costantemente.

@enricoverga

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Natale, qualcuno mi dica chi è che vuole ucciderlo

Sono qui seduto nella stube, purtroppo temporanea, del Four Season di Milano. Ok, frenate le battute “ah ecco guardalo lui il ricco, etc…”. Sto bevendo un tè, nulla di complesso, e come complimentary sgranocchio degli ottimi biscottini di frolla.

Non ho deciso di scrivere qui questa analisi per un caso del destino. Lo considero uno studio sociale e adesso vi spiego per quale ragione sono qui. In questo hotel, come nella maggioranza delle soluzioni di ospitalità milanese del centro, sono presenti ospiti di ogni gruppo etnico e filosofico-religioso.

Nell’ora che ho passato riflettendo cosa scrivere ho visto passare una coppia di Sikh (con il classico turbante maschile), una famiglia di persiani Shirazi (mi sono soffermato a parlare con loro, per capire che venivano dalla perla della Persia), una coppia araba con la signora che indossava un abbigliamento molto coprente ma pur sempre elegante, due giovani turiste cinesi e così via. Ho visto e sentito anche molti occidentali: russi, francesi, inglesi e via di seguito.

Mentre gli shirazi si sono seduti al mio tavolo, con i bambini che esploravano la stube, i sikh e gli arabi si sono accomodati su altri tavoli. Alcuno sorbivano un tè, altri una cioccolata con panna. Gli Shirazi han preso un tè e, approfittando della nostra comune vicinanza, mentre la mamma teneva d’occhio i suoi bimbi, dialogavo con il padre.

In Persia (o Repubblica iraniana, la differenza è più che semantica) la maggioranza della popolazione è ufficialmente Sciita. Vi sono poi minoranze sunnite ai confini con l’area araba, e una presenza sotto i radar di Zoroastriani (l’antica religione della Persia pre-espansione islam). Mi spiega lo Shirazi (come dire da noi il milanese) che il Natale non è una festa zoroastriana, ma dai mussulmani è pur sempre vissuta come il giorno in cui è nato un profeta (per la religione islamica Cristo non era il figlio di Dio ma un suo profeta).

Quindi per la religione mussulmana, che unendo Sunni Shia e Sufi fa circa 2 miliardi di fedeli (il 23% della popolazione mondiale), Cristo è pur sempre uno che conta. Non sarà una “carica importante” come quella del figlio di Dio, ma ricordiamoci che la massima carica (dopo Dio) nella religione mussulmana sono i profeti (il più famoso è Maometto, ma sono 25 in totale). Dialogando mi spiega che per loro il Natale non è una festa vissuta con spirito cristiano (per forza, si direbbe, son mussulmani), ma è comunque una festa che festeggiano, forse con un tono più consumistico, ma che è famosa in Iran.

Sempre riprendendo come esempio gli altri ospiti della stube, la coppia di giovani cinesi, che intanto sta leggendo una rivista di moda per decidere probabilmente dove fare shopping, è un altro esempio. La Cina con le religioni non ha mai avuto un grande rapporto. Tuttavia, ora che deve mirare al consumismo per mantenere la sua economia, vede bene il Natale.

I cinesi sono gente adorabilmente pratica. Il tema religioso non gli interessa (salvo per i cinesi cristiani diversi milioni) ma il tema shopping certamente. Si sentono offesi dal Natale? A meno che questo metta in pericolo il governo cinese (cosa di cui dubito) ai cinesi il Natale va benissimo. E i cinesi, per la cronaca, sono circa 1,2 miliardi di persone.

In India, guardando la coppia sikh, la religione è una cosa seria, si deve ammetterlo. Purtroppo si sono registrati casi d’intolleranza contro le fedi mussulmane o cristiane. Tuttavia la comunità indiana presente in Italia, per maggioranza Sikh, sono abituati al Natale e lo festeggiano (sicuramente in un ottica meno religiosa e più consumistica).

Non ho parlato dei russi ortodossi che, comunque, hanno il loro Natale, solo in un’altra data. Vale la pena ricordare che ognuno di queste religioni ha le sue festività (dal Diwali al Nowrouz) e, quando inviano gli auguri per queste festività ai loro amici o a clienti, anche di altre religioni, li inviano come sono nella loro forma originale: nowruz mubarak, happy diwali e così via.

Qualcuno potrebbe spiegarmi chi vuole ammazzare il Natale, quanto meno negli auguri che ricevo in questi giorni? Ricevere (in inglese o italiano) gli “auguri per le festività stagionali” ha stufato. Rispetto tutte le festività delle altre religioni o nazioni, dal capodanno cinese al Diwali, e se posso partecipo anche.

Qualcuno potrebbe dirmi, allora, da dove nasce questa aberrazione del “politicamente corretto” per cui fa “brutto” mandare dei comuni “auguri di Natale”? Mi domando: chi vuole uccidere il Natale come tutti lo conosciamo?

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Alice Edun, dalla Nigeria all’Italia. Sono suoi i barattoli rosa di cosmetici per ricci afro

Capelli ricci, sguardo vispo e un ottimo accento russo. In due parole questa è Alice Edun, la tipica ragazza russa: pelle color cappuccino, occhi color nocciola e un sorriso dolce. Oddio forse non proprio del tutto russa, perché in vero Alice è russo-nigeriana.

In realtà la storia di Alice è piuttosto complessa e include, in ordine sparso, cinque tra fratelli e sorelle, un’adolescenza tra Mosca, Lagos, Milano (insomma una pantofolaia) e un percorso di vita che, con i genitori che divorziano presto, ti fa crescere in fretta tra viaggi e studi in quattro lingue diverse e relativi istituti.

Per semplificare partiamo da quando Alice ha 19 anni e si trova in Italia. Si diploma e comincia a studiare grafica pubblicitaria. Però la ragazza è una testa creativa e ha una bella voce, quindi decide di cantare. Prima lo fa sotto la doccia, poi si attacca a Internet (siamo ai tempi dell’epoca degli mp3 e dei modem 56k) e Alice manda in giro demo della sua voce a Dj, gruppi che cercano vocalist, Mediaset e Rai.

Un po’ come le belle storie alla Flashdance, Alice comincia a lavorare come vocalist per differenti progetti musicali. Dal 2000 al 2009 gira tra Europa e America. Nel frattempo decide di metter su famiglia. Un percorso importante per ogni donna quello di scegliere di avere un partner e, qualche anno dopo arriva il primo figlio. Musica, viaggi, figlio, marito, la vita si fa molto frenetica. Nel 2009 Alice decide di darci un taglio. La musica è divertente ma, senso pratico prima di tutto, capisce che non diventerà mai la nuova JLo o Beyoncè. Il che, intendiamoci, non è una tragedia. Però se sei madre e moglie si urge anche una riflessione pratica. Quindi Alice lascia la musica e per un anno, mentre si dedica alla famiglia, comincia a meditare il suo nuovo futuro.

Alice ha un problema: è nigeriana e i capelli nigeriani e l’acqua italiana non hanno un grande rapporto. A quanto pare l’acqua italiana è troppo ricca di calcare e rischia di rovinare i capelli degli africani. Alice ci pensa su e decide di comprare creme, balsami e shampoo in America. I prodotti per la cosmesi degli afro-americani sono molto sviluppati in Usa. I suoi amici le suggeriscono di venderli anche in Italia, dopo tutto di migranti legali in Italia, provenienti dall’Africa, ce ne sono tanti. Comincia a esplorare come funziona l’e-commerce. Sa fare la grafica e si mette su il suo bel sito. Nulla di sconvolgente ma la cosa comincia a tirare. Siamo nel 2012. Tuttavia i prodotti americani non sono perfetti per il mercato italiano e Alice vuole fare qualcosa di preciso, compliant con le sempre mutevoli leggi europee e italiane, in fatto di cosmesi.

“Ho cominciato a cercare dei laboratori italiani che potessero farmi le mie ricette, però sai, io ero nessuno, e poi non ero una chimica”. Così Alice torna in rete e si fa una cultura sulla chimica. Una self-made-woman come le migliori storie di imprenditoria da Stay Hungry Stay Foolish in poi. Studia a destra e sinistra e quando torna a parlare con i successivi laboratori lei e i chimici sono in sintonia. Poi si parte con il packaging e li altra piccola tragedia. “Mi chiama il magazzino del laboratorio, mi dicono che hanno solo il barattolo rosa, niente barattoli bianchi che sono più seri. Io panico. Poi con il grafico ci lanciamo e decidiamo che il rosa può funzionare. È stato un successo”.

Alice mi spiega che un barattolo rosa shocking, su un’intera bacheca con semplici neutri barattoli bianco perla, salta subito all’occhio. Con il copy arriva anche il brand: Ciao Bellissima. Il nome le viene ispirato da un prodotto che vede a Londra chiamato “Hello Beautyful”. Certo dire a un’italiana “Ciao Bella” non è il massimo, quindi emerge una cosa più divertente con Ciao Bellissima. Un po’ per dare maggior importanza a una donna per valorizzare se stessa, mi spiega Alice. La giovane russa cresce e da uno spazio di 20 mq si passa a 40 e ora si sta spostando in uno di 100mq. Sbarca in Amazon, una rete di agenti commerciali, e di recente arriva anche Qvc. Due persone con lei, una social media manager egiziana, influencer africane e latine che crescono con lei (e che sono tutte ricce). 70% delle sue clienti italiane che decidono essere ricce, il resto latine, africane e arabe. Oggi Alice, con un secondo figlio, un’azienda che cresce anno su anno può concedersi il lusso di tirare il fiato.

Dal canto alla cosmesi non è un passo facile, ma Alice è l’ennesima dimostrazione che una donna con i giusti attributi può andare ovunque.

@enricoverga

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