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Jack è saltato incontro a Elisa quando si sono incontrati. E ora si prende cura del suo diabete




Qualche tempo fa è uscito Alpha: un film che, ammetto, mi ha commosso. Mi piace pensare che l’incontro tra uomini e lupi sia avvenuto in un modo simile.

La razza umana, si voglia ammetterlo o meno, deve molto ai cani. L’umanità, quantomeno all’inizio della sua avventura, si è trovata spesso in situazioni in cui il lupo (addomesticato e divenuto cane) è stato un elemento vitale. Dalle prime tribù nomadiche che usavano il cane per la caccia e per proteggere l’insediamento di notte, al suo ruolo di guardia del gregge, di fidata spalla nei combattimenti – e non dimentichiamo la compagnia che, nei millenni, questo stupendo animale ci ha donato.

Di qui arrivo alla storia di Jack, un cane che, con la sua “mamma” Elisa (so che sul termine mamma ci scapperà qualche commento acido) si sta dando da fare per contribuire ad aiutare la razza umana. Jack è un meticcio, metà labrador e metà golden retriever di due anni e mezzo. Un manzetto di 27 kg, adorabile (sono di parte: adoro cani e gatti). Dato che Jack non era disponibile per raccontarmi la sua storia, ho chiesto a Elisa.

Facciamo un passo indietro. Elisa Dal Bosco è una pr con un’esperienza di circa due decadi e clienti importanti. Negli ultimi anni ha creato, in aggiunta alla sua attività di pr (settore hotelier di lusso e lifestyle), l’associazione dei maggiordomi. Un progetto che forma ogni anno, grazie a corsi privati e attivati con i contributi di varie regioni tra cui Lombardia, Veneto e Toscana, una ventina di assistenti personali e maggiordomi. Elisa mi spiega che vanno a ruba. Contesi dalle migliori famiglie occidentali.

Tuttavia con Jack Elisa ha dovuto fare una scelta: lavoro d’ufficio standard oppure un approccio al lavoro più flessibile, potremmo dire frazionale? Elisa ha deciso di dedicare tempo al suo Jack. Ci tengo a ricordare che un cane, o un qualunque animale domestico, è una responsabilità per la vita, meglio saperlo prima di adottarne uno! Da quando Jack arriva nella vita di Elisa ecco un’altra novità, la pet therapy: Jack ed Elisa hanno studiato e ora aiutano gli altri.

Elisa tuttavia soffre di diabete mellito di tipo 1 da quando aveva 9 anni. Il diabete mellito insulino-dipendente, mi ha spiegato Elisa, può portare a gravi problemi di salute se non seguito bene e se non si vive una vita tranquilla, con orari regolari e un’alimentazione equilibrata. Può portare a cecità e altre patologie gravi. Ora Elisa sta bene (è diabetica da quasi 34 anni) e segue ciò che i suoi medici le consigliano, si tiene monitorata e con Jack sa in anticipo quando la sua glicemia diventa troppo bassa.

Elisa non si dà per vinta e decide di fare un percorso con Jack legato al diabete. Anzi è Jack a fare il percorso, lei si limita a guidarlo. Non è un segreto che i cani abbiano un ottimo fiuto. I cani molecolari sono ormai un’istituzione consolidata tra le forze dell’ordine e le squadre di soccorso. Jack, insieme ad altri suoi simili, ha fatto un passo in più. Sta studiando come diabetic-alert dog (cane sentinella): segnala quando Elisa ha variazione importanti di glicemia. Per una persona che vive sola e lavora spesso senza orari, un cane come Jack è di grande aiuto.

“Ho scelto Jack da una cucciolata di amici di Roma: lui ha scelto me in verità, perché quando ci siamo incontrati mi è salito in braccio scansando i fratelli! Ho avuto due episodi di grave ipoglicemia quando Jack aveva quattro o cinque mesi e quando ha compiuto i dieci mesi: la mia diabetologa e la veterinaria di Jack mi hanno consigliato Progetto Serena, e da allora seguiamo il loro addestramento una volta a settimana. Siamo ora a metà percorso” mi spiega Elisa, parlando di come ha incontrato Jack.

Ora lui fa il cane alert-diabete. Per essere precisi, non lo previene. Ma nella prassi della diagnosi lui è un cane dottore (si scherza ma fino ad un certo punto). Il corso di Progetto Serena Onlus sta ottenendo la certificazione scientifica. I fattori in gioco sono molteplici, ma l’olfatto resta comunque uno strumento potentissimo che permette al cane di rilevare le emissioni molecolari (Voc – composti organici volatili) rilasciate dai tessuti o dai sistemi affetti da patologie.

Gli istruttori lavorano direttamente a casa delle persone e si opera nel pieno rispetto del cane, andando a favorire tutto ciò che valorizzi il rapporto e l’empatia nel binomio cane-proprietario. Ora Jack ha una duplice attività. Quello di farsi coccolare da Elisa (e invero da chiunque lo conosca) e di tenerla d’occhio. Il diabete non è mortale, ma deve essere seguito costantemente.

@enricoverga

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Natale, qualcuno mi dica chi è che vuole ucciderlo

Sono qui seduto nella stube, purtroppo temporanea, del Four Season di Milano. Ok, frenate le battute “ah ecco guardalo lui il ricco, etc…”. Sto bevendo un tè, nulla di complesso, e come complimentary sgranocchio degli ottimi biscottini di frolla.

Non ho deciso di scrivere qui questa analisi per un caso del destino. Lo considero uno studio sociale e adesso vi spiego per quale ragione sono qui. In questo hotel, come nella maggioranza delle soluzioni di ospitalità milanese del centro, sono presenti ospiti di ogni gruppo etnico e filosofico-religioso.

Nell’ora che ho passato riflettendo cosa scrivere ho visto passare una coppia di Sikh (con il classico turbante maschile), una famiglia di persiani Shirazi (mi sono soffermato a parlare con loro, per capire che venivano dalla perla della Persia), una coppia araba con la signora che indossava un abbigliamento molto coprente ma pur sempre elegante, due giovani turiste cinesi e così via. Ho visto e sentito anche molti occidentali: russi, francesi, inglesi e via di seguito.

Mentre gli shirazi si sono seduti al mio tavolo, con i bambini che esploravano la stube, i sikh e gli arabi si sono accomodati su altri tavoli. Alcuno sorbivano un tè, altri una cioccolata con panna. Gli Shirazi han preso un tè e, approfittando della nostra comune vicinanza, mentre la mamma teneva d’occhio i suoi bimbi, dialogavo con il padre.

In Persia (o Repubblica iraniana, la differenza è più che semantica) la maggioranza della popolazione è ufficialmente Sciita. Vi sono poi minoranze sunnite ai confini con l’area araba, e una presenza sotto i radar di Zoroastriani (l’antica religione della Persia pre-espansione islam). Mi spiega lo Shirazi (come dire da noi il milanese) che il Natale non è una festa zoroastriana, ma dai mussulmani è pur sempre vissuta come il giorno in cui è nato un profeta (per la religione islamica Cristo non era il figlio di Dio ma un suo profeta).

Quindi per la religione mussulmana, che unendo Sunni Shia e Sufi fa circa 2 miliardi di fedeli (il 23% della popolazione mondiale), Cristo è pur sempre uno che conta. Non sarà una “carica importante” come quella del figlio di Dio, ma ricordiamoci che la massima carica (dopo Dio) nella religione mussulmana sono i profeti (il più famoso è Maometto, ma sono 25 in totale). Dialogando mi spiega che per loro il Natale non è una festa vissuta con spirito cristiano (per forza, si direbbe, son mussulmani), ma è comunque una festa che festeggiano, forse con un tono più consumistico, ma che è famosa in Iran.

Sempre riprendendo come esempio gli altri ospiti della stube, la coppia di giovani cinesi, che intanto sta leggendo una rivista di moda per decidere probabilmente dove fare shopping, è un altro esempio. La Cina con le religioni non ha mai avuto un grande rapporto. Tuttavia, ora che deve mirare al consumismo per mantenere la sua economia, vede bene il Natale.

I cinesi sono gente adorabilmente pratica. Il tema religioso non gli interessa (salvo per i cinesi cristiani diversi milioni) ma il tema shopping certamente. Si sentono offesi dal Natale? A meno che questo metta in pericolo il governo cinese (cosa di cui dubito) ai cinesi il Natale va benissimo. E i cinesi, per la cronaca, sono circa 1,2 miliardi di persone.

In India, guardando la coppia sikh, la religione è una cosa seria, si deve ammetterlo. Purtroppo si sono registrati casi d’intolleranza contro le fedi mussulmane o cristiane. Tuttavia la comunità indiana presente in Italia, per maggioranza Sikh, sono abituati al Natale e lo festeggiano (sicuramente in un ottica meno religiosa e più consumistica).

Non ho parlato dei russi ortodossi che, comunque, hanno il loro Natale, solo in un’altra data. Vale la pena ricordare che ognuno di queste religioni ha le sue festività (dal Diwali al Nowrouz) e, quando inviano gli auguri per queste festività ai loro amici o a clienti, anche di altre religioni, li inviano come sono nella loro forma originale: nowruz mubarak, happy diwali e così via.

Qualcuno potrebbe spiegarmi chi vuole ammazzare il Natale, quanto meno negli auguri che ricevo in questi giorni? Ricevere (in inglese o italiano) gli “auguri per le festività stagionali” ha stufato. Rispetto tutte le festività delle altre religioni o nazioni, dal capodanno cinese al Diwali, e se posso partecipo anche.

Qualcuno potrebbe dirmi, allora, da dove nasce questa aberrazione del “politicamente corretto” per cui fa “brutto” mandare dei comuni “auguri di Natale”? Mi domando: chi vuole uccidere il Natale come tutti lo conosciamo?

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Alice Edun, dalla Nigeria all’Italia. Sono suoi i barattoli rosa di cosmetici per ricci afro

Capelli ricci, sguardo vispo e un ottimo accento russo. In due parole questa è Alice Edun, la tipica ragazza russa: pelle color cappuccino, occhi color nocciola e un sorriso dolce. Oddio forse non proprio del tutto russa, perché in vero Alice è russo-nigeriana.

In realtà la storia di Alice è piuttosto complessa e include, in ordine sparso, cinque tra fratelli e sorelle, un’adolescenza tra Mosca, Lagos, Milano (insomma una pantofolaia) e un percorso di vita che, con i genitori che divorziano presto, ti fa crescere in fretta tra viaggi e studi in quattro lingue diverse e relativi istituti.

Per semplificare partiamo da quando Alice ha 19 anni e si trova in Italia. Si diploma e comincia a studiare grafica pubblicitaria. Però la ragazza è una testa creativa e ha una bella voce, quindi decide di cantare. Prima lo fa sotto la doccia, poi si attacca a Internet (siamo ai tempi dell’epoca degli mp3 e dei modem 56k) e Alice manda in giro demo della sua voce a Dj, gruppi che cercano vocalist, Mediaset e Rai.

Un po’ come le belle storie alla Flashdance, Alice comincia a lavorare come vocalist per differenti progetti musicali. Dal 2000 al 2009 gira tra Europa e America. Nel frattempo decide di metter su famiglia. Un percorso importante per ogni donna quello di scegliere di avere un partner e, qualche anno dopo arriva il primo figlio. Musica, viaggi, figlio, marito, la vita si fa molto frenetica. Nel 2009 Alice decide di darci un taglio. La musica è divertente ma, senso pratico prima di tutto, capisce che non diventerà mai la nuova JLo o Beyoncè. Il che, intendiamoci, non è una tragedia. Però se sei madre e moglie si urge anche una riflessione pratica. Quindi Alice lascia la musica e per un anno, mentre si dedica alla famiglia, comincia a meditare il suo nuovo futuro.

Alice ha un problema: è nigeriana e i capelli nigeriani e l’acqua italiana non hanno un grande rapporto. A quanto pare l’acqua italiana è troppo ricca di calcare e rischia di rovinare i capelli degli africani. Alice ci pensa su e decide di comprare creme, balsami e shampoo in America. I prodotti per la cosmesi degli afro-americani sono molto sviluppati in Usa. I suoi amici le suggeriscono di venderli anche in Italia, dopo tutto di migranti legali in Italia, provenienti dall’Africa, ce ne sono tanti. Comincia a esplorare come funziona l’e-commerce. Sa fare la grafica e si mette su il suo bel sito. Nulla di sconvolgente ma la cosa comincia a tirare. Siamo nel 2012. Tuttavia i prodotti americani non sono perfetti per il mercato italiano e Alice vuole fare qualcosa di preciso, compliant con le sempre mutevoli leggi europee e italiane, in fatto di cosmesi.

“Ho cominciato a cercare dei laboratori italiani che potessero farmi le mie ricette, però sai, io ero nessuno, e poi non ero una chimica”. Così Alice torna in rete e si fa una cultura sulla chimica. Una self-made-woman come le migliori storie di imprenditoria da Stay Hungry Stay Foolish in poi. Studia a destra e sinistra e quando torna a parlare con i successivi laboratori lei e i chimici sono in sintonia. Poi si parte con il packaging e li altra piccola tragedia. “Mi chiama il magazzino del laboratorio, mi dicono che hanno solo il barattolo rosa, niente barattoli bianchi che sono più seri. Io panico. Poi con il grafico ci lanciamo e decidiamo che il rosa può funzionare. È stato un successo”.

Alice mi spiega che un barattolo rosa shocking, su un’intera bacheca con semplici neutri barattoli bianco perla, salta subito all’occhio. Con il copy arriva anche il brand: Ciao Bellissima. Il nome le viene ispirato da un prodotto che vede a Londra chiamato “Hello Beautyful”. Certo dire a un’italiana “Ciao Bella” non è il massimo, quindi emerge una cosa più divertente con Ciao Bellissima. Un po’ per dare maggior importanza a una donna per valorizzare se stessa, mi spiega Alice. La giovane russa cresce e da uno spazio di 20 mq si passa a 40 e ora si sta spostando in uno di 100mq. Sbarca in Amazon, una rete di agenti commerciali, e di recente arriva anche Qvc. Due persone con lei, una social media manager egiziana, influencer africane e latine che crescono con lei (e che sono tutte ricce). 70% delle sue clienti italiane che decidono essere ricce, il resto latine, africane e arabe. Oggi Alice, con un secondo figlio, un’azienda che cresce anno su anno può concedersi il lusso di tirare il fiato.

Dal canto alla cosmesi non è un passo facile, ma Alice è l’ennesima dimostrazione che una donna con i giusti attributi può andare ovunque.

@enricoverga

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Tabacco, se il governo non tassa le mini sigarette rinuncia a 200 milioni. Una strategia ‘fumosa’

Perché il governo vuole perdere 200 milioni di euro non tassando il fumo da tabacco? La prendo lunga perché il discorso è molto fumoso! Ammetto che non fumo. Tuttavia da analista son solito osservare come un governo si muove in ambito economico e finanziario e, nelle attuali strategie di tassazione che il governo sta attivando, c’è qualcosa di veramente storto.

Tutto parte dal tema fumo. Fumare fa bene? Mica tanto. L’organizzazione mondiale della sanità (Oms) spiega a chiare lettere che il tabacco ammazza metà dei suoi utilizzatori. Anche il nostro ministero della Salute in merito all’utilizzo di tabacco ha le idee chiare sulla sua pericolosità. Ovviamente ognuno è libero di decidere per la propria salute. Trovo tuttavia logico che un governo, che tiene alla salute dei suoi cittadini, imponga tasse su prodotti riconoscibili come nocivi. Si aggiunga che il governo deve far cassa e quindi tasse su un vizio come il fumo è un ottimo modo per fare soldi (o accumulare riserve per curare i futuri malati da consumo di tabacco).

Con questa premessa l’attuale governo temo stia facendo qualcosa di altamente illogico. Mi spiego. Negli ultimi anni van di moda gli alternativi alle sigarette. Uno è la famiglia degli svapatori: un liquido incolore che contiene lo 0,5% di nicotina, non ha tabacco, si inala e si espira vapore, di solito profumato. Dall’altra ci sono delle specie di mini sigarette, delle cartucce di tabacco compresso (che include anche la nicotina ovviamente) che riscaldate con apparecchi elettronici permettono di fumare una sigaretta “moderna”. È pur sempre tabacco. Sul pacchetto c’è scritto “nuoce alla salute e crea dipendenza”! La logica mi spinge a credere che, in quanto tabacco, dovrebbe essere tassato al pari delle sigarette; ma questo non accade.

In una disamina molto strutturata la senatrice Paola Binetti (che è medico e chirurgo) spiega come la tassazione di questo prodotto sia legata alla sua pericolosità. Pericolosità che viene definita sulla base del livello di rischio per la salute: una analisi che passa per una trafila burocratica ministeriale piuttosto complessa, che riassumo brevemente semplificando alcuni passaggi (rimando al documento di interrogazione della politica per gli approfondimenti tecnici).

Il gruppo che produce le cartucce di tabacco e relativo strumento per il loro utilizzo sottopone un’autocertificazione che denuncia la minor pericolosità della cartuccia di tabacco rispetto alla sigaretta di tabacco. Il documento viene poi associato ad una valutazione indipendente dell’Istituto superiore della Sanità che valuta la veridicità dell’autodichiarazione. In pratica deve comprendere se l’affermazione (dei produttori stessi) che la cartuccia di tabacco sia meno pericolosa per la salute (il tabacco e il suo utilizzo, come spiegato dall’Oms poco sopra, può provocare differenti patologie gravi e mortali). L’Istituto superiore della Sanità passa il suo parere in via confidenziale al ministero della Sanità. Di qui il ministero passa il suo parere agli organi di governo, che possono valutare la pericolosità del tabacco in cartuccia rispetto a quello del tabacco in sigaretta.

Sulla scorta di questo percorso uno stato sano può definire una tassazione minore per i dipendenti da tabacco. La scelta di un’eventuale minor tassazione passa per una logica definiamola protettiva, che si può spiegare in questo modo: se tu, dipendente dal tabacco, usi una soluzione a base di tabacco che fa meno male io la tasso meno, cosi ti incentivo a passare dal fumo di tabacco alla non combustione di tabacco.

La logica funziona solo se, e qui sta il vulnus sollevato dalla Binetti, c’è un’effettiva prova che queste cartucce di tabacco facciano meno male della normale sigaretta di tabacco. Diversamente lo scenario si fa fumoso. È su questo punto che la Binetti si è posizionata. In pratica se queste soluzioni di tabacco fan male – spiega la Binetti – come quelle tradizionali, perché lo stato ne incentiva (indirettamente) il consumo mettendo su di essa una tassa più bassa? Tanto vale che vi sia la stessa tassazione.

Di qui il calcolo approssimativo della Binetti che stima in 200 milioni di euro la perdita annuale a causa di questo “sconto” sulla pelle degli italiani. Ricordiamoci che un malato a causa dell’utilizzo di tabacco non paga da solo i costi per le sue cure, ma l’intera collettività. Ammetto che non comprendo per quale ragione uno stato che ha a cuore la salute dei suoi cittadini e, in generale, il far cassa in un momento di magra, voglia scientemente rinunciare a tassare questa tipologia di tabacco.

@enricoverga

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L’innovazione digitale non ha sesso. Ma purtroppo il gender gap in Italia è ancora forte

Cosa significa innovare al femminile? Il tema potrebbe essere fuorviante, dato che l’innovazione dovrebbe essere un evento e non una questione di sessi. Tuttavia anche un tema sensibile come l’innovazione è importante che venga affrontato in chiave femminile.

Tutto parte dal digitale, che ormai è un fenomeno pervasivo, attraverso cui si ottiene l’innovazione. “In Italia l’utilizzo di Internet da parte delle donne ha visto una crescita importante dal 2012 ad oggi, tanto che i dati Istat per il 2018 parlano del 76,3% (eravamo a poco più del 42% nel 2012), percentuale che ad esempio nelle fascia età 15-17 anni sale al 93,5%”, mi spiega Carolina Gianardi di Iag (Italian Angels for growth) e fondatrice di Inclusione donna.

“La questione però è più complessa, nel momento in cui si analizzano le finalità per cui viene utilizzato Internet da parte delle donne: 58,8% per comunicare, 27% per raccogliere informazioni e 9% per acquistare. Il vero tema, tuttavia, non è se le donne utilizzino o meno Internet, bensì se abbiano o meno delle digital skills”, conclude Carolina.

Il percorso di studi e le scelte professionali delle donne, queste ultime spesso impattate anche dalla cultura familiare e dalla complessità in Italia di conciliare lavoro e vita familiare, non aiutano a sostenere percorsi di carriera di soddisfazione in termini sia di contenuti che economici. In Italia, come spiega Winning Women Institute, nelle scuole superiori la quota femminile è pari al 42,1% nei licei scientifici, al 68,5% nei licei artistici, al 16,4% negli istituti tecnici e al 21,5% negli istituti professionali. Quando passiamo all’università le donne rappresentano, del totale iscritti: 78% lauree umanistiche, 68% lauree sanitarie, 56% lauree sociali e 37% lauree scientifiche.

Il LinkedIn Recruiter Sentiment Italia 2019 evidenzia che il 45% dei responsabili Hr italiani dichiarano che vi siano più candidati uomini dotati di competenze digitali rispetto alle donne (contro appena il 25% che al contrario pensa vi siano più donne digitalmente preparate). Infatti anche quando la donna sceglie un percorso Stem la situazione resta difficile. Il bilancio di genere 2017-2018 del Politecnico di Milano ci dice che il 34,4% degli iscritti sono donne e che il 57,8% studia architettura, il 61% design e solo il 22,7% ingegneria.

Il tasso di occupazione dei laureati di ingegneria a 12 mesi è molto simile: 94,6% donne e 96,3% uomini. Ma se guardiamo solo ai contratti a tempo determinato sempre dopo 12 mesi subito ricompare il gender gap: 57% uomini vs 47,4% donne. Carolina mi spiega anche che nelle funzioni di innovazione delle aziende oggi ci sono mediamente due donne contro nove uomini; solo il 25% delle donne italiane è impiegato in settori legati all’intelligenza artificiale. E’ chiaro che in un mondo del lavoro dove le competenze digitali e tecnologiche saranno sempre più richieste, il rischio che il gender gap si amplifichi è già una realtà.

A mio avviso il rischio, continuo e pervasivo, è che le donne non possano contribuire al disegno del mondo futuro technology driven. Detto così potrebbe sembrare ancora una cosa limitata, molto stile “women power” e allora butto lì due esempi differenti tra loro, ma che aiutano molto a comprendere quanto la presenza delle donne nell’innovazione non sia tanto auspicabile per avere parità tra i sessi, ma vitale per il tessuto economico delle aziende e la sicurezza stessa.

1. L’algoritmo “maschilista” di Amazon credo che ormai sia un caso famoso. Ovvio, non era certo l’algoritmo ad essere maschilista. Ma se gli “dai da mangiare” solo profili di uomini ovviamente esso penserà che per ruoli legati a innovazione, management etc. solo gli uomini sono adatti e scarterà a priori le donne.

2. Mondo automotive ne abbiamo? Carolina Criado Perez, nel suo recente libro, ha raccolto una serie di analisi e numeri impressionanti sul tema bias e donne. Tra i tanti casi che ha mappato, un’analisi – per molto tempo passata a mio avviso inosservata – secondo cui essendo i manichini dei crash test maschi, i test portano a creare soluzioni di sicurezza più adatte per gli uomini che per le donne. Innovazione nella progettazione di auto (e relativi presidi di sicurezza) contemplando anche progettiste donne: si può? Io direi si deve.

Questi due esempi, se non si fosse compreso, illustrano chiaramente quanto sia fondamentale avere una presenza femminile in tutte le catene dell’innovazione, sia quella immateriale (digitale) che quella fisica.

@enricoverga

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L’informazione è alla base del business. E senza una buona ricerca di mercato non si va lontano

L’informazione è alla base del business. Viviamo in un mondo dove i dati sono abbondanti. Con gli strumenti giusti si può costruire ogni tipo di scenario. Grazie al mondo dei social possiamo acquisire miliardi (di valore) di informazioni per conoscere i clienti (che siano B2c o B2b non cambia). Esistono svariati strumenti di analisi e valutazione di mercati lontani, eppure restiamo ignoranti. In generale mi riferisco allo scenario delle aziende italiane che, al netto della disponibilità di dati e strumenti menzionati sopra, decidono, scientemente, di restare ignoranti.

Lo scenario delle ricerche di mercato (che dovrebbe essere alla base di ogni pianificazione strategica delle aziende italiane) sta migliorando. Stando ai dati di Assirm l’Italia chiude il 2018 con una crescita pari al +4% e circa 690 milioni di dollari di acquisito. “Un risultato – mi spiega Matteo Lucchi, presidente dell’associazione – che la colloca al quarto posto in Europa, dove il mercato complessivo delle ricerche vale circa 15 miliardi di dollari (dati Esomar), dopo Regno Unito, Germania e Francia”. Una situazione che, per dirla in modo semplice, potrebbe essere migliore.

Cerchiamo di chiarire in soldoni cosa significa una ricerca di mercato. Poniamo che tu sei il Ceo di un’azienda, felice e contento decidi di andare all’estero. Sarebbe opportuno (ma non obbligatorio) che magari controlli, un attimo, che aria tira nella nazione dove vai. Poniamo che tu voglia andare in Cina (si sa, se un’azienda italiana non va in Cina non è un azienda seria). Ti fai la tua bella analisi di mercato (magari due, che la Cina è grandicella) e puoi comprendere alcune cose: abitudini, usi e costumi, interesse della popolazione per i tuoi prodotti, linee di comunicazione, soluzioni di pubblicità più adatte, messaggi più coerenti etc. Certo puoi anche non farla. Poi se finisci a fare una comunicazione sbagliata (Dolce e Gabbana, qualcuno ricorderà) magari perdi qualche milione di euro.

Ok, forse la Cina suona un poco lontana. Facciamo un altro esempio. I bravi ragazzi di Burger King si alzano una mattina e lanciano uno spot per il mercato neozelandese. Tutto sommato i kiwi sono anglo, quindi con loro si va sul sicuro – avranno pensato. Sparano uno spot tv che non ha nulla da invidiare all’acume di quello di D&G. Probabilmente in America non “prendevano” la tv italiana e lo scandalo di cui avevano parlato. E così parte l’ennesima tragedia culturale. Teniamo presente che Kiwiland è a un tiro di schioppo dalla sensibile Cina. Il resto è storia.

Magari, tra i milioni che hai speso, qualche euro in più per capire il mercato che volevi penetrare o affrontare potevi spenderli. Intendiamoci: non è scontato che se fai una ricerca di mercato o analisi “vincerai”. È tuttavia comprensibile che se ignori il tuo target (usando un gergo tecnico) potresti farti molto male.

Il mondo aziendale e degli affari ha mutuato molti termini dal mondo bellico. L’assunto è che far soldi o far business sia un po’ come andare in guerra. Sul tema “conoscenza del territorio” convengono praticamente tutti i maggiori pensatori in ambito bellico o economico. Sun-Tzu diceva: “Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia”.

Ok, Sun-Tzu è cinese, troviamo qualche occidentale. Robert McNamara nella sua celebra video-biografia diceva semplicemente “Get Data” parlando di business. Charles Babbage (l’inventore del primo computatore, 1800 circa) diceva che gli errori usando dati inadeguati sono minori rispetto agli errori senza dati. Potrei continuare all’infinito citando grandi uomini o donne (Ada Lovelace, qualcuno conosce?) che parlano dell’importanza delle informazioni nel mondo del business o della guerra, che son quasi sullo stesso livello. Il problema però è capire quanto le aziende (e i manager o imprenditori che le guidano) siano più propensi a investire soldi in ricerche e acquisizioni di dati e quanto siano disposti a “spenderli” per l’influencer di turno: bello, bello, bello in modo assurdo.

@enricoverga

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Donne, ‘meno occupate meno pagate’. E i danni riguardano tutti

Vogliamo includerla la donna? Sembra una battuta ma, brutto a dirsi, è una domanda estremamente seria.

Per cosa passa il concetto di “inclusione donna”? A offrire una risposta è stato alcuni giorni fa un gruppo – il termine associazione pare riduttivo – che raccoglie sotto il suo ombrello 50 associazioni professionali femminili, per un totale di oltre 40mila donne.

Il concetto di includere le donne nel mondo del lavoro è desueto. Ciò che invece non è assolutamente desueto – ma purtroppo è ancora una tradizione – è il rapporto economico e lavorativo che le donne ancora oggi subiscono in ambito aziendale.

La conferenza che ho seguito non lasciava dubbi sul tema: “Donne, meno occupate meno pagate”. Inutile dire che le cose sono cambiate negli ultimi anni. A prescindere da quale sia stato il governo a guidare l’Italia, l’evoluzione dei rapporti tra datori di lavoro e dipendenti femminili non ha fatto passi da gigante. A rendersene conto sono tutti. A fare qualcosa sono in pochi. Il tema delle quote rosa, con la legge Golfo-Mosca, è stato un passo avanti significativo, ma quello che molti han considerato un punto di arrivo dovrebbe essere visto come un punto di partenza.

Consideriamo, per esempio, il tema della maternità: bellissimo avere dei figli, fare una famiglia, ma chi spesso gestisce tutti gli aspetti operativi (e non mi riferisco ai nove mesi “canonici”) sono sempre le donne. Una donna quindi si ritrova con due lavori: figli/famiglia e lavoro tradizionale (qualunque esso sia). Tutto bello, doppio lavoro, doppio stress. E già così si comprende il carico che grava su ogni donna italiana.

A questo si aggiunge una sinistra e strisciante discriminazione, che serpeggia nelle aziende: dal capo delle risorse umane all’intero board di amministrazione. La donna dipendente risulta un asset solo se ci si può investire. E come si può investire se un dipendente si prende nove mesi di “vacanza” a cui si aggiungono sbalzi di umore, problemi, contrattempi con i figli etc.? Di qui una serie di strategie più o meno ufficiali con cui le aziende si assicurano (quasi fosse una calamità) nei confronti delle donne.

Uno tra tutti, il più odioso a mio avviso perché appare silente, è il pagare le donne mediamente meno rispetto, a parità di fattori, dei loro colleghi uomini. Il concetto, brutalmente parlando, potrebbe essere giustificato dalla seguente riflessione (tutta maschilista e non farina del mio sacco, beninteso): “beh, se mi lavora meno, esce prima o arriva tardi con i figli etc., logico che la pago meno”. Ovvio nessun uomo ammetterà mai una riflessione del genere, con le leggi attuali sarebbe messo subito alla forca mediatica (e alla porta, perché le aziende sono “politicamente corrette”) ma un conto è non dirlo, un conto non pensarlo.

“Per questa ragione abbiamo costituito #inclusionedonna. Un’alleanza tra associazioni italiane femminili e non. Tutte tese, nel loro settore, a promuovere gli stessi ideali fattivi per migliorare una situazione, quella delle donne (di tutti i ceti, le età, le religioni), che non può più essere ignorata, sia dalla politica che dalle aziende” mi spiega Giulia Decina, presidente di Ggd (Girl Geek Dinners Lazio) facente parte tra le altre della galassia di Id (Inclusione donna).

Le analisi sulla differenza di trattamento economico si sprecano. In ambito europeo Eurostat offre un panorama agghiacciante, che (mal comune mezzo gaudio?) dimostra come questa differenza (in gergo Gender Pay Gap) sia un fenomeno presente in tutta Europa. E se pensate che questa differenza di stipendio sia solo nelle mansioni operative, sbagliate alla grande. Dal settore della finanza alta a quello del cinema (e parliamo di attrici che hanno vinto Oscar!) questo male è presente ovunque. Per capire i danni che vengono provocati all’intera collettività (uomini e donne) dalla gender pay gap basta dare un’occhiata a queste cinque grafiche.

Questa nuova alleanza, Inclusione Donna, forse non potrà cambiare la condizione lavorativa delle donne in tutto il mondo, ma, stante la diffusione in tutte le maggiori organizzazioni professionali femminili d’Italia, Inclusione Donna può veramente diventare un motore di cambiamento per l’Italia e la sua economia.

@enricoverga

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La storia di Andreea, una Donna con la D maiuscola che aiuta gli altri a integrarsi

Ammetto che mi piace scrivere di storie di Donne (la “D” maiuscola non è un caso). La ragione è presto detta: nel nostro mondo essere donna è, purtroppo, ancora una sfida. Essere una donna che vuole avere un equilibrio tra vita privata (partner, figli etc.) e lavorativa è molto difficile. Una sfida ancora più importante se sei anche una migrante.

Andreea Arnautu arriva in Italia nel 2001 dalla Romania per studiare lingue e letterature straniere all’Università di Roma, La Sapienza. Ai tempi la Romania non era ancora nell’Ue e il suo percorso, come tanti altri di oggi, ha incontrato vari ostacoli burocratici, linguistici, culturali e socio-economici. Appena iniziato l’anno accademico si rende conto che il suo permesso di soggiorno dovrà essere rinnovato ogni anno: così organizzarsi per avere tutti i documenti pronti per la richiesta annuale del rinnovo sarà una costante nei suoi pensieri fino al 2007, quando la Romania finalmente diventa membro dell’Ue.

Dopo la laurea magistrale nel 2006 e il master di specializzazione, Andreea inizia il suo percorso lavorativo nel mondo del marketing e della comunicazione con una delle agenzie più importanti della capitale fino al 2017. È un periodo ricco di soddisfazioni lavorative e anche un percorso di crescita continua come donna: diventa sposa e mamma qui in Italia, a Roma. Nel 2017, dopo mesi di riflessione sul cambiare o meno lavoro – diciamocelo, per lasciare un posto fisso ci vuole fegato – l’idea di dare voce, sotto un’altra forma, alla sua creatività; decide così di gettare le basi per la creazione di ONEurope onlus.

Dopo aver definito la strategia e il progetto di attività – condivisione, educazione, integrazione per dare voce e spazio di espressione alle comunità multi-culturali straniere in Italia – fonda ONEurope onlus: “Ho notato che c’erano molte attività ma nessuna strutturata, c’era molta dispersione, ho quindi pensato a una soluzione che poi ha preso la forma di una onlus, per poter unire gli sforzi di tanti migranti e creare una visione sinergica”.

ONEurope onlus svolge attività e progetti utili alla integrazione delle comunità straniere in Italia, in particolare su argomenti relativi all’integrazione e allo sviluppo delle capacità individuali per la cittadinanza attiva e l’Agenda 2030 – nella prospettiva Ue dell’unità nella diversità. Il team di ONEurope onlus conta nel comitato direttivo anche Camelia Adriana Bucatariu, anche lei romena, conosciuta da Andreea in Italia, che ha portato in dote – come mi spiega Andreea – una lunga esperienza con grandi aziende del settore no-profit, nei progetti europei e nel settore della cooperazione allo sviluppo.

Andreea, che ha fatto il suo percorso universitario e lavorativo in Italia, conosce bene l’importanza delle opportunità formative. Così la squadra di ONEurope onlus continua a crescere anche attraverso le collaborazioni con le università e due giovani italiani hanno già iniziato a collaborare con lei. Il progetto del momento è il concorso nazionale di disegno e pittura “Le mie Radici” (#LeMieRadici) dedicato ai ragazzi (dai 5 ai 19 anni) residenti in Italia, nati all’estero o con un genitore straniero. Il concorso partirà il 15 ottobre con l’obiettivo di rappresentare, attraverso la creatività dei ragazzi, il legame fra il paese di origine e l’Italia.

Per fortuna, la professionalità e le idee solide e d’impatto ricevono sostegno e per questa iniziativa nazionale MoneyGram, che è una delle realtà più importanti del mondo per le remittances ed è molto attiva sul tema dell’integrazione, sarà main sponsor del progetto che darà vita anche a una mostra il 13 dicembre a Roma. Il concorso #LeMieRadici ha ottenuto il patrocinio di importanti ambasciate (Irlanda, Polonia, Romania, Ucraina, Uruguay) e la giuria coinvolge artisti e istituzioni nazionali e internazionali. I premi sono forniti da Astra Polska (materiale scolastico e da disegno) e Valore in Sanità (Servizi Sanitari con la Vis card).

Andreea nel frattempo è anche candidata al MoneyGram Award, il premio nazionale assegnato per premiare il successo imprenditoriale di imprenditori stranieri. La sfida è lunga ed è appena cominciata, ma Andreea, ormai cittadina italiana – come molti giovani stranieri trasferitisi qui in Italia – rappresenta quel tipo d’integrazione culturale, sociale ed economica che è stato alla base della nascita della nostra penisola sin dai tempi dell’antica Repubblica romana e del successivo Impero, e che è durato secoli.

@enricoverga

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Moda, dal Malawi a Milano con un sogno. Questa è la storia di Faith

Faith è del Malawi, lo ammetto, è la prima malawiana che ho conosciuto. Dopo Sao Tome e Principe pensavo di aver conosciuto tutti i cittadini africani: ahimè mi sbagliavo. Al netto della geografia spicciola Faith ha deciso che il Malawi le andava un po’ stretto e voleva lavorare nella moda.

Faith mi spiega che giù al paese ti laurei per fare il dottore, l’avvocato, l’ingegnere; insomma mica fai roba da vestire (forse per questo che Faith ha pensato di costruire il suo futuro qui). Che dire, datemi del provinciale, ma della moda Kivana o del Djobouti nel mondo non se ne sente parlare. Della moda italiana sì.

Faith si mette in moto con razionalità. Prima di tutto comincia a risparmiare. Quindi sta un po’ di tempo in Sudafrica a Johannesburg. Lavora, risparmia e si prepara al grande salto. Faith mi spiega che la Bocconi (Milano) la tentava ma costava anche un occhio della testa, mentre l’Università di Bologna era pubblica. Come dire, va bene i sogni, ma non dimentichiamoci il portafoglio. Quindi, master a Rimini di due anni.

Quindi si lancia. Fa la sua bella Visa da studente e arriva in Italia a Rimini. Ok, forse non la sede della moda, però da qualche parte si deve pure cominciare. Nel 2016 gli capita l’occasione di farsi una internship a Berlino. Un’occasione per lavorare con un gruppo che stava studiando un progetto inerente la moda africana. Faith ovviamente non si fa scappare l’occasione. Berlino l’accoglie con creatività e cosmopolitismo (ammetto che i tedeschi creativi son duri da immaginare, ma Berlino è come Londra: trovare un tedesco nativo è quasi impossibile).

Con l’azienda tedesca Faith partecipa all’Addis Abeba fashion week. Poi torna a Rimini, si laurea e nel 2017 fa un salto in Olanda. Dopo una breve esperienza di lavoro nel paese dei papaveri le sirene della moda la richiamano nella capitale della moda (Milano, ovvio). Però diciamocelo, lavorare nella moda a Milano non è cosi facile. Un conto sono i film a lieto fine stile il diavolo veste Prada (premesso che quello era girato a Nyc, dove son bravi in finanza e pastrami!); e quindi Faith deve adattarsi.

“Venendo da Berlino che è una capitale, a Milano mi son subito trovata a casa mia. Io sono una cittadina, e le grandi metropoli per me sono familiari. Ho compreso che dovevo darmi da fare, quindi ho costruito la mia attività di freelance come consulente di moda, con al centro il mio blog, ma intanto lavoro come docente di lingua inglese per EF”. Quindi da una parte il bread & butter lo portiamo a casa con lezioni d’inglese, social media manager per alcuni siti, art director per la creazione di siti. In parallelo coltiva i suoi sogni, scrive sul blog, condivide un appartamento e si gode Milano.

Sul tema migranti è però molto chiara. Mi spiega che arrivare in Italia è stata una scelta ponderata. Ha lavorato e messo via i soldi in Sudafrica dopo la laurea, ha studiato quali scuole potevano essere le più adatte, compatibilmente con i suoi sogni e con il suo budget.

Mi conferma che esiste la percezione, in Africa, che l’Europa sia il territorio del Bengodi. Prima di venire già sapeva che era una sfida, dura. Ci sono, mi spiega, sfide culturali: lei stessa, per quanto non abbia mai subito atti di discriminazione, comunque riconosce che c’è sempre una sfida in più da vincere, perché comunque “non sei di qui”. Però, mi conferma, se gli italiani vedono che ti dai da fare, sono molto generosi e aperti alle culture straniere.

E ora Faith sta qui a Milano. 29 anni, il suo blog BaoHub Collective racchiude le sue passioni, ma anche un progetto editoriale bene strutturato che coltiva nel tempo libero e la sera, ottimizzando il tempo tra il suo lavoro base e i suoi progetti futuri. Ha deciso di impostarlo, in termini di contenuti, cercando di offrire una visione differente. Detto così sembra semplice, mi spiega, ma in vero molto dipende dall’approccio culturale.

Se sei l’unica malawiana a Milano, tutto quello che è la sua cultura diventa il filtro per interpretare Milano, la sua cultura, i suoi stili di vista. Un po’ come dire che se sei un milanese a Kiva (Uzbekistan), ecco, molte cose locali, dal cibo al modo di fare, sono aliene, e le filtri con la visione del milanese (magari pure del milanese imbruttito).

Faith diventerà il punto di riferimento della moda africana in Italia e in Europa? Non lo so. Ma sicuramente è un apporto culturale interessante per rendere la capitale d’Italia (ok, la futura capitale) sempre più cosmopolita.

@enricoverga

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Ho incontrato un imprenditore over 70 che ha pensato a una soluzione per un problema di noi maschietti

Si può essere imprenditori a ogni età della vita: Charles Goodyear, per esempio, scoprì il processo della vulcanizzazione della gomma a 40 anni che, per gli standard dell’epoca (1800), equivale a circa 70 anni di oggi. Essere imprenditori non è un fatto di età, ma d’intraprendenza. Spesso l’imprenditoria nasce da una necessità: pensiamo a AirBnb. I fondatori si accorsero che non c’erano soluzioni valide per spendere poco e avere un letto comodo. Con un po’ di esperimenti nacque AirBnb.

Certo, in America è tutto più semplice: mercato grande, finanziatori disponibili insomma un tessuto fiscale, legale e commerciale ideale. In Italia le cose sono più complicate, ma anche qui ci sono casi di successo. Se combiniamo imprenditorialità, curiosità e risoluzione di problemi troviamo Carlo Boschetto, inventore da sempre (quasi 100 brevetti all’attivo, fra cui una lavagna per ipovedenti, un motore lineare senza bielle, un sistema di evacuazione dai grattacieli senza elettricità) e imprenditore a più di 75 anni.

La domanda a cui Carlo ha voluto dare una risposta è: cosa fare per la fimosi? Ecco cosa è la fimosi. Funziona cosi: il pene di un uomo è funzionale quando riesce a operare bene in bagno e nelle attività sessuali. Tranquilli non siamo su YouPorn. Ora succede che se il prepuzio (insomma la pelle che protegge le parti più interne di un pene) non permette una completa emersione del glande abbiamo un problema serio. E sin qui le risate continuano (e io che mi son fatto uno studio attento sul tema). Ora se la pelle che protegge il pene non scorre abbiamo un problema serio: igiene e problemi sessuali.

La soluzione standard è darci un taglio (si scherza, ovvio, ma fino a un certo punto). Tuttavia se parliamo di fimosi acquisita la cosa si fa tecnica. In pratica tu uomo prima ti ritrovi che funzionava tutto e poi zac, abbiamo un problema. Per le spiegazioni mediche lascio ad approfondimenti più seri. Ora, se fin qui abbiamo passato il tempo a ridere ci può stare; la problematica, per chi l’ha acquisita, è tutt’altro che uno spasso. E qui arriva il nostro uomo.

Per chiunque sia uomo l’idea di avvicinare un bisturi alle proprie parti intime non è esattamente il sogno erotico più frequente. Il trauma psicologico poi della rimozione del prepuzio e di avere tutto il pene esposto può psicologicamente creare dei problemi (beninteso, sempre meglio che non averlo operativo). Di qui arriva Boschetto con un approccio medico che può essere un’alternativa all’operazione.

Boschetto, dopo una serie di sperimentazioni, arriva a creare una serie di tubuli di silicone che chiama Phimostop. “E’ nato tutto per una necessità, il mio medico di base mi ha detto: ‘Semplice, Boschetto, basta fare una circoncisione‘. ‘Semplice per lei!’, gli ho risposto. L’unica scelta che mi veniva prospettata era quella di fare un’operazione ‘lì’ e la cosa non mi piaceva. Quindi mi son messo a sperimentare e alla fine sono arrivato alla soluzione finale.”

Di lì il passo è breve: lo brevetta, lo presenta e ottiene la certificazione medica (il prodotto è un Dispositivo Medico riconosciuto dal nostro ministero), lo registra come brevetto europeo e comincia a venderlo on line. Una strategia semplice. In effetti se si cerca il termine “fimosi” facilmente si incappa nei siti o nelle comunicazioni pubblicitarie di questo gruppo. Nel 2015 vince anche un riconoscimento al Salone Internazionale delle Invenzioni di Ginevra e nel 2017 si inizia anche uno studio clinico universitario sul prodotto, con l’intento di trovare una soluzione che eviti le spese dell’intervento di circoncisione e abbatta le liste d’attesa.

I numeri sulle circoncisioni e la fimosi non sono così facili da reperire, sia a livello italiano che mondiale. Sia come sia, i numeri che Boschetto snocciola, nella vendita del suo prodotto, sono interessanti. Sta a una media di 400 unità al mese. E il sito è attivo in 5 lingue. Sia ben chiaro, non è mia intenzione sostituirmi in alcun modo a un medico. E non sono qui a dire come un uomo dovrebbe curare una degenerazione del suo prepuzio. La cosa che mi ha affascinato di Boschetto è che un uomo di 78 anni, che magari ci immaginiamo passare i pomeriggi a giocare coi nipotini, si alza una mattina e per risolvere un problema ci si mette di impegno, poi patenta la sua scoperta, fa tutti i passaggi del caso con il ministero della Salute e comincia a fare business.

Quando si sente parlare di cervelli in fuga, mi vien da pensare che qualche cervello sia rimasto in Italia.

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