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Coronavirus, via al turismo di prossimità: qualche consiglio per scoprire le perle vicino casa

Sembra che il Covid, dopo aver provocato danni incalcolabili, porterà con sé anche delle buone notizie. Oltre ad aver avvilito gli influencer e aver fatto rifiatare il mondo, uno dei risvolti positivi della pandemia è la riscoperta del “turismo di prossimità”, già eletta formuletta magica dell’estate 2020 che vedrà gli italiani, grandi esterofili, prenotare appartamenti e ville non molto distanti dai luoghi di residenza.

Le regole del distanziamento sociale daranno inoltre una grossa mano lato overtourism, una delle grandi piaghe del Belpaese, almeno fino allo scorso febbraio. Così, invece che concentrarsi nelle solite località marittime e montane, i viaggiatori nostrani saranno protagonisti di un’inedita diaspora che li porterà fuori dalle conclamate rotte turistiche. La domanda è: dove andare? Ecco alcuni consigli per voi lettori de ilfattoquotidiano.it.

Lo so: sognate il Salento. Solo il tempo ci dirà se quest’anno Gallipoli & Co. saranno presi d’assalto come sempre; nel dubbio sperimentate il versante brindisino o, meglio ancora, quello del Salento tarantino. Nei piccoli borghi marittimi di Marina di Lizzano, di Pulsano e di Maruggio troverete ad attendervi spiagge maldiviane con meno folla rispetto ai lidi leccesi.

Dopo l’esplosione turistica degli ultimi anni, Bologna necessita di una bella pausa di riflessione che, chissà, avrà l’effetto di abbassare un po’ i prezzi in città. Ecco: questa estate, invece che al capoluogo di regione, puntate all’Appennino: scoprirete diamanti grezzi come Dozza, che la street art ha reso il più colorato tra i borghi medievali italiani, punto di partenza per lunghe camminate nel vicino Parco Storico di Monte Sole.

Sì, Firenze ha un fascino ineguagliabile. Ma d’estate ci sono 40 gradi ed è piena zeppa di turisti stranieri. Quest’anno non sarà così, ma c’è sempre possibilità di incrociare folle di vacanzieri italici. Se il distanziamento sociale dovesse iniziare ad evaporare e avete già visitato Monteriggioni, Volterra e San Gimignano, sappiate che Castelfalfi, borgo ristrutturato e trasformato in un albergo diffuso, merita una visita.

“Vedi Napoli e poi muori” diceva Goethe. Visto che siamo in tempi di pandemia e le premesse non sono le migliori, questa estate impostate i vostri navigatori in direzione Sant’Agata de’ Goti, nel beneventano. La “perla del Sannio”, come lo chiamano i suoi abitanti, è solo uno dei tanti borghi che spuntano su un territorio ricco di agriturismi e locande a conduzione familiare, perfetti per il turismo di prossimità.

La Riviera si sta già attrezzando con app per prenotare gli ombrelloni e divisori per servire piadine Covid-free. Se proprio non riuscite a fare a meno di Rimini, Cattolica e Riccione, sappiate che l’entroterra romagnolo ospita borghi di grande bellezza, fuori dai circuiti della movida estiva. Uno su tutti: Santarcangelo di Romagna, il cui storico festival estivo quest’anno si trasforma con un format nuovo e particolare.

Quando si pensa alla montagna e al turismo in Abruzzo, tra le prime località che vengono in mente ci sono Rivisondoli e Roccaraso. Anche la pianura offre però, in regione, delle mete degne di nota e meno affollate come Bucchianico e Ripa Teatina, due borghi dove trascorrere giorni di assoluto relax, sperimentare la cucina locale e fare scampagnate sulle colline teatine, seguendo le orme del vero turismo slow.

Sarà curioso vedere cosa succederà quest’estate in Sardegna. In attesa dei primi servizi di Studio Aperto, lasciate che i vip vadano ad assembrarsi a La Maddalena e in Costa Smeralda; voi, saggiamente, potreste decidere di scoprite la “povera” Ogliastra, a est dell’isola: chilometri di costa punteggiata da baie meravigliose scavate nelle montagne e spiagge solitarie di rocce rosse e lapilli bianchi.

So che sognate le spiaggette da cartolina di Rapallo e Camogli, quelle foto accanto alle barche variopinte, l’aperitivo con focaccia vista mare. Andate piuttosto nell’entroterra, a Varese Ligure, borgo che non ha il mare ma offre alternative valide soprattutto agli eco-turisti che vogliano sperimentare la vera cucina povera ligure e cimentarsi con la preparazione del pesto.

Sarebbe fuorviante dire che in Calabria c’è overtourism, perché così non è. Bene? Male? Di sicuro, se volete staccare completamente e immergervi in luoghi immoti e cristallizzati nel tempo, spingetevi verso il profondo sud della regione, nella zona grecanica, terra di borghi ellenofili (Gallicianò), paesini di ultracentenari (Bivongi) e piantagioni di bergamotto (Condofuri).

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La Grecia lascia fuori gli italiani, anzi no. Una scelta che sa quasi di affronto personale

Essere d’accordo con un leghista era per me qualcosa che poteva succedere solo in questi tempi anomali. Dice il governatore del Veneto Luca Zaia in merito alla mancata riapertura delle frontiere greche all’Italia: “La Grecia nei nostri confronti ha avuto un comportamento assolutamente riprovevole. Mi fa incazzare che questo atteggiamento venga da un Paese che sta in Europa”. Poi la stilettata finale: “Non ci risulta che la sanità greca sia come quella veneta o quella italiana. Da parte del Veneto non c’è preclusione per nessuno”.

Inutile girarci attorno: Zaia ha ragione. La decisione di Atene di riaprire dal 15 giugno i suoi aeroporti ai voli internazionali provenienti da 29 paesi, ma tenere fuori Italia, Svezia e Spagna, ha il sapore amaro della scelta che prescinde dalle evidenze epidemiologiche e sconfina quasi nell’affronto personale, come se un vecchio amico, qualcuno di cui ti fidavi ciecamente, ti chiudesse la porta in faccia nel momento del bisogno.

Se è irritante che un paese come l’Olanda faccia il maestrino nei confronti nell’Italia – usando il volto del suo premier con la faccia da secchione antipatico, un tizio che la mattina fa il “frugale” e la sera lavora per rendere il sistema fiscale olandese uno dei più convenienti d’Europa – figuriamoci quanto indisponente possa essere questa decisione della Grecia, il fanalino di coda dell’Unione, un paese tra l’altro a noi storicamente vicino.

Quello che più stupisce in questo provvedimento è inoltre l’assenza di mezze misure per mitigarne gli effetti, come se noi italiani fossimo degli svedesi qualunque, come se il nostro paese fosse un lazzaretto. Più intelligente sarebbe stato seguire la strada della Croazia che ci permetterà, per il momento, l’ingresso solo per motivi di lavoro e turistici, con obbligo di presentazione di una prenotazione in albergo. Oltre che saggia, si tratta di una scelta furba: la Croazia sa bene quanto siano importanti i viaggiatori italiani per il sostentamento della sua economia turistica.

Poche ore dopo la prima comunicazione, sicuramente per le rimostranze ricevute, ecco però che la Grecia decide di fare un mezzo passo indietro stabilendo che per il periodo dal 15 al 30 giugno è consentito l’accesso agli italiani che atterrano ad Atene e Salonicco, previo test per chi proviene dalle regioni a più alto tasso di contagio, leggi Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto. Se il test risulta positivo, il passeggero è obbligato a una clausura di due settimane; se negativo, deve comunque mettersi in quarantena per sette giorni.

Una pezza che era peggio del buco: che senso ha viaggiare in un paese straniero se devi auto-recluderti? È comprensibile che la Grecia tema nuovi contagi portati dall’esterno, non potendo contare su un sistema sanitario forte come quello italiano, ma forse l’Ambasciata di Atene non si rende conto – meglio, fa finta di non rendersi conto – che discriminare in questo modo i turisti provenienti da quattro tra le più ricche regioni italiane è una scelta poco intelligente e ancor meno lungimirante.

Viene quasi da prendere in considerazione – altro miracolo per me – le parole della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, secondo cui “gli accordi bilaterali con i quali la Germania e altri Stati europei vorrebbero mandare i loro turisti in Grecia o in Croazia, tagliando fuori l’Italia, sono vergognosi e rischiano di essere il colpo di grazia per il turismo italiano”.

È così? Non è così? Al momento resta solo – in attesa che il prossimo primo luglio Atene riveda la lista degli ingressi consentiti – amarezza, delusione e rabbia per quello che sembra un tradimento inaspettato da chi credevi tuo compagno di ventura.

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Coronavirus, per il turismo il 2020 è perduto: solo il tempo potrà dire cosa succederà

In questo periodo all’indirizzo mail di chi si occupa di giornalismo di viaggi arrivano perlopiù due tipi di comunicazioni, così riassumibili: “Come visitare il mondo dal divano” e “I numeri dicono che il nostro mondo rischia una crisi senza precedenti”.

Lasciando stare la prima – sì, due settimane fa era carina come proposta ma ora anche basta – vorrei concentrarmi sullo stillicidio di dati e sulle recenti, funeste previsioni elaborate, in tempi di Coronavirus, dalle principali organizzazioni di settore. Vi riporto le principali:

1. Confturismo-Confcommercio: “Dal 1 marzo al 31 maggio è previsto un vero e proprio picco: 31,625 milioni di turisti in meno in Italia per una perdita stimata di 7,4 miliardi di euro”.

2. Astoi Confindustria viaggi (associazione che rappresenta i tour operator italiani): “Per tour operator e agenzie di viaggio si prevede una ripresa parziale delle attività tra fine estate/autunno e un ritorno progressivo alla normalità solo nel 2021, con una perdita di fatturato che va dal 35 al 70% circa”.

Anche le organizzazioni locali sono, per usare un eufemismo, allarmate. Federalberghi Genova è tranchant: “Il 2020 è completamente perduto. La previsione del calo del 50% dei nostri fatturati era ottimistica. Ogni giorno che passa la situazione peggiora”.

Inoltre, secondo un fresco studio elaborato da Cerved, società italiana che si occupa di informazioni commerciali e analisi di mercato, “le imprese italiane potrebbero perdere tra i 270 e i 650 miliardi di fatturato nel biennio 2020-21 a causa del Covid-19”.

Non va molto meglio se si dà un occhio fuori dal proprio recinto. L’Untwo, l’Organizzazione mondiale del turismo, teme un crollo del 20-30% tra gli arrivi di turisti internazionali nel 2020 rispetto allo scorso anno. Un calo che potrebbe tradursi in una debacle delle entrate turistiche internazionali tra i 300 e i 450 miliardi di dollari, equivalenti a sette anni di crescita del comparto.

Ora: è ancora presto per dire quanto siano realistiche queste previsioni. Una cosa però è certa: in Italia la fetta internazionale del turismo è molto ampia. Nel 2018 (dati Istat) nel Belpaese si è registrato il record storico di 429 milioni di presenze, +2% rispetto al 2017, generate per almeno un quarto da turisti provenienti da Germania (58,6 milioni), Francia (14,2 milioni), Regno Unito (14,0 milioni), USA (14,5 milioni) e Cina (5,3 milioni).

Quella che sarebbe stata una bella notizia in tempi non pandemici, fa oggi tremare le gambe agli operatori del settore perché tutti questi paesi, Cina a parte, sono ancora all’inizio della diffusione del Covid-19.

Che fare dunque? Dovremmo aspettare che la morsa del virus si allenti? Dare ascolto alle dichiarazioni di Matteo Renzi (qualcuno gli dice che ogni volta che parla quel già miserrimo 3% cala?) e sperare in una vicina, graduale riapertura delle attività?

Intanto cominciamo a dire le cose come stanno, penso sia inutile girare intorno al fuoco e raccontarci storielle per scacciare i mostri: a livello turistico il 2020 è perduto. Non sarà neanche ricordato come annus horribilis, ma come annus “inclassificabilis”: l’anomalia è talmente grande, talmente esogena al sistema che ogni serie storica di raffronto rischia di non avere senso alcuno. Se poi nel 2021 ci sarà un rimbalzone in stile borsistico, solo il tempo ce lo dirà.

Qualunque cosa accada, possiamo oggi mettere in carreggiata una speranza e una promessa. La prima: in un momento così difficile quello che noi italiani dovremmo fare – se e quando ci sarà permesso di tornare su una spiaggia o in montagna, o solo di andare al parco – è scegliere destinazioni italiane. Matteo Salvini (lungi da me) non c’entra nulla: fermo restando che difficilmente torneremo all’estero per piacere prima di settembre, abbiamo il dovere di contribuire a far ripartire la nostra economia turistica; e chissà che non sia la volta buona per dare un calcio all’overtourism e “spalmarci” meglio su tutto il territorio nazionale, scoprendo luoghi poco conosciuti.

La promessa. Sarebbe meraviglioso che tutti noi, quando tornerà la normalità, boicottassimo turisticamente l’Olanda e contribuissimo con i nostri soldi e le nostre capacità comunicative a rendere l’Albania un paese ancora più bello.

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Bologna, il quartiere della Bolognina si candida a diventare il volto nuovo e cosmopolita della città

Gli skate guizzano come saette, in un incavo di spazio delimitato da un lato dai cavi dell’alta tensione della ferrovia di Bologna, dall’altro da due blocchi di acciaio alti 10 metri eretti in memoria della Shoah. Il Ponte Matteotti è lì di fianco, a separare fisicamente e simbolicamente il cuore della città dalla sua prima periferia nord.

Siamo nel quartiere della Bolognina, dove la memoria del passato è conservata e valorizzata, che si tratti di avvenimenti locali – qui ci fu la svolta iniziata nell’89 che avrebbe portato allo scioglimento del Pci – o di eventi avvenuti altrove, come lo sterminio nazista degli ebrei e la tragedia del Dc 9 precipitato a Ustica, i cui resti sono conservati in un museo poco distante dalla stazione.

Nonostante la forte identità storica e politica, la Bolognina sta un po’ alla volta aprendo le sue strade al futuro, candidandosi a diventare il volto nuovo e cosmopolita della capitale emiliana. Non che il centro città non abbia fatto enormi progressi negli ultimi anni, anzi: l’esplosione dell’afflusso turistico è un piccolo, grande miracolo sotto gli occhi di tutti, così come gli effetti collaterali che ne sono scaturiti: grave crisi abitativa, lievitazione dei prezzi, chiusura di attività storiche rimpiazzate da bar, gelaterie e spazi per lo street food: una mangiatoia a cielo aperto, creata apposta per aprire i sensi (e i portafogli) dei turisti, già inondati dalle luci e dagli odori provenienti da quel parco divertimenti del cibo chiamato Fico.

Anche per questo, la Bolognina dovrà affrontare negli anni a venire un doppio, difficile esame: consolidare la sua anima multirazziale, popolana, inclusiva e alternativa, senza cadere vittima del sortilegio di una gentrificazione svilente e dannosa per tutti, bolognesi in primis. La prima prova del nove ci sarà già a settembre con l’apertura – in via Fioravanti, poco distante gli edifici del nuovo Comune – del primo The Student Hotel in Emilia-Romagna.

Ideato dall’imprenditore scozzese Charlie MacGregor – che ha creato un concept ibrido di accoglienza con ostelli di lusso in grado di accogliere sotto lo stesso tetto studenti, turisti e creativi – il Tsh prenderà il posto dell’ex palazzo Telecom: 26mila metri quadri su cui saranno spalmati 361 camere, piscina, palestra, spazi di co-working e un grande ristorante che dovrà, per forza di cose, adeguarsi all’alto standard gastronomico della città. Sempre riguardo gli adeguamenti: anche i prezzi saranno calmierati rispetto a quelli (tra i 700 e i mille euro al mese) praticati negli altri Tsh sparsi per il mondo, promettendo così una permanenza sostenibile e integrata con gli spazi circostanti.

A proposito di prezzi. Se in centro storico sono schizzati alle stelle, quelli in Bolognina sono ancora abbordabili; così, cacciati dalle Torri in una diaspora di cui la città non ha ancora afferrato la gravità, giovani lavoratori single, coppie e famiglie con redditi medi si sono spostati al di là della stazione. Nel giro di una manciata d’anni, in zona hanno aperto locali come Fermento, stiloso pub per pranzi, cene e aperitivi, affiancato da un nome storico della cucina bolognese, la Trattoria di via Serra. In un pugno di metri spuntano poi il ruspante Barnaut, ritrovo di attivisti, il Well Done, succursale dell’omonima, centralissima hamburgeria gourmet, e il Kinotto, ex locale gestito da cinesi (uno dei tanti in zona) trasformato da poco in un bar dalle atmosfere vintage, spin-off del contiguo Locomotiv club, uno dei nomi forti del palcoscenico musicale bolognese.

L’operazione Kinotto è uno dei primi passi che dovrebbero portare alla riqualificazione del circostante dopolavoro ferroviario, grande spazio che versa in buona parte in condizioni di degrado. Pochi passi e si arriva al ponte di via Stalingrado, trasformato nel 2018 da grigio viadotto di periferia in un tripudio di colorati murales commissionati a street artist e volontari.

Quando cala il sole e si accendono le luci nei palazzoni che torreggiano al di là della strada, sotto il ponte inizia a brulicare la vita. Uno dei nomi nuovi della scena locale è Zou – Zapap Officine Urbane, centro culturale polivalente aperto pochi mesi fa, portando birre artigianali, mercatini e un’etichetta discografica dentro i locali di un ex mercato di interscambio. Il circolo Arci Guernelli è dietro l’angolo, con i suoi aperitivi culturali e i raduni di associazioni e collettivi come l’XM24, centro sociale fatto sloggiare dalla storica sede accanto il nuovo Comune e trasferito in una ex caserma che avrà, secondo gli attivisti, “una nuova vita come luogo di autogestione, solidarietà e aggregazione”.

Parole forti, che risuonano anche all’interno di locali della notte come il Mikasa e il Freakout Club, tra i migliori della scena underground bolognese. Guai a minacciarne l’esistenza. La Bolognina ha il giusto spirito per guardare al futuro senza rinnegare la sua vera anima.

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Trentino Alto Adige, al Quellenhof di Bolzano ti senti catapultato a latitudini non propriamente penisolane








Parliamoci chiaro: Bolzano, la più settentrionale delle province d’Italia, non si è mai sentita davvero italiana. La sua forte identità germanica e la ricchezza di tradizioni teutoniche ne hanno sempre fatto una landa a sé, capoluogo di una provincia autonoma in una regione autonoma, dove oltre due terzi dei residenti parlano tedesco e chiamano “italiani” quelli che non usano la lingua di Goethe.

La non sempre semplice convivenza tra i due popoli in questa terra di confine si manifesta con scaramucce periodiche. A metà ottobre era stato pubblicato il disegno di legge provinciale che proponeva l’abolizione delle parole “Alto Adige” e “altoatesino” in favore della locuzione “Provincia di Bolzano”. Dopo la minaccia del ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia di impugnare il testo, il presidente della regione Trentino-Alto Adige/Südtirol Arno Kompatscher ha gettato acqua sul fuoco ammettendo l’errore.

Qualche giorno fa una nuova polemica, stavolta non sulla mera toponomastica ma sul delicato tema della salute: una nuova legge provinciale prevede che i medici che non parlano italiano possano comunque esercitare la professione a Bolzano senza l’equiparazione dei titoli. E via con nuove baruffe e richieste di impugnazione.

Così, quando arrivo in visita al Quellenhof Luxury Resort Passeier, il più grande centro benessere dell’Alto Adige, ho l’impressione di essere stato catapultato a latitudini non propriamente penisolane: dai campi da tennis in terra battuta (con vista montagne della Val Passiria) risuona un eins, zwei! dell’istruttore autoctono Klaus Stubler, mentre una ragazza in dirndl, il classico abito femminile della tradizione tirolese, mi indica la mia stanza, tutta legno e tende rustiche.

Anche la sauna è, oggettivamente, nordica: la temperatura non c’entra, mi riferisco all’”etichetta” da rispettare. Nelle zone dove vige l’adults only si gira senza veli ed è giusto così: la vera sauna si fa nudi, principalmente per ragioni igieniche, ma anche per sperimentare la sensazione di libertà e intimità che dà il ritrovarsi senza (questa volta sì) etichette addosso in un ambiente comune. Anche il rito dell’Aufguss – la gettata di vapore intriso di oli essenziali tramite i movimenti ritmici di un asciugamano – ha ben poco di italico. L’avevo già visto eseguire in Finlandia, questa volta è stato più spettacolare, con l’aufgussmeister, il maestro di sauna, abbigliato in stile Signore degli Anelli.

I 10mila metri quadri che il Quellenhof ha dedicato alle aree benessere e spa includono 22 saune, 11 piscine, un lago balneabile e un centro beauty. Anche il resto del complesso d’accoglienza è enorme: grazie a investimenti intelligenti e a buone politiche di marketing, quella che era una locanda acquistata nel 1923 dai nonni dell’attuale proprietario, Heinrich Dorfer, si è trasformata negli anni fino a diventare oggi il punto di riferimento per gli amanti dello sport e del wellness in Alto Adige.

Di recente la famiglia Dorfer ha deciso di raddoppiare il marchio Quellenhof investendo in una nuova struttura sul Lago di Garda, a Lazise (Verona). Il progetto ha riqualificato un’area di 12mila metri quadri prima occupata da serre dismesse, che ora si presenta come un luxury resort con 58 camere e quattro piscine. Come si legge sul sito web della struttura, le emozioni da vivere in loco saranno “tutte italiane” grazie a “un’oasi mediterranea, in cui godere la bellezza e il fascino di Lazise con i suoi pittoreschi borghi, i vigneti baciati dal sole, gli alberi di limone e l’incantevole passeggiata sul lago che porta da Bardolino a Garda”. Il tutto, “in un’autentica atmosfera da Dolce Vita”. Sì, questa volta siamo senz’altro in Italia.

Indirizzi

Dormire: il marchio Quellenhof include, oltre al 5 stelle omonimo, anche l’hotel Vital, al cui interno si trova un Medical Center. Chiudono l’offerta ricettiva l’hotel Park, il Forellenhoff e l’Alpenschlössel, adatti sia per vacanze in coppia che con la famiglia.

Mangiare: oltre al buffet per la mezza pensione e un ristorante a la carte, il Quellenhof dispone di due ristoranti. Uno è il Sky Teppanyaki, ideale per chi gradisce sushi, zuppe di riso e altre specialità giapponesi. Quello che io ho sperimentato è il ristorante gourmet Gourmetstube 1897: ambiente piccolo ma raffinato, con la cucina affidata alle mani sapienti dello chef Michael Mayr, autore di piatti come il rombo alla bretone con albicocca, finferli e fregola e il petto di faraona con asparago verde, ribes e patate della Val Passiria.

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Viaggi, bisogna dare un taglio all’overtourism. Ecco dodici misure su cui bisogna puntare

In contemporanea con l’emergenza ambientale, è scoppiata quella turistica. Da bravi esterofili quali siamo, anche noi italiani abbiamo iniziato a usare il termine anglosassone che la definisce: overtourism. Potrei snocciolare una serie di numeri per inquadrare il fenomeno, ma devierei dall’obiettivo di questo articolo, che è quello di fornire soluzioni all’emergenza da “eccesso turistico”.

Mi limito a riferirvene solo un paio, forse i più clamorosi. Uno: nel 2018 il turismo di massa ha generato un indotto monstre di 8.800 miliardi di dollari l’anno. Risultato? Tanti soldi nelle casse delle amministrazioni locali e dei privati collegati all’attività ricettiva ma: residenti sul piede di guerra (Barcellona), infrastrutture compromesse (Kyoto), emergenza abitativa (Bologna), attrazioni impossibili da visitare (Dubrovnik). E l’elenco potrebbe andare avanti ad infinitum. Due: l’eccesso di turismo è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra. Si tratta dunque di un tema strettamente correlato con le tematiche ambientali.

La questione è complessa e può apparire fuori da ogni controllo. Soprattutto se si pensa che l’Organizzazione mondiale del turismo prevede nel 2030 due miliardi di persone in viaggio. La “colpa” è anche di alcuni paesi come la Cina, dove si sta formando una classe media incline a spostarsi. L’Istituto di ricerca cinese sul turismo estero ci dice, ad esempio, che i 145 milioni di cinesi che viaggiavano nel 2017 diventeranno 400 milioni entro il 2030.

Occorre quindi iniziare a darci un taglio, sia in Italia che all’estero, per evitare il sovraffollamento delle città d’arte, di mare e in generale di tutte le destinazioni percepite come mete fortemente turistiche. Queste sono le misure su cui bisogna puntare, anche a costo di risultare impopolari.

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Barga, ho visitato uno dei borghi più belli d’Italia. Da qui Pascoli sentiva i rintocchi delle campane










Quello che più colpisce della casa di Giovanni Pascoli a Castelvecchio è lo stato di conservazione. La prima impressione è che il tempo si sia fermato al 1953, anno in cui morì Maria, la sorella che più di tutti si prese cura del poeta, amandolo come un figlio. Varcata la soglia si scopre che tra quelle mura le lancette degli orologi si sono arrestate per sempre molto prima, nel 1912, anno della scomparsa di Pascoli.

Da allora Mariù, animo da suora di clausura ma polso ferreo quando si parlava di proteggere la memoria del fratello, non toccò quasi più nulla: gli utensili per fare i passatelli romagnoli, i libri, le bottiglie di Strega sono tutti al loro posto. Anche il camino non fu più acceso, per non disturbare le api che, ai tempi in cui Pascoli scriveva Il fanciullino, ci avevano fatto l’alveare. Ancora oggi sono lì e ronzano tra i cespugli di un placido giardino affacciato sulla Valle del Serchio, che Pascoli definì “del Bello e del Buono”: una conca dalle curve morbide che fu per lui fonte di ispirazione prima e poi luogo di sepoltura accanto, in vita come in morte, alla sorella-madre.

Dalla loggia di casa, Pascoli sentiva i rintocchi delle campane di Barga, oggi nella lista dei borghi più belli d’Italia. Una volta varcata la Porta Reale, dopo una scalinata ripida ma non troppo si giunge su un pianoro al cospetto di quelle campane, nella torre della Collegiata di San Cristoforo. Il “Duomo”, come lo chiamano semplicemente i locali, è un monumento di grande fascino e sprigiona un’energia potente, quasi mistica. Merito forse della bellezza semplice della struttura, rivestita dalla pietra alberese che si staglia contro il cielo; merito anche del momento: una tiepida serata di settembre rischiarata dalla luna, unica luce certa sopra una vallata verde e buia, punteggiata qua e là dal baluginio proveniente da qualche casetta.

Racchiusa tra le guglie delle Alpi Apuane e i profili più tenui dell’appennino tosco-emiliano, la valle del Serchio ha due elementi ordinatori. Il primo, nonostante lo stravolgimento del corso originale da parte degli indigeni, è opera della Natura: il fiume Serchio, che scende dalle pendici del monte Sillano e prosegue il suo corso fino alla Marina di Vecchiano (Pisa). Il secondo è solo frutto dell’uomo.

Il Ciocco, un parco privato di 600 ettari, prende il nome da una poesia del Pascoli presente ne “I canti di Castelvecchio” (Il babbo mise un gran ciocco di quercia / su la brace; i bicchieri avvinò; sparse / il goccino avanzato; e mescé piano / piano, perché non croccolasse, il vino). I proprietari, la famiglia Marcucci, hanno ricreato al suo interno un polo di accoglienza turistica in cui l’attività ricettiva ispirata dal concetto di albergo diffuso si mixa con quella sportiva, congressuale ed eventistica.

Tra le grandi kermesse ospitate al suo interno si ricordano i Giochi senza frontiere nel 74, una tappa del Giro d’Italia l’anno successivo e il campionato mondiale di scacchi nel 77. Nel frattempo, il Ciocco si è trasformato in una sorta di borgo turistico che oggi ospita quattro hotel, ristoranti dislocati a varie altitudini, chalet, appartamenti per turisti e uno studio di registrazione, già casa di Videomusic, la prima emittente musicale europea.

Nonostante le comodità offerte, il modo migliore di vivere questa terra è seguendo il motto della “living mountain”. Si può noleggiare un’e-bike e pedalare sui tornanti dai 280 ai 1.100 metri sopra il livello del mare, sfrecciando tra faggi e ruderi di metati, le antiche costruzioni dove si essiccavano le castagne; o passeggiare tra antiche fortezze, conventi diroccati e mulini alla ricerca dei presidi slow food come il prosciutto Bazzone, dall’aroma di muschio e castagna, e il Biroldo, sanguinaccio fatto con la testa del maiale. Per smaltire, basta una bella scarpinata di 20 chilometri per raggiungere la grande arcata del Ponte del Diavolo, tra Lucca e la Garfagnana. La leggenda narra che San Giuliano, non riuscendo a completarlo per l’eccessiva difficoltà, chiese aiuto al diavolo promettendo in cambio l’anima del primo essere vivente che vi fosse passato sopra. Terminato il ponte, San Giuliano attirò sopra un cane con un po’ di cibo e beffò Satana.

Indirizzi

Dormire
Il Renaissance Resort del Ciocco, 4 stelle con una piscina all’aperto, spa, palestra e campo da tennis.

Mangiare
La Taverna dello Scoiattolo, a 940 metri d’altitudine, sempre all’interno del Ciocco. Un’accogliente baita circondata da castagneti, in cui assaggiare cibi rustici della tradizione toscana. A Barga, l’indirizzo imperdibile è l’Osteria di Riccardo Negri: ottimi i maltagliati al ragù di cinghiale e i funghi porcini ripieni con formaggio.

Passando da Firenze, prima di partire per la provincia di Lucca, si può sostare a La Ménagère, già negozio di casalinghi nato nel 1896, rinato oggi come concept-restaurant in cui convivono ambienti di design industriale, dettagli in stile shabby e arredi di recupero, il tutto condito con una ristorazione di alto livello. Tra i piatti più apprezzati dello chef Fabio Barbaglini i pomodori fichi e melanzane con canditi al forno, sfoglie di pane, olio e sale. Notevole anche il dessert: fichi infusi al tè con crema fresca di capra e croccante ai semi di papavero.

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Ho assistito a una festa all’Esquilino che era un microcosmo di umanità



Sabato sera era una calda sera di inizio estate e a Roma si dava una festa. Un rito di strada, di quartiere – via Balilla, nel cuore dell’Esquilino – che da oltre 25 anni, ogni terzo weekend di giugno trasforma questo angolo della Capitale (coincidenza curiosa che il nome della via ricordi una delle principali organizzazioni del Partito Nazionale Fascista) in una social street con una bella storia di integrazione da raccontare.

I residenti portano lasagne, pane, frutta, vino, si sistemano le tavolate e a una certa la festa inizia tra musica, con tanto di banda di paese, e balli a cui prendono parte centinaia di persone da ogni parte di Roma. Poi ci sono le trans, che qui sono di casa, nel senso che in via Balilla ci abitano e la sera della festa aggregano la loro comunità allestendo un banchetto con specialità colombiane. Le libagioni e le danze proseguono fino alle due, poi si sbaracca per evitare di dare troppo fastidio a chi dorme.

Daniela, la sindaca della contrada e prima promotrice della social street esquilina, insieme agli altri residenti tiene alta la bandiera dell’integrazione e del decoro anche durante il resto dell’anno. La comunità tutta qui si prende cura della zona spazzando dove l’Ama non arriva. E le trans, quelle di loro che pattugliano le strade, fanno anche da cordone di sicurezza contro la criminalità.

Via Balilla è un piccolo microcosmo di umanità che si aiuta, in una città unica che sempre più è vittima della stanchezza, del nervosismo, dell’ignoranza e della cupidigia di una parte dei suoi abitanti.

Il video di Marco Polimeni tratto da Youtube risale a tre anni fa ma rende bene il clima che si respira ancora oggi alla festa di via Balilla

Foto di David Perluigi

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Come si diventa travel blogger /3 – Le mie pagelle ai cinque influencer più in vista

Pare che nel giro di qualche anno Instagram imploderà. O comunque cambierà pelle, insieme a tutti gli altri social, quando diventeranno ancora più macroscopiche le conseguenze deleterie che i giochini di Mark Zuckerberg & Co stanno avendo sull’equilibrio psicofisico e sulla privacy delle persone. La via è già stata tracciata da grandi marchi come Lush e Unicredit, che hanno sapientemente deciso di alleggerire o annullare del tutto la propria presenza sulle piattaforme di condivisione.

Quello che succederà nessuno lo sa con esattezza. Ma possiamo provare a farci un’idea: ci sarà un esercito di creatori di contenuti/amministratori delegati del proprio blog/reporter vari/founder di hashtag in libera uscita. È probabile che, non avendo maturato competenze specifiche se non i cambi di filtro, molti di costoro si ritroveranno allo sbaraglio, in lacrime come la mitologica influencer a cui avevano chiuso il profilo su Instagram. Tutti quelli che hanno imparato a creare dei contenuti veri, invece, saranno in grado di reinventarsi.

Nel frattempo ci tocca continuare a dare le nostre pagelline (qui la prima e la seconda puntata). Sempre, come da abitudine, nel settore che ci compete, quello del travel.

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Rocchetta Mattei di Riola, un luogo unico a due passi da Bologna

In antichità era la rocca di Savignano Lungoreno, antico maniero appartenuto alla Gran Contessa Matilde di Canossa e distrutto nel 1293. Molti secoli dopo, su quello spuntone di roccia che domina il comune di Grizzana Morandi, nel bolognese, il Conte Cesare Mattei decise di costruire quella che sarebbe diventata la futura Rocchetta Mattei, un luogo straordinario destinato a restare unico e inimitato.

La prima pietra fu posata il 5 novembre del 1850; solo nove anni più tardi il Conte, tra i fondatori della Cassa di Risparmio di Bologna nonché deputato al Parlamento di Roma, poté finalmente trovare dimora in quello che si mostrò subito in tutta la sua eccezionalità: un castello dalle forme fiabesche, costruito e arredato con una miscela eclettica e surreale di arte islamica, medievale e moderna, in cui facevano capolino cupole moresche, labirinti di scale escheriane, soffitti decorati a muqarna e un fiero ippogrifo di pietra a guardia della fortezza.

Da quel luogo delle meraviglie il Conte non si stacco più, trascorrendo l’intera vita a inventare e arredare nuove stanze. Ai suoi tempi d’oro nella Rocchetta trovarono ospitalità principi e sovrani, tra cui (si narra) Ludovico III di Baviera e lo Zar Alessandro II di Russia. Gli ambienti esoterici della Rocchetta furono anche lo scenario degli esperimenti del Conte, profondo studioso di quella che lui stesso battezzò elettromeopatia: una terapia medica di sua invenzione basata sull’abbinamento di “granuli medicati” e liquidi, detti anche “fluidi elettrici”. Queste tecniche segrete – su cui il Conte iniziò a esercitarsi dopo la morte della madre per tumore, adirato con la classe medica che non era riuscita a salvarla né ad alleviarne il dolore – ebbero enorme fortuna grazie anche a importanti citazioni (ne parla Dostoevskji ne I fratelli Karamàzov) e a testimoniati casi di guarigione.

Dopo la morte di Mattei nel 1896 per la Rocchetta iniziarono i tempi bui dell’abbandono. Durante la seconda guerra mondiale il castello venne saccheggiato dai tedeschi e gli eredi, non si sa bene il perché, tentarono di donarlo al Comune di Bologna, che rifiutò. Dopo un nuovo, lungo periodo di declino, nel 2006 il complesso venne acquistato e successivamente restaurato dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Bologna.

Dal 2015, data di riapertura al pubblico, la Rocchetta è diventata un’importante attrazione turistica del bolognese – nel periodo gennaio-agosto 2018 è stata meta di 38mila visitatori – e un traino per promuovere l’intero Appennino bolognese, martoriato negli ultimi anni da crisi sociali, economiche e demografiche. È proprio di queste tematiche – ma anche di opportunità che passano attraverso le sue eccellenze produttive, di una cultura industriale sviluppata e di un patrimonio culturale e museale diffuso – che si parlerà domani in Rocchetta, alla presenza del Sindaco di Grizzana Morandi Graziella Leoni, del presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna Carlo Monti, di Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna, del Sindaco di Bologna Virginio Merola e del consigliere delegato della Città metropolitana Massimo Gnudi.

Al confronto istituzionale seguirà una tavola rotonda a cui parteciperanno esponenti della cultura, del turismo e alcuni noti imprenditori del territorio. Tra questi anche Maurizio Marchesini, presidente di Marchesini Group, colosso della Packaging Valley bolognese. Lo scorso anno insieme al “collega” Alberto Vacchi, presidente di Ima, Marchesini aveva messo in piedi la newco Caima, azienda nata dalle ceneri della fallita Stampi Group. L’operazione Caima, che ha permesso ad alcuni ex dipendenti Stampi di essere riassorbiti nel distretto, è stata un forte segnale di speranza per l’Appennino e una testimonianza che le sinergie tra imprese e territori possono esistere.

Foto tratta dal sito Rocchetta Mattei

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