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Viaggi, bisogna dare un taglio all’overtourism. Ecco dodici misure su cui bisogna puntare

In contemporanea con l’emergenza ambientale, è scoppiata quella turistica. Da bravi esterofili quali siamo, anche noi italiani abbiamo iniziato a usare il termine anglosassone che la definisce: overtourism. Potrei snocciolare una serie di numeri per inquadrare il fenomeno, ma devierei dall’obiettivo di questo articolo, che è quello di fornire soluzioni all’emergenza da “eccesso turistico”.

Mi limito a riferirvene solo un paio, forse i più clamorosi. Uno: nel 2018 il turismo di massa ha generato un indotto monstre di 8.800 miliardi di dollari l’anno. Risultato? Tanti soldi nelle casse delle amministrazioni locali e dei privati collegati all’attività ricettiva ma: residenti sul piede di guerra (Barcellona), infrastrutture compromesse (Kyoto), emergenza abitativa (Bologna), attrazioni impossibili da visitare (Dubrovnik). E l’elenco potrebbe andare avanti ad infinitum. Due: l’eccesso di turismo è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra. Si tratta dunque di un tema strettamente correlato con le tematiche ambientali.

La questione è complessa e può apparire fuori da ogni controllo. Soprattutto se si pensa che l’Organizzazione mondiale del turismo prevede nel 2030 due miliardi di persone in viaggio. La “colpa” è anche di alcuni paesi come la Cina, dove si sta formando una classe media incline a spostarsi. L’Istituto di ricerca cinese sul turismo estero ci dice, ad esempio, che i 145 milioni di cinesi che viaggiavano nel 2017 diventeranno 400 milioni entro il 2030.

Occorre quindi iniziare a darci un taglio, sia in Italia che all’estero, per evitare il sovraffollamento delle città d’arte, di mare e in generale di tutte le destinazioni percepite come mete fortemente turistiche. Queste sono le misure su cui bisogna puntare, anche a costo di risultare impopolari.

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Barga, ho visitato uno dei borghi più belli d’Italia. Da qui Pascoli sentiva i rintocchi delle campane










Quello che più colpisce della casa di Giovanni Pascoli a Castelvecchio è lo stato di conservazione. La prima impressione è che il tempo si sia fermato al 1953, anno in cui morì Maria, la sorella che più di tutti si prese cura del poeta, amandolo come un figlio. Varcata la soglia si scopre che tra quelle mura le lancette degli orologi si sono arrestate per sempre molto prima, nel 1912, anno della scomparsa di Pascoli.

Da allora Mariù, animo da suora di clausura ma polso ferreo quando si parlava di proteggere la memoria del fratello, non toccò quasi più nulla: gli utensili per fare i passatelli romagnoli, i libri, le bottiglie di Strega sono tutti al loro posto. Anche il camino non fu più acceso, per non disturbare le api che, ai tempi in cui Pascoli scriveva Il fanciullino, ci avevano fatto l’alveare. Ancora oggi sono lì e ronzano tra i cespugli di un placido giardino affacciato sulla Valle del Serchio, che Pascoli definì “del Bello e del Buono”: una conca dalle curve morbide che fu per lui fonte di ispirazione prima e poi luogo di sepoltura accanto, in vita come in morte, alla sorella-madre.

Dalla loggia di casa, Pascoli sentiva i rintocchi delle campane di Barga, oggi nella lista dei borghi più belli d’Italia. Una volta varcata la Porta Reale, dopo una scalinata ripida ma non troppo si giunge su un pianoro al cospetto di quelle campane, nella torre della Collegiata di San Cristoforo. Il “Duomo”, come lo chiamano semplicemente i locali, è un monumento di grande fascino e sprigiona un’energia potente, quasi mistica. Merito forse della bellezza semplice della struttura, rivestita dalla pietra alberese che si staglia contro il cielo; merito anche del momento: una tiepida serata di settembre rischiarata dalla luna, unica luce certa sopra una vallata verde e buia, punteggiata qua e là dal baluginio proveniente da qualche casetta.

Racchiusa tra le guglie delle Alpi Apuane e i profili più tenui dell’appennino tosco-emiliano, la valle del Serchio ha due elementi ordinatori. Il primo, nonostante lo stravolgimento del corso originale da parte degli indigeni, è opera della Natura: il fiume Serchio, che scende dalle pendici del monte Sillano e prosegue il suo corso fino alla Marina di Vecchiano (Pisa). Il secondo è solo frutto dell’uomo.

Il Ciocco, un parco privato di 600 ettari, prende il nome da una poesia del Pascoli presente ne “I canti di Castelvecchio” (Il babbo mise un gran ciocco di quercia / su la brace; i bicchieri avvinò; sparse / il goccino avanzato; e mescé piano / piano, perché non croccolasse, il vino). I proprietari, la famiglia Marcucci, hanno ricreato al suo interno un polo di accoglienza turistica in cui l’attività ricettiva ispirata dal concetto di albergo diffuso si mixa con quella sportiva, congressuale ed eventistica.

Tra le grandi kermesse ospitate al suo interno si ricordano i Giochi senza frontiere nel 74, una tappa del Giro d’Italia l’anno successivo e il campionato mondiale di scacchi nel 77. Nel frattempo, il Ciocco si è trasformato in una sorta di borgo turistico che oggi ospita quattro hotel, ristoranti dislocati a varie altitudini, chalet, appartamenti per turisti e uno studio di registrazione, già casa di Videomusic, la prima emittente musicale europea.

Nonostante le comodità offerte, il modo migliore di vivere questa terra è seguendo il motto della “living mountain”. Si può noleggiare un’e-bike e pedalare sui tornanti dai 280 ai 1.100 metri sopra il livello del mare, sfrecciando tra faggi e ruderi di metati, le antiche costruzioni dove si essiccavano le castagne; o passeggiare tra antiche fortezze, conventi diroccati e mulini alla ricerca dei presidi slow food come il prosciutto Bazzone, dall’aroma di muschio e castagna, e il Biroldo, sanguinaccio fatto con la testa del maiale. Per smaltire, basta una bella scarpinata di 20 chilometri per raggiungere la grande arcata del Ponte del Diavolo, tra Lucca e la Garfagnana. La leggenda narra che San Giuliano, non riuscendo a completarlo per l’eccessiva difficoltà, chiese aiuto al diavolo promettendo in cambio l’anima del primo essere vivente che vi fosse passato sopra. Terminato il ponte, San Giuliano attirò sopra un cane con un po’ di cibo e beffò Satana.

Indirizzi

Dormire
Il Renaissance Resort del Ciocco, 4 stelle con una piscina all’aperto, spa, palestra e campo da tennis.

Mangiare
La Taverna dello Scoiattolo, a 940 metri d’altitudine, sempre all’interno del Ciocco. Un’accogliente baita circondata da castagneti, in cui assaggiare cibi rustici della tradizione toscana. A Barga, l’indirizzo imperdibile è l’Osteria di Riccardo Negri: ottimi i maltagliati al ragù di cinghiale e i funghi porcini ripieni con formaggio.

Passando da Firenze, prima di partire per la provincia di Lucca, si può sostare a La Ménagère, già negozio di casalinghi nato nel 1896, rinato oggi come concept-restaurant in cui convivono ambienti di design industriale, dettagli in stile shabby e arredi di recupero, il tutto condito con una ristorazione di alto livello. Tra i piatti più apprezzati dello chef Fabio Barbaglini i pomodori fichi e melanzane con canditi al forno, sfoglie di pane, olio e sale. Notevole anche il dessert: fichi infusi al tè con crema fresca di capra e croccante ai semi di papavero.

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Ho assistito a una festa all’Esquilino che era un microcosmo di umanità



Sabato sera era una calda sera di inizio estate e a Roma si dava una festa. Un rito di strada, di quartiere – via Balilla, nel cuore dell’Esquilino – che da oltre 25 anni, ogni terzo weekend di giugno trasforma questo angolo della Capitale (coincidenza curiosa che il nome della via ricordi una delle principali organizzazioni del Partito Nazionale Fascista) in una social street con una bella storia di integrazione da raccontare.

I residenti portano lasagne, pane, frutta, vino, si sistemano le tavolate e a una certa la festa inizia tra musica, con tanto di banda di paese, e balli a cui prendono parte centinaia di persone da ogni parte di Roma. Poi ci sono le trans, che qui sono di casa, nel senso che in via Balilla ci abitano e la sera della festa aggregano la loro comunità allestendo un banchetto con specialità colombiane. Le libagioni e le danze proseguono fino alle due, poi si sbaracca per evitare di dare troppo fastidio a chi dorme.

Daniela, la sindaca della contrada e prima promotrice della social street esquilina, insieme agli altri residenti tiene alta la bandiera dell’integrazione e del decoro anche durante il resto dell’anno. La comunità tutta qui si prende cura della zona spazzando dove l’Ama non arriva. E le trans, quelle di loro che pattugliano le strade, fanno anche da cordone di sicurezza contro la criminalità.

Via Balilla è un piccolo microcosmo di umanità che si aiuta, in una città unica che sempre più è vittima della stanchezza, del nervosismo, dell’ignoranza e della cupidigia di una parte dei suoi abitanti.

Il video di Marco Polimeni tratto da Youtube risale a tre anni fa ma rende bene il clima che si respira ancora oggi alla festa di via Balilla

Foto di David Perluigi

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Come si diventa travel blogger /3 – Le mie pagelle ai cinque influencer più in vista

Pare che nel giro di qualche anno Instagram imploderà. O comunque cambierà pelle, insieme a tutti gli altri social, quando diventeranno ancora più macroscopiche le conseguenze deleterie che i giochini di Mark Zuckerberg & Co stanno avendo sull’equilibrio psicofisico e sulla privacy delle persone. La via è già stata tracciata da grandi marchi come Lush e Unicredit, che hanno sapientemente deciso di alleggerire o annullare del tutto la propria presenza sulle piattaforme di condivisione.

Quello che succederà nessuno lo sa con esattezza. Ma possiamo provare a farci un’idea: ci sarà un esercito di creatori di contenuti/amministratori delegati del proprio blog/reporter vari/founder di hashtag in libera uscita. È probabile che, non avendo maturato competenze specifiche se non i cambi di filtro, molti di costoro si ritroveranno allo sbaraglio, in lacrime come la mitologica influencer a cui avevano chiuso il profilo su Instagram. Tutti quelli che hanno imparato a creare dei contenuti veri, invece, saranno in grado di reinventarsi.

Nel frattempo ci tocca continuare a dare le nostre pagelline (qui la prima e la seconda puntata). Sempre, come da abitudine, nel settore che ci compete, quello del travel.

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Rocchetta Mattei di Riola, un luogo unico a due passi da Bologna

In antichità era la rocca di Savignano Lungoreno, antico maniero appartenuto alla Gran Contessa Matilde di Canossa e distrutto nel 1293. Molti secoli dopo, su quello spuntone di roccia che domina il comune di Grizzana Morandi, nel bolognese, il Conte Cesare Mattei decise di costruire quella che sarebbe diventata la futura Rocchetta Mattei, un luogo straordinario destinato a restare unico e inimitato.

La prima pietra fu posata il 5 novembre del 1850; solo nove anni più tardi il Conte, tra i fondatori della Cassa di Risparmio di Bologna nonché deputato al Parlamento di Roma, poté finalmente trovare dimora in quello che si mostrò subito in tutta la sua eccezionalità: un castello dalle forme fiabesche, costruito e arredato con una miscela eclettica e surreale di arte islamica, medievale e moderna, in cui facevano capolino cupole moresche, labirinti di scale escheriane, soffitti decorati a muqarna e un fiero ippogrifo di pietra a guardia della fortezza.

Da quel luogo delle meraviglie il Conte non si stacco più, trascorrendo l’intera vita a inventare e arredare nuove stanze. Ai suoi tempi d’oro nella Rocchetta trovarono ospitalità principi e sovrani, tra cui (si narra) Ludovico III di Baviera e lo Zar Alessandro II di Russia. Gli ambienti esoterici della Rocchetta furono anche lo scenario degli esperimenti del Conte, profondo studioso di quella che lui stesso battezzò elettromeopatia: una terapia medica di sua invenzione basata sull’abbinamento di “granuli medicati” e liquidi, detti anche “fluidi elettrici”. Queste tecniche segrete – su cui il Conte iniziò a esercitarsi dopo la morte della madre per tumore, adirato con la classe medica che non era riuscita a salvarla né ad alleviarne il dolore – ebbero enorme fortuna grazie anche a importanti citazioni (ne parla Dostoevskji ne I fratelli Karamàzov) e a testimoniati casi di guarigione.

Dopo la morte di Mattei nel 1896 per la Rocchetta iniziarono i tempi bui dell’abbandono. Durante la seconda guerra mondiale il castello venne saccheggiato dai tedeschi e gli eredi, non si sa bene il perché, tentarono di donarlo al Comune di Bologna, che rifiutò. Dopo un nuovo, lungo periodo di declino, nel 2006 il complesso venne acquistato e successivamente restaurato dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Bologna.

Dal 2015, data di riapertura al pubblico, la Rocchetta è diventata un’importante attrazione turistica del bolognese – nel periodo gennaio-agosto 2018 è stata meta di 38mila visitatori – e un traino per promuovere l’intero Appennino bolognese, martoriato negli ultimi anni da crisi sociali, economiche e demografiche. È proprio di queste tematiche – ma anche di opportunità che passano attraverso le sue eccellenze produttive, di una cultura industriale sviluppata e di un patrimonio culturale e museale diffuso – che si parlerà domani in Rocchetta, alla presenza del Sindaco di Grizzana Morandi Graziella Leoni, del presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna Carlo Monti, di Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna, del Sindaco di Bologna Virginio Merola e del consigliere delegato della Città metropolitana Massimo Gnudi.

Al confronto istituzionale seguirà una tavola rotonda a cui parteciperanno esponenti della cultura, del turismo e alcuni noti imprenditori del territorio. Tra questi anche Maurizio Marchesini, presidente di Marchesini Group, colosso della Packaging Valley bolognese. Lo scorso anno insieme al “collega” Alberto Vacchi, presidente di Ima, Marchesini aveva messo in piedi la newco Caima, azienda nata dalle ceneri della fallita Stampi Group. L’operazione Caima, che ha permesso ad alcuni ex dipendenti Stampi di essere riassorbiti nel distretto, è stata un forte segnale di speranza per l’Appennino e una testimonianza che le sinergie tra imprese e territori possono esistere.

Foto tratta dal sito Rocchetta Mattei

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Auschwitz e Birkenau, cinque consigli per chi visita i campi dell’orrore nazista

Erano diversi anni che mi ripromettevo di visitare i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. Ci sono riuscito lo scorso gennaio, accompagnato da un gruppo di amici con cui ho fatto tappa anche a Cracovia e Varsavia.

Al termine del tour ne ho approfittato per buttare giù una breve lista di considerazioni di tipo logistico e organizzativo, che potranno essere d’aiuto a chi decide di recarsi per la prima volta nei luoghi dello sterminio nazista.

1. Se siete insofferenti alle folle umane e desiderate che la vostra visita sia la più intima possibile, evitate di recarvi ad Auschwitz in estate e a ridosso della Giornata della Memoria, celebrata ogni anno il 27 gennaio per commemorare le vittime dell’Olocausto. I serpentoni di persone scorrono abbastanza agevolmente grazie alla solerzia delle guide; i bambini sono pochi e non si vedono né blogger né influencer vari. Nonostante il silenzio e il raccoglimento, la calca di visitatori difficilmente vi permetterà di entrare in profonda sintonia con lo spirito cupo di questi luoghi;

2. Attenzione agli zaini: sono ammessi all’interno solo zainetti 20×30 o custodie per macchine fotografiche. Se avete borse o zaini di dimensioni maggiore lasciateli nel mezzo con cui siete arrivati, altrimenti vi sarà chiesto di depositarli in un magazzino e di pagare un obolo non rimborsabile di 13 Zloty (tre euro). Anche la toilette è a pagamento: costa 1,50 Zloty ad Auschwitz e 2 Zloty a Birkenau;

3. Di solito, le visite ai campi di concentramento occupano tra le quattro e le cinque ore, di cui due terzi del tempo ad Auschwitz e un terzo a Birkenau. Se scegliete tour più lunghi, e come me decidete di venire in loco durante i giorni della merla polacchi (in pieno gennaio), ricordate di bardarvi da testa ai piedi altrimenti arriverete a sera intirizziti. Se invece il pomeriggio volete recarvi alle miniere di sale di Wieliczka (tour offerto in combinazione con quello di Auschwitz), dovrete scandire bene le tempistiche sia della levata mattutina che del pick up pomeridiano. Il pacchetto combo si aggira sui 60 euro a testa comprensivi di trasporti e guida ma non di cibo e bevande. A proposito: se siete schizzinosi e non volete mangiare delle pizzette semifredde evitate di comprare cibo allo spaccio collocato all’ingresso del campo di Auschwitz I.

4. Ogni tour operator si appoggia a guide diverse. Se non comprendete alla perfezione l’inglese (c’è il rischio, sperimentato in prima persona, di trovarsi con una guida che parla inglese stretto o inglese polacco, che forse è anche peggio) optate per una guida in italiano. Visitare i block che oggi ospitano il Memoriale e il Museo senza capire tutto quello che viene spiegato è un vero peccato. Le guide sono spesso accoppiate ai tour: se avete scelto un tour in inglese difficilmente riuscirete a ottenere una guida in italiano, anche pagando degli extra. Esistono anche tour operator che offrono solo i transfer per/da Auschwitz e tour senza guida ma sono soluzioni che sconsiglio, a meno che non siate profondi conoscitori della storia di questi luoghi;

5. Ultima riflessione. Nonostante la musealizzazione abbia vagamente sterilizzato la ferocia di questi luoghi in ottica di fruizione turistica e sebbene molti degli orrori appresi dai libri o visti in tv non siano più fisicamente presenti (a Birkenau sono rimaste in piedi solo un pugno di baracche, i tedeschi le abbatterono a partire dal ’44 per distruggere le prove della loro esistenza), Auschwitz è un luogo che lascia segni profondi a chi lo visita. Il momento più raggelante, insieme alla visione delle camere a gas e dei forni, è stato per me la visione delle foto del Sonderkommando. Si tratta di quattro istantanee scattate clandestinamente nell’agosto del ’44 da un deportato (probabilmente il fotografo ebreo greco Alberto Errera) costretto con altri gruppi di prigionieri a collaborare con le SS nelle operazioni di sterminio degli ebrei. Le immagini documentano le terribili fasi immediatamente precedenti e successive l’uccisione di gruppi di reclusi a Birkenau. Si tratta delle uniche testimonianze visive esistenti di quello che succedeva ai corpi senza vita portati all’esterno delle camere a gas.

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Le agenzie viaggio sono morte?

Chi non muore si rivede. Poche settimane fa – durante la convention di fine stagione del tour operator Veratour, nell’arabeggiante cornice del Jaz Oriental Resort di Marsa Matruh, in Egitto – ho scoperto che le agenzie di viaggio italiane non sono tutte passate a miglior vita dopo aver perso la sanguinolenta tenzone con il web. Certo, buona parte delle care, vecchie agenzie sono irrimediabilmente six feet under, ma un’altra porzione di esse è ancora tra noi e combatte per la sopravvivenza, bardata con armatura e scudi. Ma in che modo?

In Egitto, i vertici di Veratour mi hanno spiegato che il tour operator romano vende i suoi pacchetti solo tramite agenzie di viaggio. Ciò non significa che Veratour non faccia pubblicità on line e offline, ma che tutte le attività di marketing dirette al pubblico sono finalizzate a portare il cliente, fisicamente, in agenzia. Oggi in Italia si contano 750 agenzie Verastore: vere e proprie piccole aziende alto-performanti che producono da sole più del 55% del fatturato Veratour – 204 milioni di euro nel 2017, in rapida ascesa per superare quest’anno l’asticella dei 220 milioni. L’obiettivo è quello di raggiungere mille agenzie monomarca che producano il 70% del fatturato.

Secondo Massimo Broccoli, direttore commerciale Veratour: “Il numero delle agenzie di viaggio sul territorio nazionale è sceso rispetto agli anni del boom delle aperture, ma dall’altra parte è cresciuta la qualità di quelle rimaste, che oggi possono offrire al cliente punti vendita più grandi e con un maggior numero di addetti. Nonostante tutto, nulla può sostituire la consulenza di un professionista”.

Sembrerebbe dunque che la situazione non sia tutto sommato così malvagia. Secondo la Fiavet – la Federazione italiana associazioni imprese di viaggi e turistiche – oggi sono presenti attivamente sul mercato nazionale tra le 8500 e le 9mila agenzie. Non poche, se si considera che internet e web hanno spazzato via per intero altri business, come Blockbuster. Ma neanche tante, se si calcola che il loro numero si è ridotto del 30% negli ultimi tre-quattro anni. Secondo alcuni addetti ai lavori, è possibile (leggi probabile) che ne chiuderanno ancora diverse e che la prossima conta finale dei vivi e dei defunti dovrebbe vedere i primi aggirarsi tra le 6 e le 7mila unità. La metà rispetto a dieci anni fa.

Le cause di questa rivoluzione sono diverse. La principale è legata all’uso massiccio delle nuove tecnologie: non tanto però al loro dilagare, quanto all’incapacità di saperle e volerle usare. C’è dunque stata una selezione naturale. Chi in tempi di vacche grasse ha aperto un’agenzia solo per far soldi e non ha investito in professionalità, contribuendo a polverizzare l’offerta, ha chiuso i battenti. Non mi pare che qualcuno ne stia sentendo la mancanza. Chi è rimasto ha adottato le uniche strategie di sopravvivenza possibili: specializzazione, fidelizzazione, “socializzazione”, ricerca e difesa di nicchie di mercato alto-spendenti. Non è un caso che i viaggi di nozze – spesso strutturati e di lungo raggio – siano ancora un prodotto cassaforte per la distribuzione italiana, rimasto per buona parte al riparo dalla concorrenza dell’online che ha invece fagocitato tutta la parte “mainstream” delle prenotazioni.

I superstiti hanno dovuto aggiornarsi, aprirsi, rimodulare il proprio business. Attenzione però: stare nel Game – per dirla con l’ultimo libro di Alessandro Baricco – non è condizione certa di sopravvivenza. Anche le agenzie che si sono evolute rispetto ai loro recenti avi devono ogni giorno spartirsi la torta con una pletora di nuovi concorrenti spuntati fuori dalle viscere del web. Per restare nel settore alcuni travel influencer hanno trovato il modo di mettere a reddito la propria smania per i social monetizzando i follower. Questi irresistibili socialaholic si presentano alla stregua di agenti freelance che spammano la home dei seguaci con proposte periodiche di viaggi di gruppo, a cui appiccicano qua e là sconti di incoraggiamento.

Il web, inoltre, pullula di tutorial, di corsi e controcorsi per diventare “Pts”: consulenti di viaggio indipendenti che, con o senza appoggio di un’azienda del settore, provano a vendersi come travel designer: conoscitori di una o più destinazioni che organizzano e conducono in prima persona viaggi esperienziali con gruppi di turisti. E poi, dulcis in fundo, un “concorrente” che con il web non c’entra nulla, anzi, è il suo esatto opposto. Parlo della nostra cara, vecchia burocrazia italica che anche in questo campo ci mette lo zampone predisponendo una selva di leggi e leggine che regolano in modo diverso, da regione a regione, l’apertura delle agenzie di viaggio sul territorio. Vi segnalo solo uno dei provvedimenti più equi e saggi: in Lazio per aprire un’agenzia viaggi si deve depositare una cauzione per tutta la vita dell’impresa, come garanzia sul pagamento delle tasse.

Only the brave, care agenzie. Ora e più che mai.

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‘This is not a sushi bar’. Peggio: è una puntata di Black Mirror







Lo scorso gennaio a Milano aveva aperto i battenti un nuovo ristorante, il Black Future Social Club. Si trattava di un locale esclusivo (da intendersi letteralmente al modo degli antichi latini: ex-claudĕre, chiudere fuori) in cui la scelta delle portate e il periodo di permanenza dei commensali erano determinati dal loro engagement sui social. Potevano entrare solo persone con almeno mille follower su Instagram, mentre la possibilità di rimanere seduti e di fare una seconda ordinazione dipendeva dal numero like raggiunti dalla foto postate.

Il Black Future Social Club era una provocazione. Un’operazione di marketing pensata per promuovere la quarta stagione di Black Mirror, l’inquietante serie Netflix che ha tra i pregi principali quello di farci pregustare già oggi come saranno le nostre vite tra pochi lustri, quando le interazioni sociali saranno interamente condizionate dalla tecnologia. Si tratta di un processo distruttivo già ampiamente avviato – di cui i millennials e gli iGens sono diventati ambasciatori inconsapevoli – che sta trasformando, giorno dopo giorno, le nostre fantasie (paure) sul futuro in realtà.

Così, non stupisce che l’altro ieri a Milano sia nato qualcosa di simile al Black Future Social Club, ma con un nome un po’ più ruffiano: “This is not a sushi bar”, ovvero il primo ristorante italiano dove si paga in base ai follower (un’autentica genialata del marketing, a cui fa da ausilio un’altra idea originalissima di magrittiana genesi, quella della negazione “rafforzante”. Avanguardia pura, direbbe la Miranda Priestly de Il diavolo veste Prada). Funziona così: tu arrivi, ordini un piatto, lo fotografi, oppure fotografi te e/o i tuoi amici, e lo schiaffi su Instagram, corredando la foto con hashtag #thisisnotasushibar (io ci aggiungerei anche, a proposito di rafforzativi, #avanguardiapura). Poi vai dallo “store manager” (sarà il cassiere?) e gli comunichi che hai pubblicato la foto sui tuoi social channels. Nel frattempo il sushi aspetta, meno male che non si fredda. Finalmente mangi, chiacchieri un po’, forse, con i tuoi amici e al momento di pagare il conto tiri fuori i tuoi follower nella manica. Più sono, meno spendi. In particolare:

– Se hai da 1000 ai 5mila follower un piatto per te è gratis;
– Da 5001 a 10mila follower hai 2 piatti gratis;
– Da 10001 a 50mila follower hai 4 piatti gratis;
– Da 50001 a 100mila follower hai 8 piatti gratis;
– Se hai oltre 100mila follower, la cena è offerta dal ristorante.

Ma che succede se non sei un influencer? Tranquillo, non sentirti uno sfigato. Se hai meno di 1000 follower, ti iscrivi alla newsletter e forse un Uramaki lo regalano anche a te.

Alla domanda se il sushi non sushi bar corra il rischio di diventare un ristorante ex-clusivo per influencer, il gestore risponde gaudioso: “Di fatto siamo tutti un po’ degli influencer”. Amen. E poi chiosa: “Rendiamo spendibile quello che già esiste, la nostra rete di contatti e di amicizie”. Eccola lì, la distopia in salsa di soia. I nostri amici, il nostro “giro di conoscenze” sono mercificati e monetizzati per ottenere in cambio degli omaggi. Nessun pericolo di fallimento comunque perché, conclude il gestore, “l’80% del nostro business è basato sul delivery”. Probabilmente sottovaluta gli Instagram addicted, noti per essere una manica di “founder” e “artisti” che passano le proprie giornate a commentarsi le foto a vicenda per accrescere la propria influenza e scroccare qualche partnership. C’è da giurare che molti di costoro si fionderanno ben presto nel sushi non sushi di Porta Romana, trasformandolo in uno studio fotografico.

Ma non è tutto. È prevedibile che arriveranno anche finti influencer (nel senso: più finti di quelli “veri”, finti a loro volta), che dopo aver acquistato qualche migliaio, o qualche centinaio di migliaio di follower finti, pretenderanno anch’essi una porzione gratis. Non perché non abbiano i soldi per pagarla. Ma per il gusto di guardarsi soddisfatti nello specchio prima di andare a letto, ripensando al fatto che la propria notorietà è stata riconosciuta e apprezzata tanto da essere premiata con un piattino di riso.

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Vacanze in Trentino, alla scoperta dell’Alpe Cimbra. Un’oasi tra natura e tradizione







“Centinaia di fiori in primavera, la luna in autunno, la brezza fresca d’estate, la neve in inverno. Se non occupi la tua mente in inutili cose, ogni stagione è per te una buona stagione”. Così diceva il maestro zen Wumen Huikai, regalandoci uno dei tanti aforismi che tutti noi oggi amiamo condividere sulle pubbliche bacheche di Facebook. Tra coloro che riescono a trovare del buono in ogni stagione che l’Alpe Cimbra offre c’è Andrea Incani, ragazzo dallo sguardo pacifico ma sveglio, studente di filosofia e pastore.

Ora che è finito il tempo degli amori e della mungitura delle sue capre – le simpatiche e permalose Bionde dell’Adamello, ognuna con il suo nome – Andrea ha deciso di “impiegare” il gregge in passeggiate d’alta quota che fanno divertire da matti i bambini e aiutano gli adulti a ritrovare il contatto con la natura. “La gente cerca la genuinità” mi dice Andrea, che ha appena realizzato il sogno di aprire un negozio per la vendita di prodotti caprini proprio di fronte al maso Guez, la dimora di famiglia. “Qui proviamo a mantenere vive le tradizioni degli avi e la loro storia”.

E di storia tra queste montagne se ne respira. La si apprende senza libri ma a dorso di una bici fiammante, una strepitosa e-bike di ultima generazione che riesce a condurre senza fatica un comodo come me lungo il Sentiero dell’Acqua, fino al Forte Sommo Alto, a 1613 metri di quota. Questa struttura, oggi abbandonata ma visitabile in sicurezza, è una delle sette fortificazioni fatte costruire a partire dal 1907 dal comando austriaco tra Cima Vezzana e i rilievi di Serrada, in previsione dello scontro militare con l’Italia ai confini meridionali dell’Impero.

Tutta un’altra storia, è davvero il caso di dirlo, si rivive al Forte Belvedere-Gschwent, il “principe” dei forti cimbrici, che oggi ospita un percorso espositivo e installazioni multimediali che fanno rivivere le atmosfere della vita quotidiana in tempo di guerra. Realizzato tra il 1909 e il 1912 su progetto del capitano Rudolf Schneider, il Belvedere garantiva un controllo totale sulla Val d’Astico e sulle strade di accesso alla frazione di Carbonare, grazie a mura di cemento spesse 2,5 metri e a una guarnigione di oltre 200 uomini. Nonostante il forte fosse stato letteralmente incavato nella montagna, subì nei primi giorni di guerra pesanti bombardamenti che provocarono alcuni morti, ma rimase sempre saldamente in mano austriaca. Oggi è incluso nel Sentiero della Pace: 520 chilometri di percorso dal Passo del Tonale alla Marmolada, tra boschi e malghe, trincee e casematte, lungo un tracciato che collega su una linea ideale i luoghi che interessarono il fronte italo-austriaco durante la Prima guerra mondiale.

Poco distante spunta Lavarone con il suo lago omonimo, attrezzato per la balneazione e la pesca, lungo le cui rive Sigmund Freud passeggiò durante un breve soggiorno in Italia nel 1900. In una missiva alla moglie Martha – contenuta nelle sue Lettere di Viaggio. Soprattutto dall’Italia – il fondatore della psicanalisi ricorda “L’accoglienza e il trattamento premuroso, la buona cucina, la tranquillità preziosadi questi luoghi, rammaricandosi di doverli abbandonare per proseguire il suo viaggio verso Sud.

A un pugno di chilometri da Lavarone c’è Luserna, l’ultima isola dove viene parlata la lingua cimbra, antico dialetto tedesco portato su questi altipiani dai coloni bavaresi attorno all’anno mille. Per evitarne l’estinzione, il cimbro viene ancora oggi insegnato nell’asilo nido e nella scuola materna di Luserna. Insieme alla Magnifica Comunità di Folgaria – titolo onorifico di cui ancora oggi questo paese si fregia per aver in passato lottato contro il potere della famiglia Trapp in difesa dei privilegi di comunità indipendente – Lavarone e Luserna formano un’oasi di resistenza alle tentazioni della modernità nonché un’alternativa, valida in ogni stagione, ai nomi altisonanti delle Dolomiti.

Queste montagne offrono d’inverno 100 chilometri di piste innevate su cui praticare sci, snowboard e fat bike; la primavera è perfetta per scorrazzare in mountain bike tra i boschi o per praticare trekking d’alta quota; l’estate è la stagione eletta per il Shinrin-yoku, meglio noto come forest bathing, pratica giapponese che usa il potere terapeutico degli alberi per migliorare il benessere psicofisico. Infine l’autunno, periodo in cui ammirare il foliage lungo il Sentiero dell’Immaginario, alla scoperta dei colori, degli odori e delle leggende cimbre.

Dove mangiare
Lusernarhof (via Tezze, 43, Luserna. Cell. +39 3471824006). Albergo ristorante ricavato dalla ristrutturazione di tre case cimbre, con vista mozzafiato sulla vallata. Soluzione perfetta per gustare la migliore cucina trentina in zona.

Dove dormire
Muu Village (Via Negheli, Costa, Folgaria. Tel. +39 046472065). Struttura ideale per trascorrere qualche giorno sull’Alpe Cimbra all’insegna del benessere e del relax. Presente anche un’area welness con sauna, bagno turco e piscina. Se la sera non volete uscire optate per il ristorante del Villaggio, l’Alpe: ottima la cucina tradizionale.

Informazioni
Azienda per il turismo Alpe Cimbra
info@alpecimbra.it
www.alpecimbra.it

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Instagram, tra giornalisti e influencer la differenza deve essere ben chiara

Da quando quel nerd bilionario di Mark Zuckerberg (se pensavate che lo scandalo Cambridge Analytica avrebbe intaccato la sua ricchezza, resterete amareggiati: è il terzo più ricco al mondo) ha acquistato Instagram, l’applicazione creata da Kevin Systrom e Mike Krieger ha subito un’evoluzione straordinaria. Quello che era un pacifico ritrovo virtuale dove guardare le foto degli amici si è trasformato in una Fossa delle Marianne popolata da una manica di creature replicanti che amano autodefinirsi “ceo presso il proprio blog” (Marchionne scansate), “artista” (se Baudelaire fosse vivo scriverebbe I blogger del male) e “influencer” (sic).

L’utilizzo di Instagram come mezzo comunicativo e pubblicitario ha contribuito a rendere ancora più melmosa la palude (il paragone con il mare qui sarebbe troppo poetico) in cui galleggiano molti media tradizionali italiani. L’equazione è semplice. Se in passato gli stessi media erano fonte privilegiata di informazione e quindi foraggiati da forti investimenti pubblicitari, oggi, causa la crescente disintermediazione nella diffusione di contenuti, si ritrovano spesso e volentieri con il fango alle tonsille. Risultato: quella che 20 anni fa era una torta al cioccolato da dividere tra pochi, di questi tempi ha preso la forma di una ciambella stantia da tagliare in tante fettine, alcune delle quali vengono divorate da una serie di nuove piattaforme che danno lavoro a nuovi “professionisti”.

Sono le considerazioni con cui gli addetti ai lavori si confrontano ogni giorno: se prima un giovane adulto leggeva la cronaca su un’agenzia stampa, ora la apprende da YouReporter. Se prima guardava una serie tv, ora si incolla alla Instagram tv per seguire lo svezzamento di Leone Lucia Ferragni (doppio sic). Se prima andava in agenzia viaggi, oggi prenota le vacanze chiedendo consulto a “influencer” trasformatisi in agenti di viaggio. Se prima avesse chiesto di pernottare gratis in cambio di visibilità, qualcuno avrebbe chiamato un’ambulanza o una volante della polizia, oggi riceve contratti di sponsorship.

I tempi cambiano ed è giusto che sia così. Ma alcuni paletti devono restare, altrimenti è il caos. Deve essere ben chiara, ad esempio, la differenza tra la categoria “giornalista” e quella dell’“influencer/creatore di contenuti ecc”. Un “influencer/creatore di contenuti ecc” non iscritto all’albo professionale di categoria dovrebbe evitare di definirsi “giornalista” o “reporter” (beauty reporter è l’apoteosi assoluta). Ma taluni tra questi personaggi dovrebbero anche evitare di definirsi “blogger”: il vero blogger è colui che aggiorna periodicamente un diario online con informazioni di un qualche tipo (ecco ad esempio, in questo articolo che ho scritto per Vanity Fair, un vero blog di viaggio), non chi fa la foto al cappuccino di soia deca la pubblica sui social e tagga anche la mamma del barista sperando di avere il suddetto cappuccino gratis.

La questione è che tutti oggigiorno vogliono scrivere e comunicare. A questo proposito, un editore romano per cui ho lavorato mi disse una volta, con riferimento all’autore di un inedito infame: “Il fatto che sia morta tua zia non ti obbliga a scriverne un libro”. Purtroppo c’è ben poco da fare in merito. Se nessuno si sognerebbe di fare il medico o l’ingegnere senza una formazione e un titolo adeguati, sono in tantissimi quelli che si improvvisano corrispondenti dal fronte, ma l’unica guerra che combattono è quella ai congiuntivi.

C’è anche il rovescio della medaglia: i giornalisti che vorrebbero diventare influencer (nell’accezione corrente del termine, usando cioè i propri profili social per “sponsorizzare” un prodotto). Inutile (?) dire che un giornalista non può fare pubblicità; utile ricordare che egli comunica un fatto con un articolo, quindi il suo obiettivo non è vendere sé stesso (qui si potrebbe aprire una voragine di discussioni) ma la notizia. Un “influencer/creatore di contenuti ecc.” non ha invece alcuna deontologia da seguire – solo le regole del marketing e quelle della decenza, queste ultime spesso ignorate – e può tranquillamente vendere la sua immagine.

Sarà anche di questi aspetti, quanto mai attuali, di cui si parlerà l’8 e il 9 ottobre a Milano, durante gli Stati Generali dell’informazione turistica e agroalimentare organizzati dal Gist (Gruppo italiano stampa turistica) e Unaga con il patrocinio della Regione Lombardia. Ai tavoli di lavoro, appena chiusi, si parlerà di deontologia, pubblicità occulta, monitoraggio media e propensione al cambiamento della categoria (triplo sic carpiato), confrontando il mestiere giornalistico con le nuove professioni dell’informazione in un segmento – il giornalismo turistico – in cui il confine tra articolo e pubblicità è a volte labile.

Prenderanno parte agli incontri l’Ordine dei giornalisti, la Fnsi e l’Agcom. Alla fine si stilerà un Manifesto che dovrebbe contribuire a differenziare il lavoro giornalistico da quello non giornalistico, fornendo spunti utili agli uffici stampa di settore e, chissà, anche agli stessi editori, sempre più fascinati dagli esponenti dell’influencer marketing. Si tratta di un’iniziativa che dovrebbe essere ampliata a tutte le altre specializzazioni giornalistiche, per evitare il rischio che Amazon e Facebook diventino presto (o lo sono già?) gli unici fabbricatori di notizie in circolazione.

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