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Lockdown all’acqua di rose, Conte va soft su palestre e Mes

A dire il vero, vista la curva in continua ascesa del virus, ci si aspettava da Palazzo Chigi una stretta più rigorosa. Invece…

La montagna ha partorito un topolino. “Non voglio nemmeno sentir parlare di lockdown”, dice con forza il premier Giuseppe Conte. Perché? Per la semplice ragione che in primavera la situazione era ben diversa da oggi. In questi mesi, il governo ha lavorato bene (sono sempre pensieri di Conte) ed allora sarebbe una forzatura parlare di provvedimenti drastici. Però, il Covid19 dilaga e ieri si è registrato un nuovo record: 11.705 con 69 morti.

La scure avrebbe dovuto essere più violenta fino a un vero e proprio lockdown? Il Presidente del Consiglio non è d’accordo a va anche contro le posizioni di Dario Franceschini, numero due del Pd, il quale un paio di giorni fa si era detto preoccupatissimo. Ed aveva chiesto al capo del governo una riunione urgente.

Le novità sono poche. Niente lockdown. Bar e ristoranti non dovranno chiudere oltre la mezzanotte. E a quei locali che non hanno la possibilità di far sedere i loro clienti è imposta una maggiore prudenza. Dovranno abbassare le saracinesche alle sei del pomeriggio.

Alle palestre e alle piscine è stata data una settimana di tregua entro la quale dovranno mettersi in linea con le regole dettate dall’esecutivo. Sulla scuola è stato trovato un compromesso. Niente compiti o lezioni a casa, ma orari diversi nell’entrata in classe (solo per le superiori) e possibilità di creare turni pomeridiani.

Dimenticati i trasporti pubblici? Quasi. Rimarrà l’ottanta per cento di capienza e qualche controllo in più. Lo ha confermato pure il ministro delle infrastrutture Paola De Micheli. La quale, dati alla mano, ha difeso l’attuale normativa. Strano: le foto apparse sui quotidiani qualche giorno fa davano una situazione assai diversa.

Allora i casi sono due: o le immagini erano vecchie e quindi fasulle. Oppure sono i lettori a dover ricorrere all’oculista per una visita urgente.

Sul decreto del Presidente è nato tra la tarda serata e la notte un giallo. All’inizio si era dato il potere ai sindaci di chiudere la sera alle 21 in caso di assembramenti o di improvvise movide.

Poi, la decisione è cambiata dopo una violenta protesta dell’Anci. Il presidente Antonio De Caro ha immediatamente risposto a Palazzo Chigi affermando che così si ripeteva il gioco dello scaricabarile. È tua la colpa se nel tuo paese non vengono rispettate le regole. Parole di fuoco da parte di tutti i primi cittadini. E dietrofront immediato della Presidenza del consiglio con una decisione annacquata e frasi generiche nel tipico linguaggio del politichese.

In parole semplici, cambia poco. Gli appelli alla severità e alla pericolosità del virus espressa dagli scienziati sono quasi caduti nel vuoto. “Conte ha deciso di non decidere”, titola stamane un giornale della Capitale. Ma il premier replica che non è il momento di prendere decisioni drastiche.

Il perché è spiegato dalla situazione economica del Paese che non è florida (eufemismo). E su cui grava anche se non ufficialmente il pericolo di un inasprimento delle tasse. Tanto più che si continuano a rifiutare i 36 miliardi del Mes su cui anche il capo del governo è titubante. Per non fare uno sgarbo ai 5Stelle sempre stati contrari a prendere quei soldi?

Può darsi, ma il fatto è che quei danari servirebbero all’Italia come il pane. Sarebbe necessario un accordo che vedrebbe coinvolte maggioranza e opposizione. Ma di questo non si parla. Il “Centro” continua ad essere un miraggio, malgrado il parere contrario di molti parlamentari.

Liberalismo finito in Italia, ecco perché Boris Johnson ci ha umiliato

La fine del liberalismo in Italia. Salvini, Meloni, Zingaretti, Renzi e l’intera sinistra riformista si dichiarano “liberali”. Un po’ come faceva Kennedy ai tempi dello slogan “siamo tutti berlinesi”.

I grillini non sembrano interessati perché incarnano la supremazia del “popolo” rispetto all’individuo. Come avveniva ai tempi del fascismo o del comunismo. Sergio Mattarella ha censurato Boris Johnson. Secondo Johnson gli italiani sarebbero meno “liberi” degli inglesi. Per quale ragione i cittadini “inglesi” si considerano tuttora il centro mondiale del liberalismo?

Perché, essi affermano, i governi, a parte le parentesi belliche e pandemiche, hanno fiducia nella razionalità degli individui. Ed evitano l’uso dell’autorità. Non esiste interesse della collettività che possa essere realizzato con atti impositivi. E non esiste governo che abbia il diritto di interpretare quale sia l’interesse del “popolo”.

Liberalismo, modello inglese e modello cinese

Gli inglesi credono che non possa esservi libertà economica senza le altre libertà fondamentali (di religione, di pensiero, di parola e di tutela contro gli arresti arbitrari). Nel resto del mondo le cose non vanno così.

La Cina ha dimostrato che una dittatura guidata da un partito unico comunista può accettare le regole del mercato. È l’occidente che deve proteggersi dai prodotti cinesi. In India, la democrazia “elettorale” è preda di etnie in guerra tra loro, mentre i paesi islamici sono ossessionati dal fattore religioso.

Non deve quindi stupire che in Italia non esista più una democrazia liberale. La politica dei sussidi a pioggia. L’esistenza di varie polizie e di agenti del fisco militarizzati. La riduzione dell’uso del contante attraverso gli incentivi statali. La possibilità di accesso ai conti correnti dei cittadini da parte del fisco. Il vigile motorizzato in borghese che organizza agguati per colpire gli autisti indisciplinati. La prevalenza delle proposte di legge per via di decreto. Le registrazioni ambientali e telefoniche con il trojan per i delitti comuni. I giornali che sono in privilegiato contatto con le Procure.

I giudici che interpretano le leggi in modo creativo e abusano degli arresti prima dei processi. Il rinvio dei termini di prescrizione per “spazzare” via i corrotti. Gli accertamenti di redditi “induttivi” stabiliti a tavolino da burocrazie supponenti. La pletora di parlamentari balbettanti e di ministri impresentabili. L’esistenza di innumerevoli liste che ricevono rimborsi elettorali e poi spariscono.

La demonizzazione sistematica della politica, delle istituzioni, dell’impresa. Che ha portato alla distruzione dei “valori” ideali.

In nome dell’interesse superiore del Paese

Tutto ciò sarebbe inconcepibile in Inghilterra ma è accettato dalla grande maggioranza del popolo italiano in nome di un “interesse superiore del paese”. Esattamente come ai tempi del fascismo. Gli italiani hanno rinunciato alla libertà in nome di una effimera sicurezza.

Il liberalismo inglese implica che l’individuo sia il fine e il centro del sistema sociale ed economico. E che le istituzioni non siano che mezzi per il conseguimento degli obbiettivi individuali. Da tale concetto deriva che la libertà rappresenta il maggior fine politico.

Facciamo l’esempio dell’uso delle carte di credito. In Inghilterra e nei Paesi nordici sono le banche che offrono prodotti informatici e servizi bancari efficienti, a costo zero. E sono i cittadini a scegliere liberamente di ridurre l’uso del contante per realizzare il proprio interesse individuale. Lo Stato ne resta fuori.

Il giudizio di Churchill sul diritto romano

Perché gli inglesi possono vantarsi di essere gli ultimi liberali? La risposta è una sola: per il loro sistema giudiziario. Il premio Nobel e statista Winston Churchill, dopo aver ricordato i principi della common law, a proposito del sistema “romano” così chiosava.

“Nella legge romana e nei sistemi che ne sono derivati, un processo si risolve spesso in un’inquisizione. Il giudice può indagare sulla responsabilità dell’imputato. E questa indagine è in qualche misura incontrollata. I testimoni a carico possono deporre in segreto o in sua assenza. Ne consegue che spesso l’imputato è esposto ad una segreta intimidazione. Che la confessione può essergli estorta. Che può riconoscersi colpevole o patteggiare sotto la pressione di un ricatto o per evitare le lungaggini e i costi del processo”.

Si tratta di una puntuale definizione di “Mani pulite”, i cui protagonisti vennero elevati al rango di eroi della patria.

L’Italia lontana dal liberalismo

Per capire meglio come il nostro Paese sia lontano dai valori liberali inglesi, ricorderò che l’attore Hugh Grant ha ottenuto un risarcimento a sei cifre dalla società editrice proprietaria dei giornali Daily Mirror, Sunday Mirror, Sunday People. Avevano abusato delle intercettazioni in modo da mettere in scena alcuni scoop.

Riporterò inoltre gli atti relativi alla discussione alla House of Parliament, relativi alla privacy e alle intercettazioni.

“Non potrà mai esservi il il rischio che le intercettazioni finiscano sui giornali. Infatti nessuno può essere condannato o disonorato per la semplice intercettazione. Non siamo mica in uno Stato di Polizia. Anche se venisse intercettata una telefonata con la quale si indica una persona responsabile di omicidio, occorre trovare il corpo, l’arma del delitto e il movente. Se il prosecutor (che, ricordo, fa capo al director of Public Prosecutions di nomina governativa) non trovasse gli elementi per sostenere l’accusa in un processo, dovrebbe archiviare.

Intercettazioni e liberalismo

Ne deriva che se gli elementi di accusa restano provati non c’è bisogno delle intercettazioni. Se non sono provati, l’azione penale non può avere seguito. In entrambi i casi le intercettazioni non devono essere pubblicate.

Inoltre, non è interesse del prosecutor rischiare la propria carriera e perseguire un reato senza prove sufficienti per ottenere la condanna”.

Ricordo una mia esperienza professionale che ribalta i principi del liberalismo inglese. A Roma si verificò  un caso giudiziario che fece scalpore. Il titolare della cattedra di ragioneria, con il quale collaboravo, venne incaricato dal Pm di svolgere una perizia relativa all’esistenza di un falso in bilancio a carico degli amministratori di una grande società finanziaria.

Il pm e il perito

Il professore si presentò dal Pm e gli consegnò le conclusioni tecniche che escludevano quel reato. Il Pm, così lo apostrofò: “Se la riprenda la perizia, Lei doveva asseverare l’ipotesi dell’accusa, non dirmi se il bilancio fosse o meno falso”.

In effetti il Pm nominò un nuovo perito (un carneade qualunque), chiese e ottenne il rinvio a giudizio di una decina di persone. Il processo si concluse, dopo molti anni, con l’assoluzione di tutti gli imputati.

Molti procuratori della Repubblica sono convinti (e lo dichiarano pubblicamente) che, in ragione dei tempi lunghi della giustizia, per far scontare la pena e attenuare l’idea diffusa dell’impunità, l’unico modo è quello di far arrestare l’imputato prima del processo.

Un’affermazione solo in parte paradossale. Che mette in luce come alcuni magistrati pensano di dover ricorrere a discutibili pratiche di indagine. A motivo dell’inefficienza della stessa istituzione di cui fanno parte.

Gli inglesi e il resto dell’Europa ci guardano stupiti. Ma la maggior parte delle attuali forze di governo, applaude. Anche l’opposizione non sembra preoccuparsi troppo delle condizioni di libertà degli italiani. Non avverte i veri aspetti autoritari dell’azione dei governi. E si limita a contestare i metodi illiberali prima rappresentati. In funzione del proprio interesse elettorale.

Il sistema di libertà in Italia è finito per colpa di tutti. I partiti autenticamente liberali, stanno riducendosi a soglie insignificanti.

Razzismo inglese: avvocato di colore scambiata per l’imputata. Giampaolo Scacchi: per 3 volte in un giorno

Se sei di colore non sfuggi al razzismo degli inglesi. Anche se sei un avvocato, ti prendono per l’imputato.

Ecco l’esperienza dell’avvocato di colore Alexandra Wilson. Vittima di un fenomeno spontaneo di razzismo inglese. Per ben tre volte, nel giro di un giorno, in tribunale è stata scambiata per l’imputato. Commenta Giampaolo Scacchi: Sembravano passati i tempi descritti da Walter Scott in Ivanohe, quasi mille anni fa. In fondo fanno parte del Governo Johnson ministri figli di immigrati indiani. Così il ministro dell’Economia e quella dell’Interno. 

Il fatto ha provocato un certo scombussolamento. Al punto che Lord Reed, presidente della Corte Suprema, si è sentito in dovere di intervenire. Contro “l’ignoranza e il pregiudizio inconscio” che devono essere necessariamente affrontati dall’ordinamento giudiziario.

In un’intervista alla BBC, Lord Reed ha sostenuto che prima di andare in pensione spera di vedere nelle aule più giudici di colore, asiatici e di minoranze etniche.
 
Ha spiegato che il trattamento subito da Alexandra Wilson è stato “vergognoso”.

L’avvocato, in merito all’episodio, su Twitter ha scritto:”Sul mio viso deve esserci qualcosa che dice “non sei un avvocato”. Un piccolo saggio di humour. Una volta lo chiamavano humour inglese.

Lord Reed ha sostenuto:”Alexandra Wilson è una giovane avvocatessa molto dotata, laureata a Oxford e ha vinto numerose borse di studio. Essere trattata in quel modo, per lei è stato a dir poco estremamente deludente”.

Kevin Sadler, acting chief executive del Her Majesty’s Courts and Tribunals Service, si è scusato con Wilson, ha parlato di un “comportamento totalmente inaccettabile” e riguardo all’episodio avrebbe indagato sul ruolo del suo staff.

Secondo Judicial Diversity Statistics, ad aprile 2019 circa il 7% dei giudici del tribunale era BAME, acronimo di black, asiatico, minoranza etnica.

Gli asiatici o gli asiatici-britannici rappresentavano il 4% della totalità dei giudici della corte e l’etnia mista il 2%.

I restanti gruppi, neri o neri-britannici e altri gruppi etnici, rappresentavano ciascuno circa l’1%

Boris Johnson perde i capelli? Shock in Inghilterra dopo la sua apparizione in tv

 

Boris Jhonson sta perdendo i capelli? È quanto sospettano i telespettatori dall’occhio di falco che seguendone il discorso alla Camera dei Comuni, hanno notato diversi capelli sulla sua giacca.

Boris Jhonson sta perdendo i capelli? si chiede Giampaolo Scacchi. Il Primo Ministro, riferisce Scacchi, ai parlamentari ha detto che “stanno aumentando i decessi” e “le settimane e i mesi prossimi saranno ancora difficili e metteranno alla prova il coraggio del Paese”.  

In seguito Johnson è apparso nuovamente in tv, in diretta da Downing Street, per un briefing in cui ha parlato del lockdown dovuto alla pandemia e seguito da milioni di britannici.

Sui social media molti telespettatori hanno commentato il loro shock per  la preoccupante notizia. Mentre altri hanno invece parlato dell’apparente perdita dei capelli del PM, un sintomo legato al Covid-19.

Ad aprile 2019 dopo essere risultato positivo al coronavirus, Johnson è stato ricoverato in ospedale e ha trascorso tre notti in terapia intensiva.

Su Twitter, Marc Burrows ha chiesto:”Boris sta perdendo i capelli?”

Michael Ball ha aggiunto:”I capelli di Boris cadono o ha lasciato che il suo cane si sedesse sulla sua giacca?”

Sempre su Twitter un altro utente ha scritto:”La giacca era ricoperta di capelli. È un effetto collaterale di Covid. Molti ne soffrono insieme a problemi di memoria e annebbiamento mentale.

“Considerando questo tipo di problemi che può causare il Covid, persone come Johnson e Trump sono in grado di governare?”.

Scott Crawford ha commentato:”I capelli di Boris lasciano la sua testa più velocemente del Regno Unito dall’Europa”.

Altri utenti si sono chiesti perché nessuno avesse notato i capelli sulla giacca prima del collegamento in diretta. 

“Forse ha fatto la lotta con un gatto” ha osservato uno.

Sukky Choongh ha scritto:”Evidentemente Boris non piace al suo staff! Non permetterei mai che il mio capo parlasse in pubblico anche con un solo capello posato sul colletto”.

Sotto la luce impietosa dei riflettori, anche nella foto che pubblichiamo si nota brillare la pelata in mezzo alla zazzera di capelli biondissimi.

Ad agosto, gli esperti del Belgravia Centre di Londra, clinica all’avanguardia nel settore, hanno segnalato un legame tra Covid-19 e caduta dei capelli in seguito a quanto dichiarato dai pazienti guariti.

Gli esperti hanno spiegato di aver iniziato a notare un aumento di casi di telogen effluvium (TE) – un cambiamento del ciclo di crescita dei capelli – che potrebbe essere correlato allo stress fisiologico provocato dal dover combattere il virus.

 
 
 

Italia, avanti sulla strada del declino, fra debiti, scarsa produttività e covid

La strada del declino, si va verso la consueta crescita dell’1 per cento o anche meno.

La strada del declino dell’Italia è tracciata da Giuseppe Turani in questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business, e da questo, Dopo il Covid, ancora su Uomini & Business.

Quale sia il nostro destino a breve è abbastanza chiaro. Quest’anno si va giù di circa il 10 per cento e l’anno  prossimo si sale del 6 per cento. Tutto questo, ovviamente, immaginando di aver messo sotto controllo in qualche modo il virus.

Il futuro del Pil in Italia

E magari andrà davvero così. Quello che non ci dicono è che cosa accade dal 2022 in avanti. Ma si tratta di un segreto che non è più un segreto: si torna a crescere al consueto ritmo nostro dell’1 per cento, o anche meno perché nel frattempo molte gente si sarà ritirata dagli affari.

Il problema è che questo Paese con una crescita così bassa non sta in piedi. Accumula tensioni sociali su tensioni sociali. Non avremo un nuovo ’68 perché ormai l’assistenzialismo è abbastanza diffuso: meglio andare al cinema con i soldi del nonno, e la morosa, piuttosto che sfilare per le strade in corteo.

Quello che faremo è percorrere lentamente la strada del declino.

Per avere un destino diverso servirebbe liberare la nostra Italia da lacci e lacciuoli. Ma questo non può essere fatto da una maggioranza politica che proprio su quei lacci e lacciuoli si regge, distribuendo piccoli favori a destra e a manca. E che comunque è entrata essa stessa in stato confusionale: al martedì annulla quello che aveva varato lunedì, e così via. Quando qualcosa va male, rischia il fallimento, la si fa comprare dallo Stato.

Insomma, l’Italia è sulla strada del declino. E andiamo avanti come un treno. Il tutto aggravato dagli effetti del covid. Dopo sarà molto dura. Vediamo perché

1- COVID

Qui abbiamo solo notizie contraddittorie. Trump giura il vaccino che sarà pronto prima delle elezioni americane per la presidenza, fissate per il 3 novembre. (Di Maio lo promette per Natale). Ma non c’è fa farci molto conto: spera con il vaccino di vincere un confronto già perso. E’ probabile quindi che presenti qualcosa, ma saranno aspirine o poco più. Cioè inutili. E, forse, non gli serviranno nemmeno per vincere le elezioni.

Gli scienziati sono invece divisi. Chi dice che entro fine anno arriverà il famoso vaccino. Chi dice a primavera. Poi bisognerà iniettarlo a miliardi di persone. Realisticamente, il Covid ci farà compagnia per tutto il 2021. Il che significa che tutto funzionerà a scartamento ridotto come oggi. Salvo l’esplodere di qualche focolaio improvviso, con relativi lockdown di qualche settimana. Insomma il Covid non ci darà tregua per almeno un altro anno.

2- L’ECONOMIA

Qui sono dolori seri. La previsione corrente è che quest’anno si va giù del 10 per cento e l’anno prossimo si recupera il 5-6 per cento. Poi si torna nella normalità. Cioè alla nostra abituale crescita annuale dell’1 per cento.

Ma non è vero. Ci saranno infatti almeno due novità frenanti: l’immenso debito pubblico accumulato per l’assistenza in tempi di Covid e il deterioramento del sistema produttivo, già in corso. Diciamo allora che si crescerà, realisticamente, dello 0,5 per cento.

Il che significa che il “ritorno alla normalità” sarà il ritorno a un’Italia ancora più lenta di quella attuale.

Forse ci spingerà un po’ in avanti il desiderio di ricostruire, un po’ come nel dopoguerra.

3- CAMBIAMENTI

Non credo tanto a salti nell’economia digitale e in quella green. Per fare seriamente queste cose servono governi di  spessore e consapevoli. Qui invece abbiamo gente che ha emesso bonus per i monopattini e che ha inventato i banchi a rotelle. In più abbiamo dei governatori di regione pronti a qualunque schifezza pur di acchiappare un voto in più e mantenere il posto. A questi si aggiungono vari tipi di dementi. I tifosi del calcio, ai quali importa  poco o nulla del Covid, ma solo dei gol: farebbero giocare partite anche con 22 infettati.

Poi c’è la banda Sgarbi, un’accozzaglia di matti disturbatori di ogni operazione sensata e prudente, godono di molto accesso alle tv e quindi sono molto pericolosi. Un daspo sarebbe forse opportuno.

Sarà dura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vitalizi risorti, immuni al covid e al sentimento popolare, paga Pantalone

Tornano in pompa magna i vitalizi agli ex senatori. Con gli interessi. E gli arretrati dal 2019. Annullati gli strombazzati tagli voluti dai Cinque stelle.

La eliminazione del vitalizi era un provvedimento di bandiera del M5S, è diventato una cocente sconfitta. E dopo il Senato la storia potrebbe ripetersi alla Camera. In ballo una barca di milioni. Mentre gli italiani tirano la cinghia e mezzo milione non ha più un lavoro (Bonomi dixit), quasi 900 ex senatori a fine mese riceveranno l’assegno intero.Per tutta la vita.Poi subentreranno gli eredi,le vedove e dintorni. Bingo.

Notizia del ritorno dei vitalizi snobbata

I giornaloni hanno snobbato la notizia del ritorno dei vitalizi. Colpa della impennata del Covid che sta rubando la scena a tutti. Dicono senza rossori. Colpa dei migranti che arrivano da tutte le parti. Colpa della scuola che non parte perché i banchi con le rotelle sono fermi ai box. Colpa della folle piazza dei “ No mask “ che strepitano contro la “dittatura sanitaria “.

Insomma c’era altro cui pensare. D’accordo -insistono – non si risparmiano più 56 milioni all’anno (per la cronaca 280 milioni a legislatura). Ma c’è sempre un Mes di scorta. E poi abbiamo rispettato lo “stato di diritto “. Come ha spiegato Giacomo Caliendo, presidente della Commissione contenziosa del Senato che ha preso la decisione. Naturalmente Caliendo è un senatore. Elena Serafin, segretario generale di Palazzo Madama, farà appello al Consiglio di giustizia. Campa cavallo.

Nato nel 1954, soffocato dai grillini nel 2010, resuscitato nel 2020

Il vitalizio (erogazione mensile di denaro ) è nato nel 1954 ed ha tirato dritto fino al 2012. Anno in cui ha cambiato pelle per restare di fatto al suo posto con una morbida riforma. Poi sono arrivati i Grillini, hanno gridato allo scandalo e dal primo gennaio 2019 sono cominciati i tagli.Ora annullati.

Nell’esercito degli ex senatori c’è di tutto: anche senatori che sono durati una settimana. Come Piero Craveri il recordman del vitalizio. E’ stato in Parlamento una sola settimana (luglio 1987). E da allora si becca l’assegno mensile. Come Eugenio Scalfari. L’ex senatore del Pd Goffredo Bettini riceverà un bonifico di 55 mila euro . Marco Follini 8 mila euro.. L’ex senatore leghista Francesco Speroni – tre legislature al Senato – incasserà 6.500 euro al mese. Dice, senza imbarazzo:” Se me li danno, li prendo”. Giusto. Il vitalizio è come il maiale: non si butta via niente.

Stop alle follie. Lo ha capito persino il mondo del calcio, allegro spendaccione.Non ci sono più i soldi di una volta. La crisi Covid 19 ha imposto a tutti una severa cura dimagrante. I calciatori hanno pagato pegno. Persino loro, i nababbi.

I risparmi del calcio non fnno scuola in Parlamento

Un anno fa solo la Serie A spendeva 1 miliardo e 360 milioni. Quest’anno ha cominciato a frenare. Ad esempio gli ingaggi alla Juventus sono calati di 58 milioni, l’intera Serie A è scesa di 72 milioni.

Certo, il Decreto Crescita (tassazione ridotta del 50% sulle retribuzioni) ha dato una mano anche se questa misura ha aumentato la nostra esterofilia a danno dei calciatori italiani che costando di più rischiano di rimanere disoccupati.

Per carità non tutte le società si sono adeguate ai tempi cupi. L’Inter è andata in controtendenza: Lukaku prende 7,5 milioni netti a stagione ( ma con i bonus arriva a 9 ). Mister Conte addirittura 12. Una spendacciona. In tutto 149 milioni.

E in controtendenza c’è finita pure la Atalanta (più 6,6 milioni ma … c’è la Champions). Persino la parsimoniosa Lazio di Lotito è salita da 72 milioni a 83. E il Milan che fu di Berlusconi ? Ha risparmiato 25 milioni puntando su arrivi low cost e uscite importanti (Paquetà, Biglia, Suso).

Agli ex senatori questi squilli di avvertimento non interessano. E poi il vitalizio è giuridicamente distinto dalla pensione. Non paga l’INPS. Pagano gli organi istituzionali. Cioè noi.Come sempre.

 

TotiToti ras di Liguria contro Salvini il Selvaggio per un centro post Berlusconi

Diventerà la Liguria, ex roccaforte rossa oggi dominata dal centro destra, l’ombelico del centro moderato, postsovranista con un pizzico di liberal, erede più o meno legittimo di Forza Italia?

Giovanni Toti ci prova. Eccome. È il presidente rieletto, con un boom di consensi al suo partito “personale”, intitolato “Cambiamo”. Primo in classifica alle Regionali con il 22 per cento contro il 17,4 della Lega e il 10,5 dei rimontanti Fratelli d’Italia.

Ci aveva già provato prima del catastrofico “Papeete” leghista e supersalviniano. Che aveva cambiato il suo piano, lanciato nel mitico summit del Brancaccio, di creare una formazione di centro-centro.

Il progetto gli si era sgonfiato in mano come un palloncino, nel Ferragosto 2019. Mentre Salvini naufragava in mutande su quella spiaggia adriatica con la sua richiesta di “pieni poteri”. Lui sarebbe stato il “braccio moderato” di quella potente ledership. E già contava seguaci e adepti da Nord a Sud.

Ma ora la Liguria gli ha sorriso con la vittoria del centro- destra, rinforzata dalla sua affermazione personale. E così Giovanni Toti, 51 anni, nato a Massa Carrara, ex delfino di Berlusconi, poi direttore Mediaset, poi presidente della Liguria per un colpo di teatro del 2015, quando inopinatamente sconfisse la sinistra egemone da decenni, si riinfila di nuovo nei panni dell’erede del Cavaliere e esporta la sua partita sul piano nazionale.

Il giorno dopo la vittoria alle Regionali, un trionfo con un distacco nei confronti del centro sinistra di quasi 20 punti, il presidente bis ha osato sfidare subito Matteo Salvini. Con il quale faceva bisbocce dopo le sue precedenti vittorie. Intimandogli di uscire dal suo guscio sovranista e di cercare di assumere i toni, il linguaggio e il passo di un leader nazionale che parla a tutta la destra.

Quasi una anticipazione di quello che il leghista avrebbe fatto dieci giorni dopo con le sue aperture liberal.

Un’uscita,questa del Toti trionfante, non certo digerita bene lì per lì dall’apparato leghista. E in particolare da Edoardo Rixi, onorevole, ex vice ministro e soprattutto luogotenente in Liguria di Salvini.

Ma Toti aveva rincarato la dose, rimproverando gli alleati in Liguria di non avere esultato abbastanza per la vittoria della Destra. Risposta “piccata” del luogotenente: “Se Toti si trova lì, lo deve a noi, che lo abbiamo fatto eleggere cinque anni fa e di nuovo oggi”.

Riposta piccata più che giustificata. Quel Rixi, cinque anni fa, aveva lasciato il suo posto di candidato presidente al delfino del Berlusca. Regalandogli non solo la Liguria. Ma una carriera ben diversa da quella di giornalista di una testata Mediaset.

Insomma una specie, se non di divorzio, di separazione in casa. Che avrà i suoi seguiti nelle due “anime” forti dell’alleanza destrorsa in Liguria. Nella quale Fratelli d’Italia sta rimontando potentemente, malgrado l’assenza di figure di spicco nel suo personale politico.

Ma non c’è stata solo la “censura” a Salvini nel dopo vittoria di Toti, che da un punto di vista mediatico ha una esposizione fortissima. Come presidente di Regione, soprattutto in tempi di pandemia e di contrasti tra potere centrale e potere locale. E anche come leader di questo centro-centro che è il suo sogno, sulla scia dei resti di Forza Italia.

Il “nostro” ha organizzato un incontro folgorante con Mara Carfagna, ancora nel gruppo di Forza Italia, vice presidente della Camera e a Roma. Questa volta non a teatro, ma in un ristorante. I due “piccioncini” hanno incontrato un pugno di parlamentari. Ai quali l’idea del centro moderato, erede della fatiscente Forza Italia, piace molto.

Il Berlusca dalla sua lunga convalescenza post Covid non ha suonato le trombe, ma non ha neppure censurato del tutto.

Chi ha, invece, subito alzato gli steccati è stato il numero due di Forza Italia, Antonio Tajani, il vice presidente del partito, post presidente del Parlamento Europeo. Che ha ingiunto a Toti di occuparsi della sua Regione, come dire “non allargarti troppo”. Ma si sa che la successione del Cavaliere è sempre stata una partita con molti contendenti. Designati, cancellati, spodestati, una manfrina che va in scena da tempo immemorabile.

Per risalire bisogna andare indietro, ai tempi di Angelino Alfano, il più predestinato, infine scalzato e sparito dai radar politici.

Invece Toti non scompare e anzi, appunto, ci riprova. Con una pervicacia che solo la seconda ondata della pandemia, molto alta nella sua Liguria, una delle Regioni con il più alto tasso di contagio in rapporto alla popolazione, potrebbe frenare.

La scia che si lascia dietro il leader ligure è quella traccia moderata della quale tutti parlano. Ma senza avere atteggiamenti conseguenti, da Salvini, improvvisamente liberal a Berlusconi. Con i suoi annunci di fantomatici ritorni in campo.

Toti non lo confesserà mai, ma nella sua rotta che parte della Liguria c’è sicuramente la traccia politica che indefessamente lascia nel suo percorso Claudio Scajola. L’ex ministro, sette volte caduto nella polvere e sette volte risalito. Che oggi fa il sindaco civico, per la terza volta, della sua Imperia e predica questo centrismo moderato e dalle radici berlusconiane da sempre. Spizzicando nella sua ricetta il suo passato antico di delfino democristiano della Prima Repubblica. Figlioccio di cresima del grande Paolo Emilio Taviani, il leader ligure scomparso oramai da quasi venti anni.

Scajola e Toti si sono scontrati anche fieramente. L’uno il vecchio collaboratore, più volte impallinato, del Cavaliere. L’altro il portavoce che aveva strappato con il capo ma mai del tutto. L’uno oramai ridotto alla sua nobile énclave imperiese. L’altro sfrecciante verso un orizzonte più largo della Liguria.

Ma la loro filosofia ora è la stessa. Scajola ha sempre spinto contro i sovranismi e le beceraggini della cavalcante Destra salviniana. In privato chiama Salvini “il selvaggio”.

Toti ci è arrivato, dopo avere spesso mangiato le troffie al pesto al tavolo con Salvini, nell’epoca delle sue super vittorie. Festeggiate nel buen ritiro del “Capitano”, a Recco in provincia di Genova. E passando attraverso a tutte le traversie della Liguria. Dove un certo pragmatismo necessitato dalle sciagure, come le alluvioni e la caduta del ponte Morandi, gli ha inoculato probabilmente le praticità efficienti di un certo establishment genovese. Oltre alle durezze efficienti del sindaco Marco Bucci, scelto dalla Lega, ma apolitico al cento per cento.

Ma ora tutta questa voglia di centro per Toti ritorna a giocare le sue partite decisive proprio in Liguria. Un po’ perché le restrizioni della pandemia obbligano i governatori a stare in casa. E un po’ perché a Genova le decisioni per formare la nuova giunta regionale sono diventate una vera battaglia dentro al centro destra. Con scontri duri, che si spiegano non solo con la larghezza della vittoria. Ma anche con i nuovi equilibri che Toti vuole distribuire nell’assetto del futuro governo ligure.

Quanti leghisti in giunta, quanti assessori del suo Movimento “Cambiamo”, che ha sbancato le urne. Quanti posti a “Fratelli d’Italia” che è salita dal 4 al 10, 4 per cento. E un posto sì o no a Forza Italia, che è al lumicino del 5,4 per cento. Ma un po’ è risalita, ed è , sopratutto, la vecchia anima di quel centro-centro?

Ecco perché le scelte liguri saranno un segnale anche per il progetto generale di Giovanni Toti. Il quale gioca su tanti tavoli, qualcuno dice forse troppi. Presidente della Liguria. Possibile presidente della Conferenza delle Regioni, dopo l’emiliano Bonnacini. Leader del Movimento “Cambiamo”, col suo programma moderato-centrista. E, ad abundantiam, possibile assessore della Sanità in Liguria, dove vuole tenersi anche queste delicate deleghe insieme alla presidenza.

Patrimoniale in arrivo con Imu su prima casa? Servono 40 miliardi

La grande speranza è il vaccino. Arrivano notizie confortanti d’oltre Oceano. Ma incombe la patrimoniale.

Sembra che entro la fine di novembre comincerà ad essere disponibile. Luigi Di Maio cavalca la notizia ed esulta: “Da gennaio potremo cominciare anche noi la grande campagna. Sarà vero o è solo una “fake news”?

Come le voci di una patrimoniale. Impossibile rispondere, soltanto il tempo potrà dirci se siamo davvero sulla strada giusta. Certo, sarebbe un gran sollievo per l’Italia e per il mondo intero dove il virus ha spadroneggiato. Anche perché scienziati e medici sono stati presi in contropiede. E’ fuor di dubbio: quando il Covid ha cominciato la sua corsa, nessuno sapeva difronte a che male avremmo dovuto combattere.

Le polemiche di oggi sono per la poca attenzione contro chi doveva difenderci e non lo ha fatto. O, almeno, ha tergiversato pensando che la seconda ondata non avrebbe creato gli stessi danni. Invece, la pandemia è tornata a crescere tanto che oggi i casi in Italia (ma anche in Francia, in Spagna e in Inghilterra) hanno raggiunto punte da record. Ieri nel nostro Paese, se ne sono registrati 10.925, numero assai pericoloso. Ma ciò che più preoccupa sono le terapie intensive perché molti ospedali sono già strapieni e non saprebbero come fare se la curva non rallentasse la sua corsa. Ci si chiede: perché ci siamo fatti trovare impreparati se tutti avevano previsto che in settembre avremmo dovuto fare i conti con la pandemia? Al contrario, si è temporeggiato, non sono stati presi quei provvedimenti necessari per frenare la seconda ondata.

Così, oggi gli ospedali sono sull’orlo della crisi. Aumentano le terapie intensive (solo ieri se ne sono registrate 67) ed i medici, ma anche gli esperti del Comitato tecnico scientifico lanciano l’allarme: “Meglio stringere oggi, invece che domani. Potrebbe essere troppo tardi”. Le corsie sono strapiene: le visite mediche e gli interventi (se non urgentissimi) vengono rimandati a data da destinarsi. In breve,  non dobbiamo farci travolgere dal panico, ma la situazione è tutt’altro che rosea.

Mentre il Covid preoccupa e non poco le forze politiche della maggioranza, il governo richiama l’attenzione anche sulla situazione finanziaria. Servono subito 40 miliardi per le seguenti ragioni.

Uno: il blocco dei licenziamenti e la proroga della cassa integrazione.

Due: lo stop delle cartelle esattoriali per quelle categorie che sono con l’acqua alla gola.

Tre: il taglio del costo del lavoro. Però, nemmeno su queste misure che in molti considerano sacrosante c’è accordo nella maggioranza. Un braccio di ferro incomprensibile e dannoso per milioni di italiani. Per i quali si vorrebbe reintrodurre l’imposta sulla prima casa. Una vera e propria patrimoniale. Miliardi che servirebbero per tamponare la situazione, ma che condannerebbero all’impopolarità il governo.

Nel periodo in cui viviamo “abbiamo perso la normalità” si legge in un editoriale su Repubblica di stamane. E si aggiunge: “Non è facile avere 20 anni e vivere nel 2020”. Il perché lo si può comprendere dalle polemiche che sono sorte per via delle movide e della superficialità con cui si sono comportati una grande parte dei nostri giovani.

I problemi sul tappeto sono tanti, ma non si può continuare a dire “è urgente, però non perdiamo la calma”. Si deve agire in fretta anche se con raziocinio lasciando da parte le divisioni e le liti da cortile. Protagonisti i soliti noti, i quali pensano solo a come conservare le poltrone. Tizio contro Caio, questo contro quello. E’ ora si smetterla se si vuole che il Paese esca da un tunnel che diventa ogni giorno più buio.

 

Ustica, la teoria della sfiammata non tiene: a -30, per pochi secondi?

Ustica, la “sfiammata” di un Mig fece esplodere l’aereo Itavia? Pino Nicotri smonta la nuova teoria.

In un articolo intitolato “Ustica e Bologna 40 anni dopo le stragi, una nuova “verità”. Che non convince” ho riferito di un nuovo libro sul mistero dell’aereo esploso nel cielo di Ustica. Autore del libro è Paolo Cucchiarelli. Titolo: “Ustica & Bologna. Attacco all’Italia”.

La tesi di Cucchiarelli è:

“Nessuna bomba, nessun missile: è la sfiammata di un aereo da caccia sulla cabina di pilotaggio del Dc9 ad aver inferto il primo colpo mortale all’aereo, togliendo immediatamente la vita ai due piloti”.

Questo perché:

“L’aereo dell’Itavia (abbattuto sopra Ustica) trasportava due barre di uranio e per questo è stato tirato giù. Le fotografie dei vetri della cabina, dissolti e accartocciati dalle bruciature, mostrano chiaramente che la parte anteriore è stata carbonizzata”. 
 
La teoria della “sfiammata” non mi convince. E vi spiego perché. Facciamo l’ipotesi che sia arrivata da un aereo che venisse dalle sue spalle. E pilotato in modo più che acrobatico abbia superato il DC9. Sfiorandolo in modo da poter “sfiammare” la cabina. Per quanto tempo il getto incandescente dell’aggressore avrebbe investito la fusoliera del velivolo civile? Cucchiarelli lo “rivela” in un’altra intervista. Questa volta al giornalista Pietro Andrea Annicelli: qualche decina di secondi. 
 
Per essere di manica larga, facciamo 3 o 4 decine di secondi, cioè ben 30 o 40 secondi? In 30 secondi il velivolo killer sarebbe stato già ad oltre 8 km dal DC9 e a quasi 12 nel caso di 40 secondi.
 
Inoltre la lunghezza della fiamma del postbruciatore non supera mai i 5-6 metri. Perciò nelle più ottimistica e benevola delle ipotesi lambirebbe i vetri della cabina per più o meno 2 decimi di secondo. Data anche la temperatura a 30 gradi sotto zero, perderebbe efficacia in tempi rapidissimi. Motivo per cui ai vetri della cabina del DC9 non gli farebbe neppure il classico baffo. 
 
Peraltro di un nesso tra la tragedia di Ustica e quella di Bologna se ne parla fin dal 1994. Grazie a un articolo di Andrea Purgatori sul Corriere della Sera del 12 luglio. Ma le prove? Solo quelle tirate molto per i capelli. Ma della chioma di un calvo. 
 
E così, tra il grande esperto USA John Macidull – che sostiene la tesi dell’abbattimento con un missile sparato a bella posta da un aereo in volo supersonico. E i grandi esperti Frank Taylor, inglese, e Ermanno Mazzocchi, italiano – che sostengono invece la tesi della bomba nascosta nella toilette di destra in fondo al DC9. Per il mistero di Ustica la magistratura italiana ha condotto un’attività di indagine durata decenni.
 
Al processo di primo grado si è arrivati con due milioni di pagine istruttorie, 4.000 testimoni, 115 perizie, un’80ina di rogatorie internazionali, 300 udienze  300 miliardi di lire di sole spese processuali.
 
Senza contare il processo d’appello, quello in Cassazione. E la riapertura delle indagini dovuta all’affermazione dell’ex presidente della repubblica  Francesco Cossiga, capo del governo all’epoca della tragedia del DC9. Disse di avere saputo subito dai nostri servizi segreti che l’aereo dell’Itavia era stato abbattuto da un missile sparato da un caccia partito dalla portaerei francese Clemenceau.
 
Cosa che peraltro sospettai anch’io (figlio e nipote di militari dell’Aeronautica Militare, per giunta da sempre col pallino anche dei missili) analizzando il comunicato stampa del comando navale francese. Il comunicato negava che a bordo della Clemenceau mancassero esemplari dei vari tipi di missili in dotazione. Ma non nominava un tipo di missile.
 
Segnalai la strana omissione all’allora direttore de L’Espresso, Livio Zanetti. Egli però ritenne l’indizio troppo labile per poterci scrivere un articolo. Molti anni dopo Cossiga, nel corso di una telefonata su alcuni argomenti, si complimentò per il mio intuito.

Lombardia, seconda ondata. Fontana e Gallera a chi danno la colpa?

Anziché darla alle proprie incapacità, a chi darà la colpa adesso il vertice della Regione Lombardia?

La pandemia è riesplosa in Lombardia, che in fatto di morti surclassa la stessa città cinese di Wuhan madre del Covid-19.

Teniamo presente che la Regione Lombardia, con la Deliberazione del Consiglio Regionale (DCR) VIII/216 del 2 ottobre 2006, aveva approntato il piano di risposta a un’eventuale pandemia influenzale (PPR).

Era stata ammaestrata dalla pandemia della cosiddetta influenza aviaria scatenata nel 2005 dal virus H5N1. Con la successiva pandemia da A/H1N1v, la cosiddetta influenza suina, nel 2009 la Lombardia si è dotata di un apposito Comitato Regionale Pandemico.

Il piano è stato aggiornato una prima volta, e fatto sparire recentemente dal web. Per essere poi aggiornato una seconda volta già nel dicembre 2010, con un dettagliato documento di 13 pagine con 8 di allegati.

Come se non bastasse, nel 2015 in occasione della pandemia influenzale SARS è stato anche integrato con le regole di protezione biologica in ambito sanitario.

Tecnicamente detto Piano di Risk Management di Salute Pubblica, era bene articolato tra i vari attori e rami:

a – Medici di famiglia – primi avamposti di salute pubblica e presidi del servizio sanitario nazionale

b – Organizzazione logistica- acquisti, distribuzione e regia

c – Terapia ( domiciliare e/o ospedaliera)

d – Decisioni immediate in determinate condizioni di rischio.

Negli allegati erano dettagliati con tanto di fotografie e modalità di utilizzo anche tutti i singoli dispositivi necessari. Regole precise e dispositivi particolareggiati.

Ma di tutto ciò l’attuale governo della Lombardia non ne sapeva nulla. E i morti si sono contati a migliaia. Più che a Wuhan.

Nella propria pagina Facebook il presidente Attilio Fontana cerca di pararsi il sedere giocando di anticipo. Chiede ai giovani un maggiore rispetto delle regole e una maggiore attenzione in generale ai pericoli di contagio. E invoca ancora una volta il “tutti insieme” e il tralasciare le divisioni.

Il tralasciare cioè le polemiche e le accuse contro l’inefficace suo governo della Regione. In modo da schivarle e poter continuare così nonostante tutto a restare in sella: lui e il suo degno assessore Giulio Gallera alla Sanità, chiamata chissà perché all’inglese Welfare. Scrive Fontana:

“Questo non è il momento di divisioni e la politica deve dimostrare, come chiedo a voi, grande senso di responsabilità. Se vogliamo che questa ‘nuova normalità’, come l’abbiamo spesso chiamata, sia meno pesante per tutti, dobbiamo lavorare tutti insieme”.

In cosa consista il senso di responsabilità di Fontana – e di Gallera – non è ben chiaro. Solo pochi giorni fa cantava vittoria, si auto assolveva e auto lodava mettendo al riparo anche il suo Gallera:

“Sono stati fatti degli errori, ma la risposta della Sanità lombarda è stata eccellente”.

Gli faceva eco lo stesso Gallera, che puntava il dito contro altre regioni, imputando alla Campania e al Lazio una situazione molto più seria di quella lombarda:

“La situazione del Lazio e della Campania è molto più preoccupante della Lombardia”.

Ma il destino cinico e baro ha voluto smentirlo a tempo di record. Tanto da far venire in mente per quella frase il famoso detto ironico “Le ultime parole famose” o anche il proverbio “Il bue dice cornuto all’asino”.

Il 15 ottobre, quando in Italia è stata sfondata la barriera degli oltre 8 mila nuovi contagi in 24 ore (con 83 morti contro i 43 del giorno prima), la Lombardia da sola ne contava 2.067, contro i 1.127 della Campania criticata pochi giorni prima dal sempre baldanzoso e beatamente sorridente Gallera.

Per completare il quadro, si deve tenere presente che i 10.103.969 abitanti della Lombardia sono molti di più dei 5.785.861 della Campania. Il che porta a un nuovo caso ogni 4.888 abitanti in Lombardia e a uno ogni 5.134 in Campania. Se non è zuppa è pan bagnato.

La Lombardia guida la classifica anche in tema di focolai nelle scuole italiane, dove gli istituti con almeno un contagio sono più di mille e i focolai oltre cento.

Checché ne dica il duo Fontana&Gallera installato ai piani alti del Pirellone, anche Walter Ricciardi, docente di Igiene all’Università Cattolica di Milano e consigliere scientifico del ministro della Sanità Roberto Speranza, ha qualcosa di “no bbuono” da dire riguardo la Lombardia. 

“Le persone contagiate devono essere indirizzate esclusivamente nei Covid hospital, ma bisognava aver già allestito Pronto soccorso dedicati ai sospetti Covid. E prevedere percorsi separati dentro gli ospedali per evitare pericolose commistioni. Molte regioni però si sono addormentate e si è fatto poco o nulla. Ora con i ricoveri per influenza negli ospedali si rischia il caos”,

Ricciardi nel parlare della Campania, Lazio e Lombardia come “regioni che destano certamente preoccupazioni” specifica a chiare lettere:

“la stessa Lombardia è stata la regione dove tutto è originato e dove la curva epidemica non si è mai azzerata, quindi è ripartita”.

Come abbiamo già scritto a giugno, Gallera e Fontana hanno ignorato a lungo due cose fondamentali e potenzialmente decisive per impedire il dilagare del Covid:

1) – le leggi assegnano alle Regioni, – compresa quella lombarda, certo non solo alla Campania di De Luca – il potere di dichiarare zona rossa tutto o in parte il proprio territorio. Di decidere cioè lockdown parziali o totali.

Invece Fontana e Gallera non hanno mosso un dito, salvo poi dare la colpa al governo Conte di non avere deciso lui la zona rossa. Neppure nella Val Seriana, la Wuhan italiana da dove tutto è partito, anzi esploso.

2) – Come già scritto all’inizio di questo articolo, la Regione Lombardia aveva da decenni un piano antipandemico molto ben particolareggiato. Piano aggiornato e particolareggiatissimo, ma rimasto nei cassetti, deplorevolmente ignorato in toto da Fontana&Gallera.

Così stando le cose, è incomprensibile la faziosità del voler far finta di nulla. E continuare invece a dare tutte le colpe solo a Roma, cioè al Governo Conte. Pier Paolo Lunelli, che ha scritto protocolli pandemici per diversi Stati europei, in un dossier per la magistratura locale afferma:

“Con piano pandemico 10 mila morti in meno”.

Ma anziché puntare il dito verso la sommità del Pirellone, che il piano antipandemico lo aveva da decenni, ma lo ha ignorato, ne tace anche lui. E assieme al Comitato dei familiari delle vittime della mattanza da Covid a Bergamo e dintorni chiede di desecretare il piano di emergenza nazionale, cioè del governo Conte, del gennaio 2020.

Terminiamo con una domanda, anzi due:

1) – se per il giornale Affari Italiani il governatore De Luca “è un uomo di merda”, che uomini sono Fontana&Gallera?

2) – Se per lo stesso giornale Affari Italiani “La Lombardia è meglio di te”, cioè di De Luca, chi è invece peggio di lui?