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Giorno della Memoria, i rom rivendicano i loro morti: Mengele faceva esperimenti anche sui bambini rom

Giorno della Memoria, che si celebra il 27 gennaio, anche quest’anno è un po’ smemorato. Perché non fa nemmeno un semplice cenno al genocidio dei romanès, vale a dire dei rom, sinti, ecc., perpetrato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Sterminando almeno 5-600 mila esseri umani nei campi di concentramento.  E oltre un milione, forse un milione e mezzo secondo l’artista ebreo Moni Ovadia,, con esecuzioni in varie località europee. 

Intervistiamo quindi sull’argomento il musicista, musicologo, direttore d’orchestra, due lauree conseguite all’Università di Bologna, docente universitario e saggista Santino Spinelli, in arte Alexian, rom di Lanciano, in Abruzzo.

Aggiornamento articolo delle ore 19:07.

Giorno della Memoria: Santino Spinelli e il genocidio dei rom

Spinelli durante quella guerra ha avuto ben 26 familiari deportati, per fortuna poi tutti tornati a casa sani e salvi. Spinelli ha reso possibile che a Lanciano venisse inaugurato – il 5 ottobre 2018 – il primo e unico monumento che ricorda il genocidio della sua gente.

Sei anni prima, il 24 ottobre 2012, era stato invitato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente della repubblica tedesca Joachim Gauck all’inaugurazione del Memoriale che a Berlino ricorda proprio quel genocidio perché i tedeschi hanno fatto i conti con la loro storia senza omettere nulla. Su un muro del Memoriale di Berlino è scolpita una poesia di Spinelli scritta per l’occasione. Spinelli è il primo e finora l’unico rom diventato commendatore. A insignirlo del titolo è stato il presidente della repubblica Sergio Mattarella il 2 marzo dell’anno scorso. 

Giorno della memoria: intervista a Santino Spinelli

DOMANDA – In vista del Giorno della Memoria il signor Emanuele Filiberto di Savoia, che preferisce restare cittadino svizzero pur dicendo che si sente italiano, ha inviato una lettera alla comunità ebraica italiana. Per chiedere perdono a nome di tutta la sua famiglia. Che lui definisce “la Real Casa di Savoia”. Per le leggi razziali emanate nel 1938 dall’allora re d’Italia Vittorio Emanuele III, suo bisnonno. Nella lettera cita la persecuzione nazifascista contro gli ebrei, definiti giustamente “sacre vittime”. Ma non c’è neppure un cenno a quella contro le comunità romanès, cioè contro i rom, i sinti e gli altri gruppi romanès. Nessun cenno alle loro sacre vittime.

RISPOSTA – Il soggetto in questione è solo un opportunista. Dopo tanti decenni di silenzio non è assolutamente credibile che chieda perdono proprio ora, non è sincero proprio perché dal perdono ha escluso rom e sinti. La sua dinastia ha avuto un ruolo cruciale nell’ascesa del fascismo, nel promulgare leggi razziali,  nella politica di deportazione e di internamento, senza contare la vile fuga lasciando tanti italiani in mano ai nazisti che hanno potuto perpetuare eccidi…troppo tardi e troppo comodo da parte di un signor nessuno in cerca di consensi che non siamo certamente noi rom e sinti a dagli. Sotto il Regno dei suoi parenti la mia famiglia di rom italiani di antico insediamento è stata deportata e internata. Guarda caso lui non cita i rom e sinti, questo basta per smascherare il suo goffo tentativo di autopromozione con un perdono selettivo.

D – Il Giorno della Memoria è stato deciso  dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005. Si è stabilito di celebrarlo il 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 l’esercito dell’Unione Sovietica nella sua avanzata verso Berlino liberò il campo di concentramento della città Polacca Oświęcim, che i tedeschi chiamavano Auschwitz, ponendo così fine ai vari stermini e genocidi che vanno sotto il nome di Olocausto e che comprendono lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute “indesiderabili” o “inferiori” per motivi politici o razziali. Oltre agli ebrei furono vittime dell’Olocausto le popolazioni slave delle regioni occupate nell’Europa orientale e nei Balcani, i prigionieri di guerra sovietici, gli oppositori politici, i massoni, le minoranze etniche come rom e sinti, jenisisch, i gruppi religiosi come i Testimoni di Geova e i Pentecostali, gli  omosessuali e gli handicappati fisici e mentali. Tra il 1933 e il 1945 furono sterminate dai 15 ai 17  milioni di essere umani di tutte le età e sessi. 

R- Nella legge del luglio del 2000 il Samudaripen (genocidio) dei rom e sinti è stato escluso e non riconosciuto. È un genocidio che è stato rimosso.

D – Gli ebrei il loro Olocausto lo chiamano Shoà, che in ebraico significa  “catastrofe, distruzione”, lo stesso significato hanno i termini Samudaripen o Porrajmos con il quale i rom e sinti indicano il loro Olocausto. Eppure si continua a ignorare il Samudaripen/Porrajmos e per Olocausto si intende solo la sua parte ebraica, cioè la Shoà. In pratica, l’Olocausto viene monopolizzato e più che dimezzato, perché dei suoi 15-17 milioni di sue vittime si ricordano solo i 5-6 milioni di sterminati con la Shoà. 

R – Tutte le vittime della ferocia nazifascista hanno pari dignità e devono trovare rispetto e commemorazione nelle celebrazioni della Giornata della Memoria. Nessuna vittima deve essere esclusa. La Memoria deve essere attiva e ricordare a tutti ciò che è stato affinché non accada più. Per questo tutte le vittime, tutte le categorie sociali devono essere ricordate e menzionate. Le consegno una foto agghiacciante di due coppie di gemelle rom dell’Europa orientale sulle quali il famigerato Mengele eseguiva i suoi terribili esperimenti. 

D – L’Italia ha preceduto l’ONU con la legge n. 21 del 20 luglio 2000, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio, che decideva l’ “Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.

Le comunità romanès non vengono neppure nominati! Anzi, dal confronto tra l’articolo 1 e l’articolo 2 della legge, composta solo da tali due articoli, si direbbe che vengono proprio deliberatamente esclusi. L’articolo 1 parla infatti anche degli “italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte”, espressione che dovrebbe comprendere anche i cittadini italiani di etnia rom e sinta, oltretutto a Roma rastrellati e deportati assieme agli ebrei come ricorda l’apposta targa in marmo posta nel gennaio 2001 dal Comune di Roma in piazza degli Zingari.

Ma l’articolo 2 parla di dar vita nel Giorno della Memoria a iniziative di vario tipo per ricordare “quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”: espressione quest’ultima che chiaramente esclude i cittadini italiani rom e sinti. 

R – Credo sia tempo di aggiornare la legge e di aggiungere le categorie sociali e le etnie escluse dalla legge. Oggi i documenti rinvenuti e le conoscenze scientifiche non lasciano scampo ad interpretazioni di sorta.  I rom e sinti furono depredati dei loro averi (oro, denaro contante, cavalli, terreni, case, conti in banca e tanto altro) e mai restituiti si legittimi proprietari, usati come cavie per esperimenti pseudo scientifici, usati come schiavi bella macchina bellica, deportati e sterminati per motivi razziali.

Nessun rom o sinto fu invitato al processo di Norimberga per accusari i propri carnefici. Molti gerarchi la scamparono proprio perché erano specializzati nello sterminio di rom e sinti e quindi non furono accusati poiché non c’erano le testimonianze delle vittime.

D – Come è andata, dove è stata fatta e da chi è stata organizzata la presentazione della raccolta di brani musicali romanès ed ebraici intitolata Romano Simcha, cioè Festa Ebraica-Rom? 

R – Grazie allo storico e docente universitario Luca Bravi, lo scorso hanno al Mandela Forum di Firenze, ha organizzato un grande evento per la Giornata della Memoria davanti a 6.000 studenti. Ha invitato me con il mio gruppo ed Enrico Fink con alcuni componenti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo per un concerto congiunto: il ROMANÒ SIMCHÀ appunto.

È stato un successo straordinario e in estate abbiamo ripetuto in Toscana alcuni concerti sempre con grandi consensi.  Ad inizio settembre, in piena sicurezza, abbiamo registrato live il disco Romanò SIMCHÀ. Il progetto è diventato disco che è stato prodotto dalla nota casa discografica COMPAGNIA NUOVE INDIE (CNI) con distribuzione sulle migliori piattaforme musicali internazionali. La presentazione del disco avverrà con 4 concerti in streaming da Firenze e dal Teatro Verdi di Monte San Savino (Arezzo) dove abbiamo realizzato il disco. 

D – Dopo la presentazione e nonostante la pandemia del Covid-19 ci saranno anche concerti ? In quali città?

R – Il 27 gennaio la mattina  per le scuole a Firenze e la sera in provincia in streaming.  Il 28 gennaio la mattina a Monte San Savino per le scuole e la sera nello stesso teatro la ripetizione del concerto sempre in streaming a causa della pandemia. È garantita la piena sicurezza a tutti.

D – Il Quirinale non ha dato nessuna risposta alla petizione, lanciata dal docente Ariel Toaff, dall’artista Moni Ovadia e da me il 16 novembre 2018, che chiedeva l’inserimento esplicito del genocidio dei rom e sinti, il Samudatipen/Porrajmos, nella Giornata della Memoria italiana, adeguandola in pratica alla Giornata della Memoria istituita dall’ONU. Così la Memoria italiana continua a restare monca.

Anche se il presidente Sergio Mattarella due o tre anni fa nel suo discorso per celebrare la ricorrenza ha citato esplicitamente anche il Samudaripen, primo Presidente a farlo, e ha invitato al Quirinale sia lei che i suoi figli in almeno tre celebrazioni. 

R – Si, negli ultimi anni il Presidente Sergio Mattarella ha invitato rom e sinti assieme alle comunità ebraiche al Quirinale per celebrare la Giornata della Memoria e commemorare tutte le vittime come è giusto fare.

D – Il nostro appello conteneva anche la richiesta di nominarla senatore vita per gli stessi motivi, “altissimi meriti civili”, per i quali è stata nominata senatore a vita Liliana Segre, cittadina italiana ebrea sopravvissuta alla Shoà, che ha invece divorato i suoi genitori. Nessuna risposta neppure a questa nostra richiesta. Però lei da Mattarella è stato nominato commendatore: una specie di piccolo premio di consolazione. Una mancia. Una pacca sulla spalla.  

R – Non direi perché è una nomina superiore a Ufficiale e Cavaliere, un po’ al di sotto di Senatore. Per essere il primo Rom in Italia ad avere questa nomina non è poco. Sono 600 anni che i rom sono in Italia. È un titolo prestigioso. Sono orgoglioso di essere  il primo, e mi auguro di una lunga serie,  Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana.  

D – Il 2 gennaio Repubblica ha reso noto con un articolo che “Tra le pieghe nascoste della legge di bilancio (dal 30 dicembre 2020 in Gazzetta Ufficiale) compaiono misure che intervengono su una pagina controversa del nostro passato. La restituzione di beni a favore di chi è stato colpito dagli effetti della persecuzione razziale; le cosiddette “benemerenze”, come merito acquisito e riconosciuto elargito dallo Stato verso cittadini italiani di religione ebraica”. 

L’articolo specifica già nel sommario che “Con le misure previste nella nuova legge di bilancio, dopo anni finisce l’umiliazione di dover dimostrare di avere subìto violenze e persecuzioni”.

La legge di bilancio in questione prevede riconoscimenti e restituzioni anche ai rom e sinti senza “l’umiliazione di dover dimostrare di avere subìto violenze e persecuzioni”?

R – È la prima volta che sento parlare di questa legge. Ad oggi nessun Capo di Stato o di Governo, tranne Papa Francesco,  ha mai chiesto perdono ai Rom e Sinti per ciò che hanno subito, tantomeno sono mai stati risarciti. Almeno ci fosse un risarcimento morale, psicologico, culturale e storico superando l’attuale situazione di discriminazione su base etnica che perdura contro i rom e sinti e i campi nomadi ne sono un esempio lampante: segregazione razziale su base etnica.

Questo è indegno di un Paese civile, evoluto e democratico. L’Italia è culla di civiltà nel mondo e non deve avere queste forme di Apartheid. I rom e sinti non sono nomadi per cultura come gli opportunisti hanno fatto credere per ricevere ingenti finanziamenti. I rom e sinti possono e devono vivere inclusi nella società maggioritaria nel rispetto delle reciproche differenze culturali. Le culture in questione sono assolutamente compatibili. Il problema che ci sono gli opportunisti che fanno valere i loro interessi di parte.

D – A proposito di restituzione di beni. Alcune comunità ebraiche hanno ricevuto risarcimenti dalla Germania e da altri Paesi per gli orrori consumati contro di loro durante la seconda guerra mondiale. I rom e sinti hanno ricevuto anche loro risarcimenti? Se non ne avete ricevuti, intendete sollevare il tema? Come e quando?

R – I rom e sinti non hanno ricevuto nulla se non un Memoriale e un Museo del Samudaripen in Germania. Sono passati tanti anni e i sopravvissuti sono pochissimi, anziani e malati. Difficile fare azioni legali. Dovrebbero farle le associazioni dei rom e sinti. 

Tenga presente che si lotta ancora per il riconoscimento del Samudaripen. Siamo indietro anche a causa sei politici e degli storici che hanno steso un velo su questa pagina tragica dell’Europa. Il Samudaripen è rimasto indietro, qualcuno cita che c’erano anche i rom e sinti nei campi di sterminio ma come semplice appendice. Il Samudaripen non fu un’appendice ma è un genocidio rimosso. E non c’è miglior sordo di chi non vuol sentire. 

D – Ho letto che è stato fondato un partito dei rom. Intendete entrare in politica per uscire dalla ghettizzazione e far pesare di più le vostre richieste?

R – Io non faccio parte di nessun partito politico. Sono un artista e un docente universitario. Per tempi e modi un partito politico rom è sbagliato. I rom e sinti devono far politica ma entrando nelle liste civiche e nei partiti come espressione di democrazia e di pluralismo. I rom e  sinti devono essere parte attiva della società maggioritaria senza alzare steccati etnici.

D – Avete organizzato proprio per il Giorno della Memoria una iniziativa pubblica anche didattica per dibattere e far conoscere il Samudaripen/Porrajmos, genocidio di cui in Italia pochi sono al corrente. Dove e come si svolge, organizzata da chi, tale iniziativa?

R – Il Comune di Campobasso in collaborazione con un progetto europeo ha incaricato l’associazione them romanò di collaborare a creare una mostra on line con visite guidate per le scuole e cittadini privati e un convegno sul Samudaripen in streaming da Campobasso. Le due iniziative hanno visto una nutrita partecipazione di studenti, di insegnanti e di privati cittadini. La pagina storica sul Samudaripen si sta divulgando sempre di più grazie a queste iniziative che sono isolate. Il problema rimane la mancanza di riconoscimento ufficiale e istituzionale del Samudaripen. I rom e sinti attendono da 75 anni questo riconoscimento assieme alle dovute scuse. Papà Francesco, ribadisco, ha chiesto perdono ai rom e sinti per il genocidio di cui sono rimasti vittime e che qualcuno ha rimosso dalla Storia.

Finita l’intervista, Spinelli mi porge un busta. La apro e resto atterrito. E’ come se venissi colpito da una sciabolata in faccia. Dopo qualche secondo di silenzio Spinelli mi spiega: 

“Le consegno una foto terribile  di due coppie di gemelle rom dell’Europa dell’est sottoposte dal famoso e famigerato dottor Mengele ai suoi infami esperimenti ad Auschwitz. Come vede, sono ridotte quasi a scheletro. Questa foto è un documento storico inequivocabile: sottolinea l’assurdità dell’esclusione del Samudaripen nella legge che ha istituito la Giornata della Memoria e del mancato risarcimento morale, psicologico, storico, politico, sociale ed economico delle comunità romanès incluse nel genocidio”.

Dimissioni Conte, 76 anni di odi e rivalità nell’Italia post fascista: De Gasperi vs Togliatti, Fanfani vs Moro

Dimissioni Conte, la lotta fra Conte e Renzi. I duelli rusticani in Politica sono una costante. Non sono mai mancati. L’ultimo, in ordine di tempo, sono le ruggini fra Giuseppi e Matteo. Tra l’avvocato del popolo (in gramaglie) e il bullo di Rignano. Un pugliese ed un toscano. Siamo all’odio cagnesco, profondo, persino imbarazzante.

Di qua il Frenatore, di là il Rottamatore. Alfieri della bugia facile, peraltro mal camuffata. Entrambi si contendono il centro ma, sopratutto, si detestano.

“ Io quello lo asfalto” ha detto il premier e non si è mai pentito di averlo detto.  “ Ma io non ho mai messo un veto su di lui “ ha detto il Pinocchio Firenze. Morale: non c’è posto per tutti e due. Uno dei due salta. Presto.

GELO DI PD E CENTRISTI. E DAVANTI ALLE DIMISSIONI CONTE È SOLO

Sono ore convulse tra i due litiganti. Il Pd è in pressing su Giuseppi  (con l’ok di Mattarella) e sperano che salga al Quirinale. Ormai è gelo. Matteo aspetta e spera. Col trappolone in mano. Il suo sogno: vedere Conte col cappello in mano che vuole ricucire.

È perfidia pura. I duellanti si studiano. Come fanno i toreri in arena. Ma una cosa è certa: lo stallo politico che hanno determinato è un pessimo spettacolo. Uno cerca 10 senatori per sopravvivere, l’altro mezzo Pd per ricucire. Forte del fatto che i 18 senatori renzani sono determinanti nel far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. E che la quarta gamba che doveva sostituire Italia Viva non esiste. Amen.

POCA POLITICA, TANTA ANTIPATIA DIETRO LE DIMISSIONI CONTE

Il disprezzo viene da lontano. In Politica c’è sempre stato. Negli anni Cinquanta il fondatore della Dc Alcide De Gasperi 1881-1954), premier di 8 governi di coalizione dal 1945 al 1953, sfidava a viso aperto Palmiro Togliatti (1893-1964) , guida storica del Partito Comunista Italiano, successore di Antonio Gramsci. Tra i due però nessuna antipatia, semmai stima. Altri tempi, altri uomini.

Le cose cambiarono nella DC post-De Gasperi con due cavalli di razza: Aldo Moro (1936-1978) e Amintore Fanfani (1908-1999). Il primo cercava il dialogo con tutte le sinistre, il secondo era culturalmente anti comunista. Ma aravano lo stesso orto cattolico-sociale riformista. E furono loro gli artefici della nascita del centro sinistra. Sognavano entrambi il Quirinale. Furono impallinati dal napoletano Giovanni Leone ( 1908–2001). Poi verrà Sandro Pertini.

LA STAFFETTA CRAXI-DE MITA E I DIOSCURI D’ALEMA-VELTRONI

Altri celebri duellanti: Craxi-De Mita, le guide del PSI e della Dc negli anni Ottanta. E D’Alema-Veltroni, i due Dioscuri che si alternarono alla segreteria del PDS, Ds, Pd. Craxi (1934-2000), milanese, aveva modi spicci, odiava le iperboli dell’avellinese. Ciriaco ( 1928 ), in asse con Berlinguer, fondatore della corrente Sinistra di Base”, 18esimo premier (dopo Goria e prima di Andreotti), sindaco dal 2014 nella sua Nusco, era insopportabile per un decisionista come Bettino. E furono continue scintille. Anche perché Craxi gli aveva messo contro due molossi: Andreotti e Forlani.
Più o meno analoga la “ guerra “ (peraltro mai dichiarata) tra Baffino e Uolter. D’Alema è tornato a galla. Fa il suggeritore di Conte. Veltroni tiene invece un basso profilo e spera un giorno di rientrare nel Grande Giro. Mai dire mai.

 

Sinistra e non sinistra, il sogno di Craxi, il fallimento di Renzi, speranze di Conte: però Macron è altra cosa

Sinistra da spstare al centro, ci ha provato Renzi, ci riuscirà Conte? A bocce semiferme, dopo la inutile sortita di Renzi, ho maturato la convinzione che a lui serva una sinistra che non sia di sinistra. Gli è utile anche una destra estrema. Se non altro per potersi presentare come l’unico argine anti-reazionario. Ed accreditarsi come unico interlocutore credibile agli occhi dei moderati centristi. Un’area sempre coccolata in un Paese che la moderazione sembra averla nel DNA. Tanto è il timore di qualsiasi cambiamento.

Quando Renzi si è impossessato del PD (o almeno pensava di averlo fatto) era a buon punto il progetto di spostare a destra gli eredi del PCI/PDS/DS.

Poi la cosa non gli è riuscita, almeno non del tutto. Ha voluto bruciare i tempi, tentando per via referendaria di imporre una architettura istituzionale. Che avrebbe sconvolto l’impianto Costituzionale. Qualcosa a cui il Paese non era pronto. Soprattutto, non era pronta la sinistra.

Aver personalizzato lo scontro che ne sarebbe seguito, gli è stato fatale.

Non ha dato seguito alla promessa di levarsi dai piedi solo perché ha intuito che c’erano ancora spazi per occupare quel centro moderato che avrebbe dovuto erodere la sinistra.

Il piano alla Macron, per intenderci.

Ma Renzi non è Macron e l’Italia non è la Francia.

E in Francia la sinistra non è più al Governo ma non è affatto scomparsa, anzi. Adesso pare che quell’idea di depotenziare la sinistra, vecchio sogno socialista che si è arenato su una spiaggia di Hammamet, interessi, e pure molto, al principale tra i competitor di Renzi: Giuseppe Conte.

Quei continui riferimenti del Premier  a “quell’area centrista, liberale e cattolica”, che nell’immediato dovrebbe salvare il Governo sostituendo nella maggioranza i renziani, tradiscono l’ansia tutta italiana di occupare il “centro” raggruppando tutte le forze moderate.

Quelle insomma che sono state e sono ancora buone per tutte le stagioni.

E chi meglio di Conte, in questo momento, per realizzarlo?

Ci sarebbe di mezzo il Movimento 5stelle con i loro velleitari propositi di rinnovamento, quelli che si dicono “né di destra né di sinistra”, finendo con l’essere l’uno e l’altro.

Quelli che avrebbero aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno e poi, dentro quelle aule si sono chiusi a doppia mandata.

Ma in fondo, hanno già governato con la destra e poi con la sinistra. Naturale che uno si chieda perché mai non dovrebbero farlo con il Grande Centro Moderato.

Che sarebbe peraltro guidato da Giuseppe Conte, che loro, per non essere né di destra né di sinistra, hanno messo al centro di qualsiasi progetto politico oggi in Italia.

Per dire come stiamo messi. 

 

Intervista con Mario Andreose, “mago” dei libri italiani, lanciò Il nome della Rosa, guarì aziende decotte

Intervista con Mario Andreose, il cui libro, “Voglia di libri”, passi il gioco di parole, è stato appena pubblicato. Ne è autore Antonello Piroso per la Verità.

Gentiluomo perbene, classe 1934, “più discreto del banchiere Enrico Cuccia”. Con un’impareggiabile conoscenza del rutilante mondo dell’editoria nostrana, meccanismi e retroscena, un fiuto sopraffino per opere e autori, italiani e stranieri. Il veneziano Andreose ha fatto la classica gavetta. 

Correttore di bozze, traduttore, redattore, editor, direttore editoriale del gruppo Fabbri, direttore letterario della Rcs libri, azionista e attuale presidente della Nave di Teseo.

La casa editrice Nave di Teseo è stata fondata da Elisabetta Sgarbi e Umberto Eco. Di cui Andreose è stato anche agente per i perigliosi mercati internazionali. 

Questo suo volume, Voglia di libri, conferma quel che si dice di lei: un letterato prestato all’editoria. E per fortuna sua e di noi appassionati, un giornalista mancato. 

Avevo fatto la posta a Gaetano Baldacci, direttore de Il Giorno, che a Venezia si aggirava tra l’Excelsior e il Palazzo del Cinema, e lui, forse anche per liberarsi dell’educato quanto insistente questuante, mi diede appuntamento a Milano. Il tempo di organizzare la trasferta, arrivo in via Settala, sede del giornale, per scoprire che Baldacci…non è più direttore. 

Bella sfortuna. Ma come dicono i cinesi, ogni crisi è un’opportunità di cambiamento.

Che si presenta poco tempo dopo. Mentre traccheggiavo bazzicando Brera, il quartiere bohémien per antonomasia, epicentro il bar Jamaica. Sotto forma di concorso per entrare come correttore di bozze presso la neonata “Il Saggiatore” di Alberto Mondadori. Figlio di Arnoldo e già direttore editoriale della casa editrice di famiglia. Ci rimarrò undici anni, arrivando a esserne direttore editoriale.

Nel ’68 la vostra sede di Corso Europa fu occupata dagli studenti in lotta.

Alberto Mondadori non si capacitava che proprio il Saggiatore, “obiettivamente di sinistra”, fosse oggetto di contestazione. Poi nel ’69, in un pomeriggio di dicembre, un boato scuote le finestre, pensai a un’esplosione provocata dal gas, era invece la strage di piazza Fontana. 

Così decide di cambiare aria e trascorre quasi un decennio a Verona. Dove, alle dipendenze di Mario Formenton, genero di Arnoldo, lavora allo sviluppo organizzativo e produttivo delle Officine grafiche. Occupandosi poi anche del settore editoriale ragazzi. Quindi, nel 1982, approda alla Bompiani, ma di sponda.

Un giorno mi telefona Erich Linder, il più potente tra gli agenti letterari, che -sapendo della mia irrequietezza- mi segnala che c’erano movimenti proprietari nel Gruppo Fabbri, domandandomi se fossi interessato alla carica di direttore editoriale. 

Gruppo finito nell’orbita Fiat, Bompiani compresa, dopo che il fondatore l’aveva venduta a Carlo Caracciolo. Il quale l’aveva ceduta all’Ifi del cognato, l’avvocato Gianni Agnelli.

Agnelli aveva avuto la Fabbri come corrispettivo di un prestito non esigibile. “Dentro” c’erano Bompiani, Sonzogno ed Etas. Caracciolo aveva deciso di orientarsi verso i giornali, Repubblica e Espresso. [In realtà le cose si svvolsero in modo diverso. La Fabbri  non entrò nella società Editoriale Finanziaria, 50-50 Agnelli-Caracciolo, fino a quando Caracciolo non ne uscì. Ne uscì non per scelta, ma per imposizione di Fanfani]. Quando i risultati di gestione separata della Bompiani divennero insoddisfacenti, mi fu chiesto di farmene carico, in aggiunta al resto.

E lì Andreose diventa l’uomo most wanted, quando il successo de Il nome della rosa esplode oltre confine.

Sì, ma non subito. Dopo aver scontato rifiuti e offerte al minimo. La casa editrice francese Seuil, che pure aveva pubblicato l’Umberto Eco saggista, lo cassò come romanziere. E così se lo assicurò Grasset. Negli Usa, se lo garantì Helen Wolff per Harcourt Brace con un anticipo di appena 6.000 dollari, mentre per il Regno Unito Secker se lo aggiudicò con un anticipo di 4.000 sterline.

Bruscolini. È vero che Eco voleva pubblicarlo con Franco Maria Ricci? 

Sì, la prima edizione, in modo da saggiare il terreno e vedere come avrebbero reagito i lettori. Fu Valentino Bompiani che, sia pur presidente onorario dopo la cessione, s’impose. A oggi, sono state vendute oltre 50.000.000 di copie, di cui 7.000.000 in Italia. Ma il computo è difficile: fioccarono le edizioni pirata, una perfino in lingua araba, con il titolo Sesso in convento.

Be’, qualche addentellato con la trama ce l’aveva pure…Dopo di che, sistemaste i sospesi, per dir così. 

Dopo Il nome della rosa, gli anticipi richiesti e pagati per i romanzi successivi furono a sette cifre. E la Seuil, dove -in occasione dell’uscita del Pendolo di Foucalt-, si cosparsero il capo di cenere chiedendo una seconda chance, fu “rimbalzata”. Da Eco in persona.

Alcuni aneddoti su Eco mi ricordano il Cavaliere Nero di Gigi Proietti. Scrisse per l’Espresso, di cui era prestigioso collaboratore, un articolo inferocito perchè sullo stesso era uscita la cronaca di una cena a casa di Inge Feltrinelli, presenti lui, Günter Grass e un giornalista della testata. I fan lo difesero (“una questione di civiltà”), i detrattori lo accusarono di eco-centrismo: “Il delitto di lesa maestà è stato abolito da tempo”.

Si sentì tradito da una persona con cui aveva consuetudine, che aveva frequentato anche casa sua perchè conosceva il tedesco. Ritrovarsi spiattellate sul giornale considerazioni o battute fatte in privato, in una dimensione diciamo “intima”, non credo sia piacevole per alcuno.

A proposito di un’altra cena con Eco. Volevate festeggiare l’arrivo di Leonardo Sciascia in Bompiani. Anche lì, un mezzo disastro.

Ci ritrovammo a casa di Valentino Bompiani, e c’era anche Eco. Solo che Bompiani era sordo, Sciascia in sostanza rimase muto, e Eco faceva battute che Sciascia non dimostrava di cogliere. Il giorno dopo sondai Bompiani: che impressione ha avuto di Sciascia? E lui: mah, che le devo dire, mi sembra silenzioso come un questore siciliano.

E’ vero che Stanley Kubrik voleva fare un film dal Pendolo?

Sì, suppongono fosse attratto dalle atmosfere del romanzo, l’esoterismo, i circoli segreti che poi a ben guardare rappresenterà in Eyes wide shut. Solo che Eco si oppose: visto che anche Il nome della rosa era diventato un film, non voleva trasformarsi in uno “scrittore per il cinema”.

Lei ha lavorato anche con Alberto Moravia, 8 anni “intensi e felici”. E’ stato amato ma anche detestato per via del suo cosiddetto “potere letterario”. La vedova di Giuseppe Berto, apprezzato da Ernest Hemingway e autore di un capolavoro come Il male oscuro, fu decisamente tranchant: parlava della “mafia di Moravia”.

Il suo presunto clan consisteva in un gruppo di persone che si ritrovava al bar Rosati a Roma. E che aveva in Moravia un punto di riferimento, riconoscendone il carisma. Mentre nel bar Canova di fronte si riunivano i “destri”. Chiaro che due grandi scrittori di carattere come Berto e Moravia non fossero destinati a intendersi.

Come accade talvolta anche tra letterati e mecenati. Vedi la vicenda di Palazzo Grassi a Venezia.

Per gli Agnelli era il luogo di richiamo delle elites intellettuali, sociali e politiche. Ma uscito dalla Fiat Cesare Romiti e morto l’Avvocato, Umberto Agnelli decise di sbarazzarsi di tale fiore all’occhiello. Gli chiesi un incontro: “La Ferrari ha appena vinto il campionato mondiale di Formula 1, la Juventus lo scudetto, non c’è due senza tre, teniamoci il tricolore dei musei e della cultura”. Lui mi ascoltò e poi con garbo mi disse che ormai il dado era tratto. E dire che la gestione annua di Palazzo Grassi valeva meno dello stipendio di Bobo Vieri, così almeno mi riferì un manager del gruppo. 

La Nave di Teseo nasce dopo il rifiuto di Eco e Elisabetta Sgarbi di confluire nella Mondazzoli, il superagglomerato di Mondadori e Rizzoli. Repubblica, in occasione della presentazione a casa Sgarbi, riportò una battuta. Loro e Marina Berlusconi erano “antropologicamente incompatibili”. Inevitabili gli strascichi. C’è mai stato un chiarimento?

Elisabetta e Marina Berlusconi mi risulta si siano incontrate, anche perché quell’espressione infelice era stata scritta autonomamente dal giornalista. Il punto in realtà era un altro. Quando la Mondadori annunciò di voler acquisire Rcs libri, Eco scrisse all’Antitrust per segnalare l’impatto che tale concentrazione avrebbe avuto sul mercato. E i danni sulla filiera editoriale complessiva del nostro Paese. 

Marina Berlusconi sostenne che volevate portarvi via la Bompiani, e che per questo dichiaraste guerra.

Be’, non dovevamo avere tanto torto visto che poi l’Antitrust impose la cessione. Noi ci illudemmo di poterla rilevare per restituire ai nostri autori il loro catalogo. Ma potevano i Berlusconi perdonare i secessionisti fautori dell’intervento dell’Antitrust?

E così preferirono cederla a Giunti, ho capito. Chiudiamo con lo sport e Gianni Brera, sorvolando sul tennis e il giudizio sardonico con cui liquida il mio amico Adriano Panatta (“a cui era capitato di battere Bjorn Borg”), anche perché lei denuncia la sua estfilia, la predilizione per giocatori dell’est. Ilie Nastase, Ivan Lendl, Novak Djokovic. Brera le propose un romanzo per Bompiani, Il mio vescovo e le animalesse. All’incontro lei si fece accompagnare dalla neocapo ufficio stampa Elisabetta Sgarbi. Brera confermò il suo talvolta ruvido approccio lumbard.

(ride) Esatto. Elisabetta, più timida di quello che sembra, con addosso un bianco e leggero vestito estivo, una creatura preraffaellita alla Edward Burne-Jones, stava per sedersi su una poltrona del tinello, quando lui la mise a suo agio “alla Brera”.

Come l’apostrofò, “Tosa, le donne si accomodano sulle sedie”?

Per non smentire la sua fama di provocatore di gusto schiettamente “plebeo”, le si rivolse con un premuroso: “Signorina, stia attenta alle piattole”.

  • da la Verità
     
     
     

Buroscriba, il burocrate col vizietto della penna-compputer: il boom con Conte, in un anno 450 norme

Avanzano i Buroscriba. I moderni amanuensi del Palazzo che col Covid hanno trovato praterie in cui sfogarsi. E scrivono, scrivono.bDi tutto. Se vedono un foglio bianco, zacchete vi si tuffano gongolanti, certi di interpretare bene la forsennata ansia di regolazione del governo Conte. Risultato: in dodici mesi di pandemia hanno costruito una montagna di carta.

Qualcosa come 450 norme. Hanno scritto circolari, ordinanze,bdecreti, ben 25 Dcpm, linee guida sulla sicurezza sul lavoro. Una raffica senza sosta, asfissiante.

Nemmeno un monaco zen riuscirebbe a stare calmo davanti a questa esplosione dei buroscriba. Siamo ormai in una giungla normativa fin qua. Lo certifica la CGIA di Mestre, una organizzazione sindacale di 3.000 soci che dal 1945 fa le pulci a lorsignori. Senza sconti. Mai.

UN DEDALO DI LEGGI CHE HA DISORIENTATO LA SOCIETÀ

Il Ministero della Salute ha sfornato 170 provvedimenti, la Protezione civile 86, il Ministero dell’Interno 37. E non contiamo le Faq, cioè le risposte alle ricorrenti domande per capirci un po’. Il caos regolamentare dello Stato pasticcione ha causato un grosso guaio. L’intera società ha perso ogni certezza del diritto.  Lo presagiva – già cinquant’anni fa – il filosofo e politologo Bruno Leoni ( 1913-1967 ). Uno che ha sempre combattuto la logica dell’intervento pubblico sostenendo il liberalismo a spada tratta. E così è andata. Il bizantinismo della macchina politica ha superato sé stesso.

UNA CASTA POTENTE E INAFFONDABILE

La burocrazia in Italia ha raggiunto vette impensabili. Tutti dicono di volerla riformare ma in realtà certi provvedimenti sono addirittura surreali. Cozzano col buon senso, non hanno equilibrio, ragionevolezza. Sono capolavori nel rendere complesso ciò che è semplice. Architetti capaci di costruire complicate architetture di obblighi e divieti. E sono intoccabili. I burocrati costituiscono una casta potente, inaffondabile e intramontabile. Hanno imparato dagli scribi dell’antico Egitto, della Mesopotamia. Sanno come mantenersi a galla.

UN LINGUAGGIO ASTRUSO, FRASI ERMETICHE

A completare la frittata la burocrazia fa largo uso di un linguaggio astruso, parole e frasi ermetiche, fumose, che narcotizzano. Ricordate il pastrocchio che si è creato col termine “congiunto“? Un rompicapo. A cosa lo associamo? Perché c’è una differenza col “ ricongiungimento “. E poi bisogna stare attenti alle sfumature tra “partner“, “fidanzati“, “coppie stabili“.

Una cortina di nebbia che confonde, spiazza, genera anarchia. Se vogliamo ripartire dopo il flagello pandemico dovremo fare parecchia chiarezza. Come dice l’Europa che rischia di non darci gli aiuti promessi. Quando a Bruxelles leggono le scartoffie italiane ci capiscono poco. E cercano il cestino più vicino.

 

Elezioni forse ma la campagna elettorale è continua: Agcom deve imporre la par condicio continua

Elezioni in vista? Comunque sia, il possibile ricorso alla scadenza elettorale è tornato nel novero delle cose di questo
mondo, avverte Vincenzo Vita in questo articolo pubblicato anche sul Manifesto. Elezioni forse, sarà quel che sarà. Tuttavia, è davvero il momento di attrezzarsi con regole finalmente aggiornate, volte a preservare le pari opportunità tra le diverse forze in campo.

La legge n.28 del 2000 sarà un po’ desueta per ciò che attiene alla rete, ma i regolamenti applicativi lo sono ancor di più.

Tanto più in relazione all’attività di monitoraggio delle presenze in video e in voce dei vari soggetti. Le tabelle che periodicamente vengono pubblicate sul sito dell’autorità per le garanzie nelle comunicazioni appartengono a materiali e strumenti di indagine piuttosto stagionati. Legati all’analisi quantitativa tipica dell’età analogica. I dati così calcolati dicono qualcosa, ma non tutto.

Innanzitutto, la fruizione si è via via ibridata. Alla visione del palinsesto classica si è unita la
navigazione nella rete e nei social. Costruendo una platea di composizione tecnologicamente mista e
socialmente composita. Per lo meno, dunque, il monitoraggio andrebbe aggiornato. Il metodo,
soprattutto in un caso simile, è pienamente sostanza.

Non solo. Il mero calcolo delle unità di consumo non mette in rapporto tale elemento con l’ascolto effettivo, secondo un criterio di rilevazione che fu appannaggio del centro di ascolto radicale. Sarebbe opportuno rilanciare
quell’impostazione, che correggerebbe una lettura parziale e superficiale.

Manca una diagnosi qualiativa

Inoltre, manca, dopo qualche tentativo del passato, una diagnosi qualitativa. Da costruire sulla base
di criteri obiettivi, utilizzando parametri di giudizio adeguati e non arbitrari. Per esempio, è
necessario rapportare i programmi agli atti autorizzatori per i privati e al contratto di servizio per il
servizio pubblico. La comunicazione, al di là della natura societaria di chi vi opera, insiste su beni
comuni e la competizione di mercato non deve essere l’unica bussola.

Ora che l’Agcom è entrata a pieno regime con la sua nuova consiliatura è lecito attendersi una
revisione compiuta del meccanismo di monitoraggio. Per evitare storture colpevoli. Che si voti per le
assemblee politiche o no, è evidente che siamo in una permanente campagna elettorale.

I divieti sotto elezioni

Del resto, come ha sottolineato da tempo la sociologia dei media, il periodo di tutela (dalla indizione
dei comizi al voto) va dilatato, ribadendo anche norme elementari. Come il divieto di trasmettere
interviste preconfezionate al di fuori delle redazioni o videomessaggi. Insomma, la par condicio è
sempre, non unicamente per gli ultimi trenta giorni.

L’Agcom provò a normare gli undici mesi free dell’anno, con i regolamenti n.200 del 2000 e n.22 del
2006. Ma oggi essi appaiono una ben fragile barriera per tutelare l’articolo 21 della Costituzione dal
diluvio di informazione propagandistica. Urge un atto coraggioso e creativo.

Del resto, che le attuali tabelle fornite dall’autorità siano insufficienti si evince dalla lettura del
papiello inerente al periodo tra il primo e il 31 dicembre del 2020, l’ultimo pubblicato. Certamente
però qualche traccia emerge. Ad esempio, vi è una preponderante presenza di Matteo Salvini al Tg2
(edizione ordinaria e Post). Sopra Conte e Mattarella. Sempre il segretario leghista è in ottima
posizione, al secondo posto, sia nel tg1 sia nel tg3.

Al di là di ogni giudizio di merito, è necessario sottolineare una forte sottoesposizione del Movimento5stelle, che pure ha tuttora il numero maggiore di parlamentari. In affanno la presenza del Partito Democratico. Ai margini la rappresentazione della sinistra. Con l’eccezione di Roberto Speranza in veste di ministro.

Rubriche, talk show e le elezioni

Non parliamo, poi, delle rubriche extra-tg o dei programmi di intrattenimento, politicamente
parlando terra di incaute invasioni di campo. Vi è, infine, il delicato argomento dei talk, dove la
legge n.28 sembra talvolta proprio ignorata. Con l’aggravante della riproposizione continua degli
stessi ospiti. Chi decide caratteri ed ampiezza della compagnia di giro? E perché tra i giornalisti
chiamati a commentare brilla l’assenza, tra gli altri, de il manifesto?

Agcom e commissione parlamentare di vigilanza date un segno, fate un cenno.

Torri gemelle, il mistero della terza torre e degli esplosivi nascosti: i pompieri di New York chiedono inchiesta

Torri Gemelle, Twin Towers, attentato dell’11 settembre 2001. Chissà se Joe Biden ora che ha preso possesso della Casa Bianca farà ciò che Donald Trump invece non ha fatto. Vale a dire, fare uscire dal dimenticatoio la risoluzione approvata il 24 luglio di due anni fa da cinque persone non proprio qualunque nel distretto dei pompieri di piazza Franklin e Munson a New York. Un distretto di “volontari”, come tutti i pompieri negli USA, della contea di Nassau. Di che si tratta? Che dice la loro risoluzione

Approvata all’unanimità dai cinque, il suo testo parla di “incontrovertibile evidenza” del fatto che “esplosivi preventivamente collocati” all’interno delle “tre torri” del World Trade Center, “ne hanno provocato la distruzione”.

Tre torri perché oltre alle famose Twin Towers, in italiano Torri Gemelle, del Trade World Center, colpite in alto ognuna da un grande aereo di linea civile, crollò anche un grattacielo più basso a due isolati dalle due più famose. Per l’esattezza, alle 17:21:10 in meno di tre secondi crollò anche la torre n.7, il WTC 7 o Salomon Building (sede dell’omonima Banca di affari) di 47 piani. E crollò senza essere stato investito dal crollo delle Twin Tower. La prima delle quali, la Torre Sud, iniziò a crollare rapidamente su se stessa in diretta televisiva mondiale alle 09:59:04, mentre la Torre Nord iniziò il suo veloce crollo pure su se stessa alle 10:28:31. 

Ma chi sono i cinque in questione? È importante saperlo anche perché con la loro risoluzione hanno cancellato in un colpo solo l’intero impianto della inchiesta ufficiale, quella contenuta nel “9/11 Commission Report”. Che, cosa molto strana, nelle sue oltre 500 pagine non accenna neppure al crollo del WTC-7. Come non fosse esistito.

I cinque che chiedono una nuova inchiesta

I loro nomi sono Philip F Melloy, Dennis G. Lyons, Joseph M. Torregrossa, Christopher L. Gioia, Les Saltzman.
Nomi importanti perché videro con i propri occhi, sentirono con le proprie orecchie, scavarono con le proprie mani, aiutarono di persona a rischio della propria vita. Portano i segni e le stimmate nei  propri corpi.

Tutti loro infatti sono tra coloro che presero parte ai primissimi interventi e soccorsi sul luogo dell’immane tragedia, si impegnarono senza risparmio e riuscirono a venire fuori vivi da quell’inferno. Nelle operazioni di soccorso morirono 24 pompieri della contea di Nassau. Quei cinque, tutti cittadini statunitensi, formano la commissione alla quale è stato affidato dai colleghi del distretto di Nassau l’incarico di tenerne viva la memoria.

Eppure, strano ma vero, la Commissione ufficiale incaricata di indagare sul quel tragico 11 settembre o non li ha mai ascoltati o ne ha fatto sparire le testimonianze. Ma i cinque sono venuti allo scoperto. Dopo che il Comitato degli Avvocati per una nuova inchiesta sull’11 settembre è riuscito a far arrivare la propria richiesta in tal senso al Procuratore del Distretto Sud di New York, Geoffrey S. Berman.

Le Torri Gemelle erano già cariche di esplosivo?

La richiesta era di riconoscere che il World Trade Center era stato riempito di esplosivi prima dell’arrivo degli aerei che colpirono le Twin Tower. Fatto nuovo, l’Ufficio del Procuratore ha riconosciuto, a novembre, che la petizione aveva il diritto di essere portata davanti a un Gran Jury. Vale a dire a un tribunale dello Stato. Il commissario Christopher Gioia ha dichiarato: “Questo è il primo Distretto che approva la risoluzione. Non sarà l’unico”.

Se non ci saranno altri sbarramenti, alla fine si tratta di rispondere a una domanda semplice, banale, ma terribile: chi piazzò le cariche esplosive nelle tre torri? Non certo i 19 terroristi islamici sugli aerei. Il caso vuole che quell’11 settembre a capo dell’FBI c’era la stessa persona che s’è trovata al centro dell’inchiesta sul Russiagate, Robert Mueller.

Un ricordo personale

La risposta però potrebbe essere molto semplice e non avere nulla a che fare con complotti più o meno luciferini. So per certo, per averlo appreso durante il servizio militare a Udine nel V Reggimento Genio nel purtroppo lontano 1970-’71, che tutti i ponti e viadotti del Friuli orientale erano dotati di apposite camere ricavate nella propria struttura adibite a contenere esplosivo.

In caso di invasione militare terrestre dall’est Europa, all’epoca ancora satellite dell’allora esistente Unione Sovietica, quell’esplosivo sarebbe stato fatto espodere per far crollare  ponti e viadotti e bloccare così o almeno ritardare l’invasione via terra.

Potrebbe analogamente essere che i più importanti grattacieli (non solo) di New York siano dotati anch’essi di quanto utile a farli crollare su se stessi anziché più rovinosamente di lato in caso di disastri quali potrebbero essere grandi incendi, terremoti, maremoti, bombardamenti  e quant’altro. Questo spiegherebbe anche il molto strano crollo delle stesse Twin Tower, e della Torre N. 7, su se stesse anziché di lato, per giunta come se esplodesse man mano un piano alla volta per assicurarne così la caduta perfettamente verticale. Tipo di crollo molto strano perché assolutamente insolito, anzi caso unico nella storia dei crolli di grattacieli. Che crollano così solo quando si tratta di demolizioni guidate, tramite appunto l’esplosione in rapida sequenza di un piano alla volta dall’alto in basso.

Chissà se dopo il 20 gennaio dalla Casa Bianca ci sarà uno stimolo a mandare avanti e a fare ascoltare dai magistrati il lavoro dei cinque pompieri della commissione di Nassau. 

Renzi, la terza volta: voleva essere l’asso di bastoni, è diventato il tre di coppe; analisi di un fallimento

Renzi, ci risiamo! E’ la terza volta che Matteo Renzi tenta il colpo gobbo: diventare l’asso di bastoni. E anche questa volta dopo il solito prolungato dilemma governativo “esce o non esce” non gli è andata benissimo. E siccome gli è andata di nuovo male si profila una specie di riedizione, si parva licet, del “compromesso storico”. Firmato negli anni ’70 dalla Democrazia Cristiana (DC) e dal Partito Comunista Italiano (PCI).  Quest’ultimo si impegnava ad appoggiare il governo accettando di restarne comunque fuori, senza ministri e sottosegretari.
 

Renzi il suo partitino Italia Viva, fatto uscire dal governo dalla porta principale, potrebbe farlo rientrare dalla finestra pur senza pretendere ministeri e sottosegretari.

 
Per cercare di rimontare la china e arrivare alla finestra, Renzi ha dichiarato di voler fare di Italia Vita “il partito dei riformisti”. Cosa e come dovrebbero riformare i riformisti che vuole arruolare non è affatto chiaro. Anche perché nel BelPaese i termini “riforme” e “riformisti” sono quanto mai abusati e da non poco tempo. “Cambiare tutto per non cambiare niente”, diceva il Gattopardo. 
 
Per giunta Renzi ha al suo attivo la batosta della sconfitta nelle urne il 4 dicembre 2016 del referendum costituzionale. Da lui voluto quando era capo del governo. Sconfitta per la quale dovette dimettersi. Pur restando in politica nonostante avesse dichiarato che se perdeva al referendum ne sarebbe uscito del tutto. Insomma, un po’ come la promessa di Walter Veltroni di ritirarsi in Africa a fare volontariato…
 
Nessuno dei due è stato in marina, né militare né civile, ma evidentemente le promesse da marinaio non dispiacciono né a Veltroni né a Renzi. 

Il flop del referendum costituzionale di Renzi

Il referendum in questione era quello che avrebbe dovuto approvare la riforma costituzionale Matteo Renzi-Maria Elena Boschi. Riforma con la quale veniva chiesto di modificare parte della Costituzione come proposto nel testo di legge costituzionale approvato dal parlamento il 12 aprile 2016. Ma andiamo per ordine. Partendo dalla fine, cioè dalla terza volta che gli è andata male anziché dalla prima. 
 
Che senso ha il comportamento di Renzi negli ultimi giorni, uscire cioè da un governo provocandone così la crisi. E poi nel voto di fiducia al premier, anziché votargli contro scegliere l’astensione, più morbida e possibilista? La risposta probabilmente più vicina al vero è che Matteo Renzi – tanto per cambiare – voglia giocare al rialzo.
 
Anche se Giuseppe Conte ce l’ha fatta a ottenere la fiducia in entrambi i rami del Parlamento il suo governo al Senato potrebbe essere sistematicamente bloccato dai 16 senatori di Italia Viva. Che è il partitino partorito da Renzi il 18 settembre 2019.

Al Senato Conte passa con l’astensione di Renzi

Al Senato infatti Conte ha ricevuto 156 sì e 140 no. Se in futuro i 16 senatori renziani dovessero votare compatti no insieme con quest’ultimi 140 colleghi si creerebbe una situazione insostenibile. Se non ci saranno altre defezioni pro Conte, ogni votazione potrebbe infatti registrare  156 sì e 140+16=156 no. Una parità che provocherebbe la morte del nuovo, il terzo, governo Conte. Una pacchia per Renzi, che diventando l’ago decisivo della bilancia avrebbe in mano il rubinetto dell’ossigeno, senza il quale anche i governi muoiono soffocati.
 
Difficile che i 16 in questione restino tutti compatti e monolitici, fedeli alle direttive del loro leader. L’aria che tira infatti è quella di una discreta campagna acquisti da parte di tutti a spese di tutti. Ma in ogni caso nessun parlamentare vorrà correre i rischio che a furia di no si vada a elezioni anticipate. Col risultato magari di non essere rieletto e restarsene a casa. Dato anche che dalla prossima legislatura diminuiranno sia i deputati che i senatori. I seggi alla Camera passeranno da 630 a 400 e quelli al Senato da 315 a 200.
 
Come che sia, non è necessario per Renzi pretendere posti nel governo per sé o per i suoi. Si può contrattare una posizione di potere dando in cambio l’astensione nei voti in parlamento. Oppure salvare la faccia appoggiando il Governo restandone però formalmente  fuori.  In definitiva è quanto ha già fatto il Partito Comunista Italiano (PCI) con il famoso “compromesso storico” degli  anni ’70.  Ci sono pur sempre bei posti di discreto potere lautamente remunerati nelle varie industrie di Stato, a partire dalla Rai. E altri bei posti per rappresentare l’Italia negli organismi internazionali a partire dall’ONU. 

Lo scontro fra Renzi e Zingaretti

Durante il secondo governo Conte, Renzi stufo di sottostare alle logiche e alle mediazioni del partito di Nicola Zingaretti, un po’ troppo frammentato, è uscito dal PD, ma non dal governo, portandosi appresso una trentina di parlamentari. E fondando Italia Viva.
 
La nuova creatura entra nel governo con due ministri, Teresa Bellanova ed Elena Boneti,  e un sottosegretario, Ivan Scalfarotto. E ci entra come supporto distinto e autonomo dagli altri. Supporto dove Renzi può comandare senza troppi intralci.
 
C’era davvero bisogno di quella nuova scissione e della creazione di un altro partito o partitino? Ma tant’è. Da qualche tempo, per l’esattezza da quando è “sceso in campo” Silvio Berlusconi con la sua creatura Forza Italia, la vita politica italiana è fatta più di personalismi, parole e belle intenzioni, cioè slogan. Che di programmi e realizzazioni per rimettere in carreggiata il BelPaese.
 
E rilanciarne lo sviluppo tramite le non poche modernizzazioni e riforme di cui c’è bisogno sempre più incalzante. Per essere in grado di competere o almeno stare al passo coi tumultuosi cambiamenti del mondo.

Una volta c’erano le correnti

Una volta nei partiti ci si accontentava di creare una corrente, ognuna con una sua anima e proprio leader. La Democrazia Cristiana (DC) ne aveva varie. Famosa la corrente dei dorotei. Ma anche quelle dei fanfaniani e degli andreottiani. Il Partito Socialista Italiano (PSI) aveva le sue, dai carristi ai pontieri fino ai lombardiani, demartiniani e craxiani.
 
E anche se il suo statuto le vietava ne aveva anche il Partito Comunista Italiano (PCI). Famosi gli ingraiani e i loro antagonisti amendoliani. Idem gli altri partiti, mai monolitici. Da qualche tempo invece, conseguenza della morte dei partiti della cosiddetta “prima repubblica”, nella cosiddetta “seconda repubblica, si media meno. E si tende andare più per le spicce.
 
L’eventuale immagine di un Renzi salvatore della patria, tramite la creazione dell’ennesimo partito più o meno di sinistra o presunta tale, era già fuori luogo nel 2019.
 
Il responsabile del pantano, e annessa confusione e pericoli, era infatti già lui: Matteo Renzi. E’ infatti lui che, vantandosene prima, durante e dopo i risultati delle elezioni politiche del marzo di quell’anno ha rifiutato di formare una coalizione di governo con M5S.

Primo Governo Conte fra Lega e M5s

Aprendo così le porte al primo governo Conte. Formato soprattutto da M5S e Lega. Renzi ha cioè rifiutato di fare proprio quella coalizione che il PD di Zingaretti s’è invece dovuto adattare a fare. Con il secondo governo Conte, basato soprattutto su M5S e PD. Per tentare di arginare l’onda populista, sovranista, leghista, rappresentata da un Matteo Salvini sempre più fuori controllo. 
 
Forse che l’M5S era un movimento fascista o qualunquista o comunque di una destra tale da essere impresentabile? E da rendere quindi improponibile un’alleanza di governo PD-M5S? Evidentemente no. L’alleanza infatti alla fine è stata fatta. Non da Renzi, ma da Zingaretti
 
Con le sue intenzioni di riforma della Costituzione Matteo Renzi aveva fatto innamorare Eugenio Scalfari. Ma l’amore è durato poco. E a un certo punto Scalfari lo ha detto chiaro e tondo. Con quella riforma in realtà Renzi voleva “snellire” non solo il parlamento in modo da poter essere lui il detentore di fatto del potere politico nel BelPaese.

Le furbizie col Recovery fund

Con il Recovery Fund abbiamo fatto i furbi. Abbiamo indicato a Bruxelles solo i campi di intervento. Ma nessun piano specifico, nessun progetto. Motivo per cui siamo stati “rimandati a ottobre”. A quanto pare la bozza coi piani dettagliati è stata presentata solo da qualche ora.
 
Renzi quindi un po’ di ragione su questo argomento l’aveva. Ma l’ha giocata male, molto male. Una crisi di governo in un momento come questo, magari con sbocco elettorale, forse sarebbe dannosa quanto il Recovery alla vaccinara, se non di più.
 
A parte il fatto che una molto grande fetta di italiani neppure sa cosa siano il Recovery, il MES, ecc.. Perché il governo non si prende la briga di spiegarlo in modo che lo possa capire “anche il lattaio dell’Ohio”, come raccomandava di farsi sempre capire Indro Montanelli.  
 
Il problema del Recovery è il solito problema di tutti i grandi stanziamenti di soldi statali (e anche privati) per investimenti in ogni settore. Una troppo grande percentuale dei quattrini finisce in tasche indebite e i lavori vengono fatti al rallentatore per fare aumentare la spesa. Lavori spesso di qualità non ottima. Perché, come per le varie carriere professionali, gli appalti non vanno ai migliori, ma ai variamente ammanicati.

Gli appalti spiegati dal boss

Lo spiega MOLTO BENE un ex grande boss della ’Ndrangheta nel mio libro Il Boss dagli occhi di ghiaccio, pubblicato nel gennaio dell’anno scorso. 
 
Una volta ottenuti i soldi del Recovery Fund, quale che sia il governo che li ottiene e il premier che lo guida, Conte, Renzi, Salvini, o chicchessia, la gran parte di quei soldi finirà dove non dovrebbe finire.
 
E la qualità di quanto infine realizzato NON sarà di grande livello. Perciò serviranno manutenzioni, riparazioni, interventi vari: con notevole aumento dei costi, lucro indebito e disprezzo per i cittadini italiani. Quelli che quando fa comodo vengono definiti “popolo”, “patrioti” e via cianciando.
 
Renzi nonostante le sue pose e un certa supponenza è in realtà piuttosto provinciale e conformista. Quando era lui il capo del governo e segretario del PD organizzò nell’ottobre 2014 la famosa quinta edizione del convegno. Che lui assieme al deputato del PD Maria Elena Boschi organizzava ogni anno, dal 2010, alla ex stazione ferroviaria Leopolda di Firenze.
 
Kermesse intitolata  ambiziosamente “Il futuro è solo l’inizio”. E per la quale aveva modellato  il palco della presidenza – dove era seduto e smanettava “modernamente” l’iPad estasiando il pubblico – come il garage californiano di Steve Jobs. Il garage dove mosse i primi passi quello che poi è diventato il colosso Apple, con l’annesso enorme contorno che ha cambiato il mondo. 

L’esordio alla Leopolda

Di fronte alle 3.000 persone presenti l’allora premier e segretario del PD esordì così.
 
”Il garage è il luogo in cui si coltivano le idee e si costruiscono i sogni. Il garage è dove è ferma una macchina da troppo tempo, va rimessa in moto”. 
 
Il messaggio era chiaro: servono idee e si deve rimettere in moto la macchina Italia da troppo tempo ferma. Chissà se di quel garage Renzi conosceva almeno l’indirizzo: 2066 Crist Drive di Los Altos, contea di Santa Clara.
 
Però di sicuro ignorava, come evidentemente tutti i partecipanti alla kermesse, una cosa. Che non esisterebbero né la Apple, per i cui prodotti Renzi ha una bella passione, né internet, né i telefonini, né i computer e neppure la famosa Silicon Walley. Se un italiano di Isola Vicentina, tale Federico Faggin, non avesse inventato il microchip. Con le porte al silicio, la memoria RAM e altre cose fondamentali.  Tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 Faggin aveva ideato la tecnologia MOS (Metal Oxide Semiconductor) ). Con porta di silicio (silicon gate) autoallineate. Il tassello fondamentale per la nascita del primo microchip: l’Intel 4004.
 
Renzi il suo palco alla Leopolda avrebbe fatto meglio a modellarlo almeno in parte come il laboratorio casalingo di Faggin. Del quale probabilmente ignora anche l’esistenza e il suo avere dovuto emigrare a Palo Alto negli USA. Emigrare come troppi giovani e troppi cervelli perché il BelPaese abbonda in chiacchiere e retorica. Ma offre poco a chi, giovani compresi, pur essendo capace e geniale non ha coltivato maniglie. E non fa parte di cordate, camarille, cerchi più o meno magici di un qualche potente e di famiglione varie.

La gloria di Faggin nella Silicon Valley

Evidentemente Renzi ignorava anche che quando Bill Gates una quindicina d’anni fa ha accolto la delegazione ministeriale italiana per l’Innovazione e la Tecnologia ci tenne a dichiarare agli ospiti.
 
“Prima di Faggin, la Silicon Valley era semplicemente una valle”, nota per la frutta e le orchidee. 
 
Dopo Faggin e grazie a lui è diventata il famoso concentrato di aziende dedicate a progettare, produrre e commercializzare microchip e annessi e connessi in tutto il pianeta.
 
Renzi che, come tutti i suoi fedeli, ignora i geni dell’Italia viva per davvero, come quella di Faggin. Poi il suo partitino lo chiama Italia Viva…. Dati i tempi, dopo Forza Italia, Italia Viva, Fratelli d’Italia e il neonato gruppo misto del Senato MAIE-Italia23, il nome molto adatto a un altro “nuovo” partito potrebbe essere “Povera Italia!”.
 
 
 
 

Siesta per Boris Johnson, a metà giornata si concede un pisolino: come Kennedy e Winston Churchill, il suo eroe

Siesta o pisolino o pennichella a metà giornata, dopo pranzo. Anche Boris Johnson, durante la giornata si concede una sosta, chiuso nel suo ufficio. Lo conferma Giampaolo Scacchi. Che aggiunge. Proprio come molti grandi del passato, incluso Winston Churchill, che Johnson consideraun eroe. La pennichella non è esclusiva dei popoli meridionali, in Europa e in America. Praticano la siesta alla grande anche nel grande Nord, nei due continenti, commenta Giampaolo Scacchi.

Dormivano dopo pranzo personaggi come Leonardo da Vinci, Albert Einstein, Pablo Picasso, Wiston Churchill e John F. Kennedy. Fra i contemporanei, si sapeva di Bill Clinton. E ora di Boris Johnson.

Gli esperti sostengono che dormire dopo pranzo fa funzionare meglio il cervello e perfino diventare più intelligenti. E riduce i rischi di infarto e di ictus. 

Un insider di Downing Street, ha rivelato che tra un incontro e un altro, per mezz’ora Johnson chiude la porta del suo ufficio al numero 10. E schiaccia un bel sonnellino. Così da essere pronto ad affrontare “il resto della giornata”.

Sembra, secondo quanto riporta il Daily Mail, che sia stato ispirato da Churchill, che apprezzava un rilassante pisolino tra il pranzo e la cena.  

Una volta Churchill affermò:”La natura non ha progettato che l’umanità lavorasse dalle otto del mattino fino a mezzanotte. Senza quel ristoro del beato oblio. Che, anche se dura solo venti minuti, è sufficiente a rigenerare le energie”. 

A Times Radio, una fonte vicina a Johnson ha detto:”Non è un fatto raro che chiuda la porta e si conceda un riposino di circa mezz’ora per affrontare il resto della giornata”.

Giusta la siesta per uno che se alza alle 6 del mattino

Non c’è da meravigliarsi, commenta il tabloid britannico, visto che la giornata del PM inizia alle 6 del mattino con una corsa nei giardini di Buckingham Palace. In seguito fa colazione mentre legge le notizie e invia messaggi ai  colleghi.

Tuttavia un portavoce di Downing Street ha contestato la notizia del riposino, sostenendo che la giornata del Primo Ministro è fitta di riunioni e ha ben poco tempo da dedicare ad altro.

Times Radio ha esaminato la routine quotidiana dell’attuale primo ministro e quanto è diversa da quella dei leader che lo hanno preceduto. 

Le abitudini dei primi ministri britannici escludevano la siesta

Margaret Thatcher e Theresa May preferivano lavorare a tarda notte, Gordon Brown, David Cameron e Tony Blair iniziavano al mattino presto. 

Nel corso della pandemia, l’approccio di Johnson è stato paragonato più volte a quello di Winston Churchill durante la guerra.

La prima affermazione di Johnson secondo cui a causa del corononavirus avrebbero perso la vita molte persone care è stata aspramente criticata ma alcuni hanno elogiato il primo ministro per l’onestà nei confronti dei cittadini.

Il 13 maggio 1940 anche Churchill fu criticato. Per aver detto al popolo britannico, nel primo discorso alla Camera dei Comuni come PM, che per vincere la guerra avrebbe dovuto offrire “sangue, fatica, lacrime e sudore”. Eppure era la cosa giusta da fare.

Un paragone fra Boris e Winston

Nel settembre 1939, c’erano state delle stime ufficiali del numero totale di morti per i bombardamenti tedeschi, centinaia di migliaia di persone. Cifre non troppo distanti dall’enorme numero di decessi causati dal Covid.

Numeri che hanno spinto il governo a chiudere le scuole e ad allontanare i bambini. In tempo di guerra nelle campagne, oggi nelle loro case.

Come nei primi giorni di lockdown, alcuni britannici presi dal panico avevano accumulato generi di ogni tipo. La stessa cosa accadde durante il Blitz, ci furono anche dei saccheggi. Ma in entrambi i casi condannati e disprezzati dalla maggior parte della popolazione. 

Molto più diffuso invece un ammirevole istinto altruistico.

Il 14 giugno 1940, il Ministero della Guerra chiamò i volontari per quella che sarebbe diventata la Guardia Nazionale, si aspettavano che mezzo milione di persone si sarebbero arruolate. Risposero all’appello un milione e mezzo di cittadini.

In modo analogo, all’inizio della pandemia quando il Servizio Sanitario Nazionale britannico ha chiesto ai volontari di contribuire, si aspettavano una presenza di circa 100.000 persone ma sono arrivati circa 750 mila britannici. 

 

Capitol Hill, versione Hellzapoppin del populismo: un pericolo che va oltre la fine indecorosa di Trump

Capitol Hill, a bocce ferme. “È il populismo, bellezza!” “E’ il populismo, bellezza!”. Così Humprey Bogart avrebbe risposto a chi gli avesse chiesto una spiegazione meno superficiale degli accadimenti di Washington. Rispetto a quegli accadimenti – rivolta, insurrezione, manifestazione folkloristica di disprezzo per il ‘tempio della democrazia’ – quel che emerge è infatti la relativa irrilevanza della figura di Donald Trump.

L’ormai ex-presidente degli Stati Uniti non può essere considerato la vera causa dell’assalto, di cui è stato solo un pretesto.

Occasione preziosa per una vera e propria dichiarazione di guerra. Da parte di chi si afferma ‘popolo’ nei confronti di un establishment , una élite che da tempo e in quasi ogni parte del mondo si trova oggi sotto scacco. Irritata, inebetita, innervosita, comunque incapace di capire. Disposta a forme insidiose di demokratura o post-democrazia.

Di quella folla, o mob, o marmaglia, che aggrediva e occupava il Campidoglio, Capitol Hill, facevano parte gruppi e soggetti di ogni tipo. Non necessariamente legati a Trump e ai suoi deliri di già ex. Chiuso ormai nell’angolo, abbandonato dal partito e dai suoi più stretti collaboratori.

Lo si è capito assistendo – inorriditi e affascinati allo stesso tempo – a quello che si denunciava come un film grottesco. Replica post-moderna, ma dal ’vero’ e in diretta, del vecchio ‘Hellzapoppin’, il film divenuto pietra miliare del cinema nonsense. Destinato a produrre infinite repliche, dai Monty Phyton al nostro ‘Alto Gradimento’, di Arbore e Boncompagni.

Lo sciamano cornuto a Capitol Hill

Lo ha dimostrato il susseguirsi di scene assurde e travestimenti improbabili a Capitol Hill. Lo sciamano cornuto e avvolto nella pelle di bufalo. Batman col mantello nero. La controfigura barbuta del Che. I travestiti da miliziani. I selfie con i poliziotti.

Così come il rovesciamento delle situazioni, con gli ‘invasori’ che si trasformano in insoliti visitatori del Palazzo che danno la caccia a istituzionali souvenir…

“È’roba da matti…in quindici anni che proietto film, uno come questo non mi era mai capitato…Questo è un film pazzo, è Hellzapoppin…” , esclama un personaggio del film.

Lo stesso si potrebbe dire dell’assalto a Capitol Hill. Popolo di comparse, di underdog, noi diremmo ‘sfigati’, improvvisamente elettisi a protagonisti. Non si vuole ridurre a grottesca buffonata l’invasione del Campidoglio: al contrario.

Non si è trattato solo di una folle pagliacciata imbastita in favore di un presidente che si vede scivolare di mano il potere. E grida a improbabile brogli elettorali. Con o senza Trump, il populismo più becero ha lanciato il suo grido di battaglia. E’ il populismo in azione.

Quello che si manifesta quasi in ogni parte del globo e contrappone ‘il popolo’ all’élite. Il primo come una forza intrinsecamente e moralmente buona’ e giusta. La seconda come corrotta, arrogante, autoreferenziale. Della folla che si arrampicava su per i contrafforti del Campidoglio. Blandamente ostacolata dagli agenti della sicurezza, più simili a difensori impegnati in una partita di football. Facevano parte i gruppi e i soggetti più disparati , tra loro diversi se non addirittura opposti.

Come nel film Hellzapopping

Chi sedeva trionfante sullo scranno del Presidente del Senato o stendeva le gambe sulla scrivania di Nancy Pelosi, non eseguiva un ordine più o meno esplicitamente impartito da Trump ai suoi amati ‘patrioti’. Si trattasse dei terrapiattisti di Quanon. Di chi crede a un complotto mondiale di pedofili. Dei ‘suprematisti bianchi’ o addirittura delle frange più estreme dei sostenitoridella sciagurata cancel culture. La loro è stata la manifestazione estrema, grottesca, a volte paradossalmente festosa. Di una insofferenza trasversale covata da lungo tempo da sempre più larghe fasce di diseredati. Orfani dell’American dream.

Questa insofferenza si manifesta ora, in forme sempre più violente e intimidatrici , non solo nei confronti delle istituzioni più solenni. Ma anche nei confronti della cultura elitaria di cui quelle istituzioni sono sentite come l’espressione.

Più che un nemico da combattere frontalmente, il nuovo populismo è un ordigno esplosivo. Che va disinnescato con cura e intelligenza, specie con riferimento ai diritti fondamentali che rischiano di esserne travolti. Da destra come da sinistra. A cominciare dalla libertà di esprimere il proprio pensiero, le cui difesa non può estendersi all’incitamento all’odio e all’organizzazione della violenza.