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Cirque du Soleil, in Italia c’è Corteo: “Lo show racconta il funerale immaginario di un clown” tra danze aeree, equilibrismi e magia

Esistono due artisti circensi minuti come lillipuziani? Il regista di Corteo, lo show del Cirque du Soleil arrivato in Italia per la prima volta pochi giorni fa, li ha cercati ovunque. “Li ho trovati a Gerusalemme, dove si esibivano in un centro commerciale”, racconta soddisfatto Daniele Finzi Pasca. L’ingaggio di Gerard e Valentina, un uomo e una donna dalle proporzioni perfette ma davvero piccoli nelle dimensioni, è avvenuto nel 2005, quando Corteo è andato in scena a Montréal, sede della leggendaria compagnia di teatro circo che continua a incantare milioni di spettatori in tutto il mondo.

Il tour europeo di Corteo, partito il 26 settembre a Torino per toccare Milano (Mediolanum Forum fino al 6 ottobre) e poi Bologna e Pesaro, coinvolge una cinquantina di artisti fra acrobati, ballerini, attori, musicisti, oltre a una cinquantina di tecnici. Il rapporto è uno a uno: perché la magia del circo contemporaneo è sintesi fra abilità umane e tecnologia. “Lo show racconta il funerale immaginario di un clown – spiega il regista – il suo passaggio dalla terra al cielo, dal suo mondo popolato da sgangherati artisti burloni, alla dimensione degli angeli, anch’essi un po’ burloni. Fra flash back e sogni, scorrono i personaggi della tradizione di teatro e circo europei. Il burbero direttore, i burattini indisciplinati, i ballerini acrobati che sembrano sfidare ogni legge della fisica e si affrontano a suon di evoluzioni che tolgono il respiro.

“C’è un momento in cui due acrobati eseguono salti mortali volando da un lato all’altro del trampolino. Ogni volta che uno dei due tocca terra determina il salto dell’altro. Ebbene, lo spazio per la caduta è così scarso che sin dalle prove tutto lo staff è in tensione”, aggiunge Finzi Pasca. Ma non è solo il superamento delle abilità umane a rappresentare l’incanto di Corteo, fra danze aeree appese a tessuti, equilibrismi su alte scale sospese, hula hop nell’aria dove ogni parte del corpo muove un cerchio. E’ la sintesi fra semplicità, la sfida del limite umano, e tecnologia. Nel corteo di strampalati artisti circensi che porgono l’ultimo festoso saluto al clown scorre la storia del teatro di strada, sfilano suonatori di improbabili strumenti, ballerine di carillon, domatori e giocolieri, personaggi della commedia delll’arte. Un sapore felliniano, ma anche il virtuosismo del teatro di corte, quando il violinista intona motivi classici mentre attorno roteano sul palco – il mosaico della cattedrale di Chartres – i personaggi della tradizione.

Un artista ne fischietta i motivi come per caso riportando la dimensione ideale alla realtà quotidiana. “L’organizzazione di uno show del Cirque du Soleil è come quella di un grande concerto rock”, sottolinea il regista. Artisti e tecnici dormono nei camion attorno al luogo dello spettacolo. Si monta e si smonta l’allestimento in un giorno. Non c’è tempo per fare i check negli alberghi. E’ una macchina scenica immensa che richiede un’organizzazione precisissima. La rivoluzione di Corteo dal punto di vista tecnico riguarda il palcoscenico. Nel passaggio dal tendone – chapiteau – alle arene il regista ha pensato di dividere lo spazio in due settori frontali di pubblico che si guadano a specchio. Il palco circolare al centro, i back stage laterali. L’orchestra, che un direttore dirige dalle quinte, è suddivisa in quattro punti circostanti il palco. La ricerca della perfezione tecnica si unisce al calore della performance. E così, mentre gli angeli e lo stesso clown si sollevano grazie alla magia tecnologica, la lillipuziana Valentina vola sul pubblico ancorata a palloni aerostatici. Niente di tecnologico ma solo uno studio di contrappesi. A lei e al suo partner Gerard è dedicato un numero di burattini, un teatro intimo degli equivoci dove Romeo e Giulietta si fraintendono continuamente. Ed è così che sui letti vintage cosparsi di orsetti e ninnoli, un flash back dell’infanzia del clown, saltano acrobati che sfidano la forza di gravita in una lotta di cuscini. “Ci sono voluti mesi a studiare questi letti – conclude Finzi Pasca – per fa sì che il tappeto elastico posto all’interno del piccolo materasso consentisse il salto degli artisti”. Uno show che incanta come un film fantasy, come un gioco d’infanzia dimenticato. La storia dà il senso a ogni numero di abilità. Il clown alla fine saluta il pubblico pedalando in cielo sulla sua bicicletta. E’ davvero morto o ha solo sognato?

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Sex toys, una serata in incognito a provare i nuovi strumenti del piacere: ecco chi abbiamo incontrato

L’esperta di design è interessata al diamante vibrante, un oggetto dorato piramidale. Vive a Dubai, è in partenza. Chissà se in aeroporto confischeranno il suo portafortuna segreto. Negli Emirati Arabi gli oggetti di piacere femminile sono vietati. Accanto a lei c’è la biologa, sulla cinquantina, sposata. E’ rimasta colpita dalla cipria aromatizzata baciabile. Una polvere setosa che rende la pelle luminosa e profumata. La neo mamma più giovane e timida è colpita dalle palline per la ginnastica pelvica, per tornare in forma mentre si sbrigano le faccende quotidiane. Anche la vita sessuale potrà riprendere al meglio. Ma quando la consulente estrae dalla valigia un piccolo ed elegante strumento di ultima generazione, ricaricabile con cavo usb, il gruppetto si fa silenzioso.

“E’ l’ultimo modello di tecnologia – spiega – un vibratorino doppio con diverse sequenze e intensità. Può essere usato singolarmente o in coppia. Sembra un accessorio per cellulare o computer. Si mette in borsa e via”. “Non potrà capitare di sbagliarsi e offrirlo al posto della penna?, chiede una delle ospiti. “Nemmeno per sogno. Ha la sua custodia inconfondibile”. L’imbarazzo lascia il posto a risate, battute e aneddoti di vita: una complicità femminile dimenticata riemerge fra un bicchiere di frizzantino e una tartina. Si raccontano fantasie, desideri, delusioni e aspettative. Come in Sex and the City? No, questa è vita vera.

L’appuntamento con la consulente della Valigia Rossa, prima azienda italiana dedicata al benessere sensoriale delle donne, è alle 19 in una casa privata vicino ad Alessandria. La villa che accoglie il gruppo, sette donne, è bellissima. Fiori, profumi, sdraio sotto la veranda e all’interno un salotto con petali di rosa. La valigia Rossa è l’azienda di Casale Monferrato fondata 10 anni fa da Cristina Luzzi con il supporto di Natalia Guerrero Fernández, psicologa sessuale. “Volevamo creare un progetto innovativo dove le donne fossero protagoniste”, racconta la titolare. Obiettivo il benessere sessuale delle donne. Come raggiungerlo? “Con la consapevolezza di sé stesse, libere dai canoni imposti da cultura, società e media”.

Per Marta (nome di fantasia), alla guida del gruppo, è un secondo lavoro. Sa quando è il momento di far cadere un discorso che imbarazza e quando è il momento di approfondire. Questa sua attività secondaria è giudicata negativamente dallo staff maschile della società dove lavora a tempo pieno. Lei non se la prende: “E’ la conferma che stiamo andando nella direzione giusta”.

“Ci sono ancora molti tabù – spiega Erica Caneva, responsabile media della società – autoerotismo, fantasie erotiche considerate poco romantiche, utilizzo di oggetti, ma anche la condivisione di un film a luci rosse sono spesso soggetti ad autocensura”. Con due lauree, in Scienze della formazione e in Scienze religiose, lavora per La Valigia Rossa sin dal debutto. A Milano. Poi, dal Nord Italia, l’interesse per gli incontri si è esteso al Centro e al Sud. Le consulenti, tutte con formazione specifica, sono un centinaio. Oggi l’azienda fattura quasi un milione di euro e programma l’espansione in Spagna, a Malta e in Svizzera. Nel frattempo in Italia sono nate Rosso Limone, La Chiave di Gaia e la vendita online di MySecretCase. Un settore in crescita.

Laura, la padrona di casa, ha organizzato già diversi incontri. Tra le amiche alcune sono habitué. Altre, come Marinella, insegnante single, sono arrivate per curiosità: “Non sono nata ieri ma non ho mai avuto il coraggio di entrare in un sexy shop anche solo per dare un’occhiata”. La distribuzione sul territorio è diversa a seconda delle regioni: Veneto, Piemonte e Lombardia sono in testa e via via che si scende lungo lo Stivale il numero di consulenti e clienti diminuisce. L’identikit? Dai 25 ai 65 anni con una prevalenza della fascia fra i 35 e i 55 anni di età. La professione? Dalla manager alla casalinga.

“Ci siamo accorte – racconta Erica Caneva – che alle volte manca la conoscenza base della sessualità”. Il punto G? “Oggi si preferisce parlare di area Cuv, argomento da introdurre dopo aver affrontato elementi base della consapevolezza”. Salute sessuale, cosmetica sensoriale, oggetti di piacere. Ma anche lingerie e accessori di seduzione come collarini che sembrano bigiotteria ma si trasformano in strumenti di soft bondage. La parte sex toys arriva alla fine. Da dimenticare i coniglietti di Sex and the City, superati, e gli oggetti realistici. I nuovi strumenti di piacere sono insospettabili: mascara, porta rossetti e cipria, forme che ricordano portafortuna. Amorino è la sorpresa finale. Già dal nome, assicura la consulente, è rilassante e poco impegnativo.

Tra le novità le riunioni per coppie e gruppi misti. Manca ancora quella solo maschile. Fantascienza? “L’atteggiamento e l’interesse degli uomini nei confronti della sessualità è molto cambiato – conclude la fondatrice – non più solo goliardia ma puro interesse per la conoscenza di se stessi e delle donne”. Tempo al tempo.

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Milano, apre il primo bar robotico d’Italia: i drink li prepara un androide. E in Centrale c’è il cat café, dove vige la “legge felina”

Scena numero uno: su una terrazza con vista vertiginosa sulle guglie del Duomo il barman sceglie le dosi dalle bottiglie, prende il ghiaccio, shakera, aggiunge il limone e versa il cocktail nel bicchiere. È un vero professionista e non sbaglia un colpo. Non va in ferie, non fa giorni di malattia, non si assenta per la pausa caffè, non si lamenta mai per il superlavoro. Ha due braccia e dita di metallo, non è umano: è un androide, istruito e programmato per affrontare ogni passaggio dell’arte del bere.

Scena numero due. Dietro una vetrina nella zona della stazione Centrale un gatto si gode la pennica tutto acciambellato in un contenitore tondo. È godurioso e appagato e ci mancherebbe. È lui il padrone e il dominatore della casa, è lui insieme ai suoi simili a dettar legge in questo bar dove sono gli avventori a dover sottostare alle leggi feline, ricevendone in cambio il piacere della loro compagnia. È così che le proposte più alla moda per godersi un aperitivo (o un brunch, perché no?) a Milano si biforcano ai due estremi. Hi tech sorprendente, dove dietro al bancone c’è una macchina che sembra uscita da un film di Star Trek. Piacevolezza super naturale, con gli animali che scorrazzano tra i tavoli, giocano, danno spettacolo e ci riconnettono con senso più profondo al regno animale.


























Rewind. Il nuovo The View di Makr Shakr Rooftop ha aperto i battenti nel pieno centro della città il 26 luglio riproponendo una formula che ha appena debuttato anche a Los Angeles e a Londra. Si accede dall’ingresso di via Silvio Pellico 2, si sale al quinto piano con un ascensore tutto trasparente, si approda a questa terrazza con vista mozzafiato: “Fino a due anni fa era tutto chiuso, inutilizzato. Un peccato”. Difficile negare che l’altra attrazione sia lui: il sistema robotico voluto e progettato dall’ingegnere e architetto Carlo Ratti, professore e direttore del Senseable City Lab del Mit di Boston sin dal 2014. L’ordinazione si fa attraverso una app da scaricare sul cellulare all’ingresso: si può scegliere uno dei tanti standard, ma anche personalizzare gli ingredienti. Parte l’ordinazione: una dopo l’altra, le due braccia meccaniche mixano e shackerano, al ritmo di 80 cocktail all’ora. Un ritmo insostenibile anche per il più coriaceo barman in carne e ossa. Parte dello spettacolo, e dell’attrazione, è proprio seguire i movimenti di questi due artigli che si muovono in perfetta sequenza per poi riempire il bicchiere, pronto per essere servito al tavolo. Un piccolo show apprezzato anche dai turisti. Tutto in autonomia? La mano umana c’è sempre, tanto che in questa fase c’è un ingegnere, appartato in un tavolo con tablet davanti, a controllare che tutto fili liscio.

Qual è il contraltare a questo tripudio di tecnologia quasi cyberpunk? Bere e mangiare mentre un micio ti sgattaiola tra le gambe o si accoccola accanto per farsi accarezzare e giocare. Certo, all’estero ci si è sbizzarriti anche con altre specie, se si pensa che a Seul i compagni di consumazione sono cani, a Taipei gli alpaca e le pecore, a Tokio i pappagalli e a Yohohama in Giappone persino serpenti e altri rettili, si spera non velenosi. Ma dal Giappone arriva anche la più rassicurante moda del bar con i gatti. Proprio da un viaggio in oriente, a cui sono seguiti Parigi e Londra, nasce la prima esperienza milanese, il Crazy Cat Cafè in via Torriani. Bissata, più di recente, dall’apertura del Catmint Cafè in via Poggi, altra zona della città: a riprova del successo della formula. Apprezzata anche a Torino, Roma, Napoli, Palermo.

Alba ha 32 anni ed è una dei soci del Crazy. Si fanno colazioni, aperitivi e brunch, si organizzano incontri con gli esperti di comportamento felino. È come una casa, un salotto familiare un po’ English, dove senza elementi pacchiani tutto è dedicato al benessere del micio o ispirato a lui: trespoli, giochini sparsi, tazze a forma di gatto e nessun bancone, perché i clienti si godano un tè o un caffè accarezzando i felini. Loro ricambiano, perché sono curiosi e hanno bisogno di condividere e scoprire.

La colonia oggi conta nove mici, tutti sanissimi e seguitissimi – c’è pure il gatto celiaco che mangia solo crocchette di chinoa – trovatelli provenienti dalle associazioni che gestiscono i gattini. Per loro c’è uno spazio interno segreto: tutto loro. Poi, attraverso una porticina, decidono liberamente se andare a trovare i clienti nello spazio del locale per giocare, conoscere o farsi coccolare, oppure starsene fra loro in santa pace. Le regole sono precise: mai accarezzare un gatto che dorme. Il loro sonno è sacro. Mai dar loro da mangiare cibo per umani. Bisogna farsene una ragione: è casa loro, i clienti sono solo ospiti.

E poi eventi di musica acustica e tombole con le Drag Queen. In questo caso gli ospiti passano in secondo piano. Protagonisti sono i gatti. Entrano nelle custodie degli strumenti, esplorano, provano a suonare la chitarra, giocano con le palline delle tombole, le rubano facendo perdere il filo anche alla più lucida delle Queen. Sono a casa loro e decidono loro quando fare le fusa e quando divertirsi.

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Notte della Taranta, Davide Bombana a FqMagazine: “Così ho unito pizzica, danza classica, orchestra e rap”

La danzatrice si muove senza controllo sul crescendo potente delle percussioni, sembra sfinita e sul punto di cadere. Il canto di ringraziamento a Santu Paulu, il santo che libera le donne dalla possessione, comincia così. Dalle coreografie del Capodanno di Vienna, leggere e raffinate, alla taranta salentina, viscerale e terrena, il passo è tutt’altro che scontato. Ma Davide Bombana, coreografo internazionale che ha creato per i corpi di ballo più prestigiosi d’Europa, non è nuovo a esperienze di contaminazione.















Aveva già esplorato il mondo del rock nelle coreografie del video di Vasco con Eleonora Abbagnato. Ora incontra la pizzica del Salento invitando ballerini classici a unirsi ai ballerini popolari nelle danze del Concertone. La serata, che chiude il 24 agosto il festival di MelpignanoLa Notte della Taranta”, accoglie fra le star del balletto i pugliesi Gabriele Corrado, del Teatro alla Scala di Milano, Elena Marzano del Balletto di Montecarlo, Luigi Campa, danzatore internazionale. Ma non è tutto. Sul palco in alcuni brani ci saranno anche i cantanti Elisa e Salif Keita, i rapper Gué Pequeno ed Enzo Avitabile, i musicisti Alessandro Quarta e Maurizio Colonna.

Come si uniscono mondi così diversi?
Cercando un dialogo fra l’anima popolare, legata al mondo rurale in cui è nata la pizzica, e l’anima della danza classica. Un dialogo che si ripropone anche nella musica grazie alla presenza di due orchestre, quella popolare e quella sinfonica diretta da Fabio Mastrangelo.

Che cosa l’affascina di questa antica tradizione popolare?
Sensualità, abbandono, sfida, liberazione, istinto. Sono danze febbrili e istintive. Nella tradizione popolare si riteneva che la taranta fosse collegata a una patologia causata dal morso dei ragni. Al movimento incessante, accompagnato da percussioni e voce, era attribuito un potere liberatorio, espressivo in realtà di una dimensione femminile tanto potente quanto sconosciuta.

Anche la pizzica è danza di liberazione?
Secondo la leggenda era inizialmente una danza di accoppiamento senza contatto, tutta giocata sullo sguardo. Ma esiste anche l’altro aspetto della pizzica, quello curativo di stati di alterazione psicologica, in alcuni casi ritenuti di possessione tanto da richiedere riti di esorcismo. Le donne erano le più colpite. Si può pensare oggi che fossero espressione di traumi difficili da confessare. Come una violenza fisica.

Come ha reso tutto questo in scena?
Ho cercato di esprimere i vari aspetti della tradizione della taranta e di scavare in ciò che oggi ha ancora valore di attualità. In alcuni brani, come nell’assolo Pecuraru interpretato da Gabriele Corrado, la danza è descrittiva. Racconta la storia di un pastore che, lacerato dal sospetto del tradimento della moglie con il proprietario terriero, pensa di sfigurarla con un rasoio. Il finale è il monito del rapper Enzo Avitabile a non ripetere mai più atti di violenza contro le donne.

Che cosa racconta oggi la taranta sul ruolo delle donne?
Il senso di costrizione che vivevano, nella vita e nel lavoro quotidiano, in un contesto rurale che le rendeva soggiogate. Nel pezzo Senza camisa, per esempio, le voci femminili s’intrecciano come in un canto polifonico. Sono donne che trasportano secchi pesanti, vivono la fatica quotidiana del lavoro nelle campagne. Ma la pizzica è anche gioia e abbandono a un ritmo.

Che ruolo hanno i maschi nella taranta?
Il vocabolario è terreno. Le canzoni sono molto forti. Gli uomini hanno una gestualità virile e di conquista. In Fuecu metto in scena un duello, la sfida fra due uomini che si affrontano per una donna.

Dalle coreografie per Vasco al Capodanno di Vienna, dove ha fatto danzare una coppia a piedi nudi sulle immagini del Bacio di Klimt: le piace osare?
Ho curato le coreografie del Concerto di Vienna per tre edizioni, l’ultima un anno fa. Da subito ho cercato di rendere più attuali e contemporanee le coreografie. In alcuni casi ho creato delle piccole storie, come quella di una coppia di giovani che, entrando in visita al castello del Belvedere, immaginano di essere personaggi del passato. Mi è piaciuto anche trasferire ironia, attraverso giochi di gelosia o elementi inusuali al rigore viennese, quando il tema del Concerto era il mondo universitario.

Proprio l’Austria le ha da poco attribuito un premio alla coreografia, segno che il suo lavoro è stato apprezzato
Ho ricevuto il premio nazionale austriaco Teatro Musica 2019 per il Romeo e Giulietta su musiche di Berlioz per il corpo di ballo dell’Opera di Vienna. Ho lavorato molto, dopo l’ingresso nel corpo di ballo scaligero, nei paesi di lingua tedesca. Sono stato molti anni al teatro dell’Opera di Baviera, prima come ballerino e poi come coreografo. Sono cresciuto molto come artista sia in Austria che in Germania. Ora sono un free lance. Aveva da poco debuttato il mio Carmina Burana di Orff a Bucarest quando è arrivata la proposta dal festival di Melpignano.

Alcuni ballerini invitati li ha conosciuti ancora in erba?
Quasi tutti. E oggi rappresentano alcune delle eccellenze nazionali e internazionali. Fra di loro ci sono anche artisti del Balletto di Toscana e del teatro Massimo di Palermo che ho conosciuto quando ancora studiavano. E sono tutti entusiasti di danzare una delle nostre tradizioni popolari.

Cosa manca oggi alla danza classica in Italia?
Oggi non ha più senso intendere la danza classica solo come Lago dei Cigni o Romeo e Giulietta. Io stesso ho scelto nella mia carriera di mettere in scena titoli diversi, da Medea con Eleonora Abbagnato a Pentesilea con Luciana Savignano, dal Faust di Goethe a Teorema di Pasolini, dalle Relazioni pericolose di Choderlos De Laclos a Ipnos, per l’Accademia della Scala su percussioni indiane. Non mancano le idee in Italia nell’ambito della danza. Come dimostra questo progetto sulla taranta. Mancano se mai delle politiche culturali a sostegno e più attenzione da parte del mondo televisivo.

Non trova che ci sia un certo snobismo da parte del mondo teatrale nei confronti del mezzo televisivo?
Nel teatro ci vogliono anni di duro lavoro per farsi conoscere dal pubblico. In tv bastano pochi minuti. Non si tratta di snobismo ma di cammini diversi, cultura e intrattenimento. Per quanto riguarda me, la passione per il mio lavoro e la qualità restano invariati in ogni contesto.

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Poke mania, le bowl hawaiane sono il cibo del momento più richiesto nelle consegne a domicilio: ecco di cosa si tratta

Variopinto, fotogenico, protagonista sui social, è il cibo più trendy e gettonato nelle consegne a domicilio. Chiamalo come vuoi, poké bowl o poké hawaiano, o anche sushi poké. Più semplicemente, nelle chiacchiere quotidiane, Poké. Il piatto dei pescatori dell’isola di Honolulu, piatto povero per eccellenza, diventato la moda gastronomica del momento a Milano e nelle città cosmopolite. La base: riso, pesce crudo, verdure, frutta tropicale e salse, tutto tagliato a cubetti, come suggerisce l’etimologia del nome. Poi una sarabanda di variazioni sul tema a seconda dei gusti, delle proposte per caratterizzare i locali e delle strategie commerciali di promozione. C’è persino la versione mediterranea, con frutta di stagione, pesce e verdure del territorio e la versione veg. Risultato: il Poké piace sempre di più. Spopola e conquista le città italiane.

Da Rimini a Milano, da Roma a Bologna, da Genova a Catania. Grazie al suo gioco di abbinamenti fai da te, che moltiplica di volta in volta le possibilità, incontra il gusto di un pubblico sempre più vasto abituato negli anni alle proposte gastronomiche in arrivo dall’estero. Superfavorito nella sua espansione da una ricetta che avvantaggia anche i ristoratori, è una proposta tra le più semplici da gestire e funziona secondo strandard che permettono di tenere sotto controllo i costi e fare economie di scala. In più, è possibile appoggiarsi a numerosi marchi in franchising: Waikiki Poké, Pokeria by Nima, I Love Poke, Poke House, Mama Poké, Ami Poké Hawaiian Bar.

A Milano c’è chi ce l’ha fatta da solo, senza l’appoggio delle catene, puntando su una formula più somigliante possibile a quella originale, come Poku Poke Place, in vero stile hawaiano, e Maiu Poke. Poi c’è l’abitudine, consolidata in anni di sushi, a consumare il pesce fresco con il riso. Ma è una storia che inizia ancora prima, con l’arrivo dei ristoranti cinesi, poi di quelli giapponesi. Ancora oggi, guardando le statistiche, fanno la parte del leone nella diffusione della ristorazione etnica in Italia che annovera 5.919 locali esclusi i kebab. Qualche dato nazionale: i cinesi sono 4.515, il 76,3 per cento: i giapponesi 640, il 10,8. Seguono tutti gli altri, africani, arabi, indiani, sudamericani, con percentuali tutte simili tra di loro, tra l’1 e il 2 per cento.

Il Pokè può godere, ancora, di un’altra risorsa vincente. “È il tipo di cibo più consegnato dai servizi di home delivery”, spiega Roberto Calugi, direttore generale di Fipe, la federazione dei pubblici esercizi. “Si presta alle consegne rapide proprio per le sue caratteristiche”. Ma quanto incidono questi trend sul complesso della ristorazione? C’è un dato su tutti che viene rivelato da Fipe, Il 70 per cento delle attività di ristorazione in Italia chiude entro i cinque anni dall’apertura. Per quale motivo? “E’ un lavoro molto complesso che richiede tanto impegno e capacità di gestione. Non ci si può improvvisare”, puntualizza Calugi. Proposte più “semplici” come il Poké e altre in precedenza reggono se la forza trainante non è solo questione di moda.

Come quella che si sta affermando, parallela al Pokè, a Milano. Il Macha Cafè, con la recente apertura del terzo punto in piazza Gae Aulenti. Caffetteria alla giapponese, dove protagonista è una pregiata varietà di tè utilizzato anche per la preparazione di dolci, tartine e cocktail. Il saldo, però, rischia di rimanere negativo per la tradizione italiana. “Rischia di essere spazzata via – conclude Calugi – da esercizi uguali in tutto il mondo, dal cinese, al fusion all you can eat, dal giapponese alla braceria. Diventano sempre meno nelle città italiane i locali di tradizione, più complessi da gestire ma che sono una grande attrattiva per il turismo”. Come si può pensare a Milano senza ristoranti tipici che servano il classico risotto alla milanese? E come si può immaginare una passeggiata a Trastevere senza assaggiare una carbonara?

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Romeo e Giulietta all’Arena di Verona, il ballerino Sergei Polunin: “Un’occasione che mi riempie di gioia”. Il video delle prove

L’anima rock del balletto, Sergei Polunin, virtuoso e travolgente, ripreso durante le prove di “Romeo & Giulietta”. La prima mondiale, all’Arena di Verona il 26 agosto, vede in scena accanto al fuoriclasse ucraino che interpreta il personaggio per la prima volta, l’étoile Alina Kojocaru. Le coreografie sono di Johan Kobborg su musica di Sergey Prokofiev.









Alina Kojocaru – Giulietta: “Sono ancora in fase di scoperta rispetto a questa nuova produzione di Romeo & Giulietta. So benissimo però chi è Giulietta, un personaggio che ho conosciuto già molte volte. Però vorrei guardarlo con nuovi occhi e freschezza, non solo come il mio ruolo ma come un ruolo all’interno della storia. E’ meraviglioso per me scoprire tutte le implicazioni del personaggio: non solamente ciò che succede sul palcoscenico ma ciò che Giulietta pensa, nella sua stanza, prima di entrare in scena. Cosa scriverà a Romeo e come pensa di fargli arrivare la sua lettera? Come farà a incontrarlo? Mi piace aggiungere qualcosa ogni giorno, come un puzzle, per arrivare a ciò che ho immaginato essere Giulietta”.

Johan Kobborg – coreografo: “E’ difficile dire come sarà un nuovo lavoro quando si è ancora immersi nel processo creativo. Ci sono due aspetti su cui ho lavorato. La storia, arrivare a ciò che è necessario ed essenziale al fine di comprendere la storia. E la musica. Trovare la giusta corrispondenza fra la musica e la storia. Spero che questa produzione metta in luce allo stesso tempo questi due aspetti. Da un lato focalizzare la vicenda e il suo contesto, dall’altro scegliere le parti musicali più adatte a esprimerli. Due ore e mezza di partitura non sono necessarie per raccontare questo amore, un amore che toglie il respiro. Perciò è necessario fare una scelta anche dal punto di vista musicale”.

Sergei Polunin – Romeo: “E’ la prima volta che interpreto Romeo. Non avevo mai pensato prima che avrei danzato questo ruolo. Non ero interessato a ripetere produzioni esistenti ma sognavo una nuova produzione. Per molti anni però sono mancate le risorse o gli artisti adatti. Ora finalmente è arrivata l’occasione. E mi riempie di gioia che sia proprio all’Arena di Verona, la città dove si svolge la vicenda dei due amanti narrata da Shakespeare. I danzatori sono felici di interpretare questa nuova produzione e tutto ciò si trasmette in maniera ancora più positiva. E’ stata davvero una coincidenza fortunata. Da un lato l’Arena di Verona mi invitava a ballare, dall’altro Johan Kobborg mi chiedeva di interpretare il suo “Romeo & Giulietta”. Tutto è successo così in fretta. Sei mesi fa non c’era nemmeno l’idea. E ora c’è una nuova grande produzione”.

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Il regista Daniele Finzi Pasca si racconta. Dalle cerimonie olimpiche al Cirque du Soleil fino alla“Fête des Vignerons” con migliaia di volontari

•Copyright foto: Viviana Cangialosi – Compagnia Finzi Pasca 

Il marito non vuole condividere la scena con la moglie. Lei invece brama a tutti costi stargli vicino anche sul palcoscenico. L’assistente ai costumi non sa usare il dispositivo elettronico per annotare nomi e misure. Preferisce carta e penna. Una coppia di ottantenni si innamora in sartoria e nel fervore delle prove decide di convolare a nozze. Piccoli inconvenienti quotidiani nella gestione di oltre cinque mila artisti volontari. Siamo a Vevey, nella regione del Lavaux in Svizzera francese, dove dal 18 luglio all’11 agosto si celebra la “Fête des Vignerons”. Omaggio alle tradizioni viticole del territorio, con tanto di incoronazione finale dei migliori vignaioli, si svolge solo quattro volte al secolo. Danzatori, attori, figuranti, cantanti, musicisti e assistenti non professionisti che partecipano spontaneamente al mega show celebrativo sono diretti da Daniele Finzi Pasca e dal suo storico gruppo. Uomo da spettacoli monumentali come la cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici Invernali di Torino nel 2006 e di Sochi nel 2014, il regista originario di Lugano ha firmato anche “Corteo” per le Cirque du Soleil, in arrivo in Italia a settembre.

La “Fête des Vignerons” è paragonabile a uno spettacolo olimpico?
Da un certo punto di vista sì. Perché si realizza in occasione di una celebrazione che non è mai fissa e prevede la costruzione di un’arena per venti mila spettatori. Una struttura grandiosa, con macchinari scenici, botole, scale e marchingegni. Un anno di lavoro e poi tutto si si smonta. Ma la “Fête des Vignerons”, nata nel 1797, ha anche qualcosa che rimanda alla tradizione degli eventi popolari medievali, feste e processioni sante che diventano spettacolo.

Chi la organizza?
La Confrérie des Vignerons, che difende il lavoro degli artigiani del vino e si occupa di tutto. Non ci sono fondi istituzionali. Tutto è coperto da incassi e sponsorizzazioni.

Quanto costa?
L’evento costa diversi milioni di euro. La zona del Lavaux, che è protestante e nota per la sua sobrietà, quattro volte al secolo esplode in uno spettacolo immenso, megalomane. Anni fa il biglietto costava come il riscaldamento di un anno. Ma la gente metteva via i soldi pur di vederlo.

I personaggi principali dello spettacolo?
Una bimba, di nome Julie, e il nonno. Insieme scoprono le tradizioni e il lavoro nella vigna. Oltre a loro ci sono tre “dottori” che commentano con ironia e impertinenza la rappresentazione. Lo spettacolo comincia e termina in un giorno di vendemmia, un piccolo viaggio che sembra durare un istante. Come in “Alice nel Paese delle Meraviglie”, anche qui la piccola bambina trasforma, grazie alla sua immaginazione, le forbici e piccoli insetti in mille altre cose.

La macchina scenica?
Abbiamo concepito un’arena simile a un gigantesco nido nel quale gli spettatori si immergono. Una grande scena centrale, circondata da altre quattro scene, ci permette di costruire sensazionali movimenti scenici. Abbiamo anche un impianto sonoro molto sofisticato, per “guardare lo spettacolo con le orecchie”.

Come ha fatto a coordinare migliaia di volontari?
Ho con me un gruppo di persone davvero competenti. Certo la dimensione non professionale è difficile da gestire, ma è stimolante dal punto di vista umano. Lo spettacolo riflette la relazione di questa gente con la natura. Fa pensare alle feste tedesche tardo medioevali con la rappresentazione di Cristo. Tutti sono parte della storia. In scena abbiamo mamme che hanno appena partorito, attori centenari e bambini che da mesi si preparano per l’evento. Un’esperienza davvero unica, che si ripete per venti giorni e poi sparisce.

I volontari sono impegnati in tutte le scene dello spettacolo?
Quasi sempre. Lo spettacolo riflette la loro dimensione quotidiana. Racconta un anno di vita della vigna. La defogliazione, la potatura, i momenti più sociali come il matrimonio e la festa di Saint-Martin. Fino a toccare temi più generali come le stagioni, l’acqua, la luna e il cosmo. Nel cuore dello spettacolo spicca l’incoronazione degli operai delle vigne. Ci sono momenti in cui sulla scena si esibiscono 2500 attori e figuranti.

Lei si muove in mondi diversi. La regia teatrale e d’opera, le arti circensi e la clowneria…
La poetica peculiare della Compagnia Finzi Pasca ha preso forma dai concetti di “Teatro della Carezza” e di “Gesto Invisibile”. Sviluppati nel corso di 36 anni di esperienza, questi concetti hanno consolidato un’estetica unica e un personalissimo stile di creazione e di produzione, nonché una filosofia di allenamento per l’attore, l’acrobata, il musicista, il danzatore e il tecnico. Un modo di abitare lo spazio. Teatro, danza, acrobazia, circo, opera e documentari: tutto confluisce nella Compagnia Finzi Pasca.

Dallo spettacolo con cinque mila volontari a “Icaro” per un singolo spettatore: cosa cambia?
Ho scritto “Icaro”, monologo per un solo spettatore, nel 1991. Da allora è andato in scena quasi 800 volte in sei lingue ed è tuttora in tournée. Siamo partiti da un teatro che aiuta a capire chi sei. Abbiamo presentato “Icaro” nelle bidonville del Perù e della Bolivia, in India, in Africa, in Australia. “Icaro” è l’espressione di ciò che facciano,

Fare in grande per poi tornare nel piccolo?
Quando fai nel grande puoi mantenere la semplicità. Il teatro povero è come essere al margine. La semplicità non è una scelta ma una condizione. Rimaniamo fedeli alla dimensione della semplicità. Veniamo dal teatro di Grotowski a Pontedera, dove la ritualità è importante.

Come è nato il progetto di “Corteo” per le Cirque du Soleil, in Italia per la prima volta a settembre?
Guy Laliberté, il fondatore e manager della compagnia, dopo aver visto “Icaro” mi ha invitato a Las Vegas. Quando mi ha chiesto di fare la regia dello spettacolo “Corteo” non ci credevo. Ma ho subito pensato al funerale di un clown, con figure felliniane della nostra tradizione. Il tragico e il comico vicini, per piangere e ridere allo stesso tempo. Abbiamo costruito uno spettacolo bifrontale, dove la scena è una passerella con il pubblico distribuito su due ordini. Inoltre, avendo l’idea fissa di far volare le cose, ho pensato a un clown volante che si immerge in un mondo di angeli e poi torna in mezzo a burloni sgangherati, interpretati da acrobati eccellenti.

Dopo Corteo ha firmato anche “Luzia” per le Cirque du Soleil.
Il Cirque du Soleil è una grande macchina, con manager che si spingono a creare nuove tecnologie inimmaginabili. Hanno rivoluzionato il mondo del teatro con i loro sogni all’apparenza irrealizzabili. La dimensione della produzione è talmente onirica che sfugge persino a loro. E’ stata una grande esperienza lavorare con loro.

Si sente fortunato?
Sono un uomo fortunato. Ma la mia grande fortuna è lavorare da 36 anni con le stesse persone. Essere circondato dalla stessa famiglia.

E l’amore?
Non ho potuto avere figli. Ma ho veramente amato. Ho perso mia moglie, Julie Hamelin Finzi, creatrice di molti progetti, per una malattia grave. Tutta la compagnia ha condiviso la sua battaglia mentre era sottoposta a cure intensive a Lugano. Insieme abbiamo rivoluzionato anche il mondo sanitario. Non siamo mai usciti dall’ospedale. Abbiamo imparato a fare ciò che fanno gli infermieri, giorno e notte per più di un anno.

Come è nata la sua passione per il teatro?
Facevo ginnastica artistica e mi esibivo in un numero clownesco acrobatico. Avevo otto anni. Dietro le quinte spiavo donne in piume e mi dicevo: è bellissimo! Poi dalle ballerine in topless ho cominciato a fare ricerca. A 18 anni sono partito per l’India per lavorare come volontario con madre Teresa di Calcutta. La mia idea di teatro si è formata a poco a poco dall’insieme di tutte queste esperienze.

 

L’articolo Il regista Daniele Finzi Pasca si racconta. Dalle cerimonie olimpiche al Cirque du Soleil fino alla“Fête des Vignerons” con migliaia di volontari proviene da Il Fatto Quotidiano.

Sergei Polunin, il bad boy della danza si racconta a FQMagazine: “Mai stato omofobo. Io ho solo parlato della danza, dell’energia maschie e femminile”

La prima mondiale di “Romeo & Giulietta” a Verona e le contestazioni dei circoli gay in merito alle sue uscite sui social. La passione per la politica e per i tatuaggi. Il ruolo di direttore artistico, da ucraino a russo, del nuovo centro coreografico statale di Sebastopoli. Sergei Polunin, uno dei più grandi e talentuosi ballerini del nostro tempo per magnetismo e naturalezza tecnica, proprio non ci sta a farsi etichettare. Non è il bad boy della danza internazionale, non è il ribelle che rifiuta le regole della pacifica convivenza né tanto meno l’omofobo che i media hanno dipinto.

“Non mi riconosco nei fiumi di parole che sono stati scritti. Vado avanti per la mia strada. Sono un artista e la mia carriera prosegue nella direzione che desidero. La prossima tappa davvero importante sarà l’interpretazione di Romeo all’Arena di Verona In un allestimento e una coreografia grandiosi. Avrò l’onore di danzare con Alina Cojocaru”.

Il 26 agosto interpreterà Romeo per la prima volta. Come si sente nel personaggio?
Non pensavo che l’avrei mai interpretato. Ho sempre ritenuto troppo romantico questo ruolo per le mie corde. Ma qui si tratta di una nuova produzione internazionale, con un allestimento importante e soprattutto la firma di Johan Kobborg. Primo ballerino sia con il Royal Danish Ballet sia con il Royal Ballet di Londra, è un coreografo che a mio parere rappresenta il futuro del balletto classico.

Un “Romeo & Giulietta” innovativo?
Con un impianto classico e uno stile contemporaneo. Sarà un balletto realistico, con scene davvero drammatiche. La mia interpretazione del personaggio è istintiva. Verranno fuori la passione, il contrasto, la lotta. Non esiste un posto altrettanto adatto a trasmettere al pubblico l’intensità e la forza di questa storia.

La sua partecipazione a Verona ha scatenato polemiche nei circoli gay in merito alle sue passate uscite sui social. Qual è la sua posizione oggi?
In quelle uscite sui social mi riferivo alla danza, all’energia maschie e femminile per una migliore interpretazione sulla scena. La vita è già abbastanza dura, non ha senso complicarla ulteriormente. Volevo dire qualcosa di positivo ma è stato frainteso. I media inventano le loro storie, per superficialità e pigrizia c’è poca voglia di approfondire i fatti. Non è assolutamente vero che sono contro gli omossessuali. Come artista non riuscirei a riconoscere me stesso nell’odio.

Ma si riferiva solo al contesto della scena?
In quel messaggio ha parlato dell’uomo e della donna in generale e della danza come riflesso della società. Intendevo dire che l’energia maschile sta diventando sempre più debole. Oggi gli uomini hanno addirittura paura di farsi avanti nei confronti delle donne. Anche in scena non vedo più quella virilità che per esempio aveva Mikhail Baryshnikov. I ballerini dell’Opera di Parigi non mi hanno capito.

Come considera oggi quanto è successo?
Un incidente di percorso con riflessi poco importanti sulla mia carriera. Continuo a lavorare con splendide persone e vado avanti per la mia strada.

Non si scusa?
Non credevo di creare tutte queste reazioni negative. Non mi sono scusato perché le mie critiche non intendevano ferire nessuno e di certo non erano rivolte agli omosessuali.

Come vede oggi l’uso dei social?
Sono strumenti che possono creare fraintendimenti e vanno gestiti con cura. Non bisogna però perderci troppo tempo. Possono creare equivoci. Si devono usare per portare nuovo pubblico al balletto.

E’ tornato su Instagram in seguito?
E’ stato proprio Istagram a permettermi di trovare l’amore. Dopo mesi di assenza dai social, ho riaperto l’account e tra decine di messaggi ho trovato quello di Elena Ilinykh (campionessa di pattinaggio sul ghiaccio, ndr). E’ stato un caso, una ricompensa, forse il karma. Da quel momento ho saputo che volevo stare con lei e oggi è la mia compagna. Istagram mi ha fatto rinascere.

Dirigerà il nuovo centro coreografico che sarà costruito a Sebastopoli, finanziato dallo stato russo. Cosa rappresenta per lei?
E’ un’incredibile opportunità per costruire un nuovo sistema educativo e creare artisti totali. Ho partecipato da poco alle prime audizioni di ingresso degli allievi in vista dell’apertura a settembre in una sede provvisoria. Il nuovo complesso architettonico di Cape Crystal a Sebastopoli, già approvato e pronto in due o tre anni. sarà un polo importante per l’arte con musei, mostre, cinema, teatro e un centro coreografico internazionale.

Che tipo di formazione avranno i bambini?
Non cresceranno solo come danzatori ma come musicisti, coreografi, attori. Dobbiamo ripensare il modo di presentare la danza. Attirare sempre più giovani e soprattutto ragazzi. Il rapporto fra maschi e femmine è ancora troppo sbilanciato.

Il ruolo del governo russo in questo mega progetto culturale?
Sta supportando il progetto in tutte le sue fasi con grande attenzione. Per quanto riguarda il mio ruolo inviterò coreografi e registi da tutto il mondo a collaborare. Voglio che diventi un centro d’arte internazionale aperto a tutti, russi e ucraini.

Da ucraino diventato cittadino russo, come vive questo nuovo ruolo nella Crimea annessa alla Russia?
Non credo che la Crimea tornerà mai a essere territorio ucraino. La realtà è questa è va accettata. Non è successo perché la Russia lo ha voluto ma per via di una ribellione interna. Noi artisti dobbiamo promuovere la cooperazione, agevolare la convivenza, favorire scambi fra i territori. Costruire rapporti positivi. La scuola è finanziata dal governo russo ma con la mia Fondazione darò borse di studio ai più talentuosi.

Lei lavora molto in Europa. Ha paura delle reazioni della Ue?
Amo l’Europa. Molti paesi europei in cui lavoro hanno buonissime relazioni con la Russia. Il ruolo dell’artista è unire le persone, pacificare. Alcune opposizioni ci saranno ma per quanto riguarda l’Italia ho grande supporto e conto di incrementare le relazioni artistiche. Per il restò starò a vedere che succede.

Che peso ha per lei la politica?
Niente cambia senza la politica. Possiamo urlare quanto vogliamo ma solo la politica può cambiare le regole e migliorare la vita delle persone. Faccio un esempio. Se voglio migliorare la qualità del sistema di alimentazione nelle accademie professionali di danza e inserire un team di nutrizionisti devo poter dialogare con il ministero della salute.

Quando è nata la sua passione per la politica?
Mi sono sempre interessato alla politica. Ho incontrato diverse personalità politiche viaggiando per lavoro in molti paesi. Della politica mi affascinano l’arguzia, la psicologia, la possibilità di modificare in meglio la vita delle persone.

Cosa rappresentano per lei i suoi tatuaggi? Quello di Putin?
Sono delle protezioni. Dei simboli. Come il lupo o le gocce di pioggia, oppure il volto del mio maestro Igor Zelensky. Il tatuaggio di Vladimir Putin è stato un segno di ammirazione in un momento politico preciso. Ho incontrato il premier solo una volta dopo uno spettacolo, molto tempo dopo l’incisione del tatuaggio.

A luglio sarà in diverse piazze con il balletto “Sacré”, che ha già debuttato in Italia. Danzerà nel ruolo del folle e rivoluzionario ballerino Vaslav Nijinsky…
E’ un “solo” drammatico che racconta le ispirazioni e la follia di Nijinsky sulla musica della “Sagra della primavera” di Igor Stravinsky. L’epoca dei Balletti Russi è stata grandiosa. L’impresario Sergej Diaghilev è stato un modello di collaborazione fra diversi ambiti artistici. Peccato che non abbia costruito un sistema capace di sopravvivere alla sua morte.

Su uno dei suoi profili social c’è l’immagine di un soldato che suona il piano: che significa?
E’ un invito a indirizzare positivamente la propria energia. A cercare le proprie passioni e a viverle. E’ un messaggio contro tutte le guerre.

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Sergei Polunin, il ballerino con Putin tatuato sul petto aprirà una scuola di danza per bambini, in Crimea

Vuole fare pace con il mondo (e con se stesso) Sergei Polunin. Dopo la tempesta di polemiche e le accuse di omofobia piovuta sulla prima mondiale di “Romeo & Giulietta”, il prossimo agosto all’Arena di Verona, si torna a parlare di lui. A Mosca. Non solo per il debutto del balletto “Rasputin”, che dalla Russia arriverà a Londra il 28 maggio al Teatro Palladium. Ma anche per un nuovo progetto con cui Polunin sembra volersi riscattare dalle dichiarazioni esuberanti, ormai cancellate, sui social network: insegnare la danza ai bambini. Dirigerà una scuola coreografica a Sebastopoli, in Crimea, con un sistema di educazione completamente nuovo da creare entro il 2023.

Una scelta, per l’artista con il faccione di Putin tatuato sul petto, che suscita nuovi interrogativi. Dal 2014, dopo l’invasione e l’annessione da parte della Russia del territorio ucraino della Crimea, l’Unione Europea ha fatto partire una serie di sanzioni. La domanda è d’obbligo. Non ha paura Sergei Polunin, ucraino ma russo dal 2018, di pagare a caro prezzo questa sua scelta sul territorio europeo? Non ha timore di subire un nuovo ostracismo dopo le polemiche seguite alle sue passate dichiarazioni ritenute omofobe e misogene? “Spero che questo progetto non influenzi il mio rapporto con il mondo” dichiara in un’intervista ad Aif-ru. “Inoltre voglio che l’atteggiamento nei confronti della Russia e della Crimea cambi in meglio”.  E aggiunge: “Il compito dell’artista  è di riconciliare.  Noi artisti dobbiamo andare nei luoghi più scomodi a lavorare. Voglio che i miei colleghi e rappresentanti di altre professioni creative vengano da tutto il mondo, dall’America e dall’Europa”.

Già a settembre, sotto la sua direzione artistica, si inizieranno a reclutare bambini per i corsi preparatori.  Il nuovo sistema educativo, di istruzione secondaria, includerà una rigorosa scuola russa nella fase iniziale. Ma non si fermerà alla formazione del ballerino. “I bambini svilupperanno sia le abilità recitative che la musica. In modo da lasciare la scuola come artisti a tutti gli effetti. Del resto Polunin, considerato dalla critica internazionale uno di quei talenti che nascono una volta ogni mezzo secolo, è anche attore. Ha recitato nel  film “Murder on the Orient Express” e  in “The white crow”, ha ballato nel video clip “Take me to the church” di Hozier. Dopo la cacciata dall’Opera di Parigi, a gennaio scorso, aveva già dichiarato al quotidiano tedesco Die Wet: “Non ho alcuna ostilità nei confronti degli omosessuali o di chiunque altro. Ho fatto quello che ho fatto. Ma so che molte persone mi fraintendono”. E alla giornalista che gli chiedeva una spiegazione più approfondita, raccontava: “Una volta ho vissuto in una famiglia in Inghilterra, dove uno dei figli era omosessuale. L’ho trattato come un fratello. Lui è più uomo di tutti gli uomini che conosco. Ragazzo persistente. Ma ha avuto grossi problemi accettando se stesso. Allo stesso tempo, era molto amato dalla famiglia, nella società tutti lo accettavano. Ha attraversato momenti così dolorosi e ho visto quanto sarebbe stato difficile per me in una situazione del genere”.

La conclusione: “Se fossi omosessuale, il mondo intero lo saprebbe. Non farei mai finta di sposare una donna, avere figli”. Ma allora perché quelle uscite sui social? “Hanno cominciato ad accusarmi da tutte le parti per omofobia. Ma è così assurdo. Chiunque lo pensi davvero, ha letto male i miei commenti. Non mi capivano, li interpretavano in modo errato. Non sono mai stato contro gli omosessuali. La metà delle persone che ho sottoscritto su Instagram sono omosessuali. Sono amico di molti di loro”. Energia maschile. Forza virile. Voleva essere provocatorio per suscitare reazioni nella gente. Per iniziare una discussione. Anche sullo schiaffeggiare i grassi. “Quando mi rivolgevo ai dirigenti scolastici per problemi di alimentazione – spiega alla giornalista di Die Wet – mi dicevano: “Non possiamo sollevare questo problema, perché ci sarà uno scandalo”.  Nel progetto della scuola coreografica ci sarà molta attenzione  alla nutrizione. E borse di studio offerte dalla Fondazione di Polunin. “Ricordo che non avevo abbastanza soldi e i miei studi in Inghilterra furono pagati dalla Nureyev Foundation. Voglio creare un sistema di ricerca per i bambini di talento e finanziare la loro istruzione”.

L’artista è ora più riflessivo e concentrato sulla nuova direzione che sta prendendo la sua vita. Non intende abbandonare la carriera di ballerino, che proseguirà con l’idea di fare balletti classici in un nuovo look moderno. Mentre i post cancellati lo inseguono ed è atteso in Italia a luglio per “Sacrè” e ad agosto per “Romeo & Giulietta”,  lui è già su una nuova rotta. “In realtà ho sempre buone intenzioni”, ha dichiarato alla conferenza stampa della prima mondiale di “Rasputin” a Mosca. “Non penso che si possano vincere i demoni. Ma si può andare sempre di più verso la luce. Perché non so come si distrugge completamente il proprio lato oscuro”.

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Amici, l’étoile del San Carlo Giuseppe Picone: “Non è scuola per nuovi talenti. Fondare una carriera su questo programma è sbagliato”

“Amici non è una scuola per nuovi talenti della danza. E’ un’esposizione mediatica per ballerini già affermati e per aspiranti in cerca di visibilità”. E’ la stoccata di Giuseppe Picone, étoile internazionale dal 2016 alla guida del Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo di Napoli, al talent show più longevo della televisione italiana.

E’ un talent che quindi premia i già professionisti?
Non nascondiamocelo. I finalisti di danza di questa edizione hanno alle spalle esperienze importanti. Rafael Quenedit è addirittura primo ballerino del Balletto di Cuba, una delle più importanti istituzioni al mondo nel panorama del classico. Vincenzo Di Primo ha danzato con il Royal Ballet di Londra. E ha vinto il Grand Prix de Lausanne, uno dei massimi riconoscimenti europei.

Lei per chi parteggia?
Sono bravissimi entrambi. Rafael è più classico, Vincenzo Di Primo è più contemporaneo. La danza non è democratica. O hai talento o non ce l’hai. Trovo ingiusto affiancare aspiranti a professionisti, studenti a solisti. Bisogna che al pubblico arrivi chiaro il messaggio.

Quale messaggio?
Che Amici è una vetrina temporanea sia per chi è già affermato e vuole far lievitare i cachet sia per chi non è affermato e intende poi muoversi fra giurie e ospitate a concorsi ed eventi.

Intende dire che non è un trampolino di lancio per il mondo del lavoro?
Amici è una bellissima realtà ma pochi riescono ad avere contratti professionali grazie al programma, Pertanto fondare una carriera su un talent che dura pochi mesi è una scelta sbagliata. Il mondo del lavoro non segue i like sui social. Poi ci si ritrova in fila alle audizioni uno di fianco all’altro, senza più essere protagonisti.

E’ mai stato invitato a partecipare al programma?
Alcuni anni fa Maria De Filippi mi ha invitato a far parte della giuria. Ho subito notato il lavoro che c’è dietro alla formazione dei cantanti, puntuale e preciso. Nel canto c’è una vera crescita. Non si può dire la stessa cosa per la danza.

Cosa manca alla danza all’interno del programma?
Per prima cosa un palcoscenico in studio tecnicamente adatto. Perché il balletto richiede specificità tecniche precise. Poi la vera formazione. Chi esce dalle grandi accademie ce la può fare. Ma perché un neodiplomato dovrebbe andare ad Amici quando può fare audizioni direttamente per corpi di ballo, specialmente all’estero?

Lei quale risposta si dà?
La visibilità. Sono direttore del ballo di una delle quattro fondazioni lirico-sinfoniche italiane che hanno ancora una compagnia. La carriera del ballerino non si costruisce sulla popolarità data da un talent. Noi del settore lo sappiamo, ma bisogna che lo sappiano anche i telespettatori. Altrimenti si creano illusioni nei giovani.

Cosa ha portato alla danza Amici?
La professionalità di Maria De Filippi ha portato attenzione a questo mondo. Ha permesso di conoscere il repertorio, i generi, le personalità artistiche ospiti e soprattutto il lavoro quotidiano del ballerino.  E  finalmente si è chiarito uno stereotipo. I maschi che danzano possono essere etero oppure omosessuali. Come in tutti i settori professionali. Quanti i ragazzi che fino a poche decine di anni fa erano bullizzati solo perché allievi di danza.

A proposito di energia maschile, cosa pensa delle dichiarazioni di Sergei Polunin che ancora scatenano polemiche?
Rispetto moltissimo Polunin come ballerino, che conosco personalmente e che ha ballato al San Carlo. Ma come opinionista trovo di basso livello le sue uscite. Quando parla di energia maschile, per esempio, trovo  superficiale  il suo pensiero. L’energia espressa  non cambia a seconda dell’inclinazione sessuale ma a seconda del ruolo che si interpreta. Ballerino gay o etero, non ho mai visto un Corsaro effemminato. Pensiamo a Rudolf Nureyev: adorato dalle donne.

Cosa manca oggi alla danza in tv?
Manca la danza. Siamo passati dai grandi balletti televisivi degli anni ’80, con Fantastico e star come Oriella Dorella, Raffaele Paganini, Lorella Cuccarini ed Heather Parisi, al vuoto totale. Unica eccezione è l’evento di Roberto Bolle, di altissimo livello ma solo per una volta all’anno. Se prima il body sgambato di Heather valorizzava il suo talento artistico oggi è rimasto solo il body sgambato. E palestrati al posto di ballerini.

Qualche idea di nuovo programma?
Uno show a puntate il sabato sera con grandi ospiti e giovani promesse. Fra momenti di comicità, di canto e di varietà la danza sarebbe protagonista anche nelle sue declinazioni più attuali. L’hip hop, quando è ben fatto, è meraviglioso.

Al Teatro di San Carlo la danza è seguita?
Dal 2016 a oggi il pubblico è triplicato. Ma abbiamo investito sul rinnovamento sia nella scelta dei titoli sia nella formazione sia nella selezione dei ballerini. Gli appassionati crescono. L’esposizione mediatica aiuta. Ma manca il lavoro.

Che prospettive ha un ballerino in Italia?
Di fatto la danza è abbandonata. Molti ragazzi vanno all’estero. Al San Carlo abbiamo solo 15 contratti indeterminati e 14 contratti biennali. Non bastano per una produzione importante. Allora si prendono gli aggiunti ma spesso i bravi, che vorrebbero continuità di lavoro, non si fermano per un mese di contratto. Perdiamo talenti.

Cosa suggerisce a un neodiplomato?
Prova in Italia ma se vedi che non c’è strada fai la valigia.

All’estero è diverso?
I contratti sono annuali ma vengono continuamente rinnovati. Qui basta un cambio di direttore per rivoluzionare tutto.

In questo contesto andare ad Amici è illudersi?
Rimane una valida esperienza televisiva. Ma finita la stagione cosa rimane? Se si è fortunati si ottiene un contratto in trasmissione come professionista. Lo ribadisco: se ad Amici siete bravi anche a creare ballerini dimostratelo.

Nel 1993, a soli 17 anni, lei era già solista all’English National Ballet di Londra. Quali sono stati i suoi riferimenti televisivi?
Chi come me è nato negli anni ’70 è cresciuto con “Fame”, la serie tv ambientata in un’accademia americana. Dal classico al modern-jazz, dalla musica alla recitazione, si mostravano i retroscena dello spettacolo. Ma veniva fuori la realtà dell’artista non solo il pettegolezzo. E la gavetta che bisogna fare per danzare davvero.

Lei ha fatto la gavetta?
Tutti noi l’abbiamo fatta. La danza richiede enormi sacrifici. Anche di carattere. A 23 anni, solista all’American Ballet Theatre di New York mi impedirono di accettare l’invito di Carla Fracci per interpretare “Chéri” di Roland Petit alla Scala perché impegnato con la compagnia. La stessa cosa con la nomination al premio Benois de la Danse nel 1998. Per vivere da ballerino bisogna volare sul palco, ma stare con i piedi ben piantati per terra.

*foto @buccafusca

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