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Scuola e trasporti, braccio di ferro sul rientro. Dirigenti regionali: ‘Difficile scaglionare orari’. I piani in Piemonte e Lazio: più bus e autisti

Guerra fredda tra la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e la collega dei trasporti Paola De Micheli. Dopo le dichiarazioni dell’inquilina di villa Patrizi sui mancati scaglionamenti degli ingressi scolastici e sull’ipotesi di usare il sabato e la domenica per fare lezione alle superiori, è aumentata la tensione. La ministra Azzolina non ha voluto commentare le parole della collega certa del lavoro fatto con il Piano Scuola e nessuno in viale Trastevere ha scelto di uscire dal coro. A parlare sono, invece, gli uffici periferici del ministero dell’Istruzione e i dirigenti scolastici. L’idea di spalmare gli scaglionamenti su tutta la giornata non piace alla maggior parte dei dirigenti degli uffici scolastici regionali. E’ vero, ammettono i capi degli Usr, che fino ad oggi gli scaglionamenti non sono praticamente esistiti, ma è impossibile ipotizzare lezioni al pomeriggio. Bocciata anche l’idea di portare in classe gli studenti sabato e domenica. Resta, invece, una sola certezza in campo: la fine della didattica a distanza non può che essere il 7 gennaio.

Il più esplicito è il dirigente dell’Usr Lazio, Rocco Pinneri: “Fino a prima del Dpcm del 24 ottobre scorso gli scaglionamenti c’erano ma al massimo di un’ora o due di distanza. L’idea di usare i pomeriggi e il week end di là di questioni legittime di natura sindacale richiederebbe risorse aggiuntive”. Tradotto: se si va a scuola fino alle 20 o la domenica servono più bidelli e più soldi agli enti locali per pagare le utenze. “E’ una proposta – aggiunge Pinneri – che resta sulla carta. Noi stiamo lavorando in questo territorio in altra maniera: useremo i bus turistici e la Regione ha messo a disposizione 12 milioni di chilometri in più assumendo autisti”.

A ragionare sui possibili scenari di rientro a gennaio è anche Stefano Versari in Emilia Romagna, che sulla questione scuola nel week end taglia corto: “Io prendo indicazioni dal ministero dell’Istruzione”. “In Emilia – specifica Versari – abbiamo previsto un possibile rientro a gennaio con bus al 50%. Ora stiamo convocando i tavoli provinciali per lavorare sugli orari ipotizzando ingressi tra le otto e le nove solo per i pendolari che non vengono da lontano”. Nessun scaglionamento nemmeno in Friuli nei primi mesi di scuola: “Qui è stato impossibile. Gli orari di ingresso sono organizzati – spiega la dirigente dell’Usr, Daniela Beltrame – in funzione del servizio offerto dai trasporti che è molto rigido. L’assessore regionale ci ha chiarito che sono già impegnati tutti i mezzi possibili e tutto il personale a disposizione”. Difficile ipotizzare gli scaglionamenti a lungo termine: “Nei poli scolastici – aggiunge Beltrame – ci sono più scuole con diversi indirizzi e non si può pensare di iniziare ad orari diversi si creerebbero assembramenti all’esterno delle scuole di ragazzi in attesa del suono della campanella”. E sulle lezioni di sabato e di domenica, Beltrame a denti stretti spiega: “Se serve faremo anche quello”.

Dal Veneto arriva la voce anche della dirigente Daniela Palumbo: “Abbiamo da poco concluso un monitoraggio e abbiamo visto che gli scaglionamenti erano praticati ma solo tra le 7,20 e le 9. Per l’organizzazione scolastica è molto complicato prevedere più fasce di entrata e uscita. Se i ragazzi dovessero restare a scuola anche il pomeriggio si dovrebbe organizzare un servizio mensa”. Laconica invece sull’idea della ministra dei Trasporti di usare il fine settimana: “Guardi, non mi faccia dichiarare. Non posso”. In Piemonte intanto il dirigente dell’Usr, Fabrizio Manca, sta lavorando a stretto contatto con la Regione: “In passato abbiamo fatto degli scaglionamenti degli ingressi ma limitati ad una fascia oraria che non superava le nove del mattino. Il presidente della Regione Alberto Cirio mi ha informato proprio oggi che mi presenteranno a breve un piano dei trasporti potenziato. Su indicazioni della ministra Azzolina, lo avevamo chiesto mettendo a disposizione tutti i dati che avevamo sugli ingressi. Cirio, nonostante passeremo da zona rossa ad arancione, ha intenzione di lasciare per precauzione, in didattica a distanza anche le seconde e terze medie, oltre le superiori, fino all’inizio delle vacanze di Natale. E’ comunque chiaro che per riaprire dovremo chiedere una rimodulazione degli ingressi: le scuole sono pronte”.

A dire la sua è anche il presidente nazionale dell’associazione dei presidi, Antonello Giannelli: “Sulla possibilità di scaglionare, con gli ovvi limiti di ragionevolezza, gli orari di ingresso a scuola ci siamo già espressi più volte favorevolmente. Il discorso, in linea di massima, va circoscritto agli istituti superiori delle quattordici città metropolitane per i quali possiamo pensare di posticipare l’ingresso alle ore 9.15. La condizione è che i mezzi di trasporto vengano conseguentemente riorganizzati per permettere agli studenti di arrivare a scuola e poi di rientrare a casa. Non dobbiamo dimenticare che moltissimi studenti affrontano spostamenti che durano oltre un’ora. Anche per questo ritengo irrealistico pensare di allungare la settimana scolastica anche alla domenica mentre il sabato, per moltissimi istituti, è già giornata di lezione”.

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Scuola primaria, i quattro giudizi descrittivi che sostituiranno i voti numerici in pagella

“Avanzato”, “intermedio”, “base”, “in via d’acquisizione”. Ecco cosa spunterà alla scuola primaria sulla pagella del primo quadrimestre al posto dei nove, otto, sei o cinque. A celebrare il funerale dei voti decimali in queste ore è stato il capo dipartimento Marco Bruschi che ha presentato alle organizzazioni sindacali l’ordinanza che verrà presto emanata dagli uffici di viale Trastevere.

Il giudizio descrittivo di ogni studente sarà riportato nel documento di valutazione e sarà riferito a quattro differenti livelli di apprendimento. Chi prima aveva dieci o nove ora si ritroverà sulla scheda di valutazione un bel “avanzato” con la seguente descrizione: “L’alunno porta a termine compiti in situazioni note e non note, mobilitando una varietà di risorse sia fornite dal docente, sia reperite altrove, in modo autonomo e con continuità”.

Gli “otto” e i “sette” si trasformeranno in “intermedio” : “L’alunno porta a termine compiti in situazioni note in modo autonomo e continuo; risolve compiti in situazioni non note, utilizzando le risorse fornite dal docente o reperite altrove, anche se in modo discontinuo e non del tutto autonomo”. Il vecchio “sei” sarà definito “base” con l’aggiunta di “l’alunno porta a termine compiti solo in situazioni note e utilizzando le risorse fornite dal docente, sia in modo autonomo ma discontinuo, sia in modo non autonomo, ma con continuità”.

Infine “cinque” o “quattro” diventeranno “in via di prima acquisizione”: “L’alunno porta a termine compiti solo in situazioni note e unicamente con il supporto del docente e di risorse fornite appositamente”. Ora le linee guida elaborate da una commissione presieduta da Elisabetta Nigris, professoressa ordinaria presso l’Università di Milano Bicocca, passeranno nelle mani del Consiglio superiore per la pubblica istruzione, prima di essere ufficialmente pubblicate sul sito del ministero dell’Istruzione.

Restano, invece, i voti decimali per le verifiche orali e scritte che vengono somministrate periodicamente dai docenti. Intanto i sindacati hanno espresso le loro perplessità in merito all’ordinanza. La Flc Cgil ha criticato le modalità del provvedimento: “I tempi che le scuole avranno a disposizione per elaborare le nuove procedure sono strettissimi. Riteniamo che la definitiva pubblicazione dell’Ordinanza e delle linee guida, attraverso la costruzione di nuovi strumenti di valutazione, non sia un punto di arrivo ma rappresenti un passaggio importante per avviare un dibattito sulla valutazione formativa in tutti gli ordini di scuola e per diffondere la cultura di una scuola inclusiva, impegnata nella ricerca di strategie di promozione dello sviluppo della persona e di affermazione del diritto all’istruzione di tutte e di tutti”.

Con questa ordinanza si è arrivati all’atto finale di un percorso iniziato in Parlamento lo scorso mese di maggio quando i senatori Pd Francesco Verducci, Vanna Iori e Roberto Rampi hanno presentato un emendamento al decreto “Scuola” approvato in Commissione Cultura a palazzo Madama che diceva così: “Limitatamente all’anno scolastico 2019/2020, la valutazione finale degli apprendimenti degli alunni delle classi della scuola primaria, per ciascuna delle discipline di studio previste dalle Indicazioni Nazionali per il curriculum, è espressa attraverso un giudizio sintetico riportato nel documento di valutazione”.

Una soluzione a termine modificata in una proposta non solo per il tempo di pandemia, ma per sempre a partire, tuttavia, dal 2020/2021. A raffreddare l’entusiasmo degli insegnanti, il primo di settembre ci aveva pensato una circolare di Bruschi. Nel documento inviato ai dirigenti scolastici in perfetto burocratese diceva: “La norma, attualmente, nulla dispone per quanto concerne la valutazione intermedia, che resta dunque disciplinata ai sensi dell’articolo 2, comma 1 del Dlgs 62/2017 e dunque con votazione in decimi, salvo successive modifiche che potranno intervenire in sede legislativa, delle quali il Dipartimento darà prontamente conto, in sinergia con il gruppo di lavoro”.

Tradotto: il giudizio descrittivo vale solo per la pagella di fine anno. Nella scheda di valutazione di gennaio si mettono ancora i voti numerici. Una nota che insegnanti e presidi hanno mal digerito. A mettere una toppa al vestito rotto ci hanno pensato alla Commissione Bilancio del Senato i primi di ottobre approvando un emendamento al cosiddetto decreto “Agosto” che ha chiarito la questione: giudizi descrittivi sia a metà anno che alla fine.

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“Lo scaglionamento degli orari nelle città sia reale”. Rientro in classe, parere negativo dei Trasporti: assembramenti sicuri anche con mezzi raddoppiati

Si allontana sempre più l’ipotesi di un rientro graduale a scuola il 9 di dicembre. Dietro le buone intenzioni della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e dei sindaci restano i problemi. Primo, quello dei trasporti. Al Mit puntano il dito contro la mancanza degli scaglionamenti, mentre in viale Trastevere nessuno lo dice esplicitamente ma hanno il dente avvelenato con gli uffici di villa Patrizi colpevoli di non essersi organizzati in tempo per una riapertura a dicembre. In queste ore la ministra Paola De Micheli ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al premier Giuseppe Conte e per conoscenza alla Azzolina nella quale fa presente che alla luce delle simulazioni fatte sulle città di Milano, Roma e Napoli, nonostante la previsione di un’offerta di servizi aggiuntivi, i limiti possono essere ovviati solo rimodulando la domanda. La missiva conclude con una richiesta al ministero dell’Istruzione, alle Regioni e alle associazioni di categoria: riorganizzare completamente il piano orari delle scuole. Ma non solo. Per poter rientrare in aula restano aperte altre due questioni: una via prioritaria per i tamponi rapidi a studenti e docenti e protocolli uguali da parte delle Asl nelle città per evitare indicazioni diverse da scuola a scuola.

Sulla data del ritorno in classe non ci sono dubbi: sull’agenda della Azzolina è segnato il 9 dicembre come prima ipotesi. L’idea del 14 viene considerata solo come “simbolica”. Piuttosto meglio rinviare tutto a dopo le vacanze di Natale. Altra certezza: se si parla di ritorno in classe sarà graduale, ovvero potrebbero avere la priorità le prime e le quinte e solo successivamente le altre classi. A frenare l’entusiasmo che serpeggia tra i corridoi di viale Trastevere è però il ministero dei Trasporti dove hanno fatto un solo ragionamento: “Lo scaglionamento di orari di uffici, attività produttive e scuola deve essere reale”.

Le Regioni e le associazioni del trasporto pubblico locale hanno fornito un calcolo dei flussi tale che se anche si viaggiasse con il doppio dei mezzi pubblici – nelle città altamente congestionate come Roma e Milano ad esempio – al 50% del riempimento non si riuscirebbe a soddisfare la domanda, a parità di orari rispetto a ottobre. Secondo il Mit si creerebbero comunque quegli assembramenti che hanno fatto discutere a settembre con le riaperture, e il problema non si risolverebbe. E sulla questione di raddoppiare i mezzi c’è un ulteriore riflessione che fa il Mit: senza scaglionare orari non è un’ipotesi realizzabile, non perché non vi siano le risorse economiche per affittarli, ma perché se metti il doppio dei mezzi nelle città per esempio come Milano crei un ingolfamento di auto e traffico notevole. D’altro canto i sindaci delle 14 città metropolitane, ieri in videoconferenza con la ministra dell’Istruzione, hanno preteso chiarezza.

“Ho chiesto alla ministra che da parte del Governo nazionale – ha spiegato il primo cittadino di Palermo, Leoluca Orlando – siano elaborate al più presto direttive congiunte dei ministeri dell’Istruzione, della Salute e dei Trasporti al fine di razionalizzare gli interventi di Regioni, Asp e Comuni ispirati ad uniche linee guida e nel rispetto delle rispettive competenze”. Anche Antonio Decaro, sindaco di Bari, ha ribadito la necessità di intervenire sui trasporti e così han fatto il primo cittadino di Firenze, Dario Nardella e Virginio Merola da Bologna. Una promessa, quella di intervenire sugli scaglionamenti degli orari delle città, che dopo sei mesi è rimasta lettera morta.

La ministra dell’Istruzione, ancora giovedì, rispondendo alle domande degli studenti su Instagram a chi chiedeva se sono stati fatti progressi sul tema dei trasporti ha detto: “C’è un ministero competente in materia”. Intanto i presidenti di Regione nella riunione con il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia e della Salute Roberto Speranza hanno chiesto di prolungare la didattica a distanza per i licei fino a gennaio. Solo il governatore della Toscana Eugenio Giani si è detto favorevole alla riapertura almeno per le seconde e terze medie. E sulla questione sono intervenute anche le organizzazioni sindacali: “Inutile e dannoso, lo scaricabarile istituzionale. Per tenere aperte le scuole in sicurezza – spiega Rino Di Meglio della Gilda – è indispensabile garantire tutti gli elementi necessari a che ciò avvenga, dalle misure organizzative per scaglionare i flussi degli studenti in ingresso e in uscita dagli edifici scolastici, agli interventi sanitari quali i test rapidi e un sistema celere di tracciamento dei contagi, passando per il potenziamento della rete di trasporto pubblico locale”.

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Stati generali della scuola digitale, “serve più riflessione e la progettazione della didattica a distanza. La rete il problema più grande”

Oltre 2300 iscritti, 1300 partecipanti ai tavoli di lavoro, venticinque relatori di prestigio: sono solo alcuni dei numeri della quinta edizione degli “Stati generali della scuola digitale”, al via venerdì in versione online per il pubblico (la partecipazione è gratuita e valida ai fini dell’aggiornamento obbligatorio insegnanti). L’iniziativa promossa da “Impara digitale” con l’ufficio scolastico territoriale e il comune di Bergamo, verrà trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca civica “Angelo Mai”. Si tratta di un dibattito tra ospiti ed esperti che costituisce una straordinaria occasione per riflettere sui traguardi raggiunti dalla scuola ma anche sul futuro dell’istruzione 2.0.

Il programma prevede oltre al saluto del sindaco Giorgio Gori e della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina la partecipazione di professionisti del settore. Marco Bentivogli, esperto di politiche del lavoro e innovazione; Tito Boeri, professore di economia alla “Bocconi”; Pietro Guindani, presidente di “Vodafone Italia” e vicepresidente “Assolombarda” e Stefano Quintarelli, fondatore e primo presidente di “Impara Digitale”, discuteranno su “NextGenerationItalia: come traghettare la scuola fuori dalla crisi per preparare l’Italia di domani”.

Dopo di loro a riflettere sul tema “Il trauma e la cura – Ruolo e ruoli nella didattica e nel processo formativo dei nostri giovani. Cosa cambia nella crisi e dopo la crisi?” ci saranno Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della fondazione “Minotauro” di Milano; Dianora Bardi, presidente di “Impara digitale”; Roberto e Gualtiero Carraro, fondatori di “Carraro Lab”; Marilù Chiofalo, docente del dipartimento di fisica “Enrico Fermi” dell’ università di Pisa; Roberto Maragliano e Rossella Gianfagna, rettore del convitto nazionale “Mario Pagano” di Campobasso.

Infine l’ultima tavola rotonda avrà come protagonisti Patrizio Bianchi, coordinatore task force del ministero dell’Istruzione; Stefano Ghidini, consulente “Innovazione Ambienti Didattici”; Cristina Pez; Loredana Poli, assessore all’istruzione a Bergamo; Francesco Sacco, vice-presidente “Impara Digitale”; Concetta Cimmino, dirigente scolastico del liceo statale “G.Dettori” e Rosalba Rotondo che parleranno di “Strutture e infrastrutture per la scuola, materiali e immateriali: cosa è cambiato e cosa deve cambiare?”. A seguire nove tavoli di lavoro con alcuni dei relatori e un appuntamento webinar dal titolo “Vent’anni di autonomia scolastica, è tempo di bilanci”. Abbiamo intervistato Dianora Bardi, per capire con lei lo stato dell’arte della scuola digitale in Italia.

Per gli Stati generali partecipano oltre due mila persone da tutt’Italia. C’è fame di formazione?
Sono numeri che hanno superato le attese; questo fa pensare che la scuola ha bisogno di riflessione, ha necessità di guardare a cosa è accaduto e cosa sta succedendo in questo frangente. In questi mesi le scuole sono state sconvolte. E’ il momento di avere indicazioni chiare, di esprimere le proprie opinioni con degli autorevoli esperti che possono dare delle risposte. La base ha bisogno di interrogarsi. Il nostro non è propriamente un evento formativo, ma tutti riflettono su tematiche della vita di ciascuno.

A che punto siamo in Italia con la scuola digitale?
Con la didattica a distanza sono arrivate strutture tecnologiche; i docenti hanno fatto passi avanti, ma i benefici si vedranno quando si tornerà in presenza. Bisogna vedere se la reazione della scuola è quella di cogliere gli elementi positivi di questa esperienza oppure se vi sarà la voglia di tornare alla tradizione. Purtroppo non c’è stata una progettazione. La scuola troppo spesso ha riprodotto online ciò che si fa in presenza. E’ mancato il tempo di riflettere e progettare.

Il movimento culturale della scuola 2.0 iniziato dieci anni fa si è arrestato oppure siamo al trampolino di lancio?
C’è stata una grande rivoluzione. La scuola si è molto digitalizzata. Sono stati investiti milioni di euro per dare la possibilità fin dall’infanzia di avere tecnologia adatta. I docenti hanno fatto formazione, ma molto tecnica. Si è parlato di coding e robotica come se risolvessero tutto. E’ mancata la formazione didattica: non basta avere la lim in classe per fare scuola digitale.

Parliamo di infrastrutture. Abbiamo visto le difficoltà di connessione che hanno avuto molti ragazzi. Siamo ancora alla preistoria?
Conosco insegnanti che in Sardegna sono disperati per questo problema. Ma senza andar troppo lontano, al lago di Garda, manca la connessione in alcuni luoghi. C’è ancora molto da fare. Dipende dal governo, dagli operatori. La Rete è stata il più grande problema della didattica a distanza.

Un’ultima domanda: i nostri ragazzi sono campioni digitali o ignoranti digitali?
Non sono ignoranti e non sono campioni: sono dei grandi utilizzatori, ma non sanno programmare, non sanno utilizzare la tecnologia. Come si dice nel linguaggio moderno sono “smanettoni” ma non basta. Abbiamo bisogno di una generazione che sappia usare il digitale per la vita, per il lavoro.

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Prove Invalsi 2021, confermate nonostante la didattica a distanza: valuteranno anche gli effetti del pandemia sull’insegnamento

La pandemia non ferma l’Invalsi. Anche quest’anno, nonostante la didattica a distanza alle superiori e nelle classi seconde e terze della secondaria di primo grado nelle zone “rosse”, le prove si faranno. Parola della presidente Anna Maria Ajello e di Roberto Ricci, il “regista” dei famosi test. Il 23 novembre i due hanno presentato un progetto che offre alle scuole la possibilità di valutare le “perdite” dovute alla chiusura delle classi nella scorsa primavera. Nulla di obbligatorio, ma una proposta utile a maestri e professori per testare i ragazzi.

“Invalsi – ha spiegato la presidente – conducendo sistematiche prove censuarie, rivolte a tutti gli studenti dei gradi scolari in cui sono proposte, dispone di una mole enorme di dati, basti pensare al fatto che ogni anno sono coinvolti circa 500.00 studenti per ogni grado. Siamo quindi capaci di rilevare nelle prove gli errori più frequenti, quelli che evidentemente sottintendono difficoltà maggiori per gli studenti e che potremmo considerare dei veri e propri “ostacoli cognitivi”.

Invalsi ha deciso di presentare ai docenti il risultato dell’analisi delle scelte errate, mettendone in luce le ragioni riconducibili alle concezioni che le hanno prodotte, consentendo loro di utilizzare l’esito di questi studi e potersene valere nella didattica. Non solo. Sono stati prodotti dei video in cui docenti esperti, che collaborano alla stesura delle prove, illustrano l’analisi delle scelte errate e suggeriscono itinerari didattici per fronteggiarli. Ogni itinerario inoltre, ha a corredo due prove che possono essere utilizzate all’inizio e alla fine del percorso proposto in modo da disporre di dati che documentino gli esiti raggiunti. I video sono sul sito di InvalsiOpen: la loro presentazione sta avvenendo mediante appositi seminari.

“Il numero di partecipanti – sottolinea Ajello – è molto alto sino a 3300. Sono dati molto incoraggianti e doppiamente importanti perché rispondono evidentemente ad un bisogno professionale autentico dei docenti”. Sui test della prossima primavera, invece, la macchina dell’Invalsi si sta già mettendo in moto: “La nostra – dice la presidente – è una mission istituzionale. A meno che non arrivi la richiesta di sospensione delle prove da parte della ministra dell’Istruzione noi ci dobbiamo preparare per tempo. Consideriamo il fatto che nella scorsa primavera, in Olanda le prove sono state fatte e hanno consentito di mettere in campo le risorse necessarie per evitare perdite scolastiche”.

Chi tra i docenti sperava che anche quest’anno si sarebbe fatto a meno dei test Invalsi resterà deluso. All’Invalsi non spaventa certo il fatto di trovarsi in una situazione dove potrebbe prorogarsi la didattica a distanza: “A meno che le scuole non siano chiuse – specifica Ricci – non vedo ragione per non farle. Siamo pronti a farle in qualsiasi situazione anche perché non dobbiamo stampare nulla”. Il responsabile dell’area prove è particolarmente ottimista: “Le iscrizioni si sono aperte il 16 di novembre. Confrontando i dati degli anni scorsi il numero di partecipanti è più del doppio. Mai più di quest’anno abbiamo bisogno di informazioni evitando che emerga l’idea fuorviante che il riscontro di un risultato meno buono sia l’intenzione di cercare una colpa”.

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Docenti e personale Covid: si sblocca il pagamento degli stipendi dopo quasi due mesi di ritardo

I settantamila docenti e collaboratori scolastici del cosiddetto contingente Covid che da settembre non vedono un centesimo di euro finalmente il 25 novembre avranno lo stipendio. A confermare la notizia è il ministero dell’Istruzione che con una nota ufficiale firmata dal dirigente generale Jacopo Greco ha comunicato alle scuole di tutt’Italia che sarà fatta un’ “emissione speciale prevista in via straordinaria”.

Il caso era stato sollevato nei giorni scorsi dalle organizzazioni sindacali nel corso di un incontro al ministero e la ministra Lucia Azzolina ha chiesto di sbloccare la situazione. Il problema, infatti, era stato esclusivamente del ministero dell’Economia e delle finanze. Il ministero dell’Istruzione aveva infatti disposto l’assegnazione delle risorse sui Pos delle scuole, ma quest’ultime non le visualizzavano per un ritardo nella procedura informatica di acquisizione dei codici specifici utilizzati nel sistema di cooperazione applicativa con NoiPA. Un problema “tecnico” che ha lasciato senza stipendio migliaia di persone.

Da viale Trastevere è quindi partita una sollecitazione a NoiPa. “Il ministero ha inviato una nota alle scuole in cui sono illustrate le tempistiche necessarie per assicurare il pagamento delle spettanze al personale interessato”, ha confermato Cisl Scuola. “La procedura da seguire per l’autorizzazione al pagamento è quella normalmente prevista per le supplenze brevi. Le scuole avranno tempo fino alle 18 del 23 novembre (compresi sabato e domenica) per effettuare le necessarie operazioni di autorizzazione”. E anche dalla Cisl arrivano rassicurazioni sulla data di pagamento: “L’amministrazione ha comunicato che è prevista una emissione straordinaria di NoiPa e che i mandati di pagamento saranno emessi in data 25 novembre; nei giorni successivi (entro i primi giorni di dicembre) gli stipendi saranno accreditati. Un’eventuale ulteriore emissione straordinaria sarà prevista per recuperare eventuali ritardi, con emissione dei mandati ai primi di dicembre e accreditamento entro metà dicembre. Inoltre è in via di risoluzione anche la criticità relativa al pagamento delle supplenze brevi su organico Covid”.

Intanto giovedì scorso il sistema NoiPA ha comunicato sul proprio portale che, “a seguito dell’assegnazione delle risorse finanziarie dedicate alla copertura dei contratti stipulati, ci sarà un’emissione straordinaria il 25 novembre 2020, con la quale si provvederà a liquidare tutti i ratei contrattuali autorizzati dalle scuole entro, e non oltre, le ore 18 di lunedì 23 novembre, e per i quali sia stata verificata sul sistema della Ragioneria Generale dello Stato la corretta assegnazione delle risorse sui relativi capitoli di bilancio”. Un sospiro di sollievo per gli oltre settantamila maestri, professori, collaboratori scolastici e addetti alla segreteria che oltre ad avere un contratto a tempo determinato in questi mesi hanno faticato a pagare affitti e a sostenere la famiglia a causa della mancanza di stipendio.

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Scuola, Azzolina punta a riapertura graduale dal 9 dicembre. Maggioranza divisa: “Dipende dai contagi”. “Lavorare su test e trasporti”

“Se domani riaprissero le scuole, come si spera, su trasporti e test rapidi siamo pronti?”. A farsi questa domanda in queste ore sono in tanti all’interno della maggioranza di Governo. Il giorno dopo il vertice di Palazzo Chigi – durante il quale la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, a notte fonda, ha alzato la mano per dire: “Sento parlare di apertura di ristoranti, negozi, piste da sci ma la scuola?”– la maggioranza si mostra decisamente divisa.

A porsi lo spinoso interrogativo è il Partito Democratico, l’ex sottosegretario all’Istruzione di Italia Viva, Gabriele Toccafondi, ma anche qualche rappresentante del Movimento 5 Stelle che si è ritrovato a difendere la ministra con Luigi Di Maio. L’obiettivo dell’inquilina di viale Trastevere è chiaro: riaprire in maniera graduale le scuole superiori a partire dal 9 dicembre, primo giorno utile per tornare in aula dopo la scadenza del Dpcm del 3 novembre scorso. E sul termine “graduale”, in settimana, dati alla mano, si chiarirà il significato.

La titolare dell’Istruzione da settimane è al lavoro: ha scritto una lettera al ministro della Salute Roberto Speranza per sapere quando saranno a disposizione i tamponi rapidi nelle scuole e ha preso carta e penna per inviare una missiva anche al presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, sulla questione trasporti. Azzolina vuole andare fino in fondo su questi due temi. Ma proprio usando gli stessi argomenti (trasporti e salute), a mettere il bastone tra le ruote alla ministra è il Pd che accusa l’inquilina di viale Trastevere di non fare proposte concrete su come riavviare la scuola.

I Dem la buttano sul consueto “dobbiamo sentire la base” e la responsabile scuola del Pd, Camilla Sgambato, ieri impegnata in una call per quattro ore di fila, fa solo sapere che il partito “è impegnato con un ciclo di incontri di ascolto del Paese che comincerà con la scuola il 12 dicembre”. A far sentire la voce del Pd c’è l’ex ministra Valeria Fedeli: “Serve una scelta condivisa di sistema Paese per aprire e tenere aperte tutte le scuole di ogni ordine e grado anche con innovazioni del tempo scuola, orari, numero di insegnanti, didattica mista, trasporti. Serve un sistema Paese che sceglie come priorità vera l’apertura delle scuole dai nidi alle università”. Sulla stessa linea c’è la senatrice Vanna Iori che è anche pedagogista: “Tutto dipende dall’andamento dei contagi. Per quanto riguarda i trasporti non credo saremo pronti per ripartire a dicembre. Le scuole, tuttavia, devono avere la precedenza su tutto”. Tradotto: non siamo pronti per aprire il 9 dicembre. Tutto da rinviare.

A dar man forte alla ministra è sceso in campo il suo Movimento attraverso le parole del ministro Luigi Di Maio: “Strumentalizzare la scuola è da irresponsabili. Dico una cosa molto semplice, non si può trasformare la scuola in un campo di battaglia, bisogna agire con serietà. La ministra Lucia Azzolina ce la sta mettendo tutta per garantire il regolare svolgimento delle lezioni. Ed è premura di tutto il Movimento 5 Stelle far riaprire le scuole, in totale sicurezza e rispettando le norme anti-Covid, non appena ci saranno le condizioni. Bisogna permettere a tutti i nostri studenti di seguire le lezioni in presenza“. A difendere a spada tratta la ministra c’è anche Carla Ruocco: “Siamo tutti allineati con lei. Il Pd ha una posizione che mi meraviglia, mi aspetto uno scatto d’orgoglio. Spero che non ci sia alcuna spaccatura nella maggioranza. Se l’obiettivo è portare i ragazzi a scuola le modalità ci sono”.

Più prudente la posizione di Italia Viva. Se è vero, come racconta il Corriere della Sera, che l’unica a schierarsi con la ministra dell’Istruzione è stata Elena Bonetti, è altrettanto vero che in vista di un possibile rinvio a gennaio c’è chi fa il pompiere: “Noi dallo scorso mese di marzo – spiega Toccafondi – diciamo che la scuola non deve chiudere. Non siamo a favore di Lucia Azzolina ma dei ragazzi. Non si tratta di fare un referendum sulla ministra perché di errori ne sono stati fatti tanti visto che dopo tre mesi dall’inizio delle lezioni non ci sono ancora tutti i docenti”.

Intanto, alle lettere che la ministra ha inviato a Speranza e Bonaccini nessuno ha risposto e ad oggi di test rapidi nelle scuole si parla solo in Lazio e in Veneto. Sulla questione trasporti, invece, da viale Trastevere in questi giorni sono partite telefonate al governatore del Veneto, Luca Zaia, e persino al presidente del Piemonte, Alberto Cirio, con il quale quest’estate la ministra era scesa in guerra. Infine, al di là della politica, a dare una mano alla pentastellata c’è il Comitato tecnico scientifico che anche nella giornata di oggi è intervenuto attraverso il suo coordinatore Agostino Miozzo per dire che “le scuole devono riaprire perché non sono un luogo a rischio, ma un luogo di informazione e consapevolezza dei rischi”.

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I libri per spiegare il Covid ai bambini: guide galattiche, partite di calcio e il racconto di Ilaria Capua per capire senza spaventarsi

Il Covid 19 è entrato nella vita di ciascuno di noi, anche dei bambini. Perfino i più piccoli si sono ritrovati ad avere a che fare con la mascherina, con il distanziamento, con l’impossibilità di abbracciare i nonni. E come sempre i bambini si sono fatti delle domande. Come rispondere ai loro perché? A dare una mano agli insegnanti, alle mamme e ai papà ci hanno pensato alcune case editrici. Ecco una selezione dei libri usciti fino ad ora.

“Laila e il coronavirus” (di Nicole Vascotto, Scienzaexpress) Tutto è nato da un post su Facebook, creato quasi casualmente per spiegare il Coronavirus ai più piccini. Diventato virale in breve tempo, l’autrice ne ha tratto un libro che tocca tematiche sociali.

Laila ha quattro anni, forse cinque, è curiosa e sempre in movimento. Un giorno le capita di non andare alla scuola dell’infanzia e la mamma le spiega che è perché è arrivata una nuova malattia: il coronavirus. Laila non si fa prendere dalla paura e ci racconta che cos’è, come si propaga, quali sono le paure che genera in tutti noi e quali i rimedi per non infettarsi. Con poche e semplici frasi, il libro spiega cosa sia il virus, che comportamenti bisogna tenere e la pazienza che bisogna portare per far sì che tutto passi.

“Guida galattica al coronavirus” – È un libro realizzato grazie all’unione di forze di quattro musei per l’infanzia (Muba, Explora, Children’s Museum Verona e La città dei bambini e dei ragazzi). È una guida gratuita e scaricabile sul sito del Muba, per spiegare ai bambini e alle loro famiglie questo “microbo venuto da lontano” che sta cambiando le abitudini di tutti, ponendo l’accento sulla prevenzione, a partire dai piccoli gesti di ogni giorno.

La “Guida galattica” è un progetto che parte dall’Italia ma che raggiungerà l’Europa. Le illustrazioni riempiono l’intera pagina e, in maniera molto grafica e stilizzata, raccontano la nascita e la conformazione del coronavirus: la provenienza, i sintomi, la forma, la velocità di diffusione, le conseguenze, i comportamenti da seguire.

“La nostra partita” (di Marco Cattaneo, Rizzoli)Quella contro il corona è una partita strana: non l’avremmo mai voluta giocare e non sappiamo quanto durerà. L’avversario è forte e aggressivo, e per batterlo servono sacrifici, determinazione e coraggio. Ma dare un calcio al virus è possibile, basta combattere uniti e seguire le regole, proprio come una grande squadra. Finché non “torneremo ad abbracciarci, uno stadio intero, un pianeta intero”.

Un piccolo libro per raccontare ai bambini, attraverso la metafora del calcio, come tutti insieme possiamo sconfiggere il coronavirus. Con tanti giochi e attività per divertirsi restando a casa. Marco Cattaneo è un giornalista sportivo di SkySport e autore, insieme a Billy Costacurta, di una serie di libri per ragazzi dedicati al calcio, editi da Salani. Dello sport prende a prestito la metafora della squadra, del fare tutti insieme qualcosa per un bene più grande.

“Il dottor Li e il virus con in testa una corona” (di Francesca Cavallo, illustrazioni di Claudia Flandoli, Feltrinelli)“Che cos’è un virus, mamma?” Quando May viene a sapere che una nuova malattia si sta diffondendo in tutto il mondo, si mette a cercare più informazioni possibili. Scopre così che l’allarme sul coronavirus lo ha lanciato un medico cinese di nome Li Wenliang, una persona coraggiosissima. Impara anche che quando ci si sente tristi e soli c’è sempre qualcosa che si può fare. E che gli arcobaleni viaggiano molto, molto lontano! Un libro per affrontare la pandemia senza paura, che aiuterà i bambini a scoprire cosa possono fare per costruire una società e un futuro più giusti.

“Coronavirus, un libro per bambini” (AA.VV e illustrazioni di Alex Schaffler, El)“Coronavirus” è un albo illustrato rispettoso di tutte le parti in causa: della collettività, di chi lotta contro il virus, delle fasce più deboli della popolazione, del pubblico di bambini che ascolta. “Coronavirus” spiega cosa significhi la parola coronavirus, da dove viene, come si prende, cosa si può fare per contrastarlo. Lascia anche spazio alla paura che ogni giorno si fa largo nella solitudine. Anche questo libro si può scaricare in Rete.

“Non vedo l’ora di uscire” (di José Fragoso, Nubeocho)Un albo illustrato che viene dalla Spagna e si può scaricare gratuitamente in Rete. La storia è semplice, con parole adatte e immagini correlate spiega ai bambini cosa sta succedendo in Spagna ma anche nel resto del mondo. Un virus sta momentaneamente bloccando le attività di tutti, bambini e non solo. Cosa fare? Rispettare le regole per poter al più presto uscire ed andare a respirare l’odore della natura. Un messaggio di speranza di cui tutti abbiamo necessità.

“Ti conosco mascherina” (di Ilaria Capua, La Coccinella) – “Ti conosco mascherina” non è più solo un modo di dire divertente, ma ora è anche un libro scritto per Salani da Ilaria Capua, la scienziata che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi di emergenza sanitaria. La veterinaria che per oltre trent’anni ha diretto gruppi di ricerca nel campo delle malattie trasmissibili degli animali all’uomo e del loro potenziale epidemico in laboratori italiani ed esteri, ha pensato di scrivere un libro gioco per spiegare ai più piccoli che cos’è un virus e come affondarlo.

Una storia piena di fantasia, che racconta l’incontro immaginario di una bambina con un essere piccolissimo. Un libro colorato e vivace, con un cursore e tantissime finestrelle dai contenuti specifici, per capire senza spaventarsi, per conoscere e prevenire nuove emergenze future.

Protagonista della storia è proprio una curiosa bambina, Iaia, che come tutti i più piccoli si fa parecchie domande: “Anche il mio orsacchiotto si può ammalare? Come può davvero esistere se non la vedo? Come può esistere una cosa invisibile? Dove si sarà nascosto?”.

Le risposte a questi interrogativi arrivano proprio dal virus durante un sogno di Iaia: “Per spostarci da una persona all’altra noi virus viaggiamo soprattutto nelle goccioline piccoline che sono nell’aria che tutti respirano. Inspirando entra l’aria e con lei entrano le goccioline. Espirando esce l’aria e con lei le goccioline”.

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Aosta, 21 docenti su 27 rifiutano il tampone di fine quarantena: la scuola costretta a rinviare il ritorno in aula dopo l’isolamento

“Noi il tampone non lo facciamo”. Ad opporsi al test di verifica dopo il periodo di quarantena sono 21 maestri su 27 della scuola primaria San Francesco di Aosta. Una scelta che ha costretto la dirigente a chiudere l’istituto rinviando a casa genitori e bambini pronti a tornare in aula dopo dieci giorni di isolamento. Una vicenda che è arrivata fino alla Regione che presenterà un esposto alla magistratura per fare chiarezza su quanto accaduto.

“Il nostro – spiega l’assessore regionale all’istruzione Luciano Caveri – non è un j’accuse contro i docenti ma chiediamo di appurare la questione anche dal punto di vista amministrativo. La scuola è un servizio pubblico essenziale e stiamo facendo tutto il possibile per tenere aperte l’infanzia, la primaria e la prima media come previsto dal Dpcm del 3 novembre scorso. In questo momento così difficile serve la collaborazione di tutti”.

Caveri ha saputo del caos alla scuola San Francesco sabato mattina: “Mi hanno immediatamente telefonato tantissimi genitori che conosco. Sono proprio loro a chiederci un intervento”. Una vicenda che apre un caso nazionale. Gli oltre 240 bambini della scuola sono stati convocati venerdì mattina per andare nel pomeriggio a fare il tampone di fine quarantena. Una prassi che era prevista anche per gli insegnanti che pur non avendo l’obbligo, avevano la facoltà di andare gratuitamente a fare l’esame al drive-through.

A disertare l’appuntamento sono stati in 21: un numero che non ha permesso agli uffici della scuola di far tornare in aula le classi seconde, terze e quinte. Non solo. A detta della dirigente scolastica Rosolina Meloro i docenti avrebbero comunicato la loro assenza solo la sera prima mettendo in difficoltà la scuola che non poteva certo trovare i supplenti in così poco tempo. “Per le questioni di privacy – ha dichiarato la preside a La Stampa – se un docente decide di non fare il tampone di verifica al decimo giorno della quarantena per poter rientrare in classe, l’amministrazione scolastica non è tenuta a saperlo. Quindi se non ce lo comunica, noi restiamo scoperti senza poterci organizzare prima con le conseguenze che si riversano sulle famiglie”.

A schierarsi con i docenti, intanto, sono scese in campo le organizzazioni sindacali che hanno inviato una nota su quanto successo ricordando la non obbligatorietà del tampone per i docenti e puntando il dito contro la dirigente “colpevole” di non aver nominato i supplenti. Intanto la Regione in queste ore ha avviato uno screening volontario di massa per gli oltre duemila maestri e professori che stanno andando a fare lezione in presenza: “A settembre – spiega l’assessore Caveri – la partecipazione è stata del 64%. Ora si tratta di eseguire un tampone rapido presso il drive-through. Mi auguro che vi sia un senso di responsabilità da parte dei docenti in un momento difficile che la Valle d’Aosta sta attraversando”.

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Mascherine nelle scuole, si cambia. Dopo le lamentele di genitori e insegnanti torna quella “con elastico”, più comoda per i bambini

Addio alle mascherine bianche coi legacci da fissare dietro la testa. Nel giro di poco tempo torneranno sui bachi di scuola i classici dispositivi di protezione individuale con gli elastici da mettere attorno alle orecchie. A deciderlo è il Commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri. Dopo le numerose segnalazioni e lamentele sui social network da parte di genitori e insegnanti e a seguito delle segnalazioni giunte agli uffici di Arcuri, si è deciso di fare un passo indietro: tornano le mascherine inviate nelle prime settimane di scuola.

Ancora non è ben chiaro quando i fornitori saranno in grado di iniziare la distribuzione di questa nuova commessa ma è una sicurezza che le mascherine bianche definite in maniera ironica “mutanda” da molti genitori e allievi, spariranno. Stiamo parlando di un modello tutto made in Italy studiato con l’Università di Bologna: “Non è piaciuto – spiegano dallo staff del Commissario – e quindi, adesso, abbiamo riprodotto quelle classiche”. A produrre sia la prima che la seconda tipologia di mascherine sono alcune delle oltre 120 aziende che si possono rintracciare sul sito www.invitalia.it insieme a Fca, Luxottica e altre società che mettono a disposizione operai e spazi degli stabilimenti che ospitano macchinari di proprietà della struttura commissariale. Dal canto suo il ministero dell’Istruzione fa sapere di essere costantemente in contatto sia con le scuole che con il Commissario Arcuri per la risoluzione di ogni problema. “Con riferimento alle mascherine – spiegano fonti vicine alla ministra Lucia Azzolina – il Commissario sta intervenendo e interverrà come da lui stesso confermato alla vostra testata, sulla base delle segnalazioni delle scuole”.

Una vittoria per i tanti genitori e insegnanti che in quest’ultime settimane hanno protestato per avere dei dispositivi di protezione individuale diversi. Molte mamme e papà, infatti, piuttosto di sentire le lamentele dei figli hanno preferito andare in farmacia a comprare il classico dispositivo di protezione individuale. Altri hanno escogitato una modifica alla cucitura dei legacci facendo in modo che si portassero sulle orecchie anziché dietro la testa. Ad accorgersi di questo problema sono stati soprattutto gli insegnanti che hanno il compito di distribuire ogni mattina i pacchi di mascherine che arrivano dal Commissario: in molti casi si sono trovati di fronte a bambini che già l’avevano indosso portando quella chirurgica o quella di comunità che va igienizzata ogni giorno. Persino la Garante dell’Infanzia della Regione Toscana nei giorni scorsi aveva scritto una lettera alle istituzioni per sensibilizzarle in merito al problema sollevato da molti genitori. Anche la struttura del Commissario ha ricevuto diverse lettere con delle lamentele e fa sapere di aver risposto a tutti.

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