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Bonus maggio agli autonomi: soldi solo a chi ha guadagnato il 33% in meno dell’anno scorso. “Un paradosso, chi era già in crisi nel 2019 non prende nulla, come chi ha incassato tardi per lavori di quel periodo”

Decreto Rilancio, “noi autonomi esclusi dal bonus di maggio anche se durante il lockdown non abbiamo fatturato nulla. E ora con l’indennità di marzo e aprile dovremo pagare le tasse”

“Sono ferma da metà febbraio, ma a marzo ho ricevuto due pagamenti per lavori fatti nel 2019. Quindi per me niente indennità, anche se nel frattempo per vivere avevo chiesto un finanziamento che sto ripagando“. La storia di Emiliana Alessandrucci somiglia a quelle di molti altri lavoratori autonomi. Nel decreto Rilancio c’è un paletto che in tanti casi impedisce a chi già prima della pandemia faticava ad arrivare a fine mese di chiedere il bonus da 1000 euro (contro i 600 di marzo e aprile) previsto per maggio. Mentre potrebbe averne diritto un libero professionista che negli ultimi anni abbia sempre guadagnato cifre molto consistenti. Un paradosso visto che sulla carta l’obiettivo era esattamente opposto: concentrare le risorse su chi è stato più danneggiato dal lockdown.

Il problema nasce dall’articolo 84 del decreto, che modifica i requisiti per accedere al bonus. I liberi professionisti iscritti alla gestione separata Inps e i collaboratori coordinati e continuativi che avevano ricevuto i 600 euro a marzo hanno diritto a prenderli automaticamente anche per aprile. Ma per maggio cambia tutto: la cifra sale a mille euro, però “i soldi spettano solo a chi può dimostrare di aver subìto nel secondo bimestre 2020 una riduzione di almeno il 33% del reddito (calcolato come differenza tra ricavi e spese sostenute) rispetto al secondo bimestre 2019″, spiega Gilberto Gelosa, consigliere nazionale dell’Ordine dei commercialisti.

“Il criterio del ricavo mensile per noi freelance non ha senso” – “Quella norma può andar bene per i commercianti, ma applicata ai lavoratori indipendenti non ha senso“, commenta con ilfattoquotidiano.it Anna Soru, presidente dell’associazione di freelance Acta, che chiede al governo di intervenire durante il passaggio parlamentare del decreto. “Come è noto una fattura può essere pagata a 30 o 90 giorni, quindi può essere che per un lavoro fatto a marzo o aprile i soldi arrivino a ottobre. E allo stesso modo ci sono persone che nel marzo o aprile 2020 hanno ricevuto i pagamenti per progetti finiti l’anno scorso“.

“Esclusa perché a marzo e aprile ho incassato per lavori fatti nel 2019” – Proprio quello che è successo a Emiliana Alessandrucci, consulente di organizzazione del lavoro che è anche presidente del Coordinamento libere associazioni professionali (Colap) a cui aderiscono 200 associazioni con 300mila professionisti iscritti: “Non rientro nei requisiti solo perché ho incassato dei soldi che avrei dovuto prendere nel 2019. Ma durante il lockdown non ho fatturato nulla…”. Intanto ha dovuto accendere un prestito e ci sono le rate da pagare.

Paragoni sbagliati e calcoli complessi – Il requisito che applica agli autonomi in uno schema adatto a chi ha uno stipendio fisso comporta anche altri problemi: per esempio non riconosce il contributo a chi nel marzo e aprile 2019 non abbia ricevuto alcun pagamento: anche se nel secondo bimestre 2020 ha guadagnato pochissimo, la variazione risulterà comunque positiva. A meno che non abbia sostenuto costi importanti, perché – ulteriore grado di complicazione – il confronto va fatto tra “redditi” calcolati sottraendo dagli incassi le spese legate all’attività.

“Ora sono ferma. Con i bonus di marzo e aprile pagherò le tasse” – In più non hanno diritto ai 1000 euro tanti lavoratori per i quali nei prossimi mesi la situazione sarà ancora peggiore. “Io a marzo e aprile non ho avuto un calo perché ho lavorato in base ad accordi precedenti”, racconta Maria Angela Silleni, freelance nel settore dell’editoria libraria. “Ma adesso, finiti quegli incarichi, le nuove uscite sono state bloccate e bisognerà aspettare che il mercato riparta”. Intanto “le scadenze fiscali di giugno non sono state prorogate, per cui i due bonus di 600 euro presi per marzo e aprile se ne andranno per pagare Irpef e saldo Inps“. Mentre Giulio, operatore shiatsu a partita Iva, non ha fatturato nulla a maggio “e a giugno andrà allo stesso modo perché i corsi sono ancora sospesi. In estate come sempre saranno fermi. Se ne parla in autunno…”.

“Da luglio perdo il lavoro. Ma per me niente ammortizzatori” – Peggio andrà per Andrea, che collaborava a partita Iva con uno studio di commercialisti: “Con la riduzione del lavoro hanno deciso di tenere gli assunti e lasciare a casa noi. In aprile ci hanno dato un preavviso di due mesi. Quindi fino a fine giugno fatturerò, da luglio più nulla. Lavoro solo per loro, quindi è come perdere il posto. Ma io, oltre a non prendere i 1000 euro, non avrò diritto a cassa integrazione o altri ammortizzatori”.

“Via quel paletto, garantire aiuto a tutti”. Puglisi: “Ci sono margini” – Visto che la procedura per fare richiesta non è ancora disponibile e l’iter parlamentare del decreto è iniziato da poco, c’è ancora tempo per modificare la norma. Ma come? “Chiediamo al governo di garantire l’aiuto a tutti e prevedere un controllo a consuntivo“, dice Soru. “A fine anno chi non ha avuto un calo di reddito restituirà la somma”. L’altra richiesta è il rinvio a gennaio 2021 delle scadenze Irpef e Inps di fine giugno. Secondo il Colap invece la necessità di dimostrare la perdita va eliminata tout court per tutti i professionisti non iscritti agli ordini. Come è già previsto per gli stagionali del turismo e degli stabilimenti termali e i lavoratori somministrati rimasti senza lavoro, che hanno diritto ai 1.000 euro senza “prova dei mezzi” a patto che non abbiano nel frattempo trovato un altro lavoro dipendente e non abbiano pensioneNaspi.

“Ci sono margini di intervento in Parlamento”, apre la sottosegretaria al Lavoro Francesca Puglisi. “Dobbiamo trovare il modo per modificare la norma, magari sostituendo quel criterio con un limite reddituale. In modo da evitare casi come quelli accaduti nei mesi precedenti, quando persone con redditi altissimi hanno chiesto i 600 euro”.

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Decreto Rilancio, la protesta dei professionisti esclusi dagli aiuti a fondo perduto. “Non siamo dei privilegiati, servono tutele anche per noi”

Per il 4 giugno hanno annunciato una protesta virtuale sui social. I professionisti iscritti agli ordini, dagli avvocati agli architetti passando per dentisti, psicologi e geometri, sono sul piede di guerra da quando hanno letto la versione finale del decreto Rilancio pubblicata in Gazzetta ufficiale. Che li esclude dalla possibilità di chiedere il contributo a fondo perduto previsto per le imprese e gli altri professionisti che ad aprile abbiano avuto un calo del fatturato di oltre un terzo rispetto allo stesso mese del 2019. La sottosegretaria al Lavoro Francesca Puglisi aveva auspicato una modifica in sede di conversione del testo, ma il ministro Roberto Gualtieri ha rivendicato la scelta e non sembra propenso a cambiare rotta.

Per gli oltre 2 milioni di professionisti iscritti a uno dei 23 ordini professionali resta confermata la possibilità di chiedere un‘indennità di 600 euro alla cassa di previdenza di categoria, che spetta però solo se nel 2018 hanno avuto un reddito inferiore ai 50mila euro. Al contrario non avranno accesso agli aiuti previsti per imprese e partite Iva – per esempio i commercianti – danneggiate dal coronavirus e dalle misure di contenimento. A loro il decreto garantisce un contributo calcolato come percentuale della differenza tra il fatturato di aprile 2019 e quello di aprile 2020. Chi nel 2019 ha avuto ricavi sotto i 400mila euro ha diritto per esempio al 20% della differenza, e in ogni caso non possono essere riconosciuti meno di 1000 euro.

I presidenti dei Consigli nazionali dei consulenti del lavoro e dei commercialisti, Marina Calderone e Massimo Miani, ritengono che l’esclusione da quei contributi sia una “inaccettabile discriminazione” considerato che quelle degli studi professionali sono state ritenute attività essenziali e in quanto tali sono spesso rimaste aperte, affrontando i costi connessi a sanificazione e dispositivi di protezione personale. Chi invece ha preferito chiudere, come molti studi dentistici, ora sta ripartendo lentamente dopo essere adeguato alle nuove linee guida per la prevenzione del contagio.

Il titolare del Tesoro ha spiegato la decisione motivandola con il fatto che l’aiuto a fondo perduto non spetta “perché sono persone fisiche“, mentre commercianti e artigiani vi possono accedere in quanto “attività economiche”. I professionisti non ci stanno e per il 4 giugno dalle 10:30, in occasione degli Stati Generali delle Professioni italiane, hanno organizzato una manifestazione di protesta e proposta virtuale. I 2,3 milioni di iscritti agli ordini condivideranno sui social il link del canale Youtube su cui sarà trasmessa la diretta streaming, durante la quale rivendicheranno “il rispetto del principio di equiparazione tra attività di impresa e libero professionale già sancito a livello europeo e nazionale”.

L’Osservatorio del Consiglio e della Fondazione Nazionale dei Commercialisti, in vista degli Stati generali, ha diffuso uno studio in base al quale dalla crisi del 2008 ad oggi i liberi professionisti hanno perso in media oltre 13mila euro di reddito annuo a fronte di una media nazionale di 2.384 euro. L’offerta di servizi professionali è cresciuta molto più della domanda, con il risultato che il valore aggiunto per occupato è calato di più del 20% contro una media di -3,8%. Secondo Miani “gli ordini professionali sono da tempo in crisi e non è più possibile che dalla politica vengano trattati come delle corporazioni e che i singoli professionisti siano ancora percepiti come dei privilegiati, secondo una visione ormai del tutto obsoleta. L’esclusione dall’accesso al credito a fondo perduto è solo l’ultima dimostrazione di una disattenzione nei confronti di questo pezzo tanto significativo del mondo del lavoro”.

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Coronavirus, le lavoratrici delle mense: “L’ultimo stipendio a marzo e da allora le più fortunate hanno preso 300 euro. Per l’estate non abbiamo nulla da parte. E a settembre non sappiamo cosa ci aspetta”

“L’ultimo stipendio lo abbiamo preso a marzo e ad aprile ci ha dato solo l’80% della quattordicesima, poco più di 200 euro. Anche alle colleghe monoreddito con tre bambini. E per i mesi di marzo e aprile il Fondo di integrazione salariale non era nemmeno cumulabile con gli assegni familiari, che aiutavano ad arrotondare lo stipendio”. Maria Luisa Rosolia lavora per Solidarietà e lavoro, una delle aziende a cui la società comunale Milano Ristorazione affida i servizi di mensa e pulizie per le 400 scuole della città. Lei e le colleghe giovedì mattina hanno protestato sotto la sede di Regione Lombardia, mentre lo stesso facevano decine di lavoratori e lavoratrici a Roma. Avevano bandiere e cartelli con l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa“. In tempi normali guadagnano in media 500 euro al mese e il loro contratto prevede 9 mesi di lavoro e tre di “sospensione”. Tradotto: durante l’estate non si prende nulla e “non ci vengono riconosciuti nemmeno i contributi figurativi per andare in pensione a un’età decente”, aggiunge Eugenia Galli.

Le 5mila lavoratrici degli appalti scolastici di Milano e provincia sono ferme da fine febbraio e da allora solo una parte ha ricevuto l’anticipo del Fis dall’azienda in attesa che arrivassero i soldi dall’Inps: “La Multiservice, Servizi Integrati e BeB hanno anticipato il dovuto. Solidarietà e lavoro no”. Così, dopo quei primi 200 euro, più nulla fino a metà maggio quando è finalmente arrivata la prima tranche dell’ammortizzatore che spetta a chi è non è coperto dalla cassa integrazione. “Parliamo del 60% della paga base, tassata al 23%. Nel mio caso 300 euro, ma sono fortunata perché lavoro 17,5 ore a settimana: c’è chi ne fa meno”. Tante persone sono in difficoltà estrema e i sindacati, spiega Roberta Griffini della Filcams Lombardia, si stanno attivando “per far fare richiesta di reddito di emergenza, anche se si tratta di persone che lavorano e hanno diritto agli ammortizzatori”.

Ora la prospettiva è di continuare a percepire il Fis fino a giugno, visto che il decreto Rilancio ha prolungato gli ammortizzatori di cinque settimane da fruire entro fine agosto. “Poi parte la sospensione estiva non retribuita“, spiega Rosolia. “Che poi sono più di tre perché il primo stipendio intero lo prendiamo di solito a novembre. E in questa situazione di emergenza nessuna è riuscita a mettere soldi da parte per affrontare i tre mesi senza stipendio”. Le prospettive per settembre peraltro non sono migliori: “Non sappiamo se si rientra al lavoro o se la necessità di distanziamento impedirà la riapertura delle mense”. Anche Assunta De Chiara è preoccupata per la ripresa: “Io lavoro per Sodexo che da fine aprile ha anticipato il Fis: 320 euro. Ma a breve iniziano i tre mesi di sospensione e a settembre non sappiamo cosa ci aspetta”.

Il grande timore dei sindacati lo esplicita Roberta Griffini: “A settembre, finito il blocco, il rischio è che partano procedure di licenziamento collettivo“. “Si discute molto, giustamente, di ripresa della scuola in termini di didattica, perché il diritto allo studio è fondamentale”, commenta Marco Beretta, segretario generale della Filcams Cgil Milano. “Ma lo è anche il diritto al pasto”. E affrontare la situazione di lavoratrici che “con il Fis ricevono l’80% di uno stipendio che in media è di 500 euro per nove mesi all’anno. Se quei soldi non arrivano si crea un dramma sociale”. Il problema per Beretta “è che gli appalti sono considerati l‘ultima ruota del carro, non se ne parla. Ma per far funzionare un ospedale, per esempio, non servono solo medici e infermieri, servono anche gli addetti alle pulizie e alle mense. E il problema riguarda anche i lavoratori delle mense private”.

Per esempio Linda, che lavora per il gruppo che ha in appalto la mensa aziendale della Mondadori di Segrate chiusa causa Covid, racconta che solo due giorni fa ha ricevuto dall’Inps la cassa integrazione in deroga: al netto delle ritenute sono poco più di 70 euro.

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Coronavirus, il punto sugli aiuti dopo tre mesi di emergenza – Cassa chiesta per 8 milioni di dipendenti: uno su 4 ancora aspetta. Autonomi, 800mila in stand by per il bonus

A tre mesi dall’inizio dell’emergenza Covid, un lavoratore su quattro tra quelli per cui è stata chiesta la cassa integrazione o un altro ammortizzatore non ha ancora ricevuto un euro. Un passo avanti, certo, rispetto alla situazione di fine aprile quando più di metà dei potenziali beneficiari era in attesa di un aiuto. Ma intanto è passato altro tempo e 1,8 milioni di persone – soprattutto dipendenti di piccole aziende e lavoratori già “deboli” come quelli degli appalti dei servizi mensa e delle pulizie – restano senza reddito. Mentre più di 800mila autonomi non hanno avuto risposte sul bonus di 600 euro. Una situazione che “può generare tensioni sociali che il Paese non può permettersi”, hanno avvertito i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil Tania Scacchetti, Luigi Sbarra e Ivana Veronese in una lettera alla ministra Nunzia Catalfo e al presidente Inps Pasquale Tridico. Che nel frattempo deve far fronte anche alle domande per il reddito di emergenza e per il bonus baby sitter potenziato e prepararsi a gestire la cassa in deroga finora in mano alle Regioni. A breve, poi, verrà al pettine un altro nodo doloroso: a metà giugno molte imprese avranno finito le prime nove settimane di ammortizzatori per Covid e non potranno chiederne altre fino a settembre.

Per 4,1 milioni cassa anticipata dall’azienda. Da Inps 2 milioni di pagamenti – Dai dati Inps aggiornati al 25 maggio risulta che 1,1 milioni di imprese hanno chiesto sostegno per 7.946.992 lavoratori. Tra loro, 4,1 milioni hanno ricevuto l’ammortizzatore attraverso un anticipo versato dal datore di lavoro che riceverà poi il conguaglio dall’Inps. Mentre l’istituto ha pagato direttamente solo 2 milioni di assegni. L‘anticipo bancario è risultato così complicato da chiedere che ne ha usufruito una decina di lavoratori su 100. Restano scoperte, appunto, 1,8 milioni di persone, anche se l’istituto conteggia ufficialmente tra i “beneficiari da pagare” solo i 778mila per i quali sono state inviate e non sono ancora state evase le richieste di pagamento diretto. Se il lockdown ha colpito le attività delle loro aziende allo stesso modo o quasi, gli ammortizzatori non sono arrivati per tutti di pari passo.

Cassa in deroga solo a metà dei lavoratori – “La cig ordinaria con causale Covid”, per la quale sono state fatte circa 4 milioni di domande, “più o meno è arrivata a destinazione”, spiega a ilfattoquotidiano.it Veronese della Uil. “Al contrario sulla cassa in deroga”, chiesta per 1,38 milioni di lavoratori, “a causa del “tappo” delle Regioni, è arrivata poco”. Sono 674mila i beneficiari pagati: la metà di quanti avrebbero diritto a quei soldi. Infine c’è l’assegno ordinario del Fondo di integrazione salariale (Fis) che copre per esempio i settori commercio, servizi e turismo: chiesto per 2,5 milioni di addetti, è stato versato dall’Inps solo a 409mila persone. Non ci sono dati ufficiali su quante aziende lo abbiano anticipato, ma le proteste di lavoratori di ristorazione, alberghi, mense e scuole da Milano a Roma dimostrano che sono tanti a non aver visto un soldo.

“In attesa quelli che già prima erano più deboli. Serviva riforma degli ammortizzatori” – Chi ancora aspetta, insomma, “sono spesso persone con redditi bassi come le lavoratrici delle mense, o con attività discontinue come le guide turistiche“, commenta la segretaria Uil. “O lavoratori che fuori dall’emergenza non hanno nemmeno diritto ad ammortizzatori in costanza di rapporti. Non ci si può ricordare di alcuni settori solo quando scoppia una crisi come questa. Già lo scorso dicembre avevamo fatto presente alla ministra Catalfo che urgeva una riforma perché troppi restavano scoperti”. Ora, con il decreto Rilancio, “si è modificato il meccanismo della cassa in deroga trasferendo le competenze all’Inps, che dovrebbe anche anticiparne il 40% ai beneficiari. Ma varrà a partire da giugno”. E il meccanismo non è per nulla snello: occorre presentare una domanda a metà mese per l’anticipo e una per il consuntivo con il dettaglio delle ore di cassa effettivamente usate. Se l’anticipo risulta superiore al dovuto, i soldi andranno restituiti.

Il buco di giugno: “I piccoli resteranno senza rete” – Ma proprio a giugno si aprirà un’altra falla in cui rischiano di finire i lavoratori le cui aziende il mese prossimo avranno finito le nove settimane di ammortizzatori per Covid. “Le cinque settimane aggiuntive previste dal decreto Rilancio vanno fruite entro il 31 agosto”, ricorda Vincenzo Silvestri,consigliere nazionale dell’ordine dei Consulenti del lavoro. “Chi ha iniziato la cassa a marzo le finirà entro metà giugno e a quel punto per averne altre quattro dovrà attendere settembre. Nel frattempo fino al 17 agosto c’è il divieto di licenziare. Le aziende come faranno? Quelle ancora ferme dovranno sospenderli o cercare di ottenere ammortizzatori ordinari, che però hanno requisiti più rigidi e non sono accessibili a tutti: i “piccoli” che ora hanno la cig in deroga resteranno senza rete. In attesa che l’Inps calcoli l’effettivo tiraggio della cassa, con la speranza che avanzi qualcosa”. L’altra speranza è che arrivi qualcosa dal fondo europeo Sure che potrebbe essere operativo da luglio. Ma è tardi secondo Antonino Alessi, presidente dei Consulenti del lavoro di Palermo, che avverte: “Se in fase di conversione in legge del Dl Rilancio non sarà inserito un ulteriore periodo di tre mesi di cassa integrazione in deroga, o comunque uno strumento di protezione sociale ed imprenditoriale, in Sicilia decine di migliaia di lavoratori quest’estate non avranno accesso ad alcuna forma di reddito”.

I 600 euro: oltre 800mila domande in attesa – Quanto ad autonomi, cococo e professionisti, l’Inps ha versato l’indennità di 600 euro prevista dal decreto Cura Italia e prorogata dal decreto Rilancio a poco meno di quattro milioni di persone a fronte di 4,8 milioni di domande pervenute. Sono quindi oltre 800mila quelle ancora in istruttoria, che come anticipato dal presidente Pasquale Tridico “per la maggior parte saranno rifiutate”. In 250mila casi il problema è stato l’Iban non corrispondente ai dati del richiedente – l’istituto non esclude tentativi di frode – e altre 500mila persone non avevano i requisiti. Tra loro però ci sono anche molti stagionali le cui domande “sono state respinte per problemi di codifica delle pratiche”, rivela Silvestri. “In pratica all’istituto il loro codice risultava non corrispondente a quello del lavoro stagionale. Ora ci hanno assicurato che rivedranno le richieste in automatico…”. Ma c’è anche chi ha ricevuto il bonus e potrebbe doverlo restituire, anche se l’Inps su questo non ha voluto fornire dati.

Bonus baby sitter a 1.200 euro: richieste bloccate fino a lunedì – Nemmeno sul fronte degli aiuti ai genitori che lavorano tutto è filato liscio. Sono stati erogati 269.328 congedi straordinari, pochissimi se confrontati con gli 1,7 milioni di beneficiari stimati dalla Relazione tecnica del cura Italia. Forse perché sono pagati al 50% e per ottenerli occorre che non ci sia un altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito. Le domande di bonus baby sitting da 600 euro – alternativo al congedo – invece sono state 191mila, di cui 154mila in corso di fruizione, in linea con le previsioni. Ma ora gli intoppi informatici e burocratici dell’Inps stanno complicando le cose. Nonostante il decreto Rilancio sia in Gazzetta ufficiale dal 19 maggio, fino a lunedì 1 giugno non sarà possibile fare domanda per i due nuovi bonus per servizi di baby sitting e iscrizione ai centri estivi e servizi integrativi per l’infanzia, raddoppiati a 1.200 euro. “L’Inps ha assicurato che sono in fase di adeguamento le procedure informatiche per consentire entro la prima settimana di giugno la presentazione della domanda”, ha detto la ministra per la Famiglia Elena Bonetti durante il Question Time alla Camera.

Intanto, l’istituto deve anche far fronte a 100mila domande di reddito di emergenza e 44mila per l’indennità di 500 euro riservata ai lavoratori domestici.

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Dl Liquidità, l’appello di Libera e GiustaItalia: “No a prestiti garantiti dallo Stato ai condannati per corruzione e altri gravi reati”

“Maglie troppo larghe sui meccanismi di controllo” per i prestiti garantiti dallo Stato. Con il rischio concreto di “fare un regalo a mafie e corruzione“, come hanno paventato nelle scorse settimane il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho e i capi delle Procure di Milano e Napoli Francesco Greco e Giovanni Melillo. A lanciare un nuovo allarme, nel giorno in cui arriva in aula alla Camera il testo del decreto Liquidità approvato dalle Commissioni Finanze e Attività produttive, sono Libera di Don Ciotti e gli altri promotori del Patto GiustaItalia, tra cui Avviso Pubblico, Legambiente, Arci, Rete dei Numeri Pari, Gruppo Abele, Cgil, Cisl, Uil e Centro Studi Pio La Torre.

Le associazioni, dopo aver presentato il 30 aprile diciotto proposte per la ripartenza – il patto GiustaItalia appunto – che spaziano dai diritti sociali agli appalti, avevano promosso alcuni emendamenti al decreto che sono stati accantonati durante l’iter in commissione. Ora fanno appello a governo e Parlamento perché approvino due modifiche al testo dell’articolo 1 bis riformulato dal governo, che regola il meccanismo dell’autocertificazione per la richiesta di prestito garantito da Sace. Autocertificazione in cui all’imprenditore viene chiesto di dichiarare di essere in regola con la normativa antimafia – su questo i controlli sono affidati a Sace che si doterà di una piattaforma di comunicazione automatica con la banca dati nazionale antimafia – e di non aver ricevuto condanne definitive per reati fiscali negli ultimi cinque anni. Nulla si dice però riguardo a tutte le altre tipologie di reati.

“Fate presto”, si legge nel comunicato. “Siete ancora in tempo per evitare lo scandalo di finanziamenti garantiti dallo Stato alle imprese responsabili di gravi delitti come la corruzione o i reati ambientali. Non è accettabile che di fronte alla necessità di destinare le risorse pubbliche alle situazioni di grave emergenza sociale ed economica che sta vivendo il nostro Paese non venga fatto il massimo per garantire, allo stesso tempo, maggiore celerità nella loro destinazione ed esclusione dai benefici di chi ha accumulato profitti in questi anni, a discapito delle imprese sane e oneste, rendendosi responsabile di gravi reati”.

La prima proposta di modifica punta ad impedire che a beneficiare del decreto siano anche gli imprenditori colpevoli, secondo sentenze di condanna di primo grado, di gravi reati: da quelli di mafia alla corruzione, dai reati fiscali ai delitti contro l’ambiente, nessuno escluso.

La seconda proposta prevede che siano introdotti meccanismi di tracciabilità più stringenti del solo conto corrente dedicato su cui trasferire il prestito – che è previsto dall’emendamento riformulato. “La norma attuale è di dubbia efficacia dissuasiva”, fanno notare dal gruppo di lavoro di Giustaitalia che nelle scorse settimane ha incontrato il governo sui temi del decreto Rilancio “senza ottenere ascolto su nulla”. “Infatti non prevede per il titolare dell’impresa richiedente alcun obbligo specifico se non quello di “essere consapevole” del fatto che i finanziamenti garantiti dallo Stato saranno erogati su un determinato conto. Nulla dice, impone o sanziona con riferimento a quello che dovrebbe essere il vero obbligo ed impegno dell’impresa, cioè l’obbligo di un corretto impiego del finanziamento e secondo i termini previsti dal decreto”. Di conseguenza “apparirà difficile imputare le responsabilità penali per falsità dell’atto richiamate dall’art. 76 del DPR 445 del 2000 nei confronti di un soggetto che utilizzi in modo scorretto il conto corrente dedicato”.

Non solo: “Anche la disposizione che subordina l’operatività “in uscita” del conto all’inserimento di una specifica causale nei bonifici è una norma di dubbia efficacia, in quanto sprovvista di sanzione nei confronti della banca qualora consenta la movimentazione del conto a fronte di una richiesta di prelevamento o di un ordine di bonifico verso terzi sprovvisto della casuale o con recante una casuale difforme”.

Per quanto riguarda l’accesso da parte della società pubblica Sace alla banca dati antimafia, fanno sapere i promotori, “la Sace dovrebbe essere inserita fra i soggetti obbligati, come banche commercialisti e notai, a denunciare alle autorità giudiziarie le imprese sospette. Anche questa mancanza è incomprensibile“.

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Recovery fund, l’economista: “Per rassicurare i “frugali” i soldi siano gestiti dalla Commissione. La strada più ambiziosa? Titoli europei perpetui per raccogliere 1.500 miliardi”

Difficile che la proposta per un Recovery fund attesa mercoledì prossimo dalla Commissione europea superi per ambizione e “generosità” i 500 miliardi di euro da distribuire sotto forma di sovvenzioni previsti dal documento congiunto di Francia e Germania. Una cosa però sembra decisa: i fondi saranno spesi non a discrezione dei governi nazionali ma per finanziare programmi europei nei diversi Paesi, consentendo così un controllo da parte delle istituzioni comunitarie. È la previsione di Francesco Saraceno, docente a Sciences Po (Parigi) dove è vicedirettore del centro di ricerca sulle congiunture economiche Ofce. “Il confronto fatto in questi giorni tra quei 500 miliardi e gli ipotetici 1.500 del fondo che proporrà la presidente Ursula von der Leyen è ingeneroso”, spiega, “perché stando alle anticipazioni quello della Commissione sarà una sorta di nuovo piano Juncker con pochi soldi freschi e un grande effetto leva”. Dal canto suo l’economista, in un paper firmato con Andrea Boitani e Roberto Tamborini, delinea una terza via simile a quella ipotizzata dalla Spagna: un fondo per la ripresa da 1.500 miliardi raccolti totalmente con l’emissione di titoli perpetui e spesi in base a un programma definito e controllato dalla Commissione.

“La proposta franco-tedesca, per quanto ancora da definire nel dettaglio, prevede che la Commissione raccolga i 500 miliardi sul mercato favorita dal suo ottimo rating e con la garanzia del prossimo bilancio europeo pluriennale che andrebbe quindi potenziato“, sintetizza Saraceno. “I trasferimenti ai singoli Paesi sarebbero poi decisi sulla base dell’impatto della pandemia e veicolati, a quanto si capisce, attraverso programmi europei. C’è una grande innovazione perché la Germania per la prima volta apre alla mutualizzazione e accetta che vengano distribuiti soldi a fondo perduto e sulla base della necessità, non dei conferimenti”. Cosa che comporterà un sicuro svantaggio per grandissimi contributori al bilancio Ue come Berlino, mentre “chi vince sono i Paesi più poveri e più danneggiati dal Covid come la Spagna e chi sta a metà come l’Italia probabilmente non vedrà trasferimenti significativi se paragonati ai contributi che versiamo alla Ue”.

Al contrario, continua l’economista, “la Commissione a quanto ho visto si sta orientando su un piano Juncker bis. Stando a un documento preparatorio letto da alcuni eurodeputati il piano prende le mosse da soli 30 miliardi di soldi freschi che dovrebbero attivare un enorme effetto leva sul mercato diventando 300 e “chiamandone” 1.000 da privati”. Insomma: meno denaro fresco rispetto a quanto proposto da Angela Merkel ed Emmanuel Macron, “anche se molti hanno storto il naso dicendo che quei 500 miliardi non bastano”. In attesa di vedere se l’esecutivo europeo rivedrà i suoi piani alla luce della presa di posizione dei due maggiori Paesi membri, Saraceno fa notare che entrambe le proposte prevedono comunque che i soldi siano spesi attraverso programmi gestiti dalla Commissione. Un punto sfuggito al dibattito italiano, ma cruciale perché dovrebbe rassicurare i Paesi rigoristi preoccupati che le “cicale del Sud Europa” utilizzino male i soldi. Anche se per ora il fronte guidato da Austria e Olanda continua nel braccio di ferro mirato a evitare qualunque elargizione a fondo perduto.

Non a caso l’idea che i finanziamenti vadano veicolati attraverso piani di spesa concordati con l’Europa è anche parte integrante della proposta pubblicata in aprile dagli economisti Andrea Boitani e Roberto Tamborini sul sito della Friedrich Ebert Stiftung e ripresa in un intervento più recente firmato con Saraceno. “Rispetto al piano franco-tedesco aggiungiamo un solo elemento fondamentale: che l’indebitamento della Commissione sia fatto emettendo titoli perpetui. Sarebbero sicuri, con un rendimento assicurato magari indicizzato all’inflazione, e avrebbero quindi molto appeal per gli investitori istituzionali. Ma soprattutto, non dovendo mai essere ripagati toglierebbero dal tavolo la spinosa questione di chi debba garantire il debito: sarebbe sufficiente garantire il pagamento degli interessi con un piccolo contributo aggiuntivo al bilancio dell’Unione”. Così le “formiche” non dovrebbero temere di essere chiamate a coprire eventuali ammanchi causati dalle “cicale“. “In più, sempre per vincere le resistenze dei Paesi del Nord, i soldi verrebbero appunto spesi con il controllo dell’Unione come avviene oggi con i fondi strutturali. Un modo per uscire dal mefitico dibattito tra “frugali” e “spendaccioni” e cercare di superare la frattura Nord-Sud”. L’ipotesi dei bond perpetui, avanzata anche da Francesco Giavazzi e Guido Tabellini su lavoce.info due mesi fa, è parte integrante della proposta avanzata dalla Spagna a fine aprile.

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Decreto Rilancio, “per la cassa integrazione rischio buco da giugno”. Nuova cig in deroga con anticipo dell’Inps, tempi lunghi per l’avvio

Confermata la promessa di una svolta sulla cassa integrazione in deroga, che da ora in poi andrà chiesta non alle Regioni ma direttamente all’Inps che entro 15 giorni potrà anticipare il 40% della somma dovuta. Ma sul fronte della cig ordinaria per Covid la versione definitiva del decreto Rilancio appena pubblicato in Gazzetta ufficiale – una settimana dopo il varo in Consiglio dei ministri – non risolve il problema del “buco” che rischia di aprirsi a metà giugno, quando molte aziende finiranno le settimane di cassa e dovranno attendere settembre per chiederne altre. Per gli ammortizzatori, chiesti finora per 7,2 milioni di persone, vengono stanziati in tutto oltre 18 miliardi. Il testo contiene poi, come previsto, la proroga del divieto di licenziare, che si allunga a cinque mesi a far data dal 17 marzo. Ma resta l’incognita dei tre giorni rimasti “scoperti” tra la scadenza del cura Italia e l’entrata in vigore del nuovo provvedimento.

La cassa ordinaria e il rischio buco a giugno – Ai datori di lavoro che hanno ridotto l’attività a causa della pandemia viene data la possibilità di chiedere altre nove settimane di trattamento di integrazione salariale o assegno ordinario con causale Covid, dopo le nove concesse con il cura Italia. Arriva uno stanziamento di 11,5 miliardi, che finalmente sbloccherà le domande rimaste incagliate causa esaurimento dei fondi. Ma c’è un altro problema, fa notare Vincenzo Silvestri, consigliere nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro: “La proroga prevede che altre 5 settimane possano essere chieste entro il 30 agosto e le successive quattro dall’1 settembre al 31 ottobre”. Risultato: “La stragrande maggioranza delle aziende, che ha iniziato la cassa a marzo, ha finito le prime nove settimane già ora. Chiedendone subito altre cinque, finirà anche quelle poco dopo la metà di giugno”. E a quel punto rimarrà a secco, perché per la nuova domanda si dovrà attendere settembre. Nel frattempo i licenziamenti sono giustamente bloccati, per cui l’impresa, anche se alle prese con un forte calo del fatturato, dovrà pagare i dipendenti con le proprie forze. L’unica deroga è prevista per le aziende dei settori del turismo, fiere, congressi e spettacolo, alle quali sarà consentito chiedere altre quattro settimane anche prima di fine agosto.

Le novità per velocizzare la cassa in deroga… – Anche per la cig in deroga le settimane aggiuntive seguono lo schema “5+4”. La principale novità sta però nell’iter della richiesta e dell’erogazione, che ridimensiona il ruolo delle Regioni colpevoli secondo il governo di eccessive lentezze nell’autorizzazione delle domande: ad oggi meno di 200mila beneficiari sono stati pagati, un quinto di quelli per cui l’Inps ha ricevuto gli estremi. Da ora in poi i trattamenti in deroga saranno concessi direttamente dall’istituto previdenziale, “previa verifica del rispetto dei limiti di spesa“. La domanda andrà presentata entro 15 giorni dalla sospensione dell’attività lavorativa e l’Inps dovrebbe autorizzarla e disporre l’anticipazione del 40% delle ore autorizzate entro 15 giorni da quando la riceve.

…e il rischio di nuovi ritardi: “Acconto non prima di luglio” – L’avvio della nuova procedura sarà però tutt’altro che rapido: prima (entro 15 giorni) va emanato un decreto interministeriale di Lavoro ed Economia per regolare le modalità di attuazione e la ripartizione delle risorse. Inoltre l’Inps deve regolamentare le modalità operative del procedimento. E comunque per far partire le domande bisognerà aspettare 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto. Secondo il consulente del lavoro Enzo De Fusco, “le molte aziende che hanno già terminato le vecchie 9 settimane non potranno presentare le domanda prima di fine giugno” e “non è difficile prevedere che il pagamento del solo acconto delle prime 5 settimane non arriverà prima di metà luglio. Quindi i lavoratori anche con questa nuova procedura dovranno attendere due mesi prima di vedere una parte dei soldi della cassa integrazione”. Peraltro, con il metodo dell’acconto “i lavoratori potrebbero essere costretti a restituire le somme ricevute dall’Inps, visto che in questa fase di incertezza l’effettiva cassa integrazione utilizzata sul singolo lavoratore potrebbe risultare inferiore al 40% dell’acconto che è calcolato invece sulle ore programmate”.

Parte l’iter per i prestiti del fondo Sure – Il decreto fa anche partire l’iter per la partecipazione dell’Italia al fondo Sure, lo strumento di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione nello stato di emergenza che insieme ai prestiti della Bei e del Mes fa parte del primo “pacchetto” approvato dall’Eurogruppo e dai leader europei. Viene stanziato per ora un miliardo come “controgaranzia” per consentire la partecipazione dell’Italia sia al fondo di garanzia paneuropeo della Banca europea degli investimenti (Bei) sia al Sure. Quest’ultimo ha a disposizione 100 miliardi per concedere agli Stati membri che siano interessati dei prestiti a condizioni favorevoli e bassi tassi con cui finanziare schemi come la cig (“regimi di riduzione dell’orario lavorativo e misure analoghe, comprese quelle destinate ai lavoratori autonomi”). La relazione tecnica ricorda che in base al regolamento gli Stati membri possono controgarantire lo strumento prestando garanzie incondizionate per un importo parametrato al reddito nazionale. Dunque “qualora l’Italia optasse per la stipula dell’accordo, controgarantirebbe rischi per un ammontare pari a 3,184 miliardi di euro“. A firmare l’accordo di garanzia dovrà essere il Tesoro.

Gli aiuti di Regioni e Province per evitare licenziamenti – L’articolo 60 del capo II, dedicato agli aiuti di Stato, stabilisce poi che anche Regioni e province potranno muoversi autonomamente per riconoscere sovvenzioni con cui coprire i costi salariali ed evitare così i licenziamenti. Le sovvenzioni devono avere durata non superiore a un anno e non superare l’80% della retribuzione mensile lorda dei lavoratori beneficiari.

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Coronavirus, i contagi come “infortunio sul lavoro”. Il giuslavorista: “Difficile provarlo”. Sindacati: “No allo scudo ma servono chiarimenti”

Confindustria che chiede uno scudo penale per le aziende che dimostrino di aver rispettato in modo scrupoloso i protocolli di sicurezza anti contagio. I sindacati, contrari, che sottolineano come gli imprenditori onesti e in regola non abbiano nulla da temere. Mentre i consulenti del lavoro ribattono che anche chi ha adottato tutte le misure prescritte rischia un lungo procedimento penale e il sequestro dell’attività fino alla fine delle indagini, con relative ricadute economiche. In mezzo il governo, che deve decidere come muoversi. La ministra Nunzia Catalfo venerdì pomeriggio si è confrontata con l’Inail e ha anticipato “un nuovo documento con specifici chiarimenti su questo tema”. Il titolare dello Sviluppo Stefano Patuanelli sembra nettamente orientato a riconoscere le ragioni degli industriali. “È giusto che l’impresa metta in sicurezza i propri dipendenti”, ha detto a 24 Mattino, “ma le aziende che rispettano i protocolli non possono rispondere dei contagi, è un diritto sacrosanto“.

Il giuslavorista: “Serve chiarimento, evitare indagini penali in automatico” – Il nodo nasce dal decreto Cura Italia, in base al quale “nei casi accertati di infezione da coronavirus in occasione di lavoro” l’Inail assicura un indennizzo a chi si è ammalato trattando dunque il contagio come un infortunio lavorativo. Come del resto è previsto da sempre nei casi di malattie infettive. Ma nel corso di una pandemia le occasioni di contatto con il virus sono tante, dentro e fuori le aziende. “È davvero difficile provare il nesso di causalità e lo sarà ancora di più ora che riaprono negozi, bar e ristoranti“, commenta con ilfattoquotidiano.it Aldo Bottini, presidente dell’associazione Avvocati giuslavoristi italiani (Agi). “Certo, se si ammalano 20 persone nella stessa azienda quello è un chiaro indizio. Ma in generale bisognerebbe evitare il corto circuito per cui si presume che il contagio sia avvenuto sul lavoro, viene aperto un fascicolo penale e l’imprenditore si ritrova indagato. Sarebbe opportuno un chiarimento normativo per evitare che scattino automatismi e mezza struttura produttiva del Paese finisca sotto indagine”.

Condanna solo in caso di dolo o colpa. Ma le aziende temono i sequestri – Ovviamente una condanna per lesioni – o addirittura omicidio, in caso di morte del contagiato – richiede che vengano provati il dolo o la colpa grave. Chi ha adottato le misure sanitarie e informative prescritte nei protocolli firmati da governo, imprese e sindacati, dunque, può stare tranquillo. “I moltissimi imprenditori onesti, che hanno a cuore la salute dei propri dipendenti, non hanno da temere nulla“, assicura in una lunga analisi Silvino Candeloro, membro del collegio di presidenza del patronato Inca Cgil, secondo cui “chi chiede uno scudo penale generalizzato per le imprese o è in mala fede oppure non sa leggere le disposizioni dei protocolli”. Resta il fatto che l’indagine quasi sempre porta con sé il sequestro dei locali aziendali per fare gli accertamenti. I tempi possono essere lunghi e nel frattempo l’attività è congelata. Gli imprenditori paventano che i casi di questo tipo si moltiplicheranno, fermando sul nascere la ripartenza appena iniziata e coinvolgendo in un’azione penale anche chi ha fornito i dispositivi di protezione individuale e messo in atto tutte le altre misure previste dai protocolli di sicurezza.

L’ipotesi di esentare dal penale chi ha rispettato le regole – Di qui la richiesta, ribadita dal neo vicepresidente di Confindustria Maurizio Stirpe, di “esentare dalla responsabilità penale l’azienda che abbia rispettato in modo scrupoloso il Protocollo per la sicurezza sui luoghi di lavoro”. “Senza parlare di “scudi”, e con la premessa che chi risulta inadempiente va ovviamente penalizzato, occorre però una riflessione del legislatore”, commenta Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. “Penso che lo stesso Inail o gli ispettori del lavoro, a fronte di un contagio, potrebbero valutare se l’azienda ha rispettato il Protocollo per il contenimento del virus. Il datore di lavoro in regola non dovrebbe subire un’azione penale”. Una linea che sembra condivisa da una parte del governo: il 6 maggio il sottosegretario al Lavoro Stanislao Di Piazza, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, ha detto che “una responsabilità sarebbe ipotizzabile solo in via residuale, nei casi di inosservanza delle disposizioni” a tutela della salute dei lavoratori. E ha definito “problematica” la configurabilità di una responsabilità civile o penale del datore di lavoro che operi nel rispetto delle regole.

Inail: “Nessun automatismo tra infortunio sul lavoro e responsabilità” – Va detto che l’Inail, finito nel mirino della lobby degli industriali, ha precisato che “dal riconoscimento come infortunio sul lavoro non discende automaticamente l’accertamento della responsabilità civile o penale in capo al datore di lavoro”. Di più: il suo presidente Franco Bettoni, intervistato dal Mattino, ha chiarito come “la denuncia di infortunio da infezione di nuovo coronavirus non determina alcun automatismo“, nel senso che l’istituto è tenuto a “valutare le circostanze e le modalità dell’attività lavorativa” prima di determinare se c’è un’alta probabilità o la certezza che il contagio sia avvenuto sul lavoro. Del resto la circolare Inail del 3 aprile spiega che la “presunzione di origine professionale” vale solo per operatori sanitari e altri lavoratori in costante contatto con il pubblico (front-office, addetti alle vendite e alle pulizie negli ospedali). Negli altri casi “l’accertamento medico-legale seguirà l’ordinaria procedura” tenendo conto di elementi epidemiologici, clinici, di anamnesi e delle circostanze di lavoro.

Sindacati tra richiesta di chiarimenti e no allo scudo – Le precisazioni dell’Inail però non bastano né alle imprese né ai sindacati. La segretaria nazionale della Cgil Rossana Dettori parla di “rilievi problematici e molto preoccupanti” e si dice “sorpresa” per l’intervista di Bettoni che “a nostro avviso contraddice quanto affermato dallo stesso Istituto nella circolare 13, che assegnava il meccanismo di presunzione semplice a lavoratori e lavoratrici dei settori cosiddetti essenziali”. Servono dunque “azioni di chiarimento e implementazione per quanto riguarda i diritti e le tutele”. Per Angelo Colombini, segretario confederale Cisl, l’istituto ha dato “un chiarimento importante, cioè che le aziende virtuose non dovrebbero avere problemi”, ma questo non è sufficiente. “Bisogna non essere ideologici“, premette Colombini. “Come si determina se hai contratto il virus in azienda o in metropolitana? Il problema c’è, le parti sociali che hanno firmato i protocolli devono definire un percorso perché l’interpretazione non può essere lasciata ai singoli magistrati”. Secondo l’Usb, invece, non serve alcun chiarimento normativo e “l’attacco” di Confindustria all’Inail “sottende in realtà una vera e propria rivendicazione di avere mani libere su condizioni e organizzazione del lavoro, l’insofferenza verso ogni regola che tuteli i lavoratori, l’indignazione per la lesa maestà di possibili, quanto improbabili, controlli da parte di quello Stato al quale si chiede continua assistenza senza contropartite“.

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Coronavirus, partite le verifiche dell’Inps sui beneficiari dei 600 euro: ‘Chi non ne aveva diritto dovrà restituirli’. Nodo risorse per la cig

Dopo il crash del sito Inps nella prima giornata utile per presentare le domande, il bonus di 600 euro riservato dal decreto cura Italia a lavoratori autonomi, commercianti e professionisti era stato il primo aiuto ad arrivare effettivamente sui conti dei cittadini. Da qualche giorno però sul web è scattato l’allarme restituzioni. Davvero l’istituto previdenziale sta chiedendo indietro l’indennità? “Finora ci risultano pochi casi”, racconta Vincenzo Silvestri, consigliere nazionale dell’ordine dei Consulenti del lavoro. “Si tratta di persone che in effetti non rientravano tra i destinatari previsti“. L’altro problema rilevato dai consulenti sul fronte degli aiuti ai lavoratori danneggiati dalla pandemia riguarda la cassa integrazione per Covid: la cifra stanziata per le prime nove settimane risulta esaurita e, in attesa del decreto Rilancio, l’istruttoria delle pratiche presentate negli ultimi 15 giorni è ferma.

Sul fronte dell’indennità da 600 euro, quel che è successo è che, vista l’urgenza, i versamenti erano stati avviati senza controlli preventivi. All’11 maggio, le domande accolte risultano essere 3,7 milioni. Ora però l’Inps ha avviato le verifiche ex post sui beneficiari. E chi non ricadeva nella platea degli aventi diritto “ha ricevuto una richiesta di chiarimento“, spiega Silvestri a ilfattoquotidiano.it. “E’ accaduto ad alcuni amministratori di società iscritti alla gestione separata”. Se effettivamente i soldi non spettavano, andranno resi. Vale, per esempio, per chi percepisce il reddito di cittadinanza o è titolare di un trattamento pensionistico diretto, casistica che comprende anche i beneficiari di pensioni di reversibilità ma solo se il coniuge scomparso già percepiva l’assegno (non se viene chiesto dopo dal superstite, facendo valere gli anni di anzianità contributiva maturati prima della morte).

Esclusi dalla platea anche gli autonomi iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, i lavoratori stagionali con contratto diverso da quello del turismo e degli stabilimenti balneari, i lavoratori dello spettacolo che nel 2019 non abbiano totalizzato almeno 30 giornate di contribuzione. Criteri discutibili che escludono molti lavoratori in grande difficoltà – non a caso il decreto Rilancio dovrebbe allargare le maglie, pur fissando limiti di reddito – ma previsti nero su bianco nel cura Italia. Che l’Inps deve tradurre in pratica.

Per quanto riguarda la cassa integrazione, oltre ai fortissimi ritardi di quella in deroga gestita dalle Regioni negli ultimi giorni è poi emerso un altro problema. “I fondi per il trattamento Covid sono finiti, quindi Inps si è fermato nella valutazione delle domande in attesa dei necessari finanziamenti”, dice Silvestri. “Ce ne siamo accorti lunedì: andando a controllare l’avanzamento di alcune pratiche presentate almeno 10-15 giorni fa abbiamo scoperto che erano rimaste nel limbo”. Peraltro non è detto che gli 1,3 miliardi stanziati per Fis e cigo siano davvero stati utilizzati interamente: “Questo si saprà solo dopo aver verificato l’effettivo tiraggio: un’azienda potrebbe aver chiesto un totale di 7mila ore e non averle fruite tutte. Potrebbe risultare che avanza qualcosa. Ma per ora l’istituto non è in grado di saperlo”. Così non resta che aspettare Godot, il decreto che doveva chiamarsi “Aprile” ma è slittato più volte e se tutto va bene vedrà la luce martedì sera. La buona notizia è che a oggi praticamente tutti i 5,4 milioni di beneficiari di cigo hanno ricevuto i soldi, come anticipo dal datore di lavoro (3,9 milioni) o direttamente dall’Inps (1,5 milioni di persone). Idem per l’assegno ordinario, versato a 1.573.882 lavoratori dall’azienda e a 1.431.608 con pagamento diretto.

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Autogrill, lavoratrice licenziata mentre era in malattia per due post sulle “condizioni di non sicurezza”: “Volevo notizie sulla sanificazione”

Licenziata mentre era in malattia per due post su Facebook in cui lamentava una “condizione di lavoro di non sicurezza” nell’area di servizio Prenestina Ovest dove lavorava da 25 anni. Con l’aggravante che uno dei messaggi è stato pubblicato sulla bacheca della trasmissione Pomeriggio 5 che conta “oltre 566mila follower“, come sottolinea Autogrill nella lettera in cui le contesta di aver fatto “affermazioni denigratorie” e “illazioni gravissime ed inaccettabili tenuto conto del particolare momento di emergenza nazionale sanitaria in cui la nostra azienda e i nostri collaboratori sono in prima linea per assicurare un servizio di pubblica utilità, nel rispetto delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro”.

Paola Rongione era stata assunta dal gruppo che fa capo alla Edizione della famiglia Benetton nel 1995. “Lavoravo nell’area di servizio Prenestina Ovest, sulla Milano-Napoli. Soffro di bronchite asmatica e a febbraio ero stata male, sospetta polmonite”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Ho fatto l’ultimo turno il 7 marzo, quando c’è stato l’esodo da Milano a Napoli (subito prima che entrasse in vigore il divieto di uscire dalla Lombardia, ndr), poi ho avuto una ricaduta e sono entrata in malattia. In aprile sono stata licenziata, a far data dal 25 marzo”. Ha ricevuto la raccomandata che le comunica il licenziamento il 14 aprile, un mese dopo aver pubblicato sulla bacheca social della trasmissione di Barbara D’Urso un messaggio che lamentava come la tv non parlasse della “condizione di lavoro di non sicurezza da parte dell’azienda senza un minimo di apertura e collaborazione”. Qualche ora prima sul su profilo aveva scritto: “Noi poveri operatori siamo stai lasciati in balìa degli eventi e nel caos più totale, grazie Autogrill”. Post “parimenti denigratorio e offensivo“, secondo il gruppo. Che invoca la giusta causa, fattispecie esclusa dal divieto di licenziamento introdotto dal governo con il decreto cura Italia.

Visto che gli autogrill in autostrada sono sempre rimasti aperti per garantire i servizi indispensabili ai camionisti, nei giorni tra l’8 e il 13 marzo “avevo chiesto, attraverso il responsabile della sicurezza e il direttore, quali disposizioni ci fossero per la sanificazione e la fornitura di dispositivi di protezione, che in quel momento non c’erano, ma non avevo avuto risposte”, spiega Rongione al fattoquotidiano.it. “In più i colleghi mi avevano riferito che l’azienda, vista la diminuzione del traffico, aveva chiesto di passare al monopresidio“. Significa che per ogni turno c’è un solo lavoratore a gestire tutto, dalla caffetteria ai panini alla cassa fino alla pulizia del bancone, delle tastiere del bancomat e delle porte. E deve anche controllare che i clienti rispettino le norme di sicurezza che, dall’inizio dell’emergenza, impongono di consumare cibo e bevande all’esterno. Il 18 marzo le rappresentanze regionali di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno proclamato proprio per questo lo stato di agitazione, lamentando che “l’azienda non sta considerando prioritaria la salute e sicurezza dei lavoratori”.

Nel frattempo le mascherine sono arrivate. Il monopresidio è stato comunque adottato in tutta Italia, di notte e “in molti punti vendita anche di giorno”, spiega Fabrizio Russo, segretario nazionale della Filcams Cgil. In questi giorni sindacati e azienda – che ha chiesto per i lavoratori di tutti i punti vendita gli ammortizzatori sociali per riduzione dell’orario di lavoro alla luce del calo dei ricavi – hanno negoziato sul protocollo aziendale su sicurezza e gestione dei flussi. “Il 6 maggio è stato costituito il comitato per la sicurezza che dovrà monitorarne l’attuazione”, racconta Russo. “Resta il fatto che Autogrill non vuole rinunciare al monopresidio. Sostiene che in questa fase un altro modello organizzativo non è sostenibile. Ma come fa un solo lavoratore a prestare la sua normale attività e in più adottare tutte le misure necessarie in una situazione di emergenza sanitaria? Se è dietro il bancone, la sanificazione chi la fa?”.

Rongione impugnerà il licenziamento. Autogrill Italia ha fatto sapere a ilfattoquotidiano.it che “non intende entrare in questa sede nel merito delle vicende che hanno portato alla risoluzione del rapporto di lavoro con la ex dipendente” e scrive che “non appena l’emergenza legata al Covid-19 si è manifestata, la Società ha tempestivamente e puntualmente adottato tutte le misure e i presidi previsti dalle normative e dai provvedimenti di volta in volta emanati dalle competenti Autorità, al fine di tutelare la salute dei propri dipendenti e dei clienti”.

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