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Sanità, per le assicurazioni torta cresciuta del 45% in 5 anni. E la più grande chiede di “istituzionalizzare” il secondo pilastro

Solo due giorni fa la Fondazione Gimbe, nel suo quarto Rapporto sul servizio sanitario nazionale, ha lanciato l’allarme sull’eccessivo peso assunto dai fondi sanitari integrativi. Un cavallo di Troia che, grazie alle cospicue agevolazioni fiscali, “consente all’intermediazione assicurativa di invadere il mercato della salute con “pacchetti” di prestazioni superflue”. Oggi Rbm, come ogni anno dal 2010 ad oggi, ha presentato insieme al Censis un report che legge la realtà del sistema sanitario italiano e del ruolo delle assicurazioni da un punto di vista molto diverso. Quello secondo cui il Ssn non riesce a rispondere alle esigenze di una popolazione che invecchia e gli italiani sono sempre più costretti a pagare di tasca propria le cure o a rinunciarvi. Ergo conviene assicurarsi. Un punto di vista molto vicino agli interessi di Rbm, diventata lo scorso anno la prima compagnia in Italia nel business delle polizze sanitarie. Non a caso lo slogan dell’evento, battezzato Welfare day, era: “Raddoppia il tuo diritto alla salute con il secondo pilastro”. Cioè quello gestito dalle assicurazioni attraverso fondi sanitari integrativi professionali o polizze individuali.

“Quasi un italiano su 2 (il 44% della popolazione), a prescindere dal proprio reddito, nell’ultimo anno si è “rassegnato” a pagare personalmente di tasca propria per ottenere una prestazione sanitaria senza neanche provare a prenotarla attraverso il Servizio sanitario nazionale”, ha sostenuto parlando dal palco della Nuvola di Fuksas l’ad di Rbm, Marco Vecchietti. “E’ chiaro che cosi non si può continuare. Occorre pianificare un veloce passaggio da una sanità integrativa a disposizione di pochi (circa 14 milioni di italiani hanno una polizza sanitaria) ad una sanità integrativa diffusa, un vero e proprio “welfare di cittadinanza”, attraverso l’evoluzione del welfare integrativo da strumento “contrattuale” a strumento di tutela sociale“. E ancora: “Non è più sufficiente limitarsi a garantire finanziamenti adeguati alla sanità pubblica ma è necessario affidare in gestione le cure acquistate dai cittadini al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale attraverso un secondo pilastro sanitario aperto”. Conclusione: “Sarebbe normale immaginare a politiche da parte del governo di supporto alla diffusione di questa importante tutela sociale aggiuntiva”.

Tutte considerazioni che inevitabilmente portano acqua al mulino del grande business delle polizze per la salute. Il comparto secondo l’ultimo rapporto dell’Ania è arrivato a valere nel 2018 ben 2,9 miliardi di euro, il 45% in più rispetto ai 2 miliardi di premi raccolti nel 2013. Compensando i gruppi assicurativi del progressivo calo dei ricavi da polizze Rc Auto. E Rbm, nata nel 2011 dopo l’acquisizione da parte del gruppo trevigiano Rb Hold di Dkv Salute dalla tedesca Munich Re, in pochi anni è passata da outsider a leader del settore con oltre 514 milioni di premi, superando le big Generali, Unisalute e Allianz. Intorno a Rb Hold, controllato e guidato dall’ex dirigente di Generali Roberto Favaretto, ruota una galassia di società attive nella gestione di fondi sanitari e strutture sanitarie convenzionate, da Previnet a Previmedical, che stando all’ultima Relazione sulla gestione del gruppo “gestisce quasi un miliardo di euro di spesa sanitaria ogni anno il che ne fa anche il più importante “gruppo di acquisto” di prestazioni sanitarie private in Italia”. Per capire che ruolo si sia ritagliata Rbm nel panorama italiano basta scorrere la lista dei fondi sanitari clienti: non solo ci sono quelli dei dipendenti Alitalia, Eni, Enel, Unicredit, Poste, Rai e Confindustria, ma si cura negli ambulatori e nelle cliniche convenzionate con Rbm anche il personale di Anac, Bankitalia, Agenzia delle Entrate, Equitalia, Consob e ministero della Difesa. In più ci sono i fondi sanitari dei rappresentanti di commercio, delle imprese artigiane venete, dell’università La Sapienza e di Roma Tre. Più ovviamente le polizze individuali, promosse con insistenti campagne pubblicitarie che promettevano coperture “a un euro al giorno“.

Ciliegina sulla torta, nel 2017 Rbm si è aggiudicata per il triennio 2018-2020 anche Metasalute, il fondo sanitario dei metalmeccanici: si tratta del più grande fondo sanitario integrativo in Europa con oltre 1.700.000 assistiti dipendenti di 30mila aziende. Dopo il passaggio di Metasalute sotto l’ombrello di Rbm, i metalmeccanici hanno segnalato disservizi nei tempi di risposta del call center e di autorizzazione delle pratiche, oltre che sulle nuove procedure per ottenere il rimborso delle cure dentarie. Nel 2018 il segretario generale Fim Cisl Maurizio Bentivogli ha scritto al cda del Fondo per verificare le condizioni per una rescissione del contratto. Oggi, secondo il sindacato, “alcuni problemi iniziali sono stati in gran parte risolti. Permangono alcuni disagi e restano alcune inefficienze da ottimizzare”. Sul fronte delle prestazioni sanitarie, “da migliorare la polizza sanitaria del Fondo che per la struttura delle prestazioni ampie è molto flessibile. Questo, se da un lato ha rappresentato un’opportunità per gli assistiti, dall’altro in molti casi ha alimentato attese non sempre legittime o applicazioni restrittive da parte del gestore“.

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Appalti, Patuanelli: “Con una formula escludiamo dalle gare le offerte troppo basse. Le nuove soglie? Ascoltato Cantone”

Il numero uno dell’Anac Raffaele Cantone ha “sospeso il giudizio”, ma ha anche ribadito che alcune decisioni della maggioranza “paiono troppo attente all’idea del ‘fare’ piuttosto che a quella del far bene”. Le opposizioni vanno all’attacco, parlando di “autostrade per la corruzione”. Per il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli il compromesso trovato con la Lega sul decreto Sblocca cantieri, approvato giovedì dal Senato, ha luci e ombre. La proroga fino al 2020 dell’appalto integrato ereditato dalla Legge Obiettivo berlusconiana, che consente di affidare progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori alla stessa impresa, risponde alle richieste dell’Anci ma lascia in campo il rischio delle distorsioni del passato e delle usuali lievitazioni dei costi. E permettere ai piccolissimi Comuni per altri due anni di continuare a fare le gare “in proprio” – in attesa del nuovo Codice previsto dal ddl delega sulla materia – è stata una scelta obbligata visto che il previsto e auspicato sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti non è mai entrato in vigore. In compenso Patuanelli rivendica il nuovo criterio di aggiudicazione che esclude automaticamente le offerte al massimo ribasso e dovrebbe ridimensionare l’incentivo a proporre varianti in corso d’opera che aumentano il prezzo a consuntivo.

Il nuovo articolo 97 del Codice infatti modifica radicalmente la metodologia da utilizzare per decidere quali offerte escludere perché il prezzo è eccessivamente stracciato e quindi “incongruo“. “Prima veniva fissata una soglia di anomalia ma poi le imprese che avevano fatto offerte inferiori potevano presentare giustificativi”, spiega Patuanelli, che è ingegnere edile e fino all’elezione è stato socio di uno studio di progettazione e direzione lavori. “Ne ho visti di divertenti… “Mio fratello ha un impianto di betonaggio e mi fa pagare poco il calcestruzzo“. Il risultato era che venivano riammesse alla gara per non rischiare ricorsi. E il massimo ribasso rientrava dalla finestra. Ora invece l’esclusione di chi è sotto la soglia di anomalia diventa automatica e nel caso le offerte siano oltre 15 la soglia sarà calcolata con un calcolo logaritmico che il Mit potrà modificare nel tempo. Così le imprese non saranno in grado di calcolarla e poi regolarsi di conseguenza. La vincitrice sarà infine individuata scegliendo quella che ha proposto un ribasso poco inferiore alla soglia di anomalia”.

Il capogruppo pentastellato difende anche l’intesa che fissa al 40% dell’importo complessivo dei lavori la quota massima che si potrà dare in subappalto. La Lega puntava a togliere del tutto il tetto, appellandosi al fatto che l’Ue ha avviato nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione per aver imposto limiti troppo restrittivi (prima della modifica il limite massimo era al 30%) a una pratica che le direttive europee chiedono al contrario di favorire anche con questa pratica la partecipazione delle piccole e medie imprese agli appalti pubblici. “La realtà italiana ovviamente è diversa da quella di altri Paesi europei, quindi abbiamo puntato su una via di mezzo con una novità: la soglia che prima era orizzontale diventa flessibile, perché l’amministrazione potrà subappaltare totalmente una parte dell’opera a patto che il valore non superi il 40% del costo totale”.

Più criticità sul fronte dell’appalto integrato, per il quale il Codice del 2016 prevedeva un periodo transitorio dopo il quale sarebbe uscito di scena e che viene invece prorogato al 2020. “Questo nelle more di una revisione complessiva. Come Movimento non abbiamo certo fatto le barricate in favore della proroga. E siamo consapevoli che occorrerà monitorare con più attenzione le opere affidate in questo modo e l’affidamento della direzione lavori diventerà cruciale: deve trattarsi di una parte davvero terza a garanzia del livello dell’opera e del rispetto del quadro economico. Da questo punto di vista la legge Bersani che ha abrogato le tariffe minime per i professionisti non ha certo aiutato. Se gli architetti e i geometri sono pagati un decimo di quanto dovrebbero questo non va a vantaggio della qualità”.

Le critiche dell’Anac si sono però concentrate soprattutto sulle nuove soglie per l’affidamento diretto dei lavori. “E’ possibile che faciliti chi già ha intenzione di procedere con metodi illeciti”, ammette Patuanelli. “Ma ora con la legge Spazzacorrotti abbiamo gli strumenti per scoprire e reprimere. Non deve passare il principio che a causa del rischio corruzione le nostre mini e micro imprese che non sono in grado di destreggiarsi nella burocrazia delle gare sono destinate ad essere escluse dal mercato dei lavori pubblici”. Comunque nel testo finale approvato dal Senato “abbiamo riportato a 150mila euro, dai 200mila previsti nella versione uscita dal consiglio dei ministri, il tetto sotto il quale si può scegliere l’impresa che farà i lavori dopo aver confrontato tre preventivi. Questo perché abbiamo ascoltato le perplessità espresse da Cantone quando è stato audito in Commissione Lavori pubblici. E il presidente Anac ha chiarito che lo preoccupa di meno la situazione in cui la consultazione è allargata a 10 operatori come previsto per i lavori oltre i 150mila euro (diventano 15 tra i 350mila e 1 milione di euro, ndr)”.

La modifica di fondo prevista dal decreto in fase di conversione è però che le linee guida dell’Anac che integravano la disciplina del Codice varato nel 2016 dal governo Renzi vanno in soffitta, sostituite da un regolamento unico approvato con decreto del Presidente del Consiglio su proposta del ministro delle infrastrutture. Lo stesso Cantone ha detto di “non sentirsi di criticare questa opzione” perché “la regolazione flessibile non è stata positivamente accolta dalle amministrazioni, abituate a regole rigide piuttosto che a criteri che richiedono l’esercizio di maggiore discrezionalità”. “Il modello di soft law non era sbagliato di principio”, commenta Patuanelli, “ma il risultato è stato che gli addetti ai lavori oltre a leggere il Codice dovevano far riferimento a 11 linee guida e 80 comunicati dell’Autorità: questo complica le cose e lascia spazi interpretativi alla giurisprudenza. Da questo punto di vista meglio un unico regolamento snello”. Per farlo ci sono 180 giorni di tempo, ma l’obiettivo è fare in fretta e vararlo entro l’autunno.

Restano perplessità infine sulla scelta di lasciare mano libera ai piccoli Comuni, che fino al 2020 non saranno tenuti a rivolgersi a una stazione appaltante centralizzata per fare le gare. “L’abbiamo deciso prendendo atto che il sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti, che io condivido pienamente, non è andato in porto. Spero che lo recupereremo in sede di attuazione del ddl delega per la riforma definitiva del Codice, coinvolgendo di più gli enti locali che su questo hanno fatto resistenza. Nell’attesa abbiamo dato la possibilità ai sindaci di procedere da soli quando ne hanno le capacità”.

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Mercatone Uno, dal piano di rilancio “oltre i confini” al miraggio di nuovi soci pronti a investire. Fino al fallimento

Prometteva 25 milioni di investimenti e il raddoppio dei ricavi entro il 2022, garantiva che i dipendenti erano “il vero patrimonio aziendale” e assicurava che la sede a Malta era “legata alla volontà di portare il business di Mercatone uno oltre i confini nazionali, una volta completato il rilancio in Italia”. Sei mesi fa Valdero Rigoni, amministratore delegato della Shernon holding, intervistato dal Sole 24 Ore ostentava ottimismo sul futuro della catena imolese attiva nella grande distribuzione di mobili. Che due giorni fa è stata dichiarata fallita (per la seconda volta in quattro anni) senza che i circa 1.800 dipendenti ricevessero alcun preavviso. In mezzo ci sono stati il passaggio di proprietà da una società maltese ad una srl con sede a Padova presso l’abitazione del socio di Rigoni, la richiesta di cassa integrazione straordinaria per una quota di lavoratori, la domanda di ammissione al concordato preventivo e il miraggio di presunti investitori interessati a ricapitalizzare l’azienda.

L’acquisizione attraverso una società maltese – Rigoni, ex fornitore del gruppo, nell’agosto 2018 aveva rilevato dai commissari dell’amministrazione straordinaria 55 punti vendita e la sede di Imola della storica società fondata nel 1978 da Romano Cenni – qualcuno la definiva “l’Ikea italiana” – fallita nel 2015, impegnandosi a conservare 2.019 posti di lavoro. Veicolo per l’operazione la srl Shernon holding, creata ad hoc e controllata all’epoca dalla maltese Star Alliance Limited. Nel consiglio di amministrazione c’erano Massimo D’Aiuto, ex ad di Simest, la società pubblica che supporta l’internazionalizzazione delle imprese italiane, e Michael Thalmann, ad della lussemburghese Aran asset management, socio e amico di Rigoni fin dall’infanzia: sono nati entrambi nel 1960 nel cantone svizzero di Solothurn.

Le promesse di rilancio. I sindacati: “Già da fine anno la merce scarseggiava” – Nel novembre 2018 Rigoni raccontava al Sole che dopo tre anni di amministrazione straordinaria, due bandi di gara andati a vuoto e una lunga trattativa Mercatone aveva bisogno di “recuperare il know-how e l’entusiasmo dei dipendenti” e dichiarava “tutta l’intenzione di rilanciare fortemente il brand sul mercato, migliorandone l’offerta e il posizionamento, per adattarli ai nuovi stili di vita e di consumo”. Seguiva l’annuncio della ristrutturazione di tutti i negozi, della creazione di un “catalogo prodotti distintivo e unico di design a prezzo equo grazie alle partnership con gruppi europei leader nella produzione e distribuzione di arredo (i polacchi di Black Red White, i turchi di Dogtas Kelebek). Così come potenzieremo le vendite online e in generale la multicanalità”. Ma negli stessi mesi, ricostruiscono ora le sigle Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, “la mancanza di finanziamenti e di liquidità ha fatto sì che la merce nei magazzini, e di conseguenza nei negozi, cominciasse a scarseggiare“.

La richiesta di cigs e il passaggio alla Maiora invest di Rigoni e Thalmann – Due mesi dopo, a gennaio di quest’anno, la Sherman ha comunicato al ministero del Lavoro l’intenzione di chiedere la cassa integrazione straordinaria per riorganizzazione aziendale per 159 lavoratori. Dal verbale di accordo firmato l’8 gennaio con la direzione generale per i rapporti di lavoro e le relazioni industriali risultava che a quella data la società contava “48 punti vendita attivi sul territorio nazionale”, sui 55 che avrebbe dovuto rilevare dall’amministrazione straordinaria, e un totale di 1.736 lavoratori. Nel febbraio 2019 la Star Alliance è uscita di scena e il controllo è passato alla Maiora invest srl, sede a Padova, 10mila euro di capitale. Soci sempre Rigoni e Thalmann, che risulta residente in Galleria degli Scrovegni 7: lo stesso indirizzo presso il quale ha sede la Maiora.

L’annuncio di “imminente ricapitalizzazione” – A marzo, secondo i sindacati, “i punti vendita risultavano sprovvisti di merce e la stessa non veniva più consegnata sebbene già venduta e pagata dagli acquirenti”. Nell’incontro con le sigle di settore Rigoni “preannunciava un’imminente capitalizzazione della Shernon e informava le rappresentanze sindacali in merito ad una non meglio precisata trattativa con potenziali investitori. La ricapitalizzazione annunciata doveva esser effettuata entro la fine di marzo e presupponeva un investimento pari a circa 20 milioni di euro“.

La richiesta di concordato “per salvaguardare l’operatività” – In aprile nuovo colpo di scena: Rigoni “senza darne informazione alcuna” ai rappresentanti dei lavoratori ha chiesto al tribunale di Milano il concordato preventivo. “L’azienda ha ritenuto di avvalersi di questo strumento per salvaguardare l’operatività e la continuità aziendale, preservando il patrimonio della società, e superare una temporanea situazione di difficoltà finanziaria”, spiegava in un comunicato. “Sono infatti in corso avanzate trattative con nuovi soci ed investitori interessati all’ingresso in società. Dette trattative, pur se molto avanzate, richiedono tempistiche non conciliabili con la tensione finanziaria in essere e, pertanto, lo strumento del concordato con riserva risulta funzionale e necessario al buon esito delle stesse”. Il numero uno garantiva comunque che “l’obiettivo non è uscire dal mercato, ma anzi, ripartire più forti”. Pochi giorni fa il ministero dello Sviluppo ha convocato per il 30 maggio un tavolo di crisi per discutere della situazione produttiva e occupazionale. Ma il 23 il tribunale di Milano ha dichiarato il fallimento.

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Partecipate pubbliche, razionalizzazione flop: i Comuni si tengono metà delle quote che per legge devono vendere

Erano uno dei pilastri del piano di spending review messo a punto da Carlo Cottarelli. Nel 2014 Matteo Renzi aveva promesso di ridurle “da 8mila a mille. A cinque anni di distanza, il risultato di norme troppo fumose e di una strenua resistenza dei Comuni è che le partecipate pubbliche sono ancora almeno 5.700, e per 3.300 le amministrazioni socie hanno dichiarato di non avere alcuna intenzione di dismetterle. Anzi: durante il processo di revisione straordinaria previsto dalla riforma Madia hanno annunciato senza pudori che si disferanno solo del 44% delle quote in società di cui la legge imporrebbe la vendita perché non producono servizi di interesse generale, non gestiscono opere pubbliche, sono scatole vuote con più amministratori che dipendenti o hanno un fatturato medio che non arriva a 500mila euro. Le altre, oltre 8mila (su 32mila totali), intendono tenerle. La stragrande maggioranza fa capo ai Comuni, evidentemente non troppo turbati dallo spauracchio del possibile congelamento dell’esercizio dei diritti di socio. Del resto l’ultima legge di Bilancio ha dato una mano ai trasgressori rinviando gli obblighi al 31 dicembre 2021 a patto che la partecipata non sia stabilmente in perdita.

“Scelte manifestamente incoerenti con il testo unico e non motivate” – I magri risultati ottenuti in assoluto non sorprendono, visto che le maglie del Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica (Tusp) entrato in vigore nel settembre 2016 erano larghe e il testo è stato ulteriormente depotenziato nel 2017: il governo Gentiloni, per incassare il via libera delle Regioni, ha dovuto cedere sulla soglia di fatturato minimo richiesta e soprattutto concedere ai governatori di escludere discrezionalmente singole società dalla riforma. Ma gli stessi tecnici del Tesoro, che giovedì ha pubblicato un nuovo Rapporto sugli esiti della revisione straordinaria avviata tre anni fa, allargano le braccia di fronte ad amministrazioni che “in molti casi, non hanno fornito adeguate motivazioni a sostegno delle scelte operate, anche quando queste ultime si sono rivelate manifestamente incoerenti con le prescrizioni del Tusp“. Anche se, ammettono, “in parte tali comportamenti sono imputabili alla scarsa chiarezza della disciplina“, in particolare “fattispecie normative aperte e indeterminate la cui interpretazione da parte delle amministrazioni si è rivelata incerta e talvolta strumentale a strategie di mantenimento di partecipazioni altrimenti soggette a obblighi di razionalizzazione”.

Il 69% fa capo a Comuni. Quattro su 10 fatturano meno di 500mila euro – Il primo dato che salta all’occhio è che il censimento è incompleto, perché la pa in molti casi non ha rispettato nemmeno l’obbligo di comunicare al dipartimento del Tesoro le partecipazione detenute. Su 10.700 amministrazioni tenute a fare la ricognizione straordinaria, solo 9.341 – l’87% – si sono mosse. Di conseguenza le 32.427 quote di partecipazione in un totale di 5.693 società sono una sottostima. Che consente comunque di inquadrare il fenomeno: il 69,4% delle partecipate fa capo a Comuni, il 14% a Città metropolitane e Province, il 13% a Regioni, il 6% a unioni di Comuni o comunità montane e il 28% ad altre amministrazioni locali, mentre solo il 3% dipende da amministrazioni centrali. Si tratta di aziende attive praticamente in tutti i settori: dalla fornitura di acqua, elettricità e gas e gestione dei rifiuti alle attività professionali, dai servizi di alloggio e ristorazione alle costruzioni, dall’immobiliare al trasporto e magazzinaggio, passando per l’agricoltura, l’istruzione, la sanità e i servizi di informazione e comunicazione. Il 43% di quelle per cui sono disponibili i dati di fatturato non raggiunge un giro d’affari di 500mila euro, soglia minima prevista dal Tusp per i trienni 2015-2017 e 2016-2018 mentre da quest’anno il valore sale a 1 milione di euro.

Le 8.066 partecipazioni “anomale” e il rischio poltronificio – Sulle 32mila e rotte partecipazioni comunicate, poi, solo il 42% rispetta secondo il Tesoro le disposizioni del Tusp. Il 56%, oltre 18mila partecipazioni, “non risulta coerente”. Incrociando questi dati con le dichiarazioni delle amministrazioni rispetto alla volontà di dismettere o tenere le quote, si scopre che sulle 21.037 partecipazioni che verranno mantenute un terzo (8.351) sono di fatto fuorilegge. Per 8.066 partecipazioni il rapporto ha individuato palesi “anomalie“, nel senso che, annotano i tecnici, “la decisione di mantenere la partecipazione non appare, prima facie, conforme alle disposizioni normative contenute negli artt. 3, 4 e 20 del Tusp”. Ed è la politica locale a fare la maggior resistenza rispetto all’obbligo di liberarsi di società non strettamente necessarie, troppo costose o troppo piccole per essere di qualche utilità, che finiscono dunque per essere solo poltronifici o mezzi per conservare consenso: nell’85% dei casi, pari a 6.874 partecipazioni, il socio renitente è un Comune. I sindaci, detto in altri termini, hanno deciso di tenersi quasi metà delle 14mila partecipazioni che per legge avrebbero dovuto vendere.

Del resto il rischio di vedersi congelare i poteri di azionista è stato scongiurato dall’ultima manovra, che ha concesso di rinviare al 2022 la vendita delle partecipazioni in società che abbiano prodotto un risultato medio in utile nel triennio 2013-2015. Resta la spada di Damocle della Corte dei Conti, che potrebbe sanzionarli per una cifra compresa tra 5mila e 500mila euro.

Solo 572 quote vendute. E la manovra 2019 ha allungato i termini – Non è detto, comunque, che quando le amministrazioni capitolano e dichiarano di voler vendere la partecipazione tengano davvero fede alla promessa. A fronte di 3.117 quote di cui è stata “dichiarata la volontà di alienare”, solo in 1.724 casi la procedura è partita e solo in 572, il 18%, è andata a buon fine. L’introito complessivo arrivato nelle casse pubbliche è stato di 419 milioni, di cui ben 213 derivanti dalla vendita di solo 9 partecipazioni. Non molto se si considera che nel 2014 l’allora commissario alla spending review Cottarelli stimava in 2-3 miliardi i risparmi ottenibili disboscando la giungla delle partecipate.

Di sicuro non aiuta, ricorda il Tesoro, il fatto che – nonostante la necessità di risorse – la manovra per il 2019 abbia allungato i termini per le alienazioni. La novità incide su 1.355 partecipazioni, il 43,5% di quelle che gli enti sarebbero disposti a mettere sul mercato. “Per le partecipazioni in esame”, nota il rapporto, “l’effetto della norma considerata potrebbe tradursi in un differimento temporale – oltre il 31 dicembre 2021 – degli introiti che potrebbero conseguire dalle operazioni di alienazione non ancora effettuate”.

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“Reddito di base e 15 ore di lavoro alla settimana”, l’utopia dello storico che ha detto ai ricchi di Davos di pagare le tasse

Soldi gratis per tutti e (molto) più tempo libero. Perché garantire a ogni cittadino un reddito di base conviene: riduce la criminalità, la mortalità infantile e la dispersione scolastica e favorisce la crescita e l’uguaglianza di genere. E ridurre la settimana lavorativa a 15 ore aumenta la produttività, aumenta i posti part time, riduce le emissioni di C02 e favorisce l’emancipazione femminile. E’ la Utopia per realisti (uscito in Italia per Feltrinelli) di Rutger Bregman, trentenne storico olandese con interessi che spaziano dalla filosofia all’economia, salito agli onori delle cronache per un provocatorio discorso contro l‘evasione e l’elusione fiscale tenuto in gennaio ai partecipanti all’ultimo Forum economico di Davos. “Nessuno solleva l’argomento che i ricchi non pagano la loro parte, quella che è giusto che paghino”, ha scandito Bregman – che il mensile Fq Millennium aveva intervistato nel novembre 2017 – davanti alla platea di milionari riuniti in Svizzera. “Mi sento come a una conferenza di pompieri in cui non è permesso parlare dell’acqua. Tasse, tasse, tasse. Tutto il resto sono stronzate“.

Il punto di partenza del libro è che questa nuova utopia è utile e necessaria in un mondo in cui “tanti pensatori e politici di sinistra tentano di mettere a tacere le idee radicali tra le proprie fila per la paura di perdere voti” mentre “i neoliberisti sono imbattibili nel gioco in cui contano la ragione, i giudizi e le statistiche”. Ma è proprio con una grande mole di numeri e statistiche che Bregman spiega come la lotta contro la povertà sia “un investimento che ripaga con gli interessi” e come distribuire denaro senza un eccesso di cavilli burocratici sia il modo migliore per condurla. Soldi gratis, dunque, “non come favore ma come diritto”: quella che Bregman definisce  “la via capitalista al comunismo”.

Secondo l’economista Charles Kenny, dello statunitense Center for Global Development, “il principale motivo per cui la gente è povera è perché non ha abbastanza soldi, perciò non dovrebbe essere una grossa sorpresa vedere che dargli dei soldi è un modo fantastico per ridurre il problema”. E Bregman elenca una serie di casi in cui le elargizioni di soldi senza contropartite hanno funzionato nel migliorare le condizioni di vita della popolazione nei Paesi in via di sviluppo – dal Malawi alla Namibia – o di gruppi sociali a rischio come gli homeless: esperimenti condotti nei Paesi Bassi e in Utah mostrano per esempio che fornire case gratis, oltre a togliere le persone dalla strada, riduce notevolmente l’incidenza di alcolismo e abuso di droga e nel complesso costa molto meno che garantire assistenza agli homeless e sostenere i costi giudiziari legati ai piccoli crimini che commettono per sopravvivere.

Ma gli esperimenti di redditi di base hanno funzionato bene, pur su piccola scala, anche quando applicati a piccole comunità locali, come avvenuto a fine anni 60 negli Usa durante la presidenza di Lyndon B. Johnson e in Canada negli anni 70 con il Mincome. “Greg J. Duncan, professore della University of California, ha calcolato che sottrarre una famiglia americana alla povertà costa una media di circa 4500 dollari all’anno”, nota Bregman. “Alla fine, i rientri di questo investimento per bambino sarebbero: +12,5 per cento di ore lavorate, +3000 dollari di risparmio annuale come welfare, +50mila-100mila dollari di maggiori guadagni nella vita, +10mila-20mila dollari di introiti fiscali statali aggiuntivi”. Questo perché la povertà, ponendo continue sfide immediate da affrontare, riduce quella che gli psicologi hanno definito “larghezza di banda mentale”, arrivando addirittura a influenzare negativamente il quoziente intellettivo misurato dai test.

Nel 1969, racconta Bregman, il presidente Usa Richard Nixon era stato in procinto di varare il reddito senza contropartite per tutte le famiglie povere. Ma alcuni suoi consiglieri fecero strenua opposizione fino a consegnargli un documento sugli esiti estremamente negativi del sistema Speenhamland, risalente ai primi anni dell’Ottocento inglese, che consisteva nell’incremento fino al livello di sussistenza dei redditi di “tutti gli uomini poveri e industriosi e loro famiglie”. Documento che in seguito si rivelò però manipolato fin dall’origine per “sabotare” il reddito di base. Ora, secondo l’autore, “l’ora è arrivata” per garantire a tutti “una rendita mensile sufficiente per campare anche se non muovi un dito”, senza “nessun ispettore che ti controlla da dietro per vedere se li spendi saggiamente, nessuno che ti chiede se sono davvero meritati”.

Gli altri due pilastri della “utopia per realisti” riguardano il lavoro. Il primo è la riduzione degli orari, che l’economista John Maynard Keynes riteneva una conseguenza inevitabile del progresso ma al contrario non si è mai materializzata, nonostante in molti casi si sia toccato con mano che la produttività non va di pari passo con l’aumento delle ore lavorate, anzi. Il secondo è un meccanismo di incentivi che renda meno attraenti quelli che Bregman definisce “lavori burla“, attività ben pagate che però non forniscono contributi tangibili alla società o addirittura distruggono ricchezza anziché crearla (l’esempio del libro sono i banchieri che concepiscono “complessi prodotti finanziari che sono, in pratica, una tassa sul resto della popolazione”). L’idea è quella di una tassa sulle transazioni finanziarie che, oltre a generare gettito da utilizzare per investimenti utili alla società, motiverebbe le menti più brillanti a dedicarsi alla ricerca, all’insegnamento o all’ingegneria invece che preferire una carriera nelle banche di investimento.

Idee irrealizzabili? “Definirle “irrealistiche” era una semplice scorciatoia per intendere che collidevano con lo status quo”, è la risposta di Bregman. “La fine dello schiavismo, l’emancipazione delle donne, l’avvento della previdenza sociale erano tutte idee progressiste nate folli e “irrazionali” ma alla fine accettate come cose di comune buon senso”.

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Primo maggio, più donne al lavoro ma Italia penultima in Ue. “Investire i soldi di quota 100 in asili nido. Partendo dal Sud”

Mettere ordine nel caos di assegni, detrazioni e bonus ora in vigore per le famiglie, che costano molto ma sono inefficienti, e sostituirli con un unico trasferimento diretto e universale. E investire le risorse che adesso sono destinate a quota 100 in servizi di qualità per la prima infanzia, partendo dalle zone più svantaggiate. “In un colpo solo questo consentirebbe di ridurre le disuguaglianze di partenza che penalizzano i figli delle famiglie disagiate, creare domanda di lavoro per le donne e favorire la conciliazione per quelle che hanno redditi bassi e senza servizi sono costrette a smettere di lavorare quando diventano madri“. E’ la proposta della sociologa Chiara Saraceno, esperta di welfare, già docente alla facoltà di scienze politiche dell’università di Torino e oggi honorary fellow al Collegio Carlo Alberto, per sostenere davvero le famiglie e consentire alle donne di non dover scegliere tra carriera e figli. Perché alla vigilia della festa del lavoro l’Istat ha fatto sapere che a marzo il tasso di occupazione femminile nella fascia 15-64 anni ha raggiunto il massimo dall’avvio delle serie storiche. Ma quel “massimo” è solo il 49,8%: meno di una su due, 18 punti sotto il tasso maschile.

Nel confronto con i partner europei l’Italia resta fanalino di coda insieme alla Grecia. Le madri che continuano a lavorare spesso sono costrette al part time, così i redditi medi delle donne sono inevitabilmente più bassi di quelli dei loro compagni: 25mila euro annui contro 45mila, secondo il Global Gender Gap Report 2018 del World economic forum. A risentirne è tutta l’economia: l’Ocse calcola che dimezzare il gap di genere farebbe crescere il pil italiano dello 0,2% in più ogni anno, il doppio di quanto atteso dai decreti Crescita e Sbloccacantieri. Eppure finora il governo del cambiamento, su questo fronte, non ha cambiato nulla. Anzi: quest’anno il contributo per la baby sitter o l’asilo nido, introdotto da Monti nel 2013 e da allora sempre prorogato, non è stato rinnovato.

In Sicilia e Campania meno del 30% delle donne ha un posto. Lombardia oltre la media Ue – Stando ai dati Istat appena pubblicati, a marzo 2019 sono aumentate sia le donne che un posto ce l’hanno sia quelle che lo cercano: ben 1,2 milioni contro le 835mila del marzo 2008. Le occupate sono 9,79 milioni, circa 600mila in più rispetto a prima della grande crisi. E le inattive sono scese a 8,4 milioni, un milione in meno rispetto all’inizio del 2008. Ma c’è poco da festeggiare: “Dietro questi lievissimi miglioramenti ci sono due ordini di disuguaglianze“, spiega Saraceno a ilfattoquotidiano.it. “Quella territoriale e quella legata al livello di istruzione. Le laureate del Centro Nord hanno tassi di occupazione simili alla media Ue. Una donna del Sud poco istruita, invece, è come se vivesse in un altro Paese”. Dalla banca dati dell’istituto di statistica si scopre per esempio che in Campania il tasso di occupazione femminile è sotto il 30%, in Sicilia non arriva al 28%, Calabria è poco sopra il 31% contro il 76% della Lombardia, che supera la media europea, il 62% dell’Emilia Romagna e il quasi 60% del Piemonte. Il livello di istruzione però fa davvero la differenza: tra le campane e le siciliane laureate o con un master il tasso raddoppia, mentre alle lombarde il “pezzo di carta” dà un vantaggio di soli sei punti rispetto alla media regionale.

L’esempio francese: le donne con due figli lavorano più di quelle senza bambini – Guardando oltreconfine, secondo Eurostat nel 2018 l’Italia era al penultimo posto nella Ue dietro la Grecia con un tasso di occupazione femminile del 53,1%. La percentuale è un po’ più alta rispetto a quella diffusa da Istat perché l’istituto europeo prende in considerazione la percentuale di occupate sulla popolazione dai 20 ai 64 anni escludendo quindi la fascia dai 15 ai 20 anni. La Spagna ci supera di otto punti percentuali, il Portogallo di 19 punti. In Francia e Germania la quota di donne occupate è rispettivamente al 67,6 e al 75,8%. La media Ue è vicina al 68%, quella dell’Eurozona supera il 66%. Ma da cosa dipende la voragine che separa la Penisola dagli altri big?

Per capirlo aiuta il confronto, elaborato di recente da Openpolis su dati Eurostat, tra l’andamento del tasso di occupazione delle donne tedesche, francesi, inglesi e italiane di età compresa tra i 20 e i 49 anni prima e dopo la nascita dei figli (vedi grafico). In Francia, dove le madri ricevono un assegno di circa 180 euro al mese per i primi tre anni di vita del bambino e dal secondo figlio spettano altri 130 euro al mese, le donne con due bimbi hanno addirittura un tasso di occupazione più alto di quelle senza figli: 78% contro 74%. Quello, secondo Saraceno, è il modello di sostegno universalistico a cui ispirarsi. In Italia invece il tasso cala di quasi 5 punti per chi ha un solo figlio e di più di 7 per le madri di due figli. In Germania, va detto, l’andamento è simile. Ma in partenza la quota di occupate è più alta di 22 punti.

Le promesse non mantenute del contratto di governo – Nel contratto di governo siglato da Lega e M5s – peraltro sotto la voce “Politiche per la famiglia e la natalità” – compariva la promessa di “politiche efficaci per la famiglia, per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro, anche attraverso servizi e sostegni reddituali adeguati”. E si parlava anche di “innalzamento dell’indennità di maternità”, “premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro” e sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli, oltre a rimborsi per asili nido e baby sitter. A un anno di distanza, l’unico intervento messo in campo è la concessione di una mensilità aggiuntiva di reddito di cittadinanza alle imprese che assumo un percettore donna. “Sembra che ci siano sempre altre priorità”, commenta Saraceno. “Donne e giovani vengono colpevolizzati perché non fanno bambini, ma quando si tratta di mettere in campo interventi per metterli nelle condizioni di farli senza perdere il lavoro si punta sempre su altro”. Come la pensione anticipata con Quota 100, che “privilegia i maschi con buone carriere. Ecco, quei soldi li avrei usati per rafforzare i servizi per l’infanzia. Quella sarebbe anche una politica di investimento nelle giovani generazioni”.

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Salva Roma, in Italia sono 66 i Comuni in dissesto. Calabria e Sicilia in testa, in Veneto un solo caso (ma era falso allarme)

Non solo Roma, dove il problema sono i 12 miliardi di debito pregresso che ora il Movimento 5 Stelle intende affrancare dalla gestione commissariale affidando la gestione al Tesoro. “O tutti o nessuno: in democrazia funziona così. Non ci sono Comuni di serie A e Comuni di serie B. Se in tanti hanno dei problemi, aiutiamo tutti quelli che hanno dei problemi”, ha commentato il vicepremier leghista Matteo Salvini in vista del consiglio dei ministri che martedì dovrebbe dare il via libera alla norma. In tutta Italia, stando alla banca dati sugli enti in difficoltà finanziaria messa a punto dal ministero dell’Interno e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, sono 66 i Comuni attualmente in dissesto. Mentre altri 300 circa hanno avviato le procedure di riequilibrio previste dal Testo unico degli enti locali, modificato nel 2012 dal governo Monti per consentire alle amministrazioni di correre ai ripari quando emerge un disavanzo eccessivo. Una situazione aggravata dalla recente sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato la possibilità di spalmare su trent’anni i disavanzi generati dal riaccertamento straordinario dei residui.

I più grandi Comuni in crisi finanziaria sono Catania, Terni, Caserta e Benevento. A Catania il consiglio comunale ha deliberato il dissesto lo scorso 13 dicembre, dopo che la Corte dei Conti aveva rigettato il ricorso contro la delibera del 4 maggio 2018 con cui la sezione controllo della Sicilia aveva rilevato un buco di 1,6 miliardi di euro ritenuto ingestibile con gli strumenti ordinari. “La mancanza di liquidità”, ha rilavto il il Pg delle sezioni riunite della Corte dei conti di Roma Marco Boncompagni nelle 20 pagine di richiesta di rigetto, è “strettamente collegata alla bassissima capacità di riscossione delle proprie entrate, con particolare riferimento a quelle del recupero dell’evasione tributaria, tramutatasi poi in residui attivi cancellati perché con anzianità superiore ai 5 anni”. Un problema che riguarda molti Comuni piccoli e grandi, a volte perché manca la volontà politica di riscuotere il dovuto ma anche perché il sistema di riscossione locale, lamentano gli enti, è antiquato e farraginoso. Già lo scorso anno Salvini aveva risposto all’appello del sindaco Salvo Pogliese, eletto con Forza Italia da cui è uscito pochi giorni fa, promettendo un intervento “con l’impegno però di guardare avanti, facendo tesoro degli errori fatti”, perché “già in passato il governo di cui facevo parte aveva erogato parecchi soldi per salvare Catania dal dissesto. Posso farmi carico di un secondo tentativo… qualcuno mi chiederà ‘ma come, ancora, ma sono sicuro che amministratori e cittadini dimostreranno che la fiducia era ed è ben riposta”.

E’ in predissesto invece Napoli, che con la manovra 2018 ha ottenuto il prolungamento a 20 anni del periodo entro cui concludere il piano di risanamento e a fine 2018 aveva incassato grazie a un emendamento del M5s al Milleproroghe un altro assist – pesantemente criticato dai magistrati contabili che hanno parlato di “accanimento terapeutico – che avrebbe dovuto soccorrere anche Catania. La modifica consentiva ai Comuni che avessero presentato un piano di riequilibrio
finanziario pluriennale entro il 30 novembre 2018 di effettuare la ricognizione di tutti i debiti fuori bilancio dopo l’approvazione del rendiconto dell’esercizio 2018.

A livello territoriale, il record per numero di Comuni che hanno dichiarato il dissesto finanziario (ex articolo 246 del Tuel) o che invece hanno fatto ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale spetta alla Calabria, con 54 dissesti e 70 riequilibri, a partire dal 2005, su un totale di 409 Comuni. Seguono la Sicilia con 111 Comuni su 390 (37 dei quali finiti in dissesto) e la Campania con 100 tra dissesti e riequilibri. Nessun dissesto invece in Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Sardegna.

In Veneto si conta un solo caso: Povegliano Veronese, 7mila abitanti, nell’aprile 2017 ha deliberato la procedura di riequilibrio. Salvo revocarla nel giugno successivo, quando l’amministrazione guidata dal leghista Lucio Buzzi è tornata sui suoi passi prendendo atto che gli “interventi correttivi della spesa e dell’entrata” e i “risultati positivi rilevati a seguito delle misure correttive dei fattori di squilibrio adottate dall’ultimo trimestre 2016” rendevano non necessario il piano di rientro. La Corte dei Conti ha censurato la “non proporzionalità tra il paventato ricorso al predissesto e la situazione effettiva del bilancio dell’ente”.

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Interessi sul debito, nel 2018 e 2019 lieve calo grazie a durata più breve dei titoli. Ma nel 2022 il costo sale di 10 miliardi

“Anche se lo spread non è diminuito come sarebbe stato auspicabile, prevediamo possano esserci alcuni risparmi dal pagamento degli interessi sul debito rispetto alle stime di bilancio”. Parola del ministro dell’Economia Giovanni Tria che, in audizione sul Documento di economia e finanza, ha ostentato ottimismo sull’andamento degli oneri che l’Italia paga ogni anno agli investitori che hanno comprato titoli di Stato. Ottimismo non giustificato dalle previsioni messe nero su bianco nel Documento e confermate martedì dal capo del dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia Eugenio Gaiotti. Da un lato infatti è vero che nel 2018 e 2019 la spesa per interessi risulta in lieve calo, per effetto di una riduzione delle uscite legate a derivati sul debito che vanno a scadenza e di tassi relativamente bassi nella prima metà dell’anno, oltre che per le scelte fatte dal Tesoro sulla durata dei titoli emessi per sostituire quelli arrivati a fine vita. Ma dal 2020 via XX Settembre, sulla base dell’andamento attuale dei tassi, si attende un rapido aumento che nel 2021 porterà l’esborso a 69,5 miliardi e nel 2022 a 73,7 miliardi: quasi 10 miliardi in più rispetto al costo stimato per quest’anno.

L’onere è sceso. Ma il tasso medio all’emissione è triplicato – Martedì, dopo l’audizione di Gaiotti, il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi ha rivendicato: “Banca d’Italia ha smentito chi finora ha fatto terrorismo sui costi dello spread“, cioè il differenziale di rendimento rispetto ai titoli tedeschi di uguale durata, che ha iniziato ad allargarsi dopo l’insediamento del nuovo governo e lo scorso autunno è arrivato a superare i 300 punti base. “E’ stato certificato che il costo del debito continua a diminuire sia per i minori interessi rispetto al debito in scadenza, sia per l’azzeramento del costo del debito ricomprato dalla Banca centrale con le operazioni di quantitative easing“. Il rappresentante di via Nazionale in realtà aveva spiegato che l’anno scorso “la spesa per interessi è diminuita in misura marginale: l’onere medio sul debito pubblico (rapporto tra interessi da pagare nell’anno e debito dell’anno precedente, ndr) è sceso di 0,1 punti percentuali, al 2,9%“, ma “in corso d’anno il costo medio all’emissione dei titoli pubblici è passato da valori attorno allo 0,5 per cento nel primo trimestre dell’anno all’1,5 nell’ultimo trimestre“, in contemporanea con le tensioni con Bruxelles sulla prima versione della legge di Bilancio. Quanto all’impatto positivo sui conti del quantitative easing della Bce, questo si fa sentire solo in una seconda fase, “quando gli interessi pagati sui titoli acquistati da Bankitalia per conto dell’Eurotower tornano allo Stato”, spiega l’economista Fedele De Novellis, partner di Ref Ricerche.

Rendimenti in salita non fanno subito crescere il costo complessivo – L’evoluzione della spesa per interessi è descritta nel dettaglio nel Def. Nel 2018 è calata di 619 milioni rispetto all’anno prima: 64,97 miliardi contro i 65,49 del 2017. Questo nonostante gli allarmi sull’incremento dei tassi che si erano diffusi lo scorso novembre. Nel 2019, poi, è atteso un ulteriore lieve ridimensionamento di circa 1 miliardo, a 63,9 miliardi. Come si spiega? I fattori che hanno giocato a favore sono diversi. “Per prima cosa, non necessariamente se i tassi salgono rispetto al periodo precedente il costo complessivo del debito aumenta subito”, chiarisce De Novellis. “Poniamo che quest’anno i rendimenti salgano dall’1 al 2%. Se scade un titolo che all’epoca dell’emissione rendeva il 4% e ora viene sostituito con uno che paga il 2%, il costo in valore assoluto comunque diminuisce. E prima di rinnovare l’intero stock di debito a tassi più altri passano anni. Ma resta il fatto che in uno scenario globale di tassi bassissimi l’Italia paga un forte premio al rischio: i tedeschi a seconda delle scadenze emettono quasi a zero o con rendimenti negativi”.

Lo stesso ragionamento si ritrova del resto nel Def: “Il costo medio all’emissione per l’anno 2018, pari a 1,07, è risultato in aumento non trascurabile rispetto a quello del 2017, pari a 0,68 per cento, per effetto del significativo aumento della curva dei rendimenti sui titoli di Stato italiani dalla metà di maggio in poi“, si legge. “Tuttavia questo nuovo livello risulta ancora molto contenuto in una prospettiva storica”.

Il nuovo governo ha accorciato la “vita media” del debito – Va poi considerato che il dipartimento Debito pubblico del Tesoro può “giocare” sulla durata del debito, sfruttando il fatto che i titoli a breve termine come i Bot oggi rendono poco più dello 0% contro il 2,6% dei Btp decennali. “E’ probabile che il governo quando lo spread era più alto abbia emesso più titoli a breve sperando che poi i tassi si abbassassero”, ipotizza l’economista Francesco Daveri, direttore del master Mba della Sda Bocconi. “Al contrario l’ex ministro Pier Carlo Padoan e la ex responsabile del debito pubblico Maria Cannata prima delle elezioni, quando le condizioni erano favorevoli, avevano rinnovato quanto più debito possibile a più lunga scadenza per anticipare il probabile aumento dei tassi post voto”. Le statistiche del ministero dell’Economia confermano questa ipotesi: la vita residua media ponderata dei titoli di Stato a febbraio 2018 ha raggiunto gli 83,46 mesi (6,9 anni), contro i 79 mesi di fine 2016 quando si insediò Gentiloni, ma in autunno il nuovo esecutivo l’ha progressivamente ridotta fino a 80,8 mesi a novembre 2018. Quest’anno, dopo l’accordo con la Commissione sulla manovra e il raffreddamento dello spread, la durata è di nuovo lentamente aumentata fino a 81,8 mesi.

Impatto positivo anche dagli interessi sui derivati – Infine, la discesa degli oneri dipende in parte anche dalla riduzione degli interessi sui derivati, contratti sottoscritti con banche d’affari con l‘obiettivo (almeno sulla carta) di tutelare lo Stato da eventi avversi come l’aumento dei tassi di interesse, ma che in molti casi si sono rivelati un boomerang. Il Def spiega infatti che la spesa per questo capitolo “tra il 2017 e il 2018 è passata da 4,6 a 3,9 miliardi di euro” e l’andamento resterà lo stesso fino al 2022: quest’anno infatti “giungeranno a scadenza posizioni in derivati di notevole entità, che spiegano l’ingente diminuzione di spesa per interessi prevista” e “un secondo fattore che inciderà sul miglioramento della spesa riguarda l’andamento atteso del tasso variabile Euribor 6 mesi, che dopo un lungo periodo è previsto tornare in territorio positivo”. Per questo, “dal 2021 in poi i flussi a ricevere degli swap (un tipo di derivato, ndr) indicizzati a tale tasso non dovrebbero più rappresentare un’uscita di cassa, come accaduto negli ultimi anni, bensì un flusso in entrata regolarmente ricevuto dal Tesoro”. Un’entrata che non sarà sufficiente, comunque, per controbilanciare l’incremento della spesa che nel frattempo avrà iniziato a farsi sentire su una fetta più ampia di debito.

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Fattura elettronica, da gennaio a metà aprile 541 milioni di documenti emessi. Il 27% a Milano, solo lo 0,6% a Palermo

Il 27% dei 541 milioni di fatture elettroniche per un imponibile di oltre 1000 miliardi emesse tra gennaio e metà aprile è partito da Milano e provincia. Dietro il capoluogo lombardo, da cui aziende e professionisti hanno inviato per via telematica 147 milioni di e-fatture, c’è Roma, con 118 milioni di documenti (poco più del 21%). Torino è a quota 20,2 milioni, seguita da Bologna (13,6 milioni) e Napoli (10,5 milioni). Palermo si ferma a 3,3 milioni, lo 0,6% del totale, contro i 6,1 milioni di Bari, che ha la metà degli abitanti del capoluogo siciliano. Sono i dati dell’Agenzia dell’Entrate aggiornati al 15 aprile, stando ai quali sono stati finora 2,9 milioni i titolari di partita Iva che hanno utilizzato la nuova infrastruttura telematica operativa da gennaio, quando è scattato l’obbligo di fatturazione elettronica anche tra i privati previsto dalla legge di Bilancio per il 2018 in funzione di lotta all’evasione e confermato dal decreto fiscale collegato all’ultima manovra.

I settori che danno il maggior contributo sono il commercio e le autofficine (145 milioni di fatture), la fornitura di energia e gas (110,9 milioni) e il settore dell’informazione e delle telecomunicazioni, quello in cui operano i gestori di servizi internet e telefonia (94 milioni). In media, le fatture emesse finora sono state poco più di 5 milioni al giorno, meno degli 8,2 milioni previsti lo scorso dicembre dall’Osservatorio fatturazione elettronica & eCommerce B2B del Politecnico di Milano. Ma secondo le Entrate non si può parlare di dati inferiori alle attese, perché il numero di imprese coinvolte è in linea con le stime e occorre tener conto che per quest’anno sono esentati dall’obbligo anche medici, farmacisti e società sportive dilettantistiche. E non sono tenute a fare fattura elettronica le partite Iva con redditi sotto i 65mila euro che aderiscono al regime dei minimi allargato (quella che è stata presentata come fase uno della flat tax), con il risultato che la rivoluzione digitale non avrà alcun impatto sulla piccola evasione.

E’ probabile poi che a inizio anno le difficoltà nell’utilizzare il nuovo sistema abbiano rallentato la trasmissione dei documenti, che in base alla normativa attuale possono essere immessi nel sistema Sdi entro il 16 del mese successivo a quello dell’operazione. Infatti a gennaio le e-fatture sono state solo 100 milioni, numero che ultimamente stato raggiunto ogni due settimane: al 18 febbraio si contavano 230 milioni di fatture, salite a 350 milioni a metà marzo e 459 milioni a fine marzo. Il valore totale dell’imposta dichiarata supera i 118 miliardi, cifra che non corrisponde ovviamente alle entrate dell’Erario perché dall’Iva a debito va sottratta quella a credito che si origina quando l’impresa acquista beni o servizi su cui paga l’imposta. Nei primi due mesi del 2019 le entrate Iva, stando ai dati del Tesoro, sono ammontate a 15,6 miliardi, in aumento di 877 milioni rispetto allo stesso periodo del 2018.

A livello territoriale, la Lombardia guida di gran lunga la classifica con 188 milioni di fatture emesse, prima del Lazio con 123,5 milioni. Seguono Emilia Romagna (35,5 milioni), Veneto (33,3 milioni), Piemonte (31,2 milioni), Toscana (21,1 milioni). In coda Molise (763mila) e Basilicata (1,4 milioni), per evidenti motivi dimensionali. Terzultima la Calabria, con 3,6 milioni di fatture, contro i 18,8 milioni della Campania, i 13,2 della Sicilia e i 6 milioni della Sardegna. Tra le province, le ultime in classifica sono Crotone e Vibo Valentia con meno di 300mila e-fatture emesse da inizio anno.

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Def, “con il reddito 260mila occupati in più nel 2022 ma impatto negativo su livello medio dei salari e produttività”

Il reddito di cittadinanza, oltre a spingere i consumi e di conseguenza il pil, nel medio periodo farà aumentare gli occupati di circa 260mila unità. Soprattutto tra gli individui con minori competenze ed esperienza. L’effetto collaterale sarà però, a partire dal 2021, un calo del livello medio dei salari. Perché l’aumento dell’offerta di lavoro ne farà automaticamente diminuire il costo per le aziende. Sono i risultati di una simulazione del Tesoro inserita nel Programma nazionale di riforma, una delle sezioni del Documento di economia e finanza approvato martedì dal consiglio dei ministri e pubblicato il giorno dopo sul sito del Mef. Quota 100, invece, quest’anno e il prossimo avrà un impatto nullo sulla crescita e farà calare l’occupazione, perché i neopensionati saranno sostituiti solo in parte da nuovi assunti. Le due misure, insieme, nel breve periodo faranno aumentare dello 0,2% il tasso di disoccupazione mentre nel medio periodo lo lasceranno invariato rispetto allo scenario a politiche invariate: il reddito, incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, lo farà aumentare dello 0,9% nel 2022, ma quota 100 avrà un effetto opposto e lo farà scendere di altrettanto.

Per quanto riguarda l’impatto sui conti pubblici, le misure bandiera di Movimento 5 Stelle e Lega contribuiranno a far salire di 133 miliardi tra 2019 e 2021 le spese dello Stato per la voce “Lavoro e pensioni”. Secondo via XX Settembre il reddito, mettendo direttamente più soldi in tasca alle famiglie e facendo crescere l’occupazione, avrà però un effetto positivo sulla crescita, stimato in un +0,2% nel 2019, +0,4% nel 2020 e +0,5% nel 2021 e 2022. Mentre la parziale controriforma delle pensioni non trainerà l’economia nel primo biennio ma dovrebbe far salire il pil di uno 0,2% nel 2021 e 2022. Bisogna comunque tener conto che il Def dà per fatti gli aumenti Iva per 23 miliardi previsti dalle clausole di salvaguardia, che ridimensionerebbero gli effetti di entrambe le misure perché scoraggerebbero i consumi. I vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno promesso che il governo disinnescherà gli aumenti.

Simulazione basata sulle stime Istat – L’esercizio di valutazione firmato dal ministro Giuseppe Tria si basa sulle stime dei beneficiari del reddito fatte dall’Istat, (meno ottimistiche di quelle governative) secondo cui i percettori saranno 2,7 milioni di individui di cui 1,79 milioni in età lavorativa. Visti i requisiti per accedere al reddito, basati come ricorda il documento “soprattutto sull’effettuazione di attività di ricerca di lavoro, la riforma dovrebbe dar luogo a un aumento della partecipazione al mercato del lavoro tramite il ricorso ai Centri per l’impiego anche da parte di individui prima inattivi”. Di conseguenza le forze di lavoro aumenterebbero gradualmente, fino a 470mila unità in più nel primo semestre 2020. Non tutti troveranno un posto: stando alla simulazione alcuni ingrosseranno le file dei disoccupati mentre i nuovi assunti saranno circa 260mila. Risultato: il tasso di disoccupazione nel 2022 sarà più alto di 0,9 punti rispetto allo scenario base ma salirà anche l’occupazione, che nello stesso anno salirà di 1,1 punti base in più rispetto a quanto sarebbe successo senza il sussidio.

Dal reddito effetto negativo su produttività e salari – In compenso si registrerà un effetto negativo sulla produttività: questo perché i nuovi occupati saranno concentrati nelle “fasce di individui con minori competenze ed esperienza”. Di conseguenza nel 2022 “il prodotto per occupato risulterebbe inferiore di 0,6 punti percentuali rispetto allo scenario base”. In parallelo l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro ridurrà le retribuzioni medie. “Per i primi due anni dell’orizzonte di simulazione, si è scelto di mantenere le retribuzioni medie invariate rispetto allo scenario base, dato che l’aumento esogeno dell’offerta di lavoro associato alle iscrizioni ai CpI è inizialmente di natura puramente statistica”, spiega il Piano. “Ciò premesso, a partire dal terzo anno (il 2021) ai salari viene consentito di modificarsi endogenamente nel modello e questi diminuiscono rispetto ai livelli dello scenario base. La riduzione dei salari si verifica nonostante il provvedimento abbia fissato una soglia minima di retribuzione, pari a 858 euro, affinché una proposta di lavoro sia da ritenere congrua e il suo rifiuto comporti la perdita del trasferimento“. I tecnici del ministero aggiungono che “è da auspicare che, nel medio-lungo periodo, l’effetto delle politiche attive nella forma di una maggiore offerta di formazione, unitamente all’effetto di livello generato dal salario definito nel provvedimento per considerare congrua una proposta di lavoro, possano agire sulle retribuzioni portandole al di sopra dei livelli dello scenario base”. Va detto che nel Def viene citata, tra gli interventi allo studio, “l’introduzione di un salario minimo orario per i settori non coperti da contrattazione collettiva e la previsione di trattamenti congrui per l’apprendistato nelle libere professioni”. 

Nel primo anno sostituito solo il 35% di chi esce con quota 100 – quest’anno solo il 35% dei prepensionati sarà sostituito con nuovi assunti, mentre negli anni successivi il tasso di sostituzione “risulterebbe compreso tra il 70 e l’80 per cento dei pensionamenti anticipati“. A conti fatti, rispetto allo scenario base questo comporterà una riduzione sia del tasso di occupazione (-0,3 punti al 2022) sia di quello di disoccupazione (di 0,9 punti nel 2022), maggiori consumi privati (+0,4%) e un incremento di 0,5 punti della produttività del lavoro, anche per effetto dell’ingresso nel processo produttivo di lavoratori più giovani al posto di quelli vicini alla pensione. L’effetto sui salari medi inizialmente sarà negativo (gli stipendi dei giovani sono più bassi) ma in seguito l’impatto diventa positivo.

La scommessa sulla riforma di Centri per l’impiego e politiche attive – Il Tesoro fa anche una stima sugli effetti del rafforzamento dei centri per l’impiego e degli altri enti coinvolti nella gestione del reddito e nelle politiche attive. Che, secondo le stime Istat, “dovrebbero farsi carico di circa 1,5 milioni di persone”: 600mila attualmente in cerca di occupazione, 470mila inattivi che entrerebbero nel mercato del lavoro per ottenere il reddito e 428mila occupati ma con un reddito basso. Le simulazioni danno risultati diversi a seconda che la riforma risulti molto efficace, di media efficacia o di bassa efficacia: nel primo caso l’occupazione in sei anni salirebbe di 1,9 punti, con il salario reale medio in calo di 0,48 punti e un impatto positivo sul pil di 1,57 punti grazie all’aumento dei consumi. Se invece la riforma di formazione, collocamento e matching tra domanda e offerta avrà scarso successo, l’impatto sull’occupazione su un orizzonte di 6 anni si fermerà a un +0,82 per cento, con un lieve calo dei salari (-0,14%) e un altrettanto contenuto (+0,74) effetto di spinta del pil. “La valutazione macroeconomica”, chiosa il documento, “conferma che il successo dell’insieme di misure di attivazione contenute nel Decreto legge n. 4/2019 dipende in larga misura da quale sarà l’efficienza dei Centri per l’impiego e il loro coordinamento a livello nazionale”.

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