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Auto, mentre Fca attende il prestito garantito la filiera chiede al governo di potenziare gli incentivi. E anche per la Fiom serve un piano

Il finanziamento da 6,3 miliardi con garanzia pubblica concesso a Fca è in dirittura d’arrivo. Il Tesoro ha dato l’ok all’operazione i cui dettagli dovrebbero arrivare la prossima settimana. Intanto l’azienda si è impegnata a 5 miliardi di investimenti aggiuntivi. E nel decreto Rilancio il governo ha puntato 20 milioni su un centro di ricerca per l’innovazione a Torino, oltre ad aumentare il fondo per i veicoli a bassa emissione (100 milioni per il 2020 e 200 per il 2021). Ma le misure messe in campo dall’esecutivo, che punta a sbloccare i pagamenti per circa 10mila fornitori, non placano le preoccupazioni delle imprese dell’automotive davanti al crollo della domanda nazionale. Così l’Associazione nazionale filiera industria automobilistica (Anfia) ha chiesto al governo di progettare insieme il futuro delle quattro ruote in Italia.

Secondo l’associazione presieduta da Paolo Scudieri, il denaro che arriverà ad Fca Italy servirà infatti sostanzialmente a sbloccare i pagamenti ai fornitori. Nella migliore delle ipotesi potrà contribuire a mantenere i livelli occupazionali, ma non è certo la base su cui ripartire per un comparto che vale ancora il 6% del prodotto interno lordo e arriva a pesare fino al 10% se si include l’indotto. Concorda con questa visione anche la Fiom che ha domandato un intervento dell’esecutivo coordinato e veloce. “Chiediamo al premier Conte un confronto per raggiungere un accordo che garantisca innovazione ecologica e occupazione”, ha dichiarato Michele De Palma, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile automotive in una nota del 4 giugno.

Un tavolo al Ministero dello Sviluppo economico era del resto già stato avviato a giugno dello scorso anno dopo che Fca aveva svelato i suoi piani di fusione, poi sfumati, con Renault. In quella occasione era emerso come Parigi avesse ben chiare le idee sul futuro del settore, puntando a “fare della Francia un paese leader nei veicoli a basse emissioni” entro il 2030. Piano confermato con i nuovi incentivi concessi dopo l’emergenza coronavirus e mentre Fca si prepara alla fusione con Psa. L’Italia invece non aveva varato un piano strategico pluriennale, ancora oggi assente.

Di qui era partito il pressing dell’Anfia che ora torna a battere cassa chiedendo incentivi per il cambio di auto più consistenti e diffusi (includendo i modelli fino a 95 G/KM di Co2) e un sostegno anche per i veicoli commerciali per smaltire gli stock cumulati durante la chiusura obbligata dell’attività. Richiesta prontamente recepita con emendamenti di Pd, Leu e Italia Viva al decreto Rilancio. Ma non è affatto detto che la proposta passi perché la maggioranza è divisa: il Movimento 5 Stelle chiede che gli incentivi siano riservati alle elettriche. “In Italia gli incentivi per le auto pulite sono fra i più bassi d’Europa – è la posizione dell’Anfia – Inoltre mancano anche le infrastrutture per le ricariche elettriche”. C’è insomma un mondo da costruire, come testimoniano anche le barriere all’uso della vettura elettrica nei centri storici italiani con alcuni comuni che chiedono registrazioni preventive per l’accesso alle aree a traffico limitato.

Secondo l’associazione presieduta da Scudieri è necessario intervenire nel più breve tempo possibile con una pianificazione di ampio respiro. Peraltro “in assenza di interventi mirati, una chiusura del mercato auto 2020 con 500.000/600.000 unità in meno rispetto all’anno precedente determinerà un mancato gettito IVA di circa 2,5 miliardi di euro”, scrive in una nota l’associazione. Ecco anche perché la Fiom ha definito “non più rinviabile un intervento da parte del governo, come negli altri Paesi europei, che possa far ripartire il settore attraverso un piano di rilancio i cui punti cardine devono essere l’ambientalizzazione delle produzioni, delle fabbriche e dei prodotti, la tutela delle lavoratrici, dei lavoratori e dei salari, la riforma degli ammortizzatori sociali e il mantenimento della capacità di ricerca-sviluppo e produzione”. In ballo c’è del resto un settore che ha un ruolo importante nella bilancia commerciale, visto che l’automotive italiana esporta oltre il 50% della sua produzione. Ma la coperta è corta e, a breve, il governo dovrà scegliere su quali settori produttivi puntare per rilanciare il Paese.

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Generali, la cassaforte del risparmio degli italiani e di 60 miliardi di titoli di Stato nella battaglia tra Milano e Parigi su Mediobanca

Da un lato c’è la gestione del risparmio degli italiani, dall’altro un patrimonio in titoli di Stato nazionali di tutto rispetto. Con queste premesse, Generali rappresenta per la politica romana uno degli ultimi forzieri che il Paese non può permettersi di perdere. Il gruppo triestino gestisce 468 miliardi di investimenti. In pancia ha 176 miliardi di obbligazioni governative. Di queste oltre sessanta miliardi sono titoli di Stato italiani. Quanto basta per far stare in allerta il governo che in queste ore osserva da vicino le grandi manovre in atto sul Leone di Trieste e sul suo principale azionista, Mediobanca.

Con particolare attenzione alle mosse di Leonardo Del Vecchio: il fondatore di Luxottica vorrebbe infatti aumentare la sua partecipazione nel capitale di Piazzetta Cuccia portandola dal 10 al 20 per cento. Il motivo? È in corso un riassetto finanziario tra Francia e Italia che passa per Mediobanca la quale, parafrasando le parole del suo fondatore Enrico Cuccia, non è nulla senza le Generali. La posta in gioco è quindi il controllo della compagnia triestina che da sempre fa gola ai francesi di Axa.

Da decenni, proprio il Leone di Trieste è infatti al centro di una battaglia tra Francia e Italia inaugurata dallo stesso Cuccia con l’ingresso della francese Lazard nel capitale di Mediobanca sin dalla quotazione in Borsa nel 1958. Da allora i soci francesi di Piazzetta Cuccia non hanno mai smesso di sognare l’ “annessione” della compagnia a lungo presieduta dall’ex banchiere di Lazard, Antoine Bernheim. Non senza sfruttare la finestra privilegiata nell’azionariato del crocevia degli affari milanesi per mettere a segno dei raid francesi in Italia come ad esempio quello di Vincent Bolloré su Telecom Italia e Mediaset.

Negli anni la bandiera della compagnia è stata però sempre garantita da un nocciolo duro di soci italiani nel capitale di Piazzetta Cuccia. Fra questi Unicredit, che tuttavia a novembre dello scorso anno ha ceduto l’intera partecipazione (l’8%) detenuta in Mediobanca. L’operazione, realizzata dal francese Jean Pierre Mustier, ha riaperto le danze sul futuro di Piazzetta Cuccia e del Leone di Trieste. E ha nuovamente risvegliato l’attenzione di Intesa che nel gennaio 2017 tentò di mettere le mani sulla compagnia triestina con un’operazione che venne bloccata dall’amministratore delegato delle Generali, il francese Philippe Donnet.

Ma destò grande interesse nella politica romana perché l’unione della prima banca italiana e della compagnia triestina avrebbe portato alla nascita di un colosso del risparmio gestito da 800 miliardi. L’operazione sarebbe peraltro arrivata ad una manciata di giorni dalla decisione di Unicredit di vendere la società di gestione Pioneer alla francese Amundi. Un boccone amaro per Roma: “Il governo aveva addirittura approntato un muro per evitare che Pioneer, la società del risparmio gestito di Unicredit finisse, come poi sta finendo, ai francesi di Amundi – ricorda La Repubblica del 19 dicembre 2016 -. La cordata di Poste-Anima-Cassa depositi e prestiti era considerata l’ultimo baluardo contro l’invasione, dopo che sia Generali sia Intesa Sanpaolo, per motivi diversi, avevano rinunciato fin dalle fasi preliminari. Ma è andata male”.

È a questo punto della storia, nel pieno della crisi economica post Covid, che Del Vecchio ha deciso di sferrare un nuovo assalto attraverso Mediobanca. L’esito dell’operazione è tutto da scrivere, ma c’è chi è pronto a scommettere che il patron di Luxottica si muova in sintonia con i francesi, assieme a Unicredit e all’editore del Corriere della Sera, Urbano Cairo. Sul fronte opposto ci sarebbero invece Intesa, Unipol e la stessa Mediobanca per una grande operazione di sistema. L’obiettivo? Mantenere in casa non solo la fiorente attività di gestione del risparmio italiano e mantenere il controllo di una compagnia che investe massicciamente in titoli di Stato italiani.

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Coronavirus, ora anche professionisti e commercianti si rivolgono al banco dei pegni per ottenere piccoli prestiti senza aspettare

Non solo clienti estremamente bisognosi. Ma anche professionisti e commercianti. Con la crisi seguita all’emergenza sanitaria aumentano i nuovi poveri e cambia anche l’identikit di chi ricorre al banco dei pegni. Durante il lockdown, in fila al Monte di pietà sono arrivate infatti nuove tipologie di clienti in aggiunta ai lavoratori precari che già prima ricorrevano a questa modalità di accesso al credito. L’obiettivo per tutti è lo stesso: ottenere in pochi minuti contanti che è difficile avere rapidamente dalla banca o da una finanziaria. In tasca, orologi pregiati e gioielli di famiglia che costituiscono la garanzia per avere il denaro necessario a rilanciare l’attività senza dover attendere troppo o dover compilare pile di moduli. E soprattutto senza la necessità di merito di credito.

Pre-Covid, in Italia c’erano mediamente fra le 170mila e le 300mila persone l’anno in fila al banco dei pegni. Secondo Affide, il maggior operatore italiano ed europeo del credito su stima, alimentavano un giro d’affari annuo da circa 800 milioni l’anno. Si tratta quindi di un business di tutto rispetto, che però rappresenta una goccia nel mare se confrontato con il credito al consumo che nel 2019 valeva circa 22 miliardi. Ma di uno strumento importante soprattutto quando l’accesso al credito diventa difficile. Gli importi richiesti? Piccole cifre: sulla base degli ultimi dati Assopegno, al Monte dei pegni il taglio medio del prestito è da circa un migliaio di euro.

Complice la crisi economica, il business è ora destinato a crescere. Affide calcola che durante l’emergenza Covid-19 le richieste di credito su stima siano aumentate del 30 per cento rispetto al periodo lockdown. Anche se, come evidenziano diversi operatori, non sono pochi i clienti che preferiscono direttamente disfarsi degli oggetti di valore vendendo i beni ai compro-oro. Le quotazioni del metallo giallo sono del resto schizzate alle stelle (circa 49,50 il grammo venerdì 29 maggio). E se non si ha la certezza di poter restituire il denaro preso in prestito sul pegno, tanto vale non pagare gli interessi e cedere subito il bene.

Se invece si prevede di recuperare i preziosi, allora il pegno resta una valida alternativa in un mercato completamente regolamentato (anche sul fronte tassi) da Bankitalia. Per fare un esempio, secondo i criteri di Pronto Pegno (Banca Sistema), il cliente che porta un bene dal valore di stima da 1.250 euro può ottenere un prestito da mille euro. Su sei mesi pagherà 35 euro di interessi (Tan 7%) e 35 euro di custodia e assicurazione. In pratica, per recuperare il bene impegnato, il cliente dovrà restituire 1070 euro. In caso contrario, se il contratto non viene allungato pagando gli interessi, il bene andrà all’asta.

Per Banca Sistema, il maggior operatore bancario del settore, l’attività dei pegni svolge un ruolo sociale di primo piano. Certamente il business è interessante anche dal punto di vista aziendale visto che il gruppo ha deciso di acquistare la rete di Banca Intesa. Esattamente come Affide ha comprato tempo fa quella che era in mano ad Unicredit. Già oggi, del resto, secondo i dati di una ricerca Doxa-Affide, il 69% degli italiani conosce questo servizio al quale si rivolgerebbero 8 connazionali su 10 in caso di necessità o imprevisti. Tra i motivi principali per cui le persone lo sceglierebbero c’è l’esigenza di affrontare spese inattese o impreviste (64%). Ma anche il pagamento delle rette scolastiche o universitarie per se stessi o per i propri figli (28%), la volontà di esaudire un desiderio (23%), la ristrutturazione o l’anticipo di una casa (17%), il via ad una nuova attività o lavoro (15%). Necessità di vario genere che hanno in comune l’urgenza di ottenere denaro senza passare per procedure complesse.

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Smartworking, nel settore pubblico aiuterà la lotta ai “furbetti”. Ma farà anche emergere sacche di inefficienza e personale in eccesso

Lo smartworking farà scomparire i furbetti del cartellino? Almeno virtualmente sì, ma prima che ciò avvenga ci saranno non pochi problemi pratici da affrontare. Soprattutto nella pubblica amministrazione dove la diffusione del lavoro agile potrebbe fare emergere pesanti sacche di inefficienza. Per definire gli obiettivi dello smartworker bisognerà infatti innanzitutto certificare l’attività svolta e poi fissare i nuovi obiettivi. Ma che cosa accadrà se si dovesse scoprire che la forza lavoro di un dato ente è in eccesso? O che un lavoratore si impegna infinitamente meno del vicino di scrivania? Nel privato, il personale viene generalmente rimodulato e riorganizzato in tempi relativamente rapidi. Non è così invece nel settore pubblico dove le risposte a questi due interrogativi sono tutte da scrivere. Per di più in tempi strettissimi se, come sembra, il governo vuole diffondere il lavoro agile nella pubblica amministrazione, svecchiando la pesante macchina amministrativa e incentivando il merito.

Post-Covid, l’obiettivo dell’esecutivo è mantenere fra il 30 e il 40% dei dipendenti pubblici in smartworking. Come ha raccontato il ministro Fabiana Dadone in un’intervista a La Stampa del 20 maggio scorso, l’intento dell’esecutivo è usare massicciamente il lavoro agile anche nel post-Covid. In che modo? “Abbandoniamo il feticcio del cartellino, le polemiche sui furbetti, e iniziamo a far lavorare per obiettivi…”, ma “la parola chiave nel pubblico dovrebbe restare quella del controllo, per un settore che nella sua storia ha dimostrato di non saper gestire la troppa libertà”. Per il ministro, si “potrebbero anche prevedere penali per i dipendenti – in smartworking – che non rispettano il termine della presentazione dei progetti”.

Per la pubblica amministrazione si tratta di una grande rivoluzione. Fino a prima del Covid-19, gli smartworker italiani erano appena 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018. Ma secondo i dati dell’Osservatorio Smartworker del Politecnico di Milano, buona parte di loro era all’interno di imprese, soprattutto di grandi dimensioni. Nonostante l’impulso della legge Madia, lo Stato e le sue diramazioni periferiche erano rimasti al palo: pre-Covid 19, solo il 7% delle pubbliche amministrazioni aveva attivato iniziative informali, il 6% contava di avviarle nei dodici mesi successivi. Prima dell’emergenza sanitaria, secondo l’Osservatorio, “il ritardo resta evidente, con quasi 4 pa su 10 che non hanno progetti di Smart Working e sono incerte (31%) o addirittura disinteressate (7%) rispetto alla sua introduzione”. In pratica, “pur essendosi finalmente attivate, molte pa hanno seguito un approccio di mero adempimento normativo” si legge nell’ultimo report (ottobre 2019) dell’Osservatorio sul tema. Oggi, invece, secondo quanto stima la Cgil, ci sono almeno 8 milioni di lavoratori in smartworking. O meglio in lavoro da remoto. Una fetta consistente sono dipendenti della pubblica amministrazione.

Nel 2017 l’esperimento pilota è stato realizzato alla Presidenza del Consiglio. A seguirlo è stato Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smartworking del Politecnico di Milano che tiene a precisare come lo smartworking non è il lavoro da remoto cui i lavoratori sono stati costretti causa Covid19. Ma un nuovo modello organizzativo incentrato sugli obiettivi. Per questa ragione, alla Presidenza del Consiglio è stato chiesto ai lavoratori di presentare un proprio progetto che, a regime, avrebbe dovuto portare ad una maggiore efficienza del lavoro, quantificabile e quantificata. I progetti sono stati poi sottoposti all’approvazione di una commissione solo dopo aver ottenuto l’avallo del diretto superiore del potenziale smartworker. “In questo modo abbiamo ottenuto il coinvolgimento di tutti i soggetti in gioco e il lavoro ha funzionato” spiega Corso.

Il rischio è che la nuova modalità sveli sacche di inefficienza nel lavoro pubblico. “A prescindere dal lavoro svolto alla Presidenza del Consiglio, lo smartworking fa emergere alcune debolezze nell’organizzazione lavorativa standard. Viene infatti messa nero su bianco la misura del lavoro, gli obiettivi raggiunti fino a quel momento e i target da raggiungere”, riprende l’esperto. Detta in altri termini, il piano del potenziale smartworker dovrà partire dal carico di lavoro in “modalità ufficio” che potrà ad esempio essere misurato in numero di pratiche evase al giorno. Ma fisserà anche un nuovo obiettivo che dovrà essere più ambizioso rispetto all’attività già realizzata. Inevitabilmente questo porterà non solo ad evidenziare le differenze di produttività fra due lavoratori con le stesse mansioni all’interno dello stesso ufficio, ma anche ad una valutazione costi/benefici per dipendente. “E’ chiaro che quindi potranno emergere diversità fra i vari lavoratori. Ma non è per questo che non si può fare smartworking, anzi direi che è proprio per questo che bisogna farlo”, aggiunge Corso che ricorda come attualmente la legge prevede che la possibilità per il lavoratore di accedere allo smartworking a parità di stipendio.

L’altro lato della medaglia è che lo smartworking può far emergere il merito anche nella pubblica amministrazione. “Può funzionare. A patto che venga rispettata la filosofia smartworking con un’adeguata formazione per dipendenti e dirigenti. Oggi la legge assicura che questa modalità di lavoro non può essere imposta – conclude il professor Corso – Ma avviene con un accordo volontario fra lavoratore e azienda. Lo smartworking non è quindi un diritto soggettivo. E’ uno scambio fra autonomia e responsabilità. Se diventa un diritto soggettivo per alcune categorie di lavoratori, come ad esempio le donne o i portatori di handicap, allora il principio viene snaturato. Perché? Perché lo smartworking per funzionare deve essere uno scambio fra autonomia e responsabilizzazione. Se diventa un diritto e una concessione non funziona più e va a vantaggio di quelle categorie che apparentemente si volevano tutelare. Mi auguro onestamente che la legge del 2017, che ha un impianto moderno, non venga snaturata”.

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Smartworking, i consigli per gestire tempo e spazi: “Attenzione a sedie, schermi e tastiere. Ogni due ore al pc 15 minuti di pausa”

“Non è facilissimo lavorare a casa da soli. Farlo poi senza alcuna preparazione è ancora più complesso”. Per Angela Galassini, consigliere dell’associazione Società Italiana di Psicologia del Lavoro e dell’Organizzazione (Siplo), da qui deriva buona parte dello stress sperimentato dai lavoratori che, causa Covid-19, si sono ritrovati l’ufficio in casa. Con tutti gli annessi e connessi. A partire da strumenti e spazi di lavoro inadeguati. Con il risultato che fra i lavoratori non solo si sono moltiplicati cefalee, mal di schiena, attacchi di cervicale e tendiniti. Ma in alcuni casi è anche salito alle stelle il tecnostress, dovuto all’iperconnessione e alla gestione della tecnologia nella solitudine delle mura domestiche. Come fare quindi a gestire al meglio tempo e spazio in telelavoro?

Per gli aspetti pratici, i suggerimenti vengono direttamente dai protocolli Inail come suggeriscono i medici del lavoro: sedie ergonomiche, monitor orientabili e adeguatamente illuminati, tastiere “sufficientemente larghe perché le mani possano lavorare senza essere costrette in posizioni contratte”, come si legge sul sito dell’Inail. Come vuole la legge 81 del 2017, che ha definito il lavoro agile, si tratta di prescrizioni a carico dei datori di lavoro. Tuttavia è difficile immaginare che le imprese, pubblica amministrazione inclusa, si muovano velocemente per offrire in tempi stretti al lavoratore strumentazioni adeguate. Non a caso, nonostante l’eccezionalità del Covid, alcune aziende, fra cui ad esempio la Caltagirone Editore, hanno chiesto delle liberatorie ai dipendenti che lavorano da casa. In sintesi, in questa fase, sugli aspetti pratici se possibile è bene attrezzarsi per tutelare la propria salute. E porre attenzione a prendersi qualche pausa: secondo l’Inail, quindici minuti ogni due ore al pc.

L’aspetto più complesso è la parte della gestione del lavoro. “Va detto innanzitutto che quello che stiamo sperimentando oggi non è smartworking, ma un home working anche abbastanza improvvisato – riprende Galassini – Con il lockdown molti lavoratori si sono trovati dall’oggi al domani ad arrangiarsi un po’. Hanno iniziato a svolgere lavoro da casa senza alcun tipo di preparazione e spesso con gli strumenti tecnologici che avevano personalmente a disposizione e che quindi non sono stati forniti dall’organizzazione del lavoro, come accade in smartworking”. Di qui buona parte di stress che, secondo la psicologa, si potrebbe gestire rassicurando le persone come spiega l’esperta affinché “si rendano conto che le problematiche sono comuni”.

Il suggerimento? “In condizioni normali, lo smartworking sarebbe stato preparato con un accordo aziendale in cui sono definiti degli obiettivi da raggiungere. In questa situazione bisogna cercare di trovare da soli delle soluzioni operative” precisa Galassini. E’ fondamentale quindi avere, ad esempio, già in mente a chi poter chiedere una mano nel caso di un problema tecnico. “E’ un aspetto, quest’ultimo, che genera molta ansia nel lavoratore e che normalmente dovrebbe avere un referente dedicato indicato dall’impresa” prosegue Galassini.

Per superare la sensazione di isolamento lavorativo, è bene invece organizzare almeno delle videoconferenze. Meglio ancora dei webinar di formazione sull’attività lavorativa svolta a casa. “Vari studi segnalano come lo smartworking sia ottimale entro le 15 ore massimo. Oltre i due o tre giorni, il lavoratore dovrebbe rientrare in contatto con l’azienda per vedere gli altri colleghi – riprende Galassini – C’è bisogno di un supporto che sia il contatto, sentirsi, vedersi attraverso le conferenze. Va coltivato il contatto e va attivata la formazione per i dirigenti. E’ difficile darsi la motivazione senza vedere nessuno, senza consultarsi con nessuno”.

Infine la problematica più complessa da affrontare è la difficoltà di conciliare casa e lavoro, soprattutto per le donne. Su questo punto, l’unico consiglio è l’organizzazione. “In questi giorni abbiamo assistito all’intrusione del lavoro nella vita familiare e viceversa – precisa Galassini – si fa difficoltà a intravedere i confini fra le due cose. Non ci sono limiti precisi fra lo spazio personale e familiare e quindi se uno non è abbastanza bravo si trova in seria difficoltà”. Non è un caso del resto che lo smartworking punti da un lato sulla responsabilizzazione del lavoratore attraverso gli obiettivi, dall’altro sulla sua capacità organizzativa. “Non tutti, purtroppo, hanno questa attitudine”, conclude. Per questo, a suo parere, la formazione è fondamentale per il futuro dell’industria e dei lavoratori 4.0.

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Smartworking, i medici: “Rischio trappola da tecnostress”. E l’Ispettorato del lavoro non è attrezzato per vigilare a domicilio

Lavorare da casa fa bene? Di certo può generare risparmi per i datori di lavoro, tagliando i costi degli uffici tradizionali. Ma che cosa accade alle tasche del lavoratore, al suo benessere e a quello della sua famiglia? E soprattutto chi vigila sulla sicurezza dei luoghi e sul rispetto degli orari previsti oggi per lo smartworking? O degli obiettivi che si vorrebbero introdurre in futuro? Sono questi tutti interrogativi aperti dopo che il Covid-19 ha catapultato milioni di dipendenti pubblici e privati nel mondo del lavoro in remoto. Con il rischio di fondo che, ideato come strumento positivo di flessibilità, lo smartworking possa trasformarsi in una trappola infernale da tecnostress. Senza peraltro alcuna vigilanza per assenza di norme ad hoc e problemi di privacy.

Finora infatti lo smartworking è stato solo una piccola nicchia. L’ultima indagine dell’Osservatorio smartworking del Politecnico di Milano (ottobre 2019) registrava in Italia la presenza di 570mila smartworker, cioè lavoratori che svolgono parte dell’attività al di fuori dell’ufficio, in modalità flessibile, a parità di orario e stipendio. A giudicare dallo storico registrato dall’Osservatorio, gli smartworker pre-Covid-19 sono soddisfatti della loro scelta pur lamentando difficoltà come la percezione di isolamento (35%), le distrazioni esterne (21%), i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale (11%) e la barriera tecnologica (11%).

Intanto l’avvento dell‘industria 4.0, che facilita lo smartworking, ha portato in dote un aumento delle patologie da stress. “Negli ultimi anni, dal punto di vista della salute sul lavoro, accanto alle patologie tradizionali, abbiamo registrato l’aumento delle problematiche legate alla salute mentale, cioè all’equilibrio psicofisico, a fattori psicosociali di rischio lavorativo che ha identificato anche l’Inail”, spiega Umberto Candura, presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma). La colpa non è naturalmente dello smartworking, ma di un cambiamento epocale legato a doppio filo con la smaterializzazione dei luoghi di lavoro. “Alcuni giuristi hanno parlato di “non luoghi” – prosegue Candura – perché se con il telelavoro c’era la possibilità di effettuare dei controlli sul posto destinato all’attività, con lo smartworking questo non è più possibile perché teoricamente la prestazione lavorativa può essere svolta ovunque”. Dall’abitazione all’ufficio in condivisione per arrivare anche alla hall dell’albergo o al sedile del treno. Ovunque è possibile connettersi perché sono ormai saltati buona parte degli schemi tradizionali legati alla fabbrica e all’ufficio. “Ecco perché la stessa legge sullo smartworking indica, oltre alla necessità di un intervento informativo e formativo, l’esigenza di una estrema collaborazione fra lavoratore e impresa. Non basta più l’approccio pragmatico di tutela unilaterale”, precisa Candura.

Non esiste peraltro un sistema di controlli su eventuali abusi subiti da lavoratori in smartworking. Tecnicamente le verifiche sono possibili attraverso i numeri di telefono e la posta aziendale, oltre che via indirizzi IP usati per la connessione ad Internet. Tutto è infatti tracciabile e tracciato. Ma, al momento, l‘Ispettorato del lavoro non ha un nucleo di vigilanza “digitale” impegnato su questo fronte. Inoltre lo smartworking avviene spesso e volentieri in un domicilio privato dove è possibile accedere solo su richiesta e previo consenso del diretto interessato. “Personalmente mi sono reso conto che in questi due mesi ho lavorato molto di più– riprende il dottor Candura – Sono lieto di aver dato il mio contributo per consentire ai lavoratori fragili che dovevano rientrare in azienda. Ma ho sperimentato come lo smartworker possa subire alcune ricadute negative da aspetti come la flessibilità dell’orario, il rischio del cosiddetto tecnostress che oggi è preso a paradigma dell’effetto della iperconnessione del lavoratore”. Come fare allora a superare questi rischi? “Secondo la mia esperienza, c’è un discorso di pianificazione, organizzazione preventiva. La legge stessa del resto prevede una condivisione fra le parti sociali sulle modalità con cui avviene lo smartworking”.

Così sul fronte sindacale il terreno di confronto è diventato essenzialmente il diritto alla disconnessione. “In linea generale, siamo favorevoli al lavoro agile – spiega Livia Ricciardi del Dipartimento del Lavoro della Cisl – Ma è fondamentale garantire ai lavoratori il diritto alla disconnessione (cioè a non essere sempre reperibile, ndr), oltre alla sicurezza sul lavoro. Con la pandemia, per forza di cose, sono stati superati gli accordi individuali e aziendali con i dettagli dell’attività da svolgere. Non vorremmo però che questa eccezione diventasse la regola”. Inoltre, secondo la Cub ci sono anche altre due questioni aperte. La prima è che “l’ampia diffusione del lavoro da remoto rischia l’atomizzazione delle relazioni sociali, con buona pace delle lotte collettive” come precisa Antonio Amoroso della segreteria nazionale Cub. La seconda è che “la tanto decantata flessibilità del lavoro agile, liquidando di fatto i limiti di orari della prestazione, estende l’impegno all’intera giornata, imponendo sovrapposizioni al lavoro domestico e di cura dei figli in spazi abitativi non adeguati. Con il rischio dell’amplificarsi della discriminazione di genere e un’inaccettabile segregazione nelle mura domestiche”, conclude il sindacalista. Su questo punto, invece, la Cisl vede il bicchiere mezzo pieno ipotizzando che lo smartworking possa favorire le donne a realizzare una migliore gestione familiare.

Bisogna trovare il giusto equilibrio fra gli interessi del datore di lavoro e la salute del dipendente. “L’impatto pandemico ci costringe a ripensare molte cose. Del lavoro agile si possono prendere le cose buone e quelle cattive. Questo modello di lavoro, finora di nicchia, diventerà probabilmente di massa. Penso alla pubblica amministrazione. E su larga scala cambierà i modelli organizzativi, magari anche aggirando i contratti. E’ chiaro che sarà necessario un aggiornamento legislativo”, sintetizza l’ex ministro Cesare Damiano, sindacalista di lungo corso che ben conosce la legge sullo smartworking, di cui fu relatore durante il governo Gentiloni. “Siamo ad un punto di svolta che passa per un cambiamento di mentalità”, conclude. Delle imprese, dello Stato e anche dei lavoratori, pubblici e privati.

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Decreto Rilancio, per le piccole imprese aiuti a fondo perduto e Cdp potrà entrare nel capitale delle grandi. Per tre mesi bollette scontate

Contributi a fondo perduto, stop all’Irap per le aziende con fatturato fino a 250 milioni, Eco e Sismabonus al 110 per cento, credito d’imposta fino al 60% sugli affitti pagati da piccole e medie imprese che potranno beneficiare anche di sconti sulle bollette elettriche. E poi ancora misure per rafforzare il patrimonio delle pmi e un impegno via Cassa Depositi e Prestiti a favore delle aziende con un fatturato superiore ai 50 milioni. Sono questi i più significativi interventi che il governo ha previsto nel decreto Rilancio varato dal consiglio dei ministri. Misure che il ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, ha definito un sostegno alle imprese “senza precedenti”, “imponente” e capace di “gettare le basi per il rilancio”. Eccone i dettagli.

Contributo a fondo perduto per i piccoli – E’ previsto per gli esercenti attività d’impresa e di lavoro autonomo, titolari di partita IVA, comprese le aziende agricole o commerciali, anche se cooperative. Potranno beneficiarne solo le imprese con un fatturato nell’ultimo periodo d’imposta inferiore a 5 milioni di euro. A patto che il giro d’affari di aprile sia inferiore ai due terzi di quello dello stesso periodo dell’anno precedente. Il contributo spetta anche ai soggetti che hanno avviato l’attività a partire dal primo gennaio 2019, anche in assenza del requisito della flessione del giro d’affari. “L’ammontare del contributo, che non concorrerà alla formazione della base imponibile delle imposte sui redditi e sarà erogato, nella seconda metà di giugno, dall’Agenzia delle entrate con accredito diretto in conto corrente bancario o postale intestato al beneficiario, spetta in percentuale”, si legge nell’ultima versione del decreto. In particolare, spetterà una quota pari al 25, al 20 e al 15% per i soggetti con ricavi o compensi non superiori rispettivamente a centomila, quattrocentomila e cinque milioni di euro nel periodo d’imposta antecedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto. L’istanza andrà presentata per via telematica dall’interessato o dai intermediari delegati dal beneficiario all’Agenzia delle Entrate entro sessanta giorni dalla data di avvio della procedura telematica.
E’ previsto anche un sistema di controllo: “Qualora il contributo sia in tutto o in parte non spettante, anche a seguito del mancato superamento della verifica antimafia, l’Agenzia delle entrate recupera il contributo non spettante, irrogando le sanzioni in misura corrispondente a quelle previste dall’articolo 13, comma 5, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471” si legge nel documento.

Incentivo al rafforzamento patrimoniale – Il decreto interviene per il rafforzare il patrimonio delle piccole e medie imprese. Per il 2020, le persone fisiche e quelle giuridiche che investono nel capitale di società, cooperative incluse, potranno beneficiare della detraibilità del 20 per cento della somma investita, entro i 2 milioni. La misura esclude dal beneficio banche, finanziarie e compagnie assicurative. Alle stesse aziende viene riconosciuto anche un credito d’imposta pari al 50% delle perdite eccedenti il 10% del patrimonio netto fino a concorrenza del 30% dell’aumento di capitale e comunque nei limiti previsti dal decreto (con un tetto massimo di 800.000 euro) per il 2020. I benefici si perdono nel caso in cui avvenga una distribuzione di riserve prima del primo gennaio 2024.

La Cdp potrà entrare nel capitale delle imprese grandi… – Al via nuovi fondi per il rilancio delle imprese con fatturato superiore a 50 milioni, gestiti da Cassa Depositi e Prestiti. Il governo ha autorizzato Cdp alla creazione di un Patrimonio Rilancio in cui confluiranno beni del Ministero dell’economia. E’ possibile che il patrimonio in questione venga suddiviso in comparti con risorse da destinare a società, anche quotate, con sede in Italia. Anche in questo caso, restano fuori dal provvedimento il settore bancario, finanziario o assicurativo. Patrimonio Rilancio potrà effettuare ogni forma di investimento, che resterà a carattere temporaneo. Sono inclusi la concessione di finanziamenti e garanzie, la sottoscrizione di strumenti finanziari e l’assunzione di partecipazioni sul mercato primario e secondario. Il decreto stabilisce però una via preferenziale: la sottoscrizione di prestiti obbligazionari convertibili, la partecipazione ad aumenti di capitale, l’acquisto di azioni quotate sul mercato secondario in caso di operazioni strategiche. Per finanziare delle attività del patrimonio destinato, Cdp potrà emettere titoli obbligazionari o altri strumenti finanziari di debito. “Sulle obbligazioni del Patrimonio Destinato, in caso di incapienza del Patrimonio medesimo, è concessa la garanzia di ultima istanza dello Stato” precisa l’ultima bozza entrata in consiglio.

…e Invitalia nelle pmi – Nasce un fondo patrimonio Pmi gestito dall’Agenzia nazionale per gli investimenti-Invitalia. Il fondo potrà sottoscrivere strumenti partecipativi di società entro il 31 dicembre 2020. “Gli strumenti finanziari sono rimborsati decorsi sei anni dalla sottoscrizione. La società emittente può rimborsare i titoli in via anticipata decorsi tre anni dalla sottoscrizione. Gli strumenti finanziari sono immediatamente rimborsati in caso di informazione antimafia interdittiva” spiega l’ultima versione del decreto. In questo caso l’importo delle misure di aiuto non potrà superare gli 800mila euro. L’importo è ridotto a 120mila euro per le imprese operanti nel settore della pesca e dell’acquacoltura e a 100.000 euro per le imprese operanti nel settore della produzione primaria di prodotti agricoli.

Fondi per tutelare i marchi storici e evitare delocalizzazioni – Secondo quanto riferisce la nota del Consiglio dei ministri, nel documento definitivo sono poi poi altre misure per le aziende in crisi con l’arrivo di nuovi esperti, oltre alla nascita di un Fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e la prosecuzione dell’attività di impresa presso il ministero del Tesoro con una dotazione di 100 milioni di euro per l’anno 2020. Si tratta di una misura finalizzata al salvataggio e alla ristrutturazione di imprese titolari di marchi storici di interesse nazionale. L’obiettivo è non solo evitare chiusure, ma anche delocalizzazioni. Infine saranno stanziati anche fondi per l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese e di un fondo per il trasferimento tecnologico, presso il ministero dello sviluppo economico.

Stop a saldo 2019 e acconto Irap 2020 – Per effetto della crisi connessa al Covid-19, il decreto prevede che le imprese con ricavi inferiori ai 250 milioni e i lavoratori autonomi, con un corrispondente volume di compensi, non siano tenuti al pagamento del saldo 2019 e dell’acconto 2020 (pari al 40% del totale) dell’Irap. Sono escluse le banche e gli altri enti e società finanziarie, imprese di assicurazione, amministrazioni ed enti pubblici.

Stop alla prima rata Imu per gli alberghi – Per alberghi e pensioni arriva l’abolizione del versamento della prima rata dell’Imu. La misura concerne sia la quota dovuta allo Stato che quella destinata al Comune in scadenza alla data del 16 giugno 2020. L’unica condizione è che i possessori delle attività ricettive siano anche gestori delle attività. La norma prevede la stessa agevolazione per gli stabilimenti balneari, marittimi, lacuali e fluviali. Inoltre si esonerano dal pagamento da tasse e canoni per l’occupazione di suolo pubblico (Tosap e Cosap), le imprese di pubblico esercizio, titolari di concessioni o di autorizzazioni di suolo pubblico a partire dal primo maggio fino al 31 ottobre 2020.

Sconto di tre mesi sulle bollette Vale a partire da aprile per le utenze delle imprese. Toccherà all’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente rideterminare, nel rispetto del tetto di spesa, le tariffe di distribuzione e di misura dell’energia elettrica nonché le componenti a copertura degli oneri generali di sistema, per i mesi di maggio, giugno e luglio 2020. Secondo quanto riferisce la relazione tecnica, l’obiettivo è intervenire temporaneamente sul peso delle quote fisse delle bollette.

Credito d’imposta al 60% per gli affitti di piccole e medie imprese – La misura va a favore delle aziende con ricavi o compensi inferiori a 5 milioni che abbiano subito una riduzione del fatturato o dei corrispettivi ad aprile 2020 di almeno il 50 per cento. Per le strutture alberghiere, il credito è previsto indipendentemente dal giro d’affari registrato nel periodo di imposta antecedente.

Sale al 110% la detrazione per Eco e sisma bonus. Il decreto provvede ad incrementare il vantaggio fiscale che spetta a fronte di specifici interventi in ambito di efficienza energetica, riduzione del rischio sismico, installazione di impianti fotovoltaici e installazione di colonnine per la ricarica di veicoli elettrici. Rientrano le le spese sostenute dal primo luglio 2020 al 31 dicembre 2021 con la possibilità di distribuire la detrazione in 5 rate di pari importo.

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Crisi, come funziona la legge Salvasuicidi che offre una soluzione a chi ha troppi debiti. E blocca le azioni esecutive dei creditori

La crisi bancaria del 2008 portò ad un aumento dei suicidi per ragioni economico-finanziarie. Anche in Italia. Uno studio dell’istituto di ricerche Eures rivelò che solo nel 2009 si tolsero la vita un migliaio di persone con aumento di quasi il 40% fra lavoratori e imprenditori che avevano perso tutto. Da lì nacque la legge 3 del 2012, ribattezzata “Salva suicidi” che offre oggi un’ancora di salvezza ai sovraindebitati, cioè persone che hanno contratto debiti che non saranno più in grado di ripagare.

La Salva suicidi è il riferimento per privati cittadini e piccole imprese non soggette a fallimento. E’ destinata ai debitori che sono in grado di soddisfare in qualche modo i creditori con tre diverse procedure: il piano del consumatore, l’accordo di composizione delle crisi o la liquidazione. Inoltre il ricorso alla legge 3 del 2012 fa scattare il divieto di nuove azioni esecutive individuali più la sospensione di azioni già in corso.

Può definire un piano del consumatore qualsiasi persona fisica sovraindebitata. Chiunque, cioè, abbia contratto debiti oltre la sua capacità di rimborso, magari per pagare spese mediche o per acquistare l’arredamento. Si tratta di una procedura concordataria che non prevede la necessità del voto dei creditori i quali possono solo presentare dei rilievi. Il debitore definisce una proposta per soddisfare almeno in parte i creditori sulla base delle sue possibilità. La proposta viene presentata direttamente al giudice attraverso l’Organismo di composizione della crisi. A quel punto il magistrato entra nel merito dell’offerta e che, se ritenuta meritevole e fattibile, viene omologata. Toccherà poi al debitore rimborsare quanto indicato nel piano secondo le scadenze previste.

Più complesso è invece il meccanismo dell’accordo di composizione. Si tratta di una procedura cui possono accedere le persone fisiche come nel piano del consumatore, ma anche tutti gli altri soggetti soggetti che non possono fallire come imprenditori o liberi professionisti. Anche in questo caso il debitore ipotizza un realistico piano di rientro sulla base del suo patrimonio e dei suoi redditi. Ma questa volta il giudice dovrà tenere conto del giudizio dei creditori che saranno chiamati ad approvare il progetto a maggioranza del 60% dei crediti ammessi al voto.

La terza ed ultima ipotesi di lavoro prevista dalla legge 3 del 2012 è la liquidazione. In questo caso, semplicemente il debitore mette a disposizione dei creditori tutto il suo patrimonio. I beni sono messi in vendita e il ricavato viene utilizzato per ripagare i debiti. Anche in questo caso, la liquidazione è la strada che consente al debitore di voltare pagina. Tuttavia, come rileva l’Occ, finora sia i piani dei debitori che gli accordi hanno funzionato a rilento: nel 2018, i debitori hanno abbandonato la procedura nel 60% dei casi rinunciando alla ciambella di salvataggio offerta dalla legge. Di qui la scelta del legislatore di mettere a sistema e semplificare la procedura nel nuovo codice della crisi di impresa che entrerà in vigore nel 2021 e che introdurrà l’esdebitazione, cioè la possibilità di liberarsi dei debiti una volta nella vita anche per chi non ha patrimoni o redditi da mettere a disposizione della proceduta. Salvo l‘obbligo di pagamento entro i quattro anni successivi in caso di eventuali entrate. Ad ogni modo, nonostante le difficoltà operative dell’attuale legge, nel 2018 sono comunque riusciti a beneficiarne 4.391 debitori, secondo i dati degli Organismi di composizione della crisi (Occ),

Ma lo scenario attuale è a dir poco a tinte fosche. Per questo, “è necessario anticipare i tempi per allargare la platea dei potenziali beneficiari della legge” come suggerisce secondo Gianmario Bertollo, fondatore di Legge3.it, associazione che aiuta cittadini ed imprenditori a uscire dai debiti via Salva suicidi. Secondo uno studio della Well Being Trust e dei ricercatori dell’American Academy of Family Physicians, nel prossimo decennio ci saranno ben 75mila vittime legate alla crisi del coronavirus. Nella ricerca i potenziali futuri suicidi sono classificati come “morti per disperazione” scontando il doppio effetto dell’isolamento da lockdown e della perdita di sicurezza economica.

In Italia, l’Osservatorio suicidi per motivazioni economiche della Link Campus segnala quest’anno 42 decessi, di cui più della metà sono imprenditori. Venticinque decessi sono avvenuti nelle settimane del lockdown e 16 nel solo mese di aprile. A questi vanno aggiunti poi 36 tentati suicidi, 21 dei quali nelle settimane di isolamento. Più della metà delle vittime è costituita da imprenditori. Segno che l’impatto negativo della crisi economica sarà ben più alto di quello misurato solo con il numero di aziende che chiudono e della quantità di disoccupati.

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Coronavirus, la preoccupazione dei sindacati su prestiti alle imprese e cassa integrazione: “Mancano vincoli per impedire che alla crisi segua una ondata di licenziamenti e delocalizzazioni”

Non solo prestiti garantiti dallo Stato e sostegno alle esportazioni, ma anche cassa integrazione. Basteranno questi strumenti, che il governo ha varato per le imprese, ad evitare un’ondata di chiusure, licenziamenti e delocalizzazioni? Forse solo in parte. Anche perché, prima o poi lo stop ai licenziamenti finirà. E nel decreto Liquidità non ci sono vincoli stringenti per scongiurare successivi spostamenti della produzione né particolari “condizioni” per l’accesso alla cassa integrazione. Ci sono solo dei paletti sulla distribuzione dei dividendi e sul riacquisto di azioni proprie nei dodici mesi successivi all’erogazione dei prestiti garantiti dallo Stato.

Per il sindacato bisogna fare di più per tutelare il lavoro. “Il governo ha già previsto che le risorse vadano ad aziende con sede in Italia, ma va rafforzato il tema dei limiti alle delocalizzazioni”, sostiene Gianna Fracassi, vicesegretario nazionale della Cgil. “Memori di quanto accaduto dopo la crisi 2008 – aggiunge – dobbiamo oggi evitare che il sostegno alle imprese dia vita a spostamenti della produzione anche all’interno della stessa Unione, come avvenuto in passato”. Secondo la sindacalista, “in sede di conversione del decreto liquidità è necessario introdurre delle condizionalità, cioè chiedere alle grandi aziende come utilizzeranno le risorse con un piano industriale in cui si definiscano gli stabilimenti e le filiere in cui si intende investire. Forse così, oltre a sostenere le imprese nel superamento della fase acuta del Covid-19, riusciremo anche a mantenere e magari recuperare parte del tessuto industriale del Paese”.

Sullo sfondo resta però il problema della valutazione successiva degli interventi, un tema complesso come testimoniano casi fallimentari come quello di Termini Imerese. Inoltre “bisogna evitare che gli ammortizzatori sociali siano utilizzati come un bancomat a fondo perduto dalle aziende, libere poi di trasferire parte della produzione all’estero”, dice Antonio Amoroso, segretario nazionale della Cub trasporti.

Intanto continua la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili. Gli esempi del fenomeno in questione non mancano. Tim, ad esempio, pur usando massicciamente la cassa integrazione, ha appena dato l’ok al dividendo per i soci. Tutto nelle regole visto che la società non ha chiesto prestiti con garanzia pubblica. Ma ha scelto di distribuire gli utili agli azionisti (fra cui anche Cassa Depositi e Prestiti) piuttosto che potenziare gli investimenti sulla rete in fibra. Tim non è naturalmente un caso isolato. Analoga decisione ha preso Carrefour: il gruppo della grande distribuzione, quotato in Francia, staccherà la cedola ai soci, sia pur ridotta rispetto alle iniziali previsioni. Intanto in Italia ha chiesto la cassa integrazione per oltre 4mila dipendenti degli ipermercati. Anche qui, tutto nella norma. Come per Lottomatica, che ha annunciato la cassa integrazione per 1450 dipendenti, senza che la controllante IGT abbia modificato la politica di dividendo. A meno di inversioni di rotta che potrebbero essere annunciate il prossimo 18 maggio.

Gli Stati Uniti hanno scelto una strada diversa. “Il presidente americano Trump ha varato un provvedimento estremamente interessante – spiega Giorgio Fontana, docente di diritto del lavoro all’Università degli studi Mediterranea – Il governo pagherà la cassa integrazione per un determinato numero di mesi. Se alla fine del periodo, l’impresa ha mantenuto i livelli occupazionali, il sostegno all’occupazione sarà a fondo perduto. In caso contrario, l’azienda, che ha ridotto il numero di lavoratori, dovrà restituire il denaro della cassa in modo proporzionale alla riduzione di dipendenti. In questo modo, l’imprenditore è fortemente motivato a raggiungere l’obiettivo occupazionale per evitare di restituire il denaro pubblico”. Non si potrebbe allora fare lo stesso in Italia? “Gli Stati Uniti hanno una diversa e ben più ampia disponibilità – aggiunge Fontana – il governo italiano sta facendo quello che può, ma temo che, a medio termine, dovremo fare i conti con l’aumento di debito e disoccupazione”.

Lo scenario attuale è del resto molto diverso rispetto al passato. “La crisi che stiamo attraversando è dannatamente più grave di quella recessiva post 2008, perché oggi siamo di fronte ad un doppio choc: dal lato dell’offerta con l’interruzione della produzione e, per una serie di passaggi, anche dal lato della domanda – precisa Ugo Marani, docente di economia e finanza internazionale all’Università L’Orientale di Napoli – Un sistema che si rispetti dovrebbe fare due tipi di interventi: uno dal lato dell’impresa per stimolare la produzione, l’altro dal lato della domanda con erogazione di redditi che consentano all’economia di uscire da una situazione di precipitazione complessiva”. Secondo il professor Marani, “il decreto liquidità è intervenuto sul fronte imprese, ma non dal lato della domanda”. Per non parlare del fatto che “nella migliore delle ipotesi questi soldi saranno usati per pagare gli stipendi, non certo per ampliare l’attività produttiva”. È legittimo quindi pensare che in una situazione simile, nonostante prestiti garantiti dallo Stato e ammortizzatori sociali, seguiranno poi ondate di licenziamenti? “Ovviamente ”, conclude Marani. Soprattutto se, a suo parere, non ci saranno misure a sostegno della domanda.

Ecco perché in Francia non solo ci sono stati interventi diretti di sostegno ai redditi, ma si inizia anche a parlare di reindustrializzazione. È in sostanza il progetto per rilanciare imprese nel Paese e, al tempo stesso, sostenere l’occupazione nazionale e indirettamente dare una mano anche ai consumi interni. “In ogni azienda le problematiche sono numerose – ha spiegato al sito www.atlantico.fr il numero uno della Camera di Commercio Francese, Pierre Goguet, già prima del lockdown – Ci sono società che potrebbero aver bisogno di capitali, di investimenti, ma anche di ri-localizzare. È evidente che a forza di delocalizzare la produzione, come quella dei medicinali, in paesi a basso costo di mano d’opera, è stata prodotta una dipendenza industriale catastrofica”. Per non parlare del fatto che anche le distorsioni nell’uso degli ammortizzatori sociali hanno determinato danni all’economia della Republique. Di qui il no agli incentivi alle imprese con sedi e filiali nei paradisi fiscali e il via libera alla caccia ai furbetti della cassa integrazione che, pur sfruttando gli ammortizzatori sociali, chiedono ai dipendenti di andare al lavoro. Lo scorso 6 aprile il ministro del lavoro, Muriel Penicaud, ha annunciato in Senato severi controlli sullo chomage partiel, il corrispondente della cassa integrazione che allo Stato francese dovrebbe costare circa 20 miliardi in tre mesi. Oltralpe è stato deciso che i controlli aumenteranno e ogni abuso sarà punito con due anni di carcere, 30mila euro di ammenda, oltre all’obbligo di restituire le somme percepite e il divieto di beneficiare di ulteriori aiuti pubblici per cinque anni.

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Francia, niente sussidi pubblici per Amazon: “Magazzini chiusi perché ha violato obblighi sulla sicurezza, non le spettano aiuti”

Amazon France chiede la cassa integrazione per 10mila lavoratori di sei diversi siti. Ma Parigi risponde picche. Per il ministero del lavoro, la chiusura degli impianti non è dovuta all’impatto del coronavirus che, anzi, ha incrementato le vendite online. Ma è piuttosto legata a doppio filo con la scarsa sicurezza sui luoghi di lavoro. Un brutto colpo per la multinazionale statunitense che anche in Italia è finita nell’occhio del ciclone proprio per via di quelle che Oltralpe i sindacati hanno definito “condizioni di lavoro inaccettabili” e a rischio contagio.

Ma mentre in Italia le organizzazioni di categoria hanno fatto appello agli ammortizzatori sociali, Oltralpe invece sono stati proprio i sindacati a soffiare sul fuoco definendo “indecente” la richiesta di Amazon. Il motivo? L’intera storia risale agli inizi di aprile. Dopo essere stata messa cinque volte in mora dall’ispettorato del lavoro, Amazon è finita nel mirino della magistratura francese. In una sentenza dello scorso 14 aprile, i giudici hanno evidenziato come l’azienda avesse “in modo evidente violato gli obblighi di sicurezza e di prevenzione della salute dei suoi dipendenti”. Per questa ragione, tenuto conto dell’emergenza sanitaria, avevano imposto all’azienda una valutazione dei rischi assieme ai rappresentanti dei dipendenti. Intanto avevano obbligato l’azienda a limitarsi alla vendita di beni essenziali come “prodotti alimentari, medicali e per l’igiene” ipotizzando un’ammenda da un milione di euro per ogni infrazione contestata (ridotta poi a 100mila in appello). Secondo Amazon France, restare aperti avrebbe comportato il rischio di una sanzione fino ad un importo di un miliardo a settimana.

All’indomani della sentenza, confermata in appello lo scorso 24 aprile, il gruppo americano si è dichiarato “perplesso” evidenziando di aver da tempo già messo in campo misure di sicurezza come lo scanner per rilevare la temperatura corporea, mascherine e distanziamento fra i lavoratori. Fonti ufficiali hanno poi spiegato che sarebbe stato comunque impossibile riorganizzare lo smistamento nel giro di 24 ore non avendo peraltro una sorta di lista ufficiale dei prodotti considerati “essenziali”. “Abbiamo un catalogo di 250 milioni di prodotti. Come si fa ad applicare concretamente la sentenza in modo operativo senza rischi?” ha spiegato un portavoce di Amazon all’agenzia di stampa AFP. “Un tagliaunghie, ad esempio entra nella definizione di prodotto essenziale?”.

Così, di fronte al rischio di una ammenda rilevante, Amazon ha deciso di chiudere provvisoriamente i siti di smistamento. Secondo quanto riferisce il sindacato francese CGT, il comitato interno dei lavoratori Amazon ha votato in favore della chiusura di tutti i siti per cinque giorni a partire dal 18 aprile. L’operazione doveva ufficialmente servire “per sanificare i siti e valutare i rischi”. Ma il gruppo non ha indicato una data per la ripresa delle attività.

Al ministero del lavoro è arrivata invece la domanda di cassa integrazione per i lavoratori dei sei siti. Una misura che riguarda attualmente undici milioni di francesi garantendo l’84% dello stipendio netto. Ma la risposta del ministero è stata negativa. “La chiusura dei siti dell’azienda non è legata ad un ribasso dell’attività, ma ad una sentenza giudiziaria. E la cassa integrazione non è prevista per questi casi”, hanno spiegato dallo staff del ministro del lavoro, Muriel Pénicaud. Con buona pace dei lavoratori Amazon all’interno di una vera e propria guerra che da tempo il governo francese ha ingaggiato con i giganti statunitensi del web.

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