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Alitalia, settima proroga per l’offerta vincolante. Atlantia mette quattro paletti per partecipare al piano di rilancio

Settima proroga per Alitalia. Dopo 29 mesi di gestione straordinaria arriva l’ennesimo rinvio. La cordata guidata dalle Ferrovie dello Stato non è riuscita a formalizzare un’offerta definitiva per il vettore italiano. Atlantia si è detta disponibile a proseguire il confronto per la definizione di un’offerta vincolante, ma pone quattro condizioni per andare avanti. Inoltre, sullo sfondo, resta il fatto che per il gruppo dei Benetton l’operazione di salvataggio è legata a doppio filo con la partita delle concessioni autostradali. Non a caso l’esecutivo starebbe valutando l’ipotesi di limitare la revoca della concessione al solo tratto ligure.

In attesa di novità dal governo, Atlantia ha precisato che la partecipazione al progetto di salvataggio di Alitalia “non può prescindere da ulteriori approfondimenti” su almeno quattro punti. In primo luogo, secondo la società dei Benetton è necessaria “l’individuazione di un partner industriale che partecipi al capitale della Newco con una quota significativa”. In seconda battuta, bisognerà definire un “piano industriale della newco, condiviso”. Inoltre sarà necessario “il raggiungimento di un accordo sull’assetto di governance e sul top management della newco”. Infine, dovrà delinearsi “un assetto azionario che veda Atlantia come socio di minoranza e, conseguentemente, senza un coinvolgimento nella gestione corrente della stessa al fine di prevenire eventuali conflitti di interesse, detenendo Atlantia la quasi totalità della partecipazione al capitale di Aeroporti di Roma spa”.

Quanto a Ferrovie, il consiglio di amministrazione si è perfettamente allineato con la visione di Atlantia deliberando la “disponibilità a proseguire il confronto per la definizione di un piano industriale condiviso, solido e di lungo periodo volto a valutare la formulazione di un’offerta finale per l’acquisto da Alitalia”. Difficoltà che saranno superate “con ulteriori sessioni di lavoro” in cui approfondire le tematiche individuate anche dal gruppo dei Benetton. Sempre a patto che le Ferrovie restino un socio di minoranza.

Per ora quindi l’unica certezza è che bisognerà ben presto mettere mano al portafoglio. Il denaro pubblico del prestito ponte (900 milioni) non basterà a traghettare la compagnia di bandiera verso la nuova Alitalia. Il gruppo perde infatti ancora più di 500mila euro al giorno (500 milioni il rosso solo nel 2018) e ha bisogno di una boccata d’ossigeno con un nuovo prestito ponte da 200-350 milioni. L’ipotesi di una nuova iniezione di liquidità pubblica è stata finora smentita dal ministero dello sviluppo economico che teme le ire di Bruxelles. Ma, secondo i sindacati, il nuovo finanziamento non è un’opzione, bensì una necessità. Non a caso, nella nota appena diffusa, anche Atlantia ha sottolineato “l’esigenza che l’amministrazione straordinaria sia messa in condizione di gestire i complessi aziendali fino al closing dell’operazione”. Per questa ragione, secondo alcune indiscrezioni, in queste ore, sarebbe nuovamente tornato d’attualità un vecchio piano che prevede la trasformazione del finanziamento pubblico in credito limitando la partecipazione azionaria alla conversione dei soli interessi sul prestito ponte. In questo modo, salvo nuovi colpi di scena, il Tesoro diventerebbe azionista con il 15% Una quota analoga andrebbe alla compagnia americana Delta, mentre alle Ferrovie e ad Atlantia andrebbe il 35% ognuna. Così complessivamente i soci della nuova Alitalia sborserebbero circa un miliardo.

Secondo i sindacati, però, la cifra non è sufficiente al rilancio del gruppo ed è evidente sin d’ora che gli azionisti saranno nuovamente chiamati a mettere mano al portafoglio. Lo ha spiegato recentemente anche Atlantia in una lettera inviata ad inizio ottobre al Mise: “L’analisi dell’attuale piano, così come strutturato, a nostro meditato avviso – si legge nella missiva firmata dal direttore generale di Atlantia Giancarlo Guenzi e dal presidente Fabio Cerchiai – Consente al massimo un rischioso salvataggio con esiti limitati nel tempo ed è quindi ben lungi da costituire una piattaforma di rilancio della compagnia”. Detta in altri termini, un miliardo non basta per il rilancio. Non a caso Lufthansa resta alla finestra nel caso in cui il salvataggio non dovesse andare in porto e Alitalia andasse verso la liquidazione. Ipotesi che, secondo i sindacati, è tutt’altro che scongiurata.

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Édouard Carmignac, chi è il finanziere “rock” che compra pagine dei quotidiani per criticare le istituzioni. E ora fa i complimenti a Draghi

A Parigi è noto come “il provocatore della finanza”. Una definizione che si scontra con l’immagine posata, elegante, di Édouard Carmignac, il finanziere che ha il 4 ottobre scorso ha preso carta e penna per scrivere a Mario Draghi complimentandosi per il lavoro svolto e auspicando come prossimo incarico la guida del nascituro ministero delle Finanze europeo. La lettera, apparsa su diversi giornali del Vecchio continente, non è stata particolarmente apprezzata dalle élite francesi che, seppure apprezzano Draghi, meglio vedrebbero un concittadino in una posizione così strategica per il futuro dell’Unione. Tuttavia, nella Ville Lumiere, sono abituati alle sortite di Monsieur Carmignac, uomo d’affari a cui piace dire sempre la sua. In patria e anche all’estero dove da tempo ha preso l’abitudine di comprare pagine di giornali per pubblicare le sue lettere indirizzate ai vertici delle istituzioni nazionali ed europee. “È il suo modo di farsi pubblicità”, commenta un banchiere parigino che spesso lo incrocia negli ristoranti vicino a Place Vendôme, la splendida piazza del primo arrondissement, dove Carmigac ha il suo quartier generale. È lì, fra le gioiellerie più prestigiose del mondo, che da anni Monsieur Carmignac delinea le sue strategie di investimento fuori dagli schemi. Quelle che hanno permesso al suo gruppo di diventare la prima società privata di asset management della Francia con 37 miliardi di patrimonio in gestione e una presenza in 16 Paesi.

Di certo il suo modo di comunicare con i vertici dello Stato e raccontare la sua verità non è mai passato inosservato. A Parigi tutti ricordano quella volta che nel 2012 scrisse una lettera di fuoco all’allora presidente, Francois Hollande, per lamentarsi della piega che stava prendendo la sua “gestione” dello Stato. “Monsieur le Président, neanche un mese fa salutavo la vostra elezione e l’opportunità storica di cui disponete di riformare il nostro Paese in profondità con un largo sostegno dell’insieme dei corpi sociali – si legge nella lettera – Mi permetto ugualmente di mettervi in guardia sulle minacce funeste che costituiranno i primi progetti annunciati dal vostro governo. Non essendo stato ascoltato, devo esprimervi la mia convinzione che il proseguimento dell’attuale rotta porta la Francia ad un triplo impasse, economico, politico e morale.” Parole pesanti che, all’epoca, la presidenza della République bollò come la “profezia nefasta” di un “miliardario eccentrico” come ricorda il giornale Le Point in un articolo datato 19 luglio 2012. Eccentrico, ma anche visionario visto che successivamente la Francia ha attraversato la grande fase delle manifestazioni della Nuit debout e le proteste dei Gilets jaunes. “Finanziere geniale” come precisa il giornale con un difetto: “le sue ire sono selettive. Non ha mai scritto filippiche contro Nicolas Sarkozy. Più che un uomo di destra, Carmignac è una sorta di aristocratico liberale convinto che in Francia buona parte della stampa sia a sinistra e che fra le élites nessuno osi scontrasi con il pensiero unico”.

Brillante finanziere del 15esimo arrondissement, Édouard Carmignac, grande appassionato d’arte e di polo, è il fondatore della sua boutique finanziaria assieme all’amico e socio in affari Eric Helderlé. Di famiglia borghese, cresciuto fra la Francia e gli Stati Uniti ha costruito il suo successo passo dopo passo viaggiando in giro per il mondo alla ricerca delle migliori opportunità d’investimento. E non si può negare che gli manchi il fiuto visto che oggi è l’81esima fortuna di Francia con un patrimonio da 1,2 miliardi. Nel corso della sua carriera non è mancato qualche intoppo come quando, in piena crisi finanziaria fra il 2008 e il 2010, la boutique Carmignac è ricorsa troppo ai derivati, senza informare adeguatamente i clienti. Una vicenda regolata con l’Autorité des marchés financiers, la Consob francese, patteggiando 500mila euro di muta, un’ammenda all’epoca senza precedenti. O, ancora, in tempi più recenti, l’indagine per presunta frode fiscale nelle “modalità di remunerazione di alcuni quadri dirigenziali” pagati via Lussemburgo come riferisce Le Monde del 7 novembre 2018.

Salvo questi incidenti di percorso, Carmignac è considerato un uomo d’affari “rock” che fa delle pubbliche relazioni una nota centrale del suo modo di fare affari come testimonia la sua abitudine di organizzare almeno una volta l’anno un concerto privato per amici e clienti. Come quello con i Rolling stones al Théâtre Mogador dove accorsero anche i concorrenti. Un evento, datato 2012, per cui si dice che Carmignac abbia speso fra i 4 e i 5 milioni di euro. Certo erano altri tempi: all’epoca il finanziere era al 43esimo posto della classifica dei Paperoni di Francia con una cinquantina di miliardi in gestione. Nonostante il crac Lehman e gli effetti della politica monetaria dell’ex governatore Bce Jean-Claude Trichet.

Con quest’ultimo, Carmignac si è scontrato duramente fino all’ultimo. “Addio, non sentiremo certo al sua mancanza! – scrisse il finanziere in una missiva a Trichet sul finire del mandato ai vertici di Eurotower – Durante la sua carriera ha inflitto il colpo di grazia all’industria francese con la sua politica del franco forte degli anni ’90, ha peggiorato l’impatto della crisi del 2008 sottostimandone la dimensione e, più recentemente, ha messo in pericolo l’euro con una sconsiderata incursione sui tassi e un chiaramente inadeguato supporto al debito dei Paesi europei più deboli. Domani siederà per l’ultima volta sulla poltrona della Bce. È la sua ultima opportunità per lasciare una nota positiva”. Anche perché, a suo giudizio, “ la situazione è seria e richiede un’azione immediata”. La nuova strategia espansiva invocata da Carmignac è invece arrivata solo con Draghi. Di qui il grande apprezzamento e le parole di stima per l’attuale numero uno della Bce. Anche perché, come pronosticò il suo braccio destro Frédéric Leroux, la Francia è “un enigma. Ha un problema di fondo, la sua competitività”. Così se nulla cambia, “diventerà il nuovo epicentro della crisi dell’euro”. Messaggio antico, ancora carico di attualità, per il primo ministro delle finanze della Unione europea.

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Aiuti alle famiglie, allo studio un assegno unico per ogni figlio al posto di detrazioni, assegni e bonus. Senza limiti di reddito

Non solo taglio del cuneo per i lavoratori e riordino delle agevolazioni fiscali, ma anche revisione dei sussidi alle famiglie. In vista della prossima manovra il governo sta studiando un assegno unico da 240 euro al mese per ogni figlio, dal settimo mese di gravidanza fino al compimento del 18esimo anno. Indipendentemente dal reddito e con un importo maggiorato di almeno il 40% nel caso di disabilità. Per i figli maggiorenni e fino al 26esimo anno, l’assegno scenderebbe a 80 euro. In questo modo l’esecutivo ritiene di poter dare un sostegno concreto alle famiglie, ma la misura – auspicata da tutta la maggioranza nella bozza di risoluzione al Def – dovrà fare i conti con le scarse risorse disponibili.

Non a caso, il governo sta valutando una revisione dell’intero sistema di bonus e detrazioni a supporto dei nuclei familiari. In pratica, per introdurre un assegno unico in linea con la proposta contenuta nel programma del Pd per le elezioni del 2018 e concretizzata in un ddl con Graziano Delrio e Stefano Lepri come primi firmatari sarebbe necessario eliminare 12 miliardi di detrazioni, 6 miliardi di assegni familiari, due miliardi di bonus di vario genere (da quello bebé a quello alla natalità passando per i sostegni alle rette degli asili). E le risorse così recuperate comunque non basterebbero, perché l’intero sistema di sostegno alle famiglie vale 23 miliardi e per realizzare l’assegno unico ne servono 30. Per questa ragione non è escluso che, come suggerito dal Forum delle famiglie, possano essere rivisti anche altri strumenti a sostegno del reddito come gli 80 euro, il reddito di cittadinanza e quota 100.

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, lunedì sera ha escluso che il bonus renziano verrà eliminato ma martedì, in audizione a Montecitorio sulle linee programmatiche del suo dicastero, ha spiegato che l’obiettivo è “un pacchetto organico” per la famiglia a partire dagli asili nido che hanno “un tasso di partecipazione troppo basso, uno dei grandi gap che l’Italia deve affrontare e superare”. Per il ministro della famiglia e delle pari opportunità Elena Bonetti è il momento giusto per un “family act” con “nidi gratuiti”, “lotta alla povertà educativa”, “congedo paternità da 10 giorni” e “assegno unico”. Tutte misure che, come ha riferito in più occasioni il ministro, saranno meglio dettagliate nella manovra e nei decreti attuativi con l’obiettivo di rimettersi in linea con le politiche dei partner comunitari.

“In altri Paesi europei le politiche di sostegno per i figli a carico sono semplici, ma anche più consistenti – si legge nella proposta di legge sull’assegno unico presentata da Delrio e Lepri, datata 4 giugno 2018 -. Nella gran parte dei Paesi dell’Unione europea gli assegni per i figli sono universali, non dipendono dalla condizione professionale e non si perdono in caso di disoccupazione. In Gran Bretagna il child benefit è previsto per tutti i figli a carico con un solo limite reddituale; in Germania ogni genitore riceve dallo Stato un assegno mensile per figlio indipendentemente dalla condizione occupazionale, il kindergeld, che si aggiunge eventualmente, in caso di povertà, alle misure di reddito o lavoro minimo. In Italia, invece, la situazione normativa è paradossale. Le norme sono stratificate, spesso non note agli aventi diritto e di non semplice applicazione”.

La proposta di legge non manca poi di passare in rassegna gli strumenti di sostegno alla famiglia in Italia e i loro limiti: “L’assegno al nucleo familiare è riservato ai dipendenti, ai pensionati e a poche altre categorie di lavoratori atipici – spiega il documento -. Esso si conserva durante il trattamento di disoccupazione ma si perde alla sua scadenza. Per le famiglie povere è previsto un sussidio specifico, ma solo a partire dal terzo figlio. Chi fa la dichiarazione dei redditi può beneficiare delle detrazioni per familiari a carico purché abbia un reddito superiore alla soglia di incapienza; pertanto chi non la supera non ha alcun vantaggio fiscale. Paradossalmente, i nuclei familiari più poveri e fragili sono anche quelli meno aiutati nella copertura dei costi per il mantenimento dei figli. Solo da questi brevi accenni si comprende la distanza che ci separa dagli altri Paesi dell’Unione europea in tema di tutela e riconoscimento di benefici per il mantenimento dei figli a carico”. Di qui l’idea di “superare la situazione descritta” mediante la previsione “dell’assegno unico per i figli a carico e della dote unica per i servizi a favore dei figli a carico”.

Tuttavia sull’ipotesi di riassetto degli incentivi alla famiglia, che in passato si era ipotizzato di affrontare con il quoziente familiare, il sindacato è molto cauto. In commissione affari sociali della Camera, il segretario della Uil, Domenico Proietti, ha detto di accogliere “molto favorevolmente” la proposta dell’omogeneizzazione della distribuzione delle risorse a sostegno delle famiglie concentrandole in un unico assegno per quelle con figli. Tuttavia, secondo la Uil, “in mancanza di chiarezza sulle modalità di reperimento delle risorse aggiuntive da destinare alla copertura dei nuovi interventi, c’è il rischio che il processo di trasformazione e ampliamento della platea degli aventi diritto penalizzi i lavoratori, le lavoratrici dipendenti ed i pensionati”.

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Alitalia, prestito ponte agli sgoccioli. Solo tenerla in vita costerà tra 200 e 350 milioni

“Limitare” la revoca della concessione solo ad alcune tratte liguri. È questa l’ipotesi di lavoro sul tavolo di Giuseppe Conte dopo il dietrofront di Atlantia sul dossier Alitalia. Intanto, comunque vada la partita autostradale, slitta ancora la scadenza (15 ottobre) per il piano di salvataggio della compagnia. Con il risultato che lo Stato sarà costretto a mettere mano al portafoglio per evitare la formalizzazione del tracollo di un’azienda che brucia ancora più di 500mila euro al giorno.

Il denaro del prestito ponte (900 milioni), finito nel mirino di Bruxelles, si assottiglia giorno dopo giorno. Al 31 agosto erano rimasti in cassa solo 380 milioni, somma che include anche le somme incamerate per i biglietti venduti per voli dei prossimi mesi. Questo significa che, tenendo conto anche gli interessi, sono già andati in fumo oltre 700 milioni.

Ma il peggio è che difficilmente si potrà trovare un’intesa prima di gennaio. Per questa ragione, alcuni osservatori ritengono che lo Stato dovrà sborsare ancora fra i 200 e i 350 milioni solo per tamponare la falla. Se così dovesse essere sarà importante definire la modalità con cui avverrà questa nuova iniezione di liquidità che rischia di irritare Bruxelles. Finora, del resto, il Tesoro ha già fatto abbastanza impegnandosi a trasformare in azioni “solo” gli interessi sul prestito ponte da 900 milioni con la prospettiva di diventare socio della nuova Alitalia con il 15 per cento. Senza contare che lo Stato ha ampiamente elargito ammortizzatori sociali all’ex compagnia di bandiera

Di qui il nervosismo del governo per il dietrofront di Atlantia che avrebbe dovuto partecipare al salvataggio diventando socio della nuova Alitalia con il 35% del capitale accanto a Ferrovie (35%), Delta (fino al 15%) e al Tesoro (15%). Complessivamente i nuovi soci avrebbero dovuto sborsare fra gli 800 milioni e il miliardo. Il problema è che quella somma non è sufficiente a rilanciare il gruppo, ma solo a traghettarlo verso un piano di ristrutturazione lacrime e sangue che mette in discussione 2500 posti di lavoro e passa per il ridimensionamento di flotta e rotte, soprattutto sul lungo raggio. Lo ha detto chiaramente anche Atlantia nella lettera inviata il 2 ottobre scorso al ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli: “L’analisi dell’attuale piano, così come strutturato, a nostro meditato avviso – si legge nel documento firmato dal direttore generale di Atlantia Giancarlo Guenzi e dal presidente Fabio Cerchiai – Consente al massimo un rischioso salvataggio con esiti limitati nel tempo ed è quindi ben lungi da costituire una piattaforma di rilancio della compagnia”.

Peraltro, il piano, così come è strutturato, non è molto diverso dal progetto di Lufthansa, che è ancora pronta ad investire nella nuova Alitalia per trasformarla in una sorta di low cost europea. A patto però che non ci sia lo Stato italiano nel capitale. Condizione, quest’ultima, prevista anche nella nuova proposta del magnate colombiano, German Efromovich che è appena tornato alla carica: secondo quanto riferisce il Corriere della Sera del 5 ottobre, Efromovich, che con la sua Sinergy group Aerospace controlla il vettore Avianca, ha presentato ai commissari un’offerta da 1 miliardo per la totalità del capitale della nuova Alitalia. Tuttavia, a luglio, la sua partecipazione al progetto di salvataggio dell’ex compagnia di bandiera era stata scartata da Mediobanca, consulente delle Ferrovie, per dubbi sulla solidità finanziaria e sulle possibili sinergie.

La partita è insomma ancora aperta e per ora l’unica certezza è il salato conto per le casse pubbliche stimato in circa 10 miliardi. Con il rischio dietro l’angolo che nonostante il denaro speso e gli ammortizzatori sociali concessi, la nuova Alitalia ne esca ridimensionata senza grandi prospettive industriali. In un Paese che, come ricordano i sindacati, non ha mai avuto un serio piano industriale pluriennale per il trasporto.

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Conti correnti, le cinque regole per scegliere quello meno caro: dall’indicatore di costo fino ai tassi applicati in caso di scoperto

La banca ha inviato l’ennesima revisione unilaterale di contratto? O magari c’è necessità di un nuovo conto corrente, possibilmente meno caro? Come fare allora a trovare la migliore soluzione sul mercato? Di certo è meglio evitare di affidarsi al solo criterio della prossimità geografica della filiale come fanno ancora molti italiani (il 37%, secondo un sondaggio Facile.it). Sconsigliato anche rivolgersi all’istituto bancario da sempre utilizzato da genitori e nonni. Meglio invece effettuare un’indagine a tappeto, magari anche sfruttando i comparatori online come ormai fa il 17,9% degli italiani. Solo così si riuscirà ad avere un quadro più chiaro dei costi di conto corrente, che restano ancora un mistero per 6,6 milioni di italiani. Nel 2018, secondo Bankitalia, un correntista italiano ha speso in media 87 euro l’anno, 7,5 euro in più rispetto al 2017.

Per districarsi nella giungla delle offerte ci sono cinque regole d’oro. Innanzitutto è fondamentale tener presente l’Indicatore sintetico di costo (ISC) che permette di confrontare il costo per diversi profili di operatività definiti da Bankitalia per i conti a pacchetto con 6 tipologie standard di clientela (giovani, famiglie e pensionati con diversi livelli di operatività) e per i conti a consumo. Da segnalare che i conti a pacchetto possono prevedere una “franchigia”, con un canone che include un numero limitato di operazioni gratuite, oppure possono essere “senza franchigia” con un numero illimitato di operazioni gratuite. L’opzione migliore dipenderà quindi dalle esigenze del futuro correntista.

In secondo luogo, è necessario fare attenzione alla durata dell’offerta. Accade, infatti, spesso che per accaparrarsi nuovi clienti le banche propongano condizioni particolarmente vantaggiose ma limitate nel tempo oppure correlate a una serie di “servizi” aggiunti “obbligatori” come la domiciliazione delle bollette oppure l’accredito di stipendio o pensione.

E’ opportuno poi prestare particolarmente attenzione ai tassi applicati in caso di scoperto di conto corrente. Può accadere infatti che, soprattutto in occasione dell’addebito della carta di credito, si sfori la somma direttamente disponibile sul conto. Meglio quindi essere consapevoli dei tassi applicati.

Inoltre, è opportuno valutare adeguatamente i bonus offerti con l’apertura del conto. La pratica del pacchetto di benvenuto è ormai molto diffusa soprattutto per i conti online. C’è chi propone buoni da spendere in rete e anche chi mette sul piatto sconti consistenti per “chi porta un amico”. Si tratta di misure spot che possono avere un peso relativo rispetto alle spese di gestione e al tasso di scoperto.

Infine, ogni conto è gravato da un’imposta di bollo fissa di 34,20 euro. La cifra è dovuta se durante l’anno la giacenza media del conto supera i 5mila euro. Nel caso però di un Isee inferiore a 7.500 euro esiste la possibilità di ottenere un conto agevolato previsto per le fasce reddituali più basse.

Per concludere, è bene sempre tenere a mente che nel caso di controversie con la banca il cliente può rivolgersi all’Arbitro bancario finanziario. Prima però si dovrà presentare un reclamo al proprio istituto di credito. Se la banca non risponde nel giro i 30 giorni o la risposta non è esaustiva,l’utente può presentare un ricorso l’Arbitro con una procedura online. A quel punto, l’Arbitro contatterà la banca che dovrà fornire le informazioni richieste nel giro di 45 giorni e deciderà sul ricorso nei 60 giorni successivi dalla risposta dell’istituto di credito.

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Evasione fiscale, il governo studia un software contro le frodi sui crediti contributivi e sanzioni ai commercialisti. Che protestano

Il governo Conte 2 cerca di recuperare terreno nella lotta all’evasione e s’inventa la certificazione dei crediti contributivi da utilizzare in compensazione. Con tanto di Daspo e nuove sanzioni per commercialisti e consulenti “infedeli”. Ma gli esperti del fisco non ci stanno: “Siamo sconcertati. Già oggi ci sono sanzioni amministrative e responsabilità penali. Non si trovano così i 7 miliardi che mancano”, spiega una nota del presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Miani. Tanto più che si sa davvero poco dell’intera operazione che l’esecutivo ha intenzione di mettere in campo. Innanzitutto, non ci sono cifre certe: interpellate dal fattoquotidiano.it sulla questione, né Inps Agenzia delle Entrate hanno fornito dettagli numerici sulla consistenza del fenomeno evasivo e sulla taglia delle compensazioni. In secondo luogo, al momento, non è chiaro se il progetto del governo riguardi solo i crediti contributivi o anche quelli fiscali.

Tutto quello che si sa è quanto annunciato dal ministro degli esteri, Luigi Di Maio: “Con l’Inps e il suo presidente Pasquale Tridico abbiamo ideato un software contro l’evasione di tutti quei contributi che si pagano all’Inps. È un po’ complesso il meccanismo ma con questo recupereremo tra i 4 e i 5 miliardi”. La vice ministra dell’Economia Laura Castelli però ha tirato in ballo anche i crediti fiscali: “C’è una frode molto grande in Italia di cui nessuno parla ma che sempre più spesso è al centro di affari criminali che riguardano le mafie. Si tratta delle frodi per crediti inesistenti”, ha scritto su facebook. “Si manifesta quando un soggetto dice di vantare un credito nei confronti dello Stato, che non ha, con il quale chiede di compensare un debito verso lo Stato. Tasse e tributi non pagate con l’inganno. Abbiamo lavorato in questi mesi per debellare questo sistema con l’aiuto nell’innovazione e della digitalizzazione e ora siamo pronti”.

Quanto al Daspo, l’ipotesi è stata seccamente smentita dal sottosegretario M5s al Mef, Alessio Villarosa: “Non esiste alcuna proposta che voglia mettere un Daspo per i commercialisti nei confronti dei quali esistono già delle sanzioni e delle segnalazioni all’Ordine – ha detto – non viene da noi questa proposta e non capisco perché venga attribuita al governo” ha aggiunto il sottosegretario che questa mattina ha incontrato i rappresentanti dei commercialisti sugli Indicatori sintetici di affidabilità su cui “abbiamo entrambi proposte in campo che torneremo a verificare nei prossimi giorni”.

Secondo quanto riferito dal Sole 24 Ore lo scorso 1 ottobre, l’idea dell’Inps riguarderebbe solo i crediti contributivi. Prevede la creazione di una piattaforma attingendo alle diverse banche dati pubbliche su lavoro e previdenza. I crediti contributivi, così raccolti, dovranno poi essere “certificati” per poter infine essere utilizzati per le compensazioni. In questo modo, nella visione del governo, si argineranno le compensazioni illegittime recuperando risorse. Nell’intera vicenda c’è però un punto dolente nei tempi per le certificazioni. Se infatti il via libera non arriverà a breve, c’è il rischio che l’intero sistema delle compensazioni rallenti danneggiando anche chi non ha mai dichiarato il falso.

La materia è ampia e spinosa soprattutto se alla fine ingloberà anche le compensazioni fiscali. Per avere un’idea delle cifre in ballo solo sul fronte contributivo, basti pensare che i crediti lordi registrati nel rendiconto Inps 2018 ammontano a 111 miliardi. Tuttavia “lo stock di crediti contributivi alla fine dell’anno 2018 evidenzia un incremento di 6,977 miliardi: l’incremento maggiore si è registrato nel fondo pensioni lavoratori dipendenti (3,3 miliardi), negli artigiani (1 miliardo) e negli esercenti attività commerciali (1,789 miliardi)”, si legge nel Rendiconto generale.

Per il governo, in queste, cifre si annida una evasione importante realizzata anche con il favore di commercialisti e consulenti. Ecco perché l’esecutivo ha immaginato un Daspo per i professionisti del fisco che certificano in modo fraudolento crediti inesistenti e il carcere per i prestanome. Ma “il Daspo ai commercialisti che rilasciano attestazioni per crediti fiscali inesistenti è una misura inutile”, secondo il presidente Miani. Il motivo? “Già ora i commercialisti che così si comportano sono soggetti non solo a sanzioni amministrative, ma anche a responsabilità penali, perché anche di recente la Corte di Cassazione ha affermato che la condotta integra il reato di “dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici”, punibile da 1,5 a 6 anni di reclusione.

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Tim, Fulvio Conti lascia la presidenza “con effetto immediato”. Entro il 21 ottobre il successore dell’uomo del fondo Elliott

Fulvio Conti lascia la presidenza di Tim, l’ex Telecom Italia. Ma il consiglio dell’ex monopolista italiano della telefonia prende tempo fino al 21 ottobre per trovare un sostituto. Segno che la trattativa fra i francesi di Vivendi, Cdp e Elliott è ancora aperta. Non a caso, del resto, la lista dei papabili è lunga: secondo indiscrezioni in lizza ci sarebbe il presidente di Open Fiber, Franco Bassanini, che però ha smentito un suo interesse, oltre al presidente di Cdp, Massimo Tononi, alla consigliera Lucia Morselli e allo stesso amministratore delegato, Luigi Gubitosi. Ipotesi quest’ultima ad interim in vista di un accordo sul nuovo presidente che vada bene anche a Vivendi.

Intanto, secondo quanto stabilito dallo statuto, nei prossimi giorni le funzioni di presidente di Tim andranno al consigliere più anziano, l’ambasciatore Michele Valensise. “Il dottor Conti ha rappresentato di ritenere esaurito il proprio mandato, alla luce della raggiunta stabilità nel funzionamento del board e di un rinnovato impegno nella creazione di valore sostenibile per tutti gli stakeholder della società” ha chiarito una nota Tim al termine del consiglio di amministrazione. All’unanimità poi, il cda ha ringraziato Conti “per l’impegno e gli sforzi profusi nel conseguimento di questo importante risultato, apprezzandone il contributo positivo, la piena correttezza, la sensibilità istituzionale ed il rispetto delle regole nell’esercizio del suo mandato, nell’interesse della società, degli azionisti” come puntualizza la nota.

L’uscita di scena di Conti era del resto da tempo nell’aria. Lo stesso manager aveva spiegato di “star valutando l’opzione di fare un passo indietro laddove questo avesse potuto contribuire a un ulteriore miglioramento dell’equilibrio all’interno del board e dei rapporti tra gli azionisti”. Ai francesi del resto non è mai andato giù il defenestramento dell’ex amministratore delegato, Amos Genish, sostenuto da Vivendi, che ha quasi il 24% di Tim. Contestavano il modo in cui aveva agito il consiglio, ma soprattutto il fatto che, pur essendo Vivendi il primo socio di Tim, non avesse ottenuto per sé né la poltrona di amministratore delegato né tanto meno la presidenza. Conti è stato infatti eletto nella lista di Elliott, il fondo che ha circa il 9% di Tim e che, con il sostegno di Cdp, ha orchestrato il cambio ai vertici del 4 maggio 2018.

Nel corso del mandato di Conti non sono mancati forti scontri con Vivendi. Nel marzo scorso, il gruppo francese aveva chiesto invano la sua revoca assieme a quella di Alfredo Altavilla, Massimo Ferrari, Dante Roscini e Paola Giannotti De Ponti. A sostegno della richiesta di Vivendi era anche intervenuto il collegio sindacale con un documento in cui si accusava Conti di aver fornito alcune informazioni solo ai consiglieri di Elliott. Da allora le pressioni francesi sulla presidenza sono diventate progressivamente più pesanti. Così la poltrona della presidenza è diventata il primo punto da rimettere in discussione per far ripartire la collaborazione fra i soci. E, nell’ottica di Vivendi, riequilibrare i pesi fra i soci in vista di possibili operazioni straordinarie. Fra queste, la conversione delle azioni di risparmio e soprattutto il piano di aggregazione con la rivale Open Fiber, controllata da Cdp e dall’Enel, e l’eventuale dismissione degli asset brasiliani.

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Tim, Fulvio Conti lascia la presidenza “con effetto immediato”. Entro il 21 ottobre il successore dell’uomo del fondo Elliott

Fulvio Conti lascia la presidenza di Tim, l’ex Telecom Italia. Ma il consiglio dell’ex monopolista italiano della telefonia prende tempo fino al 21 ottobre per trovare un sostituto. Segno che la trattativa fra i francesi di Vivendi, Cdp e Elliott è ancora aperta. Non a caso, del resto, la lista dei papabili è lunga: secondo indiscrezioni in lizza ci sarebbe il presidente di Open Fiber, Franco Bassanini, che però ha smentito un suo interesse, oltre al presidente di Cdp, Massimo Tononi, alla consigliera Lucia Morselli e allo stesso amministratore delegato, Luigi Gubitosi. Ipotesi quest’ultima ad interim in vista di un accordo sul nuovo presidente che vada bene anche a Vivendi.

Intanto, secondo quanto stabilito dallo statuto, nei prossimi giorni le funzioni di presidente di Tim andranno al consigliere più anziano, l’ambasciatore Michele Valensise. “Il dottor Conti ha rappresentato di ritenere esaurito il proprio mandato, alla luce della raggiunta stabilità nel funzionamento del board e di un rinnovato impegno nella creazione di valore sostenibile per tutti gli stakeholder della società” ha chiarito una nota Tim al termine del consiglio di amministrazione. All’unanimità poi, il cda ha ringraziato Conti “per l’impegno e gli sforzi profusi nel conseguimento di questo importante risultato, apprezzandone il contributo positivo, la piena correttezza, la sensibilità istituzionale ed il rispetto delle regole nell’esercizio del suo mandato, nell’interesse della società, degli azionisti” come puntualizza la nota.

L’uscita di scena di Conti era del resto da tempo nell’aria. Lo stesso manager aveva spiegato di “star valutando l’opzione di fare un passo indietro laddove questo avesse potuto contribuire a un ulteriore miglioramento dell’equilibrio all’interno del board e dei rapporti tra gli azionisti”. Ai francesi del resto non è mai andato giù il defenestramento dell’ex amministratore delegato, Amos Genish, sostenuto da Vivendi, che ha quasi il 24% di Tim. Contestavano il modo in cui aveva agito il consiglio, ma soprattutto il fatto che, pur essendo Vivendi il primo socio di Tim, non avesse ottenuto per sé né la poltrona di amministratore delegato né tanto meno la presidenza. Conti è stato infatti eletto nella lista di Elliott, il fondo che ha circa il 9% di Tim e che, con il sostegno di Cdp, ha orchestrato il cambio ai vertici del 4 maggio 2018.

Nel corso del mandato di Conti non sono mancati forti scontri con Vivendi. Nel marzo scorso, il gruppo francese aveva chiesto invano la sua revoca assieme a quella di Alfredo Altavilla, Massimo Ferrari, Dante Roscini e Paola Giannotti De Ponti. A sostegno della richiesta di Vivendi era anche intervenuto il collegio sindacale con un documento in cui si accusava Conti di aver fornito alcune informazioni solo ai consiglieri di Elliott. Da allora le pressioni francesi sulla presidenza sono diventate progressivamente più pesanti. Così la poltrona della presidenza è diventata il primo punto da rimettere in discussione per far ripartire la collaborazione fra i soci. E, nell’ottica di Vivendi, riequilibrare i pesi fra i soci in vista di possibili operazioni straordinarie. Fra queste, la conversione delle azioni di risparmio e soprattutto il piano di aggregazione con la rivale Open Fiber, controllata da Cdp e dall’Enel, e l’eventuale dismissione degli asset brasiliani.

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Fisco, commercialisti verso lo sciopero contro i nuovi indici di affidabilità: “Rischio di errori e a pagare saranno i contribuenti”

Altro che Fisco Amico. Dietro allo sciopero indetto dai commercialisti dal 30 settembre al 7 ottobre contro l’introduzione degli indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa) si cela un rapporto difficile con la pubblica amministrazione. La nuova misura, che riguarderà 3,89 milioni di contribuenti fra imprese e liberi professionisti, è stata approvata da tempo. Ma gli ultimi aggiustamenti risalgono a meno di trenta giorni fa. Motivo per cui commercialisti, assieme a consulenti del lavoro e tributaristi, hanno chiesto all’esecutivo di far slittare l’applicazione del nuovo strumento fiscale che sostituisce gli studi di settore. Il punto è però che il governo ha già inserito a bilancio 2 miliardi di nuovi introiti da lotta all’evasione grazie all’applicazione Isa. Di conseguenza è difficile far slittare la nuova misura o almeno renderla facoltativa per il periodo di imposta 2018, come chiedono i professionisti.

“Siamo alle solite. Siccome c’è un problema di gettito previsto nel bilancio dello Stato 2019, i ritardi dell’amministrazione fiscale diventano un problema dei commercialisti – spiega il presidente dell’Ordine dei commercialisti, Massimo Miani – Non è che si può sempre risolvere la questione sulle nostre spalle. Senza contare che minore è il tempo a disposizione per applicare le nuove misure, maggiore è il rischio di errore. Un tema non da poco dal momento che sentiamo la responsabilità verso i nostri clienti”.

Per entrare nel cuore della questione, meglio fare un passo indietro e chiarire che cosa sono esattamente gli Isa. In buona sostanza si tratta di strumenti finalizzati ad una più efficace azione di controllo dell’amministrazione pubblica sulle partite Iva, cioè liberi professionisti ed imprese. Forniscono una “pagellada 1 a 10 per l’affidabilità fiscale del contribuente sulla base di gruppi omogenei di imprese con caratteristiche simili ai quali il contribuente viene assegnato in funzione di quanto dichiarato. “Per l’attribuzione del punteggio Isa, il contribuente deve comunicare all’Agenzia delle entrate, attraverso gli appositi modelli (parte integrante del modello Redditi, ndr), i propri dati economici, contabili e strutturali rilevanti – spiega l’Agenzia delle entrate nelle istruzioni datate giugno 2019 – Più alto è il punteggio ottenuto in termini di affidabilità maggiori sono i benefici premiali per gli interessati”.

E già qui sorgono le prime critiche al nuovo sistema introdotto dallo Stato per ridurre l’evasione sulle partite Iva: “Se da un lato sono giuste e condivisibili l’azione di controllo dei titolari di partita Iva e l’incentivazione della lotta all’evasione, dall’altro non è giusto che si vadano a determinare i criteri di controllo attraverso algoritmi che attribuiscono voti e pagelle molto discutibili ad imprenditori e professionisti, soprattutto in un periodo di crisi e di stagnazione dell’economia – commenta in una nota il presidente dell’Istituto nazionale tributaristi, Riccardo Alemanno -. Bisogna liberare il settore produttivo dalla burocrazia e dal peso delle imposte, dopodiché sarà doverosa una verifica dell’affidabilità fiscale dei contribuenti, ovviamente correggendo gli attuali parametri che non devono essere punitivi per chi assume e per chi investe”.

Ma la di là delle contestazioni sul meccanismo Isa, commercialisti e consulenti del lavoro chiedono comunque più tempo allo Stato per adottare le nuove regole nel rispetto dello Statuto del contribuente che prevede gli adempimenti a carico dei contribuenti arrivino 60 giorni dopo l’entrata in vigore dei nuovi provvedimenti. Nel caso degli Isa, “l’ultima variazione in ordine di tempo è arrivata con il decreto del Mef del 9 agosto e con il rilascio da parte dell’Agenzia delle Entrate di nuove versioni del software Il tuo Isa”, come spiega una nota del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro. Senza contare che “la nuova disciplina, introdotta con la finalità di abolire gli studi di settore e ulteriori parametri ritenuti desueti, nonché di favorire l’assolvimento degli obblighi tributari e contrastare l’evasione fiscale, in realtà presenta ancora numerose complessità procedurali, oltre agli errori nelle dichiarazioni e nel sistema di calcolo che sono state riscontrate in questi mesi dai professionisti – prosegue la nota -. Criticità che attualmente non risultano ancora risolte, nonostante le modifiche introdotte in corso d’opera e che hanno determinato la proroga al prossimo 30 settembre del termine per effettuare i versamenti delle imposte dovute”.

Un vero e proprio caos su cui, visti i numeri in gioco, il governo ha difficoltà ad intervenire. “Spostare in avanti gli Isa significa che poi il governo dovrà trovare da qualche altra parte quei due miliardi di gettito stimato in ingresso per il 2019”, conclude Miani. Il punto è che a pagare per la “fretta” dell’amministrazione nel far cassa rischia di essere poi il contribuente. Come spiega l’Agenzia delle entrate anche per gli indici sintetici di affidabilità sono naturalmente previste multe e controlli. Ne dettaglio, la sanzione amministrativa per omissione di comunicazione di dati rilevanti o comunicazione inesatta o incompleta può andare da 250 a 2mila euro. In compenso, prima di contestare la violazione, l’Agenzia delle entrate deve “mettere a disposizione del contribuente le informazioni in suo possesso, invitandolo a eseguire la comunicazione dei dati o a correggere spontaneamente gli errori commessi” come riferisce la nota sugli Isa dell’Agenzia delle entrate, datata giugno 2019. “Graduando” la misura della sanzione tendendo conto del comportamento del contribuente. Contribuente che andrà poi, naturalmente, chiederà conto dell’accaduto ai professionisti del fisco.

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Mediaset, l’ingresso in scena del fondo Peninsula mette al sicuro la creazione del nuovo polo europeo della tv in chiaro

Fininvest chiude il cerchio sul riassetto di Mediaset e mette nell’angolo Vivendi. Gli investitori ne prendono atto con il titolo del Biscione in lieve recupero (0,69%). Segno che sono in molti ormai a dare per scontato il buon esito dell’operazione MediaForEurope (Mfe), la creazione del nuovo polo europeo della tv in chiaro e il rafforzamento del controllo da parte della famiglia Berlusconi. Tutto merito dell’ingresso in scena del fondo Peninsula, in cui recentemente è approdato l’ex Mediobanca Stefano Marsaglia. Mentre, infatti, i francesi studiavano come bloccare il progetto Mfe, Mediaset ha fatto sapere di aver raggiunto un accordo con il fondo che sborserà fino ad un miliardo per garantire il buon fine dei piani della famiglia Berlusconi.

Nel dettaglio, Peninsula acquisterà fino a 355 milioni di azioni Mfe derivanti dall’eventuale esercizio del diritto di recesso da parte di soci di Mediaset detentori di una partecipazione non inferiore al 5% del capitale e dal recesso di soci Mediaset España fino ad un massimo di 17,8 milioni di azioni Mfe. “L’impegno di Peninsula è condizionato, fra l’altro, al perfezionamento della fusione e ad un numero totale di azioni Mfe risultanti dal concambio delle azioni Mediaset e Mediaset España oggetto di recesso non superiore a 470 milioni, salvo ripristino del flottante al primo giorno di quotazione di Mfe”, ha spiegato la società in una nota.

In pratica, Peninsula entrerà in gioco nel caso in cui i francesi decidessero di uscire dal capitale di Mediaset esercitando il diritto di recesso. Per capire che cosa significa esattamente, bisogna fare un passo indietro ritornando all’ultima assemblea di Cologno Monzese. In quella occasione, Vivendi si è espressa contro il progetto Mfe senza escludere la possibilità di esercitare il recesso. Il punto è che il riassetto è subordinato al fatto che l’esborso massimo per il ristoro dei soci pronti a vendere le loro azioni non superi i 180 milioni. La somma, però, è ben al di sotto del valore della partecipazione (29%) di Vivendi che potrebbe teoricamente mandare all’aria l’intesa.

Di qui la mossa a sorpresa di Mediaset con Peninsula che mette in sicurezza il piano della famiglia Berlusconi. “Non avevamo problemi – ha spiegato il fondatore del gruppo, Silvio Berlusconi -, adesso c’è stata questa ulteriore offerta, ci è sembrato rafforzare l’immagine dell’operazione e quindi è stata accettata. Però avevamo già la possibilità di essere noi capaci di sostenere l’eventuale richiesta da parte dei soci di ridare le azioni”.

A questo punto, per i francesi si prospettano solo due opzioni. La prima è fare buon viso a cattivo gioco diventando azionista di MFE in attesa delle sentenze dei giudizi in corso contro Mediaset. La seconda è uscire di scena con una perdita che si aggira attorno a un euro per azione. Difficile che Vivendi scelga la seconda opzione. Se così fosse, Fininvest dovrà rassegnarsi all’idea di avere nel capitale un socio agguerrito ed invadente.

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