È stato il Giro di Tadej Pogacar. Lo sloveno non ha solo vinto la Corsa Rosa, ma l’ha dominata, brutalizzata dall’inizio alla fine. Un successo in cui è riuscito anche a farsi ispirazione con un paio di momenti (la borraccia passata al bambino in salita su tutte) che sono diventati la copertina di questa edizione. Eppure all’interno di questo Giro d’Italia c’è qualcosa di più delle gesta del fuoriclasse della UAE Team Emirates. C’è anche un movimento italiano che ha dato segnali importanti per un futuro da protagonista a 360 gradi, ponendo le basi per colmare il vuoto lasciato da Vincenzo Nibali. Il Giro 2024 assume le sembianze di un’opportunità. Un nuovo punto di partenza. In questi anni i corridori italiani si sono sempre messi in mostra. Basti pensare al secondo posto di Damiano Caruso al Giro 2021, all’affermazione di Sonny Colbrelli alla Parigi-Roubaix nel 2021 o alle vittorie di tappe di Giulio Ciccone. A mancare però era la figura su cui riversare le massime aspirazioni nelle corse a tappe. L’ultimo successo di un italiano al Tour de France è datato 27 luglio 2019 (Nibali a Val Thorens) e l’ultima maglia gialla è quella di Giulio Ciccone nella stessa edizione. Mentre al Giro l’ultima maglia rosa è stata indossata ben tre anni fa da Alessandro De Marchi a Cattolica. La Corsa Rosa 2024 ha invece detto che una nuova talentuosa generazione sta uscendo fuori.

In primis c’è Antonio Tiberi, già campione del mondo juniores a cronometro nel 2019. Al debutto ha chiuso in quinta posizione nella generale (per avere un termine di paragone Nibali chiude in diciannovesima posizione). Un exploit che ha regalato al 22enne di Frosinone la maglia bianca di miglior giovane. L’ultimo azzurro a riuscirci era stato Fabio Aru nel 2015. E la sensazione è che senza la doppia foratura di Oropa si sarebbe potuto giocare anche il podio. Forte a cronometro e regolare in salita, deve lavorare sul cambio di ritmo, ma il futuro pare essere dalla sua parte. Il salto di qualità definitivo è solo da aspettare. Ma Tiberi non è l’unica speranza azzurra uscita da questo Giro. C’è qualcuno che in prospettiva pare avere anche più margini di lui. È Giulio Pellizzari, 20 anni, il più giovane a partecipare a questa edizione. Sul Monte Pana ha fatto breccia nei cuori di molti appassionati, sul Monte Grappa li ha invece conquistati. Nella penultima tappa, insieme a Pogacar, Pellizzari è stato il grande protagonista, dando letteralmente spettacolo ed esaltando i tifosi accorsi. In più ha fatto sua anche la Cima Coppi di questa edizione, il Passo Sella. Gli attestati di stima dimostrati da Pogacar (sia in gara che post) sono poi un plus da conservare. La certificazione sul talento di Pellizzari. Uno scalatore puro che, in Italia, non si vedeva dai tempi di Fabio Aru. Le qualità insomma sembrano sconfinate, con un unico vero attuale tallone d’Achille: la cronometro.

E proprio la cronometro è la disciplina dove l’Italia si conferma tra le migliori al mondo, e questo grazie alla garanzia che rappresenta da anni Filippo Ganna. Questo Giro non ha riservato grandi occasioni, ma il verbanese ha comunque vinto la tappa che arrivava a Desenzano del Garda. E avrebbe anche potuta vincerne un’altra, se Pogacar non si fosse inventato un recupero poco umano a Perugia. Chi invece ha fatto un ulteriore salto di qualità è Jonathan Milan. Il 23enne azzurro ormai sta diventando uno dei velocisti migliori al mondo e le tre tappe conquistate sono una chiara dimostrazione. Il tutto impreziosito dalla conquista della maglia ciclamino per la classifica a punti. Il ciclismo italiano non aveva bisogno solo di una prospettiva sulle grandi salite, ma anche sulle tappe pianeggianti. Qualcuno che potesse riprendere il sentiero di grandi del passato come Mario Cipollini o Alessandro Petacchi. Scalatori, cronometristi, velocisti. In ogni specialità del ciclismo la fiducia azzurra divampa, si rafforza in vista del futuro. Ma quelli sopracitati sono soltanto i nomi che si sono presi la scena principale. In realtà questo Giro racchiude anche altre presenze, apparentemente meno in vista, ma su cui le aspettative per il futuro sono alte. Uno su tutti, Davide Piganzoli, 22 anni. Nessun vero guizzo d’autore ma chiudere al tredicesimo posto al debutto non è cosa da poco. I margini per maturare ci sono, così come il tempo a sua disposizione. Una top 10 che è sfumata anche per Filippo Zana, e proprio all’ultima tappa. Oltre a loro c’è stato spazio anche per Lorenzo Fortunato e Christian Scaroni, quest’ultimo costretto al ritiro per un attacco influenzale a quattro tappe dalla fine.

Un quadro azzurro che insomma esce arricchito e pieno di speranza al termine di questo Giro d’Italia, e da cui non va assolutamente dimenticato Giulio Ciccone. La maglia a pois al Tour de France 2023 – out alla Corsa Rosa a causa dell’operazione subito a febbraio per la rimozione di una ciste – è tornata a gareggiare da poco, e adesso punta alla partecipazione per la Grande Boucle e la Vuelta de Espana. Oggi è ancora lui il più importante punto di riferimento del ciclismo italiano nelle corse a tappe. In attesa dell’esplosione definitiva del duo TiberiPellizzari.

L'articolo C’è vita (e speranza) nel ciclismo italiano: non solo Ganna e Ciccone, il Giro ha detto che Tiberi, Pellizzari e Milan studiano da big proviene da Il Fatto Quotidiano.