Uno dei punti più controversi della bozza di revisione costituzionale approvata dal Consiglio dei Ministri è la previsione per cui ai candidati e alle liste collegate al Presidente del Consiglio andrebbe un premio di maggioranza tale da garantire il 55% dei seggi nelle Camere.

La scelta di disciplinare in Costituzione parte del sistema elettorale non è del tutto insolita. In Europa e non solo, molti testi costituzionali dicono qualcosa sulla formula elettorale, anche se, nella maggior parte dei casi, si tratta di previsioni con finalità garantiste delle minoranze, e dunque del principio di rappresentatività.

In Italia, l’Assemblea Costituente aveva ovviamente valutato la questione ma, nonostante una espressa opzione per il sistema proporzionale, si ritenne opportuno evitare la rigidità di una sua costituzionalizzazione.

La bozza del Governo va, invece, nella direzione opposta, con un risultato assai preoccupante. Le simulazioni elettorali vanno prese sempre con beneficio d’inventario, ma se si prendono i risultati del 25 settembre 2022, se dovesse passare la riforma, a Fratelli d’Italia – se si presentasse da sola – andrebbe il 55% dei posti in Parlamento. Col 25,8% dei voti, su un’affluenza del 63,9%. Che significa – la proporzione è facile – con il 15,8% dei consensi del corpo elettorale. Numeri alla mano, si comprende bene cosa intendesse la Corte costituzionale quando, con la sentenza n. 1 del 2014, dichiarava incostituzionale il premio di maggioranza che il cosiddetto Porcellum assegnava senza necessità di una soglia minima di voti. Scriveva allora la Corte: «Il meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza (…) combinato con l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima (…) è tale da determinare un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto».

Eguaglianza del voto – di cui all’art. 48 della Costituzione – significa che il voto di ciascun elettore contribuisce in misura eguale alla formazione del corpo rappresentativo. Se però, al 25,8% dei voti – quelli ottenuti dalla lista collegata al Presidente del Consiglio – si assegnano d’emblée il 55% dei seggi, i conti non tornano. A quel punto, uno non vale uno, ma il voto di chi sta nel 25,8% vale più di 2, e quello di chi sta nel 74,2% vale meno di 0,5.

Peraltro, se l’eguaglianza del voto è – come è – un precipitato del principio di eguaglianza, può forse ragionevolmente ritenersi che esso rientri in quei principi supremi della Costituzione che neanche una revisione costituzionale potrebbe violare. E se pure dovesse passare la tesi contraria, l’«alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione» denunciata dalla Corte resterebbe eccome. Anche perché, con quel premio di maggioranza, sono in bilico le principali istituzioni di garanzia del sistema. Il 25,8% dei votanti (cioè il 15,8% degli aventi diritto al voto, stando ai dati del 2022), con il 55% in Parlamento, non solo approverebbe senza fatiche la fiducia al Governo e tutte le misure legislative che questo gli propone, ma soprattutto riuscirebbe da solo ad eleggere il Presidente della Repubblica e, con un piccolo aiuto, riuscirebbe ad eleggere anche cinque giudici costituzionali (mentre altri cinque sarebbero nominati da quel Presidente eletto a colpi di maggioranza. Per fortuna restano gli ultimi cinque, nominati dalla magistratura).

Certo, la simulazione non regge se il premio di maggioranza è dato non al partito che si presenta da solo, bensì alla coalizione. Ma – a parte il fatto che la preoccupazione per l’eguaglianza del voto resta – la norma costituzionale, così come si vorrebbe riformata, sembra neutra da questo punto di vita, ed è del tutto compatibile con un sistema elettorale in cui i partiti corrono da soli, con una formula proporzionale pura, senza necessità di coalizioni, come è ad esempio nella legge elettorale per il Parlamento europeo.

A quel punto, chi arriva prima vince. Anzi, stravince. E se stravincere fa gola a tutti, forse occorrerebbe considerare che, statisticamente, sono più alte le probabilità di stare fuori da quel fortunato 15,8% di quanto non siano quelle di starci dentro…

L'articolo Il premio di maggioranza previsto dal premierato viola il principio di eguaglianza proviene da Il Fatto Quotidiano.