È arrivato in libreria il mio Separazione dei poteri e giustizia digitale (Mimesis, € 14), un librettino azzurro che in 150 pagine sostiene quanto segue: se non sapete cos’è la separazione dei poteri, è inutile che parliate di riforme costituzionali e di democrazia. Monito rivolto soprattutto ai nostri apprendisti riformatori della Costituzione: “Astenersi politicanti e perditempo”. Qui di seguito riporto l’inizio del libro.

Il declino delle democrazie liberali occidentali – così chiamate per distinguerle dalle democrazie illiberali, o democrature […] – era iniziato già nel Novecento, proprio quando le si dava per trionfanti. Era il 1989, il Muro di Berlino era caduto, la Guerra fredda [vinta], e gli ex satelliti dell’Unione Sovietica facevano a gara [sia] per accaparrarsi i finanziamenti occidentali [sia] per entrare nell’Unione Europea, allora popolarissima anche in Italia. Che l’economia di mercato e le democrazie liberali [fossero destinate a] dominare il mondo, [allora,] era un luogo comune.

Invece, fu lì che le democrazie liberali iniziarono il loro declino, poi chiamato recessione democratica. A reagire per primo fu il Medioriente islamico, nelle sue due varianti […] sciita e […] sunnita. Il Duemila iniziò con una festa rovinata, il G8 di Genova, l’attacco terroristico alle Torri gemelle, e la reazione occidentale più inconsulta immaginabile: l’invasione dell’Iraq […]. Poi vennero la crisi dei mutui subprime, le grandi migrazioni del 2015, le vittorie populiste nelle due culle storiche della democrazia, Stati Uniti e [Gran Bretagna], infine la pandemia e l’inizio della de-globalizzazione.

Quando le varie emergenze parevano finite, iniziò l’attacco al bersaglio grosso: la stessa democrazia liberale. Attacco esterno, prima: l’invasione russa dell’Ucraina, per quanto folle, non mostrò solo che l’Europa era un gigante […] con i piedi di argilla, dipendente dall’Oriente per l’energia. [Rivelò anche] che la dipendenza delle autocrazie asiatiche da scienza e tecnologia occidentali non aveva affatto comportato la loro democratizzazione [Al contrario]: gli autocrati russi, cinesi e islamici facevano ormai da polo d’attrazione alternativo all’Occidente, in Africa e altrove.

Attacco interno, poi. La globalizzazione comportava, come propria condizione, un’apertura dell’Occidente alle migrazioni, non foss’altro per compensare il deficit demografico e il crescente rifiuto di lavori sottopagati da parte dei giovani […]. Ma persino i tradizionali paesi-guida di questa apertura – [Stati Uniti e Gran Bretagna] – si chiusero entro i propri confini, sull’onda di movimenti xenofobi. Come l’Italia oggi governata dalla destra, che pur respingendo anche i rifugiati ha visto triplicare gli sbarchi […].

Di fronte a questo assedio, l’Occidente ha creduto di salvarsi l’anima sventolando la bandiera dei diritti. […] Invece, un mix di realismo politico, pluralismo etico e saggezza istituzionale avrebbe [suggerito di occuparsi del]l’altro aspetto distintivo […] delle democrazie liberali: la separazione dei poteri. Le istituzioni di garanzia, l’indipendenza del giudiziario, la libertà d’informazione, nel resto dell’Occidente hanno retto al primo assalto populista. In Italia, [invece, si propongono ormai] riforme costituzionali [sgangherate] come premierato [elettivo] e autonomia differenziata, e persino i giuristi paiono affascinati dal sogno/incubo della giustizia digitale.

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