Da un governo di destra-centro non c’era da aspettarsi che facesse molto per contrastare la tempesta inflazionistica che ci ha colpito, vista la sua naturale vocazione filo-imprenditoriale. Sorprendente invece è il fatto che l’inflazione sia alimentata e sostenuta proprio dalle scelte governative. Diversamente non si potrebbe spiegare l’impennata attuale del prezzo della benzina.

Mentre gli automobilisti soffrono quando devono fare il pieno, la coppia Meloni-Giorgetti sorride. Il corposo gruzzolo arraffato in questo modo, stiamo parlando di parecchi miliardi di euro, consentirà di tappare le numerose falle che si stanno aprendo nella preparazione della legge di bilancio per il 2024. Quindi, accanto alle varie forme di inflazione che abbiamo imparato a conoscere, se ne aggiunge un’altra, l’inflazione governativa.

L’inflazione governativa è di tipo parassitario, e quindi ancora più detestabile. Il costo al litro della benzina si sta muovendosi all’insù a causa delle tensioni sul mercato petrolifero. Da luglio il prezzo del greggio è notevolmente aumentato e di conseguenza anche quello dei suoi prodotti derivati. Fin qui, non c’è nulla da osservare. Il mercato internazionale delle materie prime ha i suoi alti e bassi. Questa però è solo la metà della storia. Non in senso metaforico, ma in maniera molto concreta.

Tutti ormai sanno che il prezzo alla pompa non è un valore di mercato ma un prezzo politico, cioè pesantemente determinato dallo stato attraverso due imposte, le accise e l’Iva. Ogni volta che il prezzo della benzina sale, per lo stato c’è una lievitazione delle entrate trainate dall’aumento dell’Iva. Nel trimestre scorso l’accisa, cioè la tassa fissa, valeva 828 centesimi per litro, l’Iva 331 centesimi e il sul prezzo medio alla pompa era di 1,843 euro. Quindi le tasse in Italia pesano per il 56% sul prezzo finale.

Per le casse dello stato l’aumento del prezzo della benzina è una manna che cade dal cielo. Non per i consumatori e nemmeno per l’economia, naturalmente. Il costo della mobilità è uno dei tanti fuochi che alimentano l’inflazione generale con le conseguenze che vediamo. Se si vuole contenere l’inflazione, è dal suo contenimento che bisogna partire.

Si può fare qualcosa? Certamente. Su questa inflazione governativa, e sul mondo di contenerla, è intervenuto da par suo Draghi nella primavera del 2022. Da marzo a novembre il suo governo aveva disposto una riduzione delle accise di ben 25 centesimi, calmierando in questo modo il prezzo alla pompa che nel quarto trimestre era sceso addirittura a 1,676 euro al litro. Con Meloni la riduzione è passata, ma solo per dicembre, a 15 centesimi. Poi più nulla.

Purtroppo da luglio il prezzo del greggio ha ricominciato a salire, passando da 72 dollari agli attuali 85, un incremento notevole che si è riversato inevitabilmente sulla pompa. Si attendeva, a questo punto, un intervento alla Draghi, cioè di riduzione almeno delle accise, che però non c’è stato. Nel frattempo la rete, maligna come sempre, ci ricorda i discorsi di Meloni in cui dall’opposizione chiedeva ripetutamente e in maniera violentemente battagliera addirittura l’eliminazione delle accise. Ma una volta al governo la premier è diventata del tutto smemorata, non ricordandosi di questa e di molte altre promesse elettorali.

Se poi, come dice il ministro Urso, il prezzo della benzina depurato dalla componente fiscale è il più basso in Europa, allora la responsabilità governativa è ancora più grande e intollerabile. Decisamente una dichiarazione poco accorta e autolesionistica.

C’è da notare poi che il prezzo della benzina si è impennato proprio nel periodo delle vacanze estive, quello in cui l’auto è più usata. Personalmente ho fatto alcuni giorni di vacanza a luglio con l’auto in Puglia e ho percorso in totale circa 3.000 km. Ho calcolato che con la riduzione Draghi avrei risparmiato circa 40 euro di carburante. Possiamo chiamare questa somma extra che invece ho sborsato una specie di tassa sulle ferie che Meloni mi ha regalato, come ad altri milioni di italiani in viaggio, con la sua colpevole inerzia. Almeno nel periodo estivo, e dato l’aumento del pezzo del petrolio, si poteva fare come il governo precedente e dare un po’ di sollievo fiscale agli italiani.

Un governo nato per ridurre le tasse ora ne ha introdotta una nuova, la tassa sulle ferie, non intervenendo sul prezzo impazzito del carburante. Il governo ha alleggerito in maniera legale, ma non indolore e a suo completo vantaggio, le tasche degli italiani. I molti miliardi recuperati in questo modo sono ben superiori alla strombazzata tassa sugli extraprofitti delle banche che produrrà, se va bene, qualche centinaio di milioni.

Invece di pensare solo agli extraprofitti degli altri, la premier Meloni, se avesse una qualche consapevolezza dei problemi economici della gente comune, potrebbe cominciare a ridurre quelli di sua competenza, cioè quelli governativi che stanno derivando dalle tasse da inflazione e che costano alle famiglie decine di euro al mese.

La ridicola strategia dei cartelloni con i prezzi esposti, come era prevedibile, si è rivelata un fallimento. Aspettiamo le prossime mosse, nella speranza che stavolta siano almeno un po’ efficaci.

L'articolo Ecco l’inflazione governativa: l’alto costo della benzina vale come ‘tassa sulle ferie’ proviene da Il Fatto Quotidiano.