Napoli, 15enne muore investita mentre attraversa. Alla guida un ragazzo di 21 anni

Incidente mortale nella notte a Napoli. Due ragazze, di 15 e 14 anni, stavano attraversando la strada quando un’auto che procedeva verosimilmente a velocità sostenuta le ha investite. La 15enne ha perso la vita mentre l’amica, che di anni ne ha 14, se è rimasta ferita, con una frattura alla gamba destra e una prognosi di 30 giorni. L’incidente è avvenuto a Piazza Carlo III. Alla guida dell’auto, una Smart a 4 posti, c’era un 21enne a cui gli agenti del sezione Infortunistica Stradale della Polizia Locale (coordinata dal capitano Antonio Muriano) hanno ritirato la patente. È stato poi accompagnato in ospedale per i prelievi ematici che riveleranno se aveva bevuto alcol o se era sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. I risultati dovrebbero essere pronti nei prossimi giorni. Chiesta l’acquisizione delle immagini dei sistemi di videosorveglianza. Le due ragazzine abitavano a Calata Capodichino, non molto lontano dal luogo dell’incidente, avvenuto intorno all’una di notte. Secondo quanto si è appreso stavano tornando a casa.

Gli investigatori non hanno rilevato segni di frenata. Le due ragazze avevano attraversato una carreggiata e ne stavano attraversando una seconda quando la vettura è sopraggiunta. Secondo quanto si apprende la dinamica dell’accaduto sarebbe abbastanza chiara: la 15enne è stata presa in pieno dalla Smart e sbalzata a diversi metri di distanza dal luogo dell’impatto. Cadendo ha battuto violentemente la testa sullo spartitraffico.

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Decreto agosto, Franceschini: ”Intervento imponente per turismo e cultura, vale oltre 3 miliardi”

“È di oltre 3 miliardi di euro il pacchetto approvato ieri dal consiglio dei ministri per sostenere i settori del turismo e della cultura. Un intervento davvero imponente con molte misure: dai contributi per le le attività commerciali nelle città d’arte; alla sospensione dell’IMU per le strutture ricettive, i cinema e i teatri; al sostegno ai lavoratori dipendenti, i precari e gli stagionali; agli aiuti per tutte le strutture ricettive, i teatri, i cinema e i musei. Un sostegno dovuto per due settori che rendono l’Italia unica e invidiata in tutto il mondo”. Così il ministro per i beni e le m attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini riguardo al dl agosto approvato dal Consiglio dei Ministri

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Spagna è il Paese Ue con più contagi. Trump: “In Usa Covid sta sparendo”. Ma studio dice: “A dicembre 300mila morti senza misure ad hoc”

La Spagna è il Paese con più contagi in Europa, Trump insiste sulla linea dell’ottimismo nonostante gli Usa abbiano superato i 160mila morti e l’India, il terzo più colpito al mondo dal Coronavirus, conteggia più di due milioni di casi. La Johns Hopkins University aggiorna il numero delle vittime da Covid nel mondo, finora 720mila, mentre nel mondo le infezioni sono oltre 19,3 milioni.

Spagna – Secondo i calcoli dell’università americana, scrive El Pais, la Spagna con 314.362 casi detiene il record del Paese con più contagi in tutta Europa, superando il Regno Unito (314.362 infezioni e una popolazione di 66,5 milioni di persone contro i 47 milioni della Spagna). Quanto invece al numero di vittime nel nostro continente,

Usa – Confortato dalla diminuzione dei casi negli ex epicentri come Arizona, California, Florida e Texas, il presidente americano Donald Trump continua a cavalcare la linea dell’ottimismo. La pandemia “sta scomparendo in Usa”, ha detto dalla sua residenza a Bedminster, senza considerare però che le infezioni stanno aumentando in Colorado, Missouri, Ohio, Oregon, Virginia e che i decessi nel Paese – al quarto posto nel mondo per i morti da Covid ogni 100mila abitanti – hanno superato i 160mila, per un totale di 5 milioni di contagi. E le previsioni per il futuro dipendono tutte dalla prevenzione: secondo l’università di Washington i morti per da Sars-Cov-2 entro dicembre saranno 300mila (ora sono 160mila), se le grandi città non prenderanno misure adeguate, a partire dall’obbligo di indossare mascherine.

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Morto Lorenzo Soria, presidente dei Golden Globe: aveva 68 anni. “Credeva nel potere del cinema di cambiare il mondo”

Una carriera nel giornalismo, tra politica e tecnologia, prima che il suo grande amore – il cinema – lo facesse approdare a Hollywood: Lorenzo Soria, presidente dei Golden Globe, è morto a Los Angeles a 68 anni.

Nato in Argentina (lì i genitori ebrei si rifugiarono durante il nazismo) Soria era cresciuto a Milano dove aveva studiato e iniziato a lavorare come giornalista per L’Espresso. Nel 1982 arriva a Los Angeles, nel 1989 entra nella Hollywood Foreign Press Association, l’associazione che ogni anno assegna i Golden Globes alle eccellenze del grande e piccolo schermo. Presidente prima nel 2003 e poi nel 2015, è stato eletto nuovamente nel 2019: il suo mandato sarebbe terminato il prossimo anno. La cerimonia ‘ambientalista’ di quest’anno, con il menù vegano e gli appelli per il clima di Leonardo di Caprio e Joaquin Phoenix, è merito suo, così come la scelta dell’irriverente comico Ricky Gervais per condurre la serata.

Nella sua carriera di giornalista ad Hollywood (ha continuato a firmare per la Stampa) ha potuto osservare da vicino il cambiamento dell’industria dei sogni, intervistando i protagonisti e lavorando nel Comitato della Foreign Press Association: un cambiamento di cui era stato testimone e protagonista allo stesso tempo.

La causa del decesso non è stata specificata: l’associazione, nel darne la notizia, ha parlato di “una morte serena nel proprio letto” e la lodato la “generosità, la passione e il senso dell’umorismo” del suo presidente scomparso. “Credeva profondamente nel potere che l’industria cinematografica ha di rendere il mondo un posto migliore, accendendo i riflettori sulle ingiustizie”.

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Vodka Siberiana /6 – La vestale degli imperdonabili

Attraversi il grande parcheggio, indossi ballerine dorate con la punta usurata. Indovini la presenza mansueta della donna. Aspetta il polacco che esercita l’abilissima virtù di viver d’espedienti. Tomek. Raggiungi la donna, la dimessa presenza vigila senza fretta sull’intercedere del tempo inutile in luogo di ore che ognuno chiama come può. Come ogni fatto della nostra esistenza, ognuno lo intitola come può.

Le tue ore si chiamano inedia o rimpianto o errori. Nella pluralità dei tuoi, hai condotto gli anni, uno dietro l’altro, uno dietro l’altro si sono fissati su un brano di te, sui tuoi occhi con un’esitazione che compare a scudo a tutte le novità. Le novità sono disillusioni, da allora. Ti avevano avvertito: non sarai amata di più.

Questo assillo lo trascinerai nei tuoi romanzi, avresti desiderato chiudere una trilogy, abbassare il velario e salutare: arrivederci, quel che avevo da fare l’ho fatto. Invece ti sei messa in testa questa brutta faccenda della reciprocità. Hai cercato l’amore con una piega sul labbro. Non era un sorriso. Non ti importava nulla della reciprocità in casa della creaturina. Lei, immagina, lei che ti dice: sei una santa. Lei. Lei era la mistica, era il perimetro preciso di un martirio. Le forme di martirio possono adeguarsi al nostro spazio morale o circostanziato e fisico.

Non ti importava di essere amata. Tu eri la madre di un bastardo. Figlio di. Sai. Però era letterale. Avevi un ruolo. Non lo sapevi, non con esattezza.

Hai un vestito di velluto, scarpe viola, capelli bruni con strisce rossastre. Indossi un rossetto mirtillo, usi una cipria bianca bianchissima. La sera si arrende piano piano al giorno. Tu guardi fuori in attesa degli avventori. Il club. Sei giovane. Hai i giorni da contare, da consumare ognuno come fosse l’ultima razione di desiderio da consegnare all’immortalità. Devi divorarla. Sei uscita da una guerra. Ehi, no. No. La stai appena affrontando, sei già un soldato. Sei già in trincea.

Non lo sai. Il prurito ti disturba. È la novità. Esci con gente strana. Lo dice la vicina di casa della creaturina. Ha ragione. E così ti graffi i polpacci fino a farli sanguinare. Ricordi? I tuoi capelli. Quel giorno, ricordi? I tuoi capelli lunghissimi. Aspettavi un bambino.

Li hai dovuti tagliare. Tu avevi i pidocchi. Oh quanta mortificazione. Ma era quel balordo lì. Tu non avevi responsabilità: lui strisciava nei tombini.

Ma allora nel club eri pulita. Pulita. Edith Piaf cantava lontananze tragiche e lussuriose. Avresti voluto consumarti nella passione. Non conoscevi ancora la passione. Oggi cosa puoi dirmi?

Niente. Niente. Siedi allora accanto alla donna. Le confidi che nessuno è riuscito ad amarti. “Nessuno” dici. Quante volte sarà capitato che hai provato ad amare, dopo quel tempo. Poche volte, ammetti.

Che non ti parlassero di destino. In casa della creaturina non c’era tempo di pensare al destino, di invocarlo, di intitolargli un fatto, una felicità. Fumavi al davanzale, sotto sentivi le urla di alcuni indigeni, litigare per ovvietà brutali. Questa tua piccola vita stava incontrando il mondo nelle sue molteplici ambiguità. La laidezza del mondo. La sensualità. La vergogna. L’amore forse. La passione.

Una rivoluzione piccola come la tua vita. E tu eri già un soldato, con uno sguardo pieno di ignoranza, per gli altri eri innocente. Sgranavi gli occhi. “Davvero, non posso crederci!”. Esclamavi come una stupida. Per gli altri eri una bambina.

La bambina. Soggetto incontrollabile, portatrice di disastri altrui. Depositaria di ignominie universali, tu per tutti. La vestale degli imperdonabili, pretendi l’iscrizione nella lapide. Fai un salto da lassù, la rupe la vedi?

Cosa devi fare ancora?

Siedi con la donna. Fissi la punta delle scarpe. Asciughi le lacrime. Neanche lui mi ha amato. L’ultimo. Scuoti il capo, asciughi le lacrime. Una ti scende giù veloce, non la fermi. La più ostinata.

Ti ripeti: ho fatto quel che ho potuto.

E hai perso.

(continua)
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Decontribuzione per i lavoratori del Sud, Provenzano scommette sul via libera Ue a finanziare gli sgravi con il Recovery fund

E’ la principale novità spuntata nella versione finale del decreto Agosto, approvata con la formula “salvo intese tecniche” dal consiglio dei ministri. Nella terza manovra per la ripresa post Covid, che vale 25 miliardi di euro portando a 100 miliardi il totale delle risorse messe in campo, c’è la cosiddetta fiscalità di vantaggio per il Sud. Nella forma di uno sconto del 30% sui contributi previdenziali concesso alle aziende del Mezzogiorno per i lavoratori dipendenti. Lo sgravio però è finanziato solo per il trimestre ottobre-dicembre. Per confermarlo anche negli anni successivi – in caso contrario l’intervento sarebbe evidentemente inefficace – il ministro del Sud Peppe Provenzano spera nel via libera della Ue a utilizzare le risorse del Recovery fund.

Sgravio del 30% sui contributi, esclusi quelli Inail – La misura riguarda i datori di lavori privati “la cui sede di lavoro sia situata in Regioni che nel 2018 presentavano un prodotto interno lordo pro capite inferiore al 75 per cento della media EU27 o comunque compreso tra il 75 per cento e il 90 per cento, e un tasso di occupazione inferiore alla media nazionale“. Si tratta di Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna, dove lavorano oggi circa 3 milioni di dipendenti privati. Lo sgravio sarà pari al 30 per cento dei contributi previdenziali, con esclusione dei premi e dei contributi Inail.

Taglio finanziato solo per tre mesi. Ma il piano prevede che duri fino al 2029 – “Il decreto finanzia la misura per il periodo ottobre-dicembre 2020, in attesa che questa venga estesa sul lungo periodo con prossimi interventi”, si legge nel comunicato del Consiglio dei ministri. Il piano di Provenzano prevede infatti che la decontribuzione prosegua per dieci anni, fino al 2029 compreso, con uno sgravio decrescente (20% dal 2026, 10% nell’ultimo biennio). Il punto è come finanziarla, visto che un trimestre di taglio del cuneo così congegnato costa più di 1 miliardo di euro e per un anno intero ci vogliono oltre 4 miliardi.
Il ministro punta ai fondi europei del Recovery fund e ai fondi di coesione del prossimo bilancio pluriennale: “E’ la Commissione Ue che ci pone come obiettivo colmare il divario territoriale. Noi poniamo questa misura come tassello di una strategia”, ha spiegato dopo il cdm, quantificando nel 10% la riduzione del costo del lavoro nel Mezzogiorno grazie al nuovo intervento. “Nel 2021 poniamo la decontribuzione con la precondizione dell’ok della Commissione Ue, siamo convinti di poterla portare a casa”.

Provenzano: “Evitiamo nuova voragine occupazionale e ripresa senza lavoro al Sud” – Intervistato da Repubblica, il ministro aggiunge: “Abbiamo parlato in tutti questi anni della presunta emergenza immigrazione, quando l’emergenza, anche in queste settimane, continua a essere l’emigrazione, la storia della mia generazione. Sento il dovere di lavorare perché il Sud sia un posto in cui è possibile tornare. Anzi, restare”. E ancora: “Dobbiamo evitare che si ripeta quel che è accaduto con la crisi precedente, una voragine occupazionale e una ripresa senza lavoro al Sud. La priorità restano gli investimenti: asili, connessioni veloci, ferrovie, scuole con il tempo pieno, ciclo integrato dei rifiuti. Ma davanti a una crisi eccezionale abbiamo bisogno di una misura eccezionale”. Una misura che “a parte l’effetto diretto di rilanciare la domanda di lavoro” dovrebbe averne “due indiretti molto importanti: favorire l’emersione del lavoro irregolare e provare ad attrarre investimenti, anche stranieri, in una fase storica in cui molte imprese stanno scegliendo di far tornare in patria le produzioni”.

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Suicidarsi a 14 anni perché si hanno troppo atrocità sulle spalle

di Paolo Di Falco e Andrea Leone

Suicidarsi a 14 anni, quando hai tutta una vita ancora davanti, quando non hai avuto ancora la possibilità di vedere i tuoi sogni realizzati è una delle tragedie più terribili nella nostra società. Suicidarsi a 14 anni perché ti senti respinto da ogni Paese in cui metti piede e cominci a pensare che il problema sei tu perché sei nato con un passaporto sbagliato è davvero un dramma dei nostri tempi, a cui non facciamo nemmeno caso per la nostra continua fretta, la nostra frenesia che non ci dà nemmeno il tempo per fermarci e riflettere.

E’ il caso di Ali Ghezawi, un adolescente siriano che sognava di diventare un cardiologo. Un sogno che era scaturito dalla lettura del libro Anatomy, tra le cui pagine resterà un segnalibro giallo a pagina 623. Ali parlava bene l’inglese e altre 5 lingue, ed era scappato insieme alla sua famiglia dalla Siria: dopo gli anni trascorsi in un campo in Libano, finalmente erano riusciti ad ottenere un permesso di soggiorno in Spagna, dove ad attenderli non era una vita migliore, ma una stanza, senza neanche una finestra, all’interno della quale dovevano convivere ben 8 persone. Si può questa chiamare vita?

Mossi dalla speranza di un posto migliore e di condizioni di vita più adeguate, la famiglia arrivò nei Paesi Bassi, ma fu costretta a ritornare in Spagna, dove questa volta ad attenderli non c’era una stanzetta, bensì l’asfalto della strada. Successivamente si spostò di nuovo nei Paesi Bassi, il Paese in cui Ali si sentiva al sicuro e di cui condivideva la cultura, ma l’odissea dei Ghezawi non finì; così, dopo un fallito tentativo di suicidio nel 2019, alla notizia di non poter più restare nei Paesi Bassi Ali ha deciso di abbandonare quella vita che per lui aveva già riservato troppa sofferenza, troppe atrocità sulle spalle di un adolescente.

“Vogliamo raccontare questa storia per dimostrare che i bambini rifugiati come Ali non hanno una casa sicura in Europa. Ed è tutt’altro che solo. Le procedure di asilo non solo richiedono molto tempo, ma ci sono così tante differenze nell’accoglienza per paese. La Spagna è stata un’esperienza terribile per Ali. Lo ha portato a una decisione disumana. Il suo sogno di vivere nei Paesi Bassi è andato in pezzi. La vita è diventata un incubo”

Queste le parole dei genitori di Ali, di fronte alle quali non si può non provare un sentimento di rabbia misto a vergogna. Rabbia per la morte di un adolescente la cui unica colpa era quella di essere nato dalla parte sbagliata del globo, vergogna per una burocrazia che non guarda in faccia nessuno, non guarda in faccia la tua vita, le tue emozioni. Come si può assegnare una piccola stanzetta ad una famiglia di ben 8 persone? Come si può restare indifferenti di fronte a questa storia? Mentre le nostre vite continueranno a scorrere come nulla fosse, il cuore di Ali ha cessato di battere perché troppo stanco di continuare a sopportare, di continuare a essere rifiutato. Un sogno spezzato che non potrà più essere realizzato, un segnalibro che rimarrà per sempre a pagina 623.

In un clima sempre crescente di razzismo all’interno della nostra Italia, in cui, pensate un po’, un bambino di 8 anni cerca di fermare il papà che picchiava un senegalese, la cui unica colpa era stata quella di sedersi con un telo sotto un gazebo dove l’uomo aveva preso posto con il figlio. E’ davvero questa la nostra Italia? Davvero un bambino di 8 anni deve dire al padre “Papà, qui c’è posto per tutti” per far cessare la violenza che si prospetta dinnanzi ai suoi occhi innocenti?

“Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini.”

Questa bellissima frase del teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer fa riflettere su uno degli aspetti più negativi di questi due episodi: una società così “occupata” da trascurare la crescita dei bambini. Tuttavia, se nell’ultimo caso quel bambino diventa “un eroe moderno”, inusuale per questi tempi, Ali è l’ennesima testimonianza di “vittima moderna”, facile da rintracciare nella tragicità odierna.

Una delle cose più belle della gioventù è avere una vita intera davanti da poter impreziosire con progetti, sogni e obiettivi. Una delle più brutte è rendersi conto che molti di questi sogni si andranno a frantumare come le onde sugli scogli man mano che si cresce. La cosa più importante è trovare la forza e il coraggio per continuare a rincorrere le aspirazioni più grandi. Ad Ali è mancata questa forza mentale, forse perché prosciugata dalle falle della società nella quale sognava di avere un ruolo e di poterlo sfruttare per il bene altrui. Sì, perché questa società, nella quale senza accorgercene abbiamo tutti un peso, poggia i suoi pilastri sulla mentalità odierna e sui bisogni di chi un lavoro, una casa, una famiglia già ce l’ha. In poche parole, siamo una società egoista.

Siamo diventati incapaci di andare avanti insieme a chi ci sta accanto. Forse è la paura, il disinteresse o come già detto la frenesia, fatto sta che non ci voltiamo mai indietro per tendere la mano a chi ci sta a fianco.

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F1, con la Racing Point sembrerebbe tutto finito. Se non ci fosse sotto qualcosa di più grosso

La Federazione punisce la Racing Point dopo il reclamo della Renault che l’accusava di aver copiato il sistema di raffreddamento dei freni anteriori. Una punizione lieve che forse scontenta la Renault e da una parte fa tirare un sospiro di sollievo alla Racing Point e, perché no, la stessa Mercedes che in tutto ciò credo abbia grosse responsabilità.

Dalla Redazione del sito che dirigo l’opinione e i fatti raccontati da Francesco Svelto Capo Redattore di F1Sport.it

di Francesco Svelto

15 punti e 400.000 euro di multa sono l’ammontare della multa che la Racing Point – ex Force India e futura Aston Martin Racing – si è vista commissionare dalla Fia per aver violato il regolamento in merito all’utilizzo di parti dell’auto . Ora, quello che ha portato a tale trambusto lo conosciamo bene. Si tratta, in breve, della reiterata protesta da parte della Renault – diretta concorrente dei “rosa” in termini di classifica – per aver scovato, tramite delle foto messe a confronto, che una parte degli impianti frenanti della Mercedes e della Racing Point siano – lasciateci passare il termine improprio – quantomeno somiglianti.

Termine improprio, si. Perché a dirla tutta più che somiglianti sarebbe opportuno dire identici. E la Fia tutto ciò l’ha appurato. E sanzionato. Fine della storia? Sembrerebbe di sì se non fosse che questo è solo il pretesto per portare alla luce (e in tribunale) qualcosa di molto più grosso. Il team inglese non si limita ad avere solo i brake duct (queste le componenti incriminate) di un’altra vettura bensì è in possesso di una intera vettura che è altamente fedele – nelle forme della carrozzeria – alla Mercedes W10 dello scorso anno. Praticamente se dipingete di nero le due auto fareste fatica a trovare differenze. Ecco perchè la RP20 è stata soprannominata “Mercedes rosa”.

E qui entriamo quasi nel filosofico. La F1 è caratterizzata dalla proprietà intellettuale. Ovvero, al di là di alcune componenti che dei costruttori possano legittimamente vendere a dei loro clienti anche concorrenti (gli impianti frenanti cui sopra non sono tra questi, ovviamente), ogni macchina di F1 deve essere di proprietà intellettuale del team che la mette in pista.

Molto semplice. Ciò significa che se in fase di validazione dei progetti e verifica delle auto da parte degli ufficiali Fia, se non si hanno prove che dimostrano il contrario, una macchina viene dichiarata assolutamente conforme. Così come è stato per la RP20, appunto.

Ma qui vi è il nocciolo della questione. Nulla vieta a qualcuno di andare a “prendere ispirazione” da qualcun altro, vuoi con fotocamere digitali, vuoi con scanner 3d o altre diavolerie che la tecnologia – sempre in progresso – mette a disposizione. Tanto, fino a che non si trova la prova del contrario, è tutto ok. Anche se le due auto sembrano come dei disegni ricalcati l’uno sull’altro. Tutto ok. Basta che non si trova la prova del passaggio del “disegno” (leggasi email o altra documentazione) tra qualcuno e qualcun altro.

Tutta questa pratica si è sempre fatta in F1, diciamoci la verità. E tranne nei casi di palesi spionaggi industriali (ricorderete la spy-story del 2007 che ha visto coinvolte Ferrari e McLaren oppure la Ligier del 1996 che aveva “molto in comune” con la Benetton campione del mondo con Schumacher dell’anno prima) nessuno ha potuto/voluto protestare più di tanto. Ma forse in questo caso la vicenda potrà evolvere in maniera differente perché le poste in gioco sono differenti.

Con il controllo di Daimler sulla futura Aston Martin Racing (i tedeschi hanno attualmente una quota di azioni che potrebbe anche aumentare), la casa di Stoccarda potrebbe avere il “dominio” – non solo politico, con due team – ma anche tecnico con quattro vetture assolutamente super-competitive sullo schieramento. E così facendo hanno già gettato le basi per il futuro, con buona pace di Red Bull che è su tutte le furie e che ha minacciato di adeguarsi presto.

Un intruglio politico molto complesso ma dai risvolti molto importanti. Ma la F1 si sa, è famosa per complicare cose apparentemente semplici. Ma non si potrebbe tornare come agli anni ’70 con le vetture clienti assolutamente legali e gestite da team privati con piloti giovani? Sarebbe un’occasione ghiotta per salvare capre e cavoli.

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