Sanremo 2021, Gaudiano vince con una canzone per il suo papà, morto per un tumore al cervello

Luca Gaudiano, 29enne di Foggia ma trapiantato a Milano: è lui il vincitore della categoria Nuova Proposte del Festival di Sanremo 2021. “Dedico questa vittoria a mio padre: è andato via due anni fa, adesso lo sento qui con me”. Con queste parole, e le lacrime agli occhi, il cantautore ha accolto la vittoria sul palco del teatro Ariston. A regalargli il primo posto è stata la canzone “Polvere da sparo”, dedicata a papà Ciro, morto esattamente due anni fa per un tumore al cervello.

Una canzone, quella di Gaudiano, che è stata scritta di getto durante un lunghissimo viaggio in treno: sette ore, da Foggia a Milano, a bordo di un Frecciabianca. Si era appuntato tutto su un tovagliolino di carta, che conserva ancora, per raccontare la rabbia, la solitudine e il rifiuto davanti a un lutto. “È la canzone che non avrei mai voluto scrivere, ma è anche il brano che mi ha permesso di parlare di questi temi, oggi, a Sanremo. È nata di getto, mentre uscivo da un periodo difficilissimo“, ha raccontato il cantante, che con il papà aveva un rapporto speciale. È stato proprio il padre a regalargli la prima chitarra, quando aveva 15 anni, ed è stato sempre lui ad accompagnarlo alle prime serate in provincia.

“Una canzone così forte che Luca ha custodito nella speranza di poterla un giorno gridare a voce alta al mondo”, ha raccontato al Corriere il fratello Emilio, che compone la famiglia Gaudiano assieme a mamma Rosa e alla sorella Novella. Luca è il più piccolo di un nucleo familiare che ha dovuto avere a che fare con un lutto così devastante. Era il 23 dicembre del 2005 quando il tumore fu operato per la prima volta e tutto sembrava essere andato per il meglio. Eppure, dal 2016 al 2019, Ciro ha dovuto combattere la sua seconda battaglia.

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Brindisi, 30 anni fa l’arrivo di 27mila albanesi in 24 ore. La storia di Pjerin: “La città ci salvò, ora da medico restituisco quel che ho avuto”

In città dicono che sia il medico del 118 più bravo. Lo raccontano i tanti che ha salvato. Come Giovanni Bruni, giocatore di pallacanestro, il cui cuore si fermò dopo una partita nel febbraio 2005. A bordo dell’ambulanza lo rianimò lui, Pjerin Gjoni, uno dei 27mila albanesi arrivati a Brindisi tra il 6 e il 7 marzo 1991. I numeri rendono le proporzioni: 27mila profughi in un comune di 80mila abitanti, abbandonato a se stesso da uno Stato che ci si mise tre giorni per organizzare una risposta al primo esodo da un paese ex comunista dopo il crollo del muro di Berlino. Arrivavano su zattere di fortuna, sgangherate navi mercantili riadattate a “carrette del mare” per coprire lo spazio che separa le coste pugliesi da quelle di Valona e Durazzo. Affamati e infreddoliti, in cerca di libertà dopo i decenni sotto il regime di Enver Hoxha. Poteva trasformarsi in una guerra civile, fu un miracolo di umanità. “Incontrammo un fratello che non sapevamo di avere”. La spiega così adesso il dottor Gjoni, nato il 7 agosto 1956, “lo stesso giorno di Gerry Scotti”, sorride.

Era un pediatra nella zona di Kryevidh ma, dopo essere salito sulla Lirja con sua madre, ha dovuto ripensare la sua vita. Arrivato a Brindisi insieme ad altri 3.800 disperati dopo 36 ore di navigazione, capì subito cos’era la libertà: “Il porto non era recintato, già questo per noi era un segnale”. Ricominciò da dove aveva lasciato, per qualche giorno. Migliaia di suoi connazionali, in preda a vomito e dissenteria, avevano bisogno di una mano. E lui intervenne insieme ai volontari della Croce Rossa, primo avamposto di un’accoglienza che i brindisini auto-organizzarono per 72, drammatiche, ore. Il sindaco Giuseppe Marchionna, 38 anni, in prima fila insieme al vescovo Settimio Todisco e al prefetto Antonio Barrel. La città tutta dietro, compatta: “I brindisini aprirono le loro case, entravamo in cinque, dieci, per fare una doccia, mangiare un pasto caldo”, ricorda Pjerin. Nella stazione marittima, accampati in migliaia, gli albanesi dormono sotto teli di plastica dentro le bisarche. Le scuole vengono requisite e allestite come dormitori. Le mense aziendali preparano migliaia di pasti al giorno, il resto lo fanno i cittadini con tavolate organizzate nei garage, letti messi a disposizione. Una carovana solidale spontanea. “La città aveva i suoi problemi, come la criminalità. Ma tutto passò in secondo piano e noi non possiamo dimenticare”, dice ancora Pjerin, alla ricerca ancora del signore che gli regalò 17mila lire per telefonare ai suoi parenti dall’altra parte dell’Adriatico.

Passate le settimane di emergenza, il dottor Gjoni deve smettere il camice. “Ho fatto l’agricoltore, perché sapevo curare la vigna. Quindi lo sfasciacarrozze e il badante”. Ma il sogno resta tornare a fare il medico. Si iscrive all’università di Bari, facoltà di medicina. “Mi convalidano pochi esami, ho dovuto quasi ricominciare da zero”. Laurea con 110 e lode, quindi la specializzazione in Virologia e, dopo qualche anno di libera professione, l’ingresso nella squadra del 118 di Brindisi. “Quando mi dissero che esistevano i turni ‘smontante’ e il ‘riposo’ chiesi cosa fossero – racconta – In Albania non esistevano nulla di tutto ciò. Finita una visita, ne iniziavo un’altra. Era un’area difficile, seguivo migliaia di bambini. Non mi fermavo mai”. Un po’ come è avvenuto nell’ultimo anno, con il coronavirus. “È tutto più difficile, sia gli interventi con i positivi a Sars-Cov-2, un virus infido, che per altre emergenze. Dobbiamo essere buoni medici e anche psicologi, interagendo con i pazienti che spesso non vogliono essere trasportati in ospedale per paura di essere infettati”. Il dottor Gjoni è rimasto in prima linea, colpito anche lui dal virus a dicembre: “Paucisintomatico, l’ho superato bene e ho avuto una risposta immunitaria alta”. Quindi è tornato a rivestirsi, affrontando il pericolo. Anche un po’ il modo per restituire quanto ha ricevuto? “Sarò sempre in debito, non basteranno migliaia di interventi per ripagare l’accoglienza che insieme a migliaia di miei connazionali ho ricevuto. Mai”, ripete Pjerin.

Perché quanto accaduto a Brindisi in quei giorni è stato un unicum nella storia dell’accoglienza. Cinque mesi dopo, quando la nave Vlora attraccò a Bari, in migliaia venne rimpatriati dopo i giorni dello stadio della Vittoria, dove gli albanesi sostarono per giorni sotto la canicola agostana. E nel corso degli anni l’accoglienza divenne sempre meno ospitale, fino al Venerdì santo del 1997, giorno del naufragio della Katër i Radës, affondata nel canale d’Otranto con 120 persone a bordo dopo la collisione con la corvetta Sibilia della Marina Militare. “È vergognoso che quanto fatto dai brindisini nel marzo 1991 sia ricordato solo con una targhetta nella zona del porto”, sottolinea Pjerin. Anche per questo, da poco, in città è nato il comitato “Storie di casa mia”, per coltivare la memoria di quella ‘fratellanza innata’, la chiama il dottor Gjoni. Tra i tanti interventi, ne ricorda uno in particolare: “Qualche anno fa arrivarono decine di profughi siriani. Professionisti costretti a lasciare la loro amata terra, come me. Ero nella squadra che intervenne a loro sbarco”. La banchina del porto dove attraccò la nave era la stessa del suo sbarco, ma questa volta Pjerin era bardato in una tuta da medico. Come sognava in quel marzo del 1991, quando salì sulla Lirja. In albanes vuol dire libertà.

Twitter: @andtundo

Foto di Damiano Tasco

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Rispunta la “task force” ma questa volta a pagamento. Draghi si affida alla statunitense McKinsey, al centro di numerose critiche

“La task force di Conte è una pazzia” tuonava prima di Natale Matteo Salvini. “No alle task force, sì al Mes” gridava Matteo Renzi solo lo scorso dicembre. Tre mesi dopo non abbiamo il Mes ma abbiamo una nuova task force, solo che è fatta di consulenti esterni e quindi a pagamento. Il governo Draghi ha scelto infatti di affidare alla statunitense McKinsey la consulenza per la messa a punto del Recovery plan per l’utilizzo dei fondi europei. La scelta non sembra delle più felici, quanto meno per la tempistica. A lungo McKinsey è stata considerata la più prestigiosa società al mondo nel suo campo, che è poi quello di suggerire ad aziende e governi come aumentare i profitti e ridurre le spese. Ma negli ultimi tempi nubi sempre più cupe si stanno addensando sulla società statunitense. Dal coinvolgimento nella crisi dei farmaci oppioidi negli Usa, agli stretti legami con regime autoritari come quello dell’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salaman, il principe ereditario implicato nell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi.

Il ruolo nella tragedia degli oppioidi – La reputazione di MkKinsey è così compromessa da aver spinto due dei più importanti quotidiani del mondo, il New York Times e il Financial Times a pubblicare editoriali in cui si invita la società ad agire per arginare la progressiva erosione di credibilità. Il mese scorso la società ha patteggiato una multa da quasi 600 milioni di dollari con 47 stati americani per il ruolo avuto nella crisi dei farmaci oppioidi. “Hanno messo il profitto davanti alla vita delle persone”, ha detto Phil Weiser, procuratore generale del Colorado, uno degli stati più colpiti. McKinsey è stata infatti per 15 anni consulente della casa farmaceutica Purdue che commercializzava il farmaco OxyContin. Si stima che la dipendenza da questo medicinale abbia causato sinora la morte di 232mila persone. McKinsey ha suggerito tra l’altro di aumentare il dosaggio delle singole pillole per incrementare i guadagni e ha fornito indicazioni di marketing su come neutralizzare gli appelli contro la commercializzazione del medicinale delle madri di ragazzi morti per overdose di OxyContin.

“Risparmiare sul cibo per i migranti” – Tra i tanti carichi assunti dalla società c’è stato anche quello di consulente dell’ Immigration and Customs Enforcement (ICE), ente statunitense che si occupa della gestione dei flussi migratori. Incarico per cui la società ha incassato 20 milioni di dollari. Nelle sue raccomandazioni per gestire al meglio le strutture di accoglienza McKinsey ha proposto tra l’altro di risparmiare sul cibo per i migranti e di inviarli in zone rurali del paese per minimizzare la spesa. Un trattamento che ha messo a disagi molti funzionari della struttura. Il contratto si è interrotto nel 2018 dopo che il New York Times ha pubblicato un’ inchiesta sulle disastrose condizioni dei centri di accoglienza.

L’associazione no profit di giornalismo investigativo ProPublica ha creato una pagina web in cui sono raccolti tutti i disastri riconducibili al ruolo avuto da McKynsey. Molto si capisce già da titoli come “New York ha pagato milioni a McKinsey per un piano per ridurre la criminalità che invece è aumentata”. Il sito ricorda anche come nell’ultimo anno la società abbia fatto incetta di contratti per aiutare i governi a rispondere alla pandemia e tracciare i contagi, con risultati molto discutibili.

Arabia e Sudafrica – Nel 2016 McKynsey ha perso molti dei suoi clienti in Sud Africa dopo essere stata coinvolta in una vicenda di corruzione che ha portato alle dimissione del capo del governo di Pretoria Jacob Zuma. McKinsey aveva infatti stretto un alleanza con la società di consulenza Trillian della famiglia sudafricana Gupta che ha sfruttato le sue relazioni con Zuma per accaparrarsi illegittimamente commesse da 1,6 miliardi di dollari. McKinsey ha accettato di restituire al governo sudafricano 100 milioni di dollari e si è pubblicamente scusata con la popolazione del paese. Dal 1974 è presente in Arabia Saudita con un ruolo che è andato via via crescendo nel corso degli anni. Fino alla messa a punto nel 2015 il documento “Saudi Arabia beyond oil” commissionato dal principe Mohammed Bin Salman e in cui si suggerisce come reinventare l’economia saudita spezzandone la dipendenza dal petrolio.

Il disastro Enron del 2002 – Non che anche in tempi meno recenti McKinsey non sia stata protagonista di vicende poco edificanti. Basti ricordare il crack del colosso dell’energia statunitense Enron del 2002. Fu proprio McKinsey ad aiutare Enron a “reinventarsi” da gruppo che vendeva energia e gestiva gasdotti a società specializzata nella speculazione sui prezzi energetici utilizzando sofisticati strumenti finanziari. Del resto lo stesso numero uno di Enron Jeff Skilling proveniva da McKinsey. Finì malissimo: bancarotta, 20mila persone per la strada e senza pensione e Skilling condannato a 24 anni di prigione. Il crack spazzò via dal mercato la storica società di revisione Arthur Andersen incaricata di controllare i bilanci di Enron, mentre McKinsey riuscì a defilarsi quasi indenne, grazie soprattutto agli accordi che abitualmente firma con i suoi clienti in cui specifica che quelle fornite sono “semplici opinioni”.

Il mercato globale della consulenza vale circa 150 miliardi di dollari all’anno, McKinsey non diffonde dati ufficiali sui suoi ricavi, che vengono comunque stimati intorno ai 10 miliardi di dollari. Al primo posto davanti a Boston Consulting che si ferma a 8,5 miliardi. Il gruppo ha una lunga tradizione di “porte girevoli” con governi e grandi aziende. Il ministro per l’Innovazione digitale e la transizione ecologica Vittorio Colao è ad esempio uno dei tanti “ex”.

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Catania, operazione antimafia “Triade” ad Adrano: 15 arresti contro il clan Scalisi di Adrano

Questa mattina intorno alle 7.00 la Polizia di Stato ha condotto un’operazione antimafia contro il clan Scalisi. L’operazione “Triade”, eseguita su delega della Procura Distrettuale etnea ad Adrano, nel Catanese, ha portato a 15 arresti di esponenti del clan mafioso Scalisi, articolazione territoriale del clan Laudani di Catania. Il Gip ha disposto il carcere per 14 degli indagati e gli arresti domiciliari per il quindicesimo. Tra i reati contestati figurano l’associazione di tipo mafioso, il traffico e lo spaccio di droga, la detenzione di armi e le estorsioni con metodo mafioso. Durante le indagini sono stati registrati atti intimidatori e ritorsivi nei confronti dei familiari di un collaboratore di giustizia. I mafiosi hanno infatti danneggiato un furgoncino per la vendita di panini di un familiare di Salvatore Giarrizzo, collaboratore di giustizia che a breve comparirà in tribunale con diverse dichiarazioni.

Dalle indagini dell’operazione Triade e dalla squadra mobile della Questura di Catania emerge il ruolo fondamentale di Salvatore Calcagno, nipote ed erede del boss Giuseppe Scarvaglieri, attualmente detenuto in regime di 41bis. Secondo la polizia, Calcagno è “operativo e fautore delle decisioni più rilevanti sulle dinamiche del sodalizio pur essendo, la sua presenza, discreta e meno visibile rispetto alla componente operativa ‘di strada”. Delineato dalla Polizia di Stato anche il ruolo di Massimo Neri, accusato da diversi pentiti di essere l’esattore delle estorsioni del clan Scalisi e di avere “riorganizzato la cosca mafiosa assumendone il controllo almeno fino alla scarcerazione di Carmelo Scafidi. Le indagini hanno anche documentato i “costanti rapporti tra Neri e Antonio Luca Josè Pappalardo, a lungo ritenuto un esponente della frangia territoriale del clan mafioso Laudani operante nel quartiere popolare Canalicchio di Catania”, dimostrando così la collaborazione tra i due clan di Adrano. La polizia ha fatto inoltre luce su cinque estorsioni ai danni di altrettanti negozianti di Adrano.

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Il viaggio del Papa in Iraq è una sfida epocale: da musulmano sento la necessità di un dialogo

Il viaggio del Papa in Iraq è un gesto epocale. Toccherà con mano la sofferenza dei giovani schiacciati dalla strumentalizzazione dell’odio settario e dal malessere causato dall’immobilismo del presente. Chi scrive è musulmano e, come tanti altri correligionari, vede nella visita del Santo Padre e nelle sue parole un sentimento di fratellanza che prende la forma del dialogo islamo-cristiano, di cui padre Paolo dall’Oglio è stato il precursore. Si può dire che Bergoglio ripercorra le orme di Dall’Oglio sul sentiero di Abramo, padre di tutti i popoli e figura di riferimento alla quale propendere per trovare punti di contatto.

Marcerà, il Santo Padre, nei luoghi che più sono stati insanguinati dagli eventi degli ultimi venti anni. Ma nonostante l’eccezionalità di questo viaggio, che vede per la prima volta nella storia un pontefice in questo paese, molte questioni non troveranno in questa visita una risoluzione. La prima è la cessazione degli interessi di paesi terzi che, approfittando delle complicità con i poteri locali e delle tensioni intra-islamiche, portano avanti le proprie agende. Appena atterrato a Baghdad, dopo aver incontrato il presidente della Repubblica, Bergoglio ha parlato alle autorità locali e agli ambasciatori.

“Cessino gli interessi di parte, quegli interessi esterni che si disinteressano della popolazione locale. Si dia voce ai costruttori, agli artigiani della pace!” ha esortato, indicando, senza nominarle, quelle potenze regionali che da due decenni approfittano dell’instabilità del paese, come l’Iran e i paesi del Golfo. E’ probabile che nel colloquio che avrà con l’ayatollah Al-Sistani, massima guida spirituale degli sciiti iracheni, Francesco parlerà del dialogo intra-islamico fra sunniti e sciiti, magari proponendosi come mediatore.

Da secoli i cristiani in Medioriente si sono trasformati in negoziatori fra queste due realtà confessionali. Altre volte, invece, sono stati capaci di farsi inglobare dal regime di turno. In questo senso, il Papa sa di trovarsi in un contesto differente, in una cristianità diametralmente opposta da quella occidentale. Parlando nella Cattedrale di Sayidat al-Nejat, ai vescovi Bergoglio ha ricordato di essere “pastori, servitori del popolo e non funzionari di stato. Sempre nel popolo di Dio, mai staccati come se foste una classe privilegiata”. In questo monito va letta la realtà di un cristianesimo, non solo cattolico, che si è fatto ingurgitare dai regimi al potere in nome della sopravvivenza dettata della paura verso il futuro. Non è un caso confinato solo all’Iraq ma è comune a tutto il Medioriente ed è anche esso frutto delle tensioni comunitarie che hanno creato un cristianesimo in trincea.

Ultimo e più grande tema, di difficile risoluzione, è l’assenza di prospettiva verso il futuro che ha come effetto un diffuso malessere fra i giovani. Un pessimismo nel quale affondano le ragioni del fondamentalismo e che non può trovare via d’uscita fino a quando la società civile, “i costruttori di pace” come li ha definiti il Papa, non avranno campo libero.

E’ una sfida epocale quella di Bergoglio, un gesuita venuto dall’Argentina a cercare di portare ristoro nei cuori affranti di una nazione.

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Fedez chiama Chiara Ferragni in diretta ma lei gli rifiuta la chiamata

In diretta Instagram Fedez poco fa ha provato a chiamare la moglie Chiara Ferragni ma lei ha rifiutato di partecipare. “Dov’è mia moglie? Dove? Invito mia moglie. Ecco.. trasmetto in diretta con Chiara Ferragni”, ha detto Fedez di fronte a quai 60mila persone. Poi deluso ha commentato: “Non ha accettato. Mi ha ghostato (ignorato, ndr)”. Passa qualche minuto e lei gli fa una sorpresa e i partecipanti salgono a 108mila: “Eccomi! Sto tornando a casa. Oggi mi riposo tutto il giorno, sto sempre a casa. Ho visto un pezzo della diretta, faceva ridere. Votate Fedez e Francesca questa sera”, ha detto la super influencer da quasi 23 milioni di follower. “Non dire queste cose, non farlo. Hai capito? Non farlo!” , ha risposto lui. Poi ha aggiunto: “Senti amore.. oggi urlo il nome della bambina?” e lei: “No”, e lui è scoppiato a ridere.

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Sanremo 2021, il monologo di Barbara Palombelli massacrato dalle critiche: “E chi sarebbero le ‘vere donne’”? “Perbenismo becero”

“È una serata speciale che voglio dedicare a tutte le donne italiane”. Barbara Palombelli introduce così il suo monologo a Sanremo ma le reazioni non sono delle migliori. Dieci minuti in cui la giornalista romana, moglie di Francesco Rutelli, ripercorre la sua vita di lotta ed emancipazione tra gli anni sessanta e settanta per diventare indipendente e autonoma nel mondo del lavoro. “Alle donne italiane voglio raccontare chi sono. Sono stata una ragazza che amava i Beatles e i Rolling Stones e che ascoltava di nascosto De Andrè. Mio padre invece amava Sanremo. Lo guardavamo insieme e lui voleva diventassi come Gigliola Cinquetti: un filo di perle, il matrimonio, una vita tranquilla”, ha spiegato Palombelli dando spazio ogni due minuti ad un brano di Sanremo che sottolineava i passaggi del suo discorso. “Invece io ero una ragazzina ribelle. Guidavo moto e auto senza patente, dovevo ribellarmi ma dovevo anche studiare tanto per conquistarmi la stima di papà e la libertà. Per farlo l’unico modo era andare a lavorare. Lui mi diceva se continui così vai a lavorare e a 15 anni sono andata a lavorare e non ho ancora smesso. Ho fatto di tutto: la segretaria, la commessa, la sondaggista”. Alle spalle della conduttrice scorrono le immagini di Celentano e la Mori. Chi non lavora non fa l’amore. E Palombelli riattacca: “Volevo fare l’amore ma volevo anche lavorare. Erano gli anni 70 e oltre a lavorare bisognava lottare per i diritti, perché voi ragazze, voi donne giovani i diritti li avete trovati già fatti, e noi invece li abbiamo dovuti costruire anche andando in piazza. Adesso tocca voi a difenderli, però con quel sorriso determinato che sapete di avere. Ragazze, la chiave del futuro è in queste parole: ribellatevi sempre. Tanto non andremo mai bene, ci criticheranno sempre, ci umilieranno, ci metteranno le mani addosso, non saremo mai perfette, non andremo mai bene ai mariti, padri, fratelli”.

Questa la traccia essenziale del discorso di Barbara Palombelli sul palco dell’Ariston che però non è stato accolto con grande piacere da chi l’ha seguito, anzi. Basta dare un’occhiata sui social e su qualche testata online per vedere fioccare proteste e bocciature. “Il risultato è stata una scrittura che non convince, un miscuglio di elementi alla rinfusa tra biografia e vecchie canzoni – scrivono su Fanpage – si arriva, non si sa come, ad alle “donne europee che devono contribuire alla rinascita”, subito dopo aver citato Luca Barbareschi e i balletti. Un monologo che passa da una cosa all’altra “così, de botto”, per citare il Renè Ferretti di Boris”. Oltre alla “noia” del lungo discorso, come twitta tra i numerosi altri il giornalista Ernesto Assante di Repubblica (“Lo Stato sociale ha svegliato tutti quelli che si erano addormentati con la Palombelli”), sono alcuni passaggi precisi che vengono contestati alla giornalista romana. C’è chi parla di “perbenismo becero” (“Quanto perbenismo becero in questo monologo. “Voi ragazze oggi avete trovato tutto già fatto”. Sì Barbara, fatto na m…a e per questo siamo messi così”), chi evidenzia con ironia come Spinoza una certa libertà di ricostruire la morte di Luigi Tenco che la Palombelli ha catalogato come “gioco con la pistola” (“durante l’omaggio della Palombelli, dalla tomba di Tenco si è sentito un altro sparo”), ma anche chi come Carlotta Vagnoli, autrice e sex columnist, attiva per i diritti delle donne, ribalta al contrario il senso del monologo ascoltato.

“Partiamo da principio e senza troppi fronzoli: se il mondo va in malora è proprio per colpa della generazione di Palombelli”, scrive su Instagram Vagnoli. “Altro che traguardi guadagnati e da difendere, noi ci ritroviamo con divari sociali infiniti, disastri ambientali, aumento esponenziale della povertà e diritti per pochi messi costantemente in dubbio. E questo avviene proprio per le politiche superficiali di una generazione che non è mai stata lungimirante. (…) Il discorso prosegue ricordando quanto il ruolo delle donne nel bel paese sia fondamentale. Quale ruolo? Ma quello di detentrici del lavoro di cura, ovviamente (la Vagnoli si riferisce a quando Palombelli ha affermato che le donne hanno il compito fondamentale di tenere in piedi il paese, tenendo le scuole aperte attraverso i tablet, le famiglie tranquille, accudendo i malati ndr)”. Infine: “ma la stoccata finale -tralasciando le boiate sul giocare con le pistole e il siparietto su come negli anni ’60 non ci fosse droga- arriva con l’usuale prosopopea sul “no pain no gain” in cui Palombelli incita le “ragazze” al duro lavoro, allo studio matto e disperatissimo, fino -cito- alle lacrime, perché “alla fine funziona”. E non solo funziona: fa anche entrare nel club esclusivo delle VEREDONNE, le uniche che possono contribuire alla rinascita di questo paese”. Sul tema del cosa siano le “vere donne” citate dalla Palombelli mette il sigillo su Twitter la scrittrice Chiara Valerio segnalando inconsistenza e genericità nelle parole della giornalista: “Le donne forti, vere, come ne ho incontrate tantissime, devono contribuire alla rinascita di questo Paese”. Quale la differenza con sono una donna sono una madre sono cristiana? Sostituire la donna forte e vera all’uomo forte e vero non cambia nulla”.

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David Lacerenza, l’influencer organizza party no-mask in una scuola: “Non sapevo che le scuole fossero chiuse, sennò non avrei fatto i video”

Davide Lacerenza, 55 anni, 213.000 follower su Instagram, ex fidanzato e attuale “socio” di Stefania Nobile, è nuovamente al centro delle polemiche. Come riportato da Milano Today, tra giovedì notte e venerdì ha infatti preso parte ad una festa abusiva all’interno di una scuola, senza alcun distanziamento sociale né mascherine. In pieno coprifuoco ha guidato da Milano a Locarno, in Canton Ticino, luogo della festa, documentando tra l’altro tutto sui social. Il party, a base di eccessi ed alcool (“20 mila euro di Dom Perignon”) è terminato all’alba ed ha scatenato l’indignazione nella Svizzera italiana. “Siamo limitati negli spostamenti, non possiamo mangiare nei ristoranti, abbiamo attività al collasso e poi di notte fanno le feste a base di champagne che si sono fatti portare da Milano nelle scuole medie a Locarno”, è stato il commento risentito di Michela Ris, capo del dicastero delle Finanze di Ascona.

Il Dipartimento dell’educazione ha intanto sospeso un docente della scuola media, sospettato di aver fornito le chiavi dell’edificio. “La direzione dell’istituto ha subito denunciato i fatti alle autorità inquirenti. Sono in corso gli accertamenti del caso per stabilire la dinamica dell’evento e le relative responsabilità”, si legge in una nota. In tutta risposta, Davide Lacerenza ha cancellato i video e sul proprio profilo Instagram ha detto: “Ecco come stanno le cose. Abbiamo fatto un delivery in Svizzera, abbiamo portato queste bottiglie in hotel dove faceva il compleanno l’amico del nostro cliente. Quando siamo arrivati ci hanno detto che lì non si potevano bere e c’era tanta gente allora qualcuno ha detto ‘venite da me’, io pensavo a casa.

Invece era una scuola, io neanche sapevo come caz*o facesse ad avere le chiavi, poi ci ha detto che lavorava lì. Io non sapevo se lì le scuole fossero aperte o chiuse. Tra l’altro ho anche fatto i video, sennò non li avrei neanche fatti. Stamattina 5 ore di interrogatorio e alla fine ci hanno fatto 200 franchi a testa, quindi 600 totali e questa è la multa per questo assembramento. Basta, tutto qua. Andate in Piazza Duomo e vedete cosa c’è.. la gente assembLata a fare shopping e invece no, sempre a pensare ai ristoranti, agli influencer”, ha dichiarato.

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Sanremo tra punk, diritti e lavoro

Sempre sotto la media del 2020, ma il festival recupera spettatori e per la quarta serata, la penultima, sono stati 11.115.000 gli spettatori della prima parte, con il 43,3% di share. La seconda parte, andata avanti fino alle 2 di notte, è stata seguita da 4 milioni 980mila spettatori e share del 48,2%. Per intenderci, la media ponderata della serata di ieri è stata di 8.014.000 spettatori con il 44,7% di share mentre lo scorso anno la media della quarta … Continua

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Sanremo 2021, Amadeus blocca la gara: “Chiamate Francesco Renga, c’è stato un problema…”

Colpo di scena sul palco dell’Ariston. Era da poco passata la mezzanotte e mezza quando Amadeus ha fatto irruzione bloccando la gara in diretta. “Chiamate Francesco Renga, c’è stato un problema…”, ha detto il conduttore in tono concitato. “Ci hanno detto – ha spiegato – che la prima parte della canzone di Renga non si è sentita bene a causa del microfono. Qui all’Ariston ci sono centinaia di archetti e microfoni gelato, può capitare. Ma come da regolamento, l’esibizione deve essere ripetuta”. Insomma, tutta colpa dell’ennesimo problema tecnico, come se qualche entità si divertisse a mettere i bastoni tra le ruote con un certo sadismo. A quel punto, Francesco Renga è tornato sul palco e prima di iniziare a cantare nuovamente ha lanciato un appello: “Brescia, la mia città, sta soffrendo. Forza“.

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