Mps, prova per tre leader

Nell’appassionante romanzo economico che riguarda il futuro di una delle banche più sofferenti d’Italia c’è un elemento interessante che merita di essere messo a fuoco e che riguarda una particolare storia nella storia, che ha un gusto tutto politico. La storia in questione è relativa alla trasformazione del caso Mps in un test utile a inquadrare con chiarezza la maturità delle tre leadership forse più importanti di questa stagione politica. E per alcune semplici ragioni l’operazione Unicredit-Mps si presenta oggi come un termometro perfetto per misurare la capacità da parte di Mario Draghi, di Enrico Letta e di Matteo Salvini di sfidare l’agenda della demagogia e di governare con coraggio il principio di realtà. Siena è una sfida importante per la politica, perché il segretario del Pd ha scelto di candidarsi in quel collegio, lasciato sguarnito dall’ex ministro dell’Economia ed ex deputato del Pd Pier Carlo Padoan, nel frattempo divenuto presidente di Unicredit, e perché gli avversari di Letta hanno capito quanto il collegio di Siena possa riservare sorprese interessanti per tutti coloro che sognano di indebolire la leadership del Pd. Ma Siena è una sfida molto importante anche per Draghi per due ragioni distinte, ma comunque convergenti.

 

Nel curriculum impeccabile del presidente del Consiglio, la storia di Mps rappresenta una ferita ancora aperta e tutti ricorderanno che i problemi della banca senese sono esplosi all’epoca del matrimonio dissennato tra Mps e Antonveneta, non ostacolato e anzi incentivato dall’allora governatore di Bankitalia Mario Draghi (Antonveneta valeva circa 3 miliardi di euro, Mps la pagò circa 10 miliardi). Anni dopo il cerchio si chiude e anche grazie alla mossa del governo Draghi il quasi certo fallimento di Mps potrebbe essere evitato grazie alla triangolazione tra il Mef (azionista di Mps) e Unicredit. Mps è importante dunque per Draghi per ragioni simboliche (il cerchio che si chiude) ma è importante anche per ragioni politiche perché permette al presidente del Consiglio di dimostrare in purezza quello che è il suo approccio sul tema dell’interventismo di stato: stato quando si deve, mercato quando si può. Vale per Mps, forse varrà anche per Alitalia, certamente varrà per Cdp, il cui approccio nei confronti dei suoi gioielli controllati o partecipati (da Webuild a Tim) è passato dall’essere un “comprare a tempo indeterminato per riequilibrare le storture del mercato ” a “comprare a tempo determinato, per riequilibrare alcune storture preoccupandosi poi di ridare interamente al mercato il controllo delle aziende partecipate”. Stato quando si deve, mercato quando si può.

 

La particolarità dell’agenda Draghi non è solo quella di essere in discontinuità con il recente passato politico ma è anche quella di essere un’agenda che almeno su questo punto non trova sponde all’interno della maggioranza. E così, per tornare a Salvini e Letta, succede che nessuno dei leader più importanti della maggioranza abbia il coraggio di spiegare che Mps ha una chance di sopravvivenza solo all’interno di una grande banca europea, dove oltretutto il soccorso pubblico si nota anche di meno, mentre non ha alcuna speranza di sopravvivenza nella condizione attuale di Alitalia del credito. E succede così che nessuno tra Letta e Salvini abbia il coraggio di dire su Mps la verità. Nessuno ha il coraggio di dire che non c’è una logica economica nel rinviare decisioni inevitabili, ma c’è solo una logica strettamente elettorale. Nessuno ha il coraggio di dire che ogni rinvio costa soldi, perché mantiene una situazione inefficiente e insostenibile. Nessuno ha il coraggio di dire che le alternative proposte (niente aiuti ulteriori dallo stato o no spezzatino) sono auspici non sostenuti da alcun calcolo economico che ne dimostri la fattibilità. Nessuno ha il coraggio di dire che dagli stress test pubblicati venerdì scorso emerge che Mps non reggerebbe una crisi improvvisa. Nessuno ha il coraggio di dire che Mps, senza Unicredit, avrebbe bisogno di un ulteriore aumento di capitale possibile però solo nel caso in cui il management fosse in grado di dimostrare al mercato che i profitti aumenterebbero nel tempo, cosa che nelle condizioni in cui si trova Mps può accadere solo tagliando i costi e riducendo ancora il personale (in sintesi il piano per restare da soli richiederebbe ulteriore capitale dallo stato e tagli di personale: un buon affare).

 

Da questo punto di vista, dunque, il no allo spezzatino farfugliato in modo confuso da Salvini e Letta in queste ore è un no che indica due immaturità diverse. Per Salvini, il no allo spezzatino è il riflesso dell’incapacità da parte del leader della Lega di emanciparsi dalla stagione nazionalista del piccolo è bello, con tutte le relative diffidenza di fondo per il mercato cattivo, la globalizzazione malvagia, le banche non di stato spietate. Per Letta, il no allo spezzatino è il riflesso dell’incapacità da parte del leader del Pd di emanciparsi dallo statalismo grillino (oggi il M5s propone come alternativa all’operazione Unicredit una stagione ulteriore di controllo dello stato, in perfetto modello Alitalia) e di rivendicare una nuova stagione nei rapporti tra lo stato e il mercato che pure non dovrebbe essere estranea alla cultura europeista del segretario del Pd (il Pd, detto tra parentesi, è arrivato a rinnegare la candidatura di Pier Carlo Padoan nel 2018, nelle file del Pd, affermando che “quella candidatura era figlia di un’altra storia del Pd”, dimenticando che nel 2017, ai tempi del governo Gentiloni, fu Padoan il ministro che gestì l’operazione di ricapitalizzazione precauzionale, evitando il fallimento di Mps, proteggendo lavoratori e risparmiatori e creando le condizioni per rimettere sul mercato Mps, come potrebbe succedere oggi). La partita tra Mps e Unicredit in fondo è anche tutto questo: è un cerchio che si chiude per Draghi, un nuovo modello nel rapporto tra stato e mercato, un’alternativa al metodo Alitalia e una prova di maturità per Letta e Salvini per dimostrare quanto i due partiti più importanti della maggioranza avranno la forza e il coraggio di sapere scegliere da che parte stare in economia tra l’agenda Draghi e l’agenda populista. Preparate i popcorn.

L’ora di riformare il fisco drogato da troppe agevolazioni

Il cantiere della riforma fiscale è ormai definitivamente avviato. La relazione delle commissioni Finanze congiunte di Camera e Senato delinea le principali questioni e i possibili contenuti della legge delega che dovrebbe essere promossa dal governo. Il sistema attuale necessita di un’ampia riforma. Tra gli aspetti più rilevanti c’è il potenziamento del profilo redistributivo dell’Irpef e la tassazione delle imprese; soprattutto, lo stimolo alla crescita e la semplificazione.

 

Il sistema di tassazione deve ostacolare il meno possibile la crescita economica, per cui va reso più semplice, certo e, se possibile, meno oneroso: il principale obiettivo perciò deve essere il potenziamento della crescita economica. Il sistema tributario non può farsi carico di un numero di obiettivi troppo elevato, che andranno perciò realizzati agendo sulla spesa e con il bilancio pubblico. Certo realizzare una riforma fiscale è un’opera complessa e difficile, richiede tempo e un capitale politico notevole e lavori preparatori robusti. La riforma fiscale in Italia è stata fatta in contesti diversi dall’attuale, con saldi di finanza pubblica più solidi e un capitale politico notevole. Per restare all’Irpef, troppe basi imponibili ne sono ormai tenute fuori, con tassazione cedolare – redditi autonomi fino a 65 mila euro, quelli agricoli, parte di quelli da fabbricati. La progressività del sistema tributario va valutata non solo rispetto all’Irpef ma anche alle altre imposte e alla spesa pubblica. Vista l’impossibilità di portare dentro certe forme di reddito, ci si deve accontentare di una progressività sostanzialmente limitata ai soli redditi da lavoro e da pensione? Che senso ha avere un’Irpef che, avendo perso il carattere di universalità, colpisce in modo molto progressivo solo alcuni tipi di reddito? Ha senso perseverare con una progressività aggressiva solo su alcune basi imponibili, quando altre basi (la ricchezza, i patrimoni) evitano sostanzialmente il prelievo progressivo?

 

Ma tornando alla crescita, si è finora ritenuto che un paese possa vivere di bonus, senza chiedersi chi li produce e li finanzia. Sicuramente, dopo l’epidemia, è stato necessario potenziare i sostegni e le agevolazioni – per i settori produttivi, la sanità, la caduta dei redditi. Però il requisito decisivo di qualsiasi riforma fiscale è partire dall’individuazione delle risorse necessarie per il finanziamento della stessa. La situazione della finanza pubblica italiana rende chiaro che qualsiasi riforma non possa essere effettuata in disavanzo, né aumentando il debito pubblico. Le perdite eventuali di gettito devono essere coperte con risorse certe.

 

Una delle ipotesi che da tempo sono diventate di moda è la revisione delle tax expenditure. L’Italia ha tra i paesi Ocse il numero più elevato di spese fiscali, che è aumentato vertiginosamente. Questo si è molto accresciuto negli ultimi 10 anni (ci sono adesso circa 1.000 voci); nell’ultimo anno sono aumentate di molto, circa 300 voci, e ci avviciniamo al 5-6 per cento del pil (circa il 10 per cento se consideriamo anche quelle strutturali). Questa situazione presenta un’evidente incoerenza con qualsiasi logica di qualsiasi sistema tributario.

 

Il punto cruciale è che la dimensione media delle spese fiscali è molto contenuta: una lista interminabile di voci, con piccoli incentivi monetari per individuo, di fatto senza effetti, è uno stupefacente che crea assuefazione, impossibile da eliminare e che produce un caos incontrollabile sul profilo distributivo dell’imposta. Quindi, non uno strumento per aumentare la progressività dell’imposta o realizzare altri obiettivi tributari, ma un escamotage per ricompensare i vari gruppi di interesse, che rischia di distruggere il sistema fiscale.

 

Una vera revisione delle spese fiscali non è ormai più rinviabile. Siamo convinti che, se corretta sul piano del metodo, la revisione voce per voce non sia possibile: la percezione deve essere che sia per tutti, altrimenti provocherebbe una reazione forte dei beneficiari delle varie microagevolazioni. Questo taglio va perciò realizzato tutto insieme, su tutti i tipi di benefici, al limite anche con misure orizzontali: si deve avere la convinzione che tutti siano chiamati a contribuire, rinunciando ad alcune piccole agevolazioni per avere un sistema tributario più semplice e meno oneroso.

 

In un lavoro recente con Francesco Porcelli (“The Political Economy of Tax Expenditures”, 2021) abbiamo messo in evidenza che il numero di spese fiscali (in un campione di paesi Ocse) è fortemente correlato con i legami familiari (family ties), un basso trust, un’elevata corruzione ed evasione, un basso livello di capitale sociale. L’analisi temporale evidenzia che le tax expenditure creano assuefazione, una volta introdotte non si riesce poi a eliminarle. La revisione delle spese fiscali potrebbe così permettere di individuare risorse per un primo modulo di riforma Irpef e una forte semplificazione. Bene ha fatto il ministro Daniele Franco a ribadire che si deve “avere una struttura di aliquote più bassa e un numero inferiore di eccezioni alle aliquote”.

 

Resta il fatto che i beneficiari delle spese fiscali protestano e votano: per cui l’eliminazione delle stesse deve avvenire “across the board” e il più possibile contestualmente alla revisione delle basi imponibili e delle aliquote Irpef. Quindi si dovrà trovare la soluzione operativa – tetti rispetto al reddito, limiti, per tipo o settore, ecc. – con cui ridurle. Senza una revisione profonda non è possibile nessuna riforma fiscale, né una semplificazione, né stimolare la crescita.

 

Mauro Marè
Presidente della commissione del Mef sulle tax expenditures

Pnrr tra euforia e realtà

L’Italia corre (tanto che vince persino i 100 metri alle Olimpiadi). L’Italia salta gli ostacoli (e prende la medaglia d’oro nell’alto). L’Italia compete (nel calcio è prima in Europa dopo aver ricacciato gli inglesi oltre Manica). L’Italia cresce (oltre il 5 per cento quest’anno, più della Francia e della Germania). L’Italia ha un super capo del governo (e chi più di Supermario?). Ok, ma l’Italia ha un debito pubblico da capogiro (2.700 miliardi di euro secondo in valore nominale dopo quello francese, ma pari al 160 per cento del pil rispetto al 116 della Francia), viene da anni di stagnazione economica, i suoi buoni del Tesoro sono valutati con tre B, di poco sopra i titoli spazzatura, il differenziale tra i Btp decennali e i Bund tedeschi, anche se è molto inferiore rispetto al passato, resta elevato: ieri 2 agosto veniva dato in discesa a quota 104,6 punti base (cioè 1,046 per cento), tuttavia la Francia è 30, l’Irlanda a 45. Ciò vuol dire che chi compra un Btp pretende un rendimento maggiore per compensare il rischio. Dunque, esiste ancora il rischio Italia.

 

L’Economist ama ragionare a mente fredda, talvolta persino gelida e nella rubrica Buttonwood che esamina umori, amori e odi dei mercati finanziari (la scrive John O’Sullivan e si chiama così perché a Wall Street gli scambi avvenivano all’ombra di un platano, in inglese “buttonwood tree”) ha analizzato l’eventualità che, finita la luna di miele, chi compra e vende moneta venga morso di nuovo dal tarlo del dubbio sul paese dove fioriscono i limoni. La conclusione dell’articolo è consolante, però resta un punto interrogativo, politico più ancora che economico. “L’Italia torna all’ovile – scrive – È una grande beneficiaria del Next Generation Eu. Draghi è ora primo ministro e a Bruxelles come a Berlino si fidano che userà bene il denaro. Ma che cosa succede dopo?”. Sia lode al dubbio, diceva Bertolt Brecht quando stava in California e non a Berlino est. In questo caso è un dubbio metodico, cartesiano quindi, che consente di fare chiarezza. 

 

Cominciamo, come fa Buttonwood, con l’obiettivo di inflazione deciso dalla Bce. Scegliere il 2 per cento come valore simmetrico equivale in pratica a stampare moneta affinché i prezzi salgano perché  in Europa sono attorno all’1,5 per cento e ci resteranno (al netto di imprevedibili catastrofi). L’inflazione, modesta e controllata, fa bene, è il lubrificante della macchina produttiva. Un salto teorico e pratico rispetto ai tempi in cui prevaleva la sindrome di Weimar. Ciò non vuol dire che i tassi d’interesse saranno sempre vicini a zero o negativi, continua O’Sullivan, ma che “non verranno aumentati prematuramente”. In ogni caso, lo spread è destinato a ridursi in generale e l’Italia ha ulteriori margini per abbassare il premio contro il rischio sovrano.

 

Non fa male ricordare che dalla sua nascita nel 1861 l’Italia ha sempre portato sulle spalle un debito pubblico molto pesante (eredità del Piemonte non del Regno di Napoli, checché ne pensino i leghisti); è stato a lungo nelle mani di grandi finanzieri come i Rothschild, prima che Giovanni Giolitti lo nazionalizzasse portandolo nei portafogli degli italiani, Mussolini chiese aiuto alla banca Morgan, poi bruciò i titoli di stato sull’Altare della Patria. Le disavventure del debito s’accompagnano alle disavventure della lira, però l’Italia si è sempre fermata sull’orlo del precipizio, senza finire in bancarotta, come mostrano gli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff nel loro libro “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”. 

 

I mercati finanziari debbono tenere i nervi saldi e la testa a posto, i trader dovrebbero maneggiare con cura i Btp. Gingillarsi con l’ipotesi che l’Italia faccia default e abbandoni l’euro non ha molto senso, ancor meno quando lo fanno finanzieri italiani, economisti di nome più che di fatto, o magari disillusi luminari della triste scienza. Sottolinea l’Economist: “Se l’Italia esplode altri paesi saranno anch’essi a rischio. Che l’euro possa sopravvivere a un fallimento o a un’uscita dell’Italia è un’assunzione quanto meno audace”. Tutto è bene quel che finisce bene? Nient’affatto, resta in sospeso la risposta a quel che può accadere dopo, cioè dopo la pioggia di denaro in arrivo col Pnrr e soprattutto dopo Draghi.

Sorpresa, Pop Sondrio meglio di tutti

A una lettura più estesa degli stress test emerge che le grandi banche italiane, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mediobanca se la sono cavata bene ma non egregiamente, perché in caso di scenario avverso il loro Cet1 (l’indice che misura la solidità patrimoniale) si assesterebbe, anche se di poco, sotto la media europea che è risultata essere del 10 per cento. A sorpresa, hanno superato meglio l’esame la Banca Popolare di Sondrio (Cet1 a 10,1 per cento) e ancora di più il Credem (tra 11 e 14). Se si esclude, però, il Credito emiliano, che vede come azionista di riferimento la famiglia Maramotti, proprietaria del brand Max Mara, e sta seguendo un percorso di crescita autonomo, la Pop Sondrio è l’istituto italiano che ha ottenuto il punteggio più alto, almeno tra le banche potenzialmente coinvolte nel risiko del credito. Un risultato che rende Sondrio una preda ancora più ambita e sembra dar ragione a Unipol, che nella banca valtellinese è salita al 9 per cento con l’idea di creare con Bper un nuovo polo nel centro-nord.

 

Al momento, questa è la prospettiva di aggregazione che ha la maggior connotazione di mercato in uno scenario di risiko pesantemente condizionato dal salvataggio di Mps. Un’eventuale unione Bper-Sondrio, infatti,  trarrebbe vantaggio da sinergie industriali e non dagli incentivi fiscali (Dta) messi a disposizione del governo. Restano, però, due incognite. La prima è che ad oggi non ci sono segnali della trasformazione in spa di Pop Sondrio, nonostante l’ultima pronuncia del Consiglio di stato l’abbia resa non più rinviabile. La seconda riguarda Banco Bpm. Per avere le dimensioni di un competitor di Intesa e Unicredit, il nuovo polo del nord dovrebbe coinvolgere almeno la banca milanese, il cui ad, Giuseppe Castagna, però, appare in bilico fra la tentazione di ricucire i rapporti con Carlo Cimbri, ad di Unipol, e quella di attirare su di sé l’attenzione di Unicredit per soddisfare le attese del gruppo di azionisti che spera in un’Opa e nella relativa plusvalenza. Un’ambiguità che potrebbe costare un rischioso isolamento.

Il lavoro deve essere Covid free

“Dopo aver visto l’adorato viso di Anna Frank usato allo stadio non mi stupisco più – chi parla è Liliana Segre –. Non dico che sono insensibile, ma mi è venuta una sorta di scorza”.  Per quanto mi riguarda, non riesco a rassegnarmi quando vedo – a partire dalla mia città – le piazze centrali invase da “terrapiattisti’’ che invocano a sproposito i diritti costituzionali ed esibiscono una stella gialla paragonando il green pass’ alla Shoah. Magari erano gli stessi che, nei tempi eroici del lockdown, come i muezzin de noantri, salivano all’ultimo piano tutte le sere alle 18 per scambiarsi a voce l’augurio di regime del “tutto andrà bene’’. Durante le varie fasi della crisi ci siamo sottoposti di buon grado a tutte le restrizioni imposte, anche se prive di senso. Poi sono diventati disponibili i vaccini e dopo molte difficoltà è partita con un discreto successo la campagna per la somministrazione di massa.

 

Ora siamo a un passo dal ripristino di una normalità di vita e di lavoro: il superamento del divieto dei licenziamenti va in questa direzione ed è disonesto collegare a questa decisione le crisi pregresse di alcune aziende. Oggi è assolutamente prioritario non soffocare nella culla una ripresa che presenta trend inaspettati. Ed è veramente singolare che i sindacati accusino la Confindustria di volere il green pass per “far girare’’ il più possibile le macchine negli opifici manifatturieri. Draghi è riuscito ad aprire la strada dell’utilizzo della certificazione verde, sia pure in settori ancora limitati per dare solidità a una strategia alternativa rispetto a quella delle chiusure e dei coprifuochi. A pensarci bene le restrizioni – specie quelle nella scuola e nella Pa – erano dettate dall’esigenza di ridurre i focolai dei contagi derivanti dai contatti e dagli assembramenti. E si è rivelata una procedura stupida perché per sbarrare l’accesso in un ristorante a un possibile “untore’’ si è proceduto a chiuderlo anche per le persone sane. Il green pass invece determina un comportamento sensato: il ristorante resta aperto, ma l’ingresso è precluso a chi non fornisce le garanzie richieste.

 

Ma, diciamoci la verità, quelli che frequentano i locali pubblici, si recano in palestra, al cinema e a teatro sono una esigua minoranza rispetto a quanto fanno – tutti i giorni – milioni di nostri concittadini: recarsi al lavoro, stare insieme ad altri nello svolgimento delle mansioni affidate, frequentare a turni i luoghi in comune, rincasare sui mezzi pubblici. Per non parlare di quei giovani i quali rischiano di trovarsi in classe con compagni e insegnanti renitenti alla vaccinazione.

 

Il green pass ha un senso solo se il governo è in grado di “sparare nel mucchio’’. L’app non comporta alcun obbligo di vaccinarsi, ma è un passepartout necessario per riconquistare la normalità del vivere civile. E viene ammessa una alternativa: dimostrare, tampone alla mano, di non essere portatori di contagio, anche se liberi di non vaccinarsi. I nostri diritti (quanti delitti in loro nome!) non arrivano al punto di mettere a rischio la sicurezza e la salute del prossimo. I protocolli sottoscritti dalle parti sociali e dal governo, nell’aprile 2020, hanno avuto il merito di consentire la riapertura dei settori strategici e di recuperare, nel secondo semestre, buona parte del pil demolito nel primo. Ma le misure previste per l’accesso al lavoro sono assolutamente coerenti con l’adozione del green pass. La differenza la fa la scoperta dei vaccini che al tempo dei protocolli non erano disponibili. Basta leggere il testo con un minimo di onestà per riconoscere che Confindustria ha ragione.

 

La proposta di Meloni sull’equo compenso è un Rdc per i professionisti

I professionisti più giovani, iscritti a ordini professionali da meno di cinque anni, e quelli non iscritti a nessun albo, purché in possesso delle qualità necessarie e richieste dal mercato, potranno concorrere agli incarichi del Piano nazionale di riforme (Pnrr). Potranno inoltre beneficiare di una “libera mobilità”, senza autorizzazione degli organismi ed eventuali albi di appartenenza, ad eccezione degli enti locali e del servizio sanitario nazionale. Sono i correttivi del governo per reclutare il personale soprattutto per innovare la Pubblica amministrazione. Un mese fa un concorso per i giovani del sud era andato scoperto per due terzi delle 2.800 posizioni offerte in quanto l’ammissione era stata giudicata troppo complessa; il ministro Renato Brunetta aveva aperto la quota residua ai 37 mila candidati che si erano presentati per la preselezioni, su 102 mila candidati, il che aveva trasformato una ricerca di personale qualificato nel classico concorsone.

 

Il governo sembra aver fatto tesoro dell’esperienza andando oltre, cioè rompendo gli steccati costituiti dagli ordini e dagli albi professionali, dalle gerarchie di età delle corporazioni, e delle stesse aree della pubblica amministrazione. È una linea che va contro a una proposta di Fratelli d’Italia per istituire un “equo compenso” per i professionisti che lavorino in strutture di tipo paralegale – per esempio in appoggio a banche o società di cartolarizzazione crediti – purché siano iscritti a un albo professionale e provengano da studi con oltre 50 dipendenti e oltre 10 milioni di fatturato. Il modello proposto dal partito di Giorgia Meloni, firmataria della proposta, è proprio quello degli studi legali. Ma se c’è un modello lavorativo che non funziona ed è sempre più contro mercato è quello degli albi e ordini professionali e in particolare degli studi legali. Si tratta in Italia di 27 albi e 2,3 milioni di iscritti, i quali, con alcune eccezioni quali medici, ingegneri e notai, soffrono di carenza di lavoro e livellamento verso il basso.

 

A giugno scorso il governo era già intervenuto abolendo l’esame di stato per molte categorie che prevedono il tirocinio universitario (tipicamente i medici), riconoscendo la laurea abilitante ed erodendo il potere degli ordini professionali. Quanto proprio agli avvocati la situazione è paradossale: gli iscritti all’ordine professionale sono 245.478 nel 2020 rispetto ai 243.488 del 2018, una progressione costante. Secondo lo Ue justice scoreboard, l’osservatorio della Commissione europea sul funzionamento della giustizia, il nostro paese ha il maggior numero assoluto di avvocati di tutta Europa, e in rapporto alla popolazione il quarto: ci precedono Lussemburgo, Cipro (casi a parte, viste le società fittizie di questi paradisi fiscali) e la Grecia. L’Italia ha 388 avvocati ogni 100 mila abitanti, la Spagna 300 e la Francia 100. All’estremo opposto la Svezia ha 60 avvocati ogni 100 mila abitanti. Questo ovviamente non significa che il nostro sistema legale ne benefici, anzi: abbiamo il record di lentezza dei processi e di ricorsi. È una realtà che gli organismi di categoria, molto autoreferenti e che i partiti trattano alla stregua di serbatoi politici, cercano sempre di minimizzare. Ma gli studi annuali del Censis in collaborazione con la Cassa forense, che si occupa degli avvocati attivi (231.295 nel 2020) la confermano.

 

L’ultimo rapporto Censis sull’avvocatura del 2021 rivela una distribuzione geografica che non corrisponde al Pil: il 45 per cento degli avvocati sono al Sud e nelle isole, il 33 al Nord, il 22 al Centro. Il 38 per cento ha tra i 40 e i 50 anni, il reddito medio è 40 mila euro lordi, e benché le donne siano leggermente prevalenti un avvocato uomo guadagna decisamente di più: 54.500 euro, 57.600 al Nord. Il reddito medio delle donne è 25 mila euro. Fra 30 e 34 anni un avvocato guadagna in media 16.500 euro (con i quali non si paga un mutuo né si investe sull’istruzione dei figli), a 44 anni raggiunge i 30 mila, per superare i 50 mila deve avere 50 anni e oltre. Non è sempre stato così. A fine anni 80 gli avvocati iscritti all’albo erano 48 mila, con tenori di vita decisamente più elevati. Il livellamento verso il basso è dato sia dall’impennata in cifre assolute sia dalla distribuzione regionale: in rapporto alla popolazione svetta la Calabria (7 per mille abitanti), a ruota la Puglia. Ma all’aumento numerico non corrisponde un pari miglioramento qualitativo: mentre secondo il Censis “la maggior parte si occupa di cause civili e molte riguardano controversie stradali e sinistri assicurativi”, gli avvocati esperti in diritto internazionale, comunitario, in materie quali copyright e nuove tecnologie scarseggiano, così come gli investimenti. Secondo l’Osservatorio professioni e innovazione digitale del Politecnico di Milano il 66 per cento degli studi nel 2019 e 2020 ha investito in tecnologie meno di  tremila euro, il costo di due pc. L’accesso alle banche dati comunitarie, delle imprese, per non parlare di start up, è riservato a una stretta minoranza. In questa situazione l’equo compenso potrebbe apparire un atto dovuto; al contrario è una specie di reddito di cittadinanza per legali non collegato alla realtà e il cui controllo è affidato ai titolari degli studi. Un’iniziativa poco equa e molto politica.

 

Eppure il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, in un’intervista alla Stampa alcuni giorni fa, ha indicato negli stipendi bassi “il motivo che spiega la propensione di molti nostri giovani preparati a cercare un impiego all’estero”. Aggiungendo: “Nel corso del primo trimestre 2021 sono stati rinnovati otto contratti nazionali di categoria. Mentre quelli in attesa di rinnovo sono 43 e interessano circa 9,7 milioni di dipendenti, il 78,5 per cento del totale, con un monte retributivo pari al 77,7 per cento” spiega Blangiardo. “Una popolazione sempre più vecchia e longeva come quella italiana non può permettersi forme anticipate di pensionamento. Ritengo che la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro debba essere sostenibile finanziariamente”, mentre i lavoratori maturi dovrebbero essere “messi in condizione di continuare ad offrire il loro contributo, naturalmente per scelta libera, in modo flessibile e con adeguate forme di incentivazione e senza contrapposizione con l’occupazione giovanile”. È certamente una tirata d’orecchie a Quota 100 e alle aziende e ai sindacati che giocano al ribasso, puntando sulla quantità anziché sulla qualità e sulla produttività. L’equo compenso non rientra proprio tra i rimedi

“Ti violento come mia figlia”. Orrore del braccio destro di George Soros, prostitute stuprate e brutalizzate

Guai in vista per il braccio destro di George Soros. Il 66enne Howard Rubin è stato accusato di violenze sessuali da sei donne. Le vittime hanno dichiarato che il finanziere sposato avrebbe pagato loro anche 5.000 dollari per sessioni sadomaso nella prigione sotterranea che aveva costruito nel suo appartamento di Manhattan. Denunce, queste, che partono dal 2017 e che vedranno a breve (novembre) il processo civile: sul piatto i 18 milioni di dollari richiesti dalle vittime. La violenza, dicono alcune donne secondo quanto riportato dal New York Post, era tale da causare il capovolgimento di una protesi mammaria destra a una delle ragazze. La donna sarebbe dunque stata picchiata selvaggiamente, inutile il tentativo del chirurgo di operarla. Un’altra invece riferisce di essere stata abusata da Rubin che nel frattempo la terrorizzava: “Ti violenterò come violento mia figlia“. 

 

 

Le accuse originali sono state avanzate da Mia Lytell, Amy Moore e Stephanie Caldwell nel 2017. Lytell e Moore sono ex Playboy Playmates, mentre Caldwell è una modella che ha lavorato in uno strip club di Miami. Tutte lo accusano di aggressione, percosse e traffico di esseri umani. “In breve, sostengono di essere state portate a New York e sfruttate – ha detto John Balestriere, avvocato che agisce per conto delle donne -. Nessuno sta dicendo che gli sia stata puntata una pistola alla testa per venire a New York. I nostri clienti affermano di essere state ingannate e di essere state vittime di violenza fisica e sessuale”. Tutte infatti erano state chiamate per alcuni giochi fetish blandi, ma nessuna si aspettata di essere legata con corda e nastro adesivo, imbavagliata e picchiata. La moglie di Rubin dopo un matrimonio lungo 36 anni e tre figli ha deciso di chiedere il divorzio.

 

 

 

Il mese scorso, dopo 36 anni di matrimonio, la moglie di Rubin, con cui l’uomo ha tre figli, ha chiesto il divorzio. Il finanziere. Intanto il legale del finanziere ha presentato una mozione per giudizio sommario, perché le donne hanno firmato accordi di non divulgazione con penali da 500.000 dollari in caso di violazione. Lo si legge anche in una chat che Rubin aveva inviato a Lytell: “È BDSM totale. La maggior parte delle ragazze lo adora e torna per averne di più. Ma mi piace essere sincero su tutto“. 

 

Inquisiti tre pm di Milano, toh che caso: non indagarono su Mps. Banche e politica, il peggiore dei sospetti

Forse sarebbe il caso che il ministro della Giustizia Marta Cartabia mandasse gli ispettori alla Procura di Milano. Si è, infatti, perso il conto dei pm attualmente sotto indagine. Uno dei primi ad essere finito sotto procedimento è Francesco Greco, il capo dei pm, accusato di “omissione d’atti d’ufficio”. Il procuratore di Milano, secondo le accuse, non avrebbe fatto accertamenti dopo le dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara, ex legale esterno dell’Eni, sulla loggia “Ungheria”, l’associazione segreta ed illegale composta da magistrati, professionisti, imprenditori ed alti ufficiali delle Forze dell’ordine, creata per aggiustare i processi e pilotare le nomine ai vertici degli uffici pubblici.

Sempre per il medesimo reato è indagato uno dei vice di Greco, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, capo del dipartimento “reati economici e trasnazionali”, ed il pm Sergio Spadaro, fresco di nomina da parte del Consiglio superiore della magistratura alla neo costituita Procura europea con sede in Lussemburgo. I due, titolari del procedimento Eni-Nigeria, non avrebbero depositato prove a favore degli imputati. In particolare dei video in cui il principale accusatore dei vertici del colosso petrolifero di San Donato stava pianificando contro di essi una strategia di discredito, accusandoli di corruzione. Il processo Eni-Nigeria era, comunque, finito in una bolla di sapone con tutti gli imputati assolti. E’ invece indagato per “rivelazione del segreto” il pm Paolo Storari. Il magistrato, anche sotto procedimento disciplinare al Csm (domani è attesa la decisione, ndr), aveva consegnato alcuni verbali di Amara a Piercamillo Davigo al fine, verosimilmente, di informarlo della “inerzia” dei propri capi nel fare le indagini. Anche Davigo è stato poi indagato per rivelazione del segreto.

 

 

REATI ECONOMICI
Sono poi indagati i pm Giordano Baggio, Stefano Civardi e Mauro Clerici del dipartimento “reati economici”. I tre avevano il fascicolo sui crediti deteriorati di Mps nel quale erano iscritti per “falso in bilancio” gli ex vertici di Rocca Salimbeni Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Paolo Salvadori. I top manager di Mps, per i tre pm, non avrebbero commesso alcuna irregolarità. Di diverso avviso il giudice Guido Salvini che aveva respinto la loro richiesta d’archiviazione, disponendo altri accertamenti. La perizia di Salvini aveva permesso di accertare che tra il 2012 e il 2015 la banca senese avrebbe ritardato la contabilizzazione di ben 11,4 miliardi di euro di rettifiche. A seguito di ciò era scattata la denuncia contro i tre pm per “omissione d’atti d’ufficio” da parte di Giuseppe Bivona, manager del fondo Bluebell Parteners che aveva chiesto anche l’intervento della Consob.

 

 

Questa vicenda ricorda, in parte, quanto accaduto al sindaco di Milano Beppe Sala nel procedimento Expo. Anche all’epoca la Procura di Milano retta da Greco aveva deciso di non procedere, chiedendo l’archiviazione per tutte le accuse. La Procura generale diretta da Roberto Alfonso, però, si era messa di traverso. E dopo aver “avocato” il fascicolo e disposto nuovi accertamenti aveva chiesto il processo per il sindaco. Sala era stato poi condannato in primo grado a sei mesi di carcere, convertiti in una multa da 45mila euro, per il reato di “falso ideologico e materiale”. Il gran numero di pm indagati in quello che ai tempi di Mani pulite era considerato il santuario della legalità potrebbe, allora, essere il motivo per cui diversi magistrati che aspiravano al posto di Greco, in pensione fra un paio di mesi, non hanno formalizzato la candidatura. Fra i nomi di punta che si sono sfilati, il procuratore di Napoli Giovanni Melillo e il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri.

 

 

Il ministro Bianchi fa rimpiangere pure la Azzolina: caos al governo, Mario Draghi verso un mini-rimpasto?

Al ministero dell’Istruzione c’è un soggetto misterioso che dovrebbe governare il rientro a scuola di settembre e invece continua a latitare. È Patrizio Bianchi, il prodiano che rischia di farci rimpiangere Lucia Azzolina, i suoi banchi a rotelle e le sue conferenze stampa sull’inclusività variopinta della didattica a distanza. Governatori, presidi, insegnanti e studenti sono ancora in attesa di scoprire i dettagli del suo piano per esorcizzare lo spettro di un autunno scandito dall’eterno ritorno della Dad; per non dire degli accorgimenti elementari in fatto di prevenzione, monitoraggio e tracciamento di eventuali focolai: tutti caveat messi a rischio dall’assenza di strategie puntuali e dall’abolizione del metro di distanza interpersonale nelle classi. E così, mentre Bianchi si dedica ogni giorno a lanciare appelli affinché docenti e discenti si predispongano in fretta alla vaccinazione, nel frattempo è l’ex coordinatore del Cts Agostino Miozzo a scolpire in lettere di fuoco (sulla Stampa di ieri) la generale sfiducia nei confronti del ministro smarrito: «Rendendo opzionale il metro di distanza oggi rischiamo di vanificare tutti gli sforzi fatti negli ultimi mesi… il rischio è di tornare alle cosiddette classi pollaio…».

 

 

E ancora: «Mi sarei aspettato di vedere qualcosa di più sulla medicina scolastica, sulle ipotesi di emergenza… Che succede se abbiamo uno o più casi positivi in una classe? Non è sufficiente dire che si rimanda la soluzione alle strutture sanitarie del territorio». È esattamente questo il punto, ed è questo l’interrogativo principale che serpeggia tra i genitori frastornati dalle numerose incognite: perché non vengono previsti test diagnostici e screening preliminari, oltre alle vaccinazioni (più o meno) obbligatorie per il personale scolastico e a quelle raccomandate per gli studenti più grandi? In queste condizioni, è la conclusione di Miozzo, «il ricorso alla Dad sarà inevitabile». Inevitabili, di conseguenza, sarebbero le dimissioni di Bianchi. E non per caso su alcuni giornali sono già apparse indiscrezioni sulla possibilità che il ministro più avulso dalla pianificazione anti pandemica e dalla consecutio temporum – io «speriamo che faremo bene», fu il suo esordio appena entrato in carica – cada vittima di un eventuale mini rimpasto d’inizio stagione.

 

 

Chissà. In fondo siamo ancora all’inizio di agosto e non mancherebbe il tempo di correggere il tiro, ma non bisogna dimenticare che Bianchi è stato il coordinatore della task force messa in piedi dalla Azzolina per fronteggiare le prime ondate dell’emergenza Covid, sicché ha già avuto modo di dimostrare la propria inadeguatezza. Quando poi ha preso il posto della pentastellata all’interno dell’esecutivo presieduto da Mario Draghi, il nostro Azzolino occhialuto si è dedicato alla più generica, inerte tecnica declamatoria – epperò, come il suo mentore Romano Prodi, anche lui fatica parecchio a scandire le parole – e ha prima ventilato di allungare l’anno scolastico, poi l’ha chiuso in anticipo. Che altro? Ogni anno, nell’èra pre Covid, arrivato settembre il paesaggio scolastico si scopre nella stessa situazione di sempre: corpo docenti lacunoso, aule strapiene, sistema dei trasporti insufficiente e linee guida caliginose. Dal 2020, a tale cronico deficit amministrativo si aggiungono i riverberi foschi della pandemia e ondate di promesse disattese. Stavolta Bianchi ha promesso l’assunzione di 112.473 docenti e si è prodotto in vaghe riflessioni sul «bisogno di stabilità e di una ripartenza serena». Dopodiché ha rinviato a questa settimana la presentazione del suo piano ai presidenti di Regione chiamati a riempire i soliti buchi lasciati aperti dal dicastero dell’Istruzione. A conti fatti, non sembrerebbe neppure un piano Azzolina rafforzato ma la stupefacente certificazione di un’incapacità gestionale. Per un ministro che vanta peraltro una formazione economica con numerosi titoli accademici, e che è stato assessore a Scuola, università e lavoro dell’esemplare Regione Emilia-Romagna, l’esame di riparazione si annuncia inesorabile. 

 

Cani e gatti, quali sono le piante-killer: ciò che nessuno deve (mai) avere nella propria casa

La convivenza tra piante e animali domestici può essere ardua. Non solo per le acrobazie dei gatti, campioni di salti, o le corse comiche dei cani che, maldestri, rovesciano i vasi riducendoli in mille cocci. Ma i nostri animali hanno un altro vizio da tenere a bada. Le foglie, i fiori, il verde attirano i quattro zampe come il miele le api. Basta una distrazione per ritrovarsi rosicchiata la pianta appena sistemata. I cani strappano le foglie, i gatti le assaggiano. Non crucciamoci troppo per queste abitudini: è un modo tutto loro di conoscere e sperimentare. Sono curiosi: leccano, annusano, mordono e talvolta persino ingoiano. Il problema, però, non è solo delle piante che vengono sfoltite e mutilate. I vegetali possono essere molto nocivi per cani e gatti.

 

 

 

Cosa è meglio scegliere

Da disturbi intestinali ad avvelenamenti, sono molteplici i problemi di salute che possono derivare agli animali dal mangiare o anche solo leccare le foglie di una pianta. Per questo, il consiglio per chi ha un animale in casa (a meno che non si abbia il tempo di vigilare ventiquattro al giorno sul pet) è quello di scegliere solo piante “pet friendly”: innocue per i quattro zampe anche quando vengono divorate. «Una buona prassi da seguire nell’acquisto di piante adatte alla convivenza con cani e gatti è quella di puntare ai vegetali che sono commestibili anche per l’uomo. In generale quelle che possiamo mangiare noi, le possono mangiare anche gli animali», spiega Giovanni Barbieri, vivaista di via Rombon a Milano. Tra queste ci sarebbero le violette e alcuni tipi di viola. «Sono usate anche per gli infusi, i cocktail, ma persino diventano ingredienti di alcuni piatti», precisa Barbieri. Anche la lavanda è un fiore che può colorare gli appartamenti senza nuocere agli animali domestici. Come le viole, è commestibile e viene usata per aromatizzare alcune ricette. «Ad esempio molti usano la lavanda per insaporire formaggi. Ma oggi viene utilizzata anche con la carne o le verdure. Sicuramente piacerà anche agli animali», aggiunge l’esperto. O la monarda, con i suoi colori sgargianti, è consigliata a chi convive con i pet. La calathea tricolore è invece un’ottima soluzione per chi ama le piante tropicali: non costituiscono alcun intralcio alla convivenza con gli animali. Lo stesso vale per la maranta che non solo non porta danni a cani e gatti ma ha pure proprietà benefiche e curative. Per andare più sul classico, anche le orchidee sono pet friendly. «Oltre a essere piante che si adattano un po’ a tutti gli ambienti e non stonano mai», suggerisce il vivaista. Più particolare è invece la cosiddetta felce di Boston, pianta che non fa male agli animali, che però è più complicata da curare perché richiede ambienti molto luminosi. «È tradizionalmente una pianta da salotto. La consiglio per chi ha una sala grande ed esposta alla luce». Mentre il falangio, oltre a essere pet friendly, purifica l’aria. Diversamente esistono piante molto pericolose per i nostri animali domestici. Tra i nemici dei felini figurano l’oleandro e la peonia selvatica, ad esempio. Mentre pericolosi per fido potrebbero essere, invece, l’aloe e la begonia. Ma anche il filodendro, una pianta molto comune negli appartamenti, pericolosa per i cani e soprattutto per i gatti. «All’interno delle foglie, del fusto e dei piccioli è presente infatti una linfa che può provocare l’intossicazione», spiega Barbieri. Così come l’edera e la stella di Natale. Ma anche il ciclamino, l’agrifoglio, l’azalea, il tasso e l’ortensia: tutti vegetali da tenere a debita distanza da cani e gatti.

Parla il veterinario

«Capitano quotidianamente casi di animali che rischiano molto per aver mangiato foglie, cortecce o addirittura radici», spiega il veterinario Gianluca Salvemini, «I padroni spesso arrivano in ambulatorio con gli animali senza aver capito cosa sia successo al proprio animale, perché non si sono accorti che il cane o il gatto ha ingerito parti di piante domestiche. Quindi a volte la diagnosi non è immediata e il ritardo può essere ancora più nocivo. La scelta delle piante, lo dico spesso, non può essere casuale», conclude il veterinario.