Pattinaggio, il salto quadruplo è da record e la 19enne kazaka entra nella storia dei mondiali. L’impresa è eccezionale

È entrata nella storia la prova della pattinatrice kazaka Elizabet Tursynbaeva, che il 22 marzo ha vinto la medaglia d’argento ai Mondiali di pattinaggio di figura di Saitama, in Giappone. La 19enne è infatti la prima donna a esser riuscita a completare un salto quadruplo nei mondiali femminili

 

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Alessandro Borghese rivela: “Ho rischiato di morire su una nave da crociera”

“Negli anni ’70 arrivarono a casa delle chiamate che minacciavano il rapimento, così mio padre ci mandò in America. Lui prese addirittura il porto d’armi per proteggersi. Dopo anni realizzai quello che era successo”. A raccontarlo è lo chef Alessandro Borghese a Silvia Toffanin nell’ultima puntata di Verissimo, dove è stato ospite. Il figlio dell’attrice Barbara Bouchet è un fiume in piena e ha racconta alcuni aneddoti sulla sua vita privata, come appunto le minacce di morte e di rapimento ricevute dalla sua famiglia.

Lo chef ha raccontato anche di quando ha rischiato la vita su una nave da crociera:”Era il 1994, ero giovanissimo e mi trovavo a largo della Somalia. Lavoravo come cuoco su una nave da crociera Achille Lauro quando nella notte scoppiò un incendio. Io, insieme ad altri 800 passeggeri fummo costretti ad evacuare. In queste circostanze è procedura che gli ultimi a sbarcare siano i membri dello staff. Io, a 17 anni, proprio mentre stavo per scendere mi ricordai di aver lasciato un walkaman dentro la mia cabina che mi era stato regalato da mamma e papà. Ero un pazzo scalmanato, corsi indietro per poterlo riprendere. Lo raccolsi e scesi dalla nave”. Nonostante quell’episodio, Borghese le navi è tornato a prenderle comunque. Barbara Bouchet, in quella circostanza, chiamò addirittura il Presidente della Repubblica visto che lui aveva il passaporto americano e dagli Stati Uniti non si stavano muovendo per farle sapere che fine avesse fatto.

Poi la sua mente vola proprio a ricordare il padre, Luigi Borghese, scomparso da poco dopo una lunga malattia: “Che è stato un esempio di umiltà, impegno e modo di affrontare la vita. Faceva il banditore d’asta di tappeti, da buon napoletano ha fatto mille mestieri. Sono andato anche a vendere aspirapolveri porta a porta. Papà era un cuoco della domenica, mi ha trasmesso la passione per la cucina. Era un uomo d’altri tempi. Aveva quattro paia di mocassini che non ha mai cambiato, li faceva risuolare. Papà è stato un maestro di vita, il mio supereroe. Se ne è andato dopo una malattia lunga, 7 anni, il male del secolo. Mamma gli è stata accanto fino alla fine”.

Lo chef Borghese ora è felicemente sposato, ma la storia del suo matrimonio nasce da un curioso malinteso: “Con mia moglie Vilma mi sono sposato per errore. Eravamo in aereo, c’era un rumore terribile così le dissi ‘ci spostiamo?’. Lei capì ‘ci sposiamo’, mi saltò addosso urlando ‘sì’. Siamo sposati da 12 anni, ho due figlie femmine”.

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Ciclismo, questa Milano-Sanremo è stata abbastanza brutta

da Sanremo

Una giornata molto bella per una corsa abbastanza brutta: scivolata per sei ore e mezza senza emozioni sino alla dirittura finale di via Roma. Sotto un sole tiepido, un cielo azzurro e per compagni di strada i profumi della fioritura precoce, la centodecima Milano-Sanremo è stata vinta da un francese guascone e talentuoso che ha un nome da moschettiere: Julian Alaphilippe. Un successo annunciato: arriva due settimane dopo la sua vittoria nella suggestiva e faticosa Strade Bianche e pochi giorni dopo uno sprint vinto alla Tirreno-Adriatica che della Sanremo è la palestra per affinare la forma (se è a buon punto). Insomma, ha primeggiato il favorito di quest’inizio di stagione.

Non se ne abbiano i sovranisti di casa nostra: mentre sto scrivendo riecheggiano a due passi dal teatro Ariston – il tempio del Festival della canzone “prima gli italiani” – le irruenti note della Marsigliese e Macron ha già inviato un telegramma di congratulazioni al forte capitano della Deceuninck-Quick Step che ha regalato alla Francia un prestigioso successo in territorio ostile, e in un momento di rapporti bilaterali fortemente in crisi. La revanche, tagliano corto i nostri cugini d’Oltralpe. La rivincita…

Da sempre il ciclismo, che è sport di strada, si presta ad essere appendice della storia di popolo. Corse. Ma anche corsi e ricorsi. In fondo Alaphilippe ha ricucito in un certo senso la provvisoria storia della Sanremo – provvisoria perché ogni anno può mutare. Il primo a far sua la “classicissima di primavera” fu il celebre Lucien Petit-Breton, nel remoto 1907, quando si consumavano gli ultimi fuochi della Belle Epoque ed il ciclismo era sofferenza estrema, polvere che avvelenava i polmoni, fango che raddoppiava la fatica. Petit Breton trionfò in due Tour de France, fu il primo corridore a conquistarlo per due volte di seguito. Morì in guerra, ferito in un assurdo incidente: era il 20 dicembre del 1917, si trovava in missione sulle Ardenne, venne travolto da un camion militare guidato da un ubriaco. Poche settimane prima era stato ucciso al fronte Anselme, il fratello minore, pure lui corridore. Per la Francia, quello di Alaphilippe è la quattordicesima vittoria francese (gli italiani ne contano 51, i belgi 20, da solo Eddy Merckx ne ha accumulate ben sette, quanto i tedeschi).

Perché scrivo che questa Sanremo è stata brutta? Perché non c’è stato il campione in grado di annichilire i rivali, o di produrre un’azione gagliarda come fece lo scorso anno il nostro Vincenzo Nibali. Segno di un livellamento generalizzato. Non a caso sul Poggio, l’ultima decisiva asperità – si fa per dire, 3700 metri di lunghezza con pendenza media del 3,7 per cento – c’erano tutti, ma proprio tutti. Gruppo compatto. I capitani davanti, i fidi scudieri accanto. Settanta a strattonarsi. Poi, la stanchezza ha filtrato il gruppo. Alaphilippe aveva saggiato gli avversari attaccando sul Poggio, ma il suo attacco era stato facilmente rintuzzato. Un allungo velleitario dell’italiano Matteo Trentin, a due chilometri dall’arrivo, provocava la repentina reazione di Peter Sagan (tre titoli mondiali), Michael Kwiatwoski, Alejandro Valverde, Wout Van Verte ed altri quattro corridori di buona reputazione, come per esempio l’australiano Simon Clarke, che nelle volate sa bene destregguarsi. Dietro, un ostinato Vincenzo Nibali riusciva ad accodarsi, chiaramente in apnea ma non alla frutta.

I tempi delle furibonde imprese alla Coppi, alla Bartali, o alla Merckx (mettiamoci pure uno straordinario Felice Gimondi nel 1974), sono purtroppo da dimenticare. Ormai la Sanremo si vince allo sprint o con pochi secondi di vantaggio, nonostante i suoi 291 chilometri di lunghezza. Conta la resistenza. La capacità di avere spunto dopo sei ore e mezzo a medie micidiali (quest’ultima, 43,625 km l’ora). Tutto si decide negli ultimi nove chilometri. In una corsa come la Sanremo, “ci vuole un po’ di testosterone in più”, come dice Romain Bardet, che studia all’università di Grenoble e sa come evitare certe volgarità alla Simeone o alla Ronaldo.

Resta un dato di fatto: l’ordine d’arrivo sontuoso. I primi rappresentano la crema del ciclismo attuale (Nibali, ottavo). Ma in questo ciclismo, il peso dell’Italia si è affievolito. Nessuna delle 18 squadre “World teams”, ossia la serie A internazionale, è italiana. Solo 51 dei 117 corridori professionisti italiani è a contratto in questa fascia d’élite, dispersi in 14 dei 18 World teams. Non ci sono i soldi necessari per competere a livello globale (una buona squadra costa almeno 20 milioni di Euro l’anno). La Francia ne ha due di squadre World. Come gli Stati Uniti, l’Olanda, l’Austria, e il Belgio. Ne hanno una la Spagna, la Gran Bretagna, l’Australia, la Polonia, il Sudafrica, il Bahrein e gli Emirati, i russi della Katusha (in tandem con l’Alpecin).

Il discorso è lungo e complesso. Ma la dice lunga sulle problematiche che stanno penalizzando il nostro ciclismo, tenuto in piedi da bravi corridori, da apprezzati tecnici – gli italiani sono in percentuale i più ingaggiati – e dagli organizzatori delle gare che spesso devono fare i conti con entrate sempre più risicate (si salva la Rcs patron del Giro, della Sanremo, del Giro di Lombardia, tra le corse più note ed amate).

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Auschwitz, selfie vietati nel campo di concentramento. Troppi turisti irrispettosi verso le vittime

Auschwitz, selfie vietati nel campo di concentramento. Troppi turisti irrispettosi verso le vittime

Auschwitz, selfie vietati nel campo di concentramento. Troppi turisti irrispettosi verso le vittime

ROMA – Vietato scattare selfie nel campo di concentramento di Auschwitz. Quello che sembra un divieto all’apparenza inutile, per una questione ovviamente di buon senso di rispetto verso le vittime della Shoah, è stato invece necessario a causa dei numerosi turisti intenti a fotografarsi con alle spalle il campo di concentramento o il celebre cancello.

“Ci sono luoghi migliori per imparare a camminare in equilibrio rispetto a quello che simboleggia la deportazione di centinaia di migliaia di persone verso la loro morte”, ha scritto l’account twitter del Museo di Auschwitz. Il tweet ha ricevuto subito migliaia di like. Gli utenti sui social si sono detti scioccati dal comportamento dei visitatori che hanno condiviso quelle foto. Sì, perché alcune di esse sono state condivise dall’account del museo di Auschwitz proprio per prendere l’ideale della totale mancanza di rispetto.

“Andare ad Auschwitz non è come andare ad un Luna Park“, ha voluto ricordare qualcuno. Vergognosi per esempio gli scatti di ragazzi accanto ai letti a castello dove erano stipati fino a dieci prigionieri con la didascalia: “Quando sei ad Auschwitz alle 7 ma hai un progetto alle 9”. (Fonte Twitter). 

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Fratelli di Crozza, Berlusconi tra amnesie, lapsus e “pisolini”: l’intervista è impossibile (ed esilarante)

Nel corso della puntata di Fratelli diCrozza – in onda il venerdì in prima serata sul Nove – Crozza nei panni di Silvio Berlusconi è pronto per scendere in campo per le prossime Europee in tutte le “circoncisioni”  tra micropisolini: “Oggi è interminabile sono in piedi già da 40 minuti…”  e gli inseparabili fogli di appunti bianchi.

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Agenzie di stampa, Comune di Roma chiede elenco dipendenti. Gasparri: interrogazione

Agenzie di stampa: Comune di Roma chiede elenco dipendenti. Maurizio Gasparri (nella foto): interrogazione

Agenzie di stampa: Comune di Roma chiede elenco dipendenti. Maurizio Gasparri (nella foto): interrogazione

Roma- “Per verificare l’esistenza di eventuali conflitti di interesse, le agenzie dovrebbero recapitare al Comune di Roma l’elenco dei propri dipendenti (chi sa perché), specificando se sussistano ‘rapporti di parentela o affinità tra un qualsiasi dipendente dell’agenzia e di un qualsiasi dipendente di Roma Capitale”, ha detto in un comunicato il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri che ha presentato una interrogazione alla Presidenza del Consiglio.

Sarebbe infatti di questi giorni la lettera inviata dal Campidoglio alle agenzie di stampa con la quale, per potere fornire i propri servizi all’amministrazione capitolina, si dovrebbe fornire l’organigramma dei dipendenti e una dichiarazione sull’assenza di legami di parentela e affinità entro il secondo grado tra dirigenti e dipendenti dell’agenzia di stampa e quelli del Comune.

Sembra che il Comune di Roma abbia sguainato le spade e voglia utilizzare tutti i mezzi possibili e immaginabili per combattere la corruzione e i conflitti di interesse, probabilmente alla luce dei nuovi arresti e delle indagini all’interno della giunta capitolina.

Il sen. Gasparri punta il dito contro la modalità del Campidoglio per evitare il conflitto di interessi:

“Un adempimento assurdo, ingiustificato, impossibile da attuare. Cioè perché ci sia un conflitto basta anche un lontano rapporto di affinità tra un fattorino di una agenzia e un vigile urbano o un usciere del Campidoglio. Le agenzie di stampa, alcune per fortuna ancora di significative dimensioni, dovrebbero trasformarsi in agenzie investigative per dettagliare legami irrilevanti per scopi non chiari”.

La lettera del Campidoglio ha le sue basi in una applicazione “estrema” della legge anticorruzione e sul conflitto d’interessi del 2012.

La legge è ovviamente citata nell’avviso di gara per l’abbonamento ai servizi delle agenzie di stampa pubblicato sul sito del Comune di Roma a febbraio del 2018.

Tra i requisiti per partecipare, alle pagine 4 e 5 del Capitolato si dice:

“Ai sensi della L. n. 190/2012, all’art. 1, comma 9, lettera e): – dichiarazione del/i titolare/i o del/i legale/i rappresentante/i o di altra/e persona/e munita/e di specifici poteri di firma, di non essere a diretta conoscenza della sussistenza di relazioni di parentela e/o affinità – entro il secondo grado – tra i titolari, gli amministratori, i soci e i dipendenti degli stessi soggetti e i dirigenti e i dipendenti dell’amministrazione capitolina; ovvero – dichiarazione del/i titolare/i o del/i legale/i rappresentante/i o di altra/e persona/e munita/e di specifici poteri di firma, di essere a diretta conoscenza della sussistenza di relazioni di parentela e/o affinità – entro il secondo grado – tra i titolari, gli amministratori, i soci e i dipendenti degli stessi soggetti e i dirigenti e i dipendenti dell’amministrazione capitolina, specificando nella forma più chiara e dettagliata possibile le generalità dei soggetti interessati ed i rispettivi dati anagrafici, nonché il grado di parentela e/o affinità”.

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Ciao Darwin, Paolo Bonolis e le adozioni: “Perché i gay no e le suore sì?”

Ciao Darwin, Paolo Bonolis e le adozioni: "Perché i gay no e le suore sì?"

Ciao Darwin, Paolo Bonolis e le adozioni: “Perché i gay no e le suore sì?”

ROMA –  “Perché i gay no e le suore sì?”. Nella puntata di ieri sera Ciao Darwin condotto da Paolo Bonolis, si sono scontrate le squadre del “Family Day” e del “Gay Pride”. La prima era “capeggiata” da Giuseppe Povia, mentre la seconda era guidata da Vladimir Luxuria. Durante la puntata Bonolis si è detto a favore delle adozioni per le coppie gay. “Perché i gay non possono mentre le suore sì?”, si è chiesto il presentatore.

Paolo Bonolis ha deciso di prendere posizione a favore delle unioni civili e della stepchild-adoption. “Io generalmente non mi schiero – ha detto il padrone di casa – non mi schiero e lascio che le persone parlino. Però certe volte delle domande me le faccio pure io. Qui stiamo parlando di amore nei confronti dei bambini – ha continuato – i bambini hanno diritto all’amore. Ci mancherebbe altro che l’amore non possa provenire da un uomo e da una donna, per l’amore del cielo. Però mi domando – ha, infine, concluso – perché l’amore non può provenire da due uomini o da due donne e invece può essere dato da sette suore? Perché no? Questa domanda me la faccio sempre”. Considerazioni personali che hanno spaccato il popolo del web. (Fonte Ciao Darwin). 

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Niger, portare il mare nel Sahel? Come non averci pensato prima

Come non averci pensato prima. Eppure il nome avrebbe dovuto aiutare, da tempo, a rendere l’operazione non solo possibile ma auspicabile. Portare il mare nel Sahel, nome che significa riva: di fiumi, laghi e soprattutto del mare. Era elementare e, come sempre accade in questi casi, bastava pensarci e soprattutto crederci, come nelle migliori invenzioni. La luminosa e inedita idea viene da dove meno ci si aspettava trovarla. Nell’accordo di cooperazione militare, firmato nel 2017 dall’allora ministra della Difesa Roberta Pinotti e dall’attuale ministro in carica della difesa nigerino, Kalla Moutari, il testo non lascia adito ad alcun dubbio.

L’articolo 6 dell’accordo citato che porta come titolo ‘Cooperazione nel campo dei prodotti per la difesa’, si parla al primo punto della categoria degli armamenti. Il comma a dell’accordo prevede la collaborazione con ‘Navi e relativi equipaggiamenti appositamente costruiti per uso militare’. Ora, com’è noto agli abitanti del posto, nel Sahel manca l’elemento che rende fattibile l’accordo: il mare. Ed è qui che si inserisce la ben nota genialità dell’italico popolo che ancora non si è svincolato dalla ragione del ventennio fascista coloniale. Importare il mare nel Sahel e più particolarmente nel Niger sarebbe l’ideale.

Tra neoliberalismo e apparato militare, non è una novità, esistono simbiosi riconosciute e feconde per entrambi i contraenti. Fin dall’inizio, infatti, le ‘cannoniere’ hanno costituito uno dei pilastri del colonialismo ideologico, economico e politico. Senza mare le cannoniere non sono praticabili e tanto meno gli ‘equipaggiameni appositamente costruiti per uso militare’. Ecco dunque il piano neppure troppo segreto del ministero della Difesa dell’Italia che ripudia la guerra ma non il mare. Per un Paese di poeti, santi e ‘navigatori’ il mare è costitutivo dell’identità dello Stivale, vero ponte sospeso nel Mediterraneo. Trasportare il mare dal Mediterraneo al Sahel, da sempre l’altra ‘riva’ in attesa del prezioso liquido salato, appare non solo fattibile ma anche, visti gli accordi di cooperazione navale, necessario. Cambierebbe il paesaggio del Sahel e avremmo, oltre il fascino del fiume Niger, il mare che potrebbe offrire nuove opportunità ad un turismo reso inesistente dal terrorismo. Si potrebbero ipotizzare crociere, visite archeologiche ai siti degli imperi sviluppatisi in questo spazio e soprattutto una flottiglia in grado di contribuire alla crescita, già importante, della regione saheliana.

Visto il vento e la polvere, anche le barche a vela potrebbero costituire un ulteriore polo di sviluppo economico. Il G5 Sahel, nato per combattere il terrorismo di ispirazione islamica manipolata, potrebbe trasformarsi in una regata internazionale che contribuirebbe a unire ulteriormente questi paesi e le loro frontiere. Com’è noto nel mare queste ultime sono difficili a delimitare e il rispetto delle acque territoriali potrebbe fare oggetto di accordi già esistenti nella gestione del ‘Bacino del fiume Niger’. Non sono da escludere, come accanto alla Somalia e nel Golfo di Guinea, attacchi di pirati. Occorre senz’altro ricordare che le presenze militari sul posto, compreso l’uso di droni armati e la prossima inaugurazione dell’aeroporto statunitense per essi adibito, potrebbe bastare a rassicurare gli investitori. Il Mare Sahel sarebbe utilizzato anche per la mobilità di beni e persone, così come il protocollo dello spazio della CEDEAO, nell’Africa occidentale, già garantisce. Il traffico più snello, con eventuali sommergibili destinati a dissuadere azioni terroriste, non può che favorire l’apertura del Sahel al mondo esteriore. Da sempre, infatti, lo sbocco sul mare è stato una garanzia di scambi commerciali, culturali, linguistici e miltari.

Tecnicamente il trasporto del mare, dal Mediterraneo al Sahel, con le odierne tecnologie è ormai del tutto fattibile. Quanto alla mano d’opera, come si poteva prevedere, è già disponibile. Le migliaia di migranti detenuti nei campi in Libia o altrove nelle ‘residenze’ dell’OIM, l’Oganizzazione Internazionale delle Migrazioni, sarebbero impiegati, dietro giusto compenso, per questo progetto oceanico. Una lunga catena umana sarebbe organizzata, con secchi, o contenitori simili, per il travaso. I migranti da irregolari sarebbero trasformati in ‘marinai’, con evidente vantaggio di tutti, in particolare la Marina Militare Italiana.

Niamey, marzo 2019

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Caporalato, ascoltare Yvan Sagnet mi ha fatto capire quanto Marx sia attuale

Il lavoro nobilita l’uomo. È un modo di dire (qualcuno lo attribuisce a Darwin) che sentiamo ripetere da sempre. E Nobilita è il bel titolo del Festival della cultura del lavoro (promosso dalla business community Fiordirisorse e dalla testata SenzaFiltro), cui ho appena partecipato a Bologna. Qui ho incontrato Jean Pierre Yvan Sagnet, che mi ha fatto pensare a un’altra affermazione dedicata a questo tema. Quale? Nella sua opera Manoscritti economico-filosofici del 1844, Karl Marx afferma che “il lavoro fa dell’operaio una merce”, partendo dal presupposto che “diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce”.

Quindi lavorare nobilita oppure no? Lo fa se consente al lavoratore di svolgere la sua funzione economica e sociale nel rispetto della dignità e dei diritti, suoi e della collettività. Sappiamo che – in questa epoca di precarietà e di elemosine di Stato – tali condizioni vengono poco rispettate, per tutti, nonostante l’Italia sia – dice la Costituzione – “una Repubblica fondata sul lavoro”. Tuttavia l’incontro con Sagnet a Nobilita, prima del suo intervento pubblico, mi ha portato a interrogarmi su quanto la descrizione del concetto di lavoro subordinato fatta da Marx, ben 175 anni fa, abbia oggi una validità.

Probabilmente vale per molti di noi, se volessimo cimentarci in un’analisi approfondita. Di certo ce l’ha in modo evidente per le migliaia di migranti sfruttati nei campi italiani: quelli trattati come carne da macello, quelli che bruciano nelle tendopoli, quelli pagati pochissimo da “padroni” italiani più o meno limpidi, così da consentirci di comprare per pochi euro clementine e pomodori.

Chi è Jean Pierre Yvan Sagnet? Ha 33 anni, è nato in Camerun e lotta da anni contro i nuovi schiavisti, di cui i nostri governanti non parlano quasi mai, perché non porta consensi (“meglio” parlare di “migranti cattivi” per definizione…). Nel 2016 è stato insignito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il suo impegno contro caporalato e lavoro nero. Arrivato in Italia per studiare nell’agosto del 2007, nel 2013 si è laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni a Torino. È stato nel 2011 un leader durante lo sciopero alla masseria Boncuri (Nardò – Puglia): un mese di proteste contro i caporali e gli imprenditori agricoli; portarono all’introduzione del reato di caporalato e al primo processo in Europa sulla riduzione in schiavitù, concluso con la condanna a 11 anni di reclusione di 12 imprenditori e caporali.

Di tutto questo, Yvan Sagnet – che ha un blog (coraggioso) su IlFattoQuotidiano.it – ha parlato a Nobilita. Ha detto che c’è una catena avvelenata: parte dalle multinazionali dell’alimentare e si basa sulla complicità di caporali e imprenditori agricoli. Le vittime finali sono i migranti, insieme a una minoranza di braccianti italiani, tutti sfruttati per pochi euro. Ha detto il sindacalista con radici africane: “Quella complicità va spezzata. Tuttavia le norme sui migranti volute dal governo, e soprattutto dal ministro leghista Matteo Salvini, non solo non aiutano a farlo ma addirittura favoriscono il fenomeno dello sfruttamento”. Come? “L’abolizione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari ferma l’integrazione e lascia i lavoratori stranieri in balia degli sfruttatori, che prosperano quando ci sono disoccupazione ed emarginazione”.

Di certo, dalle multinazionali – complici di imprenditori italiani senza scrupoli e di caporali – fino a noi consumatori (non ci chiediamo mai quanto dolore ci sia dietro le clementine comprate troppo a buon mercato), la trappola che ingabbia gli sfruttati ricorda più l’affermazione ottocentesca di Marx che il modo di dire dedicato alla nobiltà del lavoro. Lo sfruttamento quasi schiavistico non nobilita nessuno. Però chi ha le leve politiche del potere purtroppo preferisce farci credere che i migranti accatastati nei campi più o meno abusivi siano pericolosi masochisti. Liberiamoli. Liberiamoci. Ragioniamo. Nobilitiamoci.

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Amore Criminale, Matilde D’Errico a FqMagazine: “Il primo anno sono andata in ‘burnout’, stavo malissimo. Asia Argento? È la vittima imperfetta”

E’ il 2006 quando una ricerca dell’Eures segnala che i morti in famiglia superano quelli della mafia. Un paragone che colpisce Matilde D’Errico, anima e in parte volto di una tv di servizio, che dopo ricerche e analisi propone a Rai3 una nuova trasmissione: “Lì è scattato qualcosa in me. Sapere che il mio lavoro può salvare anche una sola donna mi riempie di soddisfazione”, ci racconta mentre al montaggio coordina i suoi collaboratori. Ideatrice e regista di Amore Criminale in onda dal 2007, conduttrice dello spin off Sopravvisute. 

Sono passati dodici anni, cosa è cambiato?
“I numeri purtroppo sono rimasti gli stessi, con lievi oscillazioni. Nel 2018, considerando i primi dieci mesi, sono state uccise 106 donne. Il problema è capire perché una coppia diventa una polveriera e si arriva a un omicidio. Fin da subito ho chiesto una collaborazione con l’Arma dei carabinieri e la polizia di Stato, non doveva essere per me solo racconto ma impegno civile e sociale.”

Come scegliete le storie?
“C’è un lavoro di redazione accuratissimo, i canali sono i più vasti: dalla ricerca sul web ai giornali fino alle segnalazioni degli avvocati. I criteri sono diversi, per le quattordici puntate annuali le storie devono essere trasversali sia dal punto di vista geografico che dal punto di vista dello stato sociale.”

Incontrate le famiglie prima delle registrazioni?
“Si, facciamo un lavoro di relazione molto lungo. Non contattiamo mai personalmente le famiglie, c’è un dolore vivo e bisogna muoversi con cautela. L’incontro avviene solo quando loro sono pronti per una fase conoscitiva, spieghiamo come funziona la trasmissione e diamo loro del tempo per riflettere. Non forziamo mai, se c’è il sì iniziamo tutto il lavoro con lo studio dettagliato degli atti giudiziari, un nuovo incontro con le famiglie, cominciamo a lavorare sulle interviste e alla docufiction. Dagli atti processuali apprendiamo tutto, a volte anche quello che loro non sanno.”

Amore Criminale è un programma di servizio pubblico ma qual è l’effetto concreto che una puntata ha sugli spettatori?
“Dopo la messa in onda siamo inondati da mail, telefonate e messaggi di donne. C’è chi scrive perché si è riconosciuta e dopo aver visto la puntata ha voglia di aprire gli occhi, c’è chi ha denunciato ma è disperata perché non è accaduto nulla. Quando ho visto che questo tipo di mail erano diventate veramente tante mi sono posta con la redazione il problema. Ogni volta che una donna ci chiede aiuto noi contattiamo un centro antiviolenza della sua città, raccontiamo la storia e li mettiamo in contatto.”

Capita spesso che il condannato provi a bloccare la messa in onda per vie legali?
“Capita ma non spesso. Noi chiediamo sempre un’intervista all’avvocato della difesa, nel rispetto del principio del contraddittorio.”

Nel programma sono assenti sia la vittima che il colpevole ma è presente la loro storia, le piacerebbe aggiungere un’intervista al condannato o la trova inutile dal punto di vista narrattivo?
“Lo trovo inopportuno dal punto di vista etico, quando ho costruito la prima edizione questo problema me lo sono posto ma la vittima è morta e non può più parlare, perché devo lasciare l’ultima parola a chi sentendosi onnipotente ha pensato di avere un diritto di vita o di morte su una donna? E’ stata una scelta precisa, dal punto di vista televisivo potrebbe suscitare maggiore curiosità ma diventerebbe altro e non mi interessa.”

La visione per lo spettatore è spesso un pugno allo stomaco, per chi lo fa? Non sente il peso di queste vite spezzate?
“Si, tantissimo. Il primo anno sono andata in ‘burnout’, le vittime me le sognavo la notte. Sono stata malissimo, dopo ho imparato a proteggermi, come fanno i medici o gli avvocati. Non è facile nemmeno per tutta la redazione che è formata da persone speciali che, oltre a una grande competenza, hanno una forte sensibilità.”

C’è una storia che l’ha colpita più di altre e che non è riuscita a dimenticare?
“Una volta abbiamo raccontato una storia di pedofilia, una ragazzina era stata abusata per anni da un amico di famiglia. Le diceva che avrebbe ucciso sua madre se lei avesse raccontato tutto. Dopo anni trova il coraggio di parlare con sua madre, la donna denuncia immediatamente e il pedofilo finisce in carcere. Dalla sua cella commissiona l’omicidio della mamma, io gli occhi di quella ragazza non li dimenticherò mai.”

Con “Sopravvissute“, spin off di Amore Criminale, ha voluto dare un messaggio diverso.
“Mi sembrava necessario comunicare alle donne che dalle relazioni tossiche si può uscire. Volevo raccontare soprattutto la violenza psicologica che può essere altrettanto devastante ed è più difficile da riconoscere.”

Come ha vissuto il passaggio da autrice a conduttrice?
“E’ stato abbastanza naturale, mi muovo su temi che conosco. Il mio approccio è quello di una autrice prestata alla conduzione, cerco di andare in sottrazione. Mi sono preparata con un coach perché sono una secchiona.”

“Esistono gli omicidi di uomini e di donne, non il femminicidio”, ha detto il giornalista Giuseppe Cruciani. Per altri il termine è abusato, cosa risponde?
“Penso sia giusto parlare di femminicidio, una donna viene uccisa perché donna. Viviamo ancora in un contesto patriarcale e maschilista.”

Gli uomini ne escono distrutti, esiste un problema culturale e di educazione del genere maschile?
“Esiste ed è enorme, vado nelle scuole a parlarne. Non immagina quanti ragazzini sono possessivi e violenti con le fidanzatine. C’è un problema culturale e di mentalità in Italia. Bisognerebbe inserire nelle scuole un’ora di educazione ai sentimenti.”

Esistono storie, seppur minoritarie, di uomini come vittime. Perché non dargli spazio?
“Qualche volta le abbiamo raccontate a dimostrazione che la nostra non è una trasmissione contro gli uomini. Dal punto di vista statistico sono una minoranza, sono consapevole che raccontiamo una fetta di uomini ma un problema culturale c’è e ne sono certa.”

“Each man kills the thing he loves” (Ogni uomo uccide la cosa che ama) si ascolta nella sigla, il titolo è Amore Criminale. Associare la parola amore a ciò che ammazza ed è criminale è giusto?
“E’ un titolo che tira, se lo sono ricordati tutti fin dall’inizio. E’ un ossimoro volutamente provocatorio, se per parlare a più persone serve un titolo forte ben venga.”

L’argomento spopola nei diversi contenitori, penso al “chi ti picchia non ti ama” della D’Urso alla campagna con le scarpe rosse da Nuzzi o le numerose interviste nei diversi programmi del daytime. Le piace come viene trattata la violenza sulle donne in tv?
“Non sempre in televisione si parla in modo giusto di violenza sulle donne, a volte se ne parla perché l’argomento tira e fa ascolti. C’è chi lo fa bene e c’è chi lo fa in maniera più strumentale, la linea tra usare l’argomento e farlo con spirito di servizio è molto sottile.”

La conduzione di Veronica Pivetti sembra convincente, soddisfatta?
“Scelgo sempre attrici e non giornaliste perché le prime sono al servizio del format. L’attrice recita un copione e Amore Criminale ha la necessità di una voce fuori campo. Sia la Pivetti che la De Rossi sono doppiatrici straordinarie. Veronica è bravissima, una donna intelligente, forte e ha la sensibilità giusta. E’ stata una bella scommessa arrivando lei dalla commedia, avevo intuito che aveva anche chiavi diverse.”

Anche Asia Argento ha condotto, tra le polemiche, Amore Criminale. Dopo il caso Weinstein l’ha sentita?
“Ci siamo sentite e ne abbiamo parlato. Trovo che sia stata coraggiosissima, lei è la vittima imperfetta. L’immaginario pubblico vuole che la vittima sia mite col capo cosparso di cenere, Asia non è così. E’ una donna piena di contraddizioni ma questo non la rende meno vittima. Era una ragazzina e certe affermazioni su di lei le trovo ridicole. Il dolore di una donna ha una scadenza? Quanti le hanno detto grazie? Le altre attrici non si sono esposte, le donne dovrebbero essere solidali.”

Rete 4 ha lanciato un format molto simile, Il terzo indizio, proprio con Barbara De Rossi. Lo ha visto?
Il terzo indizio è uno spin off di Quarto Grado che esisteva prima dell’arrivo di Barbara, sono stata contenta che lei abbia subito trovato una collocazione. E’ un tentativo da parte di Mediaset di cavalcare una trasmissione come la nostra, lascio a chi guarda la possibilità di trovare le differenze.”

Amore Criminale si muove intorno al 5% di share, soddisfatta?
“Si può fare sempre meglio ma siamo soddisfatti perché la domenica sera è affollatissima e con una forte concorrenza su tutte le reti. Le curve sono sempre in crescita e le nostre edizioni si muovono spesso tra il 5-6. Siamo piccoli e sfidiamo i colossi, facciamo quello che possiamo. Alla Rai dico grazie perché continua a darci fiducia, sono stati coraggiosi a crederci quando di violenza sulle donne non ne parlava nessuno.”

Questa sera cosa vedremo?
“Verrà una mamma sopravvissuta alla morte di un figlio di 25 anni, un ragazzo gay ucciso dall’ex fidanzato della sua coinquilina. Affrontiamo due temi: una mamma che sopravvive al figlio e i pregiudizi sull’omosessualià.”

L’articolo Amore Criminale, Matilde D’Errico a FqMagazine: “Il primo anno sono andata in ‘burnout’, stavo malissimo. Asia Argento? È la vittima imperfetta” proviene da Il Fatto Quotidiano.